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Di anzelbel (del 07/01/2010 @ 18:32:43, in dBlog, linkato 96 volte)
OMELIA Convegno liturgico per seminaristi Roma, 29 dicembre 2009
Nel contesto del vostro convegno su “L’Omelia tra celebrazione e ministerialità” mi piace iniziare richiamando un principio di ordine teologico-spirituale che presiede al servizio ministeriale della predicazione liturgica, ovvero che anche la presa di parola nella liturgia è espressione del comune stare sotto la Parola di Dio, «in religioso ascolto» di essa, come esordisce la Dei Verbum, proprio di tutta la Chiesa sempre; in primo luogo poiché anche l’omelia è trasmissione della Parola di Dio, e poi perché il primato rimane alla iniziativa di Dio che agisce con efficacia in essa e attraverso di essa. Pertanto è decisivo che l’omileta abbia coscienza di essere egli stesso un ascoltatore, anzi di essere il primo ascoltatore delle parole che pronuncia. Egli deve sapere innanzitutto, se non solamente, rivolta a sé quella parola che sta pronunciando per altri. E dico quasi solamente, poiché egli non può conoscere la relazione che Dio stabilisce attraverso la sua parola con gli ascoltatori, ma sa con certezza di dover rispondere, nella grazia di Dio, della accoglienza nella propria vita di quella parola che sta porgendo ad altri; questo, certo nella coralità ecclesiale di una accoglienza in cui ci si sostiene ed edifica a vicenda per la potenza dello Spirito che ha ispirato e continua ad ispirare la comunicazione della Parola di Dio e il suo ascolto credente. Accanto e prima, anzi dentro, la coscienziosa preparazione di una omelia c’è, nel ministro, innanzitutto l’esigenza di fondo di accogliere la Parola con la propria mente, con il proprio cuore e nella propria vita. Questa celebrazione, con le pagine della Scrittura proclamate, offre una base formidabile a quanto appena detto. Intendiamo, naturalmente, il senso della collocazione dei testi nel contesto liturgico natalizio, con il Vangelo dell’infanzia secondo Luca (2,22-35) e con la prima lettera di Giovanni (2,3-11) inaugurata da un prologo che esalta il realismo sconcertante dell’incarnazione del Verbo. Quest’ultimo brano, come del resto tutta la lettera, spicca sullo sfondo di una sostanziale polemica contro lo gnosticismo, che riduce la salvezza a effetto di mera conoscenza o, viceversa, innalza la conoscenza fino a farne strumento di purificazione e di redenzione. Nella logica dell’incarnazione, non si può raggiungere alcuna verità e luce di salvezza senza pratica adesione al comandamento, antico e nuovo allo stesso tempo, dell’amore fraterno. Non c’è un insegnamento autentico, conforme al Verbo incarnato, che non chieda un comportamento corrispondente e precisamente riconducibile al criterio necessario di ogni comportamento, ovvero l’amore fraterno. San Giovanni specifica che tale esigenza di coerenza si riconduce al parlare e all’agire di Gesù stesso, poiché suoi sono i comandamenti da osservare, anzi i comandamenti che egli stesso ha chiesto di osservare, e poi perché egli per primo li ha praticati; perciò, «chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato». Nessun discepolo di Gesù, e ancor più nessuno dei suoi ministri, dovrebbe mettersi nella situazione di vedere riferito a sé quanto ancora scrive san Giovanni: «Chi dice: “Lo conosco”, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità». La mancata coerenza pratica – si intende quella sistematica e in qualche modo legittimata o, peggio, teorizzata – è una falsificazione della verità della Parola di Dio. La posizione gnostica è ricorrente nella storia, dentro e fuori lo spazio ecclesiale. A volte è teorizzata, non raramente viene più o meno inconsciamente adottata. Se in passato dovevamo guardarci dalla tentazione del moralismo, oggi ad essa se ne aggiungono altre, che arrivano a relegare la fede in una sfera interiore, anzi quasi privata o intimistica, per lasciare poi libero campo a ogni genere di comportamenti. Mi pare che la Parola di Dio stigmatizzi in maniera netta l’inaccettabilità di simili separazioni, anzi di questa vera e propria dissociazione. La pagina evangelica, di impronta decisamente cristologica, configura la presentazione al tempio come una sorta di anticipazione dell’ultimo ingresso in Gerusalemme e dissemina il testo di allusioni alla passione, come l’offerta in sacrificio e le parole di Simeone, per dire che Gesù non viene a vivere un idillio, ma a consumarsi per i fratelli in comunione con la volontà del Padre. Tra i molti temi, ne rilevo uno in particolare, per le risonanze che suscita proprio in ambito omiletico. Mi riferisco alle parole di Simeone, il quale, mosso dallo Spirito, per un verso canta nel bambino Gesù l’avvento della luce e della salvezza non solo per Israele ma anche per tutte le genti, per altro verso lo prefigura come «segno di contraddizione», una presenza che causerà «caduta» e «risurrezione» in molti. Gesù viene per salvare, non per condannare. Ma la salvezza che porta con la sua presenza personale esige una decisione, una presa di posizione. Anche qui vale l’anti-gnosticismo strutturale della fede cristiana: non ci si può limitare a prendere atto della presenza di Gesù, a conoscere anche molto su di lui; è necessario prendere una posizione di fronte a lui, decidersi per lui o contro di lui; non si può rimanere in un nebbioso atteggiamento di approvazione e di vago apprezzamento, bisogna piuttosto dare un orientamento di adesione incondizionata e concreta a Gesù nella propria persona e nella propria vita di fronte agli altri. Spesso le nostre parole e la nostra pastorale tutta risultano una poltiglia melensa e insignificante, come una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente. È questione di atteggiamento e di vita, non solo di parole, anche se pure le nostre parole e le nostre stesse omelie dovrebbero prendere a modello questa sorta di criterio regolativo che ci viene dalle parole del vecchio Simeone: nello stesso tempo annunciare la salvezza e mettere di fronte alla decisione. In questo senso sarebbe oltremodo deplorevole far diventare le omelie occasioni per scagliare accuse e contumelie, rimproveri e giudizi di condanna; ma anche il contrario risulta insulso, quando le nostre parole si riducono a poveri raccatti di generiche esortazioni al buonismo universale. Bisogna riuscire a tenere insieme, sia nella vita spirituale che nell’azione pastorale, consolazione e monito, speranza e serietà di impegno, fiducia gioiosa e necessaria severità, annuncio della salvezza e invito, direi sfida, alla decisione. Ma, ancora una volta, potrà proporre agli altri una simile tensione polare solo chi ha imparato a reggerla, solo chi si è deciso per Cristo sperimentandone allo stesso tempo la dolcezza e la consolazione. + Mariano Crociata
C’ERA UNA VOLTA IL PULPITO. PROCESSO ALL’OMELIA
In origine davano la linea ai fedeli. Ora la stessa cei arriva a definirle “poltiglie insulse”. Ecco perché le omelie non lasciano il segno] C’era una volta il pulpito. Da lassù il prete predicava contro le braccia nude delle donne, meno contro gli ebrei nudi che si scavavano la fossa. Inveiva contro la costruzioni dei ponti sui fiumi veneti, che avrebbero favorito l’emigrazione delle ragazze dei paesi in città, dove avrebbero “perso la purezza” a servire i ricchi. A metà del Novecento, in piena crociata anticomunista, cacciava dalla chiesa Augusta, una ragazza di cui molti in paese erano innamorati, solo perché si era presentata a messa vestita di rosso, il colore proibito. Altro che “poltiglia insulsa” e “melassa”, come ha deplorato Mariano Crociata, segretario della Cei, che qualche giorno fa ha invitato tutti i sacerdoti a rivedere il loro impegno nell’annuncio della Parola di Dio. La predica della domenica funzionava fino a qualche tempo fa (con rare eccezioni) per il buon costume, l’ordine pubblico e la lotta al comunismo. Usava l’al di là come chiave di accesso ai terreni dell’al di qua. Il pulpito mandava in scena al dì di festa l’emissario di un Dio implacabile che assumeva normalmente le fattezze del predicatore-tipo fustigato da Padre Davide Maria Turoldo, il Savonarola della Milano degli ultimi anni Quaranta: «tutta la persona era una pergamena, la faccia ossuta e lignea, un parlare solenne, senza una vibrazione, che sembrava emanasse dalla fronte. Era tutto e sempre immobile e fisso. E parlava (ma il verbo è troppo umano) sempre all’impersonale: “ciò che si conosce”, “ciò che si attinge’. Dio? Un sillogismo. Il bene? Il male? La verità? “Deus est veritas”: Tutto era definito, per sempre». La fine delle grandi narrazioni ideologiche si ripercuote anche sul linguaggio della Chiesa? Il modello di predica disegnato da monsignor Crociata aborre sia dal «buonismo universale» che dal menare fendenti integralisti con accuse e contumelie, rimproveri e giudizi di condanna». Non è più una questione di tecnica e di eloquenza, come si insegnava nelle vecchie scuole di pastorale. Nessuno oggi immagina il ritorno ai modelli retorici lanciati nel XVII secolo dai Bossuet, dai Bourdaloue e dagli altri campioni del pulpito. È presumibile che nella bolla mediatica anche la loro arte di mischiare la “verità piena” e le applicazioni morali farebbe un flop. Le inchieste disponibili concordano sul dato che la gente che va a messa— ormai una minoranza — ricorda con difficoltà la predica all’uscita dalla chiesa, come se avesse staccato l’audio. La causa non è solo l’affollamento dei messaggi tv o internet che ingombrano i fedeli e nemmeno la cultura secolarizzata dominante, che potrebbe ostacolare la percezione del linguaggio simbolico. «Diamo l’impressione di recitare una lezione imparata a memoria — dice il cardinale Silvano Piovanelli, arcivescovo emerito di Firenze—Le parole passano sopra la teste senza entrare nella vita, percuotono le orecchie senza toccare il cuore. Siamo maestri, e neppure bravi, ma non siamo testimoni. La gente ascolta ma non si convince e non cambia in conseguenza la propria vita». Il dato di partenza è che le aspettative, i linguaggi, i bisogni collettivi, anche del pubblico praticante, sono radicalmente cambiati. Mentre la predica «è ancora molto danneggiata dall’incapacità di molti pastori a scendere dalla loro astrattezza e genericità» ammette il “Dizionario di omiletica” (Editrice Elle Dì Ci, Leumann 1998). Il punto critico principale è considerato la riluttanza del clero a prendere atto che il mondo a cui rivolge le sue prediche non è più una cristianità. Numerose le inchieste che indicano che, anche in Paesi di vecchia tradizione cristiana come l’Italia, i linguaggio cristiano non coincide più, se mai sia coinciso, con quello dominante nella società. E una condizione che riporta la Chiesa ai primi secoli, con lo statuto della prima evangelizzazione. Come alle origini la predicazione diventa ora un rendere ragione della fede dei cristiani ad un mondo non cristiano. Questa condizione “iniziale” è una chance: determina la i necessità di riqualificare la predica come strumento di evangelizzazione, sia di primo annuncio, un ambito di esplicita missione sia di ripresa di esso. La “Scuola della Parola” tenuta dal cardinale Martini nel Dumo di Milano è stato il principale esperimento formativo in questa direzione in Italia dopo il Concilio: un approfondimento biblico nella comunità cristiana come chiave di lettura dei “segni del tempo”. Nella crisi del regime di cristianità, Martini capiva che l’urgenza principale di una Chiesa divenuta “piccolo gregge” era di formare convinzioni e coscienze, non di organizzare manifestazioni. Il Concilio aveva raccomandato di affidare il ministero della Parola anche ai laici ma di fatto esso è rimasto riservato al clero. Oberato dal carico pastorale di tre, quattro messe ogni domenica per altrettante parrocchie, il prete non può che sbrigare la predica in modo seriale. La proposta di formare gruppi che condividano con i ministri ordinati il peso dell’omelia nella propria comunità, con apporti veramente laicali, è rimasta largamente inevasa. Il risultato è che la predica difficilmente somiglia a quella raccomandata da Padre Turoldo, cioè totalmente immersa nella Sacra Scrittura e insieme nella storia, con tutta la criticità necessaria. “Il Predicatore — diceva — è condannato a entrare con la Parola nella carne e nel sangue della storia». Poi c’è il riflesso sulle prediche degli standard gerarchici per la selezione del clero, in una fase di restaurazione: netta la preferenza delle curie per i curricula esenti da stili profetici o da creatività apostoliche. Proprio quando, paradossalmente, le teorie manageriali d’impresa puntano sulle leadership creative, abili a inventare nuovi modi di considerare la realtà, di mobilitare energie e immettere nuova linfa nelle strutture organizzative. Il linguaggio del clero ripiega invece su moduli conformisti, destorificati, a-critici, attenti a non disturbare il senso comune, piuttosto ad accodarsene. Proprio quando, per usare formula di Marcel Gauchet, l’aspettativa spirituale collettiva è per un “Messia alla rovescia”, per un cristianesimo non rinunciatario. Di minoranza certo, ma significativo, anche per i non credenti, purché osservi le condizioni indicate da Albert Camus quando diceva: «Io prenderò la Chiesa sul serio quando i suoi capi spirituali parleranno il linguaggio di tutti e vivranno anch’essi la vita pericolosa e miserabile condotta dai più». Pier Giorgio Rauzi ha registrato l’insorgenza di nuovi codici nelle omelie del clero nel Trentino, città e valli. Quattro anni di indagine del suo Istituto di Sociologia Religiosa a Trento hanno verificato un mutamento di paradigma precisamente nelle prediche delle liturgie dei defunti, le più esposte al rischio del linguaggio ovattato dello spiritualismo consolatorio in funzione della rielaborazione del lutto. Il risultato è stato che l’universo simbolico tradizionale, imperniato sulla figura del Dio giudice implacabile del “Dies Irae”, è stato abbandonato. In cento prediche analizzate non ricorrono mai le parole inferno, dannazione, morte eterna. Mai “purgatorio”. Raro anche il riferimento al Paradiso. Rarissimamente la parola “giudice”. Anzi, in 21 casi su 24 ricorre l’affermazione che “Dio non è giudice”, è invece padre misericordioso. Il giudizio finale è evocato per il mondo, mai per il defunto. «Non un’evoluzione, ma una discontinuità radicale di linguaggio» assicura Rauzi. «Cambia la visione del divino e dell’al di là. E abbiamo anche notato un certo imbarazzo del clero di dover parlare nella liturgia dei defunti: come se il silenzio fosse il modo più appropriato per condividere l’angoscia dinanzi alla morte. Infatti l’omelia non era prevista nelle liturgie dei defunti prima del Concilio». Ciò che fatica a emergere, piuttosto, è il riferimento nelle prediche, per i vivi e per i defunti, della verità centrale della fede cristiana, la Resurrezione.
CITTÀ DEL VATICANO Intervista a Mons. Vincenzo Paglia, guida spirituale della Comunità di Sant’Egidio
E’opportuno che un vescovo, per di più segretario della Cei, parlando a dei seminaristi in un convegno sull’omelia - ma sarebbe utile leggere tutto il suo testo-, richiami l’attenzione sull’importanza di questo momento della messa». Presidente della Federazione biblica cattolica mondiale, vescovo di Terni e guida spirituale della Comunità di Sant’Egidio, monsignor Vincenzo Paglia condivide le riflessioni del vescovo Crociata e ritiene che l’omelia sia uno dei punti centrali della Chiesa e proprio per questo richiede un’attenzione particolare. Il problema delle omelie, dunque, esiste? «Da un’inchiesta sulle omelie della Federazione biblica in Italia emerge che il 54% le giudica più che sufficienti, anche se a volte hanno poco contenuto e scarsa tensione spirituale. Ne parlava già Carlo Bo nel libro intitolato, non a caso, “La predica, tormento dei fedeli”. Ma se l’omelia, anche la più povera, lascia trasparire un po’ di Vangelo è già una piccola semina». É un problema solo italiano? «Riguarda tutta la Chiesa. Negli ultimi anni si sono fatti notevoli passi. Ma se i preti prestassero più attenzione alle omelie di Benedetto XVI, che è uno straordinario “omileta”,si farebbero passi da gigante. Non a caso Papa nel 2008 ha indetto il Sinodo sulla Parola di Dio che ha rilanciato la Bibbia». E anche lei nel suo ultimo libro, “La Parola di Dio ogni giorno”, invita alla quotidiana lettura biblica. «E il frutto dell’esperienza maturata nella Comunità di Sant’Egidio con la lettura spirituale della Bibbia, ogni sera, nella basilica di Santa Maria in Trastevere. E un volume che aiuta a conoscere la Bibbia e a diffonderla con la parola». (O. La Rocca)
 
Di anzelbel (del 09/07/2009 @ 19:47:58, in dBlog, linkato 124 volte)
CONTRIBUTI LIBERI SU PRETI, CHIESA, PAPA, SOCIETA', ECC.
 
Di anzelbel (del 09/07/2009 @ 18:39:53, in dBlog, linkato 169 volte)
In questo Blog si possono fare domande su argomenti vari e adatti alla pubblicazione. La risposta apparirà nelal sezione "commenti". p. Angelo Zelio
 
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