SOLENNITA DELLA SANTA MADRE DI Dio Maria1 [B]

 

1] Evangelo2: Luca  2,16-21

 

In quel tempo, i pastori andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della Madre. 

 

2] Esegesi e Teologia 

 

La reazione dei Pastori, interpellati dall’Angelo del Signore che annuncia ad essi l’Evangelo, è di buoni Ebrei [v. 15], e mostra queste reazioni:

anzitutto l’obbedienza immediata, senza discutere prima, alla sollecitazione divina in forza della «Parola [rhêma] che il Signore ci fece conoscere»: «Orsù, traversiamo i campi fino a Betlemme», per andare più in fretta;

poi il desiderio di constatare «il rhêma» del Signore. Il termine è il medesimo, a cui Maria manifesta il suo assenso verginale. All’Angelo annunciante infatti risponde: «Ecco la schiava del Signore. Avvenga a me secondo il Rhêma tuo!» [Lc 1,38].

Nell’A.T., la Parola divina, ma in certo senso anche quella umana, è sovrana:

essa è indicata con diversi termini, e il Sal 118 ne dà un elenco suggestivo di 8. In prevalenza si pone il più frequente dabar, dal verbo intensivo dibber, che il greco traduce con il sostantivo lógos e il verbo légô, o con rhêma, dove ambo i termini [e simili], vogliono significare questo:

la “parola” veridica, che provenga dal Signore, ovviamente in modo del tutto speciale, o dall’uomo, è una realtà creatrice, che porta il contenuto che indica;

essa “avviene”, si verifica irreversibilmente, e produce sempre l’effetto che porta con sé.

Così è nel N.T.:

perciò, la Vergine Maria dice all’Angelo: «Il Signore operi di me secondo la Parola-Realtà creatrice che mi significasti»;

i pastori si dicono a vicenda: «Corriamo a vedere di persona la Parola-Realtà che il Signore fece conoscere a noi», perché è «questo Rhêma avvenuto [gegonós]»;

dunque, la Parola è “avvenuta” perché è comunicata, il Signore ne dà “notizia” [gnôrízô]

e ne fa anche fare l’esperienza vitale, tant’è vero che essa si può “vedere” con gli occhi del corpo e comprendere con quelli della mente.

La risposta positiva alla Parola è la fede: della Vergine Maria, di Giuseppe, e dei Pastori, i primi credenti della Comunità nuova che si forma intorno al Bambino appena nato. Perciò i Pastori «si affrettano» per «vedere la Parola» divina. Ne trovano la realtà vivente in tre persone, poste in ordine singolare: Maria la Madre, Giuseppe il Padre putativo, il Bambino appena nato. Ma non solo nato, bensì anche «deposto nella mangiatoia» [v. 16]. Il verbo del “essere deposto “ è il frequente kéimai, che è anche “giacere”. Si dice, per chi si pone a mensa, per chi si corica … e per chi è deposto nel sepolcro. Classica nell’antichità cristiana è la lapide sepolcrale, ad esempio nelle catacombe romane, che comincia così: «entháde kéitai …, qui è deposto, qui giace …». Per la Messa della Notte abbiamo spiegato che il Signore «fu deposto» solo qui, e dalla Croce, nato per morire, ma morto per nascere con la Resurrezione dal sepolcro.

I Pastori “riconoscono” [gnôrízô], hanno esperienza, constatano la «Parola parlata ad essi», e che appunto è Realtà vivente nel Bambino che ne fu l’Oggetto [v. 17]. Così i Pastori si fanno volenterosi annunciatori di questa Parola-Bambino [v. 18]. E qui avviene un’anticipazione. Infatti è senza dubbio stabilito il nesso tra la Parola divina, che il Consiglio divino eterno esprime adesso nel «kairós di Dio», il «tempo opportuno», e «la carne», poiché nel Bambino nato come Uomo vero il Consiglio divino entra in opera e si dispiega ormai solo come «Economia della carne» [i Padri]. Luca nella sua riflessione sul Mistero di Cristo è giunto ad intuire che «il Verbo che si fece carne, e abitò tra noi» [Gv 1,14], ma, proprio come il suo maestro Paolo, non giunge all’esplicitazione, che sarà frutto solo della contemplazione di Giovanni Evangelista, per questo chiamato dalla Chiesa greca «il Teologo», colui che parla dell’Abisso vertiginoso del divino Disegno nel Figlio di Dio. Così i Pastori, dopo la santa visita, sono i primi Apostoli dell’Evangelo ancora «dell’Infanzia», e parlano del Bambino ad altri Ebrei. E poiché questi attendevano la Redenzione d’Israele mediante il Figlio di David, che secondo la Profezia antica doveva nascere a Betlemme di Giuda [Mich 5,2], in essi avviene la reazione davanti al Divino: «ne furono stupiti».

Qui il verbo thaumázô è classico per indicare lo stupore davanti alla manifestazione divina mediante prodigi. Il Signore stesso è «ho Thaumastós, il Mirabile, tra i suoi Santi», che significa anche «il Tremendo» da contemplare [Sal 67,36], e di Lui «mirabile, tremendo è il Nome» [Sal 8,2.10], e «mirabile, terribile quanto opera» [Is 25,1]. Questa Nascita è dunque il primo dei mirabilia Dei della fine dei tempi. Davanti ad esso, la reazione à adorare.

Luca, fine percettore degli stati d’animo, inserisce adesso [Lc 2,19], come poco dopo [v. 51b] i sentimenti della Madre. Ella «custodiva tutte queste Parole-Fatti, coadunandoli nel suo cuore» verginale. Due annotazioni:

Maria dall’Angelo ha la prima Rivelazione del Figlio, ma ancora parziale; poi la Rivelazione sarà ingrandita da Simeone, per la profezia della «spada nel cuore» [Lc 2,35]. Solo Giovanni la completerà con l’assistenza al Figlio sotto la Croce [Gv 19,25];

Luca è della seconda generazione apostolica, e quindi, da storico avveduto, si è di certo documentato, ad esempio per la genealogia di Gesù [Lc 3,23-38] negli archivi sacerdotali del tempio. Ma come avvertiva S. Ignazio d’Antiochia, aveva due divini Archivi, l’A.T. e il cuore della Madre di Dio.

La pericope termina ancora con i Pastori, adesso visti nella loro reazione salutare. Luca qui ci insegna il dato di fatto, che la teologia occidentale, in gran parte erede della mentalità del medio evo razionalista e nominalista, non vuole riconoscere più:

Dio «si conosce» realmente solo a partire dalla Liturgia;

i Pastori completano la loro incipiente esperienza di “visione” con il doxázô, il glorificare Dio, e con l’ainéô, l’inneggiare a Dio, ma «in tutto»;

la loro esperienza si completa per la vita, nella motivazione: «per tutto quello che ascoltarono e videro, e che ad essi fu parlato» [v. 20]. Frase che, posta in ordine logico, dice questo: la Parola divina creatrice si fece ascoltare e vedere efficacemente, ma «nel Bambino nato».

I pastori vanno con sollecitudine a Betlemme per verificare che «storia» [rehma] è quella fatta loro conoscere dal Signore per mezzo degli angeli, appena prima, di un Messia Salvatore e portatore della pace. Maria è protagonista, nella narrazione di Luca. I pastori trovano lei per prima, con accanto Giuseppe, e per mezzo di lei accostano il Bambino Gesù. Ciò si spiega sia perché è la Madre sia perché l’evangelista sembra scrivere quanto deve avergli detto lei stessa, la più illustre «testimone fin da principio» che ha interpellato [Lc 1,2-3]. È lei pure la principale destinataria dei messaggi divini sul Bambino, riferiti dai pastori, e sta al centro delle meraviglie di quanti ascoltano, nel parentado e tra i visitatori umili del vicinato. È lei infine che custodisce nel cuore tutte queste realtà e soprattutto che le medita, per cercare di approfondire il mistero del suo figlio, che è anche Figlio di Dio. Luca ripete questa nota della meditazione nell’evento di dodici anni dopo, al Tempio [Lc 2,51]. Con essa vuole garantire la fonte dalla quale attinge. Per qualcuno è una specie di firma di Maria agli “Evangeli dell’infanzia”. Per tutti sta a dire che la Madre è anche guida e maestra nell’accostare e accogliere il Mistero del Figlio di Dio e figlio suo.

Il nome Gesù, «JHWH è la salvezza», dato nella Circoncisione, non è un semplice appellativo, ma si riferisce alla sua missione di Salvatore e portatore della pace. Per questo significato era necessaria una rivelazione e Luca la dice già fatta dall’Angelo. A Maria era stato rivelato prima del concepimento, nell’Annunciazione [Lc 1,31], e a Giuseppe in prossimità della nascita [Mt 1,21]. Mettergli nome Gesù è stato, quindi, per Maria e per Giuseppe anche un atto di fede nella sua futura missione, con la quale erano stati chiamati a collaborare. Quella stessa fede dovremmo esprimere noi, invocando il nome di Gesù, per dare la nostra collaborazione a continuare oggi la sua missione nel mondo.

L’annuncio della pace pervade questi eventi. Appena prima l’hanno cantata gli angeli, collegandola alla gloria di Dio: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» [Lc 2,14]. I pastori e tutti gli altri personaggi l’hanno nel cuore come desiderio vivissimo e motivo della loro risposta ai richiami della fede. E la si respira nell’atmosfera serena e gioiosa che Luca mostra nella loro pronta disponibilità all’opera di Dio, per costruirla sulla terra.

Il v. 21 narra discretamente la Circoncisione del Signore. I santi Genitori del Signore sono buoni Ebrei, zelanti nell’adempiere le prescrizioni della Tôrah di Mosè sul primo nato [Lev 12,2-8]. Curare il rito severo all’8° giorno era dovere della Madre, che imponeva anche il Nome. Insieme, si portava al santuario gli animali per due distinti sacrifici al Signore per il riscatto del primogenito, quello per l’olocausto di lode e d’azione di grazie, e quello di purificazione. Il maschio primo nato infatti era sacro al Signore [Mich 6,7], poiché era considerato “sacerdote” come capo della futura famiglia. Il Signore aveva però prescritto già durante l’esodo di riscattare i primogeniti maschi, pagando una tassa per il santuario [Es 13,1-3, e 11-16], e li aveva sostituiti con i leviti [Num 3; e 8,5-26]. Gesù è come Dio è il Monogenito: Come Uomo è il Primogenito di Dio senza madre umana, ed è il Primogenito, ossia l’Unico, della Madre Semprevergine ma senza padre umano. Pertanto come il Primogenito destinato ad avere molti altri fratelli [Rom 8,29], è il Sommo Sacerdote per due titoli confluenti. Il povero sacrificio che Giuseppe e Maria portano al tempio è quindi solo di lode e d’azione di grazie al Signore.

Ma quello che risalta qui è il fatto della Circoncisione:

il Signore fu circonciso come un vero Uomo, e Primogenito maschio;

con la Circoncisione entra finalmente a far parte anche di diritto della Famiglia d’Abramo [Gen 17], del quale è il Discendente secondo la carne [ Mt 1,1; Gal 3,16];

ma la Famiglia d’Abramo è il popolo santo della Promessa, che Cristo con la Croce deve conseguire e trasformare in Benedizione [Gal 3,13-14];

Cristo Signore perciò «si fece Diacono della circoncisione a causa della Fedeltà di Dio, per confermare la Promessa dei Padri, che anche le nazioni pagane per misericordia glorificassero Dio» [Rom 15,8-9];

Cristo Signore è il Nucleo santo del popolo messianico, formato da Ebrei circoncisi e battezzati, e da pagani ammessi alla salvezza per pura misericordia in forza del battesimo.

Per questo alla Circoncisione si attua l’Annuncio dell’Angelo a Maria Semprevergine [Lc 1,31] e a Giuseppe [Mt 1,21]: il Bambino sarà chiamato “Gesù”, «La Salvezza è il Signore».

 

3] Lettura e Meditazione

 

Tema unitario delle letture è quello della presenza di Dio. Presenza che la benedizione sacerdotale [I Lettura] stabilisce nel popolo; presenza manifestata nel Volto e nel Nome di Gesù [Evangelo]; presenza che si fa interiore al credente grazie all’effusione dello Spirito e lo guida alla figliolanza divina [II Lettura]. La maternità di Maria è l’evento che consente la manifestazione della presenza benedicente di Dio agli uomini. In particolare, questa celebrazione sottolinea la Circoncisione e l’Imposizione del Nome a Gesù [Lc 2,21]. Quando Gesù nasce viene accolto da parole e gesti elaborati dalla cultura e dalla fede del popolo d’Israele. Gesù entra nel tempo, ma un tempo misurato e messo a servizio di un’iniziazione: a otto giorni dalla nascita, come prescrive il Levitico, Gesù viene circonciso, conosce il gesto che simbolizza la sua appartenenza al popolo dell’alleanza e gli viene imposto il Nome proprio che simbolizza la sua vocazione personalissima, il suo inserimento nelle relazioni famigliari e sociali. Gesù poi riceve un Nome che rinvia al Nome con cui era stato chiamato dall’Angelo [Lc 1,31]. Cioè, Gesù entra nella realtà e la realtà che lo accoglie è simbolica, è intessuta da fili che sono gesti e parole, leggi e riti, costumi e tradizioni che attestano e fanno emergere la valenza simbolica del mondo. Cioè, che il mondo è più del mondo, che il corpo è più del corpo; ovvero che il mondo non è solo, che il corpo non è solo, che l’uomo non è solo.

Gesù entra nel mondo e la rete di simboli che lo accoglie lo fa sentire chiamato, interpellato, immesso in relazioni, appartenente. Anche Gesù accede alla parola perché altri gli hanno rivolto la parola; anche Gesù conosce l’iniziazione alla vita e alle relazioni attraverso la simbolicità del reale. Simbolicità che in Lc 2,21 dice essenzialmente l’appartenenza: Gesù appartiene al popolo d’Israele; Gesù appartiene a una famiglia precisa; Gesù appartiene a Dio. Il suo Nome, infatti, è attuazione della presenza di Dio. Da qui viene una domanda a noi: a chi apparteniamo? Occorre riconoscere il Mistero in cui siamo avvolti e da cui siamo accolti; occorre riconoscere il Mistero dell’altro; occorre rendersi attenti alla presenza divina che ci visita attraverso le presenze creaturali. L’appartenenza a Dio passa attraverso appartenenze orizzontali, famigliari, comunitarie. Appartenenze che non sono gioghi, ma legami liberamente scelti e responsabilmente costruiti giorno dopo giorno.

L’appartenenza a Dio, la fede, trova sempre un luogo che la autentifica o che la smentisce nella qualità delle relazioni con l’altro e con la comunità. Lì possiamo vivere ciò che Paolo dice dei cristiani: «Voi siete di Cristo e Cristo è di Dio; voi appartenete a Cristo» [1 Cor 3,23]. Il Nome Gesù significa «Il Signore salva». La salvezza che Dio opera per l’uomo non è un’azione estrinseca che Dio compie, ma il divenire di Dio, il suo assumere e fare avvenire in sé l’alterità dell’uomo. Dio salva l’uomo entrando nella condizione di colui che ha bisogno di essere salvato: così la salvezza non è un azione per l’altro, ma una relazione con l’altro. La salvezza dell’uomo, come divenire di Dio, esprime il fatto che essa è il desiderio di Dio: se il nome imposto esprime il desiderio dei genitori sul figlio, il nome Gesù, indicato dall’angelo, designa il desiderio di Dio per l’umanità tutta.

Il testo suggerisce l’intrinseco legame tra libertà e obbedienza, autorità e sottomissione. Con autorità i genitori impongono il nome al figlio, con obbedienza trasmettono il nome ricevuto dall’angelo, a significare che ogni umana paternità è sacramento della paternità di Dio. Gesù riceve il suo Nome proprio, cioè viene indirizzato nella via della libertà, ma questo Nome, che contiene l’essere e l’agire di Dio, lo espropria di sé per renderlo sacramento di Dio. Dio stesso, da cui con sovranità e autorità proviene il Nome, svela la sua signoria consegnando il suo Nome [e la missione da esso significata] a un altro da sé: Gesù.

 

4] Prima lettura [Profezia]: Numeri  6,22-27

 

Il Signore si rivolse a Mosè dicendo: «Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro: Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò». 

La I Lettura propone subito il tema della pace. Lo fa con la benedizione più solenne e più ripetuta nell’A.T., alla fine delle grandi funzioni liturgiche e ogni giorno, dopo il sacrificio della sera, secondo la tradizione rabbinica. La presenta come ponte fra il sorriso benevolo di Dio e i benefici della sua misericordia, da riversare sull’umanità: qualcosa di simile al canto degli angeli apparsi ai pastori. Un’introduzione la inserisce quasi come messo erratico nel libro dei Numeri e le dà molto rilievo. Infatti, mentre di solito le istruzioni passano semplicemente da Mosè ad Aronne, questa benedizione è raccomandata da un oracolo divino e ne è allungata la catena dei mediatori: da Dio a Mosè, quindi ad Aronne e ai suoi figli, ai quali era affidato il culto. Vuoi dire che viene da Dio stesso ed è compito speciale dei sacerdoti. La formula della benedizione è al singolare, perché riferita con tanta intensità agli Israeliti come popolo, ma pure a ciascuno di loro. Invoca una triplice azione di JHWH, il Dio dell’alleanza, seguita ciascuna da un particolare beneficio.

Prima azione è che JHWH benedica: cosa che egli fa non solo a parole, come gli uomini, ma con ogni sorta di benefici; di solito anzi sono questi il segno della benedizione divina. Il beneficio conseguente: ti protegga. O più esattamente ti custodisca, ti abbia a cuore, che esprime una carica maggiore di premura e di affetto.

Seconda azione è che JHWH faccia brillare il suo volto. Escluso qualsiasi riferimento ad immagini, l’augurio si riferisce alla presenza e ai sentimenti. Vuol dire: ti faccia sentire la sua presenza benevola e luminosa come un grande sorriso. Beneficio conseguente: ti sia propizio, cioè ben disposto e sempre favorevole.

Terza azione è che JHWH rivolga il volto sereno agli Israeliti: il volto rivolto vuol dire presenza stabile e aperta al dialogo, una luce nella quale vivere tutta la vita.

La pace è l’ultimo beneficio, conseguente alla stabile presenza divina. È un bene tanto grande e impegnativo, che può essere frutto solo della intimità e del dialogo con Dio. Se per noi, infatti, pace vuol dire quasi solo assenza di ostilità, lo shalôm biblico ha un significato molto più ricco: è sviluppo armonioso di se stessi, delle relazioni col prossimo e massimamente del rapporto con Dio, senza nulla che ponga ostacoli o deviazioni. Può stare in parallelo con la «salvezza», che vuol dire pienezza di vita, augurata a tutte le genti nel Salmo responsoriale.   

La conclusione, pronunciata da Dio stesso, dice che il suo nome è la benedizione. Perché i sacerdoti non semplicemente lo invocheranno ma lo «porranno sugli Israeliti». Il nome esprime e rende presente la persona e la sua opera. JHWH, il Signore, è essenzialmente una presenza: «Colui che è», che esiste accanto, che accompagna. Porlo sugli Israeliti, secondo la teologia del Deuteronomio, vuol dire appunto stabilire tra loro una particolare presenza [Dt 12,5-7] e un continuo rapporto con lui. Vuol dire prenderli come speciale proprietà [segullâh] e benedirli, riempiendoli di vita e di fecondità [Dt 7,6.13]. Di fronte a un brano così breve e così carico della spiritualità dell’A.T., viene spontaneo constatare la povertà delle nostre parole e la difficoltà a recepire quelle bibliche. Benedizione, volto di Dio, nome divino, pace... nel linguaggio corrente dicono molto meno. La nuova evangelizzazione, se vuol dire annuncio dell’Evangelo, ha qui dei capitoli  immensi da recuperare.

 

5] Salmo responsoriale3: 66, 2-3.5-6.8, AGC, “Azione di Grazie Comunitaria” 

 

Si tratta di un’«azione di grazie» per il grande beneficio del raccolto, nell’esultanza del popolo santo, che chiama a partecipare anche le nazioni pagane. Ora è proprio del rendere grazie, di chiedere all’ultimo che il beneficio prosegua: e questo è la perenne benedizione divina. Così ripete il Versetto responsorio.

 6] Seconda lettura [Apostolo]: Galati 4,4-7

 

Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.

 

La II Lettura, diversamente dal solito, è la più legata all’Evangelo. La scena semplice del presepio e le meditazioni di Maria su quanto sta succedendo, sono introdotte da queste considerazioni altamente teologiche di Paolo sul mistero dell’Incarnazione. Anche da questa disposizione si può trarre un significato: risalire dalla dottrina della fede ai fatti dai quali è nata e che la vivificano. Nella lettera ai Galati, questo brano segna il punto culminante, il centro delle argomentazioni dottrinali [capitoli 3-4]: con l’Incarnazione si passa dall’antica alla nuova alleanza e da minorenni si diventa maggiorenni figli di Dio, capaci di ricever e di gestire la sua eredità, in Cristo. Agganci col racconto evangelico e con la solennità odierna ci sembrano specialmente i seguenti:

«Nato da donna» è una delle pochissime espressioni nelle quali Paolo lascia intravedere la figura di Maria, molto da lontano ma con tinte tutt’altro che sbiadite. Infatti, il dono che Dio fa del suo Figlio, da buon rabbino, lo ricollega alla promessa messianica di Gen 3,15. Molto chiaramente quindi lo dice vero Figlio di Dio e insieme vero figlio dell’umanità e partecipe della sua storia, «nato da donna, nato sotto la legge». Nella «donna» però non intende solo Eva o la donna in genere, come in Gen 3,15, ma anche specificamente Maria, dalla quale sa bene che è nato Gesù Cristo, secondo la catechesi cristiana che ha ricevuto. Non la nomina, ma ne dice la maternità divina. Che ne affermi pure la verginità intendendo «nato solo da donna», sembra piuttosto eccessivo. Qualcuno comunque lo sostiene, in base anche 1 Cor 11,11-12 dove insegna che «Nel Signore ... come la donna deriva dall’uomo [Eva da Adamo] cosi l’uomo ha vita dalla donna [Gesù da Maria]».

«Perché ricevessimo l’adozione a figli» è linguaggio proprio di Paolo per dire la nostra figliolanza divina partecipe di quella del Figlio eterno. Il nesso profondo è opera dello Spirito Santo, che grida ora nei nostri cuori quello che gridava in Gesù Cristo, per farcelo vivere: «Abbà, Papà!» A Maria lo stesso Spirito Santo ha comunicato e sostenuto l’esercizio della maternità divina: mistero del quale siamo pure partecipi, per la divina adozione e per opera sempre dello Spirito.

«Se figlio, sei anche erede» è un’espressione che ha profondi rapporti con il tema della pace. Sull’eredità i commenti sono quasi nulli perché rinviata all’altro mondo. Ma essa è fin da questa terra il regno di Dio portato da Cristo, regno di pace, di giustizia e di verità. «Eredi di Dio, coeredi di Cristo» [Rom 8,17] specifica Paolo, nel passo parallelo ai Romani, e parla dei gemiti della creazione che aspetta questa nuova realtà.

Nella lettera ai Galati insiste di più sulla capacità di gestire la nuova realtà e quindi sul dovere di diventare maggiorenni e responsabili anche nei rapporti con Dio, uscendo dalla minore età. È una prospettiva ancora lontana nella spiritualità cristiana, che ha espresso tanti movimenti di «figli» e di «figlie» di Dio e ... non ancora di «eredi»!.

 

7] Preghiera e Contemplazione

 

A] Il canto della madre

 

«Una meravigliosa, veramente sovrumana sensazione si risveglia. Questa è opera di Dio. La Madre è il primo asilo della vita. Il suo sangue fa pulsare per la prima volta il cuore della nuova creatura. Il sangue della madre è insieme calore, alimento, medicina. Come il grano di frumento risorge molteplice, così la madre rinasce sempre nei figli.

Tutte le realtà, dentro, fuori, sopra, sotto e all’intorno cantano ad alta voce o in silenzio, ognuna a suo modo, il canto della madre. Tutto il suo essere è un potente Magnificat, che risuona fino al cielo. Ogni madre nobile e pura può ripetere cantando il Canto della Madre di Dio: “Grandi cose ha fatto in me Colui che è potente, e santo è il Suo nome!”. Di ogni madre si può anche dire l’altra parola: “Tu sei benedetta fra le donne ...”.

Davvero una donna può divenir madre solo per benedizione e grazia di Dio. Ella porta il peso della speranza: e presto diverrà una sorgente di vita. Ella apre a un’anima immortale la via verso Iddio, la Chiesa, la famiglia. Un arco della grande porta della maternità si slancia fino all’eterno».

 

B] Lo chiamerai Gesù

 

Era entrato, lo sconosciuto, quando chi è in piedi di buon’ora si muove per la casa dove ancora altri dormono, e sosta alle finestre in una furtiva amicizia con l’aria e con gli uccelli. Faccende quasi impercettibili, quelle che solo una donna che viva perpetuamente in casa sa scegliere, per le ore morte, fra mani e anima. E l’ora più propizia per ricevere un messaggio. Ed eccolo davanti a lei, Gabriele: ha scelto l’istante più sospeso di questa solitudine, come chi apposti la preda nel punto più deserto della boscaglia.

«Ti saluto, piena di grazia». L’amico manda avanti parole rassicuranti e gentili, vuole che il mistico ratto che gli tocca di compiere faccia il minor male possibile: «...il Signore è con te, sei benedetta fra le donne, non aver paura perché tu hai trovato grazia davanti a Dio» [ma il volto di lei è pieno d’istinti e di presagi, altro la sconvolge che la presenza dello sconosciuto; e allora è più generoso ch’egli dica, salti nel cuore della fatale notizia]: «Ecco che tu concepirai e metterai al mondo un figlio e lo chiamerai Gesù».

L’angelo adesso è liberato. Gesù viene al mondo in quest’attimo, nelle due sillabe che battono l’aria della stanza: adesso la sua missione è finita, quel nome non si può respingerlo. «Lo chiamerai Gesù». Le ha buttato quel figlio-parola sulle ginocchia, e nel nome tutta una storia che la madre già può leggere nelle chiaroveggenze del cuore: dalle prime carezze sotto la capanna alla croce, alla mattina trionfante della risurrezione, al grido dei santi e dei disperati che lo chiameranno fino al durare del mondo [Luigi Santucci].

 

D] Le lezioni inesauribili di Gesù Bambino

 

Dal Bambino Gesù impariamo dunque che Dio è anche misteriosamente, piccolezza: si fa piccolo, è simpatia compassione, solidarietà con noi in tutta la nostra debolezza. Il Bambino ci insegna che Dio è si grandioso, potente straordinario, ma c’è pure in lui qualcosa che non sapremmo ben definire e che in noi si chiama umiltà, capacità di accettare l’ultimo posto, la mangiatoia delle bestie dove non si metterebbe nessun uomo.

Questa umiltà assoluta di Gesù nel presepio rivela degli aspetti sconosciuti di Dio: la sua capacità di essere nel povero, nel piccolo, la sua capacità di dare se stesso per noi senza riserve.                                   Ho richiamato solo alcune delle inesauribili lezioni su Dio che ci vengono dal bambino Gesù, perché in lui «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» [Col 2,3].

 

E] Madre di Dio

 

Ave, Maria.

Tante parole gli uomini hanno usato per lodarti dai tempi dei tempi.

Anch’io da ultimo voglio lodarti e ringraziarti.

Lodarti perché sei Maria, la Madre di Dio e ce lo offri come raggiungibile.

Ringraziarti perché sei l’Amica, la Mamma, sei presente sempre.

 

F] Preghiera per la pace

 

Signore, noi abbiamo ancora le mani insanguinate dalle ultime guerre mondiali, così che non ancora tutti i popoli hanno potuto stringerle fraternamente fra loro;

 

Signore, noi siamo oggi tanto armati come non lo siamo mai stati nei secoli prima d’ora, e siamo così carichi di strumenti micidiali da potere, in un istante, incendiare la terra e distruggere forse anche l’umanità;

 

Signore, noi abbiamo fondato lo sviluppo e la prosperità di molte nostre industrie colossali sulla demoniaca capacità di produrre armi di tutti i calibri e tutte rivolte a uccidere e a sterminare gli uomini nostri fratelli; così abbiamo stabilito l’equilibrio crudele della economia di tante Nazioni potenti sul mercato delle armi alle Nazioni povere, prive di aratri, di scuole e di ospedali;

 

Signore, noi abbiamo lasciato che rinascessero in noi le ideologie, che rendono nemici gli uomini fra loro: il fanatismo rivoluzionario, l’odio di classe, l’orgoglio nazionalista, l’esclusivismo razziale, le emulazioni tribali, gli egoismi commerciali, gli individualismi gaudenti e indifferenti verso i bisogni altrui;

 Signore, noi ogni giorno ascoltiamo angosciati e impotenti le notizie di guerre ancora accese nel mondo;

 Signore, è vero! Noi non camminiamo rettamente!

 Signore, guarda tuttavia ai nostri sforzi, inadeguati, ma sinceri, per la pace nel mondo! Vi sono istituzioni magnifiche e internazionali; vi sono propositi per il disarmo e la trattativa;

 Signore, vi sono soprattutto tante tombe che stringono il cuore, famiglie spezzate dalle guerre, dai conflitti, dalle repressioni capitali; donne che piangono, bambini che muoiono; profughi e prigionieri accasciati sotto il peso della solitudine e della sofferenza; e vi sono tanti giovani che insorgono perché la giustizia sia promossa e la concordia sia legge delle nuove generazioni;

 Signore, Tu lo sai, vi sono anime buone che operano il bene in silenzio, coraggiosamente, disinteressatamente e che pregano con cuore pentito e con cuore innocente; vi sono cristiani, e quanti, o Signore, nel mondo che vogliono seguire il Tuo Evangelo e professano il sacrificio e l’amore;

 Signore, Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace [Paolo VI].

 G] Proemio

 

Maria ci appare dalle profondità dell’infinito in una mandorla stellata, circondata da quattro angeli che la onorano gioiosi. Lei è là, nella gloria del Cielo: ci aspetta a braccia aperte e intercede per noi presso Dio. 

 

  Contempliamo Maria

  attraverso le Icone che rivelano i misteri della sua vita.

  Contempliamo Maria

  aprendo a Lei il cuore.

  Contempliamo Maria

  nella sua bellona.

  Contempliamo Maria ascoltandola

  e imparando da Lei.

  Contempliamo Maria

  esprimendo a Lei i nostri bisogni immensi.

  Contempliamo la Donna,

  la Vergine, Colei che non teme di perdere e di perdersi.

  Contempliamo la Madre

  genitrice del Verbo, lasciando che generi in noi il Cristo vivente.

  Contempliamo Maria orante

  e intercediamo per il mondo intero.

  Contempliamo Maria

  mettendoci nelle sue mani con la nostra piccolezza.

  Contempliamo Maria per se stessa,

  trascorrendo del tempo con Lei

  in silenzio gioioso

  in stupore estasiato,

  cullati dal suo amore di madre

  infinita tenerezza per ogni creatura.

  Maria!

  Desiderata pace

  sconfinato bene...