Arcangelo Tadini nasce a Verolanuova, Brescia,
il 12 ottobre 1846. Suo padre, segretario comunale, sposa in prime nozze Giulia
Gadola. Rimasto vedovo a 39 anni, con sette figli tutti ancora in tenera età,
sposa in seconde nozze la cognata Antonia Gadola, madre di Arcangelo. Di salute
delicata e precaria, è cresciuto con particolare cura dai genitori a cui è molto
affezionato. Conclusi gli studi elementari nel paese natale, Arcangelo si
iscrisse al ginnasio di Lovere, seguendo le orme dei fratelli. Nel 1864 entra
nel seminario di Brescia, frequentato anche dal fratello don Giulio. Proprio in
questo periodo ha un incidente che lo rende claudicante per tutta la vita. Nel
1870 è ordinato sacerdote. Sono i tempi dell'unità, d'Italia e delle tensioni
tra Stato e Chiesa, caratterizzati da una grande povertà del popolo, dalle
contrapposizioni politiche e dai primi tentativi di industrializzazione; sono
tuttavia tempi di grande carità cristiana e di diffusa religiosità. Don
Arcangelo esordisce nel suo nuovo ministero con un anno di malattia, che lo
costringe a rimanere in famiglia. Dal 1873 è Vicario-cooperatore a Lodrino,
piccolo paese di montagna, e poi curato al santuario di s. Maria della Noce,
frazione di Brescia. In entrambe le parrocchie è anche maestro elementare. La
sua attenzione ai bisogni della gente emerge fin dai primi anni di ministero
sacerdotale: quando, a causa di un'alluvione molti parrocchiani rimangono senza
casa, riesce ad organizzare in canonica una mensa per 300 pasti al giorno e dare
un riparo ai sinistrati. Nel 1885 entra a Botticino Sera come
Vicario-cooperatore. Due anni dopo, a 41 anni di età, è nominato Parroco
arciprete della stessa chiesa. Qui celebra i suoi venticinque anni da parroco
prima di tornare al Signore il 20 maggio 1912. Sono certamente gli anni vissuti
a Botticino i più fecondi della vita di don Tadini. Egli ama i suoi parrocchiani
come figli e non si risparmia in nulla, perché questa porzione di popolo di Dio
affidata alle sue cure di pastore possa crescere umanamente e spiritualmente. Dà
inizio al coro, alla banda musicale, a varie confraternite; ristruttura la
chiesa, offre ad ogni categoria di persone la catechesi più adatta, cura la
liturgia. Ha una particolare attenzione per la celebrazione dei Sacramenti.
Prepara le omelie tenendo presente da una parte la Parola di Dio e della Chiesa,
dall'altra il cammino spirituale della sua gente. Quando parla dal pulpito,
tutti rimangono stupiti per il calore e la forza che le sue parole sprigionano.
La sua cura pastorale è rivolta soprattutto alle nuove povertà. È il tempo della
1ª rivoluzione industriale. Don Tadini, seguendo l'esempio di altri sacerdoti,
fonda a Botticino l'Associazione Operaia di Mutuo Soccorso, che garantisce agli
operai un sussidio in caso di malattia, infortunio sul lavoro, invalidità e
vecchiaia. Tra i suoi parrocchiani le giovani, proprio perché giovani e perché
donne, sono tra i lavoratori quelle che maggiormente vivono nell'incertezza e
subiscono ingiustizie. Sfruttate, spremute come limoni, difficilmente riescono a
formare una famiglia e a crescere i propri figli. A loro don Tadini dona gran
parte delle proprie forze. Sollecitato dalla «Rerum novarum» di Papa Leone XIII
del 1891, interpretando i segni dei tempi, progetta e costruisce una filanda
dando fondo a tutto il suo patrimonio familiare. Nel 1895 la filanda è ultimata
con strutture e impianti all'avanguardia. Tre anni più tardi acquista con un
prestito la villa adiacente alla filanda per farne un convitto per le operaie.
Per educare le giovani operaie don Tadini fonda, non senza difficoltà, la
Congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth. Esse entrano
negli stabilimenti industriali a lavorare con le operaie; si occupano delle
ragazze condiscendendo le fatiche e le tensioni del lavoro e le educano con
l'esempio, guadagnandosi il pane sullo stesso banco di lavoro. Alle Suore
Operaie e alle famiglie don Tadini addita come modello Gesù, Maria e Giuseppe a
Nazareth, che nel silenzio e nel nascondimento hanno lavorato e vissuto con
umiltà e semplicità. Alle Suore e alle giovani lavoratrici indica come esempio
Gesù, che non solo ha sacrificato se stesso sulla croce, ma prima per 30 anni a
Nazareth non si è vergognato di usare gli strumenti del carpentiere, di avere le
mani incallite e la fronte bagnata di sudore. Il suo amore di padre e le sue
opere fanno comprendere ai lavoratori che il lavoro non è una maledizione; esso
è il luogo dove l'uomo è chiamato a realizzarsi come uomo e come cristiano. Di
più, se accettato nella fatica e nelle sue inevitabili difficoltà, permette
all'uomo di cooperare alla redenzione e diventa tempo di unione con Dio. Con una
salute così gracile e zoppicante ad una gamba, dove ha trovato don Tadini la
forza per realizzare quanto ha fatto? La risposta sta nella sua intima e
costante unione con il Signore, sostenuta dalla penitenza e dalla preghiera.
Dorme in media cinque ore per notte, si nutre solo di minestra, verdura cruda,
decotto d'avena e frutta. I suoi parrocchiani lo vedono stare per ore davanti
all'Eucaristia, immobile, in piedi - la gamba claudicante non gli permette di
inginocchiarsi - assorto completamente nella contemplazione di Dio. Lo vedono
camminare per le vie del paese sempre con la corona del rosario in mano. La sua
fiducia nella Provvidenza è illimitata: la sua umiltà e la sua obbedienza ai
superiori brillano nelle situazioni di maggiore difficoltà. Quando don Arcangelo
Tadini conclude la sua vita terrena il 20 maggio 1912, la comunità parrocchiale
di Botticino si accorge che si è spenta una luce. Era la vigilia della prima
guerra mondiale e si stava realizzando un avvenire torbido per la fede, per la
pace e per la giustizia. La sua testimonianza è stata forte e piena di opere di
carità. Nel suo ministero tutti hanno visto un maestro di vita spirituale, ma in
forma silenziosa, quasi nascosta, ma proprio per questo più credibile. Il suo
ministero sacerdotale è stato sorgente di vita e di grazia. Il popolo semplice,
come anche le suore, che vivono lo spirito soprannaturale, chiamano tutto questo
«santità». La difesa della Chiesa e del mondo cattolico e del Papato nei
confronti dello Stato apertamente anticlericale e sostanzialmente avverso alle
masse contadine ed operaie sono alcune note del contesto ecclesiale e sociale
che caratterizzano la seconda parte del secolo scorso dentro il quale ha vissuto
il sacerdote Arcangelo Tadini. Nasce a Verolanuova, nella bassa bresciana, il 12
ottobre 1846. Dalla famiglia e dall'ambiente impregnato di forte religiosità e
di patriottismo ha acquistato la vigorosa sensibilità verso le condizioni di
vita degli umili e degli oppressi. Arcangelo Tadini, con il discernimento frutto
della profonda preghiera e dello studio, intravede prospettive di intervento a
favore della sua gente. Pastore nella parrocchia di Botticino Sera fu parroco
attivissimo. Diceva che «la preghiera è la forza di Dio». È un uomo tutto di Dio
e quindi sapiente nell'azione. Nella Brescia industriale dell'Ottocento
nascevano bisogni nuovi che reclamavano rimedi nuovi. Un aspetto che affliggeva
il cuore del parroco Tadini era lo sfruttamento impietoso delle operaie, giovani
ragazze costrette a recarsi fuori parrocchia compiendo viaggi disagevoli e
pericolosi. Nel 1894 fonda la filanda per loro. E per annunciare il Vangelo a
quanti lavorano fonda la Congregazione delle Suore Operaie. È la preoccupazione
di evitare contatti pericolosi con le nuove dottrine che lo spinge alla
fondazione della filanda prima e della Congregazione religiosa poi. È
dall'osservazione del momento storico e della richiesta di nuovi modi di
annunciare il Vangelo che il pastore è stimolato alla ricerca di nuovi strumenti
e modalità di evangelizzazione. Si può ben dire che il suo apporto fu una
originale applicazione della «Rerum novarum», e, letto nello sfondo della Chiesa
di Brescia, questa pagina risulta essere una delle più fulgide del clero e del
movimento cattolico bresciano. La beatificazione di Arcangelo Tadini nella
immediata ci fa leggere con una originale attualità le sue parole lasciate alle
Suore Operaie come stile di vita religiosa: «Gesù, il Verbo, nella redenzione
non solo sacrificò se stesso sulla croce, ma per trent'anni non disprezzò di
maneggiare la pialla, la sega e altri attrezzi di falegname... Onorate dunque le
sante fatiche del Verbo; unite le sue alle vostre, per la redenzione del mondo».
Quando don Arcangelo Tadini moriva, il 20 maggio 1912, la Fondazione delle Suore
Operaie era incompiuta. Ma il suo essere stato uomo radicato nel suo tempo ma
creativamente impegnato sul fronte del nuovo è stato premiato dal riconoscimento
postumo della Fondazione e le Suore Operaie restano oggi come presenza viva e
tangibile di Lui Parroco e Fondatore.
Aveva seguito Chiara Lubich già nel 1949. Intelligenza
vivissima, promessa della medicina, Alfredo Zirondoli si dedicò a
formare uomini nuovi. Quando muore qualcuno della nostra famiglia è
sempre una parte di noi che se ne va. Ma è anche una parte di noi che
arriva alla mèta. Maras, come lo aveva chiamato Chiara indicandogli in
Maria Assunta il suo dover essere, è arrivato ora lassù, e ci piace
pensare che sia stata proprio la Madonna ad aprirgli la porta. Così
Marco Tecilla, il primo focolarino, apre il discorso commemorativo ai
funerali di Maras. Anche noi continueremo a ricordare Alfredo Zirondoli
con questo nome a tanti noto. Maras nasce a Carpi, nel modenese, il 31
maggio del 1926 da Livio Zirondoli e Albertina Violi. La giovane coppia
stava attraversando un momento non facile perché il padre era rimasto
senza lavoro e fu la madre, maestra elementare, che, dedicandosi
all'insegnamento, riuscì ad assicurare la sufficienza economica alla
famiglia. Ne parliamo perché l'influenza di questa donna, di cui, come
sappiamo, è avviato il processo di beatificazione, fu davvero grande
nella formazione del giovane Alfredo. Più tardi sarà lui stesso che,
ricordando la storia della madre, tratteggerà in un agile volumetto
quella vicenda che anch'egli condivise e che lo portò a sperimentare
l'amore di Dio fin dalla prima infanzia. Sapremo così che, mentre il
padre riponeva nel figlio dall'intelligenza vivida le pur lecite
ambizioni di un successo umano, magari accademico, che già si delineava,
Albertina donava il figlio a Dio. Dotato di intelligenza fervida, pur
con le difficoltà legate alla guerra, Alfredo potè completare
brillantemente gli studi perfezionandosi alla Bocconi di Milano in
anestesiologia a soli 23 anni, diventando il medico più giovane
d'Italia. È in questo periodo che, con un gruppo di professionisti che
abitualmente frequentavano la mensa del card. Ferrari a Milano, Alfredo
incontra Ginetta Calliari, una delle prime compagne di Chiara. In pochi
giorni aderisce alla nuova vita trovata e poco più tardi, col
trasferimento a Pisa diventa un irradiatore di essa. Lo ricorda bene
Lucio Dal Soglio, a quel tempo assistente in clinica chirurgica
all'Università di Pisa. Il prof. Zirondoli - racconta - era venuto da
Milano per installare il servizio di anestesia presso la clinica con
annesso corso di studi in anestesiologia per la specializzazione. Per le
sue qualifiche e per il fatto di non avere rivali, era un personaggio
rispettato e godeva di libertà di movimento e di decisione. Insomma, era
uno che aveva davanti a sé una carriera brillante e che in breve tempo,
con dinamicità, aveva fatto funzionare servizio e scuola. Attorno a lui
si formò subito anche una comunità dei Focolari, sia all'ospedale, sia a
Pisa che nei paesi vicini. Umberto Giannettoni, ora a Loppiano, ha
ancora ben presenti quei tempi: In un circolo sportivo dei salesiani -
ricorda -, fu invitato un giovane primario di anestesia a tenere una
conferenza. Ci raccontò un'affascinante serie di episodi, frutto del suo
impegno di vivere il Vangelo nei rapporti quotidiani con malati,
infermieri, medici e quanti aveva occasione di incontrare ogni giorno.
Si pote- va cercare di vivere la Parola, trasportare il Vangelo nella
vita quotidiana, nei rapporti di ogni giorno. Una scoperta che mi aprì
un orizzonte nuovo e che cambiò completamente la mia vita, come aveva
cambiato la sua. Entrato con armi e bagagli in una comunità dei
Focolari, a Firenze nel '54, Maras divenne poi uno dei pionieri della
diffusione del movimento in Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra,
Irlanda e Algeria. Dal '66 per 15 anni fu poi responsabile della
cittadella di Loppiano, insieme con Renata Borlone, contribuendo a
formare varie generazioni di focolarini. Le testimonianze non si contano
a questo proposito: Maras era un vero leader e sapeva interessare
anziani e giovani alla sequela di Gesù. Le sue meditazioni erano
semplici e sapienti. Ma non sono mancate anche difficoltà,
incomprensioni... Ricordando quei momenti, mi confidava che mai aveva
avuto risentimenti verso chiunque, ma piuttosto avvertiva l'intervento
amoroso da parte di Dio che voleva manifestargli la sua predilezione. Mi
diceva tutto questo con un'aria pacata e serena, segno evidente del
dolore consumato. Un altro: Costruiva l'unità quando non c'era,
assumendo su di sé il dolore, e la generava col suo amore, senza fare
rimproveri. Ancora: Sottolineava il positivo. Era così grande il suo
amore, che ciascuno capiva cosa dovesse cambiare nella propria vita.
Valerio Ciprì, uno degli iniziatori del Gen Rosso, ci dice: Maras ha
sostenuto con tutto l'impegno il Gen Rosso fin dal primo istante della
sua nascita. Ci seguiva in ogni nostro spostamento, parlando ora con
l'uno ora con l'altro, perché avessimo sempre lo sguardo rivolto a Gesù
abbandonato che ci faceva superare le non poche difficoltà incontrate.
Maras - continua Ciprì - suonava il violino e il pianoforte, quindi
conosceva bene la musica. Ci insegnava come ascoltarci, come affiatarci
nelle voci, come armonizzare ciascuna voce con quelle degli altri senza
prevalere. Era in realtà un modo per insegnarci la cosa più importante,
che era quella di saper convivere con gli altri nella vita di unità
accogliendo, servendo, mettendo in luce gli altri, facendo da sfondo,
stando in silenzio quando occorreva, facendo da cassa di risonanza.
Dall'81 all'86 assieme a Palmira Frizzera, Maras ha dato inizio alla
cittadella di Montet in Svizzera: C'era con lui un rapporto fondato
sull'unità nella verità di cui lui è sempre stato riconoscente, ricorda
lei. E, facendo riferimento ad alcuni momenti particolari di prova che
Maras ha vissuto: Non si è mai lamentato. L'ho sentito sempre
nell'amore. Questa fedeltà a Dio e a Chiara, nonostante tutti gli
abbandoni della sua vita, lo hanno portato alla santità. Di questo io
nesono sicura. Giovanni Battista Dadda, responsabile del Gruppo
editoriale Città Nuova, ha conosciuto Maras fino dal 1958, condividendo
con lui anche per lunghi periodi la vita di focolare insieme a Guglielmo
Boselli, già direttore della nostra rivista: Nel 1958 a Milano, quando
era giovane docente universitario alla facoltà di medicina, mi colpì
come viveva la professione. Stupiva la sua capacità di creare armonia
nei rapporti con i colleghi, anche nelle emergenze e la sua attenzione
per i pazienti, perché sentissero che era loro vicino per l'intervento
chirurgico, preparandoli con le informazioni necessarie e con una
vicinanza affettuosa. Lo caratterizzava allora, come in tutti gli anni
successivi, la capacità un po' unica di trasmettere le realtà spirituali
con una luce e una sapienza che coinvolgevano e affascinavano. Il suo
rapporto con le persone era accogliente e diretto: diveniva stabile,
coltivato con fedeltà. Aveva una schiera innumerevole di amici, di
fratelli di diversa estrazione sociale e dai cammini spirituali più
vari. Il legame vero consisteva nel ritrovarsi insieme in un rapporto
con Dio rinnovato e purificato dagli eventi della vita. Sapeva
trasmettere il fascino dell'avventura di essere cristiani. Dal 7 gennaio
del 2000 Maras cominciò a scrivere a Chiara l'andamento di una grave
malattia che lo aveva colpito. Scriveva un giorno: Voglio dirti grazie
perché mi sostieni e mi illumini in questo momento del mio Santo
Viaggio.Chiara gli rispondeva con frasi che diventavano il suo
riferimento: Gesù in mezzo a noi continui ad accrescere in te la
certezza che tutto è amore suo!. Io stesso, che ho raccolto giorno dopo
giorno queste testimonianze, mi rendo conto di aver assistito a un vero
percorso di santità. Ogni giorno stava diventando più palese che la
malattia non sarebbe regredita. Periodi di forti dolori si alternavano a
brevi parentesi di tregua, ma ogni volta che si tentavano nuove cure, i
danni collaterali vanificano il poco sollievo che queste producevano.
Con tutto ciò, Maras cercava di non pesare in alcun modo su quanti
vivevano con lui, sforzandosi di rispettare le esigenze di tutti e
interessandosi della salute di ciascuno. La vita poteva dunque procedere
nella normalità, rivolta sempre verso gli altri. E gli altri che si
rivolgevano a lui erano tanti. Quante telefonate, quante visite, quanta
corrispondenza! Il 14 novembre scorso, invitato a dare la sua esperienza
alla comunità del movimento di Lucca, già gravemente debilitato, diceva:
Bisogna sfruttare bene gli ultimi momenti che ci sono nella vita. Il
mondo cerca continuamente di distrarci con cose che non valgono; e
invece noi dobbiamo impegnarci, perché... Gesù s'è impegnato; i
cristiani, i martiri si sono impegnati; i santi si sono impegnati. E
alla fine della vita ci sarà chiesto conto di cosa abbiamo fatto. Poi,
la ricompensa sarà abbondante. E continuava così: Nel mio primo incontro
col movimento rimarsi folgorato quando una focolarina, parlandomi
dell'ideale dell'unità, mi aveva detto: Gesù era sempre unito al Padre.
L'aveva detto lui. Però, sulla croce ha gridato: Perché mi hai
abbandonato?: evidentemente non sentiva questa unità col Padre. E quella
sera ho detto: Se Gesù ha amato così, senza aspettarsi niente, senza
aspettare che il Padre rispondesse... io voglio vivere così!. Ho fatto
tante cose nella vita, ho girato tante parti del mondo; ma l'unica cosa
che conta è che ho cercato di non aspettarmi mai niente, ma di amare
sempre per primo. E più sono andato avanti nella vita dell'ideale, più
mi sono accorto che Maria è sempre associata a Gesù, sempre. Quindi,
amare Gesù abbandonato e vivere Maria desolata, sono cose che vanno
insieme. L'ultima lettera è stata scritta a Maria Voce, la nuova
presidente dei Focolari: Sono al limite delle forze, però, come vedi,
posso pensare, scrivere, ringraziare te, e in te tutti coloro che hanno
pregato per la mia salute... La mia vita, la mia preghiera e la mia
offerta quotidiana saranno per voi, con voi e in voi. È partito per il
Cielo il 31 dicembre 2008. Da quel momento continuano a giungere da ogni
dove attestati di riconoscenza nei confronti di Maras per ciò che il suo
consiglio, la sua testimonianza di vita hanno rappresentato per tanti. E
questa rugiada di Paradiso lo fa sentire ancora presente in mezzo a noi.
Nasce a Cadillac-sur-Garonne nel 1832. Dopo aver compiuto
i suoi studi umanistici presso il seminario minore di Bordeaux e il
collegio di Pons da cui esce quasi ventenne con il titolo di
Baccelliere. Mentre lavora come impiegato statale all’ufficio delle
imposte è impegnato nel servizio caritativo con le Conferenze di San
Vincenzo. Mentre pensa al matrimonio, la fidanzata Cecilia de St Germain
muore giovanissima di tifo. A 25 anni la vocazione religiosa-sacerdotale
si riaffaccia per vie inattese e lo troviamo novizio domenicano
nell’antico convento di San Massimino di Marsiglia da poco riscattato
dal P. Lacordaire, dove grazie anche all’impulso da lui dato, si respira
un intenso fervore. Nel 1864, fu mandato dai suoi superiori a predicare
un corso d’Esercizi spirituali in un grande carcere femminile, vicino a
Bordeaux (Francia), a Cadillac sur Garonne. Ad ascoltarlo, c’erano
quattrocento donne disperate, ergastolane o semplici carcerate. Donne
vittime dell’industrializzazione galoppante, umiliate, al bando,
emarginate a vita, che reagivano con suicidi a catena o giornate calde
di ribellione. Padre Lataste non credeva tanto a questo apostolato. Se
entra nel carcere, il 15 settembre 1864, è solo per obbedienza. Scriverà
poi il sentimento di ripulsione, di ribrezzo che ha sentito valicando la
porta di questa casa della disperazione. Ma nel suo cuore, albergano due
amori: un amore folle per Dio ed un doppio amore per la donna: sia
quella pura, innocente, come l’ha ammirata nella sua fidanzata, morta
anche prima del fidanzamento ufficiale, sia la donna peccatrice, ma
salvata al punto di diventare santa, come l’ha scoperta in Maria
Maddalena, durante il suo noviziato nell’Ordine domenicano. Jean Joseph
Lataste ha preparato accuratamente questo corso di esercizi spirituali.
Ce lo dimostrano le sue cartelle. Quando inizia a parlare, si trova
davanti tutti i capi chini delle detenute che non vogliono incontrare il
suo sguardo, anche se tutte sono state lasciate libere di seguire il
corso. Parla loro di Dio, del suo Amore misericordioso che le ha portate
in questo luogo «per parlare al loro cuore», paragonando il carcere al
deserto del profeta Osea e le carcerate alla fidanzata amata da Dio.
Propone ad esse di considerarsi subito, sin d’ora come monache di
clausura, le quali fanno presso a poco la stessa vita delle carcerate
ma, mentre queste sono nella tristezza, quelle sperimentano la gioia:
mentre le une sono onorate, le altre sono disprezzate. Il predicatore
invece assicura che Dio non fa differenza tra le une e le altre, perché
«pesa le anime solo secondo il peso dell’amore». E le donne ci
credettero. Durante l’ultima notte, fecero l’adorazione del santissimo
in soli due gruppi: duecento per la prima metà della notte, le altre
duecento in seguito Padre Lataste, sconvolto, scriverà che il loro
raccoglimento avrebbe potuto far ingelosire la più fervente delle
comunità di contemplative. Alcune donne gli confidano il desiderio di
consacrarsi totalmente a Dio dopo il carcere, giacché lui ha già
proposto loro di vivere fin d’ora la carcerazione come una vocazione
religiosa. Ma ciò che ha predicato il domenicano non trova riscontro
nella Chiesa. Se é vero che Dio non guarda al passato, che «non serve
nulla essere stata virtuosa se non lo si é più e che non ha nessuna
importanza di essere stata peccatrice se non lo si é più», nella
struttura della Chiesa le persone, troppo spesso, rimangono bollate dal
proprio passato. Non era possibile nell’800, per una donna che avesse
avuto esperienze di prostituzione, carcere, sesso, di entrare in
convento. Al massimo, poteva entrare a far parte di una comunità di
«pentite», segnate a vita come ex-peccatrici. Ora Padre Lataste aveva
predicato il contrario. Ma Dio non aveva organizzato un tale successo
apostolico per nulla. Voleva creare delle cose nuove. Mentre pregava
nella cappella del carcere, il domenicano vide delinearsi nelle grandi
linee l’opera che doveva far sorgere: bisognava riunire donne pure,
provenienti da una vita cristiana onesta, normale, con altre venute da
esperienze difficili di carcere, prostituzione...Riunirle senza che ci
sia nessuna differenza né discriminazione tra di loro, perché Dio le
ama, le ricerca tutte ugualmente. Due anni dopo, il 14 agosto 1866,
nasceva la prima comunità delle Suore domenicane di Betania. Muore a
soli 37 anni nel 1869 a Frasne-le-Chateau, dopo aver offerto la vita
perché S. Giuseppe fosse proclamato Patrono della Chiesa Universale. Il
1 giugno 2007 la Congregazione per le Cause dei Santi ha pubblicato il
decreto sull’eroicità delle sue virtù ed è iniziato il processo sul
miracolo a lui attribuito. Fr. Angelo Belloni o.p.
Dom Luciano era un uomo piccolo, calmo,
buono e arguto. Aveva presieduto la Conferenza episcopale brasiliana, ma
era privo di ogni sussiego. Aveva una fede incrollabile e stava ad
ascoltare con grande pazienza e attenzione, si prodigava per i poveri e
i soli. Il suo profilo nei ricordi di Ernesto Olivero, fondatore del
Sermig.
Dio esiste, eccome! Dom Luciano ne è la prova. Lo avresti potuto trovare
in una sperduta casa di campagna o da un re, su un autobus o su un
aereo, su un marciapiede o in una sala di attesa. A vederlo sembrava un
uomo qualunque, ma aveva un sorriso speciale, la sapienza di un grande e
la semplicità di un bambino. La sua pazienza era inesauribile, la sua
bontà grande. La sofferenza fisica è stata la sua compagna negli ultimi
anni, ma non gli ha mai impedito di continuare ad amare.
Adriano Sofri ha recentemente scritto su Panorama: «Olivero e i suoi lo
consideravano un santo, il più grande che abbiano incontrato. L’ho
incontrato anch’io... Dom Luciano era un uomo piccolo, calmo, buono e
arguto. Era un prete importante, aveva presieduto la Conferenza
episcopale brasiliana, ma era privo di ogni sussiego. Aveva una fede
incrollabile e niente di bigotto. Stava ad ascoltare con grande pazienza
e attenzione, si prodigava per i poveri e i soli. Una volta mi ha
scritto: Il mondo ha, senz’altro, un grande valore. Ma mi sono a poco a
poco abituato a confidare nel Signore e a interpretare gli avvenimenti
in chiave di eternità».
DAL BRASILE
AL LIBANO
Penso a cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi conosciuto dom
Luciano Mendes de Almeida, vescovo brasiliano, gesuita: eppure avevo già
una vita movimentata! Era il gennaio del 1988. Alla stazione di Porta
Nuova aspettavo il presidente della Conferenza episcopale del Brasile.
Nella mia immaginazione doveva trattarsi di un grande prelato facilmente
riconoscibile. Trovai invece un umile prete dimessamente vestito. Di
ritorno da un viaggio in Libano, in missione presso i capi spirituali
per conto della segreteria del sinodo dei vescovi, si fermava a Torino
per conoscere il Sermig. Noi lo avevamo invitato perché ci parlasse del
Brasile, delle tragedie e speranze del suo popolo. Volevamo cominciare a
rendere operante lì un’idea che aveva già ricevuto l’avvallo di dom
Helder Camara: non portare degli aiuti nei paesi poveri – mantenendoli
così dipendenti dai paesi ricchi – ma creare le condizioni di una certa
autonomia, anche intellettuale, morale. Dom Luciano aveva sentito
parlare di noi dai vescovi della Bahia, con i quali già ero in contatto
per dei progetti, e aveva accettato l’invito.
Viaggiava da tre notti. Era molto stanco. Arrivati all’Arsenale della
Pace (la nostra sede a Torino), gli proposi di andare a riposarsi.
Disse: «No, no, parliamo adesso». Mi impressionò il suo atteggiamento:
prima di parlare del Brasile, dei bambini di strada, ci chiese di
aiutare i fratelli libanesi provati duramente da tredici anni di
conflitto. Mi guardò e mi disse: «Lei dovrebbe andare in Libano a
portare un messaggio di pace». Io risposi: «Se Dio vorrà, andremo, e
aiuteremo quelli che soffrono». La nostra amicizia è cominciata da
subito, pensando agli altri!
Pochi giorni dopo a Roma mi fece conoscere il patriarca maronita, che
accettò il suo suggerimento e mi invitò ufficialmente in Libano, a
parlare di pace ai giovani.
VESCOVO, POLITICO, UMANISTA
A SERVIZIO DEI POVERI
In seguito ci incontrammo a San Paolo per i progetti della nostra CIS
(Cooperativa internazionale per lo sviluppo), in brasiliano “Assindes”
(Associação internacional para o desenvolvimento). Allora dom Luciano
era vescovo ausiliario nella zona est di San Paolo e, coordinando la
pastorale per i minori della diocesi, aveva fondato un centinaio di case
per bambini abbandonati. Venne poi nominato vescovo della arcidiocesi di
Mariana (Minas Gerais). I volti dei poveri di Mariana si aggiunsero nel
suo cuore ai volti dei poveri di San Paolo, che continuava a visitare e
aiutare. Ogni volta che faceva ritorno a San Paolo si diceva che i primi
a sapere del suo arrivo erano proprio i poveri; loro osavano fermarlo,
parlargli, chiedere qualunque cosa nonostante fosse una persona
importante.
Perdutamente invaso da un amore totale per il Cristo, era un “uomo senza
difese”, ma che dinanzi ai poveri da difendere parlava e gridava.
Sentiva che “la chiamata più forte” era per lui quella di “condividere
con gli altri i momenti difficili, le sofferenze”. Lo avresti detto
retorico vedendolo dare una mano a sparecchiare la tavola, oppure
aiutare un vecchio a portare delle borse. Ma poi ti accorgevi che lui
era così e il sospetto di retorica lasciava luogo alla meraviglia
dinanzi alla sua bellezza interiore. Era un “cristiano qualunque”
innamorato della preghiera e, come diceva lui stesso, “divenuto vescovo
per servire i poveri”. Non era possibile distinguere in lui uomo di Dio,
uomo politico, umanista: era veramente appassionato di tutto ciò che
riguardava l’uomo, la sua vita, la sua storia. Questa era la sua
grandezza. Aiutava ogni povero senza perdere la visione strutturale del
problema della povertà e facendo quanto gli era possibile per migliorare
le politiche pubbliche. Fu uno dei padri dello “Statuto del bambino e
dell’adolescente” in Brasile, diede inizio alla pastorale per gli uomini
di strada, si adoperò per le politiche del lavoro e della casa, per i
problemi dei “senza terra”, per la campagna contro la fame. Era convinto
che non bastassero delle buone leggi ma che occorresse formare la
coscienza delle persone e dei governanti e per questo appoggiò la
costituzione di vari movimenti sociali. Era cittadino del mondo e mise
instancabilmente la sua opera a servizio non solo del Brasile ma di
tutta l’America Latina e della Chiesa universale.
È stato tra i pochi vescovi presenti al funerale di Oscar Romero,
martire del nostro tempo. Quando le bombe hanno cominciato a mietere
vittime ha udito l’urlo della povera gente: «Piccolo Padre, ci assolva
perché la morte è vicina!». In quell’inferno, durato ore e ore, lui
pregava in mezzo alla folla. Lui stesso raccolse i morti nella piazza
per comporli in chiesa e benedirli. Non ebbe paura di mettere per
scritto quello che aveva visto. Quando tutto fu concluso era ormai l’una
di notte. Attraverso mille peripezie fu portato al sicuro all’ambasciata
brasiliana: lì si ricordò che la messa era stata interrotta per le
bombe, mentre il sangue incominciava a scorrere e tutto veniva travolto
dalla folla, l’altare, il calice con il vino consacrato... Il “padre
piccolo” decise di riprendere la messa e portarla a termine.
“DEUS É BOM”
DIO È BUONO
La sera del 24 febbraio 1989 una telefonata di padre Aldo Lucchetta dal
Brasile mi fece trasalire: dom Luciano aveva avuto un incidente in
macchina e il suo segretario padre Angelo Morena - che conoscevo molto
bene - era morto, mentre lui era in fin di vita. Quella notte non potei
dormire. Non potevo pensare che dom Luciano morisse, pregai e feci
pregare per la sua vita. Sentivo che non sarebbe morto. Nella notte
stessa telefonai a dom Mario Zanetta, vescovo di Paolo Afonso e tra i
promotori della CIS in Bahia, per chiedergli di contattare chi lo
assisteva e fargli sussurrare all’orecchio: «Ernesto dice che le cose si
metteranno per il meglio». Dom Zanetta mi confermò che dom Luciano era
gravissimo. Nel pomeriggio mi arrivò una telefonata: dom Luciano aveva
ricevuto e capito il mio messaggio. Sapevo che tutto il Brasile pregava
per lui. In uno di questi momenti di preghiera un bambino di strada,
affacciandosi all’ingresso della chiesa e vedendo una foto di dom
Luciano vicino alla statua della Madonna, si avvicinò e circondò la
fotografia con un braccio come se dom Luciano fosse presente. Non
pianse, sorrise.
Il 14 marzo alle dieci di sera, accompagnato da padre Aldo, arrivai
davanti alla porta della camera 520 dell’ospedale Felicio Rocho di Belo
Horizonte. Elisa, sorella di dom Luciano, mi fece entrare. Lo trovai
addormentato, ingessato dalla testa ai piedi. Il viso era sofferente, ma
non traspariva angoscia. Pregammo. Elisa mi mostrò i primi biglietti che
dom Luciano era riuscito, nella fatica del dolore, a scrivere con la
mano sinistra, ridotta a pezzi, ma meno disastrata della destra: “Deus è
bom” era il primo biglietto in assoluto. Poi dom Luciano si svegliò,
aprì gli occhi, mi vide: «Ernesto ... Ernesto».
ALL’ARSENALE
DELLA SPERANZA
Dom Luciano ha avuto un ruolo primario nella presenza di una Fraternità
del Sermig in Brasile. Lascio la parola a lui: «Ricordo una mattina
presto, metà anni novanta: nella piazza di São José do Belém. Vidi molta
gente riunita e nervosa. Mi avvicinai a un uomo coricato su una panca.
Chiesi cosa stava accadendo e mi fu risposto: è morto! Di cosa? Fame,
freddo! Era morto, di fame e di freddo, in una piazza di San Paolo del
Brasile, una metropoli tra le più grandi del mondo. C’era una
popolazione nascosta, invisibile, che camminava ogni giorno e ogni notte
per le piazze e per le strade alla ricerca di un riparo e di un po’ di
cibo. Il loro numero era così alto che le risposte esistenti non
bastavano e quella morte ci scosse profondamente. Dom Paulo Evaristo
Arns, allora arcivescovo di San Paolo, chiese aiuto e consiglio a noi
vescovi e alle autorità civili: che cosa fare? Quando dom Paulo
ricevette l’offerta da parte del governo dello stato di prendere in
gestione l’antica Hospedaria dos Imigrantes, chiedemmo a Ernesto Olivero
se era disponibile a trasformarla in una casa capace di accogliere; già
conoscevamo la trasformazione dell’ex arsenale militare di Torino in
Arsenale della Pace e la passione e serietà del suo lavoro in Brasile.
Accettò, forse nemmeno sapendo bene cosa stava accettando. Da lì, con
molto coraggio e grande abbandono, prese vita l’Arsenale della Speranza.
L’11 marzo 2006 si è svolta una grande festa per celebrare i primi dieci
anni di vita di quest’opera. Arrivando all’Arsenale della Speranza per
partecipare alla festa ho incontrato un povero che mi ha detto con tanta
gioia da commuovermi: «Anche lei viene per la festa! Che bello! Questa
casa è una meraviglia, una grande meraviglia di Dio!. È a Dio che
dobbiamo alzare i cuori per ringraziare sempre di più, perché il Signore
è buono e ci dà la gioia di vivere un po’ della gioia di essere buoni e
fare del bene. Nessuna cosa ci fa rallegrare tanto quanto il poter
aiutare gli altri che hanno fame di pane e di amore».
L’ORA
DELLA FIDUCIA
Anche gli ultimi mesi di vita, le cure molto dolorose, l’aggravarsi del
male non l’hanno cambiato nell’intimo. Gianfranco della Fraternità della
Speranza di San Paolo – che l’ha assistito nei due mesi di ospedale – mi
ha scritto: «In questi giorni stando con don Luciano più da vicino e con
più tempo ho visto la debolezza vinta da una grande forza! La debolezza
è stata, forse per un momento, la vincitrice, perché sembrava che tutto
fosse finito, la debolezza di un corpo stanco, cansado, di un corpo
vinto da un “male”. Ma ancora una volta la grandezza di don Luciano ha
vinto: ancora una volta gli altri sono più importanti, il grazie
continua a essere pronunciato da delle labbra “stanche” ma forti, il
sorriso di un volto stanco che emana luce e speranza, la voce fievole
che ti dice che siamo nelle mani di Dio in ogni momento… sia fatta la
sua volontà, la preghiera è sempre per gli altri che soffrono… e così
via… ancora una volta un esempio di vita! Grazie, caro Ernesto, per
averlo incontrato e messo sul nostro cammino!».
Sono stato vicino a lui l’ultima volta il 3 agosto. Conservo come un
tesoro prezioso le ultime parole che ha scritto sul mio diario: «Sono
nelle mani di Dio buono e Padre. Lo sento molto vicino. È un momento di
gioioso abbandono. Tutta la mia vita è sempre in completa fiducia a Dio
e alla Madonna. Ma in questi giorni mi unisco ancora di più al Signore.
Offro tutto per la Chiesa, con amore e con fede. È l’ora della fiducia…
Ernesto, ringrazia tutti i tuoi amici. Sono molto contento. Sono nelle
mani di Dio. Quello che Dio vuole, voglio io. Sono stanco ma mi affido a
Dio e offro tutto per il papa che amo molto e prego per lui. Grazie di
tutta la preghiera tua e del Sermig. Dio ci conservi sempre così». Prima
di ripartire gli ho chiesto una parola per i giovani dell’Arsenale, la
cosa più bella da dire a tutti loro; ha risposto con un filo di voce:
«La cosa più bella è consacrarsi al Signore».
Ernesto Olivero
(Da Testimoni )
RICORDIAMO IL BEATO DON LUIGI GUANELLA
NEL PRIMO CENTENARIO DELLA SUA PROFESSIONE RELIGIOSA
OMELIA DEL SERVO DI DIO PAOLO VI
NELLA BEATIFICAZIONE
DEL SACERDOTE LUIGI GUANELLA
Domenica 25 ottobre 1964
VOGLIAMO salutare quanti con Noi esultano della Beatificazione di Don
Luigi Guanella: il Vescovo di Como per primo, che vede la sua grande ed
anche a Noi carissima diocesi risplendere di così bella e sua propria
luce di santità; e sono col degno e fortunato Pastore i rappresentanti
del comune di Campodolcino, nel cui territorio, a Franciscio, il Beato
ebbe i natali: bella borgata alpestre, da Noi più volte percorsa, quando
visitammo la Casa Alpina dell’Alpe Motta, e fu una volta per benedirvi
la grande statua alla Madonna d’Europa eretta alle falde delle nevi
alpine, e poi di nuovo scendendo a rendere omaggio, oltre Pianazzo, alla
Madonna di Gallivaggio. Così certamente meritano il Nostro saluto i
Fedeli, qui presenti, di Prosto, di Savogno, di Traona, di Gravedona, di
Olmo, di Pianello, dove Don Guanella esercitò il suo ministero pastorale
e iniziò l’opera sua. Lo meritano i Salesiani di Don Bosco, il quale fu
grande maestro ed amico al nuovo Beato e, con il suo insegnamento ed il
suo esempio, lo aiutò a determinare la sua vocazione di Fondatore. Così
alle Autorità ed ai Fedeli di Como, di Sondrio e di tutta la Val Tellina
l’espressione della Nostra compiacenza e dei Nostri voti.
Ma in questo momento il Nostro pensiero va in modo speciale alle
Famiglie Religiose fondate da Don Guanella: i Servi della Carità, e le
Figlie di Santa Maria della Provvidenza, che vediamo qui festanti in
grande numero, e che sono gli uni e le altre ben noti anche a Roma, dove
essi prodigano mirabili fatiche in due Parrocchie e in diverse case di
assistenza. Va gioioso e paterno il Nostro pensiero alle case di
formazione dei Servi della Carità, alle loro Scuole e alle loro opere
per la Gioventù (ricordiamo fra tutte il complesso di istituzioni
intorno alla nuova e bella chiesa di S. Gaetano, da Noi consacrata, a
Milano); va agli Istituti per gli anormali, per i poveri, per gli
anziani, alle Colonie marine e montane e alle lontane Missioni, ai
Santuari assistiti dai Figli di Don Guanella. E così abbiamo in questa
ora benedetta presenti allo spirito le innumerevoli istituzioni di
pietà, di educazione, di assistenza, in Italia e all’Estero, dove le
ottime e pie Figlie di Santa Maria della Provvidenza, silenziosamente,
assiduamente dànno della carità di Cristo splendida testimonianza.
Qua!i eserciti di seguaci e di preferiti del Vangelo! quale popolazione
di bambini, di lavoratori, di fedeli, di sofferenti, di malati, di
infelici, di vecchi, vediamo intorno a Don Guanella, ed ora tutti con lo
sguardo rivolto verso di Noi: quale popolo della carità! quale città di
Cristo! quale giardino di fervore, di dolore e di amore! Vi salutiamo,
carissimi tutti; vorremmo a ciascuno parlare; vorremmo a ciascuno
comunicare la Nostra gioia, e da tutti accogliere la vostra per questo
giorno felice; tutti, nel Signore, vi benediciamo. Voi siete la famiglia
di Don Guanella; voi siete la sua gloria; voi siete la sua grandezza!
A questo punto la Nostra considerazione del magnifico quadro delle opere
di Don Guanella sembra davanti a noi trasformarsi in visione, e
presentarci proprio lui, il nuovo Beato Don Luigi Guanella, che,
ammirando lui stesso il cerchio vivente e splendente dei suoi Figli e
dei suoi beneficati, placidamente, ma autorevolmente, ancora ci
ammonisce, come faceva quand’era ancora in questa vita terrena: « È Dio
che fa! ». È la divina Provvidenza. Tutto è di Dio: l’idea, la
vocazione, la capacità di agire, il successo, il merito, la gloria sono
di Dio, non dell’uomo. Questa visione del bene operoso e vittorioso è un
riflesso efficace della Bontà divina, che ha trovato le vie per
manifestarsi e per operare fra noi. «È Dio che fa!».
Questo immaginario, ma non illusorio colloquio, pare a Noi soddisfare in
buona parte il segreto desiderio ch’è, al termine di questa solenne
cerimonia, in ciascuno di noi: il desiderio di capire. Dopo aver
conosciuto, ammirato, esaltato la vita d’un servo di Dio, dichiarato
autentico seguace di Cristo, sorge nell’animo la legittima, anzi la
doverosa curiosità di capire come e perchè il nuovo fenomeno di santità
si è prodotto in questa nostra scena umana. Vorremmo carpire il segreto
e cogliere il principio interiore di tale santità; vorremmo ridurre ad
un punto prospettico unitario la vicenda avventurosa, complicata e
febbrile della vita prodigiosa del nuovo Beato, che diviene per noi
degno di imitazione e di culto. È questa una tendenza consueta alla
mentalità moderna, quando essa si pone allo studio d’una qualche
singolare personalità. E non sarebbe facile riuscire a classificare
sotto un aspetto solo la figura di Don Guanella, se egli stesso non ci
aiutasse e quasi ci imponesse a vedere in lui null’altro che un effetto
della Bontà divina, un frutto, un segno della divina Provvidenza.
Non è che questo suo atto di umiltà e di religiosità ci dica tutto di
lui; tanti altri aspetti della sua figura ci offrirebbero quel punto
prospettico focale che ci consentirebbe di definire in sintesi la sua
anima e la sua opera; ma per ora, a congedo ed a ricordo della
Beatificazione di Don Guanella, possiamo obbedire alla sua voce
rediviva: « È Dio che fa! ». E se diamo ascolto davvero a questa voce,
che vorrebbe svalutare in umiltà la grandezza ed il merito dell’opera da
lui generata, assistiamo non già ad una svalutazione, ma ad una
glorificazione, perchè possiamo concludere: dunque l’opera di Don
Guanella è opera di Dio! E se è opera di Dio, essa è meravigliosa, essa
è benefica, essa è santa. Cresce in noi la gioia; ma nasce insieme un
problema, un grande e delicato problema, il cui ricordo ci seguirà in
avvenire, pensando appunto al Beato, che abbiamo messo su gli altari: il
problema dell’azione divina, il problema della Provvidenza, in
combinazione con l’azione umana.
Esiste una Provvidenza? E come interviene nelle nostre cose? Dobbiamo
lasciare ad esse libero corso senza pensare di darvi un senso per poi
attendere alla fine se risulta qualche disegno, a noi ignoto in questa
vita e svelato solo nella vita futura? E quale atteggiamento occorre
perciò tenere davanti a questa imponderabile azione divina nel campo
della nostra vita: di rassegnazione passiva e fatalista, che non si cura
nè di quello che Dio fa, nè di quello che noi dobbiamo fare in ordine a
Lui? Ovvero dobbiamo assumere un atteggiamento di continuo riferimento
delle nostre azioni alla volontà di Dio, in modo che esse risultino,
sotto aspetti diversi ma convergenti, tutte di Dio e tutte nostre?
Indubbiamente è questo secondo atteggiamento che dobbiamo adottare; è
l’atteggiamento che mira a fare di noi, come dice S. Paolo, dei «
collaboratori di Dio » (1 Cor. 3, 9). Collaborare con Dio dovrebbe
essere il programma della nostra vita. Ed è il programma dei Santi.
Ce lo dimostra, tra gli altri, il nostro Don Guanella, lasciando così
scoprire nella sua anima e nella sua opera le linee direttrici che le
definiscono. Vedremo la linea propriamente religiosa come linea maestra:
tutto si fa per interpretare, per eseguire, per onorare la volontà di
Dio.
Una grande pietà, una assidua preghiera, uno sforzo di continua
comunione con Dio sostiene tutta l’attività dell’uomo di Dio: si direbbe
che non pensa che a questo. E allora una grande umiltà penetra ogni
proposito e ogni fatica di lui: potrebbe essere grande tentazione in chi
compie grandi imprese di credersi bravo; di dirsi autosufficiente, di
attribuire a sè il merito delle proprie opere; il senso religioso invece
che le informa impedisce tale pericolosa insipienza, e infonde nel servo
fedele due altri movimenti spirituali, che sembrano l’uno all’altro
contrari, e sono invece corrispondenti e concorrenti: uno è il movimento
di tensione, l’altro di distensione. Di tensione volontaria il primo:
se. siamo al servizio di Dio nessuno sforzo ci deve costare; ed è questo
che noi maggiormente riusciamo ad ammirare nell’operaio del regno di
Dio: la tenacia, l’energia, il coraggio, lo spirito di eroismo e di
sacrificio. Di distensione confidente l’altro: se siamo al servizio di
Dio nessuna cosa ci deve fare paura, la fiducia è la vera nostra forza,
la sicurezza - fino al rischio, talvolta! - che l’assistenza del
Signore, la Provvidenza, come diciamo, non mancherà: questa fiducia
forte, positiva, amorosa è meno visibile all’osservatore profano; . ma
nell’animo del santo è l’elemento principale della sua fortezza e della
sua grandezza.
Ed è poi più facile capire come uno spirito, così strutturato
interiormente, balzi con audacia formidabile al compimento delle opere
di misericordia più nuove e più ardue; ricordiamo l’insegnamento
dell’apostolo S. Giacomo: « La religione pura e senza macchia è questa:
visitare gli orfani e le vedove nella loro tribolazione » (Iac. 1, 27).
Dalla psicologia religiosa, a cui abbiamo accennato, scaturisce
l’attività prodigiosa del servo di Dio; dalla carità che a Dio lo unisce
deriva la carità che lo rende prodigioso benefattore dei fratelli
bisognosi. L’aspetto sociale del Beato meriterebbe qui il suo vero
panegirico; ma questo lo fanno i suoi figli ed i suoi ammiratori; lo
fanno, con l’eloquenza dei fatti e delle cifre, le sue opere. A Noi ora
basta raccogliere il primo filo di tutta codesta meravigliosa storia
della carità operante in misericordia; e trovarlo, quel filo, annodato
al suo punto di partenza, come alla sorgente dell’energie soprannaturale
che tutto lo percorre: «È Dio che fa!». Non è bello? non è stupendo?
Lodiamo dunque Iddio nel suo servo il Beato Luigi Guanella; e
preghiamolo che per l’intercessione di questo campione della fede e
della carità ci dia grazia di imitarlo e tutti così ci benedica.
Sto visitando il
villaggio LOS OLIVOS, i cui abitanti
appartengono all'etnia maya "Q'eqchì". Il
catechista Josè, anche lui q'eqchì di Poptùn, è
stato invitato dalla parrocchia per dare un
corso alla comunità su "organizzazione
comunitaria". La gente è contenta e approfitta
questo spazio importante di formazione. Sta
terminando il corso e tutto è pronto per la
celebrazione dell'Eucaristia. Improvvisamente si
sentono degli spari. Tutti escono dal luogo di
riunione per vedere cosa succede. In lontananza,
nelle colline circostanti, si vedono i militari
che presidiano questa zona di frontiera (il
villaggio confina con il Belize) e un gruppo
consistente di persone del posto che inseguono
un giovane. Lo raggiungono e lo conducono al
campo sportivo, di fronte alla scuola
elementare. Lo legano mani e piedi e lo tirano
al suolo. Improperi, colpi di bastone, calci. Ha
rubato un cavallo, l'hanno scoperto, ora deve
sottostare al giudizio pubblico. Molta gente
accorre al posto di riunione. Prevedendo un
epilogo per niente a lieto fine decido anch'io
di avvicinarmi insieme a José. Stanno già
discutendo il caso. L'autorità del villaggio
esprime il suo parere e invita i presenti a fare
altrettanto. Chiedo a José cosa stanno dicendo.
"Padre, stanno decidendo di bruciarlo con la
benzina". "Presto, bisogna fare
qualcosa…Chiamiamo la polizia!". José porta con
sé il cellulare, ma nel villaggio non c'è
segnale. Qualcuno ci dice che nel colle di
fronte, uscendo dal villaggio, si può utilizzare
il telefono. Non c'è tempo da perdere. Prendiamo
il Toyota parcheggiato davanti alla chiesa.
Passando davanti al campo ci dirigiamo
velocemente al luogo indicatoci. Però José mi
dice: "Padre, è meglio avvicinarsi di nuovo al
campo". Saggia decisione! Bisognava vedere gli
sviluppi della situazione e tentare il possibile
per evitare che il tutto precipitasse
irrimediabilmente. Allo stesso tempo bisognava
calcolare bene il rischio di esporsi chiamando
la polizia. Come avrebbe reagito nei nostri
confronti la gente esasperata, considerandoci
"complici" di una soluzione legale che la
maggioranza per nulla accettava?! Continuano gli
interventi favorevoli al linciaggio, mentre i
bambini attorniano il malcapitato, ridono e
scherzano, in un gioco lugubre e incosciente per
loro. Ma proprio questo vogliono gli adulti: che
i bambini, vedendo la punizione esemplare del
ladro di cavalli, imparino a non rubare e a
comportarsi bene. Dico a José che è il momento
di intervenire. Sono minuti di grande tensione.
Si capisce che la gente non accetta "l'
intromissione": «Tu vieni da fuori, non devi
metterti nei problemi della nostra comunità».
José mantiene la calma e controbatte. Dice loro
che è proibito ammazzare perché solo Dio è
padrone della vita, che il linciaggio è un
delitto contemplato nelle leggi del Guatemala,
che l'autorità del villaggio rifletta bene: egli
deve rispettare la legge, non istigare a
infrangerla, che la cosa più sensata è
consegnare il giovane alla polizia. L'intervento
di José si dimostra provvidenziale. Il giovane,
già condannato a essere bruciato vivo, si salva
dall'atroce esecuzione. Con José e l'autorità
locale saliamo al colle di fronte per chiamare
al telefono la polizia. Rientrando al villaggio
chiedo a José: "Ascoltando alcuni interventi
fatti con espressione dura e voce alterata mi è
parso di sentire la parola . Cosa dicevano?".
"Padre, è stato un momento critico in cui ho
avuto molta paura. Dicevano: ". L'accusa,
probabilmente, era frutto di questo
ragionamento: vuole salvare la vita
dell'ostaggio, dunque è complice dell'ostaggio…
Così anch'io, senza saperlo, ero coinvolto in
questo assurdo e allucinante processo…Però,
grazie a Dio…e a José, sono ancora vivo. Il
fenomeno del linciaggio in Guatemala, purtroppo,
è ancora diffuso. Sono più di cinquecento i casi
registrati dalla firma degli accordi di pace del
1996. Molta gente, esasperata per l'impunità
dilagante, di fronte all'inefficienza e
corruzione della polizia e degli organismi
giudiziari, decide di fare giustizia sommaria.
Il giornale di ieri (20 aprile 2006), in prima
pagina, dice che due presunti ladri sono stati
linciati. Pubblica una foto a colori, dove si
vedono i corpi avvolti dalle fiamme e intorno la
folla che osserva soddisfatta. Pazzesco!
Per nascita è
piemontese, ma non abbiamo notizie certe sulla
sua origine. Incominciamo a conoscerlo quando
chiede di essere accolto nel convento dei
Domenicani a Firenze. Il convento è quello già
appartenente ai Silvestrini, così chiamati da
san Silvestro Guzzolini, che li fondò nel
Duecento: ora è affidato ai Domenicani, che
l'hanno fatto rimettere a nuovo con l'aiuto di
Cosimo de' Medici il Vecchio, che in Firenze è
sovrano senza corona né trono né titoli. E
proprio in quest'epoca lo sta affrescando frate
Giovanni da Fiesole, che il mondo conoscerà come
Beato Angelico. Priore di questa comunità è
Antonino Pierozzi, che ha già guidato altre
comunità a Cortona, Roma e a Napoli, e che sta
per diventare arcivescovo di Firenze.
Il giovane Neyrot da Rivoli è uno degli ultimi
giovani che Antonino ha potuto seguire prima di
passare al governo della diocesi, chiamandolo
via via agli ordini sacri, e sempre mettendolo
in guardia contro la fretta: per riuscire buon
domenicano, gli ripeteva, occorre molto studio,
con molta preghiera e molta pazienza. Ma lui non
conosce la pazienza. Sopporta male il lento
apprendistato sui libri. Si considera già
preparatissimo, vorrebbe andare subito in prima
linea. Insiste con i superiori, chiede di essere
mandato in Sicilia. Gli rispondono di no. Allora
decide di appellarsi a Roma, e va a finire che
ci riesce: per insistenza sua, per
raccomandazioni autorevoli, chissà. In Sicilia
ci arriva davvero, con tutti i permessi romani.
Nel 1458 – e ancora per ragioni che non si
conoscono – si imbarca dalla Sicilia diretto a
Napoli, secondo alcuni; oppure, secondo altri,
verso l'Africa: un'ipotesi che sembrerebbe in
linea con le sue note impazienze missionarie. Ma
questa è anche una stagione di pirati, e in essi
s'imbatte appunto la sua nave: così lui arriva
davvero in Africa, ma come schiavo. Sbarca a
Tunisi, che all'epoca è la fiorente capitale di
un vasto stato berbero, creato dalla dinastia
musulmana degli Almohadi, e dal XIII secolo
sotto il governo degli emiri Hafsidi. Un solido
stato autonomo, legato da intensi rapporti
commerciali con i Paesi mediterranei.
Padre Neyrot è dunque arrivato – sia pure in
maniera inaspettata – in Africa da
rievangelizzare, alla terra dei suoi entusiasmi.
Ma rapidamente essa diventa la terra di tutti i
fallimenti. Il predicatore impaziente dei tempi
fiorentini tradisce i suoi voti, butta l'abito
domenicano e rinnega la fede, prende moglie e si
fa pubblicamente musulmano.
Intanto a Firenze, nel maggio 1459, muore il
vescovo Antonino, il suo maestro poco ascoltato,
e la notizia lo raggiunge a Tunisi. (Secondo
un'altra versione, il vescovo gli sarebbe
apparso in sogno dopo la morte). Di qui prende
avvio per Antonio il cammino del ritorno, che è
rapido e senza incertezze. Non solo egli ritrova
dentro di sé la fede cristiana, ma subito la
proclama pubblicamente davanti all'emiro e con
addosso l'abito di domenicano. Questo comporta
la condanna a morte, che viene eseguita a Tunisi
mediante lapidazione. Questo accade, secondo il
Martirologio romano, nella feria quinta in Coena
Domini, ossia il Giovedì santo, nell'anno 1460.
Mercanti genovesi riportano in Italia il suo
corpo, che nel 1464 raggiunge la cittadina
nativa, Rivoli, dov'è tuttora custodito nella
collegiata di Santa Maria della Stella. Clemente
XIII ne ha approvato il culto come beato nel
1767.
San Pier Crisologo dice a
ragione che l'amore di Dio non ha confini, né misura, in coloro che ricolma e
che toglie loro anche il tempo di riflettere. Conduce costoro per vie che
sembrano follie agli occhi dei sapienti di questo mondo rendendo loro
disinvolte e facili le imprese più coraggiose.
E' quello che potremo ammirare
nella vita di P. Costanzo Magni.
Originario di Popiglio
(Pistoia), di nobile famiglia, egli rispose così bene all'educazione cristiana
che i suoi pii genitori gli impartirono che terminati gli studi umanistici e
dopo aver studiato teologia fece voto di castità e povertà. Tuttavia i pericoli
spirituali di cui si vide circondato e il timore di non poter conseguire la
salvezza gli ispirarono di fare un altro voto, cioè quello non di mangiare
carne e di non bere vino per tutta al vita. Da allora egli apparve agli occhi di
tutti come un modello di virtù. Queste precauzioni per lui non erano ancora
sufficienti a metterlo al sicuro dai tranelli del demonio. Egli pensò che non
sarebbe stato veramente tranquillo che in convento; per questo domandò l'abito
domenicano al convento di Pistoia e qui fece la sua professione.
Dopo aver terminato i suoi
studi con grande successo, egli fu impegnato nel ministero apostolico. Vi si
dedicava con uno zelo infaticabile, conducendo una vita austera.
Per un disegno della
provvidenza, soggiornando a Roma sul finire del 1593, apprese del martirio di
quattro religiosi francescani, messi crudelmente a morte dai musulmani di Algeri
e di Tunisi.
Il racconto delle loro
sofferenze lo sconvolse a tal punto che egli concepì subito un ardente desiderio
di finire anch'egli la vita in questo modo per ricambiare Cristo del sangue
che aveva sparso per la sua salvezza. Di conseguenza, egli decise di andarsene
presso i Mauri (Mori), al fine di servire, consolare e istruire i cristiani
tenuti in schiavitù. Ottenne dal papa Clemente VIII il permesso di andare in
Barberia (Magreb). Da Palermo, dove si era ritirato, si imbarcò sopra una nave
che doveva condurlo a Valenza, da dove egli avrebbe potuto, alla prima occasione
,raggiungere Algeri o Tunisi.
Tali erano i piani del
Religioso. Ma Dio, destinandolo a un fruttuoso ministero presso gli
schiavi,voleva servirsi di lui anche per la salvezza di tanti altri; ecco perché
cambiò i suoi progetti. Una furiosa tempesta gettò il vascello sulle coste di
Gibilterra e lo obbligò a prendere terra. Questi spiacevoli fatti lo provarono
assai senza tuttavia spegnere il suo desiderio di raggiungere il suo obiettivo a
tutti i costi. Durante questa sosta forzata, seppe conquistarsi la stima e
l'affetto degli abitanti del posto. In quel periodo, era stato segnalato che un
vascello era in partenza per Barcellona e il P. Magni colse immediatamente
questa occasione e trattò con il capitano per imbarcarsi.
Questo gran servo di Dio
doveva ancora realizzare il suo progetto!
Al momento di salire sulla
nave, un uomo lo riconobbe tra i passeggeri, gli corse incontro e lo pregò si
recarsi presso un giovane ferito e sul punto di morire. A questa notizia il
padre si trovò in un terribile imbarazzo. Che fare? Il vascello, già pronto a
partire non avrebbe certamente atteso il suo ritorno; d'altra parte le
condizioni del moribondo esigevano un'assistenza immediata. Questo ultimo fatto
ebbe la meglio su tutto il resto. Il caritatevole sacerdote arrivò presso il
ferito e lo trovò ancora più malato nell'anima che nel corpo. L'esortò alla
penitenza con una forza ammirevole. Dio diede tanta unzione alle sue parole che
il giovane vivamente pentito dei suoi disordini, dimostrò, con una morte
veramente cristiana che la venuta del santo religioso era un segno della sua
predestinazione. Il Padre Costanzo, dopo averlo assistito nei suoi ultimi
momenti di vita, volle presiedere le sue esequie. Poi tornò al porto; ma già il
vascello vogava in alto mare.
Costretto a prolungare il suo
soggiorno a Gibilterra, Costanzo Magni s'applicava con ardore a tutto ciò che
una carità ben intesa gli poteva ispirare, aspettando non di meno l'occasione
favorevole per passare nel paese dei Mori. La città di Ceuta, in Africa, si
trovava poco distante da quella di Gibilterra per cui giudicò buona cosa di
andarci. Si trattava d'altronde di avvicinarsi all'obiettivo. Dal suo arrivo
apprese che gli schiavi cristiani del Marocco non godevano di una sorte migliore
dei loro fratelli di Tunisi e d'Algeri. Questa notizia intenerì il
compassionevole cuore del Padre Costanzo che da quel questo momento prese la
risoluzione di volare in soccorso di quegli sfortunati.
Consultò da principio il
governatore di Ceuta che era il marchese di Villa-Real, duca di Caminha. Questo
signore l'ascoltò con molta benevolenza, ma non gli nascose le difficoltà
dell'impresa, perché senza alcun dubbio, il re dei Mori non gli avrebbe mai
permesso l'ingresso nel suo paese, e che, se vi fosse penetrato, la sua vita
sarebbe stata in pericolo. Tuttavia, edificato dal suo zelo e dalla sua tenacia,
il governatore acconsentì di scrivere a un ricco mercante di Valenza, agente del
re di Spagna presso quello del Marocco, al fine di ottenere dal califfo
l'autorizzazione di circolare sul suo territorio. Ma questo tentativo non riuscì
e il P. Costanzo perdendo ogni speranza lasciò Ceuta e ritornò a Gibilterra con
il proposito di prendere la strada di Mazagran (Algeria).
Dimorò circa tre mesi in questa
città e predicò la quaresima con un fervore straordinario, persuasa che sarebbe
stata l'ultima trascorsa in mezzo ai cristiani. Si fece poi condurre in aperta
campagna, senza parlare del suo progetto e si recò molto segretamente ad Azamor,
località a due miglia da Mazagran, un tempo in mano ai portoghesi, ma caduta,
dopo il 1513, sotto la dominazione dei Mori. Vi arrivò di notte e, prima del
giorno, tentò di uscirne. Malgrado le sue precauzioni, fu riconosciuto,
denunciato al governatore, arrestato e incatenato per essere condotto in
Marocco.
Il P. Costanzo Magni,
pienamente soddisfatto di vedersi nelle condizioni che aspettava da lungo tempo,
si dedicò finalmente al sospirato ministero consolando e incoraggiando gli altri
schiavi cristiani.
Indirizzò loro una lettera
piena dello spirito di Dio nella quale li avvertiva che era venuto unicamente
con lo scopo di rendere loro tutti i servizi possibili: poi li pregava di non
fare niente per riscattarlo per non fargli perdere la corona che desiderava. Ma
i cristiani ragionarono in un'altra maniera. Convinti che non avrebbero potuto
ricevere da questo religioso gli aiuti e le istruzioni necessarie fino a che non
avrebbe goduto della libertà, decisero tutti di pagare il suo riscatto per
averlo con loro. Antonio di Saldanha d'Albunquerque e Diego Morin trattarono
l'indomani con il governatore, e grazie alla somma di mille scudi d'oro che gli
versarono, il P. Costanzo recuperò la sua libertà e poté agire liberamente tra
gli altri prigionieri.
Da allora, il coraggioso
missionario si mise a esercitare il ministero apostolico. Ogni giorno, prima
dell'alba celebrava la S. Messa e indirizzava ai prigionieri delle esortazioni
per la circostanza da cui sempre ricevevano aiuto spirituale. Coloro che da
molti anni erano prigionieri o chiusi negli ospedali sperimentarono ugualmente
gli effetti della sua carità. Visitava gli uni e gli altri, li incoraggiava
nelle loro sofferenze, amministrava loro i sacramenti che non ricevevano da
dieci o undici anni, e non tralasciava nulla di ciò che poteva avvicinarli a
Gesù Cristo.
Tuttavia, questo grande
servitore di Dio, tutto dedito alle opere eroiche, non riusciva a dominare il
vivo timore per la propria salvezza. Ecco perché volle sottoporsi a una vita di
dura penitenza: osservava esattamente l'astinenza e il digiuno, macerava il
proprio corpo con le discipline e le veglie continue. In una parola si negava
ogni sollievo. Visse in questo modo due anni e mezzo fino al 1598, epoca in cui
la peste devastò le città del Marocco e gli offrì un'ulteriore occasione di
esercizio della carità.
Il male contagioso fu
estremamente violento; in meno di dieci giorni morirono quattromila persone. Lo
stesso califfo si diede alla fuga, malgrado che la legge gli proibisse di
abbandonare il suo posto in simili congiunture.
Si può immaginare il pietoso
stato in cui si vennero a trovare gli schiavi cristiani per i quali c'erano
tante restrizioni. Mille e cinquecento tra essi morirono, tutti assistiti e
benedetti dal P. Costanzo, che conferiva loro, in segreto gli ultimi sacramenti.
Poi, colpito a sua volta, resistette, sebbene continuasse, malgrado la debolezza
e le sofferenze, a percorrere i quartieri della città alfine di soccorrere i
moribondi.
Quattro mesi trascorsero in
questa pratica eroica della carità che gli attirò la stima e la fiducia dei
prigionieri. Molti ricchi mercanti e schiavi, che la peste aveva colpito, gli
lasciarono tutto quanto possedevano affinchè fosse impiegato in opere buone
secondo il suo giudizio. Queste somme servirono a far celebrare delle SS. Messe
per i defunti, o a riscattare un certo numero di prigionieri.
Il Padre ebbe la gioia di
liberare in questo modo trenta tra giovani e ragazze in pericolo di rinunciare
alla fede e li rimandò nella loro patria: egli non pensava affatto a procurasi
questo vantaggio della piena libertà, più desideroso della salvezza del suo
prossimo che della sua propria vita.
Questa carità era troppo
evidente per non essere notata in un paese da cui era stata da molto tempo
bandita. La moltitudine degli apostati che si riconciliavano con la Chiesa, la
condotta di tanti altri che ritornavano in Andalusia, loro terra d'origine, a
riparare con una vita nuova gli scandali che avevano dato un tempo: tutto
questo movimento di conversioni non poteva restare nell'ombra.
Ne fu informato il Cadì,
ufficiale di giustizia presso i mussulmani, e questi ricevette l'ordine dal re
del Marocco di arrestare il missionario; ciò che egli fece con rigore. L'uomo di
Dio, carico di catene, gettato in una fossa profonda, si vide in un crudele
abbandono; infatti era stato proibito ai cristiani di avvicinarlo.
Ma quale giorno di trionfo esso
non fu per il padre, il quale desiderava da così lungo tempo di spargere il suo
sangue per Gesù Cristo!
Dimorava in questa prigione
oppresso da maltrattamenti e scomodità da 25 giorni quando si presentò il
primo ufficiale della giustizia, uomo d'autorità avente diritto di vita e di
morte sui prigionieri. Egli ignorava la detenzione del P. Magni. Sulla base del
rapporto che di lui era stato fatto, che cioè quest'uomo meritava castighi
esemplari per aver favorito il ripensamento di molti cristiani, lo chiamò al suo
tribunale e lo interrogò sul reato di cui lo si accusava. "Io non ho fatto altro
– rispose il servo di Dio – che aver consigliato a chiunque vuol salvare la
propria anima di disprezzare le cose di questo mondo, che passano come un'ombra,
per aggrapparsi ai beni che non finiranno mai". L'ufficiale ammirò tale
risposta, ed essendosi intrattenuto in particolare con il sant'uomo , ordinò che
gli fossero tolte la metà delle catene e che fosse trasferito nella prigione dei
giudei, da dove egli poteva visitare e consolare gli altri schiavi. Questa
condotta divenne occasione di mormorazione da parte degli agenti subalterni: uno
di questi fece osservare che il prigioniero era stato arrestato per volontà del
re: ma l'ufficiale lo fece tacere dicendo che sarebbe stata follia pensare che
l'ira del re fosse durata più di un'ora. Condussero dunque il P. Costanzo nella
prigione dei giudei, che assomigliava più a una fossa che a una stanza dove
restò rinchiuso per cinque anni fino al 24 agosto 1604, giorno della morte del
califfo. Suo figlio e successore, Coroa Muley, visitando la prigione per la
prima volta, rese al Padre la libertà d'azione e il venerabile padre riprese il
suo ministero tutto di carità.
Questo fu tuttavia per poco
tempo: consumato dalle penitenze e dalle privazioni, Costanzo Magni si vide
presto ridotto allo stremo delle forze. Soffocato dal caldo assai forte del
paese e divorato da una sete bruciante, si spense nel bacio del Signore il 24
ottobre 1604 [2].
( Tratto da: Gli illustrissimi
del convento di san Domenico i Fiesole, Nerbini, Firenze 2007)
[1] N.B. Il necrologio di
questo illustre missionario si trova nella Cronica quadripartita del Convento
di San Domenico di Fiesole anche se non ci è dato sapere che tipo di rapporto
abbia intrattenuto col detto cenobio. Questo fatto comunque non è privo di
importanza visto che il cronista intendeva riferire di quei frati che in
qualche modo erano stati legati alla comunità fiesolana da un vincolo
speciale.
Ecco il testo del necrologio:
Fra Costanzo Magni da Popiglio dalla sua montagna pistoiese andò alla corte del
re di Spagna dove fu ricevuto con grande onore. Di la migrò in Marocco ed ivi
predicò sopportando per la fede molte ingiurie. Battezzò alcuni bambini e fu
preso dai barbari ma fu riscattato a caro prezzo da mercanti francesi. Infine
ritornò in Spagna dove visse santamente per circa 8 anni e giunto a 60 anni se
ne andò a miglior vita nell'anno 1612.
[2] Come si è visto nella nota
1 il necrologio posticipa il decesso del Magni di otto anni dopo un lungo
ministero in Spagna ma al momento non è possibile confermare queste notizie.
Nel
primo anniversario della morte di Dom Franco
Masserdotti, vescovo di Balsas (Brasile), la
Famiglia Comboniana ne fa memoria,
presentando alcune tracce della sua mistica
e spiritualità, brevemente elaborate da p.
Fernando Zolli; sicuri che l'esperienza di
vita di Dom Franco continui a sostenere ed
alimentare il cammino di rinnovamento della
missione comboniana nel mondo
Nell’ambito del servizio missionario, Dom Franco
ha avuto una vita attiva molto intensa. Il ritmo
delle sue iniziative è stato incalzante; la sua
agenda è stata sempre ricca di avvenimenti e di
attività: incontri, assemblee, corsi di esercizi
spirituali, iniziative di sviluppo e di
promozione umana, formazione degli animatori
delle comunità ecclesiali di base e degli agenti
di pastorale, coordinatore di pastorali sociali
e di impegno per la giustizia e la pace, scuola
di coscientizzazione socio-politica, visita a
gruppi e amici della missione, impegno
missionario in Africa, sostegno della pastorale
indigena e afroamericana, vari servizi prestati
all’Istituto e alla famiglia comboniana.
Nasce spontanea una domanda: dove attingeva Dom
Franco tutto questo dinamismo e quale era la
forza che lo sosteneva nella sua prassi
missionaria?
Ricordando le esperienze vissute insieme,
percorrendo le tappe della sua vita e leggendo i
numerosi scritti e le lettere indirizzate agli
amici dal 1972, anno in cui parte per la prima
volta verso il Brasile, fino alla sua morte,
avvenuta tragicamente a Balsas nel settembre del
2006, si colgono alcune idee ispiratrici,
assimilate da Dom Franco al punto da diventare
profonde convinzioni, dalle quali è scaturito il
suo stile di vita, originale, particolare e
innovativo per la sua vita missionaria e per
quanti hanno avuto l’opportunità di conoscerlo e
di vivergli accanto.
Queste linee ispiratrici sono state come la
bussola che hanno modellato la spiritualità di
Dom Franco, indicandogli la strada da percorrere
e motivandolo a fare delle scelte prioritarie.
Ne presenteremo alcune, quelle che ci sono
sembrate più immediate, allo scopo di accedere
con rispetto devozionale alla ricchezza della
sua anima e aiutare a comprendere che la sua
prassi missionaria rivela una mistica
soggiacente che tende a rinnovare la missione a
partire dalla conversione del cuore e dal
rinnovamento delle strutture ecclesiali,
sociali, politiche ed economiche.
I - I CARDINI DELLA SUA MISTICA
1. Un nuovo modello di Chiesa
In primo luogo la realizzazione del Concilio
Vaticano II, durante gli anni della sua
giovinezza e l’applicazione di questi
orientamenti nella realtà della Chiesa
latinoamericana, attraverso le assemblee del
CELAM (Conferenze Episcopali dell’America
Latina), realizzate a Medellin (1968), Puebla
(1979), Santo Domingo (1992). Inoltre i vari
Congressi Missionari latinoamericani (COMLA) e i
molteplici incontri a livello brasiliano e
internazionale trovano Dom Franco aperto a
cogliere la ventata di freschezza che percorre
tutta la Chiesa e a vivere questo kairos.
Dom Franco crede in una Chiesa disposta a
scrollarsi di dosso tradizioni legate troppo ad
epoche storiche, canoni obsoleti e prescrizioni
legaliste, per poter essere al passo con i tempi
e accostarsi all’umanità assetata di Dio, di
pace, di giustizia e di solidarietà.
Una Chiesa che sa ascoltare il grido degli
oppressi e, da “buon samaritano” venire in
soccorso dei poveri e degli indifesi, i quali
non riescono ad avere accesso ai benefici del
progresso e della scienza, purtroppo non sempre
al servizio di tutti, ma spesso usati come
strumenti del potere di pochi, di sfruttamento e
di esclusione di masse di popoli.
Con molta chiarezza, nei primi mesi di
permanenza in Brasile, Dom Franco scriveva: “Non
voglio alimentare una Chiesa che in pratica
dimostra di credere poco nella forza del Vangelo
e sente il bisogno di puntellarlo con ambigue
alleanze al potere, al denaro o con le opere e
le organizzazioni mastodontiche” (maggio 1972).
E più avanti, quando prestava il suo servizio
come coordinatore della Provincia comboniana del
Nordeste del Brasile diceva: “… credo che è
proprio qui che la Chiesa è chiamata a dare il
suo contributo a questa società in fermento:
annunciare la speranza che viene da Cristo
Liberatore di tutte le oppressioni, dare un
saggio di nuovi rapporti sociali attraverso lo
stile partecipativo delle comunità ecclesiali di
base, educare e coscientizzare, appoggiare i
movimenti popolari (essi stanno emergendo sempre
più chiaramente), la loro organizzazione e le
loro rivendicazioni…” (dicembre 1988).
Ed infine durante il suo ministero episcopale
rivelava che: “la nostra maggiore preoccupazione
è quella di rinnovare e migliorare lo stile di
presenza e di lavoro della nostra Chiesa, perché
essa divenga sempre più accogliente, missionaria
e solidale con i poveri, e possa contare sempre
meglio sulla collaborazione corresponsabile dei
laici, soprattutto nelle comunità ecclesiali di
base” (Natale 2003).
2. L’irruzione dei poveri nella storia
Un secondo aspetto presente nelle convinzioni
profonde di Dom Franco è la consapevolezza
dell’irruzione dei poveri nella storia. Seguendo
la scelta preferenziale, fatta dalle Chiese
dell’America Latina nella famosa conferenza di
Medellin, Dom Franco considera i poveri non solo
oggetto della sua compassione, ma luogo
teologico, da cui partire per scoprire la
volontà di un Dio fatto uomo, il quale,
offrendosi sulla croce, chiama tutti alla vita
in abbondanza. La sua formazione teologica e
sociologica gli permette di ben articolare i due
poli: quello della compassione e quello della
trasformazione, quello dell’amore misericordioso
e quello della liberazione integrale.
“Strappa il cuore vedere e accogliere ogni
giorno, mamme, bambini, anziani… - confida ai
suoi amici - che vengono per chiedere aiuto,
ricevere una parola di speranza, un gesto di
fraternità. Il Signore ci aiuti a non
scoraggiarci, a non chiuderci in una religiosità
intimista, a credere che Lui costruisce la
storia attraverso piccoli gesti d’amore dei
poveri” (Natale 1999).
Dom Franco ha sempre avuto un immenso rispetto
della cultura dei poveri, della loro storia,
della loro religiosità, aspettando con pazienza
il momento di “dare ragione della propria
speranza” (1Pt 3,15) e rompere le catene del
fatalismo, della rassegnazione e dello
scoraggiamento.
I poveri riempiono il tempo e occupano lo
spazio; sono essi i privilegiati e i maestri.
Sono i poveri che, ascoltati religiosamente e
amati teneramente, determinano le scelte di Dom
Franco, come missionario, padre e vescovo.
3. Immergersi nella vita della gente
Un terzo aspetto è la necessità di “essere con”
e di inserirsi nella vita della gente con umiltà
e determinazione, cosciente sempre di essere un
ospite e uno “straniero”. Scrive durante i primi
anni di permanenza in Brasile: “… io sono
convinto che uno dei nostri doveri prioritari
come missionari sia quello di vivere
nell’incarnazione in mezzo al popolo, la
provvisorietà della nostra presenza, creando
progressivamente le condizioni per una autonomia
della Chiesa locale. Senza accomodarci, senza
istallarci, anche se con la nostra gente ci
troviamo benone” (settembre 1975).
Nella visione di Dom Franco, l’incarnarsi è
sempre stata una condizione irrinunciabile, sia
nel cammino della Chiesa dell’America Latina,
sia tra la gente del sertão del Nordest
del Brasile, come tra i favelados di São
Paulo, di São Luis do Maranhão e di Teresina.
Camminando con i poveri si rivestiva della loro
umanità, del loro “jeito” (modo di
essere), della loro tenacia, del senso fiducioso
e ottimista della vita alimentando la ferma
speranza di un mondo “sem males” (senza
mali).
Durante il periodo di permanenza a São Paulo
nello scolasticato dei Missionari Comboniani,
racconta: “Il vivere a contatto con questa gente
povera, il cercare di condividere i suoi
problemi, le sue speranze, il cercare di capire
i suoi valori, è un grande aiuto per noi per
andare al sodo e cercare di convertire la nostra
mentalità e i nostri atteggiamenti. Il povero dà
il tono alla nostra preghiera e al nostro stile
di vita. Anche se non riusciamo sempre ad essere
coerenti” (giugno 1986).
L’incarnazione per Dom Franco non era dunque una
opzione strategica o facoltativa per la vita
missionaria, ma prima di tutto un atteggiamento
interiore indispensabile, frutto di una chiara
coscienza che il vero protagonista
dell’evangelizzazione è lo Spirito di Gesù
Cristo, così come commenta con i suoi amici: “Il
cammino dell’evangelizzazione è lento e
quotidianamente è una sorpresa perché la cosa
più importante è scoprire l’iniziativa del
Cristo che lavora nelle angosce e nelle speranze
del popolo. Per questo l’incarnazione della
parola e di noi stessi è dura e difficile”
(aprile 1976).
4. Mettersi in esodo
Un quarto aspetto ben presente nelle motivazioni
profonde di Dom Franco è stato senza dubbio la
prospettiva dell’esodo; convinzione che gli ha
permesso di aprire strade, colmare distanze,
oltrepassare frontiere, infrangere tabù e
superare ostacoli. Tutte le volte che ha dovuto
lasciare il suo lavoro, e questo succedeva con
una certa frequenza, Dom Franco ha sofferto il
distacco, così come confessava quando ha dovuto
lasciare il primo impegno missionario in
Brasile: “Mi spiace lasciare il mio lavoro umile
nella base di Pastos Bons e Nova Iorque: mi
sembra che per garantire una continuità di
lavoro un padre dovrebbe rimanere in un luogo
mai meno di 5 anni” (gennaio 1975). Ed ancora
quando ha dovuto lasciare lo scolasticato di São
Paulo: “Questi mesi sono stati per me molto
intensi ed anche un po’ difficili. Mi è costato
lasciare la mia comunità e la mia gente povera
di São Paulo: mi accorgo sempre di più che
questi distacchi sono il pane, per la verità un
po’ amaro, della vita missionaria” (febbraio
1987).
Ma non è vissuto di rimpianti. La duttilità
nell’adattarsi si articolava con la capacità di
fare sintesi e di lanciarsi sempre oltre, perché
la speranza è il motore della vita, così come
affermava in seguito ad una delle numerose
partenze: “Credo che la mia partenza per la
missione ci ha aiutati a pensare che la cosa più
importante non è venire in Brasile o rimanere in
Italia (ciascuno ha la sua strada): più
importante è partire tutti i giorni da se stessi
e da una visione statica, rassegnata e
accomodante per aprirci a cammini sempre nuovi
che mantengono vivo e creativo il nostro spirito
e alimentano in noi la speranza, l’autenticità,
la ricerca, l’apertura agli altri, la gioia di
vivere” (febbraio 1986).
5. Il Regno di Dio si manifesta nell’incontro
con l’altro
Infine la ferma convinzione che il Regno di Dio
si rivela attraverso l’intreccio di relazioni
profondamente umane ed evangeliche. L’incontro
con l’altro è sempre considerato un’occasione di
crescita e di promozione dei valori. Accogliere
l’altro con le sue potenzialità e anche con i
suoi limiti, senza giudicarlo, ma aprendogli il
cuore da fratello, perché l’amore fiducioso non
si può né si deve misurare.
“In ogni modo sono convinto – scriveva subito
dopo essere stato indicato come coordinatore
della pastorale della diocesi di Balsas – che il
mio ruolo di coordinatore mi chiede soprattutto
lo sforzo di far crescere l’amicizia tra tutti
noi, il gusto di trovarci insieme, di aiutarci,
di procurare ciascuno i passi dell’altro, di
stimolarci senza sederci soddisfatti, perché
anche questo è segno di liberazione e di
crescita al servizio del popolo” (aprile 1975).
E questa convinzione veniva espressa sempre più
lucidamente e con insistenza attraverso delle
immagini così consone alla sensibilità di Dom
Franco, verso la fine della sua vita: “I
missionari sono chiamati a dare e a ricevere e
condividere. Sono come api di Gesù che cercano
fiori dappertutto, tra tutti i popoli. Nel
contatto ricevono il polline per lavorarlo in
favore della vita. È un lavoro di molta
pazienza, di presenza umile e rispettosa che
potrà produrre un miele con mille sapori diversi
e farà sperimentare la dolcezza inesauribile
dell’incontro con Dio della vita presente nel
cammino di tutti i popoli” (tratto da un
articolo di Dom Franco: Cammini e Sfide della
Chiesa LA).
La necessità e l’urgenza di creare reti di
solidarietà e di interscambio per la
realizzazione di un mondo sempre più solidale,
spingeva Dom Franco durante il suo ministero
episcopale a sognare alto e lanciare un appello
a tutte le Chiese di tutti i continenti: “Non
sarebbe auspicabile realizzare dei congressi
missionari continentali in Africa, Asia, Europa
come già avvengono in America e pensare di farli
confluire in un grande ‘Forum Missionario
Mondiale’ che, in comunione con il Papa e con
tutte le Chiese, e aperto all’ecumenismo e al
dialogo inter-religioso, possa diventare una
cassa di risonanza contro l’attuale
globalizzazione del mercato, l’etnocentrismo, la
violenza e la guerra? Sarebbe uno strumento
significativo in favore di un nuovo progetto di
vita basato sulla sobrietà, la condivisione, il
rispetto delle culture e delle sovranità
nazionali” (da un articolo di Dom Franco:
Cammini e Sfide della Chiesa LA).
II - TRACCE DELLA SPIRITUALITÀ DI DOM FRANCO
Le linee ispiratrici che Dom Franco aveva
assimilato nel suo intimo, si sono incarnate nel
quotidiano della sua esistenza, acquistando
sempre più forma e consistenza, caratterizzando
così la sua spiritualità.
Prendendo in prestito una similitudine di
Segundo Galilea, Dom Franco diceva che la
spiritualità è come l’acqua per il prato; essa
serve a mantenerlo umido. L’acqua non si vede,
ma mantiene il prato verde e in crescita. Poi
con molta perspicacia aggiungeva, se l’acqua
rimane stagnante, l’erba si secca e il prato
diventa palude.
In questo modo Dom Franco ci ha aiutato a capire
che la spiritualità non può rimanere statica, si
incarna nelle scelte e nelle varie opzioni di
vita, deve lasciarsi mettere in discussione
dalle sfide dei luoghi e dei tempi, deve
alimentarsi costantemente alla fonte dell’acqua
“viva e zampillante” che scaturisce dalla Parola
di Dio, dalla condivisione della vita e della
realtà dei poveri; si irrobustisce nella vita
fraterna, e contemplando il costato aperto del
Cristo, rimane fedele anche durante la
sofferenza, le prove della vita e l’esperienza
della croce.
Sarebbe pretenzioso esaurire tutti gli aspetti
della spiritualità vissuta da Dom Franco.
Indicheremo solo alcune tracce, allo scopo di
rendere testimonianza a questa figura di grande
missionario e vescovo; allo stesso tempo
motivare altri a seguirne le orme.
Crediamo che la mistica che lo ha permeato possa
ispirare uomini e donne del nostro tempo, in
America Latina come in Europa, in Africa come in
Asia, motivandoli ad una vita vissuta nella
forza dello Spirito, allo scopo di incarnare
nella realtà del mondo di oggi, nei posti dove
ognuno vive e lavora, quei valori del Regno così
amati e vissuti da Dom Franco.
1. Servizio alla vita
Dom Franco ha scelto come motto per il suo
stemma episcopale questa parola d’ordine: “Ut
vitam habeant” (che tutti abbiano la vita) (Gv
10,10).
Il servizio alla vita difatti è una costante, la
più significativa della sua spiritualità. Al
servizio della vita Dom Franco ha dedicato tutte
le sue energie e questo ha costituito il filo
conduttore di ogni attività, iniziativa e
preoccupazione.
Dom Franco aveva un cuore così grande che non
faceva distinzioni di persone; il suo occhio di
missionario tuttavia si lasciava sedurre
soprattutto da coloro che erano esclusi e in un
certo senso vivevano emarginati nella società.
Ovunque la vita fosse calpestata e mortificata
era necessario e urgente intervenire. Dom Franco
non rimaneva mai insensibile; doveva dare delle
soluzioni e inventare delle iniziative. La
speranza non poteva essere solo fumo negli occhi
dei poveri, bisognava renderla visibile, seppure
parzialmente.
I senza terra, i disoccupati, i pescatori, i
lebbrosi, i drogati, i giovani, gli indios, gli
afroamericani, le donne, gli anziani… per tutti
Dom Franco aveva una sollecitudine speciale e
tutti voleva soccorrere, sapendo che il servizio
alla vita gli portava in contraccambio una
crescita interiore, perché è solo donando che si
riceve.
“Adesso sono qui a Pastos Bons – scrive
all’inizio della sua attività pastorale –. Le
circostanze concrete mi hanno buttato subito
nella mischia. Mi accorgo che devo frenare un
po’ le reazioni emotive di fronte a tante
miserie per lasciare lavorare la testa e per
trovare l’atteggiamento più corretto e più utile
per fare il bene vero a questa gente e lasciarmi
aiutare dagli immensi valori che essi posseggono
anche se a volte sepolti a causa della secolare
oppressione di cui sono stati e sono vittima”
(luglio 1972).
“Oggi pomeriggio – racconta durante il suo
ministero episcopale – ho visitato un quartiere
poverissimo ove vivono 22 lebbrosi. Stiamo
cercando di aiutarli spiritualmente e
materialmente. Il dolore di questi fratelli mi
commuove profondamente” (Pasqua 1998).
Dinanzi alle calamità naturali non ha indugio ad
aprire le porte delle chiese e dei centri
comunitari per accogliere i “flagelados”
(sfollati): “I ‘senza-tetto’ sono stati accolti
e ospitati nelle nostre chiese e saloni
parrocchiali, ove le comunità sono tuttora
impegnate a fornire viveri, materassi e cose di
prima necessità” (Pasqua 2002).
In sintonia con tutto il movimento della Riforma
Agraria in Brasile, Dom Franco dedica molto
tempo alla soluzione del problema della terra;
prima di tutto a partire dalla situazione che ha
trovato nella parrocchia dove ha iniziato il suo
ministero: “Arrivati qui a Pastos Bons ci siamo
trovati sulle spalle una eredità pesante:
un’enorme estensione di terre occupate dalla
gente in modo irrazionale (la gente le chiama
‘patrimonio di San Benedetto’): adesso cerchiamo
di consegnarlo gratuitamente al popolo in modo
definitivo attraverso una divisione giusta e
razionale, procurando di creare
contemporaneamente l’incentivo di una gestione
comunitaria, ma ci sembra molto difficile, dati
i pesanti condizionamenti” (settembre 1972).
L’impegno di promuovere i valori della vita in
un contesto sempre più violento e oppressivo
avrebbe potuto scoraggiarlo, ma Dom Franco trova
nel mistero pasquale la forza di guardare avanti
e di mantenere viva la speranza: “Avverto solo
la violenza di questa ora, in cui il popolo non
è protagonista, ma oggetto passivo e forse tra
poco vedrà crescere la necessità di andarsene,
perché le grandi estensioni serviranno
all’allevamento del bestiame, che richiede una
ridottissima manodopera. Queste sono le sfide
alla creatività del nostro lavoro pastorale. Con
questi problemi deve fare i conti la Pasqua di
quest’anno, e la sua proposta di liberazione.
Non riesco a fare troppe distinzioni tra
orizzontalismo e verticalismo: è tutto
interdipendente. La preghiera deve partire da
questi problemi, la Parola di Dio mette in crisi
i nostri schemi pre-fabbricati; la speranza
umana del popolo è il sacramento necessario
della pienezza della speranza totale che il
Cristo risorto ci propone e ci regala” (aprile
1976).
Dinanzi a tanta miseria e soprusi, Dom Franco,
mosso dalla sua sensibilità, come vero frater
familias si prodiga nella ricerca di mezzi
materiali allo scopo di far progredire le
numerose iniziative che hanno puntualmente
costellato tutta la sua vita missionaria. I
primi ad aiutarlo sono gli stessi poveri, ma non
si stanca mai di bussare alla sensibilità dei
suoi amici in Italia e presso organismi per
cercare i mezzi necessari.
Bisogna tuttavia precisare che questa carità non
diventa mai paternalismo, essa è l’occasione per
creare reti di solidarietà, localmente e
globalmente tra gli agenti di pastorale, con i
religiosi, i confratelli e le consorelle, uomini
e donne della società civile, i suoi amici e i
benefattori della missione.
La carità nella logica di Dom Franco è stato
sempre il primo passo di amore e di fiducia
verso i poveri, perché essi diventino
protagonisti della loro stessa liberazione.
L’amore ai poveri tuttavia è anche appello ai
poveri, perché non si chiudano in sé stessi, sui
loro stessi mali, ma aprano il cuore alle
necessità di altri poveri, vicini e lontani.
Non indugia per questo ad impegnare la sua
Chiesa di Balsas e le altre Chiese del Maranhão
in una catena di solidarietà con i poveri del
Mozambico: “C’è un’altra bella notizia che
voglio comunicare: il buon avvio del progetto di
solidarietà delle diocesi della nostra regione
con la diocesi di Lichinga in Mozambico. È
un’esperienza di interscambio ecclesiale a cui
stiamo lavorando da parecchio tempo. Ci sono già
i primi frutti. Siamo riusciti a preparare e
inviare i primi quattro missionari. In agosto ne
partiranno altri tre. Secondo una logica umana è
assurdo che, con tanta necessità che abbiamo
qui, si pensi di aiutare altre Chiese. Ma nella
logica del Vangelo sono convinto che dobbiamo
sempre condividere quel poco che abbiamo con chi
ha meno di noi. Sono certo che questo gesto di
condivisione ecclesiale aiuta le nostre diocesi
a crescere e maturare” (Pasqua 1998).
L’impegno per la difesa della vita deve infine
andare alle cause che determinano e in un certo
senso perpetuano la miseria e lo sfruttamento
dei poveri, ecco perché Dom Franco non indugia a
coinvolgersi nel cammino di liberazione.
La liberazione spiega Dom Franco: “… supera i
confini della storia perché è Cristo che ce la
regala ma non salta la storia; le varie
liberazioni storiche sono segno e sacramento
della liberazione totale. Il Regno di Dio è
l’uomo che cresce; evangelizzare è annunciare
efficacemente la parola e con i fatti la
promozione dell’uomo in tutte le sue dimensioni:
spirituale e materiale, personale e strutturale,
mondana e ultra-mondana, terrena e eterna”
(settembre 1977).
Spesso nei suoi scritti e nei corsi di
formazione ripeteva che non bastava insegnare a
pescare, era necessario anche impegnarsi a
ripulire il fiume, perché ci fosse pesca
abbondante per tutti e non solo per pochi
egoisti.
2. Discernere i segni dei tempi e dei luoghi
Uno degli orientamenti più significativi del
Concilio Vaticano II è stato quello di ricordare
ai cristiani e a tutte le Chiese l’importanza
della lettura e del discernimento dei segni dei
tempi nell’azione pastorale (GS 4). L’appello
del Concilio riprende l’avvertimento del Vangelo
che pone in guardia quanti si aggrappano alla
legge, alla stretta osservanza dei precetti e
delle regole, allo splendore dell’ortodossia,
dimenticandosi del ritmo della vita e delle
vicende della storia. In questo modo si illudono
di innalzare strutture durature, solide e
sicure, che il tempo spazzerà via
inesorabilmente, come castelli di sabbia sulla
spiaggia del mare.
Il cristiano invece è chiamato ad essere sale e
fermento; ad essere sempre pronto a dare delle
risposte nuove, attuali, incarnate ed efficaci;
ma senza il discernimento degli avvenimenti
della storia, delle vicende della vita, del
cammino dei popoli e dei cambiamenti epocali
sarà condannato alla staticità, alla difesa ad
oltranza dei propri cortili, alla chiusura nei
ghetti, condannato così ad essere gettato via e
calpestato dai passanti (Mt 5,13).
In America Latina questo appello viene accolto
con sollecitudine dalle Conferenze Episcopali,
dai religiosi, dai missionari e dalle comunità
ecclesiali di base. Il discernimento non solo
approfondisce i segni dei tempi, ma, per la
preoccupazione di contestualizzare le scelte
pastorali, aggiunge anche il discernimento dei
segni dei luoghi, quelli che toccano più da
vicino la vita e le problematiche dei popoli
dell’America.
Il discernimento dei tempi e dei luoghi però,
per essere efficace non può essere il lavoro di
alcuni esperti o illuminati, ma frutto della
ricerca costante e tenace di tutta la comunità,
sostenuta dall’esperienza e dalla capacità di
ognuno, negli ambiti consoni a ciascuno;
corroborata dalla ricerca scientifica,
soprattutto negli ambiti della sociologia,
dell’antropologia e della storia; ma sempre
illuminata dalla Parola di Dio e dalla fede,
dalla consapevolezza che lo Spirito di Dio è
presente nella storia e continua ad agire e
“soffiare” dove, come e quando vuole.
“Mi ha sempre impressionato – scrive Dom Franco
– nella lettura evangelica della Pasqua la
figura della Maddalena che piange perché non
riconosce il Maestro vivo presso di lei. Mi
sembra l’immagine di tutti noi ogni volta che
giudichiamo la storia senza considerare che
Cristo è vivo e presente” (marzo 1992).
Partendo da questa visione di fede, Dom Franco
vuole cogliere l’ORA di Dio nella storia umana.
Egli sente un po’ bruciare la terra sotto i suoi
piedi, vuole sapere, vuole conoscere, vuole
partecipare e far partecipare. Vuole anche dare,
vuole far conoscere a tutti le sofferenze della
sua gente del Nordest brasiliano. Articolando la
prassi e la contemplazione; le giornate piene di
attività e i periodi di silenzio; lo studio con
la preghiera e la contemplazione, Dom Franco è
consapevole che una guida cieca non può essere
d’aiuto né di stimolo ad altri, perché a loro
volta aprano gli occhi alla realtà e si
impegnino a continuare la creazione di quel
mondo meraviglioso voluto da Dio.
Dom Franco si coinvolge in questo anelito di
ricerca e di discernimento; non vuole perdere
occasioni e opportunità. Sempre in allerta a
cogliere il “nuovo”, pronto alla conversione del
suo cuore e al cambiamento delle strutture,
perché è convinto che “Dio non è morto anche se
spesso mettiamo una grossa pietra sulla sua
tomba perché non venga a buttare all’aria i
nostri piani con tutti gli idoli delle nostre
illusioni. Dio non è in naftalina, anche se ci
farebbe comodo. Dio è senza etichette perché ha
il volto di ogni uomo, è una continua sorpresa
perché continuamente ci interpella nelle domande
piccole e grandi della nostra vicenda umana…
“(febbraio 1972, in viaggio verso il Brasile).
3. Rivelare il cuore di Dio
Uno dei compiti del missionario è quello di
annunciare il Vangelo, attraverso la
predicazione, la catechesi e la testimonianza di
vita. Dom Franco dedicava molto tempo alla
predicazione ed aveva un modo tutto suo per
annunciare la Parola di Dio. Nelle sue catechesi
e nelle sue omelie, nella direzione di giornate
di spiritualità o di corsi di esercizi
spirituali sapeva incantare l’auditorio con
similitudini e parabole che si inventava sul
momento o prendeva in prestito da altri. Era
capace di rendere semplice e comprensibile
quello che era complicato e complesso. Con la
sua gente del Nordest arrivava perfino a
cantare, ben conoscendo la sensibilità della
gente del sertão. Ma quello che
affascinava e trascinava allo stesso tempo era
il linguaggio dei suoi gesti, quello che non ha
bisogno di molte spiegazioni. Dom Franco era
convinto che attraverso la sua testimonianza e
quella della comunità bisognava rivelare il
cuore misericordioso di Dio.
L’incontro con il povero, con ogni uomo e donna,
doveva diventare l’occasione per l’incontro con
Dio e l’esperienza della tenerezza del Suo
amore. La parola difatti scalda il cuore, ma il
gesto apre gli occhi, muove a compassione e
spinge all’azione.
* Attraverso la testimonianza personale
Delle caratteristiche del suo modo di essere ne
sottolineeremo solo alcune, soprattutto quelle
che rivelano il suo grande senso di umanità, la
sua grandezza d’animo e la sensibilità del suo
cuore.
a) prima di tutto la sua umiltà: “So di
essere un eroe mancato, ma non mi vergogno
affatto di apparire così come sono, né tanto di
camuffare la mia fragilità emotiva. Me ne
infischio di una fede disincarnata e fredda come
uno stoccafisso. Vorrei che sempre la mia fede
fosse filtrata da una umanità sincera , senza
retorica e senza artificio; e vorrei che la mia
umanità fosse costantemente caricata dalla luce
del Vangelo, limata secondo le sue sempre
difficili esigenze, affinata secondo i suoi
orientamenti” (febbraio 1972, in viaggio verso
il Brasile).
b) Nella lettera indirizzata ai suoi familiari e
amici in occasione del Natale, rivela la sua
semplicità: “Che la venuta del Bambino… Sia
piuttosto l’occasione di riscoprire in noi quel
Bambino nello sforzo di distruggere in noi le
sicurezze vuote e i pensieri troppo preoccupati
per noi stessi e per il nostro benessere, per
lasciare il posto alla semplicità, alla
fantasia, alla gratuità, alla pulizia degli
occhi e del cuore” (dicembre 1987).
c) In un contesto di grandi cambiamenti epocali
e di grandi sfide, dinanzi alle ingiustizie così
palesi e sempre crescenti nella realtà
brasiliana, soprattutto nel profondo Nordest, la
grande tentazione potrebbe essere quella di fare
da soli e di prendere il posto e la
responsabilità degli altri, perché le cose
cambino più in fretta. Ma Dom Franco si educa
all’ascolto e al rispetto dell’altro,
nell’attesa paziente che il cambiamento si farà
strada: “Anche se non mancano le delusioni, le
difficoltà di entrare in questo mondo culturale,
tanto diverso dal nostro, e che mi fanno sempre
più convinto che le doti più necessarie al
nostro lavoro sono la capacità di ascolto e la
pazienza pastorale” (dicembre 1973).
d) Dinanzi alla prova e alla sofferenza di un
malato, la pena di un carcerato, l’agonia di un
moribondo, l’amarezza di una persona che ha
subito ingiustizia, quello che maggiormente
consola è la presenza silenziosa e solidale
dell’amico sincero; più che le parole sono la
presenza, lo sguardo, il tocco della mano, il
silenzio affettuoso e il sorriso fiducioso. Di
tanti episodi di presenza solidale vissuti da
Dom Franco ne ricordiamo uno, quello accanto al
suo amico Tonino: “… vi scrivo questa lettera
accanto al letto di Tonino, un grande amico
missionario, gravemente ammalato. La sua
serenità e la sua voglia di vivere, la forza
d’animo di sua moglie che gli sta sempre
accanto, mi sono di stimolo e di esempio e mi
aiutano a concretizzare la preghiera e l’augurio
pasquale per tutti noi: che la risurrezione di
Cristo ci aiuti a alimentare la fiamma della
speranza e trovare sempre le ragioni per vivere
con amore e lottare in favore della vita in
questo mondo dominato dalla morte” (Pasqua
2001).
e) Chi nella vita può dire di non avere
sperimentato l’amarezza della prova e della
croce? Spesso queste ci fanno visita in momenti
e circostanza inattesi. Ma la croce sorprende
impreparato solamente chi non ha fatto
l’esperienza profonda di Dio. L’accettazione
della croce nella spiritualità di Dom Franco
diventa l’occasione di esperienza pasquale:
“Come alcuni di voi hanno saputo, questo tempo
di inizio del Sinodo è coinciso con un grave
incidente… La macchina si è capovolta, due
persone sono state sbattute fuori
dell’abitacolo… Purtroppo suor Vanda (44 anni) è
deceduta… Il Signore ha permesso che iniziassimo
il Sinodo con un’esperienza di dolore e di
morte… Percepisco che, attraverso questa
condivisione dolorosa, la nostra Chiesa si sente
più unita. Sento che il Signore ci è vicino e
trasforma le nostre ‘piaghe’ in occasione di
vita. Per me, sia pure con tanto dolore nel
cuore, è un’esperienza pasquale” (Pasqua 2003).
f) L’amicizia si misura con il metro della
fiducia e della fedeltà alla persona dell’altro.
Il rifiuto di una persona genera sempre un
trauma in chi lo subisce. Il bambino rifiutato,
crescerà con una grande rivolta nel cuore e sarà
dominato dalla furia della vendetta
distruttrice. L’uomo emarginato è sempre visto
con sospetto ed è colpevolizzato. Dom Franco non
ha mai fatto distinzioni di persone. Accoglieva
tutti e a tutti dava fiducia. Qualche suo
confratello si meravigliava molto di questo
spirito di grande apertura e lo considerava
ingenuo e poco avveduto. Nella logica del cuore
di Dio, però, c’è posto per tutti, soprattutto
per coloro che vivono oppressi e non sono
aiutati a sviluppare le proprie qualità e i
propri talenti. L’altro, chiunque egli sia, uomo
o donna, giovane o vecchio, indio o nero, povero
o ricco… quando accolto con amore e con rispetto
diventa strumento di salvezza nelle mani di Dio:
“Un cammino che significa fidarsi di Lui e poi
compromettere il nucleo più profondo della
propria persona insieme con gli altri; perché
Lui ci impegna e ci salva attraverso gli altri;
Lui veste gli abiti di tutti i poveri del mondo.
Questo discorso non deve essere evasivo,
astratto, retorico, ma deve calarsi nella
concretezza delle scelte quotidiane” (1972,
primi giorni in Brasile).
g) Nella dinamica spirituale di Dom Franco,
l’azione e la contemplazione dovevano
sostenersi e alimentarsi a vicenda, ecco perché
nella sua diocesi di Balsas apre un luogo
particolarmente amato: “La ‘Casa di Preghiera’.
Sarà un luogo di silenzio orante e di
contemplazione del volto di Cristo nella
sofferenza, lotta e speranza dei poveri. Stiamo
adattando a questo scopo una casa che sarà
abitata da una comunità contemplativa inserita
in un quartiere povero, aperta all’accoglienza
dei sacerdoti, religiosi e religiose, equipe
pastorali, giovani, coppie di sposi che
desiderano fare un’esperienza di preghiera”
(Pasqua 2002).
h) Infine il suo ottimismo e senso
dell’humour. Non c’era incontro o ritrovo di
amici che Dom Franco non allietasse con i suoi
aneddoti e le sue battute. Ne aveva sempre
qualcuna pronta! Con la sua presenza di spirito
sapeva cogliere il momento di pesantezza, di
incomprensione o di stallo che a volte si creava
nelle discussioni e cercava di sprigionare
l’ilarità per alleggerire il clima e procedere
con più fiducia e comprensione reciproca. Anche
con se stesso e per le sue numerose iniziative e
attività aveva quello spiccato senso
dell’humour; era consapevole che “Cristo c’è,
per me, per voi, per il popolo. E questo è
molto, moltissimo! Così possiamo alimentare il
gusto di vivere e di lavorare e condirlo con
quell’umorismo che ci aiuta a sorridere e a
sperare, e a relativizzare le realizzazioni e
gli insuccessi” (settembre 1975).
* Attraverso la vita fraterna
La testimonianza personale è molto importante
per scoprire il cuore di Dio, ma non è
sufficiente. San Daniele Comboni, fondatore
degli Istituti Comboniani, verso il quale Dom
Franco nutriva un affetto filiale e dal quale
traeva ispirazione carismatica, soleva ripetere
ai suoi missionari che in paradiso non potevano
andare da soli (S 6655).
Difatti il cammino più efficace per penetrare il
mistero del cuore di Dio è senza dubbio la vita
fraterna, la comunità, la famiglia unita, il
movimento coeso, il popolo che vive in armonia,
il mondo riconciliato.
Con profonda intuizione teologica, il sesto
incontro interecclesiale delle comunità
ecclesiali di base, realizzato a Trindade (Goias
– Brasile) nel 1986, aveva sottolineato per i
1600 partecipanti che “La Trinità è la migliore
comunità”.
Per conoscere Dio allora bisogna necessariamente
passare per l’esperienza della vita fraterna. Si
avvicina di più a Dio chi impegna se stesso
nella ricerca e nella costruzione della vita
comunitaria; colui che si rende strumento di
riconciliazione, che abbatte il muro dell’odio
(Ef 2,14), della separazione, del sospetto, del
rifiuto, dell’esclusione e dona se stesso perché
tutti abbiano la vita in abbondanza e porta
tutti alla partecipazione, alla condivisione e
alla solidarietà.
In questo senso possiamo dire che Dom Franco è
stato un servitore convinto della comunione e
della riconciliazione tra le persone, tra le
Chiese e tra i popoli. Tutta l’esperienza come
padre, missionario e vescovo è stata
caratterizzata da questa spiritualità
trinitaria: essere strumento docile nelle mani
di Dio per appianare le strade, affinché
nell’incontro fraterno splendesse il volto di
Dio.
Di tutte le esperienze ricordate da Dom Franco
nei suoi scritti, ne scegliamo due: una espressa
all’inizio del suo ministero apostolico; l’altra
nella marcia fatta con gli indios, in occasione
dell’anno giubilare e dei 500 anni di
evangelizzazione del Brasile.
Incominciando il suo ministero, con molta
chiarezza e lungimiranza affermava: “La nostra
preoccupazione prioritaria è fare del nostro
lavoro un’esperienza di crescita comunitaria,
nella convinzione che quello che vale più di
tutto, anche nell’efficacia pastorale è il
nostro essere insieme attorno a Cristo e fare
della nostra vita l’espressione e la
testimonianza di una ricerca di dialogo e di
comunione” (fine 1972).
Ricordando lo sbarco di Pedro Álvares Cabral, il
22 aprile del 1500 a Porto Seguro, sulle coste
dello stato di Bahia, gli indios del Brasile,
uniti a tanti altri movimenti, primo fra tutti
quello degli afroamericani, hanno voluto
ricordare la loro visione della storia, dove non
si parla di scoperta, ma piuttosto di conquista.
Dom Franco ricorda: “Noi missionari
accompagnavamo gli indios nella loro marcia
pacifica. Nel momento della carica della polizia
contro gli indios, il primo gruppo di missionari
fu circondato dai soldati e posto in arresto
insieme ad altre persone. Quando mi avvisarono
del fatto, io che venivo un po’ indietro con
altri missionari, mi misi subito in contatto con
il colonnello, comandante dell’operazione, per
avere spiegazioni. Come risposta il colonnello
mi pose pure in arresto come presidente del
Consiglio Indigenista Missionario. (…) È stata
una umiliazione, ma non è stata una grande
sofferenza. Vi confesso che io ho vissuto quelle
ore come una grazia del Signore che ci ha
permesso di essere più uniti e solidali con
tanti nostri fratelli e sorelle che da 5 secoli
soffrono esclusione e repressione” (giugno
2000).
III - UNA SPIRITUALITÀ CHE DIVENTA MEMORIA
Nell’introduzione del libro pubblicato da Dom
Franco: Spiritualità Missionaria. Meditazioni
(EMI, Città di Castello, 1986) viene
sottolineato il fatto che viviamo in una realtà
dove il pragmatismo, il consumismo e la ricerca
spasmodica dell’affermazione di sé negano e
mortificano il “fondo mistico” che è proprio di
ogni persona umana. Ecco perché trionfano il
relativismo, il soggettivismo e la
frammentarietà. All’interno della stessa Chiesa,
delle congregazioni religiose e missionarie e
delle nostre stesse famiglie viviamo questa
difficoltà. Il Concilio Vaticano II ha stimolato
il rinnovamento della pastorale e della
teologia, ma fa fatica a produrre in modo
soddisfacente una nuova sintesi a livello di
spiritualità. Non mancano indicazioni ed alcune
esperienze preziose.
Ma è necessario sempre osare di più!
È necessario scoprire una spiritualità che
sappia attualizzare i grandi temi della vita
cristiana nella realtà della missione, nei vari
contesti culturali, sociali, politici ed
ecclesiali. Un impegno che deve coinvolgere
tutti, religiosi e laici: uomini e donne di vita
attiva e contemplativa.
L’esperienza di Dom Franco si iscrive senza
dubbio in questo tentativo di rinnovamento e il
suo percorso diventa un invito rivolto a
ciascuno di noi.
È tempo di far crescere in noi quelle
motivazioni profonde nel nostro spirito, perché
ognuno, nei posti dove vive e lavora, nelle
circostanze che deve affrontare, possa tradurle
in spiritualità di vita.
Il ricordo di Dom Franco diventa memoria nella
misura in cui le sue intuizioni, le sue
convinzioni e le sue realizzazioni continuano ad
incarnarsi nell’impegno di ciascuno di noi.
Non si tratta di imitare Dom Franco, la sua
esperienza è irripetibile, ma di cercare di
condividere la sua mistica e con lui esclamare:
“… vorrei essere uno di questi pastori che nella
notte del primo Natale, dopo l’apparizione degli
angeli, disse ai compagni: ‘andiamo fino a
Betlemme e vediamo questo avvenimento che il
Signore ci ha fatto conoscere’. Andiamo a
Betlemme per ritrovare in profondità i valori
fondamentali che danno senso alla nostra vita:
il gusto dell’essenziale e il sapore delle cose
semplici, la gioia del dialogo e della
solidarietà, la voglia di essere liberi di
fronte alle nuove schiavitù del consumismo, la
tenerezza di inginocchiarci davanti a un Dio che
si è fatto piccolo per stare con noi nel
faticoso cammino della vita. Andiamo a Betlemme
per scoprire nella fragilità di un Bambino nato
nella povertà di una grotta, il volto spaurito
degli oppressi, la solitudine degli infelici e
degli esclusi, l’amarezza degli ultimi, le
sofferenze degli extra-comunitari. Mettiamoci in
cammino senza paura, per fare, ciascuno al
nostro posto, le scelte giuste in favore della
vita” (Natale 2000).
nacque a S. Esteban de
los Patos, vicino Avila, il
25 settembre 1891 da Mariano
Garcia Hernandez e da
Emeteria Mendez Grande,
giovani, modesti, pacifici
agricoltori; al battesimo
ebbe lo stesso nome del
padre Mariano e fu il primo
di quindici figli.
Ricevé la Cresima ad un anno
e mezzo, cosa abbastanza
usuale nelle famiglie
profondamente religiose di
allora.
Crebbe nella gioiosa grande
famiglia sempre risuonante
delle voci cristalline dei
bimbi, ricevette una
profonda educazione
religiosa con l’esempio
determinante della madre, la
quale non mancava di
esternare, quanto piacere
avrebbe avuto saperlo
sacerdote.
Cosa rarissima a quei tempi,
Mariano fece la Prima
Comunione a sette anni e da
allora cambiò; non solo
giochi ma anche occupazioni
che rispecchiavano la sua
religiosità, ritagliava
immaginette sacre dalle
stampe, costruiva altarini,
invitava i compagni a
pregare o spiegava il
catechismo.
Più grandicello prese ad
aiutare la famiglia nei
lavori agricoli e verso gli
undici anni dando ascolto a
quella chiamata che sentiva
dentro di sé, entrò in
Seminario ad Avila.
La vita da seminarista fu
del tutto esemplare, secondo
tutte le testimonianze dei
superiori e professori;
eppure la sua vocazione fu
in pericolo, quando dopo
qualche anno il padre si
ammalò e tutta la numerosa
famiglia cadde nel bisogno,
fu necessario richiamare
Mariano dal Seminario per
lavorare nei campi.
Il giovane addolorato, prese
la decisione come un volere
di Dio e soltanto quando il
padre tre mesi dopo si
riprese, chiese di poter
ritornare in Seminario.
Giunto alla vigilia
dell’ordinazione
sacerdotale, una crisi lo
colpì, si sentiva spinto ad
una vita più mortificante
del suo orgoglio di primo
della classe, di modello per
gli altri studenti; quindi
lasciò il Seminario e andò
nel convento Domenicano di
Avila, ma anche qui dopo un
anno di Noviziato non
portato a termine, subendo
continui mal di testa, bocca
secca, un’afonia
inspiegabile che non lo
faceva partecipare al coro,
lasciò e ritornò umiliato al
Seminario diocesano, dove
nonostante tutto fu
benevolmente accolto dai
superiori.
Completò gli studi e fu
ordinato sacerdote il 18
marzo 1916 dal vescovo di
Avila mons. Gioacchino
Beltran; il 25 marzo 1916
don Mariano Garcia Mendez
celebrò la sua prima Messa a
S. Esteban de los Patos, fra
il tripudio della semplice
gente del villaggio.
Restò al suo paese per un
certo periodo, alternandosi
con la sua presenza al 38°
Reggimento di Madrid per
espletare il servizio
militare, rimandato fino
allora a causa degli studi;
a Madrid conobbe anche suor
Maria Gesuina del Gran Poder,
religiosa che avrà un ruolo
importante nelle sue future
scelte.
Il vescovo di Avila lo
assegnò come vicario in due
parrocchie della Vecchia
Castiglia a Herman-Sancho e
Villanueva de Gomez e lui
zelante, si spostava da una
parrocchia all’altra, la sua
opera di sacerdote e pastore
gli meritò la convinzione
generale dei fedeli che
fosse un santo.
Il vescovo contento del suo
impegno, gli assegnò una
terza parrocchia nel 1918,
nominandolo vicario economo
di S. Juan di Encinilla;
caritatevole oltre ogni
limite, dava ai poveri tutto
quello che aveva; si
consumava nella preghiera,
sotto la pioggia e sotto la
neve, don Mariano accorreva
ad ogni chiamata nonostante
le distanze fra i vari
luoghi.
In quegli anni la salute già
cagionevole, diventava più
precaria a causa di una
gastrite cronica e nel
settembre del 1921 lasciò i
suoi incarichi di vicario,
per diventare cappellano del
Noviziato di S. Giuseppe dei
Fratelli delle Scuole
Cristiane a Nanclares de Oca
(Alava).
Qui restò solo undici mesi,
nonostante l’invito dei
Fratelli a restare, ma padre
Mariano era sempre alla
ricerca di come soddisfare
il suo desiderio di una vita
più contemplativa, unita a
Dio profondamente e il 17
maggio del 1922 ottenne il
permesso di entrare fra i
Carmelitani Scalzi, nel
convento di
Larraca-Amorebeita,
cambiando il nome in padre
fra Juan Garcia Mendez di S.
Stefano. Ma la salute ancora
una volta fu determinante,
dopo un anno ritornò il don
Mariano di prima.
Sarebbe stato un ottimo
Domenicano o Carmelitano se
la salute l’avesse permesso,
i superiori degli Ordini
avevano entrambi provato a
trattenerlo e solo a
malincuore avevano
acconsentito alla rinuncia.
Il suo vescovo di Avila
comprensivo, gli affidò di
nuovo l’incarico di vicario
a Zabarcos e nella vicina
Horcajeulos, anche se il
desiderio della vita
religiosa lo tormentava
sempre più forte.
Dopo nemmeno un anno
d’intensa operosità, fu
trasferito a Sotillo de las
Palomas; in ogni luogo
veniva indicato come un
santo, era uso pregare in
chiesa verso mezzanotte
davanti al tabernacolo con
le braccia aperte, sobrio
nel cibarsi, dormiva spesso
per terra, interveniva in
difesa degli aggrediti o
perseguitati, fu fatto segno
anche di una violenta
sassaiola.
Nel 1924 la svolta attesa,
madre Maria Gesuina del Gran
Poder, superiora a Madrid
delle Suore Riparatrici,
ebbe l’occasione di ospitare
un gruppo di Sacerdoti del
Sacro Cuore, fondati dal
venerabile Leone Dehon
(1843-1925) e a loro parlò
di don Mariano, del quale
sapeva i suoi desideri e
accoglieva la sua
confidenze.
Dopo uno scambio di
corrispondenza con i
Sacerdoti del Sacro Cuore,
padre Mariano Garcia Mendez
decise di recarsi alla loro
Casa di Puente la Reina dal
Superiore padre Guglielmo
Zicke, per chiarire ed
appianare gli ostacoli.
Avuto di nuovo il permesso
del vescovo, padre Mariano
andò a Novelda per il
Noviziato e secondo l’usanza
di allora cambiò il suo nome
in Juan Maria de la Cruz
Garcia.
Era felice di aver trovato
la sua strada, poneva nelle
cose tutta la sua anima
ardente, tutto il fuoco del
suo essere, senza
risparmiarsi. Ma la sua
fragile salute ancora una
volta stava per far saltare
tutto, allora padre Juan
Garcia Mendez il 16 gennaio
1926, scrisse in una
stupenda lettera a Dio, di
concedergli almeno dieci
anni di vita, se era volontà
Sua, per poterlo glorificare
nella salvezza delle anime.
La preghiera fu esaudita, la
salute non impedì più a
padre Mariano di proseguire
per la sua strada. Emise la
sua professione nell’ottobre
del 1926, in quell’occasione
ricevette una crocetta nuda
con un cuore d’argento che
portò sempre e servirà poi
ad identificarlo fra i
cadaveri buttati in una
fossa comune del cimitero di
Silla.
Gli anni che seguirono lo
videro impegnato nella sua
Congregazione in compiti
anche lontani dalle sue
aspirazioni, fu cercatore o
meglio questuante per i
ragazzi poveri della Scuola
Apostolica di Puente la
Reina, girando in lungo e
largo le province inquiete
della Spagna, fu anche
insegnante degli aspiranti
Sacerdoti del Sacro Cuore,
anche se l’insegnamento non
era il suo forte, con la sua
presenza in certe case
avvennero conversioni e
guarigioni prodigiose, come
per la figlia del signor
Santiago Ferrer di Pamplona;
rimase per due anni a
Novelda come Cappellano
nella chiesa dell’Istituto e
insegnante di religione al
Collegio.
Fra un impegno e l’altro, si
recò per una pausa di
approfondimento alla Casa
Generale di Roma, dove fu
particolarmente colpito
dalle testimonianze dei
martiri, specie di s.
Cecilia.
Semplice nel comportamento e
nei rapporti con gli altri;
abituato come parroco a
decidere, dovette da
religioso aspettare il
permesso dei superiori per
tutto.
Ma in Spagna si
approssimavano giorni molto
tristi, già nel 1931 furono
incendiate e devastate un
centinaio tra parrocchie,
chiese e Istituti religiosi,
con lo scopo di distruggere
il Cattolicesimo nella
Spagna; nel 1934 ci fu la
rivoluzione delle Asturie
con 34 sacerdoti uccisi e 58
chiese distrutte.
Dopo le Asturie fu la volta
della Catalogna e padre Juan
Garcia Mendez non ebbe più
quell’accoglienza cordiale
di prima, quando bussava a
qualche porta per un
contributo. Era la sua veste
nera, portata con orgoglio,
a far chiudere le porte in
quel triste periodo che
coinvolgeva anche la Navarra
e altre province.
Il 24 luglio il superiore di
Garaballa, il
convento-santuario dove era
stato mandato per un po’ di
riposo, decise di sciogliere
la comunità minacciata dagli
assalti dei miliziani rossi
che tutto distruggevano, per
salvare la vita a tutti gli
ospiti.
Padre Mariano insieme ad uno
studente s’incamminarono per
allontanarsi, ma si divisero
dopo un po’, il sacerdote
volle recarsi a Valenza che
raggiunse avventurosamente e
una volta giunto restò
esterrefatto nel vedere le
artistiche chiese bruciate e
saccheggiate.
Il suo risentimento di
sacerdote davanti allo
scempio lo tradì, fu
arrestato per strada sebbene
travestito e portato al
commissariato e da lì in
prigione identificato con il
numero 476.
Rimase nel carcere Modello
di Valenza per un mese, in
questo periodo, ormai
desideroso più che mai del
martirio, padre Mariano
sfidò con il suo
atteggiamento, con il
rincuorare gli altri, con la
preghiere in comune, con le
confessioni, i suoi
arrabbiati carcerieri, che
non vedevano l’ora di
eliminarlo, come avveniva
con le tante esecuzioni
giornaliere.
E venne anche per lui l’ora
del martirio, il 23 agosto
1936 fu prelevato dal
carcere insieme ad un altro
sacerdote don Vincenzo
Palanca e otto laici, dalle
guardie scelte della
Federazione Anarchica
Iberica, i più puri, i più
duri, i fedelissimi della
rivoluzione.
Furono condotti con un
camion ad un piccolo paese
Silla e verso l’alba del 24
agosto, fucilati. I loro
corpi, l’indomani, furono
seppelliti tutti insieme in
una fossa del cimitero dagli
abitanti del paese, che
erano stati intimoriti con
le armi a stare in casa,
sulla tomba non fu messo un
segno che li ricordasse;
ormai era iniziato il
macello di quella
disgraziata e sanguinaria
Guerra Civile e a stento
c’era qualcuno che
seppellisse i tanti morti
lasciati dappertutto.
La salma del protomartire
della Congregazione dei
Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani),
fu in seguito recuperata e
trionfalmente traslata alla
Scuola Apostolica di Puente
la Reina, il 1° aprile 1940.
Ammalato, aveva chiesto nel
1926 al Signore, dieci anni
di vita per glorificarlo e
dieci anni furono quando nel
1936 morì gridando “Viva
Cristo Re!”.
Da santi e Beati
L’esperienza della tenerezza di Dio
Charles de Foucauld
(1858-1916) durante la sua vita
cercò di seguire e d’imitare quel
Gesù di Nazareth, che un bel giorno
gli aveva rubato il cuore.
L’incontro con lui trasforma la vita
e i progetti di chiunque incroci il
suo sguardo penetrante[1]. Non è
possibile incontrare Cristo senza
prendere posizione di fronte a
lui, Parola del Dio vivente (cf Lc
2,34-35). La conversione di Charles
de Foucauld (fine ottobre 1886) fu
un capovolgimento radicale. Proprio
per questo egli desiderò seguirlo
nell’imitazione più fedele
possibile, così da potergli offrire
la prova suprema dell’amore. Scelse
l’imitazione di Gesù: “Gesù. Gesù
solo!”, perché l’imitazione è
per sua natura inseparabile
dall’amore. Si fece povero tra i
poveri per fedeltà alla sua
vocazione d’imitare la vita nascosta
di Gesù a Nazareth, dove lo stare
con Lui implicava una condivisione
silenziosa della sua vita, portando
nella preghiera l’intercessione per
tutti gli uomini che popolano la
terra. Servire da povero Gesù
povero, accontentandosi dell’ultimo
posto. I poveri erano per lui coloro
che vivevano nella miseria
materiale, ma ancor più in quella
morale; in quest’ultimo caso si
trattava dei più lontani da Dio, dei
più reietti tra gli uomini. De
Foucauld si fece piccolo fra i
piccoli per rivelare la tenerezza di
Dio che è Amore (cf 1Gv 4,7-8).
«L’essenza della religione è
l’amore»; «Non amerò mai
abbastanza»; «Che io vada fino in
fondo sulla via dell’amore»[2].
Fu questo seducente amore di Dio[3]
che lo portò ad imitare la vita di
Nazareth, dove la quotidianità segue
i suoi ritmi consueti. Qui per anni
(1897-1901) alternò preghiera e
lavoro. Nazareth fu la sua scuola e
la vita di Gesù “il modellounico” da imitare. Qui cercò
l’anonimato e la vita nascosta,
sull’esempio dell’umile carpentiere
di Galilea. Nazareth s’impose subito
al suo intuito perspicace come
una parola-chiave; il mistero
della sconcertante piccolezza di
Nazareth parve a Charles de Foucauld
come un «monogramma»
sperimentabile del mistero di Dio,
che aveva fatto irruzione nella sua
vita, catturandolo come preda
d’amore per sempre. Fu questa
esperienza dell’infinita tenerezza
di Dio, che lo portò a voler
insistere sull’incarnazione del
Verbo e sull’umanità del Figlio di
Dio: «Dio è venuto a noi, si è unito
a noi, ha vissuto con noi nel più
familiare e stretto contatto»[4];
«Dio, l’Essere infinito,
l’Onnipotente che si è fatto uomo e
l’ultimo degli uomini»[5]. Charles
de Foucauld, come tanti altri autori
prima di lui, sottolinea il ruolo
fondamentale dell’umanità di Gesù di
Nazareth, che non ostacola
l’esperienza spirituale di Dio ma,
al contrario, la fonda in Gesù
Cristo. In Gesù di Nazareth, il Dio
dell’Alleanza ha assunto un volto
umano, entrando di fatto nella
storia e invitando gli uomini alla
sua sequela. A partire da
questa realtà, grazia particolare di
rivelazione, Charles decise di amare
Gesù Cristo senza riserva, di
volerlo imitare in ogni cosa, di
pensare, dire e fare sempre e solo
ciò che Gesù avrebbe pensato, detto
e fatto nelle circostanze più
disparate della sua vita:
«L’imitazione è inseparabile
dall’amore: chiunque ama vuole
imitare. È il segreto della mia
vita: io ho perso la testa e il
cuore per quel Gesù di Nazareth
crocifisso 1900 anni fa e spendo la
mia vita nel cercare di imitarlo,
per quanto la mia debolezza me lo
permetta»[6].
“Essere con Gesù” significa “fare
quello che Gesù vuole da me”. A
questo proposito Charles de Foucauld
ci suggerisce un mezzo molto
efficace e pratico per vivere
l’esperienza della profonda unità
con Gesù di Nazareth: «Il mezzo
migliore è, mi sembra, di prendere
l’abitudine di chiedersi, in ogni
cosa, ciò che Gesù penserebbe,
direbbe o farebbe al posto vostro, e
di pensare, dire, fare ciò che egli
farebbe (…). È per questo che egli è
venuto fra noi, affinché noi
avessimo un mezzo facile, a portata
di tutti, di praticare la
perfezione»[7].
Nel 1904 si manifestò in Charles de
Foucauld la volontà di andare verso
gli uomini; di farsi loro
prossimo. Non si trattò di
lasciare semplicemente uno stile di
vita piuttosto di un altro, un luogo
o qualcosa o qualcuno… ma di andare
verso qualcuno, di rendersi
disponibile all’incontro, farsi
vicino, farsi prossimo a
quanti erano lontani da Dio. La sua
sequela di Gesù di Nazareth si fece
fraternità con ogni persona, a
cominciare dall’ultima, dalla più
reietta ed esclusa. Fu dalla
pienezza del suo amore per Cristo
Gesù, che scaturì il suo amore
fraterno per tutti indistintamente.
Charles de Foucauld si lasciò rapire
verso abissi di umiltà e di amore
inimmaginabili. La sua vita
quotidiana recava le impronte
incandescenti di una generosità
contagiosa ed eroica.
Dall’incontro con Dio all’incontro con
l’uomo
Charles de Foucauld capì che come
dall’incontro con Cristo era
scaturita per lui unavitanuova, così poteva avvenire
nell’incontro con i Tuareg, gli
uomini blu che popolavano
quell’oceano sterminato di dune che
è il deserto del Sahara. L’austerità
severa del deserto algerino scavò in
profondità il suo incontenibile
desiderio di Dio e l’essenzialità di
quel luogo dal gelido aspetto
lunare, preparò il suo cuore per la
venuta di Cristo, quando il Verbo in
persona avrebbe completato la sua
deificazione, perché i suoi sforzi,
per quanto generosi e costanti, non
avrebbero potuto elevarlo sino alla
vertiginosa trascendenza di Dio.
È una constatazione comune a noi
tutti, nella faticosa esperienza
quotidiana delle relazioni
interpersonali, che l’incontro con
l’altro può essere occasione di
scambio, ma anche una reale
tentazione di esclusione o di
chiusura. De Foucauld sentì che il
cristiano non poteva essere nemico
di nessuno: «Voglio abituare tutti…
cristiani, musulmani, ebrei, a
considerarmi loro fratello, il
fratello universale». Egli era
convinto della comunicabilità della
sua esperienza di Dio, perché ogni
esperienza ha come soggetto una
persona che, in quanto tale, è
naturalmente aperta agli altri. Per
cui l’agàpe divina
sperimentata da Charles, doveva
trasformarsi in amore concreto del
prossimo e questo a sua volta doveva
creare fraternità,
amicizia, reciprocità, dono.
Egli si lasciò docilmente invadere
dalla grazia della contemplazione,
divenendo così un uomo afferrato da
Dio. L’esperienza di Dio porta
sempre a dimenticarsi per gli
altri e ciò rende possibile una
testimonianza di fede e di amore al
di là delle persone, dei luoghi o
delle situazioni dove ogni giorno
viviamo i nostri impegni
professionali.
La sua fu una spiritualità
essenziale, austera ma ospitale.
Egli trasmise a chiunque incontrò la
gioia di sentirsi accolto, amato,
rispettato, valorizzato perchè
persona... Charles de Foucauld
scelse il deserto del Sahara
algerino non per fuggire lontano
dagli uomini, ma per un vivo
desiderio di comunione, d’incontro,
un insopprimibile bisogno di
fraternità[8]. Egli andò nel
deserto per incontrare i poveri, per
vivere come uno di loro, per farsi
loro prossimo,
accessibile, uno su cui poter
contare in caso di bisogno. Non si
tratta di fuggire nel deserto, ma di
scoprire il quotidiano come luogo
normale della santità. Ognuno di noi
è chiamato a scoprire Cristo come il
vero amico, unificando tutta la
nostra vita intorno a lui, divenendo
uomini e donne integrali. Non c'è
separazione tra la vita concreta,
fatta di lavoro, di fatica, di
relazioni, di sconfitte… e il
cammino spirituale. Possiamo vivere
anche noi come Gesù a Nazareth e
scoprire il suo volto in quello
scavato dal dolore dei poveri.
E la scelta dei poveri creò in lui
quella fame e sete di giustizia, che
Gesù definisce come la vera identità
dei figli di Dio: «Beati i poveri in
spirito, perché di essi è il regno
dei cieli. (…) Beati quelli che
hanno fame e sete della giustizia,
(…) perché saranno chiamati figli di
Dio» (Mt 5,3-12; cf anche Lc
6,20-23). Charles visse in ambienti
segnati dall’emarginazione, dalla
discriminazione razziale, ma anche
da profonde divisioni sociali in un
popolo già ferito nella sua dignità,
dimenticato e troppo lontano dai
centri decisionali del potere, che
avrebbero potuto se non cambiare,
almeno migliorare la loro
situazione. Per tutto questo egli
decise di percorrere i sentieri
aspri e inesplorati di tutte le
forme di povertà e di disperazione,
gridando Cristo dentro i drammi
delle tante storie personali dei
dannati della terra, per infondere
in loro una speranza nuova che più
non muore. De Foucauld andò a vivere
con gli ultimi per esaltare con la
sua condivisione di vita,
l’eguaglianza o parità di dignità di
ogni persona. È, questo, uno
squarcio rivoluzionario
perfino sui sentieri dell’impegno
missionario a vita dei
professionisti
dell’evangelizzazione. È di capitale
importanza per l’opera di
evangelizzazione, ancora prima delle
tanto necessarie opere di promozione
sociale, amare le persone per quello
che sono, senza demonizzazioni ma
anche senza alibi, fughe in avanti o
facili idealizzazioni. La forza
testimoniale di Charles de Foucauld,
la predicazione del Vangelo
attraverso la vita minuta d’ogni
giorno, sono una provocazione
salutare perché l’evangelizzazione
sia sempre più rispondente al
mandato originario che la Chiesa ha
ricevuto da Gesù (cf Gv 13,34-35).
Contemplazione e azione[9], cuore
a cuore con Dio nella preghiera
solitaria e dedizione incondizionata
agli uomini-fratelli, esigente
sequela di Cristo crocifisso e
struggente calore umano d’amicizia,
che crea rapporti nuovi di
fraternità: queste le
caratteristiche della vita di
Charles de Foucauld nella sua fase
più piena e feconda di bene. Egli
visse in preghiera e in solitudine,
ma accogliendo quanti bussavano alla
sua porta, specialmente i poveri,
vero sacramento di Cristo per
l’umanità (cf Mt 25,35-45): «La
fraternità è un alveare»; «La
fraternità è il tetto del buon
pastore»; «Dalle quattro e mezzo del
mattino alle sei e mezzo della sera,
non smetto mai di parlare e di
vedere persone»[10].
Per Charles de Foucauld la preghiera
solitaria fatta nel deserto del
Sahara algerino diventò il luogo
esperienziale, che conferì a tutte
le sue azioni la nota qualificante
della gratuità, della donazione.
Nelle sue relazioni d’amicizia con i
Tuareg, egli non aveva altro da
offrire che l’ascolto, il rispetto,
l’attenzione che diceva che l’altro
era importante, indipendentemente
dal suo credo religioso e dalla sua
estrazione sociale. Per noi oggi è
difficile capire questo ruvido
camminare con i poveri, senza
nessuna vocazione direttamente
apostolica. La sua fu una vita
sepolta nel deserto; una vita di
anacoreta contemplativo, di povero
pellegrino della fede, di umile
operaio silenzioso come i trent’anni
di Gesù a Nazareth.
Per amore,
solo per amore
Verso gli ultimi anni della sua
vita, Charles de Foucauld si sentì
irresistibilmente spinto a
stabilirsi sulle montagne selvagge
dell’Hoggar, dove vivono i Tuareg,
un popolo nomade, diffidente e non
facile da avvicinare. Fin dai suoi
primi contatti coi Tuareg si mise a
studiare con passione la loro
lingua, mettendosi all’ascolto della
loro cultura, trascrivendo centinaia
e centinaia di poemi, cantati di
sera attorno al fuoco, nelle fredde
notti stellate del Sahara
sconfinato. La relazione di De
Foucauld con l’Islam, più che
scoperta di un’altra religione,
segnò l’incontro con persone
concrete ed egli mise a frutto le
sue competenze linguistiche ed
antropologiche, accumulate negli
anni della sua “Reconnaissance au
Maroc”[11], per capire la loro
lingua e la loro cultura. Egli
raccolse di duna in duna, di tenda
in tenda, tra carovane e lunghe
giornate di silenzio, di caldo
soffocante e della sabbia penetrante
del deserto, i canti tuareg,
densissime gocce di sapienza d’altri
tempi. E così, per amore, solo per
amore, egli divenne memoria
vivente della storia e della
civiltà del popolo Tuareg:
«Gloria a Dio
che effonde
calore sul cuore del figlio di
Adamo;
penetra nei suoi atri e lo infiamma.
Colui che non ti è fratello né
parente,
che non è con te, delle tue parti,
ove vi vedete e frequentate,
in te prende discendenza
bimbi che
hanno grazia e sillabe cinguettano»[12].
In più di un’occasione Charles de
Foucauld fu protetto dai pii
mussulmani, in mezzo ai quali aveva
deciso di vivere per il resto della
sua vita. Tra la fine del 1907 e
l’inizio dell’anno seguente, egli
fece un’esperienza indimenticabile,
che segnò per sempre la sua
esistenza e determinò una svolta
decisiva nel suo itinerario
spirituale.
Il deserto è sempre stato il luogo
dove si lotta duramente per la
sopravvivenza e in cui si saggia e
nel contempo si rivela la capacità
di resistenza degli uomini, temprati
da ogni genere di privazioni. In un
periodo di grave carestia, dopo aver
condiviso tutto quello che aveva con
i Tuareg, Charles si ammalò
gravemente. Indifeso e fragile era
completamente nelle mani degli
abitanti del deserto. In quei
momenti veramente difficili visse un
abbandono a Dio pieno e reale.
Sarebbe stata la sollecitudine
premurosa e discreta dei suoi amici
Tuareg a salvarlo da morte sicura.
Consegnatosi a loro nel più totale e
fiducioso abbandono, egli sperimentò
come mai in precedenza di essere un
vero anaw di Jhwh: «Padre
mio, io mi abbandono a te, fa’ di me
ciò che ti piace! Qualunque cosa tu
faccia di me, ti ringrazio. Sono
pronto a tutto, accetto tutto, (…)
rimetto la mia anima nelle tue mani,
(…) è per me un’esigenza d’amore (…)
il rimettermi nelle tue mani (…),
con una confidenza infinita, poiché
tu sei mio Padre».
Fu la presenza di Cristo Gesù, che
Charles de Foucauld sperimentò nella
carità sobria ma efficace di quanti
lo avevano soccorso nei drammatici
momenti di emergenza per le sue
condizioni di salute. Segno questo,
che gli schivi Tuareg avevano
incominciato a capire e ad
apprezzare la sua presenza
rispettosa e non volevano perdere un
amico proprio quando incominciavano
a considerarlo come uno di loro: il
marabut[13]dal cuore rosso[14]. Charles de
Foucauld aveva osato andare là dove
non c’era ancora una presenza
organizzata di Chiesa, per rendervi
presente Gesù Cristo con la sua
testimonianza evangelica fatta di
amicizia e di bontà senza ideologie.
Che cos’è la missione se non
annunciare il Vangelo ponendosi
sulle frontiere che attraversano
l’umanità? Frontiere che, al tempo
stesso, dividono e uniscono,
separano e avvicinano, compongono le
vecchie divisioni e ne creano di
nuove: «Egli è qui per la rovina e
per la salvezza di molti, segno di
contraddizione perché siano svelati
i pensieri di molti cuori» (Lc
2,34-35).
Egli è stato un “testimone di
presenza” o un“testimone
di mediazione”, libero di
fondersi in mezzo agli altri in
quelli che erano gli spazi aperti a
tutti. Una delle caratteristiche che
riguardano l’esperienza nella quale
si attua un coinvolgimento personale
e integrale dell’individuo, riguarda
proprio il paradosso della
libertà, che caratterizza la
vita delle persone stesse con le
loro esperienze di vita, che
diventano luogo di scelta e spazio
per un’assunzione di responsabilità.
Una testimonianza alla frontiera del
cristianesimo, la sua, impegnata in
modo che i valori del Regno
penetrassero discretamente nella
società tuareg, e la sensibilità e
le aspirazioni di tale società
penetrassero nella Chiesa. Agli
inizi questa presenza singolare ebbe
grande difficoltà a farsi capire e
ad essere accettata, ma in seguito
la testimonianza di questo amore
universale fu ricambiato pienamente
dai fieri Tuareg del deserto.
Soggetto dell’esperienza è sempre
una determinata persona, aperta alla
trascendenza, e proprio per queste
sue peculiarità, chiamata a vivere
la reciprocità. Qualificando
il carattere specifico di un
rapporto come quello che si realizza
nell’esperienza religiosa, la
persona in quanto essere storico e
incarnato, fa esperienza del suo
limite e della sua relatività. La
storia nella quale l’uomo vive è una
storia in cui il futuro non è una
continuazione del passato. L’essere
incarnato dell’uomo allontana ogni
tentazione dualistica, entrando di
diritto in qualsiasi tipo di
esperienza. Solo se realizza un
incontro personale e integrale,
l’esperienza affranca l’uomo da
quegli errori che si commettono
proprio durante l’esperienza stessa.
I molti eredi spirituali[15] di
Charles de Foucauld sul suo esempio
continuano a scegliere di risiedere
in quei luoghi anonimi e senza
prestigio, dove nessuno andrebbe a
vivere, cioè nel nascondimento e
nell’apparente inutilità della loro
presenza. In questi contemplativi
atipici c’è il rifiuto di porsi in
evidenza nei riguardi del mondo in
cui vivono e della sua società[16];
c’è in loro una profonda fiducia
nell’uomo e nel suo mondo. Secondo
loro non è il mondo che appartiene
alla Chiesa, ma è la Chiesa che
appartiene al mondo. Essi
rappresentano quei pochi o rari
esseri umani tramite i quali, oggi,
innumerevoli persone nate e
cresciute in una tradizione estranea
al cristianesimo, hanno la
possibilità di entrare in contatto
con Gesù di Nazareth e il suo
Vangelo. L’aspetto inedito e
importante della loro testimonianza
di basso profilo nella Chiesa,
consiste proprio nella gratuità
d’una presenza amica, che non si
preoccupa affatto dei risultati
immediati. La dolce umanità della
loro amicizia discreta, che fa
nascere negli altri la confidenza e
che è la qualità più preziosa delle
loro relazioni con le persone, non
ha altra pretesa se non quella di
far pensare a Dio, di risvegliare il
desiderio, la nostalgia di Dio, che
c’è in ogni persona, di mettersi in
contatto con il Trascendente dai
molti nomi, dai molti volti e dai
molti luoghi.
Conclusione
«Vivi come se tu dovessi morire
martire quest’oggi». Il 1° dicembre
1916 Charles de Foucauld fu
assassinato nel suo eremitaggio di
Tamanrasset, perché l’iniquità della
guerra non ha confini[17].
Finalmente si era realizzato il più
struggente anelito della sua vita:
essere per sempre col suo Beneamato
Signore. Così aveva scritto molti
anni prima, quasi presago dell’alto
prezzo che la sequela di quel Gesù
di Nazareth gli avrebbe chiesto. La
sua risposta fu immediata e ci dice
il clima interiore in cui egli
viveva la sua relazione di
configurazione al suo Modello
Unico: «Qualunque sia il motivo
per cui ci uccidano, se noi,
nell’anima, riceviamo la morte
ingiusta e crudele come un dono
benedetto della tua mano, se non
opponiamo resistenza per ubbidire
alla tua parola: “Non resistete al
male” (Mt 5,39) e al tuo esempio,
allora qualunque motivo abbiano per
ucciderci, moriremo nel puro amore e
la nostra morte, se non sarà un
martirio nel senso stretto della
parola e agli occhi del mondo, lo
sarà ai tuoi occhi e sarà una
perfetta immagine della tua morte».
Questa la sua lettura nella
sorprendente anticipazione di quegli
eventi che lo avrebbero visto
drammaticamente coinvolto. Ma chi
riuscirà mai a capire tutta la
ricchezza ed il fascino di
un’avventura interiore tra le più
feconde ed interessanti del
Novecento?
In un’epoca che per molti aspetti si
sta facendo sempre più deserto di
Dio, siamo consapevoli
dell’urgenza della testimonianza
evangelica di quegli uomini e di
quelle donne che nell’umiltà e nel
nascondimento hanno saputo vivere e
portare il Vangelo agli uomini,
anche in situazioni apparentemente
estreme e paradossali. Charles de
Foucauld è certamente un cristiano
dalla coerenza straordinaria, che ha
interpretato il Vangelo applicando
con sagacia la grammatica
dell’eloquenza del silenzio, la
forza vincente della debolezza, la
sapienza nella stoltezza della Croce
(cf 1Cor 1,21-25).
Con la sua beatificazione (13
novembre 2005) l’eredità spirituale
di Charles de Foucauld appartiene a
tutti noi; è un bene non solo dei
cristiani, ma dell’intera comunità
umana. Egli ci ha mostrato che
vivere il Vangelo resta, oggi come
ieri, il segreto dell’irradiamento
dell’apostolato che trae dalla
preghiera all’«Unico Benamato»[18]
la forza di essere un autorevole
testimone di Dio nel mondo odierno.
Se il mondo ha bisogno di maestri
che siano dei testimoni, eccone qui
uno sorprendente e paradossale allo
stesso tempo. A noi il compito di
rivisitare la sua singolare
esperienza spirituale e di
riappropriarcene.
(Antonio
Furioli)
[1] Nella chiesa del monastero
ortodosso di S. Caterina sul Monte
Sinai, è conservata un’icona
“bellezza di ogni bellezza”
conosciuta come l’icona di Cristo
dall’occhio penetrante.
[2] Lettera del 1913
all’amico Joseph Hours.
[3] «Tu mi hai sedotto, Signore, e
io mi sono lasciato sedurre» (Ger
20,7).
[4] Direttorio, art. XXVIII.
Louis Massignon (1883-1962)
considerò sempre questo testo come
il depositum ricevuto dal suo
amico e non cessò di fare
riferimento a questo scritto, di
difenderlo, di ricordarlo davanti ad
ogni deviazione o scipitezza
dell’opera foucauldiana. Per
Massignon il Direttorio era
un vademecum evangelico ad
uso di tutti i battezzati.
[5] All’ultimo posto. Ritiri di
Terra Santa (1897-1900), Roma
1974.
[6] Lettera del marzo 1902
all’amico di liceo Gabriel Tourdes.
[7] Lettera alle Clarisse di
Nazareth, aprile 1914.
[8] De Foucauld e i suoi discepoli
sono convinti che la fuga mundi,
nota peculiare della vita monastica,
non è il loro carisma. Al contrario:
il mondo, dove Gesù di Nazareth ha
vissuto, è buono e va trasfigurato
nei suoi aspetti negativi, come «il
chicco di grano che cade a terra e
muore» (Gv 12,24), dando, se
necessario, la vita come un’offerta
d’amore.
[9]
È necessario un equilibrio armonico
tra l’aspetto contemplativo e quello
attivo: senza contemplazione
l’azione manca d’incisività e di
profondità; d’altra parte, senza
l’impegno concreto la contemplazione
non è feconda.
[10] Lettera a sua cugina M.me
Marie de Bondy, 29 agosto 1902.
[11] Titolo di un’opera che ebbe
quattro edizioni (1888; 1934; 1939 e
1998) e che gli valse la medaglia
d’oro della Société Française de
Géographie (1885).
[12] Le mariage, dai
Chants Tuaregs, Paris 1997.
[13] Marabut: in arabo vuol
dire uomo di fede, santone, guida
spirituale; indica il rispetto e
l’alto prestigio morale che la
comunità islamica gli riconosceva.
[14] Il simbolo del Sacro Cuore di
Gesù che portava cucito o impresso
sull’abito religioso.
[15] I 19 gruppi che compongono
questa ricca realtà ecclesiale sono
organizzati in 11 Istituti
religiosi, 2 Istituti secolari e 6
associazioni pubbliche e private di
fedeli, che insieme formano l’Associazione
Spirituale Charles de Foucauld.
I membri in tutto sono circa 15.000.
[16] Così scrisse a un laico di
Lione: «Bandire da noi lo spirito
militante» (Lettera a J. Hours,
3 maggio 1912).
[17] In Europa infuriava la prima
guerra mondiale (1915-1918), che
ebbe le sue nefaste ripercussioni
anche in Africa.
[18] Lettera a sua cugina M.me
Marie de Bondy, Tamanrasset 26
agosto 1905.
I
PRETI DI PIACENZA SALUTANO IL VESCOVO
LUCIANO Carissimo vescovo Luciano,
non oso dirti che scrivo a nome della
diocesi e dei preti. Se interpreto i
sentimenti di altri sono contento, ma
non lo pretendo. Ti scrivo come ti ho
già scritto nelle grosse occasioni e
questa mi sembra 1a più grossa e la più
triste di tutte.
Stiamo male come quei fedeli cui viene
tolto un parroco amatissimo. Dispiacere
e rimpianto, riconoscenza e affetto.
Mentre ci davi lettura in curia del
documento ufficiale sul tuo
trasferimento a Brescia, la voce a volte
si incrinava e lasciava intuire che
dentro forse piangevi. Dodici anni a
Piacenza ti hanno legato in profondità
ai tuoi preti e alla tua gente. Siamo
stati la tua famiglia. Ricordo la sera
della messa in cattedrale in suffragio
di tua sorella — a pochi giorni dal
funerale — quando ci hai detto: «Ora
quaggiù io non ho più nessuno, né
genitori, né fratelli. La mia famiglia
siete voi». Non erano parole di
circostanza. Ti abbiamo sentito padre e
fratello in ogni occasione.
Ti dispiace andare perché sappiamo che
con noi ti sei trovato bene e ce lo hai
confermato ogni anno nella festa del S.
Cuore — in quello che ormai era
diventato “il discorso sullo stato della
diocesi” —: «con voi mi trovo bene». Non
ci hai mai lasciato dormire tranquilli,
ci hai spronato a camminare al seguito
di Gesù per il bene della diocesi e di
tutta la nostra gente. Quanti messaggi
forti ci hai trasmesso: di volerci bene,
di stimarci a vicenda, di considerarci
presbiterio unito a te per fondere in
unità tutta la nostra chiesa locale!
Sei stato come un vero parroco per i
tuoi preti, interessandoti alla nostra
salute e situazione spirituale, alle
parrocchie in cui operiamo, con una
disponibilità e apertura davvero grandi.
I preti malati hanno avuto il conforto
delle tue visite assidue e
incoraggianti. Quelli che morivano il
conforto del funerale sempre
personalmente da te presieduto. C’è chi
dice che sei
troppo buono, che fai fatica a
comandare, che non imponi mai la tua
volontà. Perché preferisci aspettare
risposte docili, anche se talvolta
tardano ad arrivare.
I laici ti hanno amato, creduto e
seguito, senza particolari fatiche.
Perché la tua parola chiara e
convincente era accompagnata dalla
testimonianza della tua vita. Uno di
loro ha detto: «Il vescovo mette i
fedeli in condizione di potersi affidare
a lui perché è una persona che pratica
quello che dice ed è quindi molto
credibile».
I poveri: pensiero costante del tuo
ministero. Appena arrivato in diocesi,
hai voluto che nella tua stessa casa
vivessero i poveri della “Casa della
Carità”. Basterebbe questo a qualificare
come splendido il tuo episcopato tra
noi. Come piangeranno alla notizia del
tuo trasferimento! E che dire del tuo
interessamento per l’istituzione in
città dei campi per i nomadi, della tua
continua attenzione alla Casa “La
Pellegrina” per i malati di aids,
dell’appoggio alla Caritas per la “Mensa
della Fraternità”, del tuo dedicarti
alle istituzioni cittadine rivolte alla
cura e all’inserimento lavorativo dei
disabili (Assofa, Germoglio...).
Ci mancheranno la “Scuola della Parola”;
i tuoi interventi pacati e profondi sui
più svariati argomenti nelle diverse
circostanze della vita pubblica; il tuo
sguardo sereno sulle realtà anche
difficili, specialmente la tua capacità
di dialogo che non vede mai nell’altro
l’avversario ma la persona che cerca il
meglio; il tuo profondo spirito di
preghiera e di fede che ha dato senso
alla tua vita e alle decisioni da
prendere.
Che bel ricordo lasci ai bambini ragazzi
e giovani che hanno avuto la fortuna di
incontrarti nelle parrocchie, nelle
scuole, nei campi-scuola o nei raduni
diocesani!
Sarà l’eco della tua Parola forte e
incisiva e del tuo affetto sincero per
ciascuno che manterrà vivo il tuo
ricordo. Partirai ma non ci lascerai! Ci
hai detto testualmente: «Le relazioni
con le persone sono le cose più
importanti della vita. I legami non si
spezzano». La reciproca preghiera ci
garantisce che è così.
(don Giancarlo
Conte)