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Preti e religiosi del nuovo millenio in dialogo

 

 

TESTIMONI

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Questa pagina non ha come scopo quello di presentare o esaltare figure straordinarie  fuori dalla storia e dai problemi, unicamente intente a fruire della beatitudine celeste attraverso gli innumerevoli canali della fenomenologia mistica: Dio solo sa quale catechesi negativa è stata quella di certi agiografi che hanno creato figure  tanto eccezionali quanto irreali, tanto alte quanto irraggiungibili. Vorremmo restituire figure di sacerdoti e religiosi che sono innanzitutto persone umane reali, con  i loro limiti congeniti, le lotte, le cadute, i fallimenti e le fatiche  della quotidianità. Persone che avvolte dalla grazia hanno saputo ritrovare ed esprimere pienamente se stesse.

 

SOMMARIO :

francesco fortino

DON LORENZO

Don Primo Mazzolari. Il sacerdote della pieve sull’argine

PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON BENZI

Don Pasquale Uva, il prete che diede dignità ai matti

Alcuni testimoni della Chiesa russa

S. Gaetano Errico

Biografia del Beato mons. Luigi Biraghi 

DON DINO, PRETE POVERO E SERVO

BARTOLOME’ DE LAS CASAS E LA PRIMA CARTA DEI DIRITTI UMANI  (.doc)

Don Francesco Bonifacio, vittima delle foibe, presto beato.

ENRICO REBUSCHINI, il santo depresso

In ricordo di Juan Gerardi

PER RICORDARE INSIEME (Monsignor Rahho,”vescovo del sorriso”)

STORIA DI UN FRATE FELICE E SCONTENTO

DON DANILO CUBATTOLI (1922-2006)   ( Vincenzo Arnone)

Nessun caso Bregantini. La promozione anche nell'interesse del vescovo

Pedro Arrupe e la Compagnia di Gesù

Una vita al servizio del'unità

Padre Bossi : Un eroe positivo

Pierre Claverie

Il Cardinale Van Thuân

SPECIALE FIDES:ELENCO DI QUANTI  IMPEGNATI NEL LAVORO MISSIONARIO SONO STATI UCCISI NELL’ANNO 2006     (.doc)

Don Aldo Danieli ha deciso di riservare, un giorno
alla settimana, alcuni locali della chiesa alla preghiera islamica

 

FRANCESCO FORTINO

Francesco Fortino, anima storica della causa ecumenica, dal 1987 sotto-segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, è morto mercoledì 22 settembre, alle ore 21, nel policlinico universitario romano di Tor Vergata. Aveva 72 anni. Malato da tempo, era ricoverato da alcuni giorni per una serie di complicanze. Sabato 25, alle ore 16, nella chiesa di Sant'Atanasio dei Greci, in via del Babuino a Roma, si celebrerà un trisaghion in sua memoria, secondo la tradizione bizantina. A presiederlo il rettore della chiesa, padre Manuel Nin. Le esequie si svolgeranno nel pomeriggio di domenica 26 nella chiesa parrocchiale a San Benedetto Ullano in Calabria, dove monsignor Fortino è nato e dove sarà poi sepolto. Alle due celebrazioni sarà presente il vescovo Brian Farrell, segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, che rientrerà appositamente da Vienna dove sta partecipando alla riunione plenaria della commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme. A Vienna avrebbe dovuto esserci anche monsignor Fortino, nella veste di segretario di parte cattolica della commissione. Le sue condizioni di salute gli hanno però impedito di partecipare. Giovedì mattina, all'inizio dei lavori, è stato ricordato dall'arcivescovo Kurt Koch, dal 1° luglio scorso presidente del dicastero ecumenico, e dal metropolita Ioannis di Pergamo, rappresentante del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e presidente di parte ortodossa della commissione. La notizia della sua morte "ha profondamente commosso tutti i partecipanti alla riunione di Vienna" dice monsignor Juan Fernando Usma Gómez, capo ufficio del Pontificio Consiglio. Il metropolita ortodosso Gennadios, arcivescovo d'Italia e Malta ed esarca per l'Europa meridionale del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, ha ricordato monsignor Fortino come "una persona eccezionale. Perdiamo un amico, un fratello con cui per anni abbiamo lavorato per l'unità dei cristiani. Era una persona aperta e libera, comprensiva, molto stimata da tutti. Aveva comprensione, chiara e sincera, in tutto ciò che faceva e diceva. Rimarrà per sempre nei nostri cuori come colui con cui abbiamo lavorato insieme per realizzare la volontà di Dio perché tutti siano una cosa sola. Lo conoscevo da cinquant'anni, da quando per mandato del Patriarca Atenagora ho iniziato il mio apostolato in Italia. Monsignor Fortino partecipò alla mia ordinazione come vescovo e poi abbiamo collaborato quando sono divenuto metropolita arcivescovo per l'Italia e Malta. Oggi lui è tra i giusti e i buoni". "Monsignor Fortino era veramente conosciuto da tutti coloro che sono impegnati nel dialogo ecumenico e aveva stretto negli anni grandi legami di amicizia con i suoi interlocutori" conferma monsignor Usma Gómez. Proprio alla vigilia del viaggio del Papa nel Regno Unito, in un'intervista al nostro giornale, l'arcivescovo Koch aveva parlato di monsignor Fortino come di "un uomo gentile di cui non puoi non essere amico, che con la sua esperienza custodisce la tradizione di questo ufficio". In queste ore il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani sta informando tutto il mondo ortodosso della morte del sotto-segretario, che è stato ricordato anche all'incontro in svolgimento in Polonia, dove la Chiesa cattolica e il Consiglio ecumenico delle Chiese stanno preparando la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani del 2012. "L'Ottavario era una delle sue grandi passioni - spiega monsignor Usma Gómez - perché mostrava il valore della preghiera e la priorità della dimensione spirituale. Anche per questo monsignor Fortino rappresenta l'ecumenismo in carne e ossa. Era capace di dire tutta la verità sulla fede cattolica in modo da non offendere ma con argomenti sufficientemente forti per far capire quali fossero i dissensi. Inoltre provava un amore travolgente per il comune respiro dei due polmoni della Chiesa. Si può dire che ha dato tutto se stesso perché in Occidente si conoscessero e apprezzassero i tesori della spiritualità orientale. Un passione vissuta con umiltà: era sempre pronto a imparare dai mondi spirituali e culturali che non gli erano propri". Il capo ufficio del dicastero ricorda poi "la sua attenzione alla dimensione pastorale del ministero sacerdotale, tanto da essere capace di alti studi accademici e di un annuncio del Vangelo comprensibile alla gente semplice". Monsignor Fortino era nato il 2 aprile 1938 a San Benedetto Ullano, in provincia di Cosenza. Si sentiva profondamente arbereshe, la comunità discendente dagli albanesi rifugiatisi in Italia dal xv secolo. Con la sua eparchia di Lungro degli italo-albanesi dell'Italia continentale ha sempre mantenuto un saldissimo legame, impegnandosi in prima persona in molteplici iniziative pastorali. Aveva fondato anche il mensile "Besa Fede". Aveva studiato nel monastero di Grottaferrata e il 3 ottobre 1958 era entrato come seminarista nel Pontificio Collegio Greco, frequentando la Gregoriana. Ordinato sacerdote il 24 novembre 1963, aveva partecipato all'ultima sessione del concilio Vaticano ii con l'incarico di assistere gli osservatori ecumenici. Nel 1965 aveva iniziato a lavorare nell'allora Segretariato per l'Unione dei Cristiani, nella sezione orientale. Ha vissuto da protagonista tutto il cammino del dialogo ecumenico. C'era anche lui, ad esempio, il 30 novembre 1969 al Fanar nella delegazione che diede il via allo scambio regolare e ininterrotto di visite tra Costantinopoli e Roma per le feste patronali di sant'Andrea e dei santi Pietro e Paolo. Il 21 maggio 1987 era divenuto sotto-segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani. Appassionato scrittore e divulgatore, autore di numerosissime pubblicazioni, era per natura portato alla semplificazione e all'essenzialità. Ha collaborato a "L'Osservatore Romano" per quasi quarantacinque anni, scrivendo circa 250 articoli. Il primo, sull'"ecumenismo spirituale", venne pubblicato il 30 gennaio 1966.

 

DON LORENZO

Carissimi Amici dei Sacerdoti, il mistero della passione e della morte di Gesù si rinnova nella nostra storia di ogni giorno, fino alla fine dei tempi. Soprattutto nella sofferenza ingiusta e nella persecuzione violenta dei sacerdoti, in ogni parte del mondo, Gesù stesso viene colpito e ucciso “come agnello condotto al macello” (Isaia, 53). Nella santa Quaresima di penitenza, desidero chiamare tutti voi, che siete vive espressioni dell’amore di Dio, a stringervi più vicini al Figlio crocifisso che, nella persona di tanti sacerdoti in difficoltà, vive il mistero della sua immolazione per i peccati del mondo. Molti, molti sacerdoti nostri fratelli “in difficoltà” non sono fratelli insicuri o disorientati, né peccatori bisognosi di conversione ma piuttosto sono vittime immolate per i nostri peccati, bisognose della nostra spirituale vicinanza e riconoscenza. Lorenzo, un giovane sacerdote italiano di quarant’anni, era impegnato in un campo di carità e di giustizia tra i più pericolosi: quello della lotta alla droga. In quella lontana terra di missione i suoi giovani erano troppo minacciati, alcuni erano già morti, a causa di questa nuova peste. La lotta contro il narcotraffico, ingaggiata da Lorenzo con diverse iniziative, diveniva sempre più aspra ed estesa. Dapprima le minacce, poi le intimidazioni esplicite, gli avvertimenti, le prime violenze alla sua persona, alla casa, ai fedeli. La mobilitazione dei giovani e delle loro famiglie stava diventando imponente, troppo pericolosa per i trafficanti, per i complici, per i loro interessi. Bisognava fermare il nuovo sussulto di dignità, di giustizia, di vangelo, che aveva in Lorenzo l’anima e la forza. Si presentarono in sei uomini, in borghese. Senza alcuna giustificazione, sotto la minaccia delle armi lo caricarono a forza sulla camionetta. Iniziò così la via crucis, il lungo cammino dell’agnello immolato. Strappato ai suoi fedeli, alla famiglia, alla chiesa, rinchiuso in una stanza segreta, poi trasferito da un carcere all’altro: è scomparso, per tutti. Senza possibilità di comunicare se non con un avvocato e due esperti “comprati”: ogni incontro significava una complicazione e un aggravamento delle accuse: spaccio di droghe, partecipazione a una rapina, corruzione di minorenni, omicidio volontario di una giovane donna, resistenza alle forze dell’ordine. Tutte accuse infondate nella maniera più assoluta ma pesanti come macigni, tali da determinare la carcerazione in isolamento, in attesa di giudizio. Per ottenere la confessione di quei reati mai commessi il sacerdote è stato sottoposto a torture terrificanti, rese più tragiche dal terrore di essere considerato un “mostro” dai propri cari. Soprattutto il dolore della madre e delle due sorelle, che subivano la totale impotenza dinnanzi alla ingiustizia; i ricatti economici alla famiglia da parte degli aguzzini; la crisi di fede e di speranza che prendeva campo nella mente e nel cuore; la impossibilità di celebrare e nutrirsi della eucaristia; nell’arco di due anni, quel giovane sacerdote, sereno e luminoso, è stato trasformato in un Gesù flagellato, coronato di spine, devastato nell’anima, in attesa della propria inevitabile fine. Eppure, la sua vocazione era stata autentica fin dagli inizi, decisa nelle motivazioni, felice, coerente, feconda, ricca di preghiera e di altruismo! Tutta la sua vita lo testimoniava: per questo, la preghiera dei suoi fedeli era incessante. Il dolore delle madri che saliva a Dio era una invocazione continua che avresti creduto irresistibile. Lorenzo fu trovato una mattina con le mani legate dietro la schiena, il capo incappucciato, crivellato dai colpi di arma da fuoco, giustiziato a notte fonda, abbandonato dai carnefici tra i rifiuti della discarica lontano dalla città. “Maltrattato, si lasciò umiliare, e non aprì la sua bocca”. Quando stramazzò al suolo (“Signore Gesù, ti affido il mio spirito!”), le ginocchia si piegarono in direzione della sua chiesa, dei suoi fedeli. Cari Amici dei sacerdoti, Lorenzo è uno dei tanti nostri figli, martiri sconosciuti “dalle cui piaghe siamo stati risanati”. Molti, molti sacerdoti sono “in difficoltà” perché vittime immolate con Gesù per i nostri peccati. Molti di loro, nelle più diverse situazioni di vita, sono presi di mira dal nemico dell’uomo che li vorrebbe annientare attraverso il tanto odio che serpeggia tra gli uomini. Molti di loro sono misteriosamente introdotti al martirio perché, sul proprio corpo, aggiungano completezza alla passione di Cristo. Con Lui “uomo del dolore che conosce bene il patire” si sono caricati delle nostre sofferenze, nel silenzio, sono stati trafitti per le nostre iniquità. Tutte le loro madri si domandano: perché “al Signore è piaciuto prostrarli così”? Perché “con oppressione e ingiusta sentenza sono tolti di mezzo”? Attorno a loro, crocifissi di tutti i tempi, patrimonio dell’umanità e della Chiesa, vibra un alone di luce, una misteriosa potenza di grazia, fatta di dolore, di obbedienza di fedeltà. Alla candida schiera di quei martiri in croce con Gesù, noi tutti dobbiamo la nostra salvezza. “Circondati da un così grande numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù” (Heb 12,1). Buona Quaresima, quindi, cari Amici. Sia una quaresima di imitazione della generosità dei sacerdoti martiri, quasi una gara di coerenza e di fedeltà nelle nostre piccole cose di ogni giorno. Sarà bene non dimenticare l’ammonimento della stessa Lettera: “Non avete ancora resistito fino allo spargimento del sangue!”. Con grande affetto e riconoscenza, in unità di sapienza e di speranza!

Padre Teobaldo Luigi de Filippo

 

PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON BENZI (Aurora Nicosia)

È sempre viva la memoria del fondatore dell'Associazione papa Giovanni XXIII. Intervista col suo primo successore, Giovanni Paolo Ramonda. Una data non casuale, come spesso succede alle persone speciali, quella in cui don Benzi aveva chiuso gli occhi a questa terra per aprirli all'infinito di Dio, come lui stesso aveva definito il momento della morte. La notte tra il primo e il 2 novembre dello scorso anno ci aveva lasciato il prete di strada e di frontiera, l'amico degli ultimi, il fondatore della Associazione papa Giovanni XXIII. Rimini lo ricorda con una settimana di eventi, mentre la sua gente, raccolto il testimone, è andata avanti nella linea nel fondatore. Una realtà composita, quella dell'Associazione, con vari fronti di impegno dal campo della maternità a quello della giustizia, da quello della pace a quello dei giovani, delle sette, della prostituzione, della droga. La scelta degli ultimi, con un metodo pedagogico all'insegna del sostenere ogni bene che c'è e suscitare ogni bene che manca. Una associazione internazionale costituita in 46 zone di cui 17 all'estero, senza contare la presenza in posti caldi quali Georgia, Romania, Sri Lanka, Moldavia, Kosovo, Uganda, Israele e Palestina, fino agli antipodi, all'Australia. Ne fanno parte persone di tutte le vocazioni e a capo, a succedere a don Benzi, c'è un laico, Giovanni Paolo Ramonda, eletto lo scorso gennaio responsabile generale. Un curriculum di tutto rispetto il suo, con diversi titoli accademici conseguiti, la pubblicazione di numerosi saggi, articoli, incarichi a livello politico e civile. Sposato con Tiziana Mariani, hanno tre figli naturali e nove accolti che vivono con loro da molti anni nella casa famiglia di Sant'Albano di Stura, nel cuneese. Responsabile della comunità del Piemonte, dal 1998 era vice responsabile dell'associazione a livello centrale. Dal 13 gennaio scorso ha preso il testimone di don Benzi. Sappiamo che tutti i fondatori quando muoiono lasciano la loro insostituibile eredità. Di cosa è fatto il patrimonio di don Benzi? Rimane sempre la sua presenza, la sua persona, la sua guida, la sua testimonianza, il suo magistero in riferimento alla condivisione coi poveri, soprattutto l'insegnamento della sua vita. Il patrimonio che ci ha lasciato è la grande famiglia spirituale dell'associazione con quasi 40 mila persone che tutti i giorni mangiano alle nostre mense, circa tremila che vivono dentro le case famiglia e tanti giovani che chiedono di voler conoscere questo cammino, questa spiritualità. estimone del fondatore e com'è andata in questo primo anno senza di lui? È stato camminare con la comunità. Io ho ribadito che questo è il tempo della comunità, il tempo della responsabilità, in cui ognuno, come ci diceva don Oreste, deve essere profeta di Dio, deve essere rivoluzionario, creativo per il regno di Dio. Dalla morte di don Oreste c'è stato in tutto il mondo un boom di vocazioni alla consacrazione, al ministero sacerdotale, al matrimonio aperto alla vita, alla condivisione coi poveri. So che avete in programma una settimana di eventi per ricordare la sua figura. Ma qual è il modo per continuare a tenerlo vivo? Il modo principale è quello di tenere vivo il carisma che lui ci ha trasmesso, quello di seguire Gesù servo, di vedere Gesù nei piccoli e nei poveri che sono le pietre preziose del corpo mistico di Cristo. È noto quanto fate per salvare le donne prostituite, come amate definirle. Qual è il vostro punto di vista nell'attuale dibattito sulla prostituzione? Continuiamo come prima e più di prima a difendere la dignità della donna, ad accogliere le ragazze schiavizzate nelle nostre case, nelle nostre famiglie, ad incontrarle sulle strade. Ci impegniamo soprattutto a difendere quelle leggi che prevedono la punibilità del cliente. Secondo noi è da lì che bisogna partire. Se non ci sarà la domanda, anche l'offerta diminuirà. Quindi bisogna richiamare quei nove milioni di italiani che scendono sulle strade con l'unico intento di impossessarsi del corpo di queste donne e bambine, far leva sulla loro coscienza non solo con un intervento educativo, ma anche punitivo. Diciamo assolutamente no anche alle case chiuse dove comunque il racket e la mafia continueranno e mettere le mani. La donna non è fatta per prostituirsi né sulla strada né al chiuso, ma ha una grande dignità e un ruolo importante nella società. Se don Oreste fosse ancora tra noi, per cosa si batterebbe oggi? Sicuramente si batterebbe molto per la dignità del concepito, per il suo diritto a vivere. Si scaglierebbe, come ha fatto negli ultimi mesi, contro l'aborto. Don Benzi e Chiara Lubich, due protagonisti del nostro tempo, scomparsi a cinque mesi di distanza l'uno dall'altra. Secondo lei cosa staranno tramando lassù? Staranno gioendo per il regno di Dio che vedono e ci accompagnano sicuramente. Sono vicini alle loro famiglie spirituali, ma anche a tutta la Chiesa e a tutto il bene che c'è nell'umanità. Certamente sono stati profeti di Dio e, come diceva don Oreste, saranno sempre con noi, continuano con noi l'opera iniziata.

 

 

Don Pasquale Uva, il prete che diede dignità ai matti di Mimì Capurso

Malati, epilettici, paralitici, ebeti, scemi, deformi, folli: dove il bisogno umano nascondeva il suo volto più dolente, o anche solo più fastidioso, lui c’era sempre. Lui, Don Pasquale, con la tonaca e il suo Breviario fra le mani ha dedicato la vita ai poveri dementi del Meridione, ai quali dava cibo, un letto, vestiti, medicine. Ma soprattutto, attraverso il dono dell’amore, restituiva loro la dignità di esseri umani. Don Uva si avvicinò al continente della demenza con intelligenza e innovazione. Infatti: «L’intuizione di fondo che Don Uva colse nella malattia e che molti studiosi e ideologi delle moderna psichiatria non riescono a cogliere, è essenzialmente questa: i dementi non sono degli “uguali” resi diversi dalla società, ma sono diversi che devono avere uguali diritti degli altri», scrive il giornalista e scrittore Marcello Veneziani. Che aggiunge: «Ignorando il problema della diversità si finisce con l’abbandonare i membri più deboli della società a se stessi. Illudendo i malati nel miraggio dell’uguaglianza e inserendoli con questa illusoria certezza nella società si rende loro un tragico servizio: nel confronto con la società esploderà in tutta la drammaticità, la loro diversità. E si trasformerà in conflitto, in trauma, in arbitrio, in violenza, in emarginazione». A Sud di Roma e fino alla Sicilia, è bene ricordarlo, non esisteva un solo Istituto capace di accogliere i tantissimi minorati psico-fisici. «La società civile li ‘escludeva’ dai propri interessi e dai propri compiti, e lasciava che la loro misera esistenza ancora più decadesse e si consumasse nelle case squallide, dov’era un peso spesso insopportabile o nelle pubbliche vie, dove gli oziosi ne traevano impietoso divertimento» (Prof. Giuseppe Dell’Olio, suo primo biografo e fine letterato pugliese). Il Massaro del Signore si trovò a combattere contro l’incomprensione di tanti, ai quali la sua ostinazione ad occuparsi dei pazzi appariva come pura follia. Infatti, così suor Cecilia (1897-1965) una delle prime Ancelle, ricorda la prima questua fatta nell’ambito della parrocchia di Sant’Agostino: «La gente ce ne diceva di tutti i colori, come se fossimo fannullone che volevano mangiare a spese degli altri. Chi diceva: ‘Andate a zappare’, chi ci mandava a lavorare il telaio o a raccogliere pietre e chi ci burlava accompagnandoci fino all’Istituto, lanciandoci sassi e immondizia…». Padre Uva ebbe contro anche una parte del clero locale: era accusato di imprudenza e megalomania. Ma lui lontano da loro come può esserlo un mistico, ma concreto come un operaio, procedeva per la sua strada, sostenuto da una fiducia sconfinata nell’aiuto del Padre Eterno. Solo a partire dall’ottobre 1921, a Bisceglie, il nostro sacerdote potrà avviare materialmente la propria prima opera. Le prime tre sale adibite al ricovero dei primi infelici vengono costruite a ridosso della parrocchia di Sant’Agostino in Bisceglie, dov’è parroco da dieci anni. Con quali soldi? Nel maggio del 1921 vendette un generatore di elettricità necessario ad una macchina di proiezione per uso nelle scuole catechiste e ne ricavò lire 9.000. Il 28 agosto dello stesso anno, in udienza privata di Papa Benedetto XV ebbe lire 10.000, che si aggiunsero alle prime. Non mancò mai la solidarietà di alcuni maestri muratori, anche anarchici e socialisti atei, mai troppo esigenti con i pagamenti. Anzi. Convocò alcune “Figlie di Maria”, che erano già provate catechiste della chiesa di Sant’Agostino, e fece loro la sua proposta di prendere i voti per assisterlo nell’accoglienza dei malati. Otto di loro accettarono, divenendo le prime suore “Ancelle della Divina Provvidenza”. Sin dall’inizio l’opera fu presa d’assalto dalle domande di ricovero, tutti casi pietosi e drammatici, da cento parti dell’Italia Centrale e Meridionale. Mille voci di dolore imploravano di essere ospitati. Non furono né facili né felici gli inizi: i letti erano pochi, cibo, medicine ed esperienza pure. Spesso il nostro Fondatore non sapeva al mattino che cosa avrebbe dato da mangiare ai suoi amatissimi dementi. Quante volte, testimoniano i documenti e i tanti pugliesi ormai avanti con gli anni, lo si vedeva in giro da un paese all’altro, sotto la pioggia, il freddo, il sole cocente, andare mendicando aiuti. E sempre pronto ad offrirne! Si, perché dietro alla porte a cui bussava trovava spesso famiglie che gli chiedono di accogliere nel suo Istituto figli ritardati, parenti malfermi… Nel 1953, settant’anni suonati, cominciò ad avvertire stanchezza e forti dolori alla colonna vertebrale. Non era semplice affaticamento, ma artrite deformante. Malattia terribile, dolorosa. Soffrì, infatti, dolori atroci, gli venne applicato anche un orribile busto di ferro. Prostrato dalla malattia e dalla stanchezza, Don Pasquale Uva ha terminato la sua esistenza terrena alle ore 14,00 del 13 settembre 1955. Aveva 72 anni di età e 49 di sacerdozio. Le sue ultime parole furono: «Amate gli ammalati». Il nostro Pasquale Uva, nato a Bisceglie , 11 agosto 1883, di sapienza contadina, ereditata dalla famiglia di semplici e laboriosi coltivatori diretti, a buon diritto assurge fra i maggiori benefattori del Meridione nel campo assistenziale-sociale. In poco più di 30 anni aveva fondato, a Bisceglie, un ricovero per deficienti, l’ospedale psichiatrico, e altri manicomi nel resto del Sud (Foggia, Guidonia, Palestrina, Potenza). Egli fu «sacerdote esemplare», come disse Papa Paolo VI, e vero figlio del Sud. Già dal 1985 la Santa Sede concesse il “nulla osta” per poter iniziare la Causa di Canonizzazione del Servo di Dio Pasquale Uva, sacerdote che amò gli “ultimi” con cristiana ostinazione e Padre fondatore della Congregazione delle Suore Ancelle della Divina Provvidenza. Oggi queste suore alleviano le sofferenze anche ai pazzi, agli epilettici, ai malfermi dell’America Latina (Cile, Argentina, Brasile). E Don Uva da Lassù, sereno e sorridente prega per tutti e dice: «Bravi figlioli, continuate così». Riposa in pace caro prete, amico e protettore dei matti, veri “ultimi”della società di ieri e soprattutto di oggi.

 

S. Gaetano Errico

Nasce il 19 ottobre del 1791 in Secondigliano, antico casale a Nord della città di Napoli. È il secondogenito dei nove figli di Pasquale e Maria Marseglia. Il papà gestisce un modesto laboratorio artigianale per la produzione di maccheroni, la mamma tesse la felpa. Gaetano fin da bambino dà una mano nel laboratorio del padre. A quattordici anni chiede di entrare, prima, tra i Cappuccini e, poi, tra i Padri Redentoristi, ma la domanda è respinta a causa dell'età. A sedici anni chiede di essere ammesso nel seminario arcivescovile di Napoli. Nel gennaio 1808 indossa l'abito talare e, poichè la famiglia non è in grado di sostenere i costi per il suo mantenimento da interno, segue gli studi da esterno, raggiungendo ogni giorno a piedi il seminario. Sono, tra andata e ritorno, circa otto chilometri. Nel tempo della sua formazione seminaristica segue con grande profitto la scuola, partecipa tutte le mattine alla messa e si comunica, aiuta in famiglia, visita ogni giovedì gli ammalati nell'ospedale, la domenica va in giro per le strade per raccogliere i fanciulli per il catechismo. È ordinato sacerdote il 23 settembre 1815 dal Card. Ruffo Scilla nella cappella di S. Restituta nella Cattedrale di Napoli. A don Gaetano, diventato sacerdote, viene subito assegnato il compito di maestro comunale, che esercita per quasi vent'anni con diligenza, vigilanza e zelo, preoccupandosi con la cultura di insegnare anche i principi cristiani. Si dedica con amore al servizio pastorale nella chiesa parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano. Sviluppa la sua attività apostolica secondo quattro direzioni: Annuncio della Parola, Ministero della riconciliazione, Assistenza materiale e spirituale ai malati, Servizio della carità. Quattro modi distinti per dire agli uomini che Dio è Padre e li ama. Ogni anno, da sacerdote, si ritira a Pagani (Salerno), nella casa dei Padri Redentoristi, per gli esercizi spirituali. Nel 1818, mentre prega sul coro, avviene un fatto destinato a segnare ed a cambiare il corso della sua vita: gli appare S. Alfonso per comunicargli che Dio lo vuole fondatore di una Congregazione religiosa, offrendogli come "segno" la costruzione in Secondigliano di una Chiesa in onore della Vergine Addolorata. L'annuncio che è Dio a volere la costruzione di una Chiesa in onore dell'Addolorata, in Secondigliano, è accolto con entusiasmo dalla maggior parte del popolo, ma c'è anche chi si dimostra diffidente ed ostile. Gli avversari, pochi, ma molto agguerriti e combattivi, giurano che impediranno la costruzione della Chiesa. Quando il progetto sembra definitivamente destinato a fallire, don Gaetano continua a credervi ed assicura la gente: "La Chiesa si farà, perchè è Dio a volerla". Il 09 dicembre 1830 la Chiesa è benedetta. Terminata la costruzione, Gaetano Errico commissiona a Francesco Verzella, scultore napoletano, una statua in legno della Madonna Addolorata. Una tradizione vuole che egli abbia fatto rifare più volte il volto, esclamando, alla fine: "Così era!". L'aveva vista in visione!? La statua fa il suo ingresso in Secondigliano nel maggio del 1835 e d'allora continuano ininterrotti il pellegrinaggio e la devozione dei fedeli verso l'Addolorata di Gaetano Errico. Negli anni seguenti, mentre don Gaetano prega sul medesimo coro di Pagani, davanti al SS. Sacramento, il Signore gli manifesta che la nuova Congregazione "dev'essere istituita in onore dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria". Da allora, i Sacri Cuori diventarono per Gaetano Errico, il centro della sua azione apostolica e missionaria, ed egli divenne l'apostolo dell'amore misericordioso del Cuore di Gesù e di Maria in tutto il Meridione d'Italia. L'amore dei Sacri Cuori lo spinge a cercare il fratello peccatore per portarlo al Padre, anche a costo della vita e a donarsi, senza soste e misura, soprattutto, ai fratelli delle categorie meno protette: malati, operai, artigiani, contadini, analfabeti, ragazze senza dote e pericolanti, carcerati. Si propone di far sentire a tutti la presenza di un Padre amoroso, pronto al perdono e lento all'ira. Terminata la chiesa, don Gaetano comincia a costruire, in un luogo adiacente, la casa che dovrà ospitare i futuri religiosi i Missionari dei Sacri Cuori. Costruisce dapprima una piccola casa, dove, nel 1833, si ritira ad abitare insieme a un laico che cura il servizio della chiesa. Con il trasferimento dalla casa paterna, inizia "ufficialmente" la realizzazione dell'incarico più importante ricevuto da Dio: la fondazione della Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori. Ingrandita la casa, fonda il "Ritiro sacerdotale dei Sacri Cuori", per accogliere i sacerdoti disposti a impegnarsi soprattutto nel lavoro delle missioni popolari. Don Gaetano è un uomo di Dio, è un "santo". Come ha fatto, a diventarlo? Il primo segreto della sua santità è "consumare le ginocchia" nella preghiera e... anche il pavimento. Che don Gaetano sia un uomo di preghiera lo testimoniano le tante persone, che l'hanno conosciuto e le due "fossette" nel pavimento della sua camera, scavate dalle sue ginocchia.La penitenza è il secondo segreto della sua "santità". Nei venerdì e sabati limita i suoi pasti ad un solo piatto di minestra. Tutti i mercoledì e in molte vigilie digiuna a pane ed acqua. Spesso dorme per terra. Porta "un cilicio che cinge la sua persona: petto, braccia e gambe". "Usa discipline di cordicella e di ferro di varie specie". Don Gaetano nel 1833 inoltra al Re la domanda per il riconoscimento del Ritiro, che è approvato insieme al regolamento il 14 marzo 1836. Il 1° ottobre 1836 apre il noviziato, ammettendovi nove novizi. Nel maggio 1838 chiede il riconoscimento pontificio della Congregazione ed il 30 giugno riceve dalla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari il Decreto di lode. Il 6 Aprile 1839, allo scopo di consolidare lo sviluppo della Congregazione, chiede il riconoscimento governativo, che il Re concede il 13 maggio del 1840, dichiarando "la Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori leggittimamente esistente e capace di godere dei corrispondenti effetti civili e canonici". Nell'Aprile del 1846 ritorna a Roma per chiedere la definitiva approvazione. La Congregazione è cresciuta: è aumentato il numero dei congregati e sono state aperte diverse case. Il 7 agosto il Papa, il Beato Pio IX, emette il Decreto di approvazione ed il 5 settembre il breve apostolico. Gaetano Errico, dopo l'approvazione della Congregazione, unanimemente eletto Superiore generale, lavora fino alla morte per lo sviluppo della Congregazione, curando in modo particolare la formazione dei soggetti. S'impegna nell'attività missionaria, nella direzione spirituale, nell'amministrazione del sacramento della riconciliazione, nella predicazione di esercizi spirituali in numerosi conventi di suore. Muore a Secondigliano, all'età di 69 anni, il 29 ottobre 1860, alle ore 10 del mattino. "Amatevi scambievolmente e siate osservantissimi delle Regole". È il testamento che lascia ai suoi religiosi. "È morto un santo" è l'unanime commento di tutto il popolo. L'eco di questa espressione continua ancora. Per i secondiglianesi e per tutti i suoi devoti, Gaetano Errico, chiamato e conosciuto come "O Superiore", continua ad essere un "santo", cioè un esempio, un punto di riferimento, un intercessore, una freccia puntata che indica a tutti la strada di Dio, che i Sacri Cuori, per amore, hanno vissuto e tracciato.

 

DON DINO, PRETE POVERO E SERVO di Emanuele Benatti

Ho incontrato per la prima volta don Dino nel marzo 1963 in canonica a Cà de Caroli, nello Scandianese, dopo la Messa festiva, verso mezzogiorno: avevo 16 anni ed ero reduce da un’esperienza vocazionale negativa. Ricordo chiaramente, di quell’incontro, una frase che avrei poi risentito anche in altre occasioni: “Non si muove foglia che Dio non voglia!”. Don Dino mi invitò poi ad avere fiducia in Dio “che sa scrivere dritto anche tra le righe storte, le nostre”. Alcuni mesi dopo, alla ripresa degli studi ginnasiali, durante le Lodi del giovedì, alle parola del Salmo 146 “Il Signore non apprezza l’agile corsa dell’uomo”, interrompendo la lettura, mi disse: “Hai capito?”. Conoscendo la mia passione per il calcio, don Dino temeva che mi lasciassi deviare o distrarre dall’attività sportiva… Confesso che non mi è stato possibile capirlo e seguirlo in tutte le sue “manie” (così sembravano allora a noi più giovani alcune sue idee e richieste). Col tempo molte cose le ho capite e condivise: gliene sono profondamente riconoscente, così come sono riconoscente al Signore per avermi fatto incontrare i Servi della Chiesa, tra i quali ho potuto e tuttora posso crescere anche con l’aiuto di altre figure di sacerdoti e di laici davvero esemplari. Insieme, aiutato soprattutto da don Alberto Altana, co–fondatore dell’Istituto Servi della Chiesa, abbiamo spesso riflettuto sulle parole profetiche scritte da don Dino su quel biglietto messo sotto il calice della prima Messa in Ghiara, il 25 marzo 1928. Quella duplice richiesta, di praticare i voti religiosi restando sacerdote diocesano e di dedicarsi alle categorie più abbandonate, conteneva già in embrione tutto il suo carisma e segnò poi non solo la vita di don Dino e dell’Istituto, ma anche quella della Chiesa e della società. Basta rileggere la testimonianza del Vescovo Mons. Baroni, o ricordare il conferimento da parte del Ministro di Grazia e Giustizia, nel 1961, della medaglia d’argento al merito della redenzione sociale. Ritornando a quel biglietto sotto il calice, vorrei soffermarmi anzitutto sulla prima grazia richiesta. Vi troviamo, con vent’anni d’anticipo, una prima intuizione profetica, quella di una possibile sintesi tra due realtà per secoli tenute separate nella vita della Chiesa: la consacrazione con voti e la secolarità, cioè la presenza indifferenziata, salvifica e fermentatrice dei consacrati nel loro contesto sociale ed ecclesiale, consacrazione secolare vissuta sia dai preti che dai laici. Fu proprio quello che don Dino realizzò già negli anni ‘30 all’oratorio di S. Rocco, dove a preti consacrati che restavano diocesani si affiancarono laici consacrati che restavano nel mondo. In questo don Dino precorse di vent’anni la realtà degli Istituti Secolari, approvati dalla Chiesa solo nel 1947, con la Provvida Mater di Pio XII. Ma c’è, sempre nella richiesta della prima grazia, un’altra intuizione profetica, ripresa poi dal Concilio Vaticano II, quarant’anni più tardi: quella del sacramento del Vescovo, considerato come centro di comunione dei diversi carismi e vocazioni e come padre di tutti i consacrati, nel superamento di qualunque estraneità e privilegio. “Nihil sine episcopo!”, “niente senza il Vescovo!”, ripeteva spesso don Dino, citando S. Ignazio di Antiochia. Il Vaticano II consacrerà appunto la centralità del ministero del Vescovo per l’animazione della comunione in una Chiesa che si vuole povera, ministeriale (serva), missionaria. Don Dino, fin dagli inizi del suo sacerdozio, ha pensato di legarsi al proprio Vescovo con il voto di obbedienza. E quando, nel 1948, Mons. Socche volle che questo impegno fosse esplicitamente affermato nella prime Costituzioni dei Servi della Chiesa, don Dino ne fu gioiosamente colpito e riconoscente. E si trattò sempre di una obbedienza apostolica, generosa e coraggiosa, a volte sofferta e insonne, mai servile né passiva né formale. Ancora, nella prima richiesta, c’era un’altra intuizione profetica, quella dell’importanza della povertà in funzione del servizio, quest’ultimo esplicitamente richiesto poi nella seconda parte del biglietto. È da notare che, con l’ordinazione, l’impegno del sacerdote diocesano al celibato e alla castità è analogo ad un voto; per l’obbedienza c’è una promessa formale dietro esplicita richiesta del Vescovo; per la povertà invece non c’è nessun impegno esplicito di carattere ecclesiale. Ebbene don Dino fece della povertà il primo voto, il primo impegno vissuto come “mezzo indispensabile di apostolato sociale tra il popolo” e come “immedesimazione nei più poveri e fonte di grazia per la loro salvezza”. Forte di questa grazia – richiesta e, crediamo, ottenuta in quella prima Messa – don Dino visse sempre da povero, con i poveri e per i poveri. “La profezia di don Dino al riguardo – scriverà don Altana nel 1992 – è inequivocabile: l’unica via di salvezza, per un mondo nel quale la bramosia del possesso produce frutti di oppressione e di morte, sta nell’impegno del cristiano, e in particolare del prete, ad essere povero con i poveri e per i poveri, di una povertà affettiva ed effettiva, progressivamente crescente, tendente all’immedesimazione redentiva e liberatrice”. Per don Dino il rapporto tra povertà e servizio era evidente e fondante: non si poteva essere servi senza essere poveri e non si poteva essere poveri – nel senso evangelico della parola – senza essere servi. “I ricchi – ripeteva spesso – non amano servire, preferiscono farsi servire”. Il Concilio ha consacrato anche questa intuizione quando, nella Lumen Gentium, afferma che la Chiesa è chiamata a seguire Gesù, divenuto servo (Fil 2,7) e povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8,9), e a riconoscere “nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore povero e sofferente” (LG 8). Consapevole di ciò, don Dino scriveva con soddisfazione alla fine del 1965: “è commovente riscoprire l’Istituto nelle sue note essenziali in perfetta aderenza con quanto la Chiesa sta riscoprendo in se stessa: servizio e povertà”. È proprio questo legame tra la povertà consacrata e il servizio il punto di passaggio tra la prima e la seconda grazia chiesta in Ghiara per intercessione della Madonna; quella di darsi alle categorie più abbandonate. Don Dino, forte anche dell’appoggio convinto di don Altana, sosteneva che “il padrone del servizio è il bisogno” e che il servizio cristiano si dirige con maggior urgenza a chi ha maggior bisogno, cioè a chi è più abbandonato, socialmente, pastoralmente, spiritualmente. Nei primi tempi si trattava soprattutto di nomadi e di carcerati, poi vennero le periferie abbandonate (al Tondo di Reggio Emilia come alla Magliana di Roma), poi i lebbrosi e i disabili (soprattutto in Madagascar), poi i malati di AIDS, le ragazze mercanteggiate sulla strada, infine i meninos de rua (in Brasile) e ancora altre categorie di persone e regioni abitualmente dimenticate o disattese. In questa scelta originaria e costante, incarnata in situazioni e con modalità diverse, don Dino ha offerto il suo prezioso contributo ad un’altra opzione della Chiesa conciliare e post–conciliare, la scelta preferenziale per i più poveri. Scelta preferenziale non significa esclusiva: si tratta infatti, come notava spesso don Altana, di “una scelta che non esclude nessuno, ma anzi, diventando ecclesiale, è grazia per tutti, perché stimola tutti ad una ricerca affettuosa dei più bisognosi e abbandonati e quindi porta alla salvezza attraverso l’esercizio dell’amore e del servizio” (D. Altana: “Don Dino, il suo messaggio e la sua opera”, 1992). Per terminare, se ci chiediamo da dove don Dino ha attinto la sua predilezione per la povertà e per il servizio, dobbiamo risalire alla povertà rigorosa ma ospitale, vissuta durante l’infanzia, in famiglia: don Dino per anni è andato a scuola a piedi scalzi, con le scarpe in spalla, ogni giorno, da Masone, suo paese natale, a Reggio (16 km per l’andata e il ritorno); il padre Giacomo, che era carrettiere, ospitò per anni, d’inverno, una famiglia di zingari sotto il portico del fienile; la madre Caterina aveva accolto di buon grado come figlia, la piccola Rosa, una trovatella, che si aggiunse agli altri 10 figli. Per questo, forse, era normale per don Dino riempire la casa di ex–carcerati, zingari, gente senza dimora fissa; ed era impensabile santificare le feste senza la presenza di qualche ospite a pranzo. Ma le sue umili e semplici origini familiari non spiegano, da sole, questa sua predisposizione. La sua teologia della carità, ispirata dai testi dello Chevrier e del Marmion, si nutriva della contemplazione quotidiana del Cristo povero, servo, crocifisso, offerto, presente, tanto nel sacramento dell’altare quanto nel sacramento dei poveri. In effetti, dietro e sotto il don Dino pubblico, brillante, creativo, infaticabile, si nascondeva, ma per noi era visibilissimo, il don Dino orante e contemplativo, “prete di tabernacolo e di rosario, dalle ginocchia piagate, prete fermentato nel vino della Messa”, prete innamorato di Cristo e dei suoi misteri, prete amante perciò del suo corpo mistico e delle sue membra più deboli e bisognose. Ad oltre vent’anni dalla sua morte (27 settembre 1983, giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di S. Vincenzo de’ Paoli, l’apostolo dei poveri, al quale don Dino si era sempre ispirato), in vari ambienti ecclesiali, nazionali ed internazionali, e in altrettanti ambienti di pastorale specifica (carceri, mondo dei Sinti e dei Rom, circhi, luna park) la memoria di don Dino resta più viva che mai. Sono invece, purtroppo, le giovani generazioni ad ignorarlo. In questi anni, non sono stati pochi i vescovi, primo fra tutti Mons. Caprioli, i sacerdoti e i laici a rimproverarci di essere “figli irriconoscenti”, troppo di–screti nel tenerne viva la memoria. è che i Servi della Chiesa non possono dimenticare alcune parole infuocate di don Dino stesso, contrario a quello che lui chiamava “il mito del fondatore”. Eppure, a più di vent’anni dalla morte, vari segni ed eventi ci sollecitano ad assumere anche questa responsabilità. Per questo, nell’anno centenario della sua nascita (7 settembre 1905–2005), abbiamo deciso, per il bene della Chiesa, dell’Istituto stesso e della società, di chiedere al Vescovo di Reggio Emilia l’introduzione dell’iter diocesano per la causa di canonizzazione. E proprio il 15 ottobre 2005, al Palazzetto dello Sport di Reggio Emilia, al termine della Messa celebrata per la festa della Congregazione Mariana delle Case della Carità, fondata da Mons. Mario Prandi di Reggio Emilia, Mons. Caprioli ha annunciato con enfasi il “nihil obstat” della Sacra Congregazione per il Culto dei Santi riguardante l’apertura dell’iter diocesano per la canonizzazione di don Dino Torreggiani. Il “Comitato attore”, una volta riconosciuto e approvato dal Vescovo, inizierà il suo lavoro di ricerca e di raccolta di materiale e di testimonianze, favorevoli e contrarie. Poi spetterà agli organi ufficiali e competenti della Chiesa fare il necessario discernimento. L’iter sarà lungo. Chi vivrà, vedrà, ma nessuno ci perderà…

 

Don Francesco Bonifacio, vittima delle foibe, presto beato.

Rapito dalla guardie di Tito, venne ucciso “in odio alla fede” nel 1946 di Mirko Testa CITTA' DEL VATICANO, martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- Con il decreto firmato recentemente da Benedetto XVI, la Chiesa di Roma ha riconosciuto il “martirio in odio alla fede” di don Francesco Bonifacio, un sacerdote istriano, vittima delle foibe, che per la sua bontà e generosità veniva chiamato in seminario “el santin”. In questo modo verrà presto iscitto all'albo dei beati, questo sacerdote ucciso nel 1946 all'età di trentaquattro anni, la cui causa di beatificazione era stata avviata nel 1957 dall'allora Arcivescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin. La storia delle foibe è legata al trattato di pace firmato a Parigi il 10 Febbraio 1947, che impose all’Italia la cessione alla Jugoslavia di Zara – in Dalmazia –, dell’Istria con Fiume e di gran parte della Venezia Giulia, con Trieste costituita territorio libero tornato poi all’Italia alla fine del 1954. Dal 1943 al 1945 le truppe jugoslave del maresciallo Tito, in collaborazione con i comunisti italiani, commisero un’opera di vera e propria pulizia etnica mettendo in atto gesti di inaudita ferocia. Migliaia di persone vennero giustiziate e gettate nelle cosiddette "foibe", le cavità carsiche profonde fino a 200 metri. Gli storici parlano di quattromila persone, ma i sopravvissuti indicano un numero di molto superiore, fino a ventimila. In quell'epoca, 350.000 italiani abbandonarono l’Istria, Fiume e la Dalmazia. Intere famiglie italiane vennero massacrate, molti vennero legati con il filo spinato ai cadaveri e gettati nelle voragini vivi. Furono almeno 50 i sacerdoti uccisi dalle truppe comuniste di Tito. Nella sola foiba di Basovizza, a pochi chilometri da Trieste, una delle poche foibe rimaste in territorio italiano, sono stati ritrovati quattrocento metri cubi di cadaveri. Per decenni questa barbarie è stata coperta con i silenzi, mentre negli anni Novanta l’attenzione per il tema è aumentata fino a che il Parlamento italiano, con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, ha istituito il "Giorno del Ricordo", per conservare la memoria della tragedia delle foibe. In quel clima di terrore civile portato avanti spesso con lo strumento della persecuzione religiosa padre Bonifacio recava conforto alla gente delle colline tra Buie e Grisignana, nell'attuale Croazia, e raccoglieva attorno a sé i giovani, dando vita a un'Azione Cattolica locale. Nato a Pirano (Istria) nel 1912, da una famiglia umile e profondamente cristiana, e secondo di sette figli, Francesco ricevette l'ordinazione sacerdotale il 27 dicembre 1936, nella cattedrale di San Giusto a Trieste. Dopo un primo incarico a Cittanova, assunse la responsabilità della curazia di Villa Gardossi, che raccoglieva diverse frazioni sparse nella zona di Buie. Don Francesco si fece subito amare, promuovendo numerose attività, visitando le famigle, gli ammalati, e donando quel poco che aveva ai poveri. Il suo impegno lo rese un prete troppo scomodo per la propaganda antireligiosa della Jugoslavia di allora, ma nonostante le intimidazioni proseguì fino alla fine per la sua strada. E' la sera dell'11 settembre 1946 e don Francesco Bonifacio sta rincasando da Grisignana. A un certo punto viene fermato da due uomini della guardia popolare. Chi li vide raccontò che sparirono insieme nel bosco. Il fratello, che lo cercò immediatamente, venne incarcerato con l’accusa di raccontare delle falsità. Per anni la vicenda è rimasta sconosciuta, finché un regista teatrale è riuscito a contattare una delle guardie popolari che avevano preso don Bonifacio. Quest'ultimo raccontò che il sacerdote era stato caricato su un’auto, picchiato, spogliato, colpito con un sasso sul viso e finito con due coltellate prima di essere gettato in una foiba. Da allora i suoi resti non sono stati mai più ritrovati.

ENRICO REBUSCHINI, il santo depresso

Enrico Rebuschini nacque a Gravedona (Como) il 28 aprile 1860, secondo di cinque figli in una famiglia della buona borghesia lombarda. Sui diciott’anni, Enrico, pure gratificato dal successo negli studi, non era un ragazzo sereno e attraversava momenti prolungati di tristezza. Alle prospettive mistiche si univano ansie spirituali. Lui sentiva il richiamo alla vita religiosa, ma era un discorso che al papà dava sui nervi, perché aveva altre mire per il suo Enrico. Seguirono tentativi di sistemazioni diverse, nelle quali, pure cercando di impegnarsi, di fatto si trovava a disagio perché non aveva scoperta la sua strada e riemergeva il desiderio verso una donazione totale. Dovrà convincersi anche il padre, che alla fine permette al figlio, già ventiquattrenne, di entrare nel seminario di Como. Date le sue qualità, viene inviato al Collegio Lombardo di Roma per frequentare gli studi teologici all’Università Gregoriana. Riesce lodevolmente negli studi, e stimato dai superiori, eppure Enrico viene ripreso da una crisi più grave di depressione e deve ritornare in famiglia. Si sentiva incerto, diffidava di sé, era anche inceppato nella parola. Ricoverato per un certo periodo in una casa di cura, scriverà dopo anni: "Là Dio operò la mia salute con darmi confidenza nella sua infinita bontà e misericordia". Il sofferto ricupero viene attribuito dal Rebuschini all’intervento liberante di Dio e di Maria santissima. Ci saranno in seguito delle ricadute, sempre concomitanti con uno stato di affaticamento, ma meno gravi e più brevi. Come per San Camillo la piaga ulcerosa ê stata la via che ho ha condotto agli ammalati, così per il nostro Enrico la crisi lo aiuterà a sensibilizzarsi verso i malati e a orientarsi verso la vocazione camilliana. Ripreso l’equilibrio psicologico, Enrico si impegna spiritualmente e riprende l’abitudine di visitare i bisognosi, abbinando l’erogazione di sussidi al supporto morale e religioso. Apprezzando tate sensibilità, il suo confessore lo orienta verso i Camilliani, l’istituto religioso dedicato all’assistenza dei malati. Sarà pregando davanti al quadro di S. Camillo de Lellis, nella chiesa parrocchiale in Como di S. Eusebio, che Enrico, come confidò poi a suo cugino, ebbe come una folgorazione che gli illuminò la strada. II santo è ritratto davanti al Crocifisso, che staccando le braccia dalla croce gli dice: "Continua, l’opera non è tua, ma mia". Enrico ritiene rivolta a sé quell’esortazione e, a 27 anni, decide di presentarsi al noviziato dei Camilliani a Verona. Con particolare dispensa, ancora durante il biennio di noviziato viene ordinato sacerdote dal Vescovo di Mantova, mons. Giuseppe Sarto (il futuro papa San Pio X), il 14 aprile 1889. Nella festa dell’Immacolata 1891 emette la professione religiosa definitiva. Per un decennio svolge il suo ministero a Verona, dapprima come vicemaestro e insegnante dei novizi; poi si prodiga come assistente spirituale agli infermi negli ospedali Militare (1890-95) e Civile (1896-99) della città. Il 1 maggio 1899 p. Enrico arriva a Cremona, nella Casa di cura S. Camillo, dove rimarrà fino alla morte. Per il suo spirito di servizio ai confratelli viene confermato per undici anni superiore della comunità e per trentaquattro anni amministratore-economo. Quarant’anni di vita e di operosità, in cui senza far rumore, ma con l’eloquenza dell’esempio e della bontà, s’e guadagnato la stima e l’affetto di tutta la città e il soprannome popolare di "Padrino santo". Il 23 aprile 1938, dopo aver celebrato presso un malato grave, ritorna a casa con un forte raffreddore, cui non da importanza. Due giorni dopo è a letto con broncopolmonite. L’8 maggio chiede l’Olio Santo. Il 10 rende l’anima a Dio. Aveva 78 anni. Il 4 maggio 1997 viene proclamato beato da Giovanni Paolo II. La spiritualità del Beato Enrico La santità “feriale” Richiamando le figure dei beati e dei santi, si esaltano soprattutto le opere e Ia dottrina, quasi costituiscano l’aspetto principale della santità. Ma essi non sono diventati santi per queste manifestazioni esterne. Il nostro Beato ci svela il segreto della santità "feriale", ossia della santità vissuta nella quotidianità dell’esistenza. Lo scrittore Alessandro Pronzato ha così felicemente sintetizzato il suo identikit: "Uno come noi eppure tanto diverso da noi". Ossia non ha compiuto azioni straordinarie, ma ha vissuto con straordinaria spiritualità la vita di ogni giorno. Era un religioso mite, umile, silenzioso, sempre disponibile ad aiutare i confratelli, i malati, i poveri, anche quando poteva ben sapere che qualcuno abusava della sua bontà. "Ovunque è passato — ricorda mons. Giulio Nicolini, vescovo di Cremona —, il beato Enrico ha lasciato il ricordo di una vita religiosa esemplare; una vita vissuta nel silenzio, nella preghiera, nell’umiltà e nella carità, in una parola nella santità quotidiana, concreta, reale, che può essere imitata e praticata da tutti coloro che vogliono impegnarsi nel servizio generoso e incondizionato a Dio e al prossimo, in particolare dei bisognosi e dei malati". È stato l’uomo della preghiera e del servizio. La donazione ai malati La maturazione spirituale del nostro Beato è iniziata nella sofferenza per le deprimenti crisi depressive. Anche dopo il sacerdozio ebbe un’altra prova, pare l’ultima, di esagerato senso di colpa. La depressione può rinchiudere la persona in se stessa e provocare comportamenti rigidi e difensivi. Enrico ha valorizzato la prova con umiltà e fiducia in Dio, trasformando il lato debole della sua personalità in particolare sensibilità verso coloro che soffrono e delicata comprensione nel ministero della confessione. Riuscì a realizzare un comportamento sereno e una capacità di donazione straordinaria. Nei mesi che precedettero l’entrata nell’Ordine dei Camilliani, lasciò scritto nel diario: "Offro per il mio prossimo tutto me stesso e la mia vita". E fu fedele a questa donazione, particolarmente verso i malati, donazione che partiva da una intensa vita di comunione con Dio. Nel servizio ai malati applicava la raccomandazione di San Camillo: "Servire i malati come fa una madre con il suo unico figlio infermo". Sua caratteristica era il tratto delicato, riguardoso e caritatevole verso tutti. Sempre di umore uguale, sereno, gentile e premuroso. Per quelli che erano lontani da Dio, faceva pregare e pregava insistentemente lui stesso in cappella. Più volte fu visto sostare in orazione prima di entrare in una stanza dove c’era un malato allergico ad ogni richiamo religioso. Poi, timidamente, si affacciava rivolgendo poche parole, ma per lui parlava il volto, lo sguardo che riflettevano spiritualità convinta e sensibilità fraterna e colpivano salutarmente. Un simile equilibrio, arricchito da una capacità di relazione autentica, fatta di sensibilità, manifesta la maturazione spirituale. Sulle orme del fondatore, San Camillo, evidenziava Giovanni Paolo II ai pellegrini accorsi a per la beatificazione del Rebuschini, "egli ha testimoniato la carità misericordiosa, esercitandola in tutti gli ambiti in cui ha operato". Il suo saldo proposito di "consumare il proprio essere per dare Dio al prossimo, vedendo in esso il volto stesso del Signore", lo impegnò in un arduo cammino ascetico e mistico, caratterizzato da un’intensa vita di preghiera, da un amore straordinario per l’Eucaristia e dall’incessante dedizione per gli ammalati e i sofferenti.

 

 

Juan Gerardi, martire 10 anni fa veniva ucciso in Guatemala Il 26 aprile 1998, nella casa parrocchiale di San Sebastian a Città del Guatemala, veniva ucciso il vescovo ausiliare Juan Gerardi, 75 anni, fortemente impegnato per la verità e la riconciliazione nel paese dopo gli anni sanguinosi della dittatura militare. A dieci anni di distanza, e a pochi giorni dal ricordo dei missionari martiri – vogliamo ricordarlo anche noi con le parole di mons. Alvaro Ramazzini, vescovo di San Marcos in Guatemala e attuale presidente della Conferenza episcopale, che in questi anni ne ha raccolto l’eredità. Sono passati dieci anni dal brutale assassinio del vescovo Juan Gerardi. Lui è stato un buon pastore, convinto difensore dei diritti dei più poveri e degli indifesi. Uomini e donne che per anni non hanno potuto alzare la voce per reclamare ed esigere rispetto per la loro dignità umana e per la loro condizione di figli e figlie di Dio. Nell’assassinio premeditato e astutamente pianificato contro di lui e contro molti altri che come lui si sono fatti araldi del vangelo della verità e della giustizia – come nella crocifissione e morte di nostro Signore Gesù Cristo, pianificata e voluta dalle autorità religiose ebraiche del tempo in connivenza con Pilato, rappresentante dell’imperatore a Gerusalemme – dobbiamo vedere, al di là degli elementi storici e delle circostanze, un significato più profondo, comprensibile solo dal punto di vista della fede. Gesù è passato per questo mondo “facendo il bene”. Tutta la sua vita, le opere, le parole, sono un’espressione chiara e coinvolgente dell’amore di Dio. Perché allora è stato crocifisso? Qual’è stata la ragione della sua morte? Sono le stesse domande che assediano i nostri pensieri a dieci anni dall’assassinio del vescovo Gerardi: perché? Se c’è qualcosa che ha caratterizzato la sua vita è stata la sua passione per la verità, la giustizia, la libertà e l’amore per i poveri e gli esclusi. Infaticabilmente, fino all’ora della morte, ha cercato di aprire spazi che offrissero alla società guatemalteca un’alternativa di vita e non di morte. Annunciava e difendeva il valore della vita umana, come parte essenziale del progetto di Dio, contro tutto ciò che la distruggeva. Sognava una pace stabile e duratura nel quadro di una riconciliazione che sanasse le ferite profonde provocate dal conflitto armato. Amava profondamente il suo popolo e cercava il bene comune, che non si raggiunge senza manifestare la forza della verità e senza portare allo scoperto tutto ciò che si oppone alla volontà di Dio. “Il nostro cammino – aveva detto due giorni prima di essere ucciso, presentando pubblicamente nella cattedrale di Città del Guatemala i risultati delle indagini sulla storia della violenza del Paese – è stato e continua ad essere pieno di rischi, ma la costruzione del Regno di Dio comporta dei rischi e solamente i suoi edificatori hanno la forza di affrontarli”. Come lui, i martiri e i testimoni della fede danno ragione alla croce di Cristo e rendono possibile la speranza di un futuro differente, di un’umanità rinnovata, di cieli e terra nuova. Hanno dato le loro vite affinché nei nostri popoli la speranza si mantenga sempre viva. Nella debolezza del loro corpo mortale hanno permesso che si rendesse presente la forza del Signore risorto. E così, anche se agli occhi dei loro assassini e persecutori la loro morte è stata inutile e ha rafforzato la loro arroganza e superbia, la verità è un’altra: loro vivono per sempre. Questa è la verità definitiva. Verità e storia definitive anticipate nella morte dei testimoni della fede, la cui testimonianza sarà sempre scomoda per coloro che sono “del” mondo, ma seme di vita nuova e di fortezza per coloro che credono in Gesù.

 

PER RICORDARE INSIEME (Monsignor Rahho,”vescovo del sorriso”)

 

 Chiesa e Missione, Brief

“Mons. Faraj, vescovo del sorriso, sono sicuro che tu ora sei in meditazione e che il tuo pensiero vaga pur in un angusto spazio... Sono sicuro che le domande che ti stanno ponendo ti investono con la violenza degli spari e che la tua lingua prova vergogna nel rispondere...Sono sicuro che tu puoi sentire l'odore dei tappeti da preghiera, il cigolìo della porta, il richiamo alla preghiera dai minareti nella stessa buia camera dove ti trovi. So che sei dispiaciuto di ascoltare parole ed insulti privi di senso che ti feriscono, ti fanno sentire straniero nella tua città e ti spingono a chiederti cosa puoi mai aver fatto nella tua vita da suscitare tanto odio. So che stai mangiando per abitudine e non per fame, e che il cibo che ti portano non viene da una terra irrigata da acqua o sudore ma da sangue”: sono brani una lettera in cui padre Douglas Al Bazi - sacerdote cattolico caldeo di Baghdad, rapito nel novembre del 2006 e rilasciato dopo 9 giorni di sequestro - si rivolgeva al vescovo di Mossul, monsignot Faraj Paulus Rahho, rapito il 29 febbraio; era stata pubblicata dal blog “Baghdadhope” e ripresa dal Servizio informazione religiosa (Sir) della Conferenza episcopale italiana una settimana fa. Oggi, sul sito del blog, dove con una particolare iniziative sono state accese 66 candele da persone di 11 paesi, in prima pagina si legge tra l’altro: “Le candele che abbiamo acceso in questi giorni per la sua liberazione rimarranno come testimonianza dell'affetto che molte persone avevano per lui. L'invito di Baghdadhope è quello di continuare ad accenderle per dimostrare la nostra vicinanza alla Chiesa Caldea irachena..”. Padre Douglas concludeva:”Eccellenza, ti stiamo aspettando, che tu faccia ritorno o meno. Tu sei un martire, un testimone della Fede. Alzati e torna da noi. I tuoi figli ti stanno aspettando”.

Era un pastore semplice, pieno d’amore e di zelo per il suo mandato. Una persona pacifica e molto coraggiosa”: monsignor Benjamin Sleiman, arcivescovo latino di Baghdad, racconta alla MISNA chi era monsignor Paulos Farj Rahho, arcivescovo caldeo di Mossul, rapito il 29 febbraio, e il cui corpo senza vita è stato ritrovato poche ore fa. “Forse non era particolarmente erudito: parlava solo l’arabo, non che questo abbia importanza, voglio solo dire che era una persona alla mano - continua il vescovo Sleiman facendosi sfuggire nella voce una tono di complice affetto nel ricordale monsignor Rahho - Aveva una grande sensibilità pastorale, mosso da un profondo sentimento di vicinanza con la gente. E questo traspariva anche dalla sua aria un po’ bonaria”. “Voglio dire con chiarezza - sottolinea l’interlocutore contattato nella capitale irachena - che il vescovo Rahho è stato un martire. In questa guerra si sente spesso tanti usare questa parola, ma lui è un vero martire: è stato fedele al suo mandato, è rimasto a vigilare sulla sua comunità in giorni pieni di paura e pericoli per i cristiani, molti dei quali sono fuggiti; restano i più poveri, quelli che non saprebbero dove andare e chi spera ancora nel futuro: l’arcivescovo Rahho è rimasto con loro". Sulla situazione a Mossul, monsignor Sleiman aggiunge : "I cristiani hanno vissuto per secoli con i musulmani in queste terre, pacificamente, con rispetto reciproco. Ora c'è chi vuole spaventarci e cancellare questa esperienza. È molto angoscioso". L’arcivescovo latino di Baghdad dice anche di avere temuto fin da subito il drammatico epilogo del sequestro: “Risultava a tutti molto sospetto il comportamento dei rapitori. Chiunque abbia visto la sua auto crivellata di colpi, e l’uccisione dei tre accompagnatori, ha temuto che il vescovo fosse stato ferito, se non addirittura ucciso, in quei momenti e che poi i sequestratori abbiano solo preso tempo, sperando di ottenere il denaro. Ma questo lo potranno verificare solo i medici”.

Si deve ricordare che il sequestro del prelato avvenne alla fine di una vasta operazione di ‘pulizia’ della città compiuta dall’esercito americano. Ciò dimostra chiaramente che questo genere di metodi non costituisce una soluzione per pacificare il paese. Sottolineo il silenzio assordante degli americani dopo l’annuncio del rapimento”: lo scrive monsignor Philippe Brizard, direttore generale dell "Œuvre d’Orient” (Opera d’Oriente), istituita in Francia nel 1856, riconosciuta due anni dopo dalla Santa Sede come ‘opera della Chiesa’, attiva in 21 paesi per il sostegno dei cristiani d’Oriente. «E’ un’azione cinica, inammissibile, che sottolinea l’assenza di rispetto per l’uomo. Ancora un prete ucciso! Ammazzare un uomo di Chiesa diventa banale. I cristiani sono cittadini come gli altri in Iraq. Hanno diritto a sicurezza e rispetto. E’ inconcepibile che siano minacciati, depredati, rapiti, assassinati". Monsignor Brizard, che in febbraio, in visita in Iraq, era stato sconsigliato di recarsi a Mossul, ricorda anche il ruolo dei cristiani in Iraq sempre dalla parte della verità e della giustizia senza mai far ricorso a mezzi violenti. Sulla stessa pagina del sito dell’Opera - che ha come motto "I cristiani di Francia per i cristiani d'Oriente" - si afferma anche che, secondo una fonte locale, monsignor Rahho era morto probabilmente da cinque giorni “e il suo corpo non presenterebbe alcuna traccia di colpi o di ferite”, un particolare che potrà essere confermato soltanto quando saranno resi noti i risultati dell’autopsia.

( Da MISNA 14.03.08)

 

 

 

DON DANILO CUBATTOLI (1922-2006)

di VINCENZO ARNONE

Don Danilo Cubattoli era un prete fuori dal comune: ha portato la sua attenzione di pastore in ambienti non certo attraenti come il carcere, in uno stile che richiama molto quello di san Filippo Neri. Amico degli ultimi, amante delle sde (anche ciclistiche), ma pure di grandi nomi della società e della Chiesa. Un ricordo indelebile lasciato nella diocesi di Firenze, in cui ha vissuto e svolto un ministero molto originale.

 

In memoria del prete volante

C‘era una volta, nella città di Firenze, don Danilo Cubattoli, che tutti chiamavano don Cuba. Potrebbe iniziare così, con queste parole dal sapore arcaico e leggendario, il profilo esistenziale e morale di don Cuba, sacerdote della diocesi di Firenze,

nato nel 1922 e morto il 2 dicembre 2006. E un simile attacco non sarebbe motivato

soltanto per un vezzo letterario, ma dalla realtà dei fatti poiché a Firenze don Cuba

era un personaggio, una leggenda, al di fuori degli schemi, ma innamorato di Gesù

Cristo e della Chiesa e della sua Chiesa fiorentina in particolare. Tale alone da leggenda se lo portò dietro, sia per il suo carattere estroverso, gioviale, ottimista, sia perché per ben ventisei anni è stato cappellano delle carceri di Sollicciano, negli anni in cui terroristi, mafiosi, extracomunitari affollavano le celle del carcere, sia perché seguì da vicino l’intera vicenda del cosiddetto mostro di Firenze, nell’imputato Pacciani. Don Cuba, dal carattere fresco, genuino e affabile come quello di un montanaro, in mezzo a tutte queste vicende drammatiche ci stava bene, come un vero amico che cerca di tirare su l’animo depresso e sconfortato. Si direbbe quasi, a volere richiamare un grande scrittore come Gustave Flaubert nel suo delizioso racconto Vita e lavori del reverendo padre Cruchard, che egli da una vita semplice e spontanea, poco alla volta, riusciva a conquistarsi la simpatia e la fiducia di uomini di tutte le categorie sociali. Basterebbe solo scorrere i titoli dei giornali, alla sua morte, per rendersi conto di ciò che don Cuba era per la città di Firenze: “Muore don Cubattoli, il prete ciclista, angelo per i detenuti” (La Nazione), “Don Cuba: un cercatore di perle nascoste, appassionato di cinema e amico di registi. Don Cuba un arcobaleno per tutti”(Toscana oggi).

«Ogni uomo è mio fratello»

Nato nel 1922 a Tavarnelle Val di Pesa e ordinato sacerdote nel 1948, fu vice parroco a Ronta Vicchio, nel Mugello, dopo di che lavorò a Firenze tra i ragazzi di strada di San Frediano (zona di Firenze così tanto cara allo scrittore Vasco Pratolini che la riprese nei romanzi Le ragazze di San Frediano e Metello), in seguito fu nominato cappellano dell’Onarmo e poi assistente delle carceri. Una strada pastoralmente e culturalmente parlando lastricata di tanti nomi illustri che don Cuba non solo conobbe, ma cui fu anche vicino e amico: il cardinale Elia Dalla Costa (il quale scherzosamente amava dire che don Cuba era stato a lui ubbidiente perché lui [il cardinale] aveva sempre ubbidito a don Cuba), Giorgio La Pira don Facibeni, il cardinale Piovanelli e negli ultimi anni il cardinale Antonelli. E assieme ai nomi (quelli citati e altri) le esperienze pastorali vivaci, battagliere che animarono anni del Concilio e del dopo Concilio. E in campo laico, altri nomi a cui don Cuba è stato vicino, Gino Bartali anzitutto, poi Pasolini, Fellini Zeffirelli, Olmi, Benigni... L’11 maggio 1952 la Domenica del Corriere gli dedicava la copertina perché egli aveva sfidato un gruppo di giovani comunisti a una gara ciclistica da Firenze a San Casciano; vinse don Cuba e i giornali. del momento lo chiamarono “il prete volante”. E un poeta popolare gli dicò dei versi: «Anno cinquantadue, mese di maggio, / un gruppo di ragazzi in San Frediano / montano in bicicletta e con coraggio / sfidano “il Cuba” fino a San Casciano.. / Filava “il Cuba” che pareva il vento, / quel vento che rinfresca a primavera / Galluzzo, Tavernuzze….e in un momento / in fondo al gruppo: una tonaca nera...». Era un modo, come amava dire lui stesso di sé, di essere prete per quelli che i preti non li vogliono. E don Averardo Dini, suo amico e coetaneo, scrisse: «Don Danilo Cubattoli era un prete fiorentino di razza straordinaria ed ha speso tutta la sua vita accanto a coloro che tutti tengono lontani perché giudicati un pericolo pubblico, meritevoli solo di restare in carcere. La pastorale per le parrocchie non era pane per i suoi denti. Il carcere è un postaccio per annunciare il Vangelo, che è un messaggio di libertà. Eppure don Cuba si trovava a suo agio in nome del principio che dice:ogni uomo è mio fratello».

 

Portare allegria anche in un ambiente drammatico.

Don Cuba è stato uno di quei preti che non ha lasciato nulla di scritto (niente libri, opuscoli...); ha solo parlato, fatto, agito, sorriso, abbracciato carcerati, poveri, operai, è stato il prete dell’oralità. Questo è già tanto. È un testamento morale e orale che non andrebbe perduto: la memoria dei buoni, dei miti, dei retti dovrebbe insegnare molto a tutti noi. Ecco perché a poco più di un mese dalla sua morte la città di Firenze si è stretta attorno alla sua figura. Il 19 gennaio 2007 il sindaco Leonardo Domenici si è fatto promotore in Palazzo Vecchio, di una manifestazione in onore di “don Cuba: arcobaleno per tutti”. Le relazioni dello stesso sindaco, del cardinale Piovanelli, che è stato suo compagno e amico, del giornalista fiorentino Pier Francesco Listri, del salesiano don Giorgio Bruni, hanno cercato di ridare voce alla personalità spirituale di don Cuba, nella rievocazioni di episodi, fatti ed eventi grandiosi nella loro ordinarietà. Il sindaco ha proposto addirittura di dedicargli una strada di Firenze. E il 29 gennaio, al teatro del Cestello, accanto al Seminario diocesano, le Acli hanno organizzato un altro incontro: “Per Danilo Cubattoli, un ricordo di don Cuba”, con relazioni di Gabriele Parenti e del cardinale Piovanelli. In tale occasione è stato letto il testamento spirituale di don Cuba, in cui tra l’altro si trova scritto: «Cari amici e parenti tutti, miei confratelli nel sacerdozio e mio carissimo Cardinale, vi ringrazio dal profondo del cuore per l’affetto che mi avete sempre voluto e che per me è stato come il tangibile volto del Signore, capace di riempirmi sempre di gioia e di fede certa nella sua misericordiosa bontà. Vi chiedo perdono per quanto non ho saputo ricambiare... Vi prego di non piangere, a me non riusciva, ma fate festa, cantate, godete questa splendida vita che il Signore ci dona ogni giorno; io confido tutto nel suo immenso amore per noi peccatori e mi fido di Lui che ho visto tante volte portare la dura croce della carcerazione. Sono anche sicuro dell’aiuto di tutti i nostri Santi fiorentini e toscani, specie del mio san Filippo Neri e del mio splendido Angelo Custode, amico fedele e formidabile». Ecco, forse se a un santo fiorentino possiamo accostare la figura di don Cuba, questo sarebbe proprio san Filippo Neri, il santo delle burle, dei giovani, dei ragazzi o dei carcerati, che lui, don Cuba, riusciva a far ridere anche in un ambiente, per tanti aspetti, drammatico.

(Da: Vita Pastorale N. 2, 2008)

 

 

 

 

Nessun caso Bregantini. La promozione anche nell'interesse del vescovo
 

Il giorno dopo il trasferimento di mons. Giancarlo Maria Bregantini da Locri a Campobasso rimangono le dichiarazioni sopra le righe di alcuni (anche collaboratori), la riaffermazione del valore dell'obbedienza da parte del vescovo, la tristezza di una terra che vede partire un uomo amato e stimato, ma soprattutto la ridda di analisi su retroscena che in realtà non esistono. Si è detto che mons. Bregantini fosse troppo esposto anche nell'opinione dei vescovi calabresi, che abbia dato fastidio alla criminalità e ai poteri occulti, alludendo alla disponibilità della Santa Sede ad avvallare simili pressioni. In realtà, da quanto Korazym.org apprende il trasferimento-promozione sarebbe maturato anche nell'interesse dello stesso Bregantini. L'idea di assegnargli una diocesi più grande (che in ogni caso gli darà modo di avere un ruolo più significativo anche all'interno della Conferenza episcopale italiana) rientra nella volontà di garantirgli un periodo più tranquillo dopo anni di esposizione in prima linea. E non vi è nessun rischio che la sua opera venga ridimensionata, anche perché i progetti di promozione e formazione dei giovani sono diventati ormai un modello, presente tra l'altro in molte altre diocesi della Calabria, a cominciare da Palmi e Rossano.Rimane comunque l'aspetto umano della vicenda, sia per i fedeli che per l'uomo, in Calabria da più di 30 anni, prima come studente, poi come parroco e vescovo. Sono i sentimenti che emergono dalle sue stesse parole. “Non ci sono giochi oscuri, - ha detto ieri mons. Bregantini, incontrando i fedeli - né della Massoneria o della `ndrangheta o del potere, o ricatti, invidie o gelosie. Capisco i toni appassionati di questi giorni ma tutto va riportato dentro i canali normali dell'obbedienza". E ancora: ''Il disegno misterioso del Signore per cui il Papa mi ha chiamato a Campobasso. Mi avete accolto come un figlio di questa sofferta e dignitosa terra e allo stesso tempo come Padre di consolazione e di speranza. Insieme abbiamo sofferto e gioito per i semi di speranza rilasciati lungo sassosi e insanguinati percorsi che adesso sono diventati giardino''. Poi un ultimo passaggio sulla obbedienza: "Avrei potuto dire no al Santo Padre, ma se non avessi obbedito, cosa mi avrebbero potuto dire i tantissimi parroci che ho trasferito in questi 13 anni di mia permanenza nella diocesi di Locri-Gerace?. Chi obbedisce si santifica. L'obbedienza è principio di ogni virtù e crea sempre la pace''.

Concetti ripresi anche con i giornalisti. “Fosse dipeso da me non avrei mai lasciato Locri; – ha detto - penso che valga per tutti coloro che hanno un incarico nella Chiesa quello di restare dove si opera". Un'occasione per fare anche un bilancio di questi anni: ''Non sono mai stato né un eroe, né un vescovo anti 'ndrangheta, ma ho solo dato voce alle parole dei fedeli. Sono

convinto che la mia partenza dalla Locride sia simile ad un albero potato ma non tagliato. Un albero che se sarà bene innestato darà frutti ancora più rigogliosi. La gente della Locride però non ha solo bisogno di buoni samaritani o di olio consolatorio, ma anche di buoni seminatori''.

Il vescovo pensa alle istituzioni e alla politica che non sempre “riescono a cogliere i segni lanciati dalla gente con la stessa velocità della Chiesa". Infine una serie di appelli. Ai giovani ''per lottare sempre contro la logica del destino e vincere con fiducia la rassegnazione''; alle scuole ''perché siano capaci di educare sempre al bene, conquistando il futuro con dignita' e qualita'''; al mondo della politica ''affinché ami questa terra con serio e leale impegno per dare stabilità e motivazioni di crescita verso il bene comune come insieme tante volte abbiamo sognato''. E anche ai “fratelli deviati dalla mafia”, “perché la misericordia di Dio non si scandalizza del peccato”. Anzi, conclude il vescovo, “Gesù si ferma proprio nella casa di Zaccheo perché non è bloccato dai pregiudizi della gente, né dall'orrore del male compiuto da quest'uomo e va in cerca della pecorella smarrita. Fate ritorno alla pace di Dio, nelle vostre famiglie, con azioni di coraggio e di perdono, vero profumo per i nostri paesi, rinunciando apertamente alla disonestà in tutte le sue forme perché siete chiamati a più nobile bellezza''.

Detto questo, il trasferimento di mons. Bregantini continua a far discutere. Tra le tante reazioni, quella della diocesi di Locri che accoglie la notizia “con vivo e profondo rammarico”, esprimendo al vescovo “immensa gratitudine” e di mons. Giuseppe Agostino, che da arcivescovo di Crotone ha ordinato mons. Bregantini sacerdote e poi vescovo. "Non bisogna guardare al trasferimento con troppa fantasia; - dice - è stato promosso perché la Chiesa ha tenuto conto del suo grande impegno a livello sociale e antimafia, lo ha considerato un elemento positivo. Forse voleva farlo riposare, le considerazioni sono molteplici e d'altro canto non bisogna dimenticare che è stato più volte oggetto di attentati". Aspetto a cui allude anche un altro ex vescovo di frontiera, mons. Antonio Riboldi, che per tanti anni ha guidato la diocesi di Acerra. "Bregantini per tanti aspetti mi ricorda don Puglisi - afferma il presule - Due sacerdoti che hanno picchiato duro contro la criminalità e si sono battuti per restituire ai fedeli la speranza. Però don Puglisi è stato fatto fuori e temo che Bregantini corresse lo stesso rischio. La Chiesa però non ha bisogno di martiri, ma di servi". Quello che è capitato all'amico destinato all'arcidiocesi di Campobasso, monsignor Riboldi lo ha già vissuto tanti anni fa, quando fu destinato nel Belice. "Mi sentii bastonato ed immagino, anzi ne sono sicuro per avergli parlato, che anche Bregantini vive il suo trasferimento con una grande sofferenza. Siamo comunque nelle mani di Dio e per quanto certe decisioni ci possano sembrare dure vanno rispettate ed eseguite". Ora che il vescovo anti clan non sarà più nella Locride, don Riboldi si augura che "chi subentrerà raccolga il suo testimone. Bregantini ha già seminato tanto, bisogna continuare sulla strada che lui ha tracciato, avendo il coraggio di insistere".

 

 

 

Una vita al servizio dell’unità     
 

 di Carla Cotignoli

 

Pensando di fare cosa gradita ai nostri lettori e in attesa del numero speciale della nostra rivista nei prossimi mesi sulla figura di don Silvano Cola, trascriviamo l’articolo apparso in seguito alla sua dipartita nel quotidiano «L’Osservatore Romano», in data 1° marzo 2007.

«Questo mi pare importante: avvicinarsi al sacerdozio sperando di essere capaci di morire a se stessi per quanti incontriamo… essere soltanto amore. Tutto il Vangelo è lì. Essere comunione salva te e salva tutti».

Queste parole suonano ora come un testamento spirituale. Sono quasi un distillato dell’esperienza di oltre 50 anni di sacerdozio di Don Silvano Cola, che ci ha lasciato all’improvviso, a 79 anni, il 17 febbraio. Ne aveva fatto dono ad un gruppo di seminaristi nel dicembre scorso, nel suo ultimo intervento in pubblico.

Proprio così era don Silvano. «Nel rapporto interpersonale aveva un rispetto profondo: non imponeva nulla, ma lasciava che ognuno maturasse le idee giuste dal di dentro, nel modo opportuno e con il tempo dovuto. Guadagnava consenso con mitezza. Era trasparenza viva del Vangelo». Era animato da «una perseveranza confidente, anche nelle prove più dure». Così ne delinea alcuni tratti mons. Pino Petrocchi, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, nel momento delle esequie.

Don Silvano Cola viveva al Centro sacerdotale di Grottaferrata (Roma) insieme ad altri presbiteri. Era stato la prima pietra del Movimento sacerdotale (diramazione del Movimento dei Focolari) che a tutt’oggi abbraccia 20.000 sacerdoti diocesani dei cinque continenti. Vi si era dedicato per oltre 40 anni con «generosità instancabile», come ha evidenziato Chiara Lubich, annunciando al Movimento la sua dipartita: «Avendoli amati li amò fino alla fine». E per don Silvano è giunto alla fondatrice dei Focolari anche un telegramma di condoglianze dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato.

Don Silvano aveva un’ intelligenza creativa e originale. Appena consacrato sacerdote nel 1950 – aveva poco più di 22 anni – si dedica ai giovani più abbandonati accolti nella Città dei Ragazzi di Torino. Ma dopo quattro anni entra in una crisi profonda. Affiora la tentazione di abbandonare il ministero sacerdotale.

Sarà nell’incontro con alcuni focolarini che inizia una nuova tappa della sua vita. Quando, nel dicembre 1965, viene promulgato il decreto conciliare Presbyterorum Ordinis sulla vita e il ministero sacerdotale, vi scopre una sintonia perfetta con quanto il carisma del Movimento aveva aiutato i sacerdoti a vivere: la centralità dell’amore reciproco, l’esperienza viva del Risorto da Lui promessa a due o più riuniti nel suo nome.

Gli anni precedenti il Concilio non erano stati anni facili: l’autorità ecclesiastica studiava a fondo il Movimento che, nel contesto preconciliare, portava con la sua vita e la sua spiritualità molte novità. Nell’estate del ’63, proprio a Torino, si incontrano per la prima volta i sacerdoti di tutta Europa e alcuni dei continenti che condividevano la spiritualità dell’unità dei Focolari. Il vescovo Mons. Stefano Tinivella, amministratore apostolico della diocesi, che era andato a visitarli, lascia don Silvano libero di trasferirsi a Grottaferrata e poi a Roma per servire il Movimento.

Nel ’64, Chiara Lubich gli consegna un arazzo raffigurante Gesù che lava i piedi agli apostoli. Affida così a don Silvano la nascente diramazione sacerdotale dei Focolari. E sarà ancora lui a seguire i primi passi della Scuola sacerdotale, inaugurata nell’autunno del 1966. Questa Scuola avrebbe offerto a presbiteri e seminaristi delle diocesi un tirocinio pratico di vita d’unità. E sempre nello stesso anno, sarà a lui che la fondatrice dei Focolari ancora affida gli inizi del Movimento parrocchiale e due anni dopo, del Movimento gen’s (per i seminaristi diocesani) negli anni difficili del post-Concilio.

Intensa l’attività intellettuale di don Silvano che si è segnalato per numerose pubblicazioni, specialmente nel campo della patrologia e della psicologia. In quanto psicologo, faceva parte della Scuola Abbà, il centro interdisciplinare di studio che, assieme a Chiara Lubich, sta enucleando le conseguenze culturali del carisma dei Focolari1.

Nel 1998 inizia una nuova avventura: in seguito al grande incontro di Giovanni Paolo II con i Movimenti ecclesiali e le Nuove Comunità in piazza s. Pietro, Chiara dà a don Silvano un nuovo incarico, insieme a Valeria Ronchetti, una delle sue prime compagne: la segreteria per la comunione tra Movimenti e Nuove Comunità all’interno della Chiesa. In stretta collaborazione con la fondatrice, don Silvano, negli anni successivi, ha saputo tessere una rete impressionante di rapporti di amicizia fra il Movimento dei Focolari e fondatori e responsabili di Movimenti di ogni parte del mondo.

Quale il segreto del sacerdozio vissuto da don Silvano? Lasciamo rispondere lui stesso. Al grande incontro del 30 aprile 1982 che aveva riunito, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, 7.000 sacerdoti, religiosi e seminaristi aderenti allo spirito dei Focolari, Chiara Lubich aveva parlato del sacerdote come «uomo del dialogo» e aveva indicato Gesù abbandonato come modello. Don Silvano, nel suo intervento, le aveva fatto eco:

«Ho capito in verità cos’è il sacerdozio, perché è proprio con l’abbandono e la morte in croce che Gesù ha generato la Chiesa assumendo in sé il peccato e il dolore universale. E mi sono detto: mia è dunque la lacerazione tra le chiese cristiane, mio il disorientamento dottrinale, mia l’incomunicabilità tra sacerdote e vescovo, tra sacerdote e sacerdote, tra sacerdote e laico, mia l’incomprensione del celibato, mia la tentazione razionalista, mia la menzogna esistenziale tra il predicato e il vissuto, mia la solitudine dei sacerdoti…». E aggiungeva: «Ma tutto questo dolore è Gesù, il suo dolore, è proprio quel dolore sacerdotale che se accettato e amato genera la Chiesa!».

Queste parole suonano in particolare sintonia con quelle di Papa Benedetto XVI che proprio in questi giorni, rispondendo ai seminaristi di Roma sui rischi del carrierismo, ha definito così il sacerdote: «Noi siamo tutti sempre solo discepoli di Cristo. La sua cattedra è la croce e solo questa altezza è la vera altezza».

È quanto don Silvano ha testimoniato fino alla fine.

Carla Cotignoli

 

 

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1)   Per maggiore completezza, l’autrice ha aggiunto questo paragrafo che non c’è nell’articolo pubblicato su «L’Osservatore Romano».

 

Padre Bossi: un eroe positivo
18/7/2007

Ecco una riflessione di padre Gheddo a proposito di padre Giancarlo Bossi, il missionario del PIME, rapito il 10 giugno scorso nelle Filippine.

Sono contentissimo che si parli molto di padre Bossi, perché viene alla ribalta un missionario - io lo conosco molto bene, ho visto anche dove lavora - che ha fatto tanto bene per la gente, per i poveri e che ha portato Gesù Cristo. Ha potuto fare del bene non solo aiutando i poveri, i bambini, i lebbrosi, ma anche convertendo i costumi, la mentalità e portando i valori nuovi come il perdono, il rispetto della donna, il senso del gratuito. Questi missionari che operano nel cosiddetto Terzo Mondo sono dimenticati! Si parla molto adesso di povertà dei popoli, di ingiustizie tra Nord e Sud ed è vero, è giusto che se ne parli molto. Tuttavia, quando si indicano i rimedi si dice sempre e solo che bisogna dare molti soldi. Ma lo sviluppo non viene dai soldi! I soldi sono indispensabili per mantenere, per dare da mangiare, ma lo sviluppo viene anche dal cambiamento di una mentalità profonda.

Padre Bossi può essere un esempio per i giovani in un periodo segnato anche da smarrimento, confusione. Sì, è un esempio padre Bossi e tanti altri missionari come lui, uomini e donne, preti, suore, volontari laici. Padre Bossi è un eroe positivo, un uomo che ha donato la sua vita agli altri, per amore di Cristo, di Dio, e ha realizzato delle cose notevoli per il benessere dei popoli che vivevano in una società, a volte disumana. Bisogna raccontare queste storie, bisogna fare delle fiction, dei racconti, delle interviste, in modo che si valorizzino gli esempi positivi dei missionari e dei volontari laici che vengono come missionari per donare la vita. Perché questi aspetti positivi della vita italiana non vengono portati molto più spesso alla ribalta?

Piero Gheddo

PIERRE CLAVERIE: DARE TUTTO

 

Pierre Claverie è andato fino in fondo nella propria testimonianza; la sua morte ha prodotto un profondo rimpianto in quanti lo amavano e condividevano con lui la medesima speranza della pace. Nel corso dei suoi funerali nella cattedrale di Orano si vedeva e si sentiva la sofferenza dei suoi amici musulmani e cristiani, e la nostra costernazione e desolazione per un simile evento. E tuttavia possiamo rallegrarci perché Pierre è andato fino in fondo: dare tutto, anche la propria vita, è il segno dell’infinita generosità di Dio che ha dato per noi tutto se stesso e che, un giorno, ci darà anche l’unità, la pace, la riconciliazione e il trionfo dell’amore su tutte le forze che lo vogliono distruggere. Siamo perciò pieni di riconoscenza per coloro che sanno dare tutto: nella loro vita e nella loro morte ci è data la speranza.
 

P. TIMOTY RADCLIFFE, O.P.

Maestro dell’ordine dei Predicatori


Il 10 agosto 1996, poco prima di mezzanotte, Pierre Claverie, vescovo di Orano, veniva assassinato assieme a un giovane algerino, musulmano, amico della comunità cristiana a cui rendeva volentieri dei servizi durante i mesi estivi. Ciò accadeva due mesi dopo la morte dei sette monaci trappisti di Tibhirine, destando una nuova ondata di sconcerto, in Algeria come all’estero: hanno osato, ancora una volta! Dopo quei religiosi e religiose che hanno dato la propria vita per il servizio al paese, dopo tutti gli algerini anonimi rimasti vittime innocenti di una violenza cieca, ecco che si colpiva ancora una volta ciò che l’Algeria ha di migliore. Poiché Pierre Claverie non è morto per caso, per il semplice fatto di essersi trovato lì. Egli è stato deliberatamente assassinato, proprio come qualche settimana o mese prima era successo a Abdelkader Alloula, direttore del teatro di Orano, a Mahfoud Boucebci, a Saìd Mekbel, a M’hamed Boukhobza, a Youssef Sebti e a molti altri: un artista, uno psichiatra, un giornalista, un economista, un poeta, questi uomini e tutti gli altri che sono morti con loro, erano l’élite dell’Algeria. Attraverso di loro, viene colpito ciò che di migliore il paese possedeva. Ebbene, chi era Pierre Claverie per meritare di essere annoverato in questo elenco? Di quali valori era portatore? In che cosa e per chi costituiva una minaccia?


Pierre Claverie è un figlio dell’Algeria. Iniziata a Bab el Oued nel mondo coloniale, tutta la sua vita si svolse in questo paese o, per meglio dire, su quell’impalpabile frontiera che unisce, o separa, le due rive del Mediterraneo. Nato nel 1938 da una famiglia di «pieds-noirs» i stabilitasi in Algeria da quattro generazioni, egli prese coscienza, a vent’anni, del dramma di aver vissuto fino allora rinchiuso in quella che egli chiamerà un giorno una «bolla coloniale». La Francia era a quel tempo divisa dalla questione algerina. «Forse perché ignoravo l’altro o ne negavo l’esistenza, un giorno mi è scoppiato in faccia, e ha fatto esplodere il mio mondo chiuso che si è disfatto nella violenza e come poteva essere altrimenti? —, e mi si è imposto con forza», scriverà quarant’anni più tardi 2 Quella scoperta lo avrebbe condotto, attraverso un cammino sofferto, a voler tornare nel suo paese d’origine, ma in un altro modo. Imparando con passione la lingua araba e accostandosi all’islam, egli ritorna e prende a vivere la sua vita d’uomo allacciando con il paese e, ancor più, con il popolo algerino una relazione di una rara intensità, che potremmo quasi dire carnale. «L’emergere dell’altro, il riconoscere l’altro, l’adattarsi all’altro» saranno, per sua propria ammissione, all’origine della sua duplice vocazione, religiosa e algerina. Giovane domenicano, dovette assumere presto delle responsabilità affidategli dal cardinal Duval, il vescovo che seppe guidare quella Chiesa locale nel delicato passaggio verso l’Algeria propriamente algerina. Straordinariamente dotato per le relazioni umane, cordiale e ricco di calore, Pierre Claverie partecipa con entusiasmo alla costruzione di questa nuova Algeria, che negli anni ‘70 era fra i leader dei paesi non allineati e in via di sviluppo. Divenuto vescovo, aiuta la piccola comunità cristiana di Orano a trovare il proprio posto in questo sforzo comune. A questo punto, tutto avrebbe potuto concludersi e rimanere una bella storia di vita vissuta, di un percorso dall’Algeria coloniale all’Algeria algerina, «da Algeri a El Djezaïr» . Ma Pierre Claverie era destinato ad altro.

 

Nel corso degli anni ‘80 il sogno dell’avvenire radioso” di un’Algeria socialista lasciava il posto a incertezze, e poi a un vero e proprio incubo. Certe scelte economiche discutibili, le disuguaglianze sociali e la corruzione minavano la stabilità politica del paese. Un’arabizzazione compiuta alla meno peggio e una manipolazione politica dell’islam favorirono l’emergere del radicalismo, soprattutto in seno alla gioventù e negli strati popolari della società. Le sommosse dell’ottobre 1988 e la repressione che ne risultò inaugurarono un periodo di violenza che fino ad oggi ha fatto almeno 150.000 morti, in quella che sembra una vera e propria guerra civile che non risparmia nessuno. Il tessuto sociale è gravemente colpito e la riconciliazione sembra essere tutt’altro che prossima, malgrado le diverse iniziative per promuovere la “concordia nazionale”. Pierre Claverie non si tiene a distanza dal dramma del paese in nome del suo stato di “minoritario” era cristiano e algerino, si può dire, “per scelta” —, anzi vi si immerge corpo e anima. Il problema dell’altro diviene la sua ragione di vita, anzi è proprio in essa che si è giocata la sua “avventura personale”. Lungi dal cedere alle minacce, rimane in campo e denuncia coloro che istigavano al rigetto dell’altro e alla sua esclusione. La sua parola trascina ed egli se ne serve per sostenere i militanti a favore dei diritti umani, le donne che lottano per ottenere l’emancipazione e tutti quelli che si battono per un’Algeria aperta e fraterna. Quando sono i cristiani a divenire vittime della violenza che divora il paese, la sua parola si fa tagliente per denunciare «la vigliaccheria di chi uccide restandosene nell’ombra». Non per difendere gli interessi della Chiesa e cosa aveva essa ancora da salvare? —, ma perché secondo lui è a rischio la possibilità stessa di un’«umanità al plurale», non esclusiva, necessità fondamentale per tutti. Si è forse esposto eccessivamente? C’è chi lo ha pensato, anche nella sua diocesi, dove alcuni ritenevano più prudente mantenere un basso profilo in attesa di giorni migliori; ma per lui andare fino in fondo nella propria scelta era divenuta
una specie di necessità interiore, necessità di fedeltà al paese che aveva ritrovato e anche a un certo Maestro di Galilea, che aveva insegnato che la prova dell’amore più grande consiste nel «dare la propria vita per gli amici». Essere presente là dove si trovano «le linee di frattura che crocifiggono l’umanità» era secondo lui la logica profonda della propria vocazione, e ne assunse coscientemente i rischi. Chi mai allora avrebbe potuto fermano? Ai suoi funerali, nella modesta cattedrale di Orano, la folla degli amici musulmani, ancor più numerosi dei cristiani, è stato il segno che il suo messaggio era stato recepito. Una giovane algerina, a nome di tutti loro, testimoniò con coraggio e commozione tutto quel che lei e gli altri gli dovevano. Quaranta giorni dopo, durante la solenne commemorazione promossa dai vescovi di Francia e dai suoi confratelli domenicani nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, gli «youyous» delle donne algerine alla fine dell’omelia confermarono, in maniera pregnante e del tutto inattesa in quel luogo, tutto il peso e la portata di quella vita spesa fino in fondo.
Quegli omaggi tuttavia, per quanto emozionanti, non devono illuderci: i valori predicati da Pierre Claverie vanno controcorrente e continuano a essere materia controversa. Può esservi davvero posto per un cristiano in una società musulmana? L’islam può vantare diritti di cittadinanza, al pari di ogni altra religione, nei paesi del Nord? Può un vescovo spingersi fino a quel punto nei problemi dibattuti in una società così sensibile? Sono questioni che rimangono irrisolte, e il riavvicinamento delle “due rive” del Mediterraneo e dei rispettivi valori di cui sono portatrici è tuttora fragile e minacciato.

C’è sempre un certo mistero nel dono di una vita: quando poi si tratta della vita di un uomo tanto caloroso, così dotato per “far esistere l’altro” e per creare legami tra gli uomini, è difficile non “gridare allo spreco”. Spero che il lettore possa intravedere, tra le righe, che il segreto della vita di Pierre Claverie e della sua gioia stava proprio in questo suo dono di sé.

 

   

Il Cardinale Van Thuân

CASTEL GANDOLFO, lunedì, 17 settembre 2007 (ZENIT.org).- “Era un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva”: è questo, per Benedetto XVI, il segreto della resistenza del Cardinale Van Thuân di fronte alle enormi prove fisiche e morali che dovette subire in vita.

Nel quinto anniversario della morte del porporato vietnamita, il Papa ha ricevuto questo lunedì, nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, officiali e collaboratori del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che il porporato presiedette.

“Sono trascorsi cinque anni, ma è ancora viva nella mente e nel cuore di quanti l’hanno conosciuto la nobile figura di questo fedele servitore del Signore”, il Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân, ha detto il Papa nel suo discorso.

“Anch’io conservo non pochi personali ricordi degli incontri che ho avuto con lui durante gli anni del suo servizio qui, nella Curia Romana”, ha ammesso.

Di “semplice ed immediata cordialità”, con una spiccata capacità “di dialogare e di farsi prossimo di tutti”, il porporato vietnamita è ricordato per il suo “fervoroso impegno per la diffusione della dottrina sociale della Chiesa tra i poveri del mondo, l’anelito per l’evangelizzazione nel suo Continente, l’Asia, la capacità che aveva di coordinare le attività di carità e di promozione umana che promuoveva e sosteneva nei posti più reconditi della terra”, ha detto il Santo Padre.

Il Cardinale Van Thuân (1928-2002) è ritenuto un martire del cattolicesimo in Vietnam. Testimone della fede, della speranza cristiana, dell’amore per la Chiesa e per i poveri, rimase rinchiuso senza alcun motivo per tredici anni – nove in isolamento assoluto – nei campi di “rieducazione” comunista.

Formato a Roma e consacrato Vescovo di Nha Trang nel 1967, François-Xavier Nguyen Van Thuân era stato nominato da Paolo VI nel 1975 Arcivescovo coadiutore di Saigon (l’attuale Ho Chi Minh). Il Governo comunista ritenne la sua designazione un complotto e ordinò il suo arresto.

Il suo rilascio gli arrivò insieme all’imposizione di abbandonare il suo Paese. Giovanni Paolo II lo accolse a Roma e gli affidò incarichi di grande responsabilità nella Curia.

Nel marzo del 2000 commosse milioni di persone che poterono leggere frammenti delle sue meditazioni, gli esercizi spirituali che predicò a Giovanni Paolo II e alla Curia; condivise anche molte delle esperienze spirituali maturate in carcere.

Il porporato vietnamita le pubblicò in seguito nel libro “Testimoni della speranza”.

Creato Cardinale nel febbraio 2001, morì l’anno successivo, il 16 settembre. Aveva 74 anni.

Poco tempo prima della morte di questo “eroico pastore” – ha ricordato questo lunedì il Papa –, Giovanni Paolo II lo aveva nominato vicepresidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, del quale fu poi presidente, avviando la pubblicazione del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.

Il porporato, che amava presentarsi come “Francesco Saverio”, “era un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva tra tutti coloro che incontrava. Fu grazie a quest’energia spirituale che resistette a tutte le difficoltà fisiche e morali”, ha sottolineato Benedetto XVI.

“La speranza lo sostenne come Vescovo isolato per 13 anni dalla sua comunità diocesana; la speranza lo aiutò a intravedere nell’assurdità degli eventi capitatigli – non fu mai processato durante la sua lunga detenzione – un disegno provvidenziale di Dio”, ha proseguito.

“La notizia della malattia, il tumore, che lo condusse poi alla morte, gli giunse quasi assieme alla nomina a Cardinale da parte del Papa Giovanni Paolo II, che nutriva nei suoi confronti grande stima ed affetto”.

Il Cardinale Van Thuân amava ripetere che “il cristiano è l’uomo dell’ora, dell’adesso, del momento presente da accogliere e vivere con l’amore di Cristo”, ha sottolineato Benedetto XVI.

“In questa capacità di vivere l’ora presente traspare l’intimo suo abbandono nelle mani di Dio e la semplicità evangelica che tutti abbiamo ammirato in lui. E’ forse possibile – si chiedeva – che chi si fida del Padre celeste rifiuti poi di lasciarsi stringere tra le sue braccia?”, ha aggiunto il Papa.

Allo stesso modo, ha espresso davanti ai presenti la sua gioia per la notizia che verrà intrapresa la causa di beatificazione “di questo singolare profeta della speranza cristiana”.

“Mentre ne affidiamo al Signore l’anima eletta, preghiamo perché il suo esempio sia per noi di valido insegnamento”, ha concluso.

L’avvocato Silvia Monica Correale è stato nominato postulatore del processo di beatificazione del porporato vietnamita.

 

don aldo danieli ha deciso di riservare, un giorno alla settimana, alcuni locali della chiesa alla preghiera islamica


TREVISO - Una chiesa che di venerdì diventa moschea per favorire l'integrazione religiosa. E' accaduto a Paderno di Ponzano Veneto (Treviso), dove il parroco della chiesa di Santa Maria Assunta, don Aldo Danieli, ha deciso di riservare, ogni venerdì, alcuni locali della parrocchia alla preghiera e all'incontro degli immigrati musulmani.

A renderlo noto è stata l'Auser (l'onlus che si occupa di volontariato e promozione sociale per gli anziani), durante un convegno sull'integrazione in Italia tenutosi a Roma. L'associazione ha inoltre sottolineato che negli stessi locali di questa parrocchia alcune volontarie, dopo aver avviato una collaborazione con il Centro islamico di Treviso e insieme ad alcune donne immigrate, riescono a far "incontrare culture ed esperienze diverse, abbattendo i muri dell'incomprensione e dell'intolleranza".

Ma il lavoro compiuto da don Aldo Danieli, della parrocchia di Paderno, va ben al di là di una messa a disposizione dei locali. Lo spazio interno della sua chiesa è ampio ed è stato ritrutturato di recente. "Perchè non metterlo a disposizione di chi ha bisogno?" si è chiesto qualche anno fa. E così ha fatto. Il primo passo è stato a favore di un gruppo di ghanesi di religione protestante. Ogni domenica la parrocchia viene messa a loro disposizone per pregare e seguire i riti della confessione religiosa.

Ma far sì che la comunità locale li accettasse non è stato facile, ci sono voluti incontri di avvicinamento con la cittadinanza, organizzati dallo stesso Danieli. "La gente teme che il diverso sia per forza anche pericoloso - racconta il diacono - e spesso dimentica le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura...".

Lo stesso percorso di "inserimento" ed accettazione è stato fatto dal parroco quest'anno a favore dei musulmani, per far sì che la comunità accettasse il fatto che i locali della chiesa fossero messi a loro disposizione. Le polemiche ci sono state, non tutti erano d'accordo, ma alla fine la volontà di ferro di questo parroco - e lui stesso si definisce uno spirito "controcorrente" - ha prevalso. "Le alte istituzioni della Chiesa hanno il dovere di essere prudenti - conclude Danieli - noi invece, che siamo degli operai del Signore, dobbiamo sfondare il muro del pregiudizio".

Don Aldo Danieli ha fatto il professore di latino e greco tutta la vita. Adesso è in pensione e si dedica alla comunità, collaborando attivamente con l'Auser. L'ultima iniziativa organizzata è stata un pranzo inter-etnico nei locali della chiesa. Musulmani, protestanti e cattolici seduti alla stessa tavola.

A Ponzano risiedono 11.400 persone. I nuclei familiari di immigrati stranieri sono 232, circa 650 persone, provenienti soprattutto dal Nord Africa e dall'Est Europa.

(9 novembre 2007)

 

 

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