Questa pagina non ha come scopo quello di
presentare o esaltare figure straordinarie fuori dalla storia e dai problemi,
unicamente intente a fruire della beatitudine celeste attraverso gli
innumerevoli canali della fenomenologia mistica: Dio solo sa quale catechesi
negativa è stata quella di certi agiografi che hanno creato figure tanto
eccezionali quanto irreali, tanto alte quanto irraggiungibili. Vorremmo
restituire figure di sacerdoti e religiosi che sono innanzitutto persone umane
reali, con i loro limiti congeniti, le lotte, le cadute, i fallimenti e le
fatiche della quotidianità. Persone che avvolte dalla grazia hanno saputo
ritrovare ed esprimere pienamente se stesse.
Carissimi Amici dei Sacerdoti, il mistero
della passione e della morte di Gesù si rinnova nella nostra storia di ogni
giorno, fino alla fine dei tempi. Soprattutto nella sofferenza ingiusta e nella
persecuzione violenta dei sacerdoti, in ogni parte del mondo, Gesù stesso viene
colpito e ucciso “come agnello condotto al macello” (Isaia, 53). Nella santa
Quaresima di penitenza, desidero chiamare tutti voi, che siete vive espressioni
dell’amore di Dio, a stringervi più vicini al Figlio crocifisso che, nella
persona di tanti sacerdoti in difficoltà, vive il mistero della sua immolazione
per i peccati del mondo. Molti, molti sacerdoti nostri fratelli “in difficoltà”
non sono fratelli insicuri o disorientati, né peccatori bisognosi di conversione
ma piuttosto sono vittime immolate per i nostri peccati, bisognose della nostra
spirituale vicinanza e riconoscenza. Lorenzo, un giovane sacerdote italiano di
quarant’anni, era impegnato in un campo di carità e di giustizia tra i più
pericolosi: quello della lotta alla droga. In quella lontana terra di missione i
suoi giovani erano troppo minacciati, alcuni erano già morti, a causa di questa
nuova peste. La lotta contro il narcotraffico, ingaggiata da Lorenzo con diverse
iniziative, diveniva sempre più aspra ed estesa. Dapprima le minacce, poi le
intimidazioni esplicite, gli avvertimenti, le prime violenze alla sua persona,
alla casa, ai fedeli. La mobilitazione dei giovani e delle loro famiglie stava
diventando imponente, troppo pericolosa per i trafficanti, per i complici, per i
loro interessi. Bisognava fermare il nuovo sussulto di dignità, di giustizia, di
vangelo, che aveva in Lorenzo l’anima e la forza. Si presentarono in sei uomini,
in borghese. Senza alcuna giustificazione, sotto la minaccia delle armi lo
caricarono a forza sulla camionetta. Iniziò così la via crucis, il lungo cammino
dell’agnello immolato. Strappato ai suoi fedeli, alla famiglia, alla chiesa,
rinchiuso in una stanza segreta, poi trasferito da un carcere all’altro: è
scomparso, per tutti. Senza possibilità di comunicare se non con un avvocato e
due esperti “comprati”: ogni incontro significava una complicazione e un
aggravamento delle accuse: spaccio di droghe, partecipazione a una rapina,
corruzione di minorenni, omicidio volontario di una giovane donna, resistenza
alle forze dell’ordine. Tutte accuse infondate nella maniera più assoluta ma
pesanti come macigni, tali da determinare la carcerazione in isolamento, in
attesa di giudizio. Per ottenere la confessione di quei reati mai commessi il
sacerdote è stato sottoposto a torture terrificanti, rese più tragiche dal
terrore di essere considerato un “mostro” dai propri cari. Soprattutto il dolore
della madre e delle due sorelle, che subivano la totale impotenza dinnanzi alla
ingiustizia; i ricatti economici alla famiglia da parte degli aguzzini; la crisi
di fede e di speranza che prendeva campo nella mente e nel cuore; la
impossibilità di celebrare e nutrirsi della eucaristia; nell’arco di due anni,
quel giovane sacerdote, sereno e luminoso, è stato trasformato in un Gesù
flagellato, coronato di spine, devastato nell’anima, in attesa della propria
inevitabile fine. Eppure, la sua vocazione era stata autentica fin dagli inizi,
decisa nelle motivazioni, felice, coerente, feconda, ricca di preghiera e di
altruismo! Tutta la sua vita lo testimoniava: per questo, la preghiera dei suoi
fedeli era incessante. Il dolore delle madri che saliva a Dio era una
invocazione continua che avresti creduto irresistibile. Lorenzo fu trovato una
mattina con le mani legate dietro la schiena, il capo incappucciato, crivellato
dai colpi di arma da fuoco, giustiziato a notte fonda, abbandonato dai carnefici
tra i rifiuti della discarica lontano dalla città. “Maltrattato, si lasciò
umiliare, e non aprì la sua bocca”. Quando stramazzò al suolo (“Signore Gesù, ti
affido il mio spirito!”), le ginocchia si piegarono in direzione della sua
chiesa, dei suoi fedeli. Cari Amici dei sacerdoti, Lorenzo è uno dei tanti
nostri figli, martiri sconosciuti “dalle cui piaghe siamo stati risanati”.
Molti, molti sacerdoti sono “in difficoltà” perché vittime immolate con Gesù per
i nostri peccati. Molti di loro, nelle più diverse situazioni di vita, sono
presi di mira dal nemico dell’uomo che li vorrebbe annientare attraverso il
tanto odio che serpeggia tra gli uomini. Molti di loro sono misteriosamente
introdotti al martirio perché, sul proprio corpo, aggiungano completezza alla
passione di Cristo. Con Lui “uomo del dolore che conosce bene il patire” si sono
caricati delle nostre sofferenze, nel silenzio, sono stati trafitti per le
nostre iniquità. Tutte le loro madri si domandano: perché “al Signore è piaciuto
prostrarli così”? Perché “con oppressione e ingiusta sentenza sono tolti di
mezzo”? Attorno a loro, crocifissi di tutti i tempi, patrimonio dell’umanità e
della Chiesa, vibra un alone di luce, una misteriosa potenza di grazia, fatta di
dolore, di obbedienza di fedeltà. Alla candida schiera di quei martiri in croce
con Gesù, noi tutti dobbiamo la nostra salvezza. “Circondati da un così grande
numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci
intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su
Gesù” (Heb 12,1). Buona Quaresima, quindi, cari Amici. Sia una quaresima di
imitazione della generosità dei sacerdoti martiri, quasi una gara di coerenza e
di fedeltà nelle nostre piccole cose di ogni giorno. Sarà bene non dimenticare
l’ammonimento della stessa Lettera: “Non avete ancora resistito fino allo
spargimento del sangue!”. Con grande affetto e riconoscenza, in unità di
sapienza e di speranza!
È sempre viva la memoria del fondatore dell'Associazione papa
Giovanni XXIII. Intervista col suo primo successore, Giovanni Paolo Ramonda. Una
data non casuale, come spesso succede alle persone speciali, quella in cui don
Benzi aveva chiuso gli occhi a questa terra per aprirli all'infinito di Dio,
come lui stesso aveva definito il momento della morte. La notte tra il primo e
il 2 novembre dello scorso anno ci aveva lasciato il prete di strada e di
frontiera, l'amico degli ultimi, il fondatore della Associazione papa Giovanni
XXIII. Rimini lo ricorda con una settimana di eventi, mentre la sua gente,
raccolto il testimone, è andata avanti nella linea nel fondatore. Una realtà
composita, quella dell'Associazione, con vari fronti di impegno dal campo della
maternità a quello della giustizia, da quello della pace a quello dei giovani,
delle sette, della prostituzione, della droga. La scelta degli ultimi, con un
metodo pedagogico all'insegna del sostenere ogni bene che c'è e suscitare ogni
bene che manca. Una associazione internazionale costituita in 46 zone di cui 17
all'estero, senza contare la presenza in posti caldi quali Georgia, Romania, Sri
Lanka, Moldavia, Kosovo, Uganda, Israele e Palestina, fino agli antipodi,
all'Australia. Ne fanno parte persone di tutte le vocazioni e a capo, a
succedere a don Benzi, c'è un laico, Giovanni Paolo Ramonda, eletto lo scorso
gennaio responsabile generale. Un curriculum di tutto rispetto il suo, con
diversi titoli accademici conseguiti, la pubblicazione di numerosi saggi,
articoli, incarichi a livello politico e civile. Sposato con Tiziana Mariani,
hanno tre figli naturali e nove accolti che vivono con loro da molti anni nella
casa famiglia di Sant'Albano di Stura, nel cuneese. Responsabile della comunità
del Piemonte, dal 1998 era vice responsabile dell'associazione a livello
centrale. Dal 13 gennaio scorso ha preso il testimone di don Benzi. Sappiamo che
tutti i fondatori quando muoiono lasciano la loro insostituibile eredità. Di
cosa è fatto il patrimonio di don Benzi? Rimane sempre la sua presenza, la sua
persona, la sua guida, la sua testimonianza, il suo magistero in riferimento
alla condivisione coi poveri, soprattutto l'insegnamento della sua vita. Il
patrimonio che ci ha lasciato è la grande famiglia spirituale dell'associazione
con quasi 40 mila persone che tutti i giorni mangiano alle nostre mense, circa
tremila che vivono dentro le case famiglia e tanti giovani che chiedono di voler
conoscere questo cammino, questa spiritualità. estimone del fondatore e com'è
andata in questo primo anno senza di lui? È stato camminare con la comunità. Io
ho ribadito che questo è il tempo della comunità, il tempo della responsabilità,
in cui ognuno, come ci diceva don Oreste, deve essere profeta di Dio, deve
essere rivoluzionario, creativo per il regno di Dio. Dalla morte di don Oreste
c'è stato in tutto il mondo un boom di vocazioni alla consacrazione, al
ministero sacerdotale, al matrimonio aperto alla vita, alla condivisione coi
poveri. So che avete in programma una settimana di eventi per ricordare la sua
figura. Ma qual è il modo per continuare a tenerlo vivo? Il modo principale è
quello di tenere vivo il carisma che lui ci ha trasmesso, quello di seguire Gesù
servo, di vedere Gesù nei piccoli e nei poveri che sono le pietre preziose del
corpo mistico di Cristo. È noto quanto fate per salvare le donne prostituite,
come amate definirle. Qual è il vostro punto di vista nell'attuale dibattito
sulla prostituzione? Continuiamo come prima e più di prima a difendere la
dignità della donna, ad accogliere le ragazze schiavizzate nelle nostre case,
nelle nostre famiglie, ad incontrarle sulle strade. Ci impegniamo soprattutto a
difendere quelle leggi che prevedono la punibilità del cliente. Secondo noi è da
lì che bisogna partire. Se non ci sarà la domanda, anche l'offerta diminuirà.
Quindi bisogna richiamare quei nove milioni di italiani che scendono sulle
strade con l'unico intento di impossessarsi del corpo di queste donne e bambine,
far leva sulla loro coscienza non solo con un intervento educativo, ma anche
punitivo. Diciamo assolutamente no anche alle case chiuse dove comunque il
racket e la mafia continueranno e mettere le mani. La donna non è fatta per
prostituirsi né sulla strada né al chiuso, ma ha una grande dignità e un ruolo
importante nella società. Se don Oreste fosse ancora tra noi, per cosa si
batterebbe oggi? Sicuramente si batterebbe molto per la dignità del concepito,
per il suo diritto a vivere. Si scaglierebbe, come ha fatto negli ultimi mesi,
contro l'aborto. Don Benzi e Chiara Lubich, due protagonisti del nostro tempo,
scomparsi a cinque mesi di distanza l'uno dall'altra. Secondo lei cosa staranno
tramando lassù? Staranno gioendo per il regno di Dio che vedono e ci
accompagnano sicuramente. Sono vicini alle loro famiglie spirituali, ma anche a
tutta la Chiesa e a tutto il bene che c'è nell'umanità. Certamente sono stati
profeti di Dio e, come diceva don Oreste, saranno sempre con noi, continuano con
noi l'opera iniziata.
Don Pasquale Uva, il prete che diede dignità ai
matti di Mimì Capurso
Malati, epilettici, paralitici, ebeti, scemi, deformi, folli:
dove il bisogno umano nascondeva il suo volto più dolente, o anche solo più
fastidioso, lui c’era sempre. Lui, Don Pasquale, con la tonaca e il suo
Breviario fra le mani ha dedicato la vita ai poveri dementi del Meridione, ai
quali dava cibo, un letto, vestiti, medicine. Ma soprattutto, attraverso il dono
dell’amore, restituiva loro la dignità di esseri umani. Don Uva si avvicinò al
continente della demenza con intelligenza e innovazione. Infatti: «L’intuizione
di fondo che Don Uva colse nella malattia e che molti studiosi e ideologi delle
moderna psichiatria non riescono a cogliere, è essenzialmente questa: i dementi
non sono degli “uguali” resi diversi dalla società, ma sono diversi che devono
avere uguali diritti degli altri», scrive il giornalista e scrittore Marcello
Veneziani. Che aggiunge: «Ignorando il problema della diversità si finisce con
l’abbandonare i membri più deboli della società a se stessi. Illudendo i malati
nel miraggio dell’uguaglianza e inserendoli con questa illusoria certezza nella
società si rende loro un tragico servizio: nel confronto con la società
esploderà in tutta la drammaticità, la loro diversità. E si trasformerà in
conflitto, in trauma, in arbitrio, in violenza, in emarginazione». A Sud di Roma
e fino alla Sicilia, è bene ricordarlo, non esisteva un solo Istituto capace di
accogliere i tantissimi minorati psico-fisici. «La società civile li ‘escludeva’
dai propri interessi e dai propri compiti, e lasciava che la loro misera
esistenza ancora più decadesse e si consumasse nelle case squallide, dov’era un
peso spesso insopportabile o nelle pubbliche vie, dove gli oziosi ne traevano
impietoso divertimento» (Prof. Giuseppe Dell’Olio, suo primo biografo e fine
letterato pugliese). Il Massaro del Signore si trovò a combattere contro
l’incomprensione di tanti, ai quali la sua ostinazione ad occuparsi dei pazzi
appariva come pura follia. Infatti, così suor Cecilia (1897-1965) una delle
prime Ancelle, ricorda la prima questua fatta nell’ambito della parrocchia di
Sant’Agostino: «La gente ce ne diceva di tutti i colori, come se fossimo
fannullone che volevano mangiare a spese degli altri. Chi diceva: ‘Andate a
zappare’, chi ci mandava a lavorare il telaio o a raccogliere pietre e chi ci
burlava accompagnandoci fino all’Istituto, lanciandoci sassi e immondizia…».
Padre Uva ebbe contro anche una parte del clero locale: era accusato di
imprudenza e megalomania. Ma lui lontano da loro come può esserlo un mistico, ma
concreto come un operaio, procedeva per la sua strada, sostenuto da una fiducia
sconfinata nell’aiuto del Padre Eterno. Solo a partire dall’ottobre 1921, a
Bisceglie, il nostro sacerdote potrà avviare materialmente la propria prima
opera. Le prime tre sale adibite al ricovero dei primi infelici vengono
costruite a ridosso della parrocchia di Sant’Agostino in Bisceglie, dov’è
parroco da dieci anni. Con quali soldi? Nel maggio del 1921 vendette un
generatore di elettricità necessario ad una macchina di proiezione per uso nelle
scuole catechiste e ne ricavò lire 9.000. Il 28 agosto dello stesso anno, in
udienza privata di Papa Benedetto XV ebbe lire 10.000, che si aggiunsero alle
prime. Non mancò mai la solidarietà di alcuni maestri muratori, anche anarchici
e socialisti atei, mai troppo esigenti con i pagamenti. Anzi. Convocò alcune
“Figlie di Maria”, che erano già provate catechiste della chiesa di
Sant’Agostino, e fece loro la sua proposta di prendere i voti per assisterlo
nell’accoglienza dei malati. Otto di loro accettarono, divenendo le prime suore
“Ancelle della Divina Provvidenza”. Sin dall’inizio l’opera fu presa d’assalto
dalle domande di ricovero, tutti casi pietosi e drammatici, da cento parti
dell’Italia Centrale e Meridionale. Mille voci di dolore imploravano di essere
ospitati. Non furono né facili né felici gli inizi: i letti erano pochi, cibo,
medicine ed esperienza pure. Spesso il nostro Fondatore non sapeva al mattino
che cosa avrebbe dato da mangiare ai suoi amatissimi dementi. Quante volte,
testimoniano i documenti e i tanti pugliesi ormai avanti con gli anni, lo si
vedeva in giro da un paese all’altro, sotto la pioggia, il freddo, il sole
cocente, andare mendicando aiuti. E sempre pronto ad offrirne! Si, perché dietro
alla porte a cui bussava trovava spesso famiglie che gli chiedono di accogliere
nel suo Istituto figli ritardati, parenti malfermi… Nel 1953, settant’anni
suonati, cominciò ad avvertire stanchezza e forti dolori alla colonna
vertebrale. Non era semplice affaticamento, ma artrite deformante. Malattia
terribile, dolorosa. Soffrì, infatti, dolori atroci, gli venne applicato anche
un orribile busto di ferro. Prostrato dalla malattia e dalla stanchezza, Don
Pasquale Uva ha terminato la sua esistenza terrena alle ore 14,00 del 13
settembre 1955. Aveva 72 anni di età e 49 di sacerdozio. Le sue ultime parole
furono: «Amate gli ammalati». Il nostro Pasquale Uva, nato a Bisceglie , 11
agosto 1883, di sapienza contadina, ereditata dalla famiglia di semplici e
laboriosi coltivatori diretti, a buon diritto assurge fra i maggiori benefattori
del Meridione nel campo assistenziale-sociale. In poco più di 30 anni aveva
fondato, a Bisceglie, un ricovero per deficienti, l’ospedale psichiatrico, e
altri manicomi nel resto del Sud (Foggia, Guidonia, Palestrina, Potenza). Egli
fu «sacerdote esemplare», come disse Papa Paolo VI, e vero figlio del Sud. Già
dal 1985 la Santa Sede concesse il “nulla osta” per poter iniziare la Causa di
Canonizzazione del Servo di Dio Pasquale Uva, sacerdote che amò gli “ultimi” con
cristiana ostinazione e Padre fondatore della Congregazione delle Suore Ancelle
della Divina Provvidenza. Oggi queste suore alleviano le sofferenze anche ai
pazzi, agli epilettici, ai malfermi dell’America Latina (Cile, Argentina,
Brasile). E Don Uva da Lassù, sereno e sorridente prega per tutti e dice: «Bravi
figlioli, continuate così». Riposa in pace caro prete, amico e protettore dei
matti, veri “ultimi”della società di ieri e soprattutto di oggi.
Nasce il 19 ottobre del 1791 in Secondigliano, antico casale a Nord della città
di Napoli. È il secondogenito dei nove figli di Pasquale e Maria Marseglia. Il
papà gestisce un modesto laboratorio artigianale per la produzione di
maccheroni, la mamma tesse la felpa. Gaetano fin da bambino dà una mano nel
laboratorio del padre. A quattordici anni chiede di entrare, prima, tra i
Cappuccini e, poi, tra i Padri Redentoristi, ma la domanda è respinta a causa
dell'età. A sedici anni chiede di essere ammesso nel seminario arcivescovile di
Napoli. Nel gennaio 1808 indossa l'abito talare e, poichè la famiglia non è in
grado di sostenere i costi per il suo mantenimento da interno, segue gli studi
da esterno, raggiungendo ogni giorno a piedi il seminario. Sono, tra andata e
ritorno, circa otto chilometri. Nel tempo della sua formazione seminaristica
segue con grande profitto la scuola, partecipa tutte le mattine alla messa e si
comunica, aiuta in famiglia, visita ogni giovedì gli ammalati nell'ospedale, la
domenica va in giro per le strade per raccogliere i fanciulli per il catechismo.
È ordinato sacerdote il 23 settembre 1815 dal Card. Ruffo Scilla nella cappella
di S. Restituta nella Cattedrale di Napoli. A don Gaetano, diventato sacerdote,
viene subito assegnato il compito di maestro comunale, che esercita per quasi
vent'anni con diligenza, vigilanza e zelo, preoccupandosi con la cultura di
insegnare anche i principi cristiani. Si dedica con amore al servizio pastorale
nella chiesa parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano. Sviluppa la sua attività
apostolica secondo quattro direzioni: Annuncio della Parola, Ministero della
riconciliazione, Assistenza materiale e spirituale ai malati, Servizio della
carità. Quattro modi distinti per dire agli uomini che Dio è Padre e li ama.
Ogni anno, da sacerdote, si ritira a Pagani (Salerno), nella casa dei Padri
Redentoristi, per gli esercizi spirituali. Nel 1818, mentre prega sul coro,
avviene un fatto destinato a segnare ed a cambiare il corso della sua vita: gli
appare S. Alfonso per comunicargli che Dio lo vuole fondatore di una
Congregazione religiosa, offrendogli come "segno" la costruzione in
Secondigliano di una Chiesa in onore della Vergine Addolorata. L'annuncio che è
Dio a volere la costruzione di una Chiesa in onore dell'Addolorata, in
Secondigliano, è accolto con entusiasmo dalla maggior parte del popolo, ma c'è
anche chi si dimostra diffidente ed ostile. Gli avversari, pochi, ma molto
agguerriti e combattivi, giurano che impediranno la costruzione della Chiesa.
Quando il progetto sembra definitivamente destinato a fallire, don Gaetano
continua a credervi ed assicura la gente: "La Chiesa si farà, perchè è Dio a
volerla". Il 09 dicembre 1830 la Chiesa è benedetta. Terminata la costruzione,
Gaetano Errico commissiona a Francesco Verzella, scultore napoletano, una statua
in legno della Madonna Addolorata. Una tradizione vuole che egli abbia fatto
rifare più volte il volto, esclamando, alla fine: "Così era!". L'aveva vista in
visione!? La statua fa il suo ingresso in Secondigliano nel maggio del 1835 e
d'allora continuano ininterrotti il pellegrinaggio e la devozione dei fedeli
verso l'Addolorata di Gaetano Errico. Negli anni seguenti, mentre don Gaetano
prega sul medesimo coro di Pagani, davanti al SS. Sacramento, il Signore gli
manifesta che la nuova Congregazione "dev'essere istituita in onore dei Sacri
Cuori di Gesù e di Maria". Da allora, i Sacri Cuori diventarono per Gaetano
Errico, il centro della sua azione apostolica e missionaria, ed egli divenne
l'apostolo dell'amore misericordioso del Cuore di Gesù e di Maria in tutto il
Meridione d'Italia. L'amore dei Sacri Cuori lo spinge a cercare il fratello
peccatore per portarlo al Padre, anche a costo della vita e a donarsi, senza
soste e misura, soprattutto, ai fratelli delle categorie meno protette: malati,
operai, artigiani, contadini, analfabeti, ragazze senza dote e pericolanti,
carcerati. Si propone di far sentire a tutti la presenza di un Padre amoroso,
pronto al perdono e lento all'ira. Terminata la chiesa, don Gaetano comincia a
costruire, in un luogo adiacente, la casa che dovrà ospitare i futuri religiosi
i Missionari dei Sacri Cuori. Costruisce dapprima una piccola casa, dove, nel
1833, si ritira ad abitare insieme a un laico che cura il servizio della chiesa.
Con il trasferimento dalla casa paterna, inizia "ufficialmente" la realizzazione
dell'incarico più importante ricevuto da Dio: la fondazione della Congregazione
dei Missionari dei Sacri Cuori. Ingrandita la casa, fonda il "Ritiro sacerdotale
dei Sacri Cuori", per accogliere i sacerdoti disposti a impegnarsi soprattutto
nel lavoro delle missioni popolari. Don Gaetano è un uomo di Dio, è un "santo".
Come ha fatto, a diventarlo? Il primo segreto della sua santità è "consumare le
ginocchia" nella preghiera e... anche il pavimento. Che don Gaetano sia un uomo
di preghiera lo testimoniano le tante persone, che l'hanno conosciuto e le due
"fossette" nel pavimento della sua camera, scavate dalle sue ginocchia.La
penitenza è il secondo segreto della sua "santità". Nei venerdì e sabati limita
i suoi pasti ad un solo piatto di minestra. Tutti i mercoledì e in molte vigilie
digiuna a pane ed acqua. Spesso dorme per terra. Porta "un cilicio che cinge la
sua persona: petto, braccia e gambe". "Usa discipline di cordicella e di ferro
di varie specie". Don Gaetano nel 1833 inoltra al Re la domanda per il
riconoscimento del Ritiro, che è approvato insieme al regolamento il 14 marzo
1836. Il 1° ottobre 1836 apre il noviziato, ammettendovi nove novizi. Nel maggio
1838 chiede il riconoscimento pontificio della Congregazione ed il 30 giugno
riceve dalla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari il Decreto di lode. Il 6
Aprile 1839, allo scopo di consolidare lo sviluppo della Congregazione, chiede
il riconoscimento governativo, che il Re concede il 13 maggio del 1840,
dichiarando "la Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori leggittimamente
esistente e capace di godere dei corrispondenti effetti civili e canonici".
Nell'Aprile del 1846 ritorna a Roma per chiedere la definitiva approvazione. La
Congregazione è cresciuta: è aumentato il numero dei congregati e sono state
aperte diverse case. Il 7 agosto il Papa, il Beato Pio IX, emette il Decreto di
approvazione ed il 5 settembre il breve apostolico. Gaetano Errico, dopo
l'approvazione della Congregazione, unanimemente eletto Superiore generale,
lavora fino alla morte per lo sviluppo della Congregazione, curando in modo
particolare la formazione dei soggetti. S'impegna nell'attività missionaria,
nella direzione spirituale, nell'amministrazione del sacramento della
riconciliazione, nella predicazione di esercizi spirituali in numerosi conventi
di suore. Muore a Secondigliano, all'età di 69 anni, il 29 ottobre 1860, alle
ore 10 del mattino. "Amatevi scambievolmente e siate osservantissimi delle
Regole". È il testamento che lascia ai suoi religiosi. "È morto un santo" è
l'unanime commento di tutto il popolo. L'eco di questa espressione continua
ancora. Per i secondiglianesi e per tutti i suoi devoti, Gaetano Errico,
chiamato e conosciuto come "O Superiore", continua ad essere un "santo", cioè un
esempio, un punto di riferimento, un intercessore, una freccia puntata che
indica a tutti la strada di Dio, che i Sacri Cuori, per amore, hanno vissuto e
tracciato.
DON DINO, PRETE POVERO E SERVO di Emanuele Benatti
Ho incontrato per la prima volta don Dino nel marzo 1963 in canonica a Cà de
Caroli, nello Scandianese, dopo la Messa festiva, verso mezzogiorno: avevo 16
anni ed ero reduce da un’esperienza vocazionale negativa. Ricordo chiaramente,
di quell’incontro, una frase che avrei poi risentito anche in altre occasioni:
“Non si muove foglia che Dio non voglia!”. Don Dino mi invitò poi ad avere
fiducia in Dio “che sa scrivere dritto anche tra le righe storte, le nostre”.
Alcuni mesi dopo, alla ripresa degli studi ginnasiali, durante le Lodi del
giovedì, alle parola del Salmo 146 “Il Signore non apprezza l’agile corsa
dell’uomo”, interrompendo la lettura, mi disse: “Hai capito?”. Conoscendo la mia
passione per il calcio, don Dino temeva che mi lasciassi deviare o distrarre
dall’attività sportiva… Confesso che non mi è stato possibile capirlo e seguirlo
in tutte le sue “manie” (così sembravano allora a noi più giovani alcune sue
idee e richieste). Col tempo molte cose le ho capite e condivise: gliene sono
profondamente riconoscente, così come sono riconoscente al Signore per avermi
fatto incontrare i Servi della Chiesa, tra i quali ho potuto e tuttora posso
crescere anche con l’aiuto di altre figure di sacerdoti e di laici davvero
esemplari. Insieme, aiutato soprattutto da don Alberto Altana, co–fondatore
dell’Istituto Servi della Chiesa, abbiamo spesso riflettuto sulle parole
profetiche scritte da don Dino su quel biglietto messo sotto il calice della
prima Messa in Ghiara, il 25 marzo 1928. Quella duplice richiesta, di praticare
i voti religiosi restando sacerdote diocesano e di dedicarsi alle categorie più
abbandonate, conteneva già in embrione tutto il suo carisma e segnò poi non solo
la vita di don Dino e dell’Istituto, ma anche quella della Chiesa e della
società. Basta rileggere la testimonianza del Vescovo Mons. Baroni, o ricordare
il conferimento da parte del Ministro di Grazia e Giustizia, nel 1961, della
medaglia d’argento al merito della redenzione sociale. Ritornando a quel
biglietto sotto il calice, vorrei soffermarmi anzitutto sulla prima grazia
richiesta. Vi troviamo, con vent’anni d’anticipo, una prima intuizione
profetica, quella di una possibile sintesi tra due realtà per secoli tenute
separate nella vita della Chiesa: la consacrazione con voti e la secolarità,
cioè la presenza indifferenziata, salvifica e fermentatrice dei consacrati nel
loro contesto sociale ed ecclesiale, consacrazione secolare vissuta sia dai
preti che dai laici. Fu proprio quello che don Dino realizzò già negli anni ‘30
all’oratorio di S. Rocco, dove a preti consacrati che restavano diocesani si
affiancarono laici consacrati che restavano nel mondo. In questo don Dino
precorse di vent’anni la realtà degli Istituti Secolari, approvati dalla Chiesa
solo nel 1947, con la Provvida Mater di Pio XII. Ma c’è, sempre nella richiesta
della prima grazia, un’altra intuizione profetica, ripresa poi dal Concilio
Vaticano II, quarant’anni più tardi: quella del sacramento del Vescovo,
considerato come centro di comunione dei diversi carismi e vocazioni e come
padre di tutti i consacrati, nel superamento di qualunque estraneità e
privilegio. “Nihil sine episcopo!”, “niente senza il Vescovo!”, ripeteva spesso
don Dino, citando S. Ignazio di Antiochia. Il Vaticano II consacrerà appunto la
centralità del ministero del Vescovo per l’animazione della comunione in una
Chiesa che si vuole povera, ministeriale (serva), missionaria. Don Dino, fin
dagli inizi del suo sacerdozio, ha pensato di legarsi al proprio Vescovo con il
voto di obbedienza. E quando, nel 1948, Mons. Socche volle che questo impegno
fosse esplicitamente affermato nella prime Costituzioni dei Servi della Chiesa,
don Dino ne fu gioiosamente colpito e riconoscente. E si trattò sempre di una
obbedienza apostolica, generosa e coraggiosa, a volte sofferta e insonne, mai
servile né passiva né formale. Ancora, nella prima richiesta, c’era un’altra
intuizione profetica, quella dell’importanza della povertà in funzione del
servizio, quest’ultimo esplicitamente richiesto poi nella seconda parte del
biglietto. È da notare che, con l’ordinazione, l’impegno del sacerdote diocesano
al celibato e alla castità è analogo ad un voto; per l’obbedienza c’è una
promessa formale dietro esplicita richiesta del Vescovo; per la povertà invece
non c’è nessun impegno esplicito di carattere ecclesiale. Ebbene don Dino fece
della povertà il primo voto, il primo impegno vissuto come “mezzo indispensabile
di apostolato sociale tra il popolo” e come “immedesimazione nei più poveri e
fonte di grazia per la loro salvezza”. Forte di questa grazia – richiesta e,
crediamo, ottenuta in quella prima Messa – don Dino visse sempre da povero, con
i poveri e per i poveri. “La profezia di don Dino al riguardo – scriverà don
Altana nel 1992 – è inequivocabile: l’unica via di salvezza, per un mondo nel
quale la bramosia del possesso produce frutti di oppressione e di morte, sta
nell’impegno del cristiano, e in particolare del prete, ad essere povero con i
poveri e per i poveri, di una povertà affettiva ed effettiva, progressivamente
crescente, tendente all’immedesimazione redentiva e liberatrice”. Per don Dino
il rapporto tra povertà e servizio era evidente e fondante: non si poteva essere
servi senza essere poveri e non si poteva essere poveri – nel senso evangelico
della parola – senza essere servi. “I ricchi – ripeteva spesso – non amano
servire, preferiscono farsi servire”. Il Concilio ha consacrato anche questa
intuizione quando, nella Lumen Gentium, afferma che la Chiesa è chiamata a
seguire Gesù, divenuto servo (Fil 2,7) e povero per arricchirci con la sua
povertà (2Cor 8,9), e a riconoscere “nei poveri e nei sofferenti l’immagine del
suo fondatore povero e sofferente” (LG 8). Consapevole di ciò, don Dino scriveva
con soddisfazione alla fine del 1965: “è commovente riscoprire l’Istituto nelle
sue note essenziali in perfetta aderenza con quanto la Chiesa sta riscoprendo in
se stessa: servizio e povertà”. È proprio questo legame tra la povertà
consacrata e il servizio il punto di passaggio tra la prima e la seconda grazia
chiesta in Ghiara per intercessione della Madonna; quella di darsi alle
categorie più abbandonate. Don Dino, forte anche dell’appoggio convinto di don
Altana, sosteneva che “il padrone del servizio è il bisogno” e che il servizio
cristiano si dirige con maggior urgenza a chi ha maggior bisogno, cioè a chi è
più abbandonato, socialmente, pastoralmente, spiritualmente. Nei primi tempi si
trattava soprattutto di nomadi e di carcerati, poi vennero le periferie
abbandonate (al Tondo di Reggio Emilia come alla Magliana di Roma), poi i
lebbrosi e i disabili (soprattutto in Madagascar), poi i malati di AIDS, le
ragazze mercanteggiate sulla strada, infine i meninos de rua (in Brasile) e
ancora altre categorie di persone e regioni abitualmente dimenticate o
disattese. In questa scelta originaria e costante, incarnata in situazioni e con
modalità diverse, don Dino ha offerto il suo prezioso contributo ad un’altra
opzione della Chiesa conciliare e post–conciliare, la scelta preferenziale per i
più poveri. Scelta preferenziale non significa esclusiva: si tratta infatti,
come notava spesso don Altana, di “una scelta che non esclude nessuno, ma anzi,
diventando ecclesiale, è grazia per tutti, perché stimola tutti ad una ricerca
affettuosa dei più bisognosi e abbandonati e quindi porta alla salvezza
attraverso l’esercizio dell’amore e del servizio” (D. Altana: “Don Dino, il suo
messaggio e la sua opera”, 1992). Per terminare, se ci chiediamo da dove don
Dino ha attinto la sua predilezione per la povertà e per il servizio, dobbiamo
risalire alla povertà rigorosa ma ospitale, vissuta durante l’infanzia, in
famiglia: don Dino per anni è andato a scuola a piedi scalzi, con le scarpe in
spalla, ogni giorno, da Masone, suo paese natale, a Reggio (16 km per l’andata e
il ritorno); il padre Giacomo, che era carrettiere, ospitò per anni, d’inverno,
una famiglia di zingari sotto il portico del fienile; la madre Caterina aveva
accolto di buon grado come figlia, la piccola Rosa, una trovatella, che si
aggiunse agli altri 10 figli. Per questo, forse, era normale per don Dino
riempire la casa di ex–carcerati, zingari, gente senza dimora fissa; ed era
impensabile santificare le feste senza la presenza di qualche ospite a pranzo.
Ma le sue umili e semplici origini familiari non spiegano, da sole, questa sua
predisposizione. La sua teologia della carità, ispirata dai testi dello Chevrier
e del Marmion, si nutriva della contemplazione quotidiana del Cristo povero,
servo, crocifisso, offerto, presente, tanto nel sacramento dell’altare quanto
nel sacramento dei poveri. In effetti, dietro e sotto il don Dino pubblico,
brillante, creativo, infaticabile, si nascondeva, ma per noi era visibilissimo,
il don Dino orante e contemplativo, “prete di tabernacolo e di rosario, dalle
ginocchia piagate, prete fermentato nel vino della Messa”, prete innamorato di
Cristo e dei suoi misteri, prete amante perciò del suo corpo mistico e delle sue
membra più deboli e bisognose. Ad oltre vent’anni dalla sua morte (27 settembre
1983, giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di S. Vincenzo de’ Paoli,
l’apostolo dei poveri, al quale don Dino si era sempre ispirato), in vari
ambienti ecclesiali, nazionali ed internazionali, e in altrettanti ambienti di
pastorale specifica (carceri, mondo dei Sinti e dei Rom, circhi, luna park) la
memoria di don Dino resta più viva che mai. Sono invece, purtroppo, le giovani
generazioni ad ignorarlo. In questi anni, non sono stati pochi i vescovi, primo
fra tutti Mons. Caprioli, i sacerdoti e i laici a rimproverarci di essere “figli
irriconoscenti”, troppo di–screti nel tenerne viva la memoria. è che i Servi
della Chiesa non possono dimenticare alcune parole infuocate di don Dino stesso,
contrario a quello che lui chiamava “il mito del fondatore”. Eppure, a più di
vent’anni dalla morte, vari segni ed eventi ci sollecitano ad assumere anche
questa responsabilità. Per questo, nell’anno centenario della sua nascita (7
settembre 1905–2005), abbiamo deciso, per il bene della Chiesa, dell’Istituto
stesso e della società, di chiedere al Vescovo di Reggio Emilia l’introduzione
dell’iter diocesano per la causa di canonizzazione. E proprio il 15 ottobre
2005, al Palazzetto dello Sport di Reggio Emilia, al termine della Messa
celebrata per la festa della Congregazione Mariana delle Case della Carità,
fondata da Mons. Mario Prandi di Reggio Emilia, Mons. Caprioli ha annunciato con
enfasi il “nihil obstat” della Sacra Congregazione per il Culto dei Santi
riguardante l’apertura dell’iter diocesano per la canonizzazione di don Dino
Torreggiani. Il “Comitato attore”, una volta riconosciuto e approvato dal
Vescovo, inizierà il suo lavoro di ricerca e di raccolta di materiale e di
testimonianze, favorevoli e contrarie. Poi spetterà agli organi ufficiali e
competenti della Chiesa fare il necessario discernimento. L’iter sarà lungo. Chi
vivrà, vedrà, ma nessuno ci perderà…
Rapito dalla guardie di Tito,
venne ucciso “in odio alla fede” nel 1946 di Mirko Testa CITTA' DEL VATICANO,
martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- Con il decreto firmato recentemente da
Benedetto XVI, la Chiesa di Roma ha riconosciuto il “martirio in odio alla fede”
di don Francesco Bonifacio, un sacerdote istriano, vittima delle foibe, che per
la sua bontà e generosità veniva chiamato in seminario “el santin”. In questo
modo verrà presto iscitto all'albo dei beati, questo sacerdote ucciso nel 1946
all'età di trentaquattro anni, la cui causa di beatificazione era stata avviata
nel 1957 dall'allora Arcivescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin. La storia
delle foibe è legata al trattato di pace firmato a Parigi il 10 Febbraio 1947,
che impose all’Italia la cessione alla Jugoslavia di Zara – in Dalmazia –,
dell’Istria con Fiume e di gran parte della Venezia Giulia, con Trieste
costituita territorio libero tornato poi all’Italia alla fine del 1954. Dal 1943
al 1945 le truppe jugoslave del maresciallo Tito, in collaborazione con i
comunisti italiani, commisero un’opera di vera e propria pulizia etnica mettendo
in atto gesti di inaudita ferocia. Migliaia di persone vennero giustiziate e
gettate nelle cosiddette "foibe", le cavità carsiche profonde fino a 200 metri.
Gli storici parlano di quattromila persone, ma i sopravvissuti indicano un
numero di molto superiore, fino a ventimila. In quell'epoca, 350.000 italiani
abbandonarono l’Istria, Fiume e la Dalmazia. Intere famiglie italiane vennero
massacrate, molti vennero legati con il filo spinato ai cadaveri e gettati nelle
voragini vivi. Furono almeno 50 i sacerdoti uccisi dalle truppe comuniste di
Tito. Nella sola foiba di Basovizza, a pochi chilometri da Trieste, una delle
poche foibe rimaste in territorio italiano, sono stati ritrovati quattrocento
metri cubi di cadaveri. Per decenni questa barbarie è stata coperta con i
silenzi, mentre negli anni Novanta l’attenzione per il tema è aumentata fino a
che il Parlamento italiano, con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, ha istituito
il "Giorno del Ricordo", per conservare la memoria della tragedia delle foibe.
In quel clima di terrore civile portato avanti spesso con lo strumento della
persecuzione religiosa padre Bonifacio recava conforto alla gente delle colline
tra Buie e Grisignana, nell'attuale Croazia, e raccoglieva attorno a sé i
giovani, dando vita a un'Azione Cattolica locale. Nato a Pirano (Istria) nel
1912, da una famiglia umile e profondamente cristiana, e secondo di sette figli,
Francesco ricevette l'ordinazione sacerdotale il 27 dicembre 1936, nella
cattedrale di San Giusto a Trieste. Dopo un primo incarico a Cittanova, assunse
la responsabilità della curazia di Villa Gardossi, che raccoglieva diverse
frazioni sparse nella zona di Buie. Don Francesco si fece subito amare,
promuovendo numerose attività, visitando le famigle, gli ammalati, e donando
quel poco che aveva ai poveri. Il suo impegno lo rese un prete troppo scomodo
per la propaganda antireligiosa della Jugoslavia di allora, ma nonostante le
intimidazioni proseguì fino alla fine per la sua strada. E' la sera dell'11
settembre 1946 e don Francesco Bonifacio sta rincasando da Grisignana. A un
certo punto viene fermato da due uomini della guardia popolare. Chi li vide
raccontò che sparirono insieme nel bosco. Il fratello, che lo cercò
immediatamente, venne incarcerato con l’accusa di raccontare delle falsità. Per
anni la vicenda è rimasta sconosciuta, finché un regista teatrale è riuscito a
contattare una delle guardie popolari che avevano preso don Bonifacio.
Quest'ultimo raccontò che il sacerdote era stato caricato su un’auto, picchiato,
spogliato, colpito con un sasso sul viso e finito con due coltellate prima di
essere gettato in una foiba. Da allora i suoi resti non sono stati mai più
ritrovati.
Enrico Rebuschini nacque a
Gravedona (Como) il 28 aprile 1860, secondo di cinque figli in una famiglia
della buona borghesia lombarda. Sui diciott’anni, Enrico, pure gratificato dal
successo negli studi, non era un ragazzo sereno e attraversava momenti
prolungati di tristezza. Alle prospettive mistiche si univano ansie spirituali.
Lui sentiva il richiamo alla vita religiosa, ma era un discorso che al papà dava
sui nervi, perché aveva altre mire per il suo Enrico. Seguirono tentativi di
sistemazioni diverse, nelle quali, pure cercando di impegnarsi, di fatto si
trovava a disagio perché non aveva scoperta la sua strada e riemergeva il
desiderio verso una donazione totale. Dovrà convincersi anche il padre, che alla
fine permette al figlio, già ventiquattrenne, di entrare nel seminario di Como.
Date le sue qualità, viene inviato al Collegio Lombardo di Roma per frequentare
gli studi teologici all’Università Gregoriana. Riesce lodevolmente negli studi,
e stimato dai superiori, eppure Enrico viene ripreso da una crisi più grave di
depressione e deve ritornare in famiglia. Si sentiva incerto, diffidava di sé,
era anche inceppato nella parola. Ricoverato per un certo periodo in una casa di
cura, scriverà dopo anni: "Là Dio operò la mia salute con darmi confidenza nella
sua infinita bontà e misericordia". Il sofferto ricupero viene attribuito dal
Rebuschini all’intervento liberante di Dio e di Maria santissima. Ci saranno in
seguito delle ricadute, sempre concomitanti con uno stato di affaticamento, ma
meno gravi e più brevi. Come per San Camillo la piaga ulcerosa ê stata la via
che ho ha condotto agli ammalati, così per il nostro Enrico la crisi lo aiuterà
a sensibilizzarsi verso i malati e a orientarsi verso la vocazione camilliana.
Ripreso l’equilibrio psicologico, Enrico si impegna spiritualmente e riprende
l’abitudine di visitare i bisognosi, abbinando l’erogazione di sussidi al
supporto morale e religioso. Apprezzando tate sensibilità, il suo confessore lo
orienta verso i Camilliani, l’istituto religioso dedicato all’assistenza dei
malati. Sarà pregando davanti al quadro di S. Camillo de Lellis, nella chiesa
parrocchiale in Como di S. Eusebio, che Enrico, come confidò poi a suo cugino,
ebbe come una folgorazione che gli illuminò la strada. II santo è ritratto
davanti al Crocifisso, che staccando le braccia dalla croce gli dice: "Continua,
l’opera non è tua, ma mia". Enrico ritiene rivolta a sé quell’esortazione e, a
27 anni, decide di presentarsi al noviziato dei Camilliani a Verona. Con
particolare dispensa, ancora durante il biennio di noviziato viene ordinato
sacerdote dal Vescovo di Mantova, mons. Giuseppe Sarto (il futuro papa San Pio
X), il 14 aprile 1889. Nella festa dell’Immacolata 1891 emette la professione
religiosa definitiva. Per un decennio svolge il suo ministero a Verona, dapprima
come vicemaestro e insegnante dei novizi; poi si prodiga come assistente
spirituale agli infermi negli ospedali Militare (1890-95) e Civile (1896-99)
della città. Il 1 maggio 1899 p. Enrico arriva a Cremona, nella Casa di cura S.
Camillo, dove rimarrà fino alla morte. Per il suo spirito di servizio ai
confratelli viene confermato per undici anni superiore della comunità e per
trentaquattro anni amministratore-economo. Quarant’anni di vita e di operosità,
in cui senza far rumore, ma con l’eloquenza dell’esempio e della bontà, s’e
guadagnato la stima e l’affetto di tutta la città e il soprannome popolare di
"Padrino santo". Il 23 aprile 1938, dopo aver celebrato presso un malato grave,
ritorna a casa con un forte raffreddore, cui non da importanza. Due giorni dopo
è a letto con broncopolmonite. L’8 maggio chiede l’Olio Santo. Il 10 rende
l’anima a Dio. Aveva 78 anni. Il 4 maggio 1997 viene proclamato beato da
Giovanni Paolo II. La spiritualità del Beato Enrico La santità “feriale”
Richiamando le figure dei beati e dei santi, si esaltano soprattutto le opere e
Ia dottrina, quasi costituiscano l’aspetto principale della santità. Ma essi non
sono diventati santi per queste manifestazioni esterne. Il nostro Beato ci svela
il segreto della santità "feriale", ossia della santità vissuta nella
quotidianità dell’esistenza. Lo scrittore Alessandro Pronzato ha così
felicemente sintetizzato il suo identikit: "Uno come noi eppure tanto diverso da
noi". Ossia non ha compiuto azioni straordinarie, ma ha vissuto con
straordinaria spiritualità la vita di ogni giorno. Era un religioso mite, umile,
silenzioso, sempre disponibile ad aiutare i confratelli, i malati, i poveri,
anche quando poteva ben sapere che qualcuno abusava della sua bontà. "Ovunque è
passato — ricorda mons. Giulio Nicolini, vescovo di Cremona —, il beato Enrico
ha lasciato il ricordo di una vita religiosa esemplare; una vita vissuta nel
silenzio, nella preghiera, nell’umiltà e nella carità, in una parola nella
santità quotidiana, concreta, reale, che può essere imitata e praticata da tutti
coloro che vogliono impegnarsi nel servizio generoso e incondizionato a Dio e al
prossimo, in particolare dei bisognosi e dei malati". È stato l’uomo della
preghiera e del servizio. La donazione ai malati La maturazione spirituale del
nostro Beato è iniziata nella sofferenza per le deprimenti crisi depressive.
Anche dopo il sacerdozio ebbe un’altra prova, pare l’ultima, di esagerato senso
di colpa. La depressione può rinchiudere la persona in se stessa e provocare
comportamenti rigidi e difensivi. Enrico ha valorizzato la prova con umiltà e
fiducia in Dio, trasformando il lato debole della sua personalità in particolare
sensibilità verso coloro che soffrono e delicata comprensione nel ministero
della confessione. Riuscì a realizzare un comportamento sereno e una capacità di
donazione straordinaria. Nei mesi che precedettero l’entrata nell’Ordine dei
Camilliani, lasciò scritto nel diario: "Offro per il mio prossimo tutto me
stesso e la mia vita". E fu fedele a questa donazione, particolarmente verso i
malati, donazione che partiva da una intensa vita di comunione con Dio. Nel
servizio ai malati applicava la raccomandazione di San Camillo: "Servire i
malati come fa una madre con il suo unico figlio infermo". Sua caratteristica
era il tratto delicato, riguardoso e caritatevole verso tutti. Sempre di umore
uguale, sereno, gentile e premuroso. Per quelli che erano lontani da Dio, faceva
pregare e pregava insistentemente lui stesso in cappella. Più volte fu visto
sostare in orazione prima di entrare in una stanza dove c’era un malato
allergico ad ogni richiamo religioso. Poi, timidamente, si affacciava rivolgendo
poche parole, ma per lui parlava il volto, lo sguardo che riflettevano
spiritualità convinta e sensibilità fraterna e colpivano salutarmente. Un simile
equilibrio, arricchito da una capacità di relazione autentica, fatta di
sensibilità, manifesta la maturazione spirituale. Sulle orme del fondatore, San
Camillo, evidenziava Giovanni Paolo II ai pellegrini accorsi a per la
beatificazione del Rebuschini, "egli ha testimoniato la carità misericordiosa,
esercitandola in tutti gli ambiti in cui ha operato". Il suo saldo proposito di
"consumare il proprio essere per dare Dio al prossimo, vedendo in esso il volto
stesso del Signore", lo impegnò in un arduo cammino ascetico e mistico,
caratterizzato da un’intensa vita di preghiera, da un amore straordinario per
l’Eucaristia e dall’incessante dedizione per gli ammalati e i sofferenti.
Juan Gerardi, martire 10 anni fa veniva ucciso in
Guatemala Il 26 aprile 1998, nella casa parrocchiale di San Sebastian a Città
del Guatemala, veniva ucciso il vescovo ausiliare Juan Gerardi, 75 anni,
fortemente impegnato per la verità e la riconciliazione nel paese dopo gli anni
sanguinosi della dittatura militare. A dieci anni di distanza, e a pochi giorni
dal ricordo dei missionari martiri – vogliamo ricordarlo anche noi con le parole
di mons. Alvaro Ramazzini, vescovo di San Marcos in Guatemala e attuale
presidente della Conferenza episcopale, che in questi anni ne ha raccolto
l’eredità. Sono passati dieci anni dal brutale assassinio del vescovo Juan
Gerardi. Lui è stato un buon pastore, convinto difensore dei diritti dei più
poveri e degli indifesi. Uomini e donne che per anni non hanno potuto alzare la
voce per reclamare ed esigere rispetto per la loro dignità umana e per la loro
condizione di figli e figlie di Dio. Nell’assassinio premeditato e astutamente
pianificato contro di lui e contro molti altri che come lui si sono fatti araldi
del vangelo della verità e della giustizia – come nella crocifissione e morte di
nostro Signore Gesù Cristo, pianificata e voluta dalle autorità religiose
ebraiche del tempo in connivenza con Pilato, rappresentante dell’imperatore a
Gerusalemme – dobbiamo vedere, al di là degli elementi storici e delle
circostanze, un significato più profondo, comprensibile solo dal punto di vista
della fede. Gesù è passato per questo mondo “facendo il bene”. Tutta la sua
vita, le opere, le parole, sono un’espressione chiara e coinvolgente dell’amore
di Dio. Perché allora è stato crocifisso? Qual’è stata la ragione della sua
morte? Sono le stesse domande che assediano i nostri pensieri a dieci anni
dall’assassinio del vescovo Gerardi: perché? Se c’è qualcosa che ha
caratterizzato la sua vita è stata la sua passione per la verità, la giustizia,
la libertà e l’amore per i poveri e gli esclusi. Infaticabilmente, fino all’ora
della morte, ha cercato di aprire spazi che offrissero alla società guatemalteca
un’alternativa di vita e non di morte. Annunciava e difendeva il valore della
vita umana, come parte essenziale del progetto di Dio, contro tutto ciò che la
distruggeva. Sognava una pace stabile e duratura nel quadro di una
riconciliazione che sanasse le ferite profonde provocate dal conflitto armato.
Amava profondamente il suo popolo e cercava il bene comune, che non si raggiunge
senza manifestare la forza della verità e senza portare allo scoperto tutto ciò
che si oppone alla volontà di Dio. “Il nostro cammino – aveva detto due giorni
prima di essere ucciso, presentando pubblicamente nella cattedrale di Città del
Guatemala i risultati delle indagini sulla storia della violenza del Paese – è
stato e continua ad essere pieno di rischi, ma la costruzione del Regno di Dio
comporta dei rischi e solamente i suoi edificatori hanno la forza di
affrontarli”. Come lui, i martiri e i testimoni della fede danno ragione alla
croce di Cristo e rendono possibile la speranza di un futuro differente, di
un’umanità rinnovata, di cieli e terra nuova. Hanno dato le loro vite affinché
nei nostri popoli la speranza si mantenga sempre viva. Nella debolezza del loro
corpo mortale hanno permesso che si rendesse presente la forza del Signore
risorto. E così, anche se agli occhi dei loro assassini e persecutori la loro
morte è stata inutile e ha rafforzato la loro arroganza e superbia, la verità è
un’altra: loro vivono per sempre. Questa è la verità definitiva. Verità e storia
definitive anticipate nella morte dei testimoni della fede, la cui testimonianza
sarà sempre scomoda per coloro che sono “del” mondo, ma seme di vita nuova e di
fortezza per coloro che credono in Gesù.
PER
RICORDARE INSIEME (Monsignor Rahho,”vescovo del sorriso”)
Chiesa e
Missione, Brief
“Mons. Faraj,
vescovo del sorriso, sono sicuro che tu ora sei in meditazione e che il tuo
pensiero vaga pur in un angusto spazio... Sono sicuro che le domande che ti
stanno ponendo ti investono con la violenza degli spari e che la tua lingua
prova vergogna nel rispondere...Sono sicuro che tu puoi sentire l'odore dei
tappeti da preghiera, il cigolìo della porta, il richiamo alla preghiera dai
minareti nella stessa buia camera dove ti trovi. So che sei dispiaciuto di
ascoltare parole ed insulti privi di senso che ti feriscono, ti fanno sentire
straniero nella tua città e ti spingono a chiederti cosa puoi mai aver fatto
nella tua vita da suscitare tanto odio. So che stai mangiando per abitudine e
non per fame, e che il cibo che ti portano non viene da una terra irrigata da
acqua o sudore ma da sangue”: sono brani una lettera in cui padre Douglas Al
Bazi - sacerdote cattolico caldeo di Baghdad, rapito nel novembre del 2006 e
rilasciato dopo 9 giorni di sequestro - si rivolgeva al vescovo di Mossul,
monsignot Faraj Paulus Rahho, rapito il 29 febbraio; era stata pubblicata dal
blog “Baghdadhope” e ripresa dal Servizio informazione religiosa (Sir) della
Conferenza episcopale italiana una settimana fa. Oggi, sul sito del blog, dove
con una particolare iniziative sono state accese 66 candele da persone di 11
paesi, in prima pagina si legge tra l’altro: “Le candele che abbiamo acceso in
questi giorni per la sua liberazione rimarranno come testimonianza dell'affetto
che molte persone avevano per lui. L'invito di Baghdadhope è quello di
continuare ad accenderle per dimostrare la nostra vicinanza alla Chiesa Caldea
irachena..”. Padre Douglas concludeva:”Eccellenza, ti stiamo aspettando, che tu
faccia ritorno o meno. Tu sei un martire, un testimone della Fede. Alzati e
torna da noi. I tuoi figli ti stanno aspettando”.
Era un pastore
semplice, pieno d’amore e di zelo per il suo mandato. Una persona pacifica e
molto coraggiosa”: monsignor Benjamin Sleiman, arcivescovo latino di Baghdad,
racconta alla MISNA chi era monsignor Paulos Farj Rahho, arcivescovo caldeo di
Mossul, rapito il 29 febbraio, e il cui corpo senza vita è stato ritrovato poche
ore fa. “Forse non era particolarmente erudito: parlava solo l’arabo, non che
questo abbia importanza, voglio solo dire che era una persona alla mano -
continua il vescovo Sleiman facendosi sfuggire nella voce una tono di complice
affetto nel ricordale monsignor Rahho - Aveva una grande sensibilità pastorale,
mosso da un profondo sentimento di vicinanza con la gente. E questo traspariva
anche dalla sua aria un po’ bonaria”. “Voglio dire con chiarezza - sottolinea
l’interlocutore contattato nella capitale irachena - che il vescovo Rahho è
stato un martire. In questa guerra si sente spesso tanti usare questa parola, ma
lui è un vero martire: è stato fedele al suo mandato, è rimasto a vigilare sulla
sua comunità in giorni pieni di paura e pericoli per i cristiani, molti dei
quali sono fuggiti; restano i più poveri, quelli che non saprebbero dove andare
e chi spera ancora nel futuro: l’arcivescovo Rahho è rimasto con loro". Sulla
situazione a Mossul, monsignor Sleiman aggiunge : "I cristiani hanno vissuto per
secoli con i musulmani in queste terre, pacificamente, con rispetto reciproco.
Ora c'è chi vuole spaventarci e cancellare questa esperienza. È molto
angoscioso". L’arcivescovo latino di Baghdad dice anche di avere temuto fin da
subito il drammatico epilogo del sequestro: “Risultava a tutti molto sospetto il
comportamento dei rapitori. Chiunque abbia visto la sua auto crivellata di
colpi, e l’uccisione dei tre accompagnatori, ha temuto che il vescovo fosse
stato ferito, se non addirittura ucciso, in quei momenti e che poi i
sequestratori abbiano solo preso tempo, sperando di ottenere il denaro. Ma
questo lo potranno verificare solo i medici”.
Si deve ricordare
che il sequestro del prelato avvenne alla fine di una vasta operazione di
‘pulizia’ della città compiuta dall’esercito americano. Ciò dimostra chiaramente
che questo genere di metodi non costituisce una soluzione per pacificare il
paese. Sottolineo il silenzio assordante degli americani dopo l’annuncio del
rapimento”: lo scrive monsignor Philippe Brizard, direttore generale dell "Œuvre
d’Orient” (Opera d’Oriente), istituita in Francia nel 1856, riconosciuta due
anni dopo dalla Santa Sede come ‘opera della Chiesa’, attiva in 21 paesi per il
sostegno dei cristiani d’Oriente. «E’ un’azione cinica, inammissibile, che
sottolinea l’assenza di rispetto per l’uomo. Ancora un prete ucciso! Ammazzare
un uomo di Chiesa diventa banale. I cristiani sono cittadini come gli altri in
Iraq. Hanno diritto a sicurezza e rispetto. E’ inconcepibile che siano
minacciati, depredati, rapiti, assassinati". Monsignor Brizard, che in febbraio,
in visita in Iraq, era stato sconsigliato di recarsi a Mossul, ricorda anche il
ruolo dei cristiani in Iraq sempre dalla parte della verità e della giustizia
senza mai far ricorso a mezzi violenti. Sulla stessa pagina del sito dell’Opera
- che ha come motto "I cristiani di Francia per i cristiani d'Oriente" - si
afferma anche che, secondo una fonte locale, monsignor Rahho era morto
probabilmente da cinque giorni “e il suo corpo non presenterebbe alcuna traccia
di colpi o di ferite”, un particolare che potrà essere confermato soltanto
quando saranno resi noti i risultati dell’autopsia.
Don Danilo
Cubattoli era un prete fuori dal comune: ha portato la sua attenzione di pastore
in ambienti non certo attraenti come il carcere, in uno stile che richiama molto
quello di san Filippo Neri. Amico degli ultimi, amante delle sde (anche
ciclistiche), ma pure di grandi nomi della società e della Chiesa. Un ricordo
indelebile lasciato nella diocesi di Firenze, in cui ha vissuto e svolto un
ministero molto originale.
In memoria del
prete volante
C‘era una volta,
nella città di Firenze, don Danilo Cubattoli, che tutti chiamavano don Cuba.
Potrebbe iniziare così, con queste parole dal sapore arcaico e leggendario, il
profilo esistenziale e morale di don Cuba, sacerdote della diocesi di Firenze,
nato nel 1922 e
morto il 2 dicembre 2006. E un simile attacco non sarebbe motivato
soltanto per un
vezzo letterario, ma dalla realtà dei fatti poiché a Firenze don Cuba
era un
personaggio, una leggenda, al di fuori degli schemi, ma innamorato di Gesù
Cristo e della
Chiesa e della sua Chiesa fiorentina in particolare. Tale alone da leggenda se
lo portò dietro, sia per il suo carattere estroverso, gioviale, ottimista, sia
perché per ben ventisei anni è stato cappellano delle carceri di Sollicciano,
negli anni in cui terroristi, mafiosi, extracomunitari affollavano le celle del
carcere, sia perché seguì da vicino l’intera vicenda del cosiddetto mostro di
Firenze, nell’imputato Pacciani. Don Cuba, dal carattere fresco, genuino e
affabile come quello di un montanaro, in mezzo a tutte queste vicende
drammatiche ci stava bene, come un vero amico che cerca di tirare su l’animo
depresso e sconfortato. Si direbbe quasi, a volere richiamare un grande
scrittore come Gustave Flaubert nel suo delizioso racconto Vita e lavori del
reverendo padre Cruchard, che egli da una vita semplice e spontanea, poco alla
volta, riusciva a conquistarsi la simpatia e la fiducia di uomini di tutte le
categorie sociali. Basterebbe solo scorrere i titoli dei giornali, alla sua
morte, per rendersi conto di ciò che don Cuba era per la città di Firenze:
“Muore don Cubattoli, il prete ciclista, angelo per i detenuti” (La Nazione),
“Don Cuba: un cercatore di perle nascoste, appassionato di cinema e amico di
registi. Don Cuba un arcobaleno per tutti”(Toscana oggi).
«Ogni uomo è mio
fratello»
Nato nel 1922 a
Tavarnelle Val di Pesa e ordinato sacerdote nel 1948, fu vice parroco a Ronta
Vicchio, nel Mugello, dopo di che lavorò a Firenze tra i ragazzi di strada di
San Frediano (zona di Firenze così tanto cara allo scrittore Vasco Pratolini che
la riprese nei romanzi Le ragazze di San Frediano e Metello), in seguito fu
nominato cappellano dell’Onarmo e poi assistente delle carceri. Una strada
pastoralmente e culturalmente parlando lastricata di tanti nomi illustri che don
Cuba non solo conobbe, ma cui fu anche vicino e amico: il cardinale Elia Dalla
Costa (il quale scherzosamente amava dire che don Cuba era stato a lui
ubbidiente perché lui [il cardinale] aveva sempre ubbidito a don Cuba), Giorgio
La Pira don Facibeni, il cardinale Piovanelli e negli ultimi anni il cardinale
Antonelli. E assieme ai nomi (quelli citati e altri) le esperienze pastorali
vivaci, battagliere che animarono anni del Concilio e del dopo Concilio. E in
campo laico, altri nomi a cui don Cuba è stato vicino, Gino Bartali anzitutto,
poi Pasolini, Fellini Zeffirelli, Olmi, Benigni... L’11 maggio 1952 la Domenica
del Corriere gli dedicava la copertina perché egli aveva sfidato un gruppo di
giovani comunisti a una gara ciclistica da Firenze a San Casciano; vinse don
Cuba e i giornali. del momento lo chiamarono “il prete volante”. E un poeta
popolare gli dicò dei versi: «Anno cinquantadue, mese di maggio, / un gruppo di
ragazzi in San Frediano / montano in bicicletta e con coraggio / sfidano “il
Cuba” fino a San Casciano.. / Filava “il Cuba” che pareva il vento, / quel vento
che rinfresca a primavera / Galluzzo, Tavernuzze….e in un momento / in fondo al
gruppo: una tonaca nera...». Era un modo, come amava dire lui stesso di sé, di
essere prete per quelli che i preti non li vogliono. E don Averardo Dini, suo
amico e coetaneo, scrisse: «Don Danilo Cubattoli era un prete fiorentino di
razza straordinaria ed ha speso tutta la sua vita accanto a coloro che tutti
tengono lontani perché giudicati un pericolo pubblico, meritevoli solo di
restare in carcere. La pastorale per le parrocchie non era pane per i suoi
denti. Il carcere è un postaccio per annunciare il Vangelo, che è un messaggio
di libertà. Eppure don Cuba si trovava a suo agio in nome del principio che
dice:ogni uomo è mio fratello».
Portare allegria
anche in un ambiente drammatico.
Don Cuba è stato
uno di quei preti che non ha lasciato nulla di scritto (niente libri,
opuscoli...); ha solo parlato, fatto, agito, sorriso, abbracciato carcerati,
poveri, operai, è stato il prete dell’oralità. Questo è già tanto. È un
testamento morale e orale che non andrebbe perduto: la memoria dei buoni, dei
miti, dei retti dovrebbe insegnare molto a tutti noi. Ecco perché a poco più di
un mese dalla sua morte la città di Firenze si è stretta attorno alla sua
figura. Il 19 gennaio 2007 il sindaco Leonardo Domenici si è fatto promotore in
Palazzo Vecchio, di una manifestazione in onore di “don Cuba: arcobaleno per
tutti”. Le relazioni dello stesso sindaco, del cardinale Piovanelli, che è stato
suo compagno e amico, del giornalista fiorentino Pier Francesco Listri, del
salesiano don Giorgio Bruni, hanno cercato di ridare voce alla personalità
spirituale di don Cuba, nella rievocazioni di episodi, fatti ed eventi grandiosi
nella loro ordinarietà. Il sindaco ha proposto addirittura di dedicargli una
strada di Firenze. E il 29 gennaio, al teatro del Cestello, accanto al Seminario
diocesano, le Acli hanno organizzato un altro incontro: “Per Danilo Cubattoli,
un ricordo di don Cuba”, con relazioni di Gabriele Parenti e del cardinale
Piovanelli. In tale occasione è stato letto il testamento spirituale di don
Cuba, in cui tra l’altro si trova scritto: «Cari amici e parenti tutti, miei
confratelli nel sacerdozio e mio carissimo Cardinale, vi ringrazio dal profondo
del cuore per l’affetto che mi avete sempre voluto e che per me è stato come il
tangibile volto del Signore, capace di riempirmi sempre di gioia e di fede certa
nella sua misericordiosa bontà. Vi chiedo perdono per quanto non ho saputo
ricambiare... Vi prego di non piangere, a me non riusciva, ma fate festa,
cantate, godete questa splendida vita che il Signore ci dona ogni giorno; io
confido tutto nel suo immenso amore per noi peccatori e mi fido di Lui che ho
visto tante volte portare la dura croce della carcerazione. Sono anche sicuro
dell’aiuto di tutti i nostri Santi fiorentini e toscani, specie del mio san
Filippo Neri e del mio splendido Angelo Custode, amico fedele e formidabile».
Ecco, forse se a un santo fiorentino possiamo accostare la figura di don Cuba,
questo sarebbe proprio san Filippo Neri, il santo delle burle, dei giovani, dei
ragazzi o dei carcerati, che lui, don Cuba, riusciva a far ridere anche in un
ambiente, per tanti aspetti, drammatico.
Il giorno dopo il trasferimento di mons.
Giancarlo Maria Bregantini da Locri a Campobasso rimangono le dichiarazioni
sopra le righe di alcuni (anche collaboratori), la riaffermazione del valore
dell'obbedienza da parte del vescovo, la tristezza di una terra che vede partire
un uomo amato e stimato, ma soprattutto la ridda di analisi su retroscena che in
realtà non esistono. Si è detto che mons. Bregantini fosse troppo esposto anche
nell'opinione dei vescovi calabresi, che abbia dato fastidio alla criminalità e
ai poteri occulti, alludendo alla disponibilità della Santa Sede ad avvallare
simili pressioni. In realtà, da quanto Korazym.org apprende il
trasferimento-promozione sarebbe maturato anche nell'interesse dello stesso
Bregantini. L'idea di assegnargli una diocesi più grande (che in ogni caso gli
darà modo di avere un ruolo più significativo anche all'interno della Conferenza
episcopale italiana) rientra nella volontà di garantirgli un periodo più
tranquillo dopo anni di esposizione in prima linea. E non vi è nessun rischio
che la sua opera venga ridimensionata, anche perché i progetti di promozione e
formazione dei giovani sono diventati ormai un modello, presente tra l'altro in
molte altre diocesi della Calabria, a cominciare da Palmi e Rossano.Rimane
comunque l'aspetto umano della vicenda, sia per i fedeli che per l'uomo, in
Calabria da più di 30 anni, prima come studente, poi come parroco e vescovo.
Sono i sentimenti che emergono dalle sue stesse parole. “Non ci sono giochi
oscuri, - ha detto ieri mons. Bregantini, incontrando i fedeli - né della
Massoneria o della `ndrangheta o del potere, o ricatti, invidie o gelosie.
Capisco i toni appassionati di questi giorni ma tutto va riportato dentro i
canali normali dell'obbedienza". E ancora: ''Il disegno misterioso del Signore
per cui il Papa mi ha chiamato a Campobasso. Mi avete accolto come un figlio di
questa sofferta e dignitosa terra e allo stesso tempo come Padre di consolazione
e di speranza. Insieme abbiamo sofferto e gioito per i semi di speranza
rilasciati lungo sassosi e insanguinati percorsi che adesso sono diventati
giardino''. Poi un ultimo passaggio sulla obbedienza: "Avrei potuto dire no al
Santo Padre, ma se non avessi obbedito, cosa mi avrebbero potuto dire i
tantissimi parroci che ho trasferito in questi 13 anni di mia permanenza nella
diocesi di Locri-Gerace?. Chi obbedisce si santifica. L'obbedienza è principio
di ogni virtù e crea sempre la pace''.
Concetti ripresi anche con i giornalisti.
“Fosse dipeso da me non avrei mai lasciato Locri; – ha detto - penso che valga
per tutti coloro che hanno un incarico nella Chiesa quello di restare dove si
opera". Un'occasione per fare anche un bilancio di questi anni: ''Non sono mai
stato né un eroe, né un vescovo anti 'ndrangheta, ma ho solo dato voce alle
parole dei fedeli. Sono
convinto che la mia partenza dalla Locride sia
simile ad un albero potato ma non tagliato. Un albero che se sarà bene innestato
darà frutti ancora più rigogliosi. La gente della Locride però non ha solo
bisogno di buoni samaritani o di olio consolatorio, ma anche di buoni
seminatori''.
Il vescovo pensa alle istituzioni e alla
politica che non sempre “riescono a cogliere i segni lanciati dalla gente con la
stessa velocità della Chiesa". Infine una serie di appelli. Ai giovani ''per
lottare sempre contro la logica del destino e vincere con fiducia la
rassegnazione''; alle scuole ''perché siano capaci di educare sempre al bene,
conquistando il futuro con dignita' e qualita'''; al mondo della politica
''affinché ami questa terra con serio e leale impegno per dare stabilità e
motivazioni di crescita verso il bene comune come insieme tante volte abbiamo
sognato''. E anche ai “fratelli deviati dalla mafia”, “perché la misericordia di
Dio non si scandalizza del peccato”. Anzi, conclude il vescovo, “Gesù si ferma
proprio nella casa di Zaccheo perché non è bloccato dai pregiudizi della gente,
né dall'orrore del male compiuto da quest'uomo e va in cerca della pecorella
smarrita. Fate ritorno alla pace di Dio, nelle vostre famiglie, con azioni di
coraggio e di perdono, vero profumo per i nostri paesi, rinunciando apertamente
alla disonestà in tutte le sue forme perché siete chiamati a più nobile
bellezza''.
Detto questo, il trasferimento di mons.
Bregantini continua a far discutere. Tra le tante reazioni, quella della diocesi
di Locri che accoglie la notizia “con vivo e profondo rammarico”, esprimendo al
vescovo “immensa gratitudine” e di mons. Giuseppe Agostino, che da arcivescovo
di Crotone ha ordinato mons. Bregantini sacerdote e poi vescovo. "Non bisogna
guardare al trasferimento con troppa fantasia; - dice - è stato promosso perché
la Chiesa ha tenuto conto del suo grande impegno a livello sociale e antimafia,
lo ha considerato un elemento positivo. Forse voleva farlo riposare, le
considerazioni sono molteplici e d'altro canto non bisogna dimenticare che è
stato più volte oggetto di attentati". Aspetto a cui allude anche un altro ex
vescovo di frontiera, mons. Antonio Riboldi, che per tanti anni ha guidato la
diocesi di Acerra. "Bregantini per tanti aspetti mi ricorda don Puglisi -
afferma il presule - Due sacerdoti che hanno picchiato duro contro la
criminalità e si sono battuti per restituire ai fedeli la speranza. Però don
Puglisi è stato fatto fuori e temo che Bregantini corresse lo stesso rischio. La
Chiesa però non ha bisogno di martiri, ma di servi". Quello che è capitato
all'amico destinato all'arcidiocesi di Campobasso, monsignor Riboldi lo ha già
vissuto tanti anni fa, quando fu destinato nel Belice. "Mi sentii bastonato ed
immagino, anzi ne sono sicuro per avergli parlato, che anche Bregantini vive il
suo trasferimento con una grande sofferenza. Siamo comunque nelle mani di Dio e
per quanto certe decisioni ci possano sembrare dure vanno rispettate ed
eseguite". Ora che il vescovo anti clan non sarà più nella Locride, don Riboldi
si augura che "chi subentrerà raccolga il suo testimone. Bregantini ha già
seminato tanto, bisogna continuare sulla strada che lui ha tracciato, avendo il
coraggio di insistere".
Pensando di fare cosa gradita ai nostri lettori e
in attesa del numero speciale della nostra rivista nei prossimi
mesi sulla figura di don Silvano Cola, trascriviamo l’articolo
apparso in seguito alla sua dipartita nel quotidiano
«L’Osservatore Romano», in data 1° marzo 2007.
«Questo
mi pare importante: avvicinarsi al sacerdozio sperando di essere
capaci di morire a se stessi per quanti incontriamo… essere soltanto
amore. Tutto il Vangelo è lì. Essere comunione salva te e salva
tutti».
Queste parole suonano ora come un
testamento spirituale. Sono quasi un distillato dell’esperienza di
oltre 50 anni di sacerdozio di Don Silvano Cola, che ci ha lasciato
all’improvviso, a 79 anni, il 17 febbraio. Ne aveva fatto dono ad un
gruppo di seminaristi nel dicembre scorso, nel suo ultimo intervento
in pubblico.
Proprio così era don Silvano. «Nel
rapporto interpersonale aveva un rispetto profondo: non imponeva
nulla, ma lasciava che ognuno maturasse le idee giuste dal di
dentro, nel modo opportuno e con il tempo dovuto. Guadagnava
consenso con mitezza. Era trasparenza viva del Vangelo». Era animato
da «una perseveranza confidente, anche nelle prove più dure». Così
ne delinea alcuni tratti mons. Pino Petrocchi, vescovo di
Latina-Terracina-Sezze-Priverno, nel momento delle esequie.
Don Silvano Cola viveva al Centro
sacerdotale di Grottaferrata (Roma) insieme ad altri presbiteri. Era
stato la prima pietra del Movimento sacerdotale (diramazione del
Movimento dei Focolari) che a tutt’oggi abbraccia 20.000 sacerdoti
diocesani dei cinque continenti. Vi si era dedicato per oltre 40
anni con «generosità instancabile», come ha evidenziato Chiara
Lubich, annunciando al Movimento la sua dipartita: «Avendoli amati
li amò fino alla fine». E per don Silvano è giunto alla fondatrice
dei Focolari anche un telegramma di condoglianze dal Cardinale
Tarcisio Bertone, Segretario di Stato.
Don Silvano aveva un’ intelligenza
creativa e originale. Appena consacrato sacerdote nel 1950 – aveva
poco più di 22 anni – si dedica ai giovani più abbandonati accolti
nella Città dei Ragazzi di Torino. Ma dopo quattro anni entra in una
crisi profonda. Affiora la tentazione di abbandonare il ministero
sacerdotale.
Sarà nell’incontro con alcuni
focolarini che inizia una nuova tappa della sua vita. Quando, nel
dicembre 1965, viene promulgato il decreto conciliare
Presbyterorum Ordinis sulla vita e il ministero sacerdotale, vi
scopre una sintonia perfetta con quanto il carisma del Movimento
aveva aiutato i sacerdoti a vivere: la centralità dell’amore
reciproco, l’esperienza viva del Risorto da Lui promessa a due o più
riuniti nel suo nome.
Gli anni precedenti il Concilio
non erano stati anni facili: l’autorità ecclesiastica studiava a
fondo il Movimento che, nel contesto preconciliare, portava con la
sua vita e la sua spiritualità molte novità. Nell’estate del ’63,
proprio a Torino, si incontrano per la prima volta i sacerdoti di
tutta Europa e alcuni dei continenti che condividevano la
spiritualità dell’unità dei Focolari. Il vescovo Mons. Stefano
Tinivella, amministratore apostolico della diocesi, che era andato a
visitarli, lascia don Silvano libero di trasferirsi a Grottaferrata
e poi a Roma per servire il Movimento.
Nel ’64, Chiara Lubich gli
consegna un arazzo raffigurante Gesù che lava i piedi agli apostoli.
Affida così a don Silvano la nascente diramazione sacerdotale dei
Focolari. E sarà ancora lui a seguire i primi passi della Scuola
sacerdotale, inaugurata nell’autunno del 1966. Questa Scuola
avrebbe offerto a presbiteri e seminaristi delle diocesi un
tirocinio pratico di vita d’unità. E sempre nello stesso anno, sarà
a lui che la fondatrice dei Focolari ancora affida gli inizi del
Movimento parrocchiale e due anni dopo, del Movimento gen’s
(per i seminaristi diocesani) negli anni difficili del
post-Concilio.
Intensa l’attività intellettuale
di don Silvano che si è segnalato per numerose pubblicazioni,
specialmente nel campo della patrologia e della psicologia. In
quanto psicologo, faceva parte della Scuola Abbà, il centro
interdisciplinare di studio che, assieme a Chiara Lubich, sta
enucleando le conseguenze culturali del carisma dei Focolari1.
Nel 1998 inizia una nuova
avventura: in seguito al grande incontro di Giovanni Paolo II con i
Movimenti ecclesiali e le Nuove Comunità in piazza s.
Pietro, Chiara dà a don Silvano un nuovo incarico, insieme a Valeria
Ronchetti, una delle sue prime compagne: la segreteria per la
comunione tra Movimenti e NuoveComunità
all’interno della Chiesa. In stretta collaborazione con la
fondatrice, don Silvano, negli anni successivi, ha saputo tessere
una rete impressionante di rapporti di amicizia fra il Movimento dei
Focolari e fondatori e responsabili di Movimenti di ogni parte del
mondo.
Quale il segreto del sacerdozio
vissuto da don Silvano? Lasciamo rispondere lui stesso. Al grande
incontro del 30 aprile 1982 che aveva riunito, nell’Aula Paolo VI in
Vaticano, 7.000 sacerdoti, religiosi e seminaristi aderenti allo
spirito dei Focolari, Chiara Lubich aveva parlato del sacerdote come
«uomo del dialogo» e aveva indicato Gesù abbandonato come modello.
Don Silvano, nel suo intervento, le aveva fatto eco:
«Ho capito in verità cos’è il
sacerdozio, perché è proprio con l’abbandono e la morte in croce che
Gesù ha generato la Chiesa assumendo in sé il peccato e il dolore
universale. E mi sono detto: mia è dunque la lacerazione tra le
chiese cristiane, mio il disorientamento dottrinale, mia
l’incomunicabilità tra sacerdote e vescovo, tra sacerdote e
sacerdote, tra sacerdote e laico, mia l’incomprensione del celibato,
mia la tentazione razionalista, mia la menzogna esistenziale tra il
predicato e il vissuto, mia la solitudine dei sacerdoti…». E
aggiungeva: «Ma tutto questo dolore è Gesù, il suo dolore, è proprio
quel dolore sacerdotale che se accettato e amato genera la Chiesa!».
Queste parole suonano in
particolare sintonia con quelle di Papa Benedetto XVI che proprio in
questi giorni, rispondendo ai seminaristi di Roma sui rischi del
carrierismo, ha definito così il sacerdote: «Noi siamo tutti sempre
solo discepoli di Cristo. La sua cattedra è la croce e solo questa
altezza è la vera altezza».
È quanto don Silvano ha
testimoniato fino alla fine.
Carla Cotignoli
––––––––––––––––-
1)
Per maggiore completezza, l’autrice ha aggiunto questo paragrafo che
non c’è nell’articolo pubblicato su «L’Osservatore Romano».
Ecco una riflessione di padre Gheddo a proposito
di padre Giancarlo Bossi, il missionario del PIME,
rapito il 10 giugno scorso nelle Filippine.
Sono contentissimo che si parli molto di padre
Bossi, perché viene alla ribalta un missionario - io
lo conosco molto bene, ho visto anche dove lavora -
che ha fatto tanto bene per la gente, per i poveri e
che ha portato Gesù Cristo. Ha potuto fare del bene
non solo aiutando i poveri, i bambini, i lebbrosi,
ma anche convertendo i costumi, la mentalità e
portando i valori nuovi come il perdono, il rispetto
della donna, il senso del gratuito. Questi
missionari che operano nel cosiddetto Terzo Mondo
sono dimenticati! Si parla molto adesso di povertà
dei popoli, di ingiustizie tra Nord e Sud ed è vero,
è giusto che se ne parli molto. Tuttavia, quando si
indicano i rimedi si dice sempre e solo che bisogna
dare molti soldi. Ma lo sviluppo non viene dai
soldi! I soldi sono indispensabili per mantenere,
per dare da mangiare, ma lo sviluppo viene anche dal
cambiamento di una mentalità profonda.
Padre Bossi può essere un esempio per i giovani in
un periodo segnato anche da smarrimento, confusione.
Sì, è un esempio padre Bossi e tanti altri
missionari come lui, uomini e donne, preti, suore,
volontari laici. Padre Bossi è un eroe positivo, un
uomo che ha donato la sua vita agli altri, per amore
di Cristo, di Dio, e ha realizzato delle cose
notevoli per il benessere dei popoli che vivevano in
una società, a volte disumana. Bisogna raccontare
queste storie, bisogna fare delle fiction, dei
racconti, delle interviste, in modo che si
valorizzino gli esempi positivi dei missionari e dei
volontari laici che vengono come missionari per
donare la vita. Perché questi aspetti positivi della
vita italiana non vengono portati molto più spesso
alla ribalta?
Pierre Claverie è andato fino in fondo nella propria
testimonianza; la sua morte ha prodotto un profondo rimpianto in quanti
lo amavano e condividevano con lui la medesima speranza della pace. Nel
corso dei suoi funerali nella cattedrale di Orano si vedeva e si sentiva
la sofferenza dei suoi amici musulmani e cristiani, e la nostra
costernazione e desolazione per un simile evento. E tuttavia possiamo
rallegrarci perché Pierre è
andato fino in fondo: dare tutto, anche la propria vita,
è il segno dell’infinita generosità di Dio che ha dato per noi tutto se
stesso e che, un giorno, ci darà anche l’unità, la pace, la
riconciliazione e il trionfo dell’amore su tutte le forze che lo
vogliono distruggere. Siamo perciò pieni di riconoscenza per coloro che
sanno dare tutto: nella loro vita e nella loro morte ci è data la
speranza.
P. TIMOTY RADCLIFFE, O.P.
Maestro
dell’ordine dei Predicatori
Il 10 agosto 1996, poco prima di mezzanotte, Pierre Claverie, vescovo di
Orano, veniva assassinato assieme a un giovane algerino, musulmano,
amico della comunità cristiana a cui rendeva volentieri dei servizi
durante i mesi estivi. Ciò accadeva due mesi dopo la morte dei sette
monaci trappisti di Tibhirine, destando una nuova ondata di sconcerto,
in Algeria come all’estero: hanno osato, ancora una volta! Dopo quei
religiosi e religiose che hanno dato la propria vita per il servizio al
paese, dopo tutti gli algerini anonimi rimasti vittime innocenti di una
violenza cieca, ecco che si colpiva ancora una volta ciò che l’Algeria
ha di migliore. Poiché Pierre Claverie non è morto per caso, per il
semplice fatto di essersi trovato lì. Egli è stato deliberatamente
assassinato, proprio come qualche settimana o mese prima era successo a
Abdelkader Alloula, direttore del teatro di Orano, a Mahfoud Boucebci, a
Saìd Mekbel, a M’hamed Boukhobza, a Youssef Sebti e a molti altri: un
artista, uno psichiatra, un giornalista, un economista, un poeta, questi
uomini e tutti gli altri che sono morti con loro, erano l’élite
dell’Algeria. Attraverso di loro, viene colpito ciò che di migliore il
paese possedeva. Ebbene, chi era Pierre Claverie per meritare di essere
annoverato in questo elenco? Di quali valori era portatore? In che cosa
e per chi costituiva una minaccia?
Pierre Claverie è un figlio dell’Algeria. Iniziata a Bab el Oued nel
mondo coloniale, tutta la sua vita si svolse in questo paese o, per
meglio dire, su quell’impalpabile frontiera che unisce, o separa, le due
rive del Mediterraneo. Nato nel 1938 da una famiglia di «pieds-noirs» i
stabilitasi in Algeria da quattro generazioni, egli prese coscienza, a vent’anni, del dramma di aver
vissuto fino allora rinchiuso in quella che egli chiamerà un giorno una
«bolla coloniale». La Francia era a quel tempo divisa dalla questione
algerina. «Forse perché ignoravo l’altro o ne negavo l’esistenza, un
giorno mi è scoppiato in faccia, e ha fatto esplodere il mio mondo
chiuso che si è disfatto nella violenza
— e
come poteva essere altrimenti?
—, e
mi si è imposto con forza», scriverà quarant’anni più tardi 2 Quella
scoperta lo avrebbe condotto, attraverso un cammino sofferto, a voler
tornare nel suo paese d’origine, ma in un altro modo. Imparando con
passione la lingua araba e accostandosi all’islam, egli ritorna e prende
a vivere la sua vita d’uomo allacciando con il paese e, ancor più, con
il popolo algerino una relazione di una rara intensità, che potremmo
quasi dire carnale. «L’emergere dell’altro, il riconoscere l’altro,
l’adattarsi all’altro» saranno, per sua propria ammissione, all’origine
della sua duplice vocazione, religiosa e algerina. Giovane domenicano,
dovette assumere presto delle responsabilità affidategli dal cardinal
Duval, il vescovo che seppe guidare quella Chiesa locale nel delicato
passaggio verso l’Algeria propriamente algerina. Straordinariamente
dotato per le relazioni umane, cordiale e ricco di calore, Pierre
Claverie partecipa con entusiasmo alla costruzione di questa nuova
Algeria, che negli anni ‘70 era fra i leader dei paesi non
allineati e in via di sviluppo. Divenuto vescovo, aiuta la piccola
comunità cristiana di Orano a trovare il proprio posto in questo sforzo
comune. A questo punto, tutto avrebbe potuto concludersi e rimanere una
bella storia di vita vissuta, di un percorso dall’Algeria coloniale
all’Algeria algerina, «da Algeri a El Djezaïr» . Ma Pierre Claverie era
destinato ad altro.
Nel corso degli anni ‘80 il sogno
dell’avvenire radioso” di un’Algeria socialista lasciava il posto a
incertezze, e poi a un vero e proprio incubo. Certe scelte economiche
discutibili, le disuguaglianze sociali e la corruzione minavano la
stabilità politica del paese. Un’arabizzazione
compiuta alla meno peggio e una manipolazione politica dell’islam
favorirono l’emergere del radicalismo, soprattutto in seno alla gioventù
e negli strati popolari della società. Le sommosse dell’ottobre 1988 e
la repressione che ne risultò inaugurarono un periodo di violenza che
fino ad oggi ha fatto almeno 150.000 morti, in quella che sembra una
vera e propria guerra civile che non risparmia nessuno. Il tessuto
sociale è gravemente colpito e la riconciliazione sembra essere
tutt’altro che prossima, malgrado le diverse iniziative per promuovere
la “concordia nazionale”. Pierre Claverie non si tiene a distanza dal
dramma del paese in nome del suo stato di “minoritario”
—
era cristiano e algerino, si può dire, “per scelta”
—,
anzi vi si immerge corpo e anima. Il problema dell’altro diviene la sua
ragione di vita, anzi è proprio in essa che si è giocata la sua
“avventura personale”. Lungi dal cedere alle minacce, rimane in campo e
denuncia coloro che istigavano al rigetto dell’altro e alla sua
esclusione. La sua parola trascina ed egli se ne serve per sostenere i
militanti a favore dei diritti umani, le donne che lottano per ottenere
l’emancipazione e tutti quelli che si battono per un’Algeria aperta e
fraterna. Quando sono i cristiani a divenire vittime della violenza che
divora il paese, la sua parola si fa tagliente per denunciare «la
vigliaccheria di chi uccide restandosene nell’ombra». Non per difendere
gli interessi della Chiesa
— e
cosa aveva essa ancora da salvare?
—,
ma perché secondo lui è a rischio la possibilità stessa di un’«umanità
al plurale», non esclusiva, necessità fondamentale per tutti. Si è forse
esposto eccessivamente? C’è chi lo ha pensato, anche nella sua diocesi,
dove alcuni ritenevano più prudente mantenere un basso profilo in attesa
di giorni migliori; ma per lui andare fino in fondo nella propria scelta
era divenuta
una specie di necessità interiore,
necessità di fedeltà al paese che aveva ritrovato e anche a un certo
Maestro di Galilea, che aveva insegnato che la prova dell’amore più
grande consiste nel «dare la propria vita per gli amici». Essere
presente là dove si trovano «le linee di frattura che crocifiggono
l’umanità» era secondo lui la logica profonda della propria vocazione, e
ne assunse coscientemente i rischi. Chi mai allora avrebbe potuto
fermano? Ai suoi funerali, nella modesta cattedrale di Orano, la folla
degli amici musulmani, ancor più numerosi dei cristiani, è stato il
segno che il suo messaggio era stato recepito. Una giovane algerina, a
nome di tutti loro, testimoniò con coraggio e commozione tutto quel che
lei e gli altri gli dovevano. Quaranta giorni dopo, durante la solenne
commemorazione promossa dai vescovi di Francia e dai suoi confratelli
domenicani nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, gli «youyous» delle
donne algerine alla fine dell’omelia confermarono, in maniera pregnante
e del tutto inattesa in quel luogo, tutto il peso e la portata di quella
vita spesa fino in fondo.
Quegli omaggi tuttavia, per quanto emozionanti, non devono illuderci: i
valori predicati da Pierre Claverie vanno controcorrente e continuano a
essere materia controversa. Può esservi davvero posto per un cristiano
in una società musulmana? L’islam può vantare diritti di cittadinanza,
al pari di ogni altra religione, nei paesi del Nord? Può un vescovo
spingersi fino a quel punto nei problemi dibattuti in una società così
sensibile? Sono questioni che rimangono irrisolte, e il riavvicinamento
delle “due rive” del Mediterraneo e dei rispettivi valori di cui sono
portatrici è tuttora fragile e minacciato.
C’è sempre un certo mistero nel dono di una vita: quando poi si tratta
della vita di un uomo tanto caloroso, così dotato per “far esistere
l’altro” e per creare legami tra gli uomini, è difficile non “gridare
allo spreco”. Spero che il lettore possa intravedere, tra le righe, che
il segreto della vita di Pierre Claverie e della sua gioia stava proprio
in questo suo dono di sé.
CASTEL GANDOLFO, lunedì, 17
settembre 2007 (ZENIT.org).-
“Era un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva”: è
questo, per Benedetto XVI, il segreto della resistenza del Cardinale
Van Thuân di fronte alle enormi prove fisiche e morali che dovette
subire in vita.
Nel quinto anniversario della morte del porporato vietnamita, il
Papa ha ricevuto questo lunedì, nel Palazzo Apostolico di Castel
Gandolfo, officiali e collaboratori del Pontificio Consiglio della
Giustizia e della Pace, che il porporato presiedette.
“Sono trascorsi cinque anni, ma è ancora viva nella mente e nel
cuore di quanti l’hanno conosciuto la nobile figura di questo fedele
servitore del Signore”, il Cardinale François-Xavier Nguyên Van
Thuân, ha detto il Papa nel suo discorso.
“Anch’io conservo non pochi personali ricordi degli incontri che ho
avuto con lui durante gli anni del suo servizio qui, nella Curia
Romana”, ha ammesso.
Di “semplice ed immediata cordialità”, con una spiccata capacità “di
dialogare e di farsi prossimo di tutti”, il porporato vietnamita è
ricordato per il suo “fervoroso impegno per la diffusione della
dottrina sociale della Chiesa tra i poveri del mondo, l’anelito per
l’evangelizzazione nel suo Continente, l’Asia, la capacità che aveva
di coordinare le attività di carità e di promozione umana che
promuoveva e sosteneva nei posti più reconditi della terra”, ha
detto il Santo Padre.
Il Cardinale Van Thuân (1928-2002) è ritenuto un martire del
cattolicesimo in Vietnam. Testimone della fede, della speranza
cristiana, dell’amore per la Chiesa e per i poveri, rimase rinchiuso
senza alcun motivo per tredici anni – nove in isolamento assoluto –
nei campi di “rieducazione” comunista.
Formato a Roma e consacrato Vescovo di Nha Trang nel 1967,
François-Xavier Nguyen Van Thuân era stato nominato da Paolo VI nel
1975 Arcivescovo coadiutore di Saigon (l’attuale Ho Chi Minh). Il
Governo comunista ritenne la sua designazione un complotto e ordinò
il suo arresto.
Il suo rilascio gli arrivò insieme all’imposizione di abbandonare il
suo Paese. Giovanni Paolo II lo accolse a Roma e gli affidò
incarichi di grande responsabilità nella Curia.
Nel marzo del 2000 commosse milioni di persone che poterono leggere
frammenti delle sue meditazioni, gli esercizi spirituali che predicò
a Giovanni Paolo II e alla Curia; condivise anche molte delle
esperienze spirituali maturate in carcere.
Il porporato vietnamita le pubblicò in seguito nel libro “Testimoni
della speranza”.
Creato Cardinale nel febbraio 2001, morì l’anno successivo, il 16
settembre. Aveva 74 anni.
Poco tempo prima della morte di questo “eroico pastore” – ha
ricordato questo lunedì il Papa –, Giovanni Paolo II lo aveva
nominato vicepresidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e
della Pace, del quale fu poi presidente, avviando la pubblicazione
del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.
Il porporato, che amava presentarsi come “Francesco Saverio”, “era
un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva tra tutti
coloro che incontrava. Fu grazie a quest’energia spirituale che
resistette a tutte le difficoltà fisiche e morali”, ha sottolineato
Benedetto XVI.
“La speranza lo sostenne come Vescovo isolato per 13 anni dalla sua
comunità diocesana; la speranza lo aiutò a intravedere
nell’assurdità degli eventi capitatigli – non fu mai processato
durante la sua lunga detenzione – un disegno provvidenziale di Dio”,
ha proseguito.
“La notizia della malattia, il tumore, che lo condusse poi alla
morte, gli giunse quasi assieme alla nomina a Cardinale da parte del
Papa Giovanni Paolo II, che nutriva nei suoi confronti grande stima
ed affetto”.
Il Cardinale Van Thuân amava ripetere che “il cristiano è l’uomo
dell’ora, dell’adesso, del momento presente da accogliere e vivere
con l’amore di Cristo”, ha sottolineato Benedetto XVI.
“In questa capacità di vivere l’ora presente traspare l’intimo suo
abbandono nelle mani di Dio e la semplicità evangelica che tutti
abbiamo ammirato in lui. E’ forse possibile – si chiedeva – che chi
si fida del Padre celeste rifiuti poi di lasciarsi stringere tra le
sue braccia?”, ha aggiunto il Papa.
Allo stesso modo, ha espresso davanti ai presenti la sua gioia per
la notizia che verrà intrapresa la causa di beatificazione “di
questo singolare profeta della speranza cristiana”.
“Mentre ne affidiamo al Signore l’anima eletta, preghiamo perché il
suo esempio sia per noi di valido insegnamento”, ha concluso.
L’avvocato Silvia Monica Correale è stato nominato postulatore del
processo di beatificazione del porporato vietnamita.
don aldo
danieli ha deciso di riservare, un giorno alla settimana, alcuni
locali della chiesa alla preghiera islamica
TREVISO - Una chiesa che di venerdì diventa moschea per
favorire l'integrazione religiosa. E' accaduto a Paderno di Ponzano
Veneto (Treviso), dove il parroco della chiesa di Santa Maria
Assunta, don Aldo Danieli, ha deciso di riservare, ogni venerdì,
alcuni locali della parrocchia alla preghiera e all'incontro degli
immigrati musulmani.
A renderlo noto è
stata l'Auser (l'onlus che si occupa di volontariato e promozione
sociale per gli anziani), durante un convegno sull'integrazione in
Italia tenutosi a Roma. L'associazione ha inoltre sottolineato che
negli stessi locali di questa parrocchia alcune volontarie, dopo
aver avviato una collaborazione con il Centro islamico di Treviso e
insieme ad alcune donne immigrate, riescono a far "incontrare
culture ed esperienze diverse, abbattendo i muri dell'incomprensione
e dell'intolleranza".
Ma il lavoro compiuto da don Aldo Danieli, della parrocchia di
Paderno, va ben al di là di una messa a disposizione dei locali. Lo
spazio interno della sua chiesa è ampio ed è stato ritrutturato di
recente. "Perchè non metterlo a disposizione di chi ha bisogno?" si
è chiesto qualche anno fa. E così ha fatto. Il primo passo è stato a
favore di un gruppo di ghanesi di religione protestante. Ogni
domenica la parrocchia viene messa a loro disposizone per pregare e
seguire i riti della confessione religiosa.
Ma far sì che la comunità locale li accettasse non è stato facile,
ci sono voluti incontri di avvicinamento con la cittadinanza,
organizzati dallo stesso Danieli. "La gente teme che il diverso sia
per forza anche pericoloso - racconta il diacono - e spesso
dimentica le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura...".
Lo stesso percorso
di "inserimento" ed accettazione è stato fatto dal parroco quest'anno
a favore dei musulmani, per far sì che la comunità accettasse il
fatto che i locali della chiesa fossero messi a loro disposizione.
Le polemiche ci sono state, non tutti erano d'accordo, ma alla fine
la volontà di ferro di questo parroco - e lui stesso si definisce
uno spirito "controcorrente" - ha prevalso. "Le alte istituzioni
della Chiesa hanno il dovere di essere prudenti - conclude Danieli -
noi invece, che siamo degli operai del Signore, dobbiamo sfondare il
muro del pregiudizio".
Don Aldo Danieli ha
fatto il professore di latino e greco tutta la vita. Adesso è in
pensione e si dedica alla comunità, collaborando attivamente con l'Auser.
L'ultima iniziativa organizzata è stata un pranzo inter-etnico nei
locali della chiesa. Musulmani, protestanti e cattolici seduti alla
stessa tavola.
A Ponzano risiedono 11.400 persone. I nuclei familiari di immigrati
stranieri sono 232, circa 650 persone, provenienti soprattutto dal
Nord Africa e dall'Est Europa.