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Preti e religiosi del nuovo millenio in dialogo

 

TESTIMONI

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SOMMARIO :

S.ARCANGELO TADINI

DON ALFREDO ZIRONDOLI

IL VENERABILE P. JEAN JOSEPH LATASTE

Padre Raffaele Spallanzani verso la beatificazione

RICORDANDO DOM LUCIANO MENDES DE ALMEIDA

RICORDIAMO IL BEATO DON LUIGI GUANELLA

P.Ottavio Sassu o.p., missionario in Guatemala.Vivo : grazie a Dio  (P.Octavio)

B.Antonio Neyrot o.p. (+1460)

Costanzo Magni: L'apostolo degli schiavi cristiani presso i Mori Mons. Gianfranco Masserdotti (1941-2006)

 Dom Franco Masserdotti, Vescovo di Baldas-  Brasile (Fernando   Zolli, mccj)

Padre Mariano Garcia Mendez scj (Beato)

I Preti di Piacenza salutano il Vescovo Luciano

Sacerdote indiano rifiuta un premio dai fondi Onu: sono soldi sporchi
di Nirmala Carvalho

 

S. ARCANGELO TADINI – presbitero diocesano bresciano (1846 – 1912)

Arcangelo Tadini nasce a Verolanuova, Brescia, il 12 ottobre 1846. Suo padre, segretario comunale, sposa in prime nozze Giulia Gadola. Rimasto vedovo a 39 anni, con sette figli tutti ancora in tenera età, sposa in seconde nozze la cognata Antonia Gadola, madre di Arcangelo. Di salute delicata e precaria, è cresciuto con particolare cura dai genitori a cui è molto affezionato. Conclusi gli studi elementari nel paese natale, Arcangelo si iscrisse al ginnasio di Lovere, seguendo le orme dei fratelli. Nel 1864 entra nel seminario di Brescia, frequentato anche dal fratello don Giulio. Proprio in questo periodo ha un incidente che lo rende claudicante per tutta la vita. Nel 1870 è ordinato sacerdote. Sono i tempi dell'unità, d'Italia e delle tensioni tra Stato e Chiesa, caratterizzati da una grande povertà del popolo, dalle contrapposizioni politiche e dai primi tentativi di industrializzazione; sono tuttavia tempi di grande carità cristiana e di diffusa religiosità. Don Arcangelo esordisce nel suo nuovo ministero con un anno di malattia, che lo costringe a rimanere in famiglia. Dal 1873 è Vicario-cooperatore a Lodrino, piccolo paese di montagna, e poi curato al santuario di s. Maria della Noce, frazione di Brescia. In entrambe le parrocchie è anche maestro elementare. La sua attenzione ai bisogni della gente emerge fin dai primi anni di ministero sacerdotale: quando, a causa di un'alluvione molti parrocchiani rimangono senza casa, riesce ad organizzare in canonica una mensa per 300 pasti al giorno e dare un riparo ai sinistrati. Nel 1885 entra a Botticino Sera come Vicario-cooperatore. Due anni dopo, a 41 anni di età, è nominato Parroco arciprete della stessa chiesa. Qui celebra i suoi venticinque anni da parroco prima di tornare al Signore il 20 maggio 1912. Sono certamente gli anni vissuti a Botticino i più fecondi della vita di don Tadini. Egli ama i suoi parrocchiani come figli e non si risparmia in nulla, perché questa porzione di popolo di Dio affidata alle sue cure di pastore possa crescere umanamente e spiritualmente. Dà inizio al coro, alla banda musicale, a varie confraternite; ristruttura la chiesa, offre ad ogni categoria di persone la catechesi più adatta, cura la liturgia. Ha una particolare attenzione per la celebrazione dei Sacramenti. Prepara le omelie tenendo presente da una parte la Parola di Dio e della Chiesa, dall'altra il cammino spirituale della sua gente. Quando parla dal pulpito, tutti rimangono stupiti per il calore e la forza che le sue parole sprigionano. La sua cura pastorale è rivolta soprattutto alle nuove povertà. È il tempo della 1ª rivoluzione industriale. Don Tadini, seguendo l'esempio di altri sacerdoti, fonda a Botticino l'Associazione Operaia di Mutuo Soccorso, che garantisce agli operai un sussidio in caso di malattia, infortunio sul lavoro, invalidità e vecchiaia. Tra i suoi parrocchiani le giovani, proprio perché giovani e perché donne, sono tra i lavoratori quelle che maggiormente vivono nell'incertezza e subiscono ingiustizie. Sfruttate, spremute come limoni, difficilmente riescono a formare una famiglia e a crescere i propri figli. A loro don Tadini dona gran parte delle proprie forze. Sollecitato dalla «Rerum novarum» di Papa Leone XIII del 1891, interpretando i segni dei tempi, progetta e costruisce una filanda dando fondo a tutto il suo patrimonio familiare. Nel 1895 la filanda è ultimata con strutture e impianti all'avanguardia. Tre anni più tardi acquista con un prestito la villa adiacente alla filanda per farne un convitto per le operaie. Per educare le giovani operaie don Tadini fonda, non senza difficoltà, la Congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth. Esse entrano negli stabilimenti industriali a lavorare con le operaie; si occupano delle ragazze condiscendendo le fatiche e le tensioni del lavoro e le educano con l'esempio, guadagnandosi il pane sullo stesso banco di lavoro. Alle Suore Operaie e alle famiglie don Tadini addita come modello Gesù, Maria e Giuseppe a Nazareth, che nel silenzio e nel nascondimento hanno lavorato e vissuto con umiltà e semplicità. Alle Suore e alle giovani lavoratrici indica come esempio Gesù, che non solo ha sacrificato se stesso sulla croce, ma prima per 30 anni a Nazareth non si è vergognato di usare gli strumenti del carpentiere, di avere le mani incallite e la fronte bagnata di sudore. Il suo amore di padre e le sue opere fanno comprendere ai lavoratori che il lavoro non è una maledizione; esso è il luogo dove l'uomo è chiamato a realizzarsi come uomo e come cristiano. Di più, se accettato nella fatica e nelle sue inevitabili difficoltà, permette all'uomo di cooperare alla redenzione e diventa tempo di unione con Dio. Con una salute così gracile e zoppicante ad una gamba, dove ha trovato don Tadini la forza per realizzare quanto ha fatto? La risposta sta nella sua intima e costante unione con il Signore, sostenuta dalla penitenza e dalla preghiera. Dorme in media cinque ore per notte, si nutre solo di minestra, verdura cruda, decotto d'avena e frutta. I suoi parrocchiani lo vedono stare per ore davanti all'Eucaristia, immobile, in piedi - la gamba claudicante non gli permette di inginocchiarsi - assorto completamente nella contemplazione di Dio. Lo vedono camminare per le vie del paese sempre con la corona del rosario in mano. La sua fiducia nella Provvidenza è illimitata: la sua umiltà e la sua obbedienza ai superiori brillano nelle situazioni di maggiore difficoltà. Quando don Arcangelo Tadini conclude la sua vita terrena il 20 maggio 1912, la comunità parrocchiale di Botticino si accorge che si è spenta una luce. Era la vigilia della prima guerra mondiale e si stava realizzando un avvenire torbido per la fede, per la pace e per la giustizia. La sua testimonianza è stata forte e piena di opere di carità. Nel suo ministero tutti hanno visto un maestro di vita spirituale, ma in forma silenziosa, quasi nascosta, ma proprio per questo più credibile. Il suo ministero sacerdotale è stato sorgente di vita e di grazia. Il popolo semplice, come anche le suore, che vivono lo spirito soprannaturale, chiamano tutto questo «santità». La difesa della Chiesa e del mondo cattolico e del Papato nei confronti dello Stato apertamente anticlericale e sostanzialmente avverso alle masse contadine ed operaie sono alcune note del contesto ecclesiale e sociale che caratterizzano la seconda parte del secolo scorso dentro il quale ha vissuto il sacerdote Arcangelo Tadini. Nasce a Verolanuova, nella bassa bresciana, il 12 ottobre 1846. Dalla famiglia e dall'ambiente impregnato di forte religiosità e di patriottismo ha acquistato la vigorosa sensibilità verso le condizioni di vita degli umili e degli oppressi. Arcangelo Tadini, con il discernimento frutto della profonda preghiera e dello studio, intravede prospettive di intervento a favore della sua gente. Pastore nella parrocchia di Botticino Sera fu parroco attivissimo. Diceva che «la preghiera è la forza di Dio». È un uomo tutto di Dio e quindi sapiente nell'azione. Nella Brescia industriale dell'Ottocento nascevano bisogni nuovi che reclamavano rimedi nuovi. Un aspetto che affliggeva il cuore del parroco Tadini era lo sfruttamento impietoso delle operaie, giovani ragazze costrette a recarsi fuori parrocchia compiendo viaggi disagevoli e pericolosi. Nel 1894 fonda la filanda per loro. E per annunciare il Vangelo a quanti lavorano fonda la Congregazione delle Suore Operaie. È la preoccupazione di evitare contatti pericolosi con le nuove dottrine che lo spinge alla fondazione della filanda prima e della Congregazione religiosa poi. È dall'osservazione del momento storico e della richiesta di nuovi modi di annunciare il Vangelo che il pastore è stimolato alla ricerca di nuovi strumenti e modalità di evangelizzazione. Si può ben dire che il suo apporto fu una originale applicazione della «Rerum novarum», e, letto nello sfondo della Chiesa di Brescia, questa pagina risulta essere una delle più fulgide del clero e del movimento cattolico bresciano. La beatificazione di Arcangelo Tadini nella immediata ci fa leggere con una originale attualità le sue parole lasciate alle Suore Operaie come stile di vita religiosa: «Gesù, il Verbo, nella redenzione non solo sacrificò se stesso sulla croce, ma per trent'anni non disprezzò di maneggiare la pialla, la sega e altri attrezzi di falegname... Onorate dunque le sante fatiche del Verbo; unite le sue alle vostre, per la redenzione del mondo». Quando don Arcangelo Tadini moriva, il 20 maggio 1912, la Fondazione delle Suore Operaie era incompiuta. Ma il suo essere stato uomo radicato nel suo tempo ma creativamente impegnato sul fronte del nuovo è stato premiato dal riconoscimento postumo della Fondazione e le Suore Operaie restano oggi come presenza viva e tangibile di Lui Parroco e Fondatore.

 

 

 

DON ALFREDO ZIRONDOLI

Aveva seguito Chiara Lubich già nel 1949. Intelligenza vivissima, promessa della medicina, Alfredo Zirondoli si dedicò a formare uomini nuovi. Quando muore qualcuno della nostra famiglia è sempre una parte di noi che se ne va. Ma è anche una parte di noi che arriva alla mèta. Maras, come lo aveva chiamato Chiara indicandogli in Maria Assunta il suo dover essere, è arrivato ora lassù, e ci piace pensare che sia stata proprio la Madonna ad aprirgli la porta. Così Marco Tecilla, il primo focolarino, apre il discorso commemorativo ai funerali di Maras. Anche noi continueremo a ricordare Alfredo Zirondoli con questo nome a tanti noto. Maras nasce a Carpi, nel modenese, il 31 maggio del 1926 da Livio Zirondoli e Albertina Violi. La giovane coppia stava attraversando un momento non facile perché il padre era rimasto senza lavoro e fu la madre, maestra elementare, che, dedicandosi all'insegnamento, riuscì ad assicurare la sufficienza economica alla famiglia. Ne parliamo perché l'influenza di questa donna, di cui, come sappiamo, è avviato il processo di beatificazione, fu davvero grande nella formazione del giovane Alfredo. Più tardi sarà lui stesso che, ricordando la storia della madre, tratteggerà in un agile volumetto quella vicenda che anch'egli condivise e che lo portò a sperimentare l'amore di Dio fin dalla prima infanzia. Sapremo così che, mentre il padre riponeva nel figlio dall'intelligenza vivida le pur lecite ambizioni di un successo umano, magari accademico, che già si delineava, Albertina donava il figlio a Dio. Dotato di intelligenza fervida, pur con le difficoltà legate alla guerra, Alfredo potè completare brillantemente gli studi perfezionandosi alla Bocconi di Milano in anestesiologia a soli 23 anni, diventando il medico più giovane d'Italia. È in questo periodo che, con un gruppo di professionisti che abitualmente frequentavano la mensa del card. Ferrari a Milano, Alfredo incontra Ginetta Calliari, una delle prime compagne di Chiara. In pochi giorni aderisce alla nuova vita trovata e poco più tardi, col trasferimento a Pisa diventa un irradiatore di essa. Lo ricorda bene Lucio Dal Soglio, a quel tempo assistente in clinica chirurgica all'Università di Pisa. Il prof. Zirondoli - racconta - era venuto da Milano per installare il servizio di anestesia presso la clinica con annesso corso di studi in anestesiologia per la specializzazione. Per le sue qualifiche e per il fatto di non avere rivali, era un personaggio rispettato e godeva di libertà di movimento e di decisione. Insomma, era uno che aveva davanti a sé una carriera brillante e che in breve tempo, con dinamicità, aveva fatto funzionare servizio e scuola. Attorno a lui si formò subito anche una comunità dei Focolari, sia all'ospedale, sia a Pisa che nei paesi vicini. Umberto Giannettoni, ora a Loppiano, ha ancora ben presenti quei tempi: In un circolo sportivo dei salesiani - ricorda -, fu invitato un giovane primario di anestesia a tenere una conferenza. Ci raccontò un'affascinante serie di episodi, frutto del suo impegno di vivere il Vangelo nei rapporti quotidiani con malati, infermieri, medici e quanti aveva occasione di incontrare ogni giorno. Si pote- va cercare di vivere la Parola, trasportare il Vangelo nella vita quotidiana, nei rapporti di ogni giorno. Una scoperta che mi aprì un orizzonte nuovo e che cambiò completamente la mia vita, come aveva cambiato la sua. Entrato con armi e bagagli in una comunità dei Focolari, a Firenze nel '54, Maras divenne poi uno dei pionieri della diffusione del movimento in Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Irlanda e Algeria. Dal '66 per 15 anni fu poi responsabile della cittadella di Loppiano, insieme con Renata Borlone, contribuendo a formare varie generazioni di focolarini. Le testimonianze non si contano a questo proposito: Maras era un vero leader e sapeva interessare anziani e giovani alla sequela di Gesù. Le sue meditazioni erano semplici e sapienti. Ma non sono mancate anche difficoltà, incomprensioni... Ricordando quei momenti, mi confidava che mai aveva avuto risentimenti verso chiunque, ma piuttosto avvertiva l'intervento amoroso da parte di Dio che voleva manifestargli la sua predilezione. Mi diceva tutto questo con un'aria pacata e serena, segno evidente del dolore consumato. Un altro: Costruiva l'unità quando non c'era, assumendo su di sé il dolore, e la generava col suo amore, senza fare rimproveri. Ancora: Sottolineava il positivo. Era così grande il suo amore, che ciascuno capiva cosa dovesse cambiare nella propria vita. Valerio Ciprì, uno degli iniziatori del Gen Rosso, ci dice: Maras ha sostenuto con tutto l'impegno il Gen Rosso fin dal primo istante della sua nascita. Ci seguiva in ogni nostro spostamento, parlando ora con l'uno ora con l'altro, perché avessimo sempre lo sguardo rivolto a Gesù abbandonato che ci faceva superare le non poche difficoltà incontrate. Maras - continua Ciprì - suonava il violino e il pianoforte, quindi conosceva bene la musica. Ci insegnava come ascoltarci, come affiatarci nelle voci, come armonizzare ciascuna voce con quelle degli altri senza prevalere. Era in realtà un modo per insegnarci la cosa più importante, che era quella di saper convivere con gli altri nella vita di unità accogliendo, servendo, mettendo in luce gli altri, facendo da sfondo, stando in silenzio quando occorreva, facendo da cassa di risonanza. Dall'81 all'86 assieme a Palmira Frizzera, Maras ha dato inizio alla cittadella di Montet in Svizzera: C'era con lui un rapporto fondato sull'unità nella verità di cui lui è sempre stato riconoscente, ricorda lei. E, facendo riferimento ad alcuni momenti particolari di prova che Maras ha vissuto: Non si è mai lamentato. L'ho sentito sempre nell'amore. Questa fedeltà a Dio e a Chiara, nonostante tutti gli abbandoni della sua vita, lo hanno portato alla santità. Di questo io nesono sicura. Giovanni Battista Dadda, responsabile del Gruppo editoriale Città Nuova, ha conosciuto Maras fino dal 1958, condividendo con lui anche per lunghi periodi la vita di focolare insieme a Guglielmo Boselli, già direttore della nostra rivista: Nel 1958 a Milano, quando era giovane docente universitario alla facoltà di medicina, mi colpì come viveva la professione. Stupiva la sua capacità di creare armonia nei rapporti con i colleghi, anche nelle emergenze e la sua attenzione per i pazienti, perché sentissero che era loro vicino per l'intervento chirurgico, preparandoli con le informazioni necessarie e con una vicinanza affettuosa. Lo caratterizzava allora, come in tutti gli anni successivi, la capacità un po' unica di trasmettere le realtà spirituali con una luce e una sapienza che coinvolgevano e affascinavano. Il suo rapporto con le persone era accogliente e diretto: diveniva stabile, coltivato con fedeltà. Aveva una schiera innumerevole di amici, di fratelli di diversa estrazione sociale e dai cammini spirituali più vari. Il legame vero consisteva nel ritrovarsi insieme in un rapporto con Dio rinnovato e purificato dagli eventi della vita. Sapeva trasmettere il fascino dell'avventura di essere cristiani. Dal 7 gennaio del 2000 Maras cominciò a scrivere a Chiara l'andamento di una grave malattia che lo aveva colpito. Scriveva un giorno: Voglio dirti grazie perché mi sostieni e mi illumini in questo momento del mio Santo Viaggio.Chiara gli rispondeva con frasi che diventavano il suo riferimento: Gesù in mezzo a noi continui ad accrescere in te la certezza che tutto è amore suo!. Io stesso, che ho raccolto giorno dopo giorno queste testimonianze, mi rendo conto di aver assistito a un vero percorso di santità. Ogni giorno stava diventando più palese che la malattia non sarebbe regredita. Periodi di forti dolori si alternavano a brevi parentesi di tregua, ma ogni volta che si tentavano nuove cure, i danni collaterali vanificano il poco sollievo che queste producevano. Con tutto ciò, Maras cercava di non pesare in alcun modo su quanti vivevano con lui, sforzandosi di rispettare le esigenze di tutti e interessandosi della salute di ciascuno. La vita poteva dunque procedere nella normalità, rivolta sempre verso gli altri. E gli altri che si rivolgevano a lui erano tanti. Quante telefonate, quante visite, quanta corrispondenza! Il 14 novembre scorso, invitato a dare la sua esperienza alla comunità del movimento di Lucca, già gravemente debilitato, diceva: Bisogna sfruttare bene gli ultimi momenti che ci sono nella vita. Il mondo cerca continuamente di distrarci con cose che non valgono; e invece noi dobbiamo impegnarci, perché... Gesù s'è impegnato; i cristiani, i martiri si sono impegnati; i santi si sono impegnati. E alla fine della vita ci sarà chiesto conto di cosa abbiamo fatto. Poi, la ricompensa sarà abbondante. E continuava così: Nel mio primo incontro col movimento rimarsi folgorato quando una focolarina, parlandomi dell'ideale dell'unità, mi aveva detto: Gesù era sempre unito al Padre. L'aveva detto lui. Però, sulla croce ha gridato: Perché mi hai abbandonato?: evidentemente non sentiva questa unità col Padre. E quella sera ho detto: Se Gesù ha amato così, senza aspettarsi niente, senza aspettare che il Padre rispondesse... io voglio vivere così!. Ho fatto tante cose nella vita, ho girato tante parti del mondo; ma l'unica cosa che conta è che ho cercato di non aspettarmi mai niente, ma di amare sempre per primo. E più sono andato avanti nella vita dell'ideale, più mi sono accorto che Maria è sempre associata a Gesù, sempre. Quindi, amare Gesù abbandonato e vivere Maria desolata, sono cose che vanno insieme. L'ultima lettera è stata scritta a Maria Voce, la nuova presidente dei Focolari: Sono al limite delle forze, però, come vedi, posso pensare, scrivere, ringraziare te, e in te tutti coloro che hanno pregato per la mia salute... La mia vita, la mia preghiera e la mia offerta quotidiana saranno per voi, con voi e in voi. È partito per il Cielo il 31 dicembre 2008. Da quel momento continuano a giungere da ogni dove attestati di riconoscenza nei confronti di Maras per ciò che il suo consiglio, la sua testimonianza di vita hanno rappresentato per tanti. E questa rugiada di Paradiso lo fa sentire ancora presente in mezzo a noi.

 

 

IL VENERABILE P. JEAN JOSEPH LATASTE (1832 – 1869)

Nasce a Cadillac-sur-Garonne nel 1832. Dopo aver compiuto i suoi studi umanistici presso il seminario minore di Bordeaux e il collegio di Pons da cui esce quasi ventenne con il titolo di Baccelliere. Mentre lavora come impiegato statale all’ufficio delle imposte è impegnato nel servizio caritativo con le Conferenze di San Vincenzo. Mentre pensa al matrimonio, la fidanzata Cecilia de St Germain muore giovanissima di tifo. A 25 anni la vocazione religiosa-sacerdotale si riaffaccia per vie inattese e lo troviamo novizio domenicano nell’antico convento di San Massimino di Marsiglia da poco riscattato dal P. Lacordaire, dove grazie anche all’impulso da lui dato, si respira un intenso fervore. Nel 1864, fu mandato dai suoi superiori a predicare un corso d’Esercizi spirituali in un grande carcere femminile, vicino a Bordeaux (Francia), a Cadillac sur Garonne. Ad ascoltarlo, c’erano quattrocento donne disperate, ergastolane o semplici carcerate. Donne vittime dell’industrializzazione galoppante, umiliate, al bando, emarginate a vita, che reagivano con suicidi a catena o giornate calde di ribellione. Padre Lataste non credeva tanto a questo apostolato. Se entra nel carcere, il 15 settembre 1864, è solo per obbedienza. Scriverà poi il sentimento di ripulsione, di ribrezzo che ha sentito valicando la porta di questa casa della disperazione. Ma nel suo cuore, albergano due amori: un amore folle per Dio ed un doppio amore per la donna: sia quella pura, innocente, come l’ha ammirata nella sua fidanzata, morta anche prima del fidanzamento ufficiale, sia la donna peccatrice, ma salvata al punto di diventare santa, come l’ha scoperta in Maria Maddalena, durante il suo noviziato nell’Ordine domenicano. Jean Joseph Lataste ha preparato accuratamente questo corso di esercizi spirituali. Ce lo dimostrano le sue cartelle. Quando inizia a parlare, si trova davanti tutti i capi chini delle detenute che non vogliono incontrare il suo sguardo, anche se tutte sono state lasciate libere di seguire il corso. Parla loro di Dio, del suo Amore misericordioso che le ha portate in questo luogo «per parlare al loro cuore», paragonando il carcere al deserto del profeta Osea e le carcerate alla fidanzata amata da Dio. Propone ad esse di considerarsi subito, sin d’ora come monache di clausura, le quali fanno presso a poco la stessa vita delle carcerate ma, mentre queste sono nella tristezza, quelle sperimentano la gioia: mentre le une sono onorate, le altre sono disprezzate. Il predicatore invece assicura che Dio non fa differenza tra le une e le altre, perché «pesa le anime solo secondo il peso dell’amore». E le donne ci credettero. Durante l’ultima notte, fecero l’adorazione del santissimo in soli due gruppi: duecento per la prima metà della notte, le altre duecento in seguito Padre Lataste, sconvolto, scriverà che il loro raccoglimento avrebbe potuto far ingelosire la più fervente delle comunità di contemplative. Alcune donne gli confidano il desiderio di consacrarsi totalmente a Dio dopo il carcere, giacché lui ha già proposto loro di vivere fin d’ora la carcerazione come una vocazione religiosa. Ma ciò che ha predicato il domenicano non trova riscontro nella Chiesa. Se é vero che Dio non guarda al passato, che «non serve nulla essere stata virtuosa se non lo si é più e che non ha nessuna importanza di essere stata peccatrice se non lo si é più», nella struttura della Chiesa le persone, troppo spesso, rimangono bollate dal proprio passato. Non era possibile nell’800, per una donna che avesse avuto esperienze di prostituzione, carcere, sesso, di entrare in convento. Al massimo, poteva entrare a far parte di una comunità di «pentite», segnate a vita come ex-peccatrici. Ora Padre Lataste aveva predicato il contrario. Ma Dio non aveva organizzato un tale successo apostolico per nulla. Voleva creare delle cose nuove. Mentre pregava nella cappella del carcere, il domenicano vide delinearsi nelle grandi linee l’opera che doveva far sorgere: bisognava riunire donne pure, provenienti da una vita cristiana onesta, normale, con altre venute da esperienze difficili di carcere, prostituzione...Riunirle senza che ci sia nessuna differenza né discriminazione tra di loro, perché Dio le ama, le ricerca tutte ugualmente. Due anni dopo, il 14 agosto 1866, nasceva la prima comunità delle Suore domenicane di Betania. Muore a soli 37 anni nel 1869 a Frasne-le-Chateau, dopo aver offerto la vita perché S. Giuseppe fosse proclamato Patrono della Chiesa Universale. Il 1 giugno 2007 la Congregazione per le Cause dei Santi ha pubblicato il decreto sull’eroicità delle sue virtù ed è iniziato il processo sul miracolo a lui attribuito. Fr. Angelo Belloni o.p.

 

 

RICORDANDO DOM LUCIANO MENDES DE ALMEIDA

LA COSA PIÙ BELLA? CONSACRARSI AL SIGNORE



Dom Luciano era un uomo piccolo, calmo, buono e arguto. Aveva presieduto la Conferenza episcopale brasiliana, ma era privo di ogni sussiego. Aveva una fede incrollabile e stava ad ascoltare con grande pazienza e attenzione, si prodigava per i poveri e i soli. Il suo profilo nei ricordi di Ernesto Olivero, fondatore del Sermig.



Dio esiste, eccome! Dom Luciano ne è la prova. Lo avresti potuto trovare in una sperduta casa di campagna o da un re, su un autobus o su un aereo, su un marciapiede o in una sala di attesa. A vederlo sembrava un uomo qualunque, ma aveva un sorriso speciale, la sapienza di un grande e la semplicità di un bambino. La sua pazienza era inesauribile, la sua bontà grande. La sofferenza fisica è stata la sua compagna negli ultimi anni, ma non gli ha mai impedito di continuare ad amare.

Adriano Sofri ha recentemente scritto su Panorama: «Olivero e i suoi lo consideravano un santo, il più grande che abbiano incontrato. L’ho incontrato anch’io... Dom Luciano era un uomo piccolo, calmo, buono e arguto. Era un prete importante, aveva presieduto la Conferenza episcopale brasiliana, ma era privo di ogni sussiego. Aveva una fede incrollabile e niente di bigotto. Stava ad ascoltare con grande pazienza e attenzione, si prodigava per i poveri e i soli. Una volta mi ha scritto: Il mondo ha, senz’altro, un grande valore. Ma mi sono a poco a poco abituato a confidare nel Signore e a interpretare gli avvenimenti in chiave di eternità».



DAL BRASILE

AL LIBANO



Penso a cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi conosciuto dom Luciano Mendes de Almeida, vescovo brasiliano, gesuita: eppure avevo già una vita movimentata! Era il gennaio del 1988. Alla stazione di Porta Nuova aspettavo il presidente della Conferenza episcopale del Brasile. Nella mia immaginazione doveva trattarsi di un grande prelato facilmente riconoscibile. Trovai invece un umile prete dimessamente vestito. Di ritorno da un viaggio in Libano, in missione presso i capi spirituali per conto della segreteria del sinodo dei vescovi, si fermava a Torino per conoscere il Sermig. Noi lo avevamo invitato perché ci parlasse del Brasile, delle tragedie e speranze del suo popolo. Volevamo cominciare a rendere operante lì un’idea che aveva già ricevuto l’avvallo di dom Helder Camara: non portare degli aiuti nei paesi poveri – mantenendoli così dipendenti dai paesi ricchi – ma creare le condizioni di una certa autonomia, anche intellettuale, morale. Dom Luciano aveva sentito parlare di noi dai vescovi della Bahia, con i quali già ero in contatto per dei progetti, e aveva accettato l’invito.

Viaggiava da tre notti. Era molto stanco. Arrivati all’Arsenale della Pace (la nostra sede a Torino), gli proposi di andare a riposarsi. Disse: «No, no, parliamo adesso». Mi impressionò il suo atteggiamento: prima di parlare del Brasile, dei bambini di strada, ci chiese di aiutare i fratelli libanesi provati duramente da tredici anni di conflitto. Mi guardò e mi disse: «Lei dovrebbe andare in Libano a portare un messaggio di pace». Io risposi: «Se Dio vorrà, andremo, e aiuteremo quelli che soffrono». La nostra amicizia è cominciata da subito, pensando agli altri!

Pochi giorni dopo a Roma mi fece conoscere il patriarca maronita, che accettò il suo suggerimento e mi invitò ufficialmente in Libano, a parlare di pace ai giovani.



VESCOVO, POLITICO, UMANISTA

A SERVIZIO DEI POVERI



In seguito ci incontrammo a San Paolo per i progetti della nostra CIS (Cooperativa internazionale per lo sviluppo), in brasiliano “Assindes” (Associação internacional para o desenvolvimento). Allora dom Luciano era vescovo ausiliario nella zona est di San Paolo e, coordinando la pastorale per i minori della diocesi, aveva fondato un centinaio di case per bambini abbandonati. Venne poi nominato vescovo della arcidiocesi di Mariana (Minas Gerais). I volti dei poveri di Mariana si aggiunsero nel suo cuore ai volti dei poveri di San Paolo, che continuava a visitare e aiutare. Ogni volta che faceva ritorno a San Paolo si diceva che i primi a sapere del suo arrivo erano proprio i poveri; loro osavano fermarlo, parlargli, chiedere qualunque cosa nonostante fosse una persona importante.

Perdutamente invaso da un amore totale per il Cristo, era un “uomo senza difese”, ma che dinanzi ai poveri da difendere parlava e gridava. Sentiva che “la chiamata più forte” era per lui quella di “condividere con gli altri i momenti difficili, le sofferenze”. Lo avresti detto retorico vedendolo dare una mano a sparecchiare la tavola, oppure aiutare un vecchio a portare delle borse. Ma poi ti accorgevi che lui era così e il sospetto di retorica lasciava luogo alla meraviglia dinanzi alla sua bellezza interiore. Era un “cristiano qualunque” innamorato della preghiera e, come diceva lui stesso, “divenuto vescovo per servire i poveri”. Non era possibile distinguere in lui uomo di Dio, uomo politico, umanista: era veramente appassionato di tutto ciò che riguardava l’uomo, la sua vita, la sua storia. Questa era la sua grandezza. Aiutava ogni povero senza perdere la visione strutturale del problema della povertà e facendo quanto gli era possibile per migliorare le politiche pubbliche. Fu uno dei padri dello “Statuto del bambino e dell’adolescente” in Brasile, diede inizio alla pastorale per gli uomini di strada, si adoperò per le politiche del lavoro e della casa, per i problemi dei “senza terra”, per la campagna contro la fame. Era convinto che non bastassero delle buone leggi ma che occorresse formare la coscienza delle persone e dei governanti e per questo appoggiò la costituzione di vari movimenti sociali. Era cittadino del mondo e mise instancabilmente la sua opera a servizio non solo del Brasile ma di tutta l’America Latina e della Chiesa universale.

È stato tra i pochi vescovi presenti al funerale di Oscar Romero, martire del nostro tempo. Quando le bombe hanno cominciato a mietere vittime ha udito l’urlo della povera gente: «Piccolo Padre, ci assolva perché la morte è vicina!». In quell’inferno, durato ore e ore, lui pregava in mezzo alla folla. Lui stesso raccolse i morti nella piazza per comporli in chiesa e benedirli. Non ebbe paura di mettere per scritto quello che aveva visto. Quando tutto fu concluso era ormai l’una di notte. Attraverso mille peripezie fu portato al sicuro all’ambasciata brasiliana: lì si ricordò che la messa era stata interrotta per le bombe, mentre il sangue incominciava a scorrere e tutto veniva travolto dalla folla, l’altare, il calice con il vino consacrato... Il “padre piccolo” decise di riprendere la messa e portarla a termine.



“DEUS É BOM”

DIO È BUONO



La sera del 24 febbraio 1989 una telefonata di padre Aldo Lucchetta dal Brasile mi fece trasalire: dom Luciano aveva avuto un incidente in macchina e il suo segretario padre Angelo Morena - che conoscevo molto bene - era morto, mentre lui era in fin di vita. Quella notte non potei dormire. Non potevo pensare che dom Luciano morisse, pregai e feci pregare per la sua vita. Sentivo che non sarebbe morto. Nella notte stessa telefonai a dom Mario Zanetta, vescovo di Paolo Afonso e tra i promotori della CIS in Bahia, per chiedergli di contattare chi lo assisteva e fargli sussurrare all’orecchio: «Ernesto dice che le cose si metteranno per il meglio». Dom Zanetta mi confermò che dom Luciano era gravissimo. Nel pomeriggio mi arrivò una telefonata: dom Luciano aveva ricevuto e capito il mio messaggio. Sapevo che tutto il Brasile pregava per lui. In uno di questi momenti di preghiera un bambino di strada, affacciandosi all’ingresso della chiesa e vedendo una foto di dom Luciano vicino alla statua della Madonna, si avvicinò e circondò la fotografia con un braccio come se dom Luciano fosse presente. Non pianse, sorrise.

Il 14 marzo alle dieci di sera, accompagnato da padre Aldo, arrivai davanti alla porta della camera 520 dell’ospedale Felicio Rocho di Belo Horizonte. Elisa, sorella di dom Luciano, mi fece entrare. Lo trovai addormentato, ingessato dalla testa ai piedi. Il viso era sofferente, ma non traspariva angoscia. Pregammo. Elisa mi mostrò i primi biglietti che dom Luciano era riuscito, nella fatica del dolore, a scrivere con la mano sinistra, ridotta a pezzi, ma meno disastrata della destra: “Deus è bom” era il primo biglietto in assoluto. Poi dom Luciano si svegliò, aprì gli occhi, mi vide: «Ernesto ... Ernesto».



ALL’ARSENALE

DELLA SPERANZA



Dom Luciano ha avuto un ruolo primario nella presenza di una Fraternità del Sermig in Brasile. Lascio la parola a lui: «Ricordo una mattina presto, metà anni novanta: nella piazza di São José do Belém. Vidi molta gente riunita e nervosa. Mi avvicinai a un uomo coricato su una panca. Chiesi cosa stava accadendo e mi fu risposto: è morto! Di cosa? Fame, freddo! Era morto, di fame e di freddo, in una piazza di San Paolo del Brasile, una metropoli tra le più grandi del mondo. C’era una popolazione nascosta, invisibile, che camminava ogni giorno e ogni notte per le piazze e per le strade alla ricerca di un riparo e di un po’ di cibo. Il loro numero era così alto che le risposte esistenti non bastavano e quella morte ci scosse profondamente. Dom Paulo Evaristo Arns, allora arcivescovo di San Paolo, chiese aiuto e consiglio a noi vescovi e alle autorità civili: che cosa fare? Quando dom Paulo ricevette l’offerta da parte del governo dello stato di prendere in gestione l’antica Hospedaria dos Imigrantes, chiedemmo a Ernesto Olivero se era disponibile a trasformarla in una casa capace di accogliere; già conoscevamo la trasformazione dell’ex arsenale militare di Torino in Arsenale della Pace e la passione e serietà del suo lavoro in Brasile. Accettò, forse nemmeno sapendo bene cosa stava accettando. Da lì, con molto coraggio e grande abbandono, prese vita l’Arsenale della Speranza.

L’11 marzo 2006 si è svolta una grande festa per celebrare i primi dieci anni di vita di quest’opera. Arrivando all’Arsenale della Speranza per partecipare alla festa ho incontrato un povero che mi ha detto con tanta gioia da commuovermi: «Anche lei viene per la festa! Che bello! Questa casa è una meraviglia, una grande meraviglia di Dio!. È a Dio che dobbiamo alzare i cuori per ringraziare sempre di più, perché il Signore è buono e ci dà la gioia di vivere un po’ della gioia di essere buoni e fare del bene. Nessuna cosa ci fa rallegrare tanto quanto il poter aiutare gli altri che hanno fame di pane e di amore».



L’ORA

DELLA FIDUCIA



Anche gli ultimi mesi di vita, le cure molto dolorose, l’aggravarsi del male non l’hanno cambiato nell’intimo. Gianfranco della Fraternità della Speranza di San Paolo – che l’ha assistito nei due mesi di ospedale – mi ha scritto: «In questi giorni stando con don Luciano più da vicino e con più tempo ho visto la debolezza vinta da una grande forza! La debolezza è stata, forse per un momento, la vincitrice, perché sembrava che tutto fosse finito, la debolezza di un corpo stanco, cansado, di un corpo vinto da un “male”. Ma ancora una volta la grandezza di don Luciano ha vinto: ancora una volta gli altri sono più importanti, il grazie continua a essere pronunciato da delle labbra “stanche” ma forti, il sorriso di un volto stanco che emana luce e speranza, la voce fievole che ti dice che siamo nelle mani di Dio in ogni momento… sia fatta la sua volontà, la preghiera è sempre per gli altri che soffrono… e così via… ancora una volta un esempio di vita! Grazie, caro Ernesto, per averlo incontrato e messo sul nostro cammino!».

Sono stato vicino a lui l’ultima volta il 3 agosto. Conservo come un tesoro prezioso le ultime parole che ha scritto sul mio diario: «Sono nelle mani di Dio buono e Padre. Lo sento molto vicino. È un momento di gioioso abbandono. Tutta la mia vita è sempre in completa fiducia a Dio e alla Madonna. Ma in questi giorni mi unisco ancora di più al Signore. Offro tutto per la Chiesa, con amore e con fede. È l’ora della fiducia… Ernesto, ringrazia tutti i tuoi amici. Sono molto contento. Sono nelle mani di Dio. Quello che Dio vuole, voglio io. Sono stanco ma mi affido a Dio e offro tutto per il papa che amo molto e prego per lui. Grazie di tutta la preghiera tua e del Sermig. Dio ci conservi sempre così». Prima di ripartire gli ho chiesto una parola per i giovani dell’Arsenale, la cosa più bella da dire a tutti loro; ha risposto con un filo di voce: «La cosa più bella è consacrarsi al Signore».

Ernesto Olivero
(Da Testimoni )


 

 

RICORDIAMO IL BEATO DON LUIGI GUANELLA NEL PRIMO CENTENARIO DELLA SUA PROFESSIONE RELIGIOSA

OMELIA DEL SERVO DI DIO PAOLO VI
NELLA BEATIFICAZIONE
DEL SACERDOTE LUIGI GUANELLA

Domenica 25 ottobre 1964




VOGLIAMO salutare quanti con Noi esultano della Beatificazione di Don Luigi Guanella: il Vescovo di Como per primo, che vede la sua grande ed anche a Noi carissima diocesi risplendere di così bella e sua propria luce di santità; e sono col degno e fortunato Pastore i rappresentanti del comune di Campodolcino, nel cui territorio, a Franciscio, il Beato ebbe i natali: bella borgata alpestre, da Noi più volte percorsa, quando visitammo la Casa Alpina dell’Alpe Motta, e fu una volta per benedirvi la grande statua alla Madonna d’Europa eretta alle falde delle nevi alpine, e poi di nuovo scendendo a rendere omaggio, oltre Pianazzo, alla Madonna di Gallivaggio. Così certamente meritano il Nostro saluto i Fedeli, qui presenti, di Prosto, di Savogno, di Traona, di Gravedona, di Olmo, di Pianello, dove Don Guanella esercitò il suo ministero pastorale e iniziò l’opera sua. Lo meritano i Salesiani di Don Bosco, il quale fu grande maestro ed amico al nuovo Beato e, con il suo insegnamento ed il suo esempio, lo aiutò a determinare la sua vocazione di Fondatore. Così alle Autorità ed ai Fedeli di Como, di Sondrio e di tutta la Val Tellina l’espressione della Nostra compiacenza e dei Nostri voti.

Ma in questo momento il Nostro pensiero va in modo speciale alle Famiglie Religiose fondate da Don Guanella: i Servi della Carità, e le Figlie di Santa Maria della Provvidenza, che vediamo qui festanti in grande numero, e che sono gli uni e le altre ben noti anche a Roma, dove essi prodigano mirabili fatiche in due Parrocchie e in diverse case di assistenza. Va gioioso e paterno il Nostro pensiero alle case di formazione dei Servi della Carità, alle loro Scuole e alle loro opere per la Gioventù (ricordiamo fra tutte il complesso di istituzioni intorno alla nuova e bella chiesa di S. Gaetano, da Noi consacrata, a Milano); va agli Istituti per gli anormali, per i poveri, per gli anziani, alle Colonie marine e montane e alle lontane Missioni, ai Santuari assistiti dai Figli di Don Guanella. E così abbiamo in questa ora benedetta presenti allo spirito le innumerevoli istituzioni di pietà, di educazione, di assistenza, in Italia e all’Estero, dove le ottime e pie Figlie di Santa Maria della Provvidenza, silenziosamente, assiduamente dànno della carità di Cristo splendida testimonianza.

Qua!i eserciti di seguaci e di preferiti del Vangelo! quale popolazione di bambini, di lavoratori, di fedeli, di sofferenti, di malati, di infelici, di vecchi, vediamo intorno a Don Guanella, ed ora tutti con lo sguardo rivolto verso di Noi: quale popolo della carità! quale città di Cristo! quale giardino di fervore, di dolore e di amore! Vi salutiamo, carissimi tutti; vorremmo a ciascuno parlare; vorremmo a ciascuno comunicare la Nostra gioia, e da tutti accogliere la vostra per questo giorno felice; tutti, nel Signore, vi benediciamo. Voi siete la famiglia di Don Guanella; voi siete la sua gloria; voi siete la sua grandezza!

A questo punto la Nostra considerazione del magnifico quadro delle opere di Don Guanella sembra davanti a noi trasformarsi in visione, e presentarci proprio lui, il nuovo Beato Don Luigi Guanella, che, ammirando lui stesso il cerchio vivente e splendente dei suoi Figli e dei suoi beneficati, placidamente, ma autorevolmente, ancora ci ammonisce, come faceva quand’era ancora in questa vita terrena: « È Dio che fa! ». È la divina Provvidenza. Tutto è di Dio: l’idea, la vocazione, la capacità di agire, il successo, il merito, la gloria sono di Dio, non dell’uomo. Questa visione del bene operoso e vittorioso è un riflesso efficace della Bontà divina, che ha trovato le vie per manifestarsi e per operare fra noi. «È Dio che fa!».

Questo immaginario, ma non illusorio colloquio, pare a Noi soddisfare in buona parte il segreto desiderio ch’è, al termine di questa solenne cerimonia, in ciascuno di noi: il desiderio di capire. Dopo aver conosciuto, ammirato, esaltato la vita d’un servo di Dio, dichiarato autentico seguace di Cristo, sorge nell’animo la legittima, anzi la doverosa curiosità di capire come e perchè il nuovo fenomeno di santità si è prodotto in questa nostra scena umana. Vorremmo carpire il segreto e cogliere il principio interiore di tale santità; vorremmo ridurre ad un punto prospettico unitario la vicenda avventurosa, complicata e febbrile della vita prodigiosa del nuovo Beato, che diviene per noi degno di imitazione e di culto. È questa una tendenza consueta alla mentalità moderna, quando essa si pone allo studio d’una qualche singolare personalità. E non sarebbe facile riuscire a classificare sotto un aspetto solo la figura di Don Guanella, se egli stesso non ci aiutasse e quasi ci imponesse a vedere in lui null’altro che un effetto della Bontà divina, un frutto, un segno della divina Provvidenza.

Non è che questo suo atto di umiltà e di religiosità ci dica tutto di lui; tanti altri aspetti della sua figura ci offrirebbero quel punto prospettico focale che ci consentirebbe di definire in sintesi la sua anima e la sua opera; ma per ora, a congedo ed a ricordo della Beatificazione di Don Guanella, possiamo obbedire alla sua voce rediviva: « È Dio che fa! ». E se diamo ascolto davvero a questa voce, che vorrebbe svalutare in umiltà la grandezza ed il merito dell’opera da lui generata, assistiamo non già ad una svalutazione, ma ad una glorificazione, perchè possiamo concludere: dunque l’opera di Don Guanella è opera di Dio! E se è opera di Dio, essa è meravigliosa, essa è benefica, essa è santa. Cresce in noi la gioia; ma nasce insieme un problema, un grande e delicato problema, il cui ricordo ci seguirà in avvenire, pensando appunto al Beato, che abbiamo messo su gli altari: il problema dell’azione divina, il problema della Provvidenza, in combinazione con l’azione umana.

Esiste una Provvidenza? E come interviene nelle nostre cose? Dobbiamo lasciare ad esse libero corso senza pensare di darvi un senso per poi attendere alla fine se risulta qualche disegno, a noi ignoto in questa vita e svelato solo nella vita futura? E quale atteggiamento occorre perciò tenere davanti a questa imponderabile azione divina nel campo della nostra vita: di rassegnazione passiva e fatalista, che non si cura nè di quello che Dio fa, nè di quello che noi dobbiamo fare in ordine a Lui? Ovvero dobbiamo assumere un atteggiamento di continuo riferimento delle nostre azioni alla volontà di Dio, in modo che esse risultino, sotto aspetti diversi ma convergenti, tutte di Dio e tutte nostre? Indubbiamente è questo secondo atteggiamento che dobbiamo adottare; è l’atteggiamento che mira a fare di noi, come dice S. Paolo, dei « collaboratori di Dio » (1 Cor. 3, 9). Collaborare con Dio dovrebbe essere il programma della nostra vita. Ed è il programma dei Santi.

Ce lo dimostra, tra gli altri, il nostro Don Guanella, lasciando così scoprire nella sua anima e nella sua opera le linee direttrici che le definiscono. Vedremo la linea propriamente religiosa come linea maestra: tutto si fa per interpretare, per eseguire, per onorare la volontà di Dio.

Una grande pietà, una assidua preghiera, uno sforzo di continua comunione con Dio sostiene tutta l’attività dell’uomo di Dio: si direbbe che non pensa che a questo. E allora una grande umiltà penetra ogni proposito e ogni fatica di lui: potrebbe essere grande tentazione in chi compie grandi imprese di credersi bravo; di dirsi autosufficiente, di attribuire a sè il merito delle proprie opere; il senso religioso invece che le informa impedisce tale pericolosa insipienza, e infonde nel servo fedele due altri movimenti spirituali, che sembrano l’uno all’altro contrari, e sono invece corrispondenti e concorrenti: uno è il movimento di tensione, l’altro di distensione. Di tensione volontaria il primo: se. siamo al servizio di Dio nessuno sforzo ci deve costare; ed è questo che noi maggiormente riusciamo ad ammirare nell’operaio del regno di Dio: la tenacia, l’energia, il coraggio, lo spirito di eroismo e di sacrificio. Di distensione confidente l’altro: se siamo al servizio di Dio nessuna cosa ci deve fare paura, la fiducia è la vera nostra forza, la sicurezza - fino al rischio, talvolta! - che l’assistenza del Signore, la Provvidenza, come diciamo, non mancherà: questa fiducia forte, positiva, amorosa è meno visibile all’osservatore profano; . ma nell’animo del santo è l’elemento principale della sua fortezza e della sua grandezza.

Ed è poi più facile capire come uno spirito, così strutturato interiormente, balzi con audacia formidabile al compimento delle opere di misericordia più nuove e più ardue; ricordiamo l’insegnamento dell’apostolo S. Giacomo: « La religione pura e senza macchia è questa: visitare gli orfani e le vedove nella loro tribolazione » (Iac. 1, 27).

Dalla psicologia religiosa, a cui abbiamo accennato, scaturisce l’attività prodigiosa del servo di Dio; dalla carità che a Dio lo unisce deriva la carità che lo rende prodigioso benefattore dei fratelli bisognosi. L’aspetto sociale del Beato meriterebbe qui il suo vero panegirico; ma questo lo fanno i suoi figli ed i suoi ammiratori; lo fanno, con l’eloquenza dei fatti e delle cifre, le sue opere. A Noi ora basta raccogliere il primo filo di tutta codesta meravigliosa storia della carità operante in misericordia; e trovarlo, quel filo, annodato al suo punto di partenza, come alla sorgente dell’energie soprannaturale che tutto lo percorre: «È Dio che fa!». Non è bello? non è stupendo?

Lodiamo dunque Iddio nel suo servo il Beato Luigi Guanella; e preghiamolo che per l’intercessione di questo campione della fede e della carità ci dia grazia di imitarlo e tutti così ci benedica.
 

 

 

Vivo: grazie a Dio 
 

Sto visitando il villaggio LOS OLIVOS, i cui abitanti appartengono all'etnia maya "Q'eqchì". Il catechista Josè, anche lui q'eqchì di Poptùn, è stato invitato dalla parrocchia per dare un corso alla comunità su "organizzazione comunitaria". La gente è contenta e approfitta questo spazio importante di formazione. Sta terminando il corso e tutto è pronto per la celebrazione dell'Eucaristia. Improvvisamente si sentono degli spari. Tutti escono dal luogo di riunione per vedere cosa succede. In lontananza, nelle colline circostanti, si vedono i militari che presidiano questa zona di frontiera (il villaggio confina con il Belize) e un gruppo consistente di persone del posto che inseguono un giovane. Lo raggiungono e lo conducono al campo sportivo, di fronte alla scuola elementare. Lo legano mani e piedi e lo tirano al suolo. Improperi, colpi di bastone, calci. Ha rubato un cavallo, l'hanno scoperto, ora deve sottostare al giudizio pubblico. Molta gente accorre al posto di riunione. Prevedendo un epilogo per niente a lieto fine decido anch'io di avvicinarmi insieme a José. Stanno già discutendo il caso. L'autorità del villaggio esprime il suo parere e invita i presenti a fare altrettanto. Chiedo a José cosa stanno dicendo. "Padre, stanno decidendo di bruciarlo con la benzina". "Presto, bisogna fare qualcosa…Chiamiamo la polizia!". José porta con sé il cellulare, ma nel villaggio non c'è segnale. Qualcuno ci dice che nel colle di fronte, uscendo dal villaggio, si può utilizzare il telefono. Non c'è tempo da perdere. Prendiamo il Toyota parcheggiato davanti alla chiesa. Passando davanti al campo ci dirigiamo velocemente al luogo indicatoci. Però José mi dice: "Padre, è meglio avvicinarsi di nuovo al campo". Saggia decisione! Bisognava vedere gli sviluppi della situazione e tentare il possibile per evitare che il tutto precipitasse irrimediabilmente. Allo stesso tempo bisognava calcolare bene il rischio di esporsi chiamando la polizia. Come avrebbe reagito nei nostri confronti la gente esasperata, considerandoci "complici" di una soluzione legale che la maggioranza per nulla accettava?! Continuano gli interventi favorevoli al linciaggio, mentre i bambini attorniano il malcapitato, ridono e scherzano, in un gioco lugubre e incosciente per loro. Ma proprio questo vogliono gli adulti: che i bambini, vedendo la punizione esemplare del ladro di cavalli, imparino a non rubare e a comportarsi bene. Dico a José che è il momento di intervenire. Sono minuti di grande tensione. Si capisce che la gente non accetta "l' intromissione": «Tu vieni da fuori, non devi metterti nei problemi della nostra comunità». José mantiene la calma e controbatte. Dice loro che è proibito ammazzare perché solo Dio è padrone della vita, che il linciaggio è un delitto contemplato nelle leggi del Guatemala, che l'autorità del villaggio rifletta bene: egli deve rispettare la legge, non istigare a infrangerla, che la cosa più sensata è consegnare il giovane alla polizia. L'intervento di José si dimostra provvidenziale. Il giovane, già condannato a essere bruciato vivo, si salva dall'atroce esecuzione. Con José e l'autorità locale saliamo al colle di fronte per chiamare al telefono la polizia. Rientrando al villaggio chiedo a José: "Ascoltando alcuni interventi fatti con espressione dura e voce alterata mi è parso di sentire la parola . Cosa dicevano?". "Padre, è stato un momento critico in cui ho avuto molta paura. Dicevano: ". L'accusa, probabilmente, era frutto di questo ragionamento: vuole salvare la vita dell'ostaggio, dunque è complice dell'ostaggio… Così anch'io, senza saperlo, ero coinvolto in questo assurdo e allucinante processo…Però, grazie a Dio…e a José, sono ancora vivo. Il fenomeno del linciaggio in Guatemala, purtroppo, è ancora diffuso. Sono più di cinquecento i casi registrati dalla firma degli accordi di pace del 1996. Molta gente, esasperata per l'impunità dilagante, di fronte all'inefficienza e corruzione della polizia e degli organismi giudiziari, decide di fare giustizia sommaria. Il giornale di ieri (20 aprile 2006), in prima pagina, dice che due presunti ladri sono stati linciati. Pubblica una foto a colori, dove si vedono i corpi avvolti dalle fiamme e intorno la folla che osserva soddisfatta. Pazzesco!

Padre Octavio.

( + 1460)

Per nascita è piemontese, ma non abbiamo notizie certe sulla sua origine. Incominciamo a conoscerlo quando chiede di essere accolto nel convento dei Domenicani a Firenze. Il convento è quello già appartenente ai Silvestrini, così chiamati da san Silvestro Guzzolini, che li fondò nel Duecento: ora è affidato ai Domenicani, che l'hanno fatto rimettere a nuovo con l'aiuto di Cosimo de' Medici il Vecchio, che in Firenze è sovrano senza corona né trono né titoli. E proprio in quest'epoca lo sta affrescando frate Giovanni da Fiesole, che il mondo conoscerà come Beato Angelico. Priore di questa comunità è Antonino Pierozzi, che ha già guidato altre comunità a Cortona, Roma e a Napoli, e che sta per diventare arcivescovo di Firenze.
Il giovane Neyrot da Rivoli è uno degli ultimi giovani che Antonino ha potuto seguire prima di passare al governo della diocesi, chiamandolo via via agli ordini sacri, e sempre mettendolo in guardia contro la fretta: per riuscire buon domenicano, gli ripeteva, occorre molto studio, con molta preghiera e molta pazienza. Ma lui non conosce la pazienza. Sopporta male il lento apprendistato sui libri. Si considera già preparatissimo, vorrebbe andare subito in prima linea. Insiste con i superiori, chiede di essere mandato in Sicilia. Gli rispondono di no. Allora decide di appellarsi a Roma, e va a finire che ci riesce: per insistenza sua, per raccomandazioni autorevoli, chissà. In Sicilia ci arriva davvero, con tutti i permessi romani.
Nel 1458 – e ancora per ragioni che non si conoscono – si imbarca dalla Sicilia diretto a Napoli, secondo alcuni; oppure, secondo altri, verso l'Africa: un'ipotesi che sembrerebbe in linea con le sue note impazienze missionarie. Ma questa è anche una stagione di pirati, e in essi s'imbatte appunto la sua nave: così lui arriva davvero in Africa, ma come schiavo. Sbarca a Tunisi, che all'epoca è la fiorente capitale di un vasto stato berbero, creato dalla dinastia musulmana degli Almohadi, e dal XIII secolo sotto il governo degli emiri Hafsidi. Un solido stato autonomo, legato da intensi rapporti commerciali con i Paesi mediterranei.
Padre Neyrot è dunque arrivato – sia pure in maniera inaspettata – in Africa da rievangelizzare, alla terra dei suoi entusiasmi. Ma rapidamente essa diventa la terra di tutti i fallimenti. Il predicatore impaziente dei tempi fiorentini tradisce i suoi voti, butta l'abito domenicano e rinnega la fede, prende moglie e si fa pubblicamente musulmano.
Intanto a Firenze, nel maggio 1459, muore il vescovo Antonino, il suo maestro poco ascoltato, e la notizia lo raggiunge a Tunisi. (Secondo un'altra versione, il vescovo gli sarebbe apparso in sogno dopo la morte). Di qui prende avvio per Antonio il cammino del ritorno, che è rapido e senza incertezze. Non solo egli ritrova dentro di sé la fede cristiana, ma subito la proclama pubblicamente davanti all'emiro e con addosso l'abito di domenicano. Questo comporta la condanna a morte, che viene eseguita a Tunisi mediante lapidazione. Questo accade, secondo il Martirologio romano, nella feria quinta in Coena Domini, ossia il Giovedì santo, nell'anno 1460.
Mercanti genovesi riportano in Italia il suo corpo, che nel 1464 raggiunge la cittadina nativa, Rivoli, dov'è tuttora custodito nella collegiata di Santa Maria della Stella. Clemente XIII ne ha approvato il culto come beato nel 1767.

COSTANZO MAGNI [1]

L'apostolo degli schiavi cristiani presso i Mori

(1552 ? – 1612 ?)

San Pier Crisologo dice a ragione che l'amore di Dio non ha confini, né misura, in coloro che ricolma e che toglie loro anche il tempo di riflettere.   Conduce costoro per vie che sembrano follie agli occhi dei sapienti di questo mondo rendendo loro  disinvolte e facili le imprese più coraggiose.

E' quello che potremo ammirare nella vita di P. Costanzo Magni.

Originario di Popiglio (Pistoia), di nobile famiglia, egli rispose così bene all'educazione cristiana che i suoi pii genitori gli impartirono che terminati gli studi umanistici e dopo aver studiato teologia fece voto di castità e povertà. Tuttavia i pericoli spirituali di cui si vide circondato e il timore di non poter conseguire la salvezza gli ispirarono di fare un altro voto, cioè quello non   di mangiare carne e di non bere vino per tutta al vita. Da allora egli apparve agli occhi di tutti come un modello di virtù. Queste precauzioni per lui non erano ancora sufficienti a metterlo al sicuro dai tranelli del demonio. Egli pensò che non sarebbe stato veramente tranquillo che in convento; per questo domandò l'abito domenicano al convento di Pistoia e qui fece la sua professione.

Dopo aver terminato i suoi studi con grande successo, egli fu impegnato nel ministero apostolico. Vi si dedicava con uno zelo infaticabile, conducendo una vita austera.

Per un disegno della provvidenza, soggiornando a Roma sul finire del 1593, apprese del martirio di quattro religiosi francescani, messi crudelmente a morte dai musulmani di Algeri e di Tunisi.

Il racconto delle loro sofferenze lo sconvolse a tal punto che egli concepì subito un ardente desiderio di finire anch'egli la vita in questo modo per ricambiare   Cristo del sangue che aveva sparso per la sua salvezza. Di conseguenza, egli decise di andarsene presso i Mauri (Mori), al fine di servire, consolare e istruire i cristiani tenuti in schiavitù. Ottenne dal papa Clemente VIII il permesso di andare in Barberia (Magreb). Da Palermo, dove si era ritirato, si imbarcò sopra una nave che doveva condurlo a Valenza, da dove egli avrebbe potuto, alla prima occasione ,raggiungere Algeri o Tunisi.

Tali erano i piani del Religioso. Ma Dio, destinandolo a un fruttuoso ministero presso gli schiavi,voleva servirsi di lui anche per la salvezza di tanti altri; ecco perché cambiò i suoi progetti. Una furiosa tempesta gettò il vascello sulle coste di Gibilterra e lo obbligò a prendere terra. Questi spiacevoli fatti lo provarono assai senza tuttavia spegnere il suo desiderio di raggiungere il suo obiettivo a tutti i costi. Durante questa sosta forzata, seppe conquistarsi la stima e l'affetto degli abitanti del posto. In quel periodo, era stato segnalato che un vascello era in partenza per Barcellona e il P. Magni colse immediatamente questa occasione e trattò con il capitano per imbarcarsi.

Questo gran servo di Dio doveva  ancora realizzare il suo progetto!

Al momento di salire sulla nave, un uomo lo riconobbe tra i passeggeri, gli corse incontro e lo pregò si recarsi presso un giovane ferito e sul punto di morire. A questa   notizia il padre si trovò in un terribile imbarazzo. Che fare?  Il vascello, già pronto a partire non avrebbe certamente atteso il suo ritorno; d'altra parte le condizioni del moribondo esigevano un'assistenza immediata. Questo ultimo fatto ebbe la meglio su tutto il resto. Il caritatevole sacerdote arrivò presso il ferito e lo trovò ancora più malato nell'anima che nel corpo. L'esortò alla penitenza con una forza ammirevole. Dio diede tanta unzione alle sue parole che il giovane vivamente pentito dei suoi disordini, dimostrò, con una morte veramente cristiana che la venuta del santo religioso era un segno della sua predestinazione. Il Padre Costanzo, dopo averlo assistito nei suoi ultimi momenti di vita, volle presiedere le sue esequie. Poi tornò al porto; ma già il vascello vogava in alto mare.

Costretto a prolungare il suo soggiorno a Gibilterra, Costanzo Magni s'applicava con ardore a tutto ciò che una carità ben intesa gli poteva ispirare, aspettando non di meno l'occasione favorevole per passare nel paese dei Mori. La città di Ceuta, in Africa, si trovava poco distante da quella di Gibilterra per cui giudicò buona cosa di andarci. Si trattava d'altronde di avvicinarsi all'obiettivo. Dal suo arrivo apprese che gli schiavi cristiani del Marocco non godevano di una sorte migliore dei loro fratelli di Tunisi e d'Algeri. Questa notizia intenerì il compassionevole cuore del Padre Costanzo che da quel   questo momento prese la risoluzione di volare in soccorso di quegli sfortunati.

Consultò da principio il governatore di Ceuta che era il marchese di Villa-Real, duca di Caminha. Questo signore l'ascoltò con molta benevolenza, ma non gli nascose le difficoltà dell'impresa, perché senza alcun dubbio, il re dei Mori non gli avrebbe mai permesso l'ingresso nel suo paese, e che, se vi fosse penetrato, la sua vita sarebbe stata in pericolo. Tuttavia, edificato dal suo zelo e dalla sua tenacia, il governatore acconsentì di scrivere a un ricco mercante di Valenza, agente del re di Spagna presso quello del Marocco, al fine di ottenere dal califfo l'autorizzazione di circolare sul suo territorio. Ma questo tentativo non riuscì e il P. Costanzo perdendo ogni speranza lasciò Ceuta e ritornò a Gibilterra con il proposito di prendere la strada di Mazagran (Algeria).

Dimorò circa tre mesi in questa città  e predicò la quaresima con un fervore straordinario, persuasa che sarebbe stata l'ultima trascorsa in mezzo ai cristiani. Si fece poi condurre in aperta campagna, senza parlare del suo progetto  e si recò molto segretamente ad Azamor, località a due miglia da Mazagran, un tempo in mano ai portoghesi, ma caduta, dopo il 1513, sotto la dominazione dei Mori. Vi arrivò di notte e, prima del giorno, tentò di uscirne. Malgrado le sue precauzioni, fu riconosciuto, denunciato al governatore, arrestato e incatenato per essere condotto in Marocco.

Il P. Costanzo Magni, pienamente soddisfatto di vedersi nelle condizioni che aspettava da lungo tempo, si dedicò finalmente al sospirato ministero consolando e incoraggiando gli altri schiavi cristiani.

Indirizzò loro una lettera piena dello spirito di Dio nella quale li avvertiva che era venuto unicamente con lo scopo di rendere loro tutti i servizi   possibili: poi li pregava di non fare niente per riscattarlo per non fargli perdere la corona che desiderava. Ma i cristiani ragionarono in un'altra maniera. Convinti che non avrebbero potuto ricevere da questo religioso gli aiuti e le istruzioni necessarie fino a che non avrebbe goduto della libertà, decisero tutti di pagare il suo riscatto per averlo con loro. Antonio di Saldanha d'Albunquerque e Diego Morin trattarono l'indomani con il governatore, e grazie alla somma di mille scudi d'oro che gli versarono, il P. Costanzo recuperò la sua libertà e poté agire liberamente tra gli altri prigionieri.

Da allora, il coraggioso missionario si mise a esercitare il ministero apostolico. Ogni giorno, prima dell'alba celebrava la S. Messa e indirizzava ai prigionieri delle esortazioni per la circostanza da cui sempre ricevevano aiuto spirituale. Coloro che da molti anni erano prigionieri o chiusi negli ospedali sperimentarono ugualmente gli effetti della sua carità. Visitava gli uni e gli altri, li incoraggiava nelle   loro sofferenze, amministrava loro i sacramenti che non ricevevano da dieci o undici anni, e non tralasciava nulla di ciò che poteva avvicinarli a Gesù Cristo. 

Tuttavia, questo grande servitore di Dio, tutto dedito alle opere eroiche, non riusciva a dominare il vivo timore per la propria salvezza. Ecco perché  volle sottoporsi a una vita di dura penitenza: osservava esattamente l'astinenza e il digiuno, macerava il proprio corpo con le discipline  e le veglie continue. In una parola si negava ogni sollievo. Visse in questo modo due anni e mezzo fino al 1598, epoca in cui la peste devastò le città del Marocco e gli offrì un'ulteriore occasione di esercizio della carità.

Il male contagioso fu estremamente violento; in meno di dieci giorni morirono quattromila persone. Lo stesso califfo si diede alla fuga, malgrado   che la legge gli proibisse di abbandonare il suo posto in simili congiunture.

Si può immaginare il pietoso stato in cui si vennero a trovare gli schiavi cristiani per i quali c'erano tante restrizioni. Mille e cinquecento tra essi morirono, tutti assistiti e benedetti dal P. Costanzo, che conferiva loro, in segreto gli ultimi sacramenti. Poi, colpito a sua volta, resistette, sebbene continuasse, malgrado la debolezza e le sofferenze, a percorrere i quartieri della città alfine di soccorrere i moribondi.

Quattro mesi trascorsero in questa pratica eroica della carità che gli attirò la stima e la fiducia dei prigionieri. Molti ricchi mercanti e schiavi, che la peste aveva colpito, gli lasciarono tutto quanto possedevano affinchè fosse impiegato in opere buone secondo il suo giudizio. Queste somme servirono a far celebrare delle SS. Messe per i defunti, o a riscattare un certo numero di prigionieri.

Il Padre ebbe la gioia di liberare in questo modo trenta   tra giovani e ragazze in pericolo di rinunciare alla fede e li rimandò nella loro patria: egli non pensava affatto a procurasi questo vantaggio della piena libertà, più desideroso della salvezza del suo prossimo che della sua propria vita.

Questa carità era troppo evidente per non essere notata in un paese da cui era stata da molto tempo bandita. La moltitudine degli apostati che si riconciliavano con la Chiesa, la condotta di tanti altri che ritornavano in Andalusia, loro terra d'origine, a riparare con una vita  nuova gli scandali che avevano dato un tempo: tutto questo movimento di conversioni non poteva restare nell'ombra.

Ne fu informato il Cadì, ufficiale di giustizia presso i mussulmani, e questi ricevette l'ordine dal re del Marocco di arrestare il missionario; ciò che egli fece con rigore. L'uomo di Dio, carico di catene, gettato in una fossa profonda, si vide in un crudele abbandono; infatti era stato proibito ai cristiani di avvicinarlo.

Ma quale giorno di trionfo esso non fu per il padre, il quale desiderava da così lungo tempo di spargere il suo sangue per Gesù Cristo!

Dimorava in questa prigione oppresso da maltrattamenti e   scomodità da 25 giorni quando si presentò il primo ufficiale della giustizia, uomo d'autorità avente diritto di vita e di morte sui prigionieri. Egli ignorava la detenzione del P. Magni. Sulla base del rapporto che di lui era stato   fatto, che cioè  quest'uomo meritava castighi esemplari per aver favorito il ripensamento di molti cristiani, lo chiamò al suo tribunale e lo interrogò sul reato di cui lo si accusava. "Io non ho fatto altro – rispose il servo di Dio – che aver consigliato a chiunque vuol salvare la propria anima di disprezzare le cose di questo mondo, che passano come un'ombra, per aggrapparsi ai beni che non finiranno mai". L'ufficiale ammirò tale risposta, ed essendosi intrattenuto in particolare con il sant'uomo , ordinò che gli fossero tolte la metà delle catene e che fosse trasferito nella prigione dei giudei, da dove egli poteva visitare e consolare gli altri schiavi. Questa condotta divenne occasione di mormorazione da parte degli agenti subalterni: uno di questi fece osservare che il prigioniero era stato arrestato per volontà del re: ma l'ufficiale lo fece tacere dicendo che sarebbe stata follia pensare che l'ira del re fosse durata più di un'ora. Condussero dunque il P. Costanzo nella prigione dei giudei, che assomigliava più a una fossa che a una stanza dove restò rinchiuso per cinque anni fino al 24 agosto 1604, giorno della morte del califfo. Suo figlio e successore, Coroa Muley, visitando la prigione per la prima volta, rese al Padre la libertà d'azione e il venerabile padre riprese il suo ministero tutto di carità.

Questo fu tuttavia per poco tempo: consumato dalle penitenze e dalle privazioni, Costanzo Magni si vide presto ridotto allo stremo   delle forze. Soffocato dal caldo assai forte del paese e divorato da una sete bruciante, si spense nel bacio del Signore il 24 ottobre 1604 [2].

 

( Tratto da: Gli illustrissimi del convento di san Domenico i Fiesole, Nerbini, Firenze 2007)

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[1]   N.B. Il necrologio di questo illustre missionario si trova nella Cronica quadripartita  del Convento di San Domenico di Fiesole anche se non ci è dato sapere che tipo di rapporto abbia intrattenuto   col detto cenobio. Questo fatto comunque non è privo di importanza visto che il cronista intendeva riferire di quei frati  che in qualche modo erano   stati legati  alla comunità fiesolana da un vincolo speciale.

Ecco il testo del necrologio: Fra Costanzo Magni da Popiglio dalla sua montagna pistoiese andò alla corte del re di Spagna dove fu ricevuto con grande onore. Di la migrò in Marocco ed ivi predicò sopportando per la fede molte ingiurie. Battezzò alcuni bambini e fu preso dai barbari ma fu riscattato a caro prezzo da mercanti francesi. Infine ritornò in Spagna dove visse santamente per circa 8 anni e giunto a 60 anni se ne andò a miglior vita nell'anno 1612.

[2]  Come si è visto nella nota 1 il necrologio posticipa il decesso del Magni di otto anni    dopo un lungo ministero in Spagna ma al momento non è possibile confermare queste notizie.

 

 

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Mons. Gianfranco Masserdotti
(1941 - 2006)
Nel primo anniversario della morte di Dom Franco Masserdotti, vescovo di Balsas (Brasile), la Famiglia Comboniana ne fa memoria, presentando alcune tracce della sua mistica e spiritualità, brevemente elaborate da p. Fernando Zolli; sicuri che l'esperienza di vita di Dom Franco continui a sostenere ed alimentare il cammino di rinnovamento della missione comboniana nel mondo
 
 
UNA NUOVA MISTICA MISSIONARIA
L’eredità di Dom Franco Masserdotti, Vescovo di Balsas – Brasile


Fernando Zolli, mccj


Nell’ambito del servizio missionario, Dom Franco ha avuto una vita attiva molto intensa. Il ritmo delle sue iniziative è stato incalzante; la sua agenda è stata sempre ricca di avvenimenti e di attività: incontri, assemblee, corsi di esercizi spirituali, iniziative di sviluppo e di promozione umana, formazione degli animatori delle comunità ecclesiali di base e degli agenti di pastorale, coordinatore di pastorali sociali e di impegno per la giustizia e la pace, scuola di coscientizzazione socio-politica, visita a gruppi e amici della missione, impegno missionario in Africa, sostegno della pastorale indigena e afroamericana, vari servizi prestati all’Istituto e alla famiglia comboniana.
Nasce spontanea una domanda: dove attingeva Dom Franco tutto questo dinamismo e quale era la forza che lo sosteneva nella sua prassi missionaria?
Ricordando le esperienze vissute insieme, percorrendo le tappe della sua vita e leggendo i numerosi scritti e le lettere indirizzate agli amici dal 1972, anno in cui parte per la prima volta verso il Brasile, fino alla sua morte, avvenuta tragicamente a Balsas nel settembre del 2006, si colgono alcune idee ispiratrici, assimilate da Dom Franco al punto da diventare profonde convinzioni, dalle quali è scaturito il suo stile di vita, originale, particolare e innovativo per la sua vita missionaria e per quanti hanno avuto l’opportunità di conoscerlo e di vivergli accanto.
Queste linee ispiratrici sono state come la bussola che hanno modellato la spiritualità di Dom Franco, indicandogli la strada da percorrere e motivandolo a fare delle scelte prioritarie. Ne presenteremo alcune, quelle che ci sono sembrate più immediate, allo scopo di accedere con rispetto devozionale alla ricchezza della sua anima e aiutare a comprendere che la sua prassi missionaria rivela una mistica soggiacente che tende a rinnovare la missione a partire dalla conversione del cuore e dal rinnovamento delle strutture ecclesiali, sociali, politiche ed economiche.


I - I CARDINI DELLA SUA MISTICA

1. Un nuovo modello di Chiesa


In primo luogo la realizzazione del Concilio Vaticano II, durante gli anni della sua giovinezza e l’applicazione di questi orientamenti nella realtà della Chiesa latinoamericana, attraverso le assemblee del CELAM (Conferenze Episcopali dell’America Latina), realizzate a Medellin (1968), Puebla (1979), Santo Domingo (1992). Inoltre i vari Congressi Missionari latinoamericani (COMLA) e i molteplici incontri a livello brasiliano e internazionale trovano Dom Franco aperto a cogliere la ventata di freschezza che percorre tutta la Chiesa e a vivere questo kairos.
Dom Franco crede in una Chiesa disposta a scrollarsi di dosso tradizioni legate troppo ad epoche storiche, canoni obsoleti e prescrizioni legaliste, per poter essere al passo con i tempi e accostarsi all’umanità assetata di Dio, di pace, di giustizia e di solidarietà.
Una Chiesa che sa ascoltare il grido degli oppressi e, da “buon samaritano” venire in soccorso dei poveri e degli indifesi, i quali non riescono ad avere accesso ai benefici del progresso e della scienza, purtroppo non sempre al servizio di tutti, ma spesso usati come strumenti del potere di pochi, di sfruttamento e di esclusione di masse di popoli.
Con molta chiarezza, nei primi mesi di permanenza in Brasile, Dom Franco scriveva: “Non voglio alimentare una Chiesa che in pratica dimostra di credere poco nella forza del Vangelo e sente il bisogno di puntellarlo con ambigue alleanze al potere, al denaro o con le opere e le organizzazioni mastodontiche” (maggio 1972).
E più avanti, quando prestava il suo servizio come coordinatore della Provincia comboniana del Nordeste del Brasile diceva: “… credo che è proprio qui che la Chiesa è chiamata a dare il suo contributo a questa società in fermento: annunciare la speranza che viene da Cristo Liberatore di tutte le oppressioni, dare un saggio di nuovi rapporti sociali attraverso lo stile partecipativo delle comunità ecclesiali di base, educare e coscientizzare, appoggiare i movimenti popolari (essi stanno emergendo sempre più chiaramente), la loro organizzazione e le loro rivendicazioni…” (dicembre 1988).
Ed infine durante il suo ministero episcopale rivelava che: “la nostra maggiore preoccupazione è quella di rinnovare e migliorare lo stile di presenza e di lavoro della nostra Chiesa, perché essa divenga sempre più accogliente, missionaria e solidale con i poveri, e possa contare sempre meglio sulla collaborazione corresponsabile dei laici, soprattutto nelle comunità ecclesiali di base” (Natale 2003).

2. L’irruzione dei poveri nella storia

Un secondo aspetto presente nelle convinzioni profonde di Dom Franco è la consapevolezza dell’irruzione dei poveri nella storia. Seguendo la scelta preferenziale, fatta dalle Chiese dell’America Latina nella famosa conferenza di Medellin, Dom Franco considera i poveri non solo oggetto della sua compassione, ma luogo teologico, da cui partire per scoprire la volontà di un Dio fatto uomo, il quale, offrendosi sulla croce, chiama tutti alla vita in abbondanza. La sua formazione teologica e sociologica gli permette di ben articolare i due poli: quello della compassione e quello della trasformazione, quello dell’amore misericordioso e quello della liberazione integrale.
“Strappa il cuore vedere e accogliere ogni giorno, mamme, bambini, anziani… - confida ai suoi amici - che vengono per chiedere aiuto, ricevere una parola di speranza, un gesto di fraternità. Il Signore ci aiuti a non scoraggiarci, a non chiuderci in una religiosità intimista, a credere che Lui costruisce la storia attraverso piccoli gesti d’amore dei poveri” (Natale 1999).
Dom Franco ha sempre avuto un immenso rispetto della cultura dei poveri, della loro storia, della loro religiosità, aspettando con pazienza il momento di “dare ragione della propria speranza” (1Pt 3,15) e rompere le catene del fatalismo, della rassegnazione e dello scoraggiamento.
I poveri riempiono il tempo e occupano lo spazio; sono essi i privilegiati e i maestri. Sono i poveri che, ascoltati religiosamente e amati teneramente, determinano le scelte di Dom Franco, come missionario, padre e vescovo.

3. Immergersi nella vita della gente

Un terzo aspetto è la necessità di “essere con” e di inserirsi nella vita della gente con umiltà e determinazione, cosciente sempre di essere un ospite e uno “straniero”. Scrive durante i primi anni di permanenza in Brasile: “… io sono convinto che uno dei nostri doveri prioritari come missionari sia quello di vivere nell’incarnazione in mezzo al popolo, la provvisorietà della nostra presenza, creando progressivamente le condizioni per una autonomia della Chiesa locale. Senza accomodarci, senza istallarci, anche se con la nostra gente ci troviamo benone” (settembre 1975).
Nella visione di Dom Franco, l’incarnarsi è sempre stata una condizione irrinunciabile, sia nel cammino della Chiesa dell’America Latina, sia tra la gente del sertão del Nordest del Brasile, come tra i favelados di São Paulo, di São Luis do Maranhão e di Teresina. Camminando con i poveri si rivestiva della loro umanità, del loro “jeito” (modo di essere), della loro tenacia, del senso fiducioso e ottimista della vita alimentando la ferma speranza di un mondo “sem males” (senza mali).
Durante il periodo di permanenza a São Paulo nello scolasticato dei Missionari Comboniani, racconta: “Il vivere a contatto con questa gente povera, il cercare di condividere i suoi problemi, le sue speranze, il cercare di capire i suoi valori, è un grande aiuto per noi per andare al sodo e cercare di convertire la nostra mentalità e i nostri atteggiamenti. Il povero dà il tono alla nostra preghiera e al nostro stile di vita. Anche se non riusciamo sempre ad essere coerenti” (giugno 1986).
L’incarnazione per Dom Franco non era dunque una opzione strategica o facoltativa per la vita missionaria, ma prima di tutto un atteggiamento interiore indispensabile, frutto di una chiara coscienza che il vero protagonista dell’evangelizzazione è lo Spirito di Gesù Cristo, così come commenta con i suoi amici: “Il cammino dell’evangelizzazione è lento e quotidianamente è una sorpresa perché la cosa più importante è scoprire l’iniziativa del Cristo che lavora nelle angosce e nelle speranze del popolo. Per questo l’incarnazione della parola e di noi stessi è dura e difficile” (aprile 1976).

4. Mettersi in esodo

Un quarto aspetto ben presente nelle motivazioni profonde di Dom Franco è stato senza dubbio la prospettiva dell’esodo; convinzione che gli ha permesso di aprire strade, colmare distanze, oltrepassare frontiere, infrangere tabù e superare ostacoli. Tutte le volte che ha dovuto lasciare il suo lavoro, e questo succedeva con una certa frequenza, Dom Franco ha sofferto il distacco, così come confessava quando ha dovuto lasciare il primo impegno missionario in Brasile: “Mi spiace lasciare il mio lavoro umile nella base di Pastos Bons e Nova Iorque: mi sembra che per garantire una continuità di lavoro un padre dovrebbe rimanere in un luogo mai meno di 5 anni” (gennaio 1975). Ed ancora quando ha dovuto lasciare lo scolasticato di São Paulo: “Questi mesi sono stati per me molto intensi ed anche un po’ difficili. Mi è costato lasciare la mia comunità e la mia gente povera di São Paulo: mi accorgo sempre di più che questi distacchi sono il pane, per la verità un po’ amaro, della vita missionaria” (febbraio 1987).
Ma non è vissuto di rimpianti. La duttilità nell’adattarsi si articolava con la capacità di fare sintesi e di lanciarsi sempre oltre, perché la speranza è il motore della vita, così come affermava in seguito ad una delle numerose partenze: “Credo che la mia partenza per la missione ci ha aiutati a pensare che la cosa più importante non è venire in Brasile o rimanere in Italia (ciascuno ha la sua strada): più importante è partire tutti i giorni da se stessi e da una visione statica, rassegnata e accomodante per aprirci a cammini sempre nuovi che mantengono vivo e creativo il nostro spirito e alimentano in noi la speranza, l’autenticità, la ricerca, l’apertura agli altri, la gioia di vivere” (febbraio 1986).

5. Il Regno di Dio si manifesta nell’incontro con l’altro

Infine la ferma convinzione che il Regno di Dio si rivela attraverso l’intreccio di relazioni profondamente umane ed evangeliche. L’incontro con l’altro è sempre considerato un’occasione di crescita e di promozione dei valori. Accogliere l’altro con le sue potenzialità e anche con i suoi limiti, senza giudicarlo, ma aprendogli il cuore da fratello, perché l’amore fiducioso non si può né si deve misurare.
“In ogni modo sono convinto – scriveva subito dopo essere stato indicato come coordinatore della pastorale della diocesi di Balsas – che il mio ruolo di coordinatore mi chiede soprattutto lo sforzo di far crescere l’amicizia tra tutti noi, il gusto di trovarci insieme, di aiutarci, di procurare ciascuno i passi dell’altro, di stimolarci senza sederci soddisfatti, perché anche questo è segno di liberazione e di crescita al servizio del popolo” (aprile 1975).
E questa convinzione veniva espressa sempre più lucidamente e con insistenza attraverso delle immagini così consone alla sensibilità di Dom Franco, verso la fine della sua vita: “I missionari sono chiamati a dare e a ricevere e condividere. Sono come api di Gesù che cercano fiori dappertutto, tra tutti i popoli. Nel contatto ricevono il polline per lavorarlo in favore della vita. È un lavoro di molta pazienza, di presenza umile e rispettosa che potrà produrre un miele con mille sapori diversi e farà sperimentare la dolcezza inesauribile dell’incontro con Dio della vita presente nel cammino di tutti i popoli” (tratto da un articolo di Dom Franco: Cammini e Sfide della Chiesa LA).
La necessità e l’urgenza di creare reti di solidarietà e di interscambio per la realizzazione di un mondo sempre più solidale, spingeva Dom Franco durante il suo ministero episcopale a sognare alto e lanciare un appello a tutte le Chiese di tutti i continenti: “Non sarebbe auspicabile realizzare dei congressi missionari continentali in Africa, Asia, Europa come già avvengono in America e pensare di farli confluire in un grande ‘Forum Missionario Mondiale’ che, in comunione con il Papa e con tutte le Chiese, e aperto all’ecumenismo e al dialogo inter-religioso, possa diventare una cassa di risonanza contro l’attuale globalizzazione del mercato, l’etnocentrismo, la violenza e la guerra? Sarebbe uno strumento significativo in favore di un nuovo progetto di vita basato sulla sobrietà, la condivisione, il rispetto delle culture e delle sovranità nazionali” (da un articolo di Dom Franco: Cammini e Sfide della Chiesa LA).


II - TRACCE DELLA SPIRITUALITÀ DI DOM FRANCO

Le linee ispiratrici che Dom Franco aveva assimilato nel suo intimo, si sono incarnate nel quotidiano della sua esistenza, acquistando sempre più forma e consistenza, caratterizzando così la sua spiritualità.
Prendendo in prestito una similitudine di Segundo Galilea, Dom Franco diceva che la spiritualità è come l’acqua per il prato; essa serve a mantenerlo umido. L’acqua non si vede, ma mantiene il prato verde e in crescita. Poi con molta perspicacia aggiungeva, se l’acqua rimane stagnante, l’erba si secca e il prato diventa palude.
In questo modo Dom Franco ci ha aiutato a capire che la spiritualità non può rimanere statica, si incarna nelle scelte e nelle varie opzioni di vita, deve lasciarsi mettere in discussione dalle sfide dei luoghi e dei tempi, deve alimentarsi costantemente alla fonte dell’acqua “viva e zampillante” che scaturisce dalla Parola di Dio, dalla condivisione della vita e della realtà dei poveri; si irrobustisce nella vita fraterna, e contemplando il costato aperto del Cristo, rimane fedele anche durante la sofferenza, le prove della vita e l’esperienza della croce.
Sarebbe pretenzioso esaurire tutti gli aspetti della spiritualità vissuta da Dom Franco. Indicheremo solo alcune tracce, allo scopo di rendere testimonianza a questa figura di grande missionario e vescovo; allo stesso tempo motivare altri a seguirne le orme.
Crediamo che la mistica che lo ha permeato possa ispirare uomini e donne del nostro tempo, in America Latina come in Europa, in Africa come in Asia, motivandoli ad una vita vissuta nella forza dello Spirito, allo scopo di incarnare nella realtà del mondo di oggi, nei posti dove ognuno vive e lavora, quei valori del Regno così amati e vissuti da Dom Franco.

1. Servizio alla vita

Dom Franco ha scelto come motto per il suo stemma episcopale questa parola d’ordine: “Ut vitam habeant” (che tutti abbiano la vita) (Gv 10,10).
Il servizio alla vita difatti è una costante, la più significativa della sua spiritualità. Al servizio della vita Dom Franco ha dedicato tutte le sue energie e questo ha costituito il filo conduttore di ogni attività, iniziativa e preoccupazione.
Dom Franco aveva un cuore così grande che non faceva distinzioni di persone; il suo occhio di missionario tuttavia si lasciava sedurre soprattutto da coloro che erano esclusi e in un certo senso vivevano emarginati nella società. Ovunque la vita fosse calpestata e mortificata era necessario e urgente intervenire. Dom Franco non rimaneva mai insensibile; doveva dare delle soluzioni e inventare delle iniziative. La speranza non poteva essere solo fumo negli occhi dei poveri, bisognava renderla visibile, seppure parzialmente.
I senza terra, i disoccupati, i pescatori, i lebbrosi, i drogati, i giovani, gli indios, gli afroamericani, le donne, gli anziani… per tutti Dom Franco aveva una sollecitudine speciale e tutti voleva soccorrere, sapendo che il servizio alla vita gli portava in contraccambio una crescita interiore, perché è solo donando che si riceve.
“Adesso sono qui a Pastos Bons – scrive all’inizio della sua attività pastorale –. Le circostanze concrete mi hanno buttato subito nella mischia. Mi accorgo che devo frenare un po’ le reazioni emotive di fronte a tante miserie per lasciare lavorare la testa e per trovare l’atteggiamento più corretto e più utile per fare il bene vero a questa gente e lasciarmi aiutare dagli immensi valori che essi posseggono anche se a volte sepolti a causa della secolare oppressione di cui sono stati e sono vittima” (luglio 1972).
“Oggi pomeriggio – racconta durante il suo ministero episcopale – ho visitato un quartiere poverissimo ove vivono 22 lebbrosi. Stiamo cercando di aiutarli spiritualmente e materialmente. Il dolore di questi fratelli mi commuove profondamente” (Pasqua 1998).
Dinanzi alle calamità naturali non ha indugio ad aprire le porte delle chiese e dei centri comunitari per accogliere i “flagelados” (sfollati): “I ‘senza-tetto’ sono stati accolti e ospitati nelle nostre chiese e saloni parrocchiali, ove le comunità sono tuttora impegnate a fornire viveri, materassi e cose di prima necessità” (Pasqua 2002).
In sintonia con tutto il movimento della Riforma Agraria in Brasile, Dom Franco dedica molto tempo alla soluzione del problema della terra; prima di tutto a partire dalla situazione che ha trovato nella parrocchia dove ha iniziato il suo ministero: “Arrivati qui a Pastos Bons ci siamo trovati sulle spalle una eredità pesante: un’enorme estensione di terre occupate dalla gente in modo irrazionale (la gente le chiama ‘patrimonio di San Benedetto’): adesso cerchiamo di consegnarlo gratuitamente al popolo in modo definitivo attraverso una divisione giusta e razionale, procurando di creare contemporaneamente l’incentivo di una gestione comunitaria, ma ci sembra molto difficile, dati i pesanti condizionamenti” (settembre 1972).
L’impegno di promuovere i valori della vita in un contesto sempre più violento e oppressivo avrebbe potuto scoraggiarlo, ma Dom Franco trova nel mistero pasquale la forza di guardare avanti e di mantenere viva la speranza: “Avverto solo la violenza di questa ora, in cui il popolo non è protagonista, ma oggetto passivo e forse tra poco vedrà crescere la necessità di andarsene, perché le grandi estensioni serviranno all’allevamento del bestiame, che richiede una ridottissima manodopera. Queste sono le sfide alla creatività del nostro lavoro pastorale. Con questi problemi deve fare i conti la Pasqua di quest’anno, e la sua proposta di liberazione. Non riesco a fare troppe distinzioni tra orizzontalismo e verticalismo: è tutto interdipendente. La preghiera deve partire da questi problemi, la Parola di Dio mette in crisi i nostri schemi pre-fabbricati; la speranza umana del popolo è il sacramento necessario della pienezza della speranza totale che il Cristo risorto ci propone e ci regala” (aprile 1976).

Dinanzi a tanta miseria e soprusi, Dom Franco, mosso dalla sua sensibilità, come vero frater familias si prodiga nella ricerca di mezzi materiali allo scopo di far progredire le numerose iniziative che hanno puntualmente costellato tutta la sua vita missionaria. I primi ad aiutarlo sono gli stessi poveri, ma non si stanca mai di bussare alla sensibilità dei suoi amici in Italia e presso organismi per cercare i mezzi necessari.
Bisogna tuttavia precisare che questa carità non diventa mai paternalismo, essa è l’occasione per creare reti di solidarietà, localmente e globalmente tra gli agenti di pastorale, con i religiosi, i confratelli e le consorelle, uomini e donne della società civile, i suoi amici e i benefattori della missione.
La carità nella logica di Dom Franco è stato sempre il primo passo di amore e di fiducia verso i poveri, perché essi diventino protagonisti della loro stessa liberazione.

L’amore ai poveri tuttavia è anche appello ai poveri, perché non si chiudano in sé stessi, sui loro stessi mali, ma aprano il cuore alle necessità di altri poveri, vicini e lontani.
Non indugia per questo ad impegnare la sua Chiesa di Balsas e le altre Chiese del Maranhão in una catena di solidarietà con i poveri del Mozambico: “C’è un’altra bella notizia che voglio comunicare: il buon avvio del progetto di solidarietà delle diocesi della nostra regione con la diocesi di Lichinga in Mozambico. È un’esperienza di interscambio ecclesiale a cui stiamo lavorando da parecchio tempo. Ci sono già i primi frutti. Siamo riusciti a preparare e inviare i primi quattro missionari. In agosto ne partiranno altri tre. Secondo una logica umana è assurdo che, con tanta necessità che abbiamo qui, si pensi di aiutare altre Chiese. Ma nella logica del Vangelo sono convinto che dobbiamo sempre condividere quel poco che abbiamo con chi ha meno di noi. Sono certo che questo gesto di condivisione ecclesiale aiuta le nostre diocesi a crescere e maturare” (Pasqua 1998).

L’impegno per la difesa della vita deve infine andare alle cause che determinano e in un certo senso perpetuano la miseria e lo sfruttamento dei poveri, ecco perché Dom Franco non indugia a coinvolgersi nel cammino di liberazione.
La liberazione spiega Dom Franco: “… supera i confini della storia perché è Cristo che ce la regala ma non salta la storia; le varie liberazioni storiche sono segno e sacramento della liberazione totale. Il Regno di Dio è l’uomo che cresce; evangelizzare è annunciare efficacemente la parola e con i fatti la promozione dell’uomo in tutte le sue dimensioni: spirituale e materiale, personale e strutturale, mondana e ultra-mondana, terrena e eterna” (settembre 1977).
Spesso nei suoi scritti e nei corsi di formazione ripeteva che non bastava insegnare a pescare, era necessario anche impegnarsi a ripulire il fiume, perché ci fosse pesca abbondante per tutti e non solo per pochi egoisti.

2. Discernere i segni dei tempi e dei luoghi

Uno degli orientamenti più significativi del Concilio Vaticano II è stato quello di ricordare ai cristiani e a tutte le Chiese l’importanza della lettura e del discernimento dei segni dei tempi nell’azione pastorale (GS 4). L’appello del Concilio riprende l’avvertimento del Vangelo che pone in guardia quanti si aggrappano alla legge, alla stretta osservanza dei precetti e delle regole, allo splendore dell’ortodossia, dimenticandosi del ritmo della vita e delle vicende della storia. In questo modo si illudono di innalzare strutture durature, solide e sicure, che il tempo spazzerà via inesorabilmente, come castelli di sabbia sulla spiaggia del mare.
Il cristiano invece è chiamato ad essere sale e fermento; ad essere sempre pronto a dare delle risposte nuove, attuali, incarnate ed efficaci; ma senza il discernimento degli avvenimenti della storia, delle vicende della vita, del cammino dei popoli e dei cambiamenti epocali sarà condannato alla staticità, alla difesa ad oltranza dei propri cortili, alla chiusura nei ghetti, condannato così ad essere gettato via e calpestato dai passanti (Mt 5,13).
In America Latina questo appello viene accolto con sollecitudine dalle Conferenze Episcopali, dai religiosi, dai missionari e dalle comunità ecclesiali di base. Il discernimento non solo approfondisce i segni dei tempi, ma, per la preoccupazione di contestualizzare le scelte pastorali, aggiunge anche il discernimento dei segni dei luoghi, quelli che toccano più da vicino la vita e le problematiche dei popoli dell’America.
Il discernimento dei tempi e dei luoghi però, per essere efficace non può essere il lavoro di alcuni esperti o illuminati, ma frutto della ricerca costante e tenace di tutta la comunità, sostenuta dall’esperienza e dalla capacità di ognuno, negli ambiti consoni a ciascuno; corroborata dalla ricerca scientifica, soprattutto negli ambiti della sociologia, dell’antropologia e della storia; ma sempre illuminata dalla Parola di Dio e dalla fede, dalla consapevolezza che lo Spirito di Dio è presente nella storia e continua ad agire e “soffiare” dove, come e quando vuole.
“Mi ha sempre impressionato – scrive Dom Franco – nella lettura evangelica della Pasqua la figura della Maddalena che piange perché non riconosce il Maestro vivo presso di lei. Mi sembra l’immagine di tutti noi ogni volta che giudichiamo la storia senza considerare che Cristo è vivo e presente” (marzo 1992).
Partendo da questa visione di fede, Dom Franco vuole cogliere l’ORA di Dio nella storia umana. Egli sente un po’ bruciare la terra sotto i suoi piedi, vuole sapere, vuole conoscere, vuole partecipare e far partecipare. Vuole anche dare, vuole far conoscere a tutti le sofferenze della sua gente del Nordest brasiliano. Articolando la prassi e la contemplazione; le giornate piene di attività e i periodi di silenzio; lo studio con la preghiera e la contemplazione, Dom Franco è consapevole che una guida cieca non può essere d’aiuto né di stimolo ad altri, perché a loro volta aprano gli occhi alla realtà e si impegnino a continuare la creazione di quel mondo meraviglioso voluto da Dio.
Dom Franco si coinvolge in questo anelito di ricerca e di discernimento; non vuole perdere occasioni e opportunità. Sempre in allerta a cogliere il “nuovo”, pronto alla conversione del suo cuore e al cambiamento delle strutture, perché è convinto che “Dio non è morto anche se spesso mettiamo una grossa pietra sulla sua tomba perché non venga a buttare all’aria i nostri piani con tutti gli idoli delle nostre illusioni. Dio non è in naftalina, anche se ci farebbe comodo. Dio è senza etichette perché ha il volto di ogni uomo, è una continua sorpresa perché continuamente ci interpella nelle domande piccole e grandi della nostra vicenda umana… “(febbraio 1972, in viaggio verso il Brasile).

3. Rivelare il cuore di Dio

Uno dei compiti del missionario è quello di annunciare il Vangelo, attraverso la predicazione, la catechesi e la testimonianza di vita. Dom Franco dedicava molto tempo alla predicazione ed aveva un modo tutto suo per annunciare la Parola di Dio. Nelle sue catechesi e nelle sue omelie, nella direzione di giornate di spiritualità o di corsi di esercizi spirituali sapeva incantare l’auditorio con similitudini e parabole che si inventava sul momento o prendeva in prestito da altri. Era capace di rendere semplice e comprensibile quello che era complicato e complesso. Con la sua gente del Nordest arrivava perfino a cantare, ben conoscendo la sensibilità della gente del sertão. Ma quello che affascinava e trascinava allo stesso tempo era il linguaggio dei suoi gesti, quello che non ha bisogno di molte spiegazioni. Dom Franco era convinto che attraverso la sua testimonianza e quella della comunità bisognava rivelare il cuore misericordioso di Dio.
L’incontro con il povero, con ogni uomo e donna, doveva diventare l’occasione per l’incontro con Dio e l’esperienza della tenerezza del Suo amore. La parola difatti scalda il cuore, ma il gesto apre gli occhi, muove a compassione e spinge all’azione.

* Attraverso la testimonianza personale

Delle caratteristiche del suo modo di essere ne sottolineeremo solo alcune, soprattutto quelle che rivelano il suo grande senso di umanità, la sua grandezza d’animo e la sensibilità del suo cuore.

a) prima di tutto la sua umiltà: “So di essere un eroe mancato, ma non mi vergogno affatto di apparire così come sono, né tanto di camuffare la mia fragilità emotiva. Me ne infischio di una fede disincarnata e fredda come uno stoccafisso. Vorrei che sempre la mia fede fosse filtrata da una umanità sincera , senza retorica e senza artificio; e vorrei che la mia umanità fosse costantemente caricata dalla luce del Vangelo, limata secondo le sue sempre difficili esigenze, affinata secondo i suoi orientamenti” (febbraio 1972, in viaggio verso il Brasile).

b) Nella lettera indirizzata ai suoi familiari e amici in occasione del Natale, rivela la sua semplicità: “Che la venuta del Bambino… Sia piuttosto l’occasione di riscoprire in noi quel Bambino nello sforzo di distruggere in noi le sicurezze vuote e i pensieri troppo preoccupati per noi stessi e per il nostro benessere, per lasciare il posto alla semplicità, alla fantasia, alla gratuità, alla pulizia degli occhi e del cuore” (dicembre 1987).

c) In un contesto di grandi cambiamenti epocali e di grandi sfide, dinanzi alle ingiustizie così palesi e sempre crescenti nella realtà brasiliana, soprattutto nel profondo Nordest, la grande tentazione potrebbe essere quella di fare da soli e di prendere il posto e la responsabilità degli altri, perché le cose cambino più in fretta. Ma Dom Franco si educa all’ascolto e al rispetto dell’altro, nell’attesa paziente che il cambiamento si farà strada: “Anche se non mancano le delusioni, le difficoltà di entrare in questo mondo culturale, tanto diverso dal nostro, e che mi fanno sempre più convinto che le doti più necessarie al nostro lavoro sono la capacità di ascolto e la pazienza pastorale” (dicembre 1973).

d) Dinanzi alla prova e alla sofferenza di un malato, la pena di un carcerato, l’agonia di un moribondo, l’amarezza di una persona che ha subito ingiustizia, quello che maggiormente consola è la presenza silenziosa e solidale dell’amico sincero; più che le parole sono la presenza, lo sguardo, il tocco della mano, il silenzio affettuoso e il sorriso fiducioso. Di tanti episodi di presenza solidale vissuti da Dom Franco ne ricordiamo uno, quello accanto al suo amico Tonino: “… vi scrivo questa lettera accanto al letto di Tonino, un grande amico missionario, gravemente ammalato. La sua serenità e la sua voglia di vivere, la forza d’animo di sua moglie che gli sta sempre accanto, mi sono di stimolo e di esempio e mi aiutano a concretizzare la preghiera e l’augurio pasquale per tutti noi: che la risurrezione di Cristo ci aiuti a alimentare la fiamma della speranza e trovare sempre le ragioni per vivere con amore e lottare in favore della vita in questo mondo dominato dalla morte” (Pasqua 2001).

e) Chi nella vita può dire di non avere sperimentato l’amarezza della prova e della croce? Spesso queste ci fanno visita in momenti e circostanza inattesi. Ma la croce sorprende impreparato solamente chi non ha fatto l’esperienza profonda di Dio. L’accettazione della croce nella spiritualità di Dom Franco diventa l’occasione di esperienza pasquale: “Come alcuni di voi hanno saputo, questo tempo di inizio del Sinodo è coinciso con un grave incidente… La macchina si è capovolta, due persone sono state sbattute fuori dell’abitacolo… Purtroppo suor Vanda (44 anni) è deceduta… Il Signore ha permesso che iniziassimo il Sinodo con un’esperienza di dolore e di morte… Percepisco che, attraverso questa condivisione dolorosa, la nostra Chiesa si sente più unita. Sento che il Signore ci è vicino e trasforma le nostre ‘piaghe’ in occasione di vita. Per me, sia pure con tanto dolore nel cuore, è un’esperienza pasquale” (Pasqua 2003).

f) L’amicizia si misura con il metro della fiducia e della fedeltà alla persona dell’altro. Il rifiuto di una persona genera sempre un trauma in chi lo subisce. Il bambino rifiutato, crescerà con una grande rivolta nel cuore e sarà dominato dalla furia della vendetta distruttrice. L’uomo emarginato è sempre visto con sospetto ed è colpevolizzato. Dom Franco non ha mai fatto distinzioni di persone. Accoglieva tutti e a tutti dava fiducia. Qualche suo confratello si meravigliava molto di questo spirito di grande apertura e lo considerava ingenuo e poco avveduto. Nella logica del cuore di Dio, però, c’è posto per tutti, soprattutto per coloro che vivono oppressi e non sono aiutati a sviluppare le proprie qualità e i propri talenti. L’altro, chiunque egli sia, uomo o donna, giovane o vecchio, indio o nero, povero o ricco… quando accolto con amore e con rispetto diventa strumento di salvezza nelle mani di Dio: “Un cammino che significa fidarsi di Lui e poi compromettere il nucleo più profondo della propria persona insieme con gli altri; perché Lui ci impegna e ci salva attraverso gli altri; Lui veste gli abiti di tutti i poveri del mondo. Questo discorso non deve essere evasivo, astratto, retorico, ma deve calarsi nella concretezza delle scelte quotidiane” (1972, primi giorni in Brasile).

g) Nella dinamica spirituale di Dom Franco, l’azione e la contemplazione dovevano sostenersi e alimentarsi a vicenda, ecco perché nella sua diocesi di Balsas apre un luogo particolarmente amato: “La ‘Casa di Preghiera’. Sarà un luogo di silenzio orante e di contemplazione del volto di Cristo nella sofferenza, lotta e speranza dei poveri. Stiamo adattando a questo scopo una casa che sarà abitata da una comunità contemplativa inserita in un quartiere povero, aperta all’accoglienza dei sacerdoti, religiosi e religiose, equipe pastorali, giovani, coppie di sposi che desiderano fare un’esperienza di preghiera” (Pasqua 2002).

h) Infine il suo ottimismo e senso dell’humour. Non c’era incontro o ritrovo di amici che Dom Franco non allietasse con i suoi aneddoti e le sue battute. Ne aveva sempre qualcuna pronta! Con la sua presenza di spirito sapeva cogliere il momento di pesantezza, di incomprensione o di stallo che a volte si creava nelle discussioni e cercava di sprigionare l’ilarità per alleggerire il clima e procedere con più fiducia e comprensione reciproca. Anche con se stesso e per le sue numerose iniziative e attività aveva quello spiccato senso dell’humour; era consapevole che “Cristo c’è, per me, per voi, per il popolo. E questo è molto, moltissimo! Così possiamo alimentare il gusto di vivere e di lavorare e condirlo con quell’umorismo che ci aiuta a sorridere e a sperare, e a relativizzare le realizzazioni e gli insuccessi” (settembre 1975).

* Attraverso la vita fraterna

La testimonianza personale è molto importante per scoprire il cuore di Dio, ma non è sufficiente. San Daniele Comboni, fondatore degli Istituti Comboniani, verso il quale Dom Franco nutriva un affetto filiale e dal quale traeva ispirazione carismatica, soleva ripetere ai suoi missionari che in paradiso non potevano andare da soli (S 6655).
Difatti il cammino più efficace per penetrare il mistero del cuore di Dio è senza dubbio la vita fraterna, la comunità, la famiglia unita, il movimento coeso, il popolo che vive in armonia, il mondo riconciliato.
Con profonda intuizione teologica, il sesto incontro interecclesiale delle comunità ecclesiali di base, realizzato a Trindade (Goias – Brasile) nel 1986, aveva sottolineato per i 1600 partecipanti che “La Trinità è la migliore comunità”.
Per conoscere Dio allora bisogna necessariamente passare per l’esperienza della vita fraterna. Si avvicina di più a Dio chi impegna se stesso nella ricerca e nella costruzione della vita comunitaria; colui che si rende strumento di riconciliazione, che abbatte il muro dell’odio (Ef 2,14), della separazione, del sospetto, del rifiuto, dell’esclusione e dona se stesso perché tutti abbiano la vita in abbondanza e porta tutti alla partecipazione, alla condivisione e alla solidarietà.
In questo senso possiamo dire che Dom Franco è stato un servitore convinto della comunione e della riconciliazione tra le persone, tra le Chiese e tra i popoli. Tutta l’esperienza come padre, missionario e vescovo è stata caratterizzata da questa spiritualità trinitaria: essere strumento docile nelle mani di Dio per appianare le strade, affinché nell’incontro fraterno splendesse il volto di Dio.
Di tutte le esperienze ricordate da Dom Franco nei suoi scritti, ne scegliamo due: una espressa all’inizio del suo ministero apostolico; l’altra nella marcia fatta con gli indios, in occasione dell’anno giubilare e dei 500 anni di evangelizzazione del Brasile.
Incominciando il suo ministero, con molta chiarezza e lungimiranza affermava: “La nostra preoccupazione prioritaria è fare del nostro lavoro un’esperienza di crescita comunitaria, nella convinzione che quello che vale più di tutto, anche nell’efficacia pastorale è il nostro essere insieme attorno a Cristo e fare della nostra vita l’espressione e la testimonianza di una ricerca di dialogo e di comunione” (fine 1972).
Ricordando lo sbarco di Pedro Álvares Cabral, il 22 aprile del 1500 a Porto Seguro, sulle coste dello stato di Bahia, gli indios del Brasile, uniti a tanti altri movimenti, primo fra tutti quello degli afroamericani, hanno voluto ricordare la loro visione della storia, dove non si parla di scoperta, ma piuttosto di conquista. Dom Franco ricorda: “Noi missionari accompagnavamo gli indios nella loro marcia pacifica. Nel momento della carica della polizia contro gli indios, il primo gruppo di missionari fu circondato dai soldati e posto in arresto insieme ad altre persone. Quando mi avvisarono del fatto, io che venivo un po’ indietro con altri missionari, mi misi subito in contatto con il colonnello, comandante dell’operazione, per avere spiegazioni. Come risposta il colonnello mi pose pure in arresto come presidente del Consiglio Indigenista Missionario. (…) È stata una umiliazione, ma non è stata una grande sofferenza. Vi confesso che io ho vissuto quelle ore come una grazia del Signore che ci ha permesso di essere più uniti e solidali con tanti nostri fratelli e sorelle che da 5 secoli soffrono esclusione e repressione” (giugno 2000).


III - UNA SPIRITUALITÀ CHE DIVENTA MEMORIA

Nell’introduzione del libro pubblicato da Dom Franco: Spiritualità Missionaria. Meditazioni (EMI, Città di Castello, 1986) viene sottolineato il fatto che viviamo in una realtà dove il pragmatismo, il consumismo e la ricerca spasmodica dell’affermazione di sé negano e mortificano il “fondo mistico” che è proprio di ogni persona umana. Ecco perché trionfano il relativismo, il soggettivismo e la frammentarietà. All’interno della stessa Chiesa, delle congregazioni religiose e missionarie e delle nostre stesse famiglie viviamo questa difficoltà. Il Concilio Vaticano II ha stimolato il rinnovamento della pastorale e della teologia, ma fa fatica a produrre in modo soddisfacente una nuova sintesi a livello di spiritualità. Non mancano indicazioni ed alcune esperienze preziose.

Ma è necessario sempre osare di più!

È necessario scoprire una spiritualità che sappia attualizzare i grandi temi della vita cristiana nella realtà della missione, nei vari contesti culturali, sociali, politici ed ecclesiali. Un impegno che deve coinvolgere tutti, religiosi e laici: uomini e donne di vita attiva e contemplativa.
L’esperienza di Dom Franco si iscrive senza dubbio in questo tentativo di rinnovamento e il suo percorso diventa un invito rivolto a ciascuno di noi.
È tempo di far crescere in noi quelle motivazioni profonde nel nostro spirito, perché ognuno, nei posti dove vive e lavora, nelle circostanze che deve affrontare, possa tradurle in spiritualità di vita.
Il ricordo di Dom Franco diventa memoria nella misura in cui le sue intuizioni, le sue convinzioni e le sue realizzazioni continuano ad incarnarsi nell’impegno di ciascuno di noi.
Non si tratta di imitare Dom Franco, la sua esperienza è irripetibile, ma di cercare di condividere la sua mistica e con lui esclamare: “… vorrei essere uno di questi pastori che nella notte del primo Natale, dopo l’apparizione degli angeli, disse ai compagni: ‘andiamo fino a Betlemme e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere’. Andiamo a Betlemme per ritrovare in profondità i valori fondamentali che danno senso alla nostra vita: il gusto dell’essenziale e il sapore delle cose semplici, la gioia del dialogo e della solidarietà, la voglia di essere liberi di fronte alle nuove schiavitù del consumismo, la tenerezza di inginocchiarci davanti a un Dio che si è fatto piccolo per stare con noi nel faticoso cammino della vita. Andiamo a Betlemme per scoprire nella fragilità di un Bambino nato nella povertà di una grotta, il volto spaurito degli oppressi, la solitudine degli infelici e degli esclusi, l’amarezza degli ultimi, le sofferenze degli extra-comunitari. Mettiamoci in cammino senza paura, per fare, ciascuno al nostro posto, le scelte giuste in favore della vita” (Natale 2000).
 
 

                                                

Padre Mariano Garcia Mendez  (Beato)

nacque a S. Esteban de los Patos, vicino Avila, il 25 settembre 1891 da Mariano Garcia Hernandez e da Emeteria Mendez Grande, giovani, modesti, pacifici agricoltori; al battesimo ebbe lo stesso nome del padre Mariano e fu il primo di quindici figli.
Ricevé la Cresima ad un anno e mezzo, cosa abbastanza usuale nelle famiglie profondamente religiose di allora.
Crebbe nella gioiosa grande famiglia sempre risuonante delle voci cristalline dei bimbi, ricevette una profonda educazione religiosa con l’esempio determinante della madre, la quale non mancava di esternare, quanto piacere avrebbe avuto saperlo sacerdote.
Cosa rarissima a quei tempi, Mariano fece la Prima Comunione a sette anni e da allora cambiò; non solo giochi ma anche occupazioni che rispecchiavano la sua religiosità, ritagliava immaginette sacre dalle stampe, costruiva altarini, invitava i compagni a pregare o spiegava il catechismo.
Più grandicello prese ad aiutare la famiglia nei lavori agricoli e verso gli undici anni dando ascolto a quella chiamata che sentiva dentro di sé, entrò in Seminario ad Avila.
La vita da seminarista fu del tutto esemplare, secondo tutte le testimonianze dei superiori e professori; eppure la sua vocazione fu in pericolo, quando dopo qualche anno il padre si ammalò e tutta la numerosa famiglia cadde nel bisogno, fu necessario richiamare Mariano dal Seminario per lavorare nei campi.
Il giovane addolorato, prese la decisione come un volere di Dio e soltanto quando il padre tre mesi dopo si riprese, chiese di poter ritornare in Seminario.
Giunto alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, una crisi lo colpì, si sentiva spinto ad una vita più mortificante del suo orgoglio di primo della classe, di modello per gli altri studenti; quindi lasciò il Seminario e andò nel convento Domenicano di Avila, ma anche qui dopo un anno di Noviziato non portato a termine, subendo continui mal di testa, bocca secca, un’afonia inspiegabile che non lo faceva partecipare al coro, lasciò e ritornò umiliato al Seminario diocesano, dove nonostante tutto fu benevolmente accolto dai superiori.
Completò gli studi e fu ordinato sacerdote il 18 marzo 1916 dal vescovo di Avila mons. Gioacchino Beltran; il 25 marzo 1916 don Mariano Garcia Mendez celebrò la sua prima Messa a S. Esteban de los Patos, fra il tripudio della semplice gente del villaggio.
Restò al suo paese per un certo periodo, alternandosi con la sua presenza al 38° Reggimento di Madrid per espletare il servizio militare, rimandato fino allora a causa degli studi; a Madrid conobbe anche suor Maria Gesuina del Gran Poder, religiosa che avrà un ruolo importante nelle sue future scelte.
Il vescovo di Avila lo assegnò come vicario in due parrocchie della Vecchia Castiglia a Herman-Sancho e Villanueva de Gomez e lui zelante, si spostava da una parrocchia all’altra, la sua opera di sacerdote e pastore gli meritò la convinzione generale dei fedeli che fosse un santo.
Il vescovo contento del suo impegno, gli assegnò una terza parrocchia nel 1918, nominandolo vicario economo di S. Juan di Encinilla; caritatevole oltre ogni limite, dava ai poveri tutto quello che aveva; si consumava nella preghiera, sotto la pioggia e sotto la neve, don Mariano accorreva ad ogni chiamata nonostante le distanze fra i vari luoghi.
In quegli anni la salute già cagionevole, diventava più precaria a causa di una gastrite cronica e nel settembre del 1921 lasciò i suoi incarichi di vicario, per diventare cappellano del Noviziato di S. Giuseppe dei Fratelli delle Scuole Cristiane a Nanclares de Oca (Alava).
Qui restò solo undici mesi, nonostante l’invito dei Fratelli a restare, ma padre Mariano era sempre alla ricerca di come soddisfare il suo desiderio di una vita più contemplativa, unita a Dio profondamente e il 17 maggio del 1922 ottenne il permesso di entrare fra i Carmelitani Scalzi, nel convento di Larraca-Amorebeita, cambiando il nome in padre fra Juan Garcia Mendez di S. Stefano. Ma la salute ancora una volta fu determinante, dopo un anno ritornò il don Mariano di prima.
Sarebbe stato un ottimo Domenicano o Carmelitano se la salute l’avesse permesso, i superiori degli Ordini avevano entrambi provato a trattenerlo e solo a malincuore avevano acconsentito alla rinuncia.
Il suo vescovo di Avila comprensivo, gli affidò di nuovo l’incarico di vicario a Zabarcos e nella vicina Horcajeulos, anche se il desiderio della vita religiosa lo tormentava sempre più forte.
Dopo nemmeno un anno d’intensa operosità, fu trasferito a Sotillo de las Palomas; in ogni luogo veniva indicato come un santo, era uso pregare in chiesa verso mezzanotte davanti al tabernacolo con le braccia aperte, sobrio nel cibarsi, dormiva spesso per terra, interveniva in difesa degli aggrediti o perseguitati, fu fatto segno anche di una violenta sassaiola.
Nel 1924 la svolta attesa, madre Maria Gesuina del Gran Poder, superiora a Madrid delle Suore Riparatrici, ebbe l’occasione di ospitare un gruppo di Sacerdoti del Sacro Cuore, fondati dal venerabile Leone Dehon (1843-1925) e a loro parlò di don Mariano, del quale sapeva i suoi desideri e accoglieva la sua confidenze.
Dopo uno scambio di corrispondenza con i Sacerdoti del Sacro Cuore, padre Mariano Garcia Mendez decise di recarsi alla loro Casa di Puente la Reina dal Superiore padre Guglielmo Zicke, per chiarire ed appianare gli ostacoli.
Avuto di nuovo il permesso del vescovo, padre Mariano andò a Novelda per il Noviziato e secondo l’usanza di allora cambiò il suo nome in Juan Maria de la Cruz Garcia.
Era felice di aver trovato la sua strada, poneva nelle cose tutta la sua anima ardente, tutto il fuoco del suo essere, senza risparmiarsi. Ma la sua fragile salute ancora una volta stava per far saltare tutto, allora padre Juan Garcia Mendez il 16 gennaio 1926, scrisse in una stupenda lettera a Dio, di concedergli almeno dieci anni di vita, se era volontà Sua, per poterlo glorificare nella salvezza delle anime.
La preghiera fu esaudita, la salute non impedì più a padre Mariano di proseguire per la sua strada. Emise la sua professione nell’ottobre del 1926, in quell’occasione ricevette una crocetta nuda con un cuore d’argento che portò sempre e servirà poi ad identificarlo fra i cadaveri buttati in una fossa comune del cimitero di Silla.
Gli anni che seguirono lo videro impegnato nella sua Congregazione in compiti anche lontani dalle sue aspirazioni, fu cercatore o meglio questuante per i ragazzi poveri della Scuola Apostolica di Puente la Reina, girando in lungo e largo le province inquiete della Spagna, fu anche insegnante degli aspiranti Sacerdoti del Sacro Cuore, anche se l’insegnamento non era il suo forte, con la sua presenza in certe case avvennero conversioni e guarigioni prodigiose, come per la figlia del signor Santiago Ferrer di Pamplona; rimase per due anni a Novelda come Cappellano nella chiesa dell’Istituto e insegnante di religione al Collegio.
Fra un impegno e l’altro, si recò per una pausa di approfondimento alla Casa Generale di Roma, dove fu particolarmente colpito dalle testimonianze dei martiri, specie di s. Cecilia.
Semplice nel comportamento e nei rapporti con gli altri; abituato come parroco a decidere, dovette da religioso aspettare il permesso dei superiori per tutto.
Ma in Spagna si approssimavano giorni molto tristi, già nel 1931 furono incendiate e devastate un centinaio tra parrocchie, chiese e Istituti religiosi, con lo scopo di distruggere il Cattolicesimo nella Spagna; nel 1934 ci fu la rivoluzione delle Asturie con 34 sacerdoti uccisi e 58 chiese distrutte.
Dopo le Asturie fu la volta della Catalogna e padre Juan Garcia Mendez non ebbe più quell’accoglienza cordiale di prima, quando bussava a qualche porta per un contributo. Era la sua veste nera, portata con orgoglio, a far chiudere le porte in quel triste periodo che coinvolgeva anche la Navarra e altre province.
Il 24 luglio il superiore di Garaballa, il convento-santuario dove era stato mandato per un po’ di riposo, decise di sciogliere la comunità minacciata dagli assalti dei miliziani rossi che tutto distruggevano, per salvare la vita a tutti gli ospiti.
Padre Mariano insieme ad uno studente s’incamminarono per allontanarsi, ma si divisero dopo un po’, il sacerdote volle recarsi a Valenza che raggiunse avventurosamente e una volta giunto restò esterrefatto nel vedere le artistiche chiese bruciate e saccheggiate.
Il suo risentimento di sacerdote davanti allo scempio lo tradì, fu arrestato per strada sebbene travestito e portato al commissariato e da lì in prigione identificato con il numero 476.
Rimase nel carcere Modello di Valenza per un mese, in questo periodo, ormai desideroso più che mai del martirio, padre Mariano sfidò con il suo atteggiamento, con il rincuorare gli altri, con la preghiere in comune, con le confessioni, i suoi arrabbiati carcerieri, che non vedevano l’ora di eliminarlo, come avveniva con le tante esecuzioni giornaliere.
E venne anche per lui l’ora del martirio, il 23 agosto 1936 fu prelevato dal carcere insieme ad un altro sacerdote don Vincenzo Palanca e otto laici, dalle guardie scelte della Federazione Anarchica Iberica, i più puri, i più duri, i fedelissimi della rivoluzione.
Furono condotti con un camion ad un piccolo paese Silla e verso l’alba del 24 agosto, fucilati. I loro corpi, l’indomani, furono seppelliti tutti insieme in una fossa del cimitero dagli abitanti del paese, che erano stati intimoriti con le armi a stare in casa, sulla tomba non fu messo un segno che li ricordasse; ormai era iniziato il macello di quella disgraziata e sanguinaria Guerra Civile e a stento c’era qualcuno che seppellisse i tanti morti lasciati dappertutto.
La salma del protomartire della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani), fu in seguito recuperata e trionfalmente traslata alla Scuola Apostolica di Puente la Reina, il 1° aprile 1940.
Ammalato, aveva chiesto nel 1926 al Signore, dieci anni di vita per glorificarlo e dieci anni furono quando nel 1936 morì gridando “Viva Cristo Re!”.

                                                                                    Da santi e Beati


 

L’esperienza della tenerezza di Dio
 
Charles de Foucauld (1858-1916) durante la sua vita cercò di seguire e d’imitare quel Gesù di Nazareth, che un bel giorno gli aveva rubato il cuore. L’incontro con lui trasforma la vita e i progetti di chiunque incroci il suo sguardo penetrante[1]. Non è possibile incontrare Cristo senza prendere posizione di fronte a lui, Parola del Dio vivente (cf Lc 2,34-35). La conversione di Charles de Foucauld (fine ottobre 1886) fu un capovolgimento radicale. Proprio per questo egli desiderò seguirlo nell’imitazione più fedele possibile, così da potergli offrire la prova suprema dell’amore. Scelse l’imitazione di Gesù: “Gesù. Gesù solo!”, perché l’imitazione è per sua natura inseparabile dall’amore. Si fece povero tra i poveri per fedeltà alla sua vocazione d’imitare la vita nascosta di Gesù a Nazareth, dove lo stare con Lui implicava una condivisione silenziosa della sua vita, portando nella preghiera l’intercessione per tutti gli uomini che popolano la terra. Servire da povero Gesù povero, accontentandosi dell’ultimo posto. I poveri erano per lui coloro che vivevano nella miseria materiale, ma ancor più in quella morale; in quest’ultimo caso si trattava dei più lontani da Dio, dei più reietti tra gli uomini. De Foucauld si fece piccolo fra i piccoli per rivelare la tenerezza di Dio che è Amore (cf 1Gv 4,7-8). «L’essenza della religione è l’amore»; «Non amerò mai abbastanza»; «Che io vada fino in fondo sulla via dell’amore»[2].
Fu questo seducente amore di Dio[3] che lo portò ad imitare la vita di Nazareth, dove la quotidianità segue i suoi ritmi consueti. Qui per anni (1897-1901) alternò preghiera e lavoro. Nazareth fu la sua scuola e la vita di Gesù “il modello unico” da imitare. Qui cercò l’anonimato e la vita nascosta, sull’esempio dell’umile carpentiere di Galilea. Nazareth s’impose subito al suo intuito perspicace come una parola-chiave; il mistero della sconcertante piccolezza di Nazareth parve a Charles de Foucauld come un «monogramma» sperimentabile del mistero di Dio, che aveva fatto irruzione nella sua vita, catturandolo come preda d’amore per sempre. Fu questa esperienza dell’infinita tenerezza di Dio, che lo portò a voler insistere sull’incarnazione del Verbo e sull’umanità del Figlio di Dio: «Dio è venuto a noi, si è unito a noi, ha vissuto con noi nel più familiare e stretto contatto»[4]; «Dio, l’Essere infinito, l’Onnipotente che si è fatto uomo e l’ultimo degli uomini»[5]. Charles de Foucauld, come tanti altri autori prima di lui, sottolinea il ruolo fondamentale dell’umanità di Gesù di Nazareth, che non ostacola l’esperienza spirituale di Dio ma, al contrario, la fonda in Gesù Cristo. In Gesù di Nazareth, il Dio dell’Alleanza ha assunto un volto umano, entrando di fatto nella storia e invitando gli uomini alla sua sequela. A partire da questa realtà, grazia particolare di rivelazione, Charles decise di amare Gesù Cristo senza riserva, di volerlo imitare in ogni cosa, di pensare, dire e fare sempre e solo ciò che Gesù avrebbe pensato, detto e fatto nelle circostanze più disparate della sua vita: «L’imitazione è inseparabile dall’amore: chiunque ama vuole imitare. È il segreto della mia vita: io ho perso la testa e il cuore per quel Gesù di Nazareth crocifisso 1900 anni fa e spendo la mia vita nel cercare di imitarlo, per quanto la mia debolezza me lo permetta»[6].
“Essere con Gesù” significa “fare quello che Gesù vuole da me”. A questo proposito Charles de Foucauld ci suggerisce un mezzo molto efficace e pratico per vivere l’esperienza della profonda unità con Gesù di Nazareth: «Il mezzo migliore è, mi sembra, di prendere l’abitudine di chiedersi, in ogni cosa, ciò che Gesù penserebbe, direbbe o farebbe al posto vostro, e di pensare, dire, fare ciò che egli farebbe (…). È per questo che egli è venuto fra noi, affinché noi avessimo un mezzo facile, a portata di tutti, di praticare la perfezione»[7].
Nel 1904 si manifestò in Charles de Foucauld la volontà di andare verso gli uomini; di farsi loro prossimo. Non si trattò di lasciare semplicemente uno stile di vita piuttosto di un altro, un luogo o qualcosa o qualcuno… ma di andare verso qualcuno, di rendersi disponibile all’incontro, farsi vicino, farsi prossimo a quanti erano lontani da Dio. La sua sequela di Gesù di Nazareth si fece fraternità con ogni persona, a cominciare dall’ultima, dalla più reietta ed esclusa. Fu dalla pienezza del suo amore per Cristo Gesù, che scaturì il suo amore fraterno per tutti indistintamente. Charles de Foucauld si lasciò rapire verso abissi di umiltà e di amore inimmaginabili. La sua vita quotidiana recava le impronte incandescenti di una generosità contagiosa ed eroica.
 


Dall’incontro con Dio all’incontro con l’uomo
 

Charles de Foucauld capì che come dall’incontro con Cristo era scaturita per lui una vita nuova, così poteva avvenire nell’incontro con i Tuareg, gli uomini blu che popolavano quell’oceano sterminato di dune che è il deserto del Sahara. L’austerità severa del deserto algerino scavò in profondità il suo incontenibile desiderio di Dio e l’essenzialità di quel luogo dal gelido aspetto lunare, preparò il suo cuore per la venuta di Cristo, quando il Verbo in persona avrebbe completato la sua deificazione, perché i suoi sforzi, per quanto generosi e costanti, non avrebbero potuto elevarlo sino alla vertiginosa trascendenza di Dio.
È una constatazione comune a noi tutti, nella faticosa esperienza quotidiana delle relazioni interpersonali, che l’incontro con l’altro può essere occasione di scambio, ma anche una reale tentazione di esclusione o di chiusura. De Foucauld sentì che il cristiano non poteva essere nemico di nessuno: «Voglio abituare tutti… cristiani, musulmani, ebrei, a considerarmi loro fratello, il fratello universale». Egli era convinto della comunicabilità della sua esperienza di Dio, perché ogni esperienza ha come soggetto una persona che, in quanto tale, è naturalmente aperta agli altri. Per cui l’agàpe divina sperimentata da Charles, doveva trasformarsi in amore concreto del prossimo e questo a sua volta doveva creare fraternità, amicizia, reciprocità, dono. Egli si lasciò docilmente invadere dalla grazia della contemplazione, divenendo così un uomo afferrato da Dio. L’esperienza di Dio porta sempre a dimenticarsi per gli altri e ciò rende possibile una testimonianza di fede e di amore al di là delle persone, dei luoghi o delle situazioni dove ogni giorno viviamo i nostri impegni professionali.
La sua fu una spiritualità essenziale, austera ma ospitale. Egli trasmise a chiunque incontrò la gioia di sentirsi accolto, amato, rispettato, valorizzato perchè persona... Charles de Foucauld scelse il deserto del Sahara algerino non per fuggire lontano dagli uomini, ma per un vivo desiderio di comunione, d’incontro, un insopprimibile bisogno di fraternità[8]. Egli andò nel deserto per incontrare i poveri, per vivere come uno di loro, per farsi loro prossimo, accessibile, uno su cui poter contare in caso di bisogno. Non si tratta di fuggire nel deserto, ma di scoprire il quotidiano come luogo normale della santità. Ognuno di noi è chiamato a scoprire Cristo come il vero amico, unificando tutta la nostra vita intorno a lui, divenendo uomini e donne integrali. Non c'è separazione tra la vita concreta, fatta di lavoro, di fatica, di relazioni, di sconfitte… e il cammino spirituale. Possiamo vivere anche noi come Gesù a Nazareth e scoprire il suo volto in quello scavato dal dolore dei poveri.
E la scelta dei poveri creò in lui quella fame e sete di giustizia, che Gesù definisce come la vera identità dei figli di Dio: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. (…) Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, (…) perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,3-12; cf anche Lc 6,20-23). Charles visse in ambienti segnati dall’emarginazione, dalla discriminazione razziale, ma anche da profonde divisioni sociali in un popolo già ferito nella sua dignità, dimenticato e troppo lontano dai centri decisionali del potere, che avrebbero potuto se non cambiare, almeno migliorare la loro situazione. Per tutto questo egli decise di percorrere i sentieri aspri e inesplorati di tutte le forme di povertà e di disperazione, gridando Cristo dentro i drammi delle tante storie personali dei dannati della terra, per infondere in loro una speranza nuova che più non muore. De Foucauld andò a vivere con gli ultimi per esaltare con la sua condivisione di vita, l’eguaglianza o parità di dignità di ogni persona. È, questo, uno squarcio rivoluzionario perfino sui sentieri dell’impegno missionario a vita dei professionisti dell’evangelizzazione. È di capitale importanza per l’opera di evangelizzazione, ancora prima delle tanto necessarie opere di promozione sociale, amare le persone per quello che sono, senza demonizzazioni ma anche senza alibi, fughe in avanti o facili idealizzazioni. La forza testimoniale di Charles de Foucauld, la predicazione del Vangelo attraverso la vita minuta d’ogni giorno, sono una provocazione salutare perché l’evangelizzazione sia sempre più rispondente al mandato originario che la Chiesa ha ricevuto da Gesù (cf Gv 13,34-35).
Contemplazione e azione[9], cuore a cuore con Dio nella preghiera solitaria e dedizione incondizionata agli uomini-fratelli, esigente sequela di Cristo crocifisso e struggente calore umano d’amicizia, che crea rapporti nuovi di fraternità: queste le caratteristiche della vita di Charles de Foucauld nella sua fase più piena e feconda di bene. Egli visse in preghiera e in solitudine, ma accogliendo quanti bussavano alla sua porta, specialmente i poveri, vero sacramento di Cristo per l’umanità (cf Mt 25,35-45): «La fraternità è un alveare»; «La fraternità è il tetto del buon pastore»; «Dalle quattro e mezzo del mattino alle sei e mezzo della sera, non smetto mai di parlare e di vedere persone»[10]. Per Charles de Foucauld la preghiera solitaria fatta nel deserto del Sahara algerino diventò il luogo esperienziale, che conferì a tutte le sue azioni la nota qualificante della gratuità, della donazione. Nelle sue relazioni d’amicizia con i Tuareg, egli non aveva altro da offrire che l’ascolto, il rispetto, l’attenzione che diceva che l’altro era importante, indipendentemente dal suo credo religioso e dalla sua estrazione sociale. Per noi oggi è difficile capire questo ruvido camminare con i poveri, senza nessuna vocazione direttamente apostolica. La sua fu una vita sepolta nel deserto; una vita di anacoreta contemplativo, di povero pellegrino della fede, di umile operaio silenzioso come i trent’anni di Gesù a Nazareth.
 

Per amore, solo per amore

Verso gli ultimi anni della sua vita, Charles de Foucauld si sentì irresistibilmente spinto a stabilirsi sulle montagne selvagge dell’Hoggar, dove vivono i Tuareg, un popolo nomade, diffidente e non facile da avvicinare. Fin dai suoi primi contatti coi Tuareg si mise a studiare con passione la loro lingua, mettendosi all’ascolto della loro cultura, trascrivendo centinaia e centinaia di poemi, cantati di sera attorno al fuoco, nelle fredde notti stellate del Sahara sconfinato. La relazione di De Foucauld con l’Islam, più che scoperta di un’altra religione, segnò l’incontro con persone concrete ed egli mise a frutto le sue competenze linguistiche ed antropologiche, accumulate negli anni della sua “Reconnaissance au Maroc”[11], per capire la loro lingua e la loro cultura. Egli raccolse di duna in duna, di tenda in tenda, tra carovane e lunghe giornate di silenzio, di caldo soffocante e della sabbia penetrante del deserto, i canti tuareg, densissime gocce di sapienza d’altri tempi. E così, per amore, solo per amore, egli divenne memoria vivente della storia e della civiltà del popolo Tuareg:
 
«Gloria a Dio che effonde
calore sul cuore del figlio di Adamo;
penetra nei suoi atri e lo infiamma.
Colui che non ti è fratello né parente,
che non è con te, delle tue parti,
ove vi vedete e frequentate,
in te prende discendenza
bimbi che hanno grazia e sillabe cinguettano»[12].
 
In più di un’occasione Charles de Foucauld fu protetto dai pii mussulmani, in mezzo ai quali aveva deciso di vivere per il resto della sua vita. Tra la fine del 1907 e l’inizio dell’anno seguente, egli fece un’esperienza indimenticabile, che segnò per sempre la sua esistenza e determinò una svolta decisiva nel suo itinerario spirituale.
Il deserto è sempre stato il luogo dove si lotta duramente per la sopravvivenza e in cui si saggia e nel contempo si rivela la capacità di resistenza degli uomini, temprati da ogni genere di privazioni. In un periodo di grave carestia, dopo aver condiviso tutto quello che aveva con i Tuareg, Charles si ammalò gravemente. Indifeso e fragile era completamente nelle mani degli abitanti del deserto. In quei momenti veramente difficili visse un abbandono a Dio pieno e reale. Sarebbe stata la sollecitudine premurosa e discreta dei suoi amici Tuareg a salvarlo da morte sicura. Consegnatosi a loro nel più totale e fiducioso abbandono, egli sperimentò come mai in precedenza di essere un vero anaw di Jhwh: «Padre mio, io mi abbandono a te, fa’ di me ciò che ti piace! Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, (…) rimetto la mia anima nelle tue mani, (…) è per me un’esigenza d’amore (…) il rimettermi nelle tue mani (…), con una confidenza infinita, poiché tu sei mio Padre».
Fu la presenza di Cristo Gesù, che Charles de Foucauld sperimentò nella carità sobria ma efficace di quanti lo avevano soccorso nei drammatici momenti di emergenza per le sue condizioni di salute. Segno questo, che gli schivi Tuareg avevano incominciato a capire e ad apprezzare la sua presenza rispettosa e non volevano perdere un amico proprio quando incominciavano a considerarlo come uno di loro: il marabut[13] dal cuore rosso[14]. Charles de Foucauld aveva osato andare là dove non c’era ancora una presenza organizzata di Chiesa, per rendervi presente Gesù Cristo con la sua testimonianza evangelica fatta di amicizia e di bontà senza ideologie. Che cos’è la missione se non annunciare il Vangelo ponendosi sulle frontiere che attraversano l’umanità? Frontiere che, al tempo stesso, dividono e uniscono, separano e avvicinano, compongono le vecchie divisioni e ne creano di nuove: «Egli è qui per la rovina e per la salvezza di molti, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).
Egli è stato un “testimone di presenza” o un testimone di mediazione”, libero di fondersi in mezzo agli altri in quelli che erano gli spazi aperti a tutti. Una delle caratteristiche che riguardano l’esperienza nella quale si attua un coinvolgimento personale e integrale dell’individuo, riguarda proprio il paradosso della libertà, che caratterizza la vita delle persone stesse con le loro esperienze di vita, che diventano luogo di scelta e spazio per un’assunzione di responsabilità.
Una testimonianza alla frontiera del cristianesimo, la sua, impegnata in modo che i valori del Regno penetrassero discretamente nella società tuareg, e la sensibilità e le aspirazioni di tale società penetrassero nella Chiesa. Agli inizi questa presenza singolare ebbe grande difficoltà a farsi capire e ad essere accettata, ma in seguito la testimonianza di questo amore universale fu ricambiato pienamente dai fieri Tuareg del deserto. Soggetto dell’esperienza è sempre una determinata persona, aperta alla trascendenza, e proprio per queste sue peculiarità, chiamata a vivere la reciprocità. Qualificando il carattere specifico di un rapporto come quello che si realizza nell’esperienza religiosa, la persona in quanto essere storico e incarnato, fa esperienza del suo limite e della sua relatività. La storia nella quale l’uomo vive è una storia in cui il futuro non è una continuazione del passato. L’essere incarnato dell’uomo allontana ogni tentazione dualistica, entrando di diritto in qualsiasi tipo di esperienza. Solo se realizza  un incontro personale e integrale, l’esperienza affranca l’uomo da quegli errori che si commettono proprio durante l’esperienza stessa.
I molti eredi spirituali[15] di Charles de Foucauld sul suo esempio continuano a scegliere di risiedere in quei luoghi anonimi e senza prestigio, dove nessuno andrebbe a vivere, cioè nel nascondimento e nell’apparente inutilità della loro presenza. In questi contemplativi atipici c’è il rifiuto di porsi in evidenza nei riguardi del mondo in cui vivono e della sua società[16]; c’è in loro una profonda fiducia nell’uomo e nel suo mondo. Secondo loro non è il mondo che appartiene alla Chiesa, ma è la Chiesa che appartiene al mondo. Essi rappresentano quei pochi o rari esseri umani tramite i quali, oggi, innumerevoli persone nate e cresciute in una tradizione estranea al cristianesimo, hanno la possibilità di entrare in contatto con Gesù di Nazareth e il suo Vangelo. L’aspetto inedito e importante della loro testimonianza di basso profilo nella Chiesa, consiste proprio nella gratuità d’una presenza amica, che non si preoccupa affatto dei risultati immediati. La dolce umanità della loro amicizia discreta, che fa nascere negli altri la confidenza e che è la qualità più preziosa delle loro relazioni con le persone, non ha altra pretesa se non quella di far pensare a Dio, di risvegliare il desiderio, la nostalgia di Dio, che c’è in ogni persona, di mettersi in contatto con il Trascendente dai molti nomi, dai molti volti e dai molti luoghi.
 

Conclusione
 
«Vivi come se tu dovessi morire martire quest’oggi». Il 1° dicembre 1916 Charles de Foucauld fu assassinato nel suo eremitaggio di Tamanrasset, perché l’iniquità della guerra non ha confini[17]. Finalmente si era realizzato il più struggente anelito della sua vita: essere per sempre col suo Beneamato Signore. Così aveva scritto molti anni prima, quasi presago dell’alto prezzo che la sequela di quel Gesù di Nazareth gli avrebbe chiesto. La sua risposta fu immediata e ci dice il clima interiore in cui egli viveva la sua relazione di configurazione al suo Modello Unico: «Qualunque sia il motivo per cui ci uccidano, se noi, nell’anima, riceviamo la morte ingiusta e crudele come un dono benedetto della tua mano, se non opponiamo resistenza per ubbidire alla tua parola: “Non resistete al male” (Mt 5,39) e al tuo esempio, allora qualunque motivo abbiano per ucciderci, moriremo nel puro amore e la nostra morte, se non sarà un martirio nel senso stretto della parola e agli occhi del mondo, lo sarà ai tuoi occhi e sarà una perfetta immagine della tua morte». Questa la sua lettura nella sorprendente anticipazione di quegli eventi che lo avrebbero visto drammaticamente coinvolto. Ma chi riuscirà mai a capire tutta la ricchezza ed il fascino di un’avventura interiore tra le più feconde ed interessanti del Novecento?
In un’epoca che per molti aspetti si sta facendo sempre più deserto di Dio, siamo consapevoli dell’urgenza della testimonianza evangelica di quegli uomini e di quelle donne che nell’umiltà e nel nascondimento hanno saputo vivere e portare il Vangelo agli uomini, anche in situazioni apparentemente estreme e paradossali. Charles de Foucauld è certamente un cristiano dalla coerenza straordinaria, che ha interpretato il Vangelo applicando con sagacia la grammatica dell’eloquenza del silenzio, la forza vincente della debolezza, la sapienza nella stoltezza della Croce (cf 1Cor 1,21-25).
Con la sua beatificazione (13 novembre 2005) l’eredità spirituale di Charles de Foucauld appartiene a tutti noi; è un bene non solo dei cristiani, ma dell’intera comunità umana. Egli ci ha mostrato che vivere il Vangelo resta, oggi come ieri, il segreto dell’irradiamento dell’apostolato che trae dalla preghiera all’«Unico Benamato»[18] la forza di essere un autorevole testimone di Dio nel mondo odierno. Se il mondo ha bisogno di maestri che siano dei testimoni, eccone qui uno sorprendente e paradossale allo stesso tempo. A noi il compito di rivisitare la sua singolare esperienza spirituale e di riappropriarcene.

                                  (Antonio Furioli)

 

[1] Nella chiesa del monastero ortodosso di S. Caterina sul Monte Sinai, è conservata un’iconabellezza di ogni bellezza” conosciuta come l’icona di Cristo dall’occhio penetrante.
[2] Lettera del 1913 all’amico Joseph Hours.
[3] «Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (Ger 20,7).
[4] Direttorio, art. XXVIII. Louis Massignon (1883-1962) considerò sempre questo testo come il depositum ricevuto dal suo amico e non cessò di fare riferimento a questo scritto, di difenderlo, di ricordarlo davanti ad ogni deviazione o scipitezza dell’opera foucauldiana. Per Massignon il Direttorio era un vademecum evangelico ad uso di tutti i battezzati.
[5] All’ultimo posto. Ritiri di Terra Santa (1897-1900), Roma 1974.
[6] Lettera del marzo 1902 all’amico di liceo Gabriel Tourdes.
[7] Lettera alle Clarisse di Nazareth, aprile 1914.
[8] De Foucauld e i suoi discepoli sono convinti che la fuga mundi, nota peculiare della vita monastica, non è il loro carisma. Al contrario: il mondo, dove Gesù di Nazareth ha vissuto, è buono e va trasfigurato nei suoi aspetti negativi, come «il chicco di grano che cade a terra e muore» (Gv 12,24), dando, se necessario, la vita come un’offerta d’amore.
[9] È necessario un equilibrio armonico tra l’aspetto contemplativo e quello attivo: senza contemplazione l’azione manca d’incisività e di profondità; d’altra parte, senza l’impegno concreto la contemplazione non è feconda.
[10] Lettera a sua cugina M.me Marie de Bondy, 29 agosto 1902.
[11] Titolo di un’opera che ebbe quattro edizioni (1888; 1934; 1939 e 1998) e che gli valse la medaglia d’oro della Société Française de Géographie (1885).
[12] Le mariage, dai Chants Tuaregs, Paris 1997.
[13] Marabut: in arabo vuol dire uomo di fede, santone, guida spirituale; indica il rispetto e l’alto prestigio morale che la comunità islamica gli riconosceva.
[14] Il simbolo del Sacro Cuore di Gesù che portava cucito o  impresso sull’abito religioso.
[15] I 19 gruppi che compongono questa ricca realtà ecclesiale sono organizzati in 11 Istituti religiosi, 2 Istituti secolari e 6 associazioni pubbliche e private di fedeli, che insieme formano l’Associazione Spirituale Charles de Foucauld. I membri in tutto sono circa 15.000.
[16] Così scrisse a un laico di Lione: «Bandire da noi lo spirito militante» (Lettera a J. Hours, 3 maggio 1912).
[17] In Europa infuriava la prima guerra mondiale (1915-1918), che ebbe le sue nefaste ripercussioni anche in Africa.
[18] Lettera a sua cugina M.me Marie de Bondy, Tamanrasset 26 agosto 1905.

 

 

 

 I PRETI DI PIACENZA SALUTANO IL VESCOVO LUCIANO
Carissimo vescovo Luciano,
non oso dirti che scrivo a nome della diocesi e dei preti. Se interpreto i sentimenti di altri sono contento, ma non lo pretendo. Ti scrivo come ti ho già scritto nelle grosse occasioni e questa mi sembra 1a più grossa e la più triste di tutte.
Stiamo male come quei fedeli cui viene tolto un parroco amatissimo. Dispiacere e rimpianto, riconoscenza e affetto.
Mentre ci davi lettura in curia del documento ufficiale sul tuo trasferimento a Brescia, la voce a volte si incrinava e lasciava intuire che dentro forse piangevi. Dodici anni a Piacenza ti hanno legato in profondità ai tuoi preti e alla tua gente. Siamo stati la tua famiglia. Ricordo la sera della messa in cattedrale in suffragio di tua sorella — a pochi giorni dal funerale — quando ci hai detto: «Ora quaggiù io non ho più nessuno, né genitori, né fratelli. La mia famiglia siete voi». Non erano parole di circostanza. Ti abbiamo sentito padre e fratello in ogni occasione.
Ti dispiace andare perché sappiamo che con noi ti sei trovato bene e ce lo hai confermato ogni anno nella festa del S. Cuore — in quello che ormai era diventato “il discorso sullo stato della diocesi” —: «con voi mi trovo bene». Non ci hai mai lasciato dormire tranquilli, ci hai spronato a camminare al seguito di Gesù per il bene della diocesi e di tutta la nostra gente. Quanti messaggi forti ci hai trasmesso: di volerci bene, di stimarci a vicenda, di considerarci presbiterio unito a te per fondere in unità tutta la nostra chiesa locale!
Sei stato come un vero parroco per i tuoi preti, interessandoti alla nostra salute e situazione spirituale, alle parrocchie in cui operiamo, con una disponibilità e apertura davvero grandi. I preti malati hanno avuto il conforto delle tue visite assidue e incoraggianti. Quelli che morivano il conforto del funerale sempre personalmente da te presieduto. C’è chi dice che sei

troppo buono, che fai fatica a comandare, che non imponi mai la tua volontà. Perché preferisci aspettare risposte docili, anche se talvolta tardano ad arrivare.
I laici ti hanno amato, creduto e seguito, senza particolari fatiche. Perché la tua parola chiara e convincente era accompagnata dalla testimonianza della tua vita. Uno di loro ha detto: «Il vescovo mette i fedeli in condizione di potersi affidare a lui perché è una persona che pratica quello che dice ed è quindi molto credibile».
I poveri: pensiero costante del tuo ministero. Appena arrivato in diocesi, hai voluto che nella tua stessa casa vivessero i poveri della “Casa della Carità”. Basterebbe questo a qualificare come splendido il tuo episcopato tra noi. Come piangeranno alla notizia del tuo trasferimento! E che dire del tuo interessamento per l’istituzione in città dei campi per i nomadi, della tua continua attenzione alla Casa “La Pellegrina” per i malati di aids, dell’appoggio alla Caritas per la “Mensa della Fraternità”, del tuo dedicarti alle istituzioni cittadine rivolte alla cura e all’inserimento lavorativo dei disabili (Assofa, Germoglio...).
Ci mancheranno la “Scuola della Parola”; i tuoi interventi pacati e profondi sui più svariati argomenti nelle diverse circostanze della vita pubblica; il tuo sguardo sereno sulle realtà anche difficili, specialmente la tua capacità di dialogo che non vede mai nell’altro l’avversario ma la persona che cerca il meglio; il tuo profondo spirito di preghiera e di fede che ha dato senso alla tua vita e alle decisioni da prendere.
Che bel ricordo lasci ai bambini ragazzi e giovani che hanno avuto la fortuna di incontrarti nelle parrocchie, nelle scuole, nei campi-scuola o nei raduni diocesani!
Sarà l’eco della tua Parola forte e incisiva e del tuo affetto sincero per ciascuno che manterrà vivo il tuo ricordo. Partirai ma non ci lascerai! Ci hai detto testualmente: «Le relazioni con le persone sono le cose più importanti della vita. I legami non si spezzano». La reciproca preghiera ci garantisce che è così.
(don Giancarlo Conte)

 

 

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