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“Per la pedagogia della
santità –ha scritto Giovanni Paolo II nella
Novo millennio ineunte- c'è bisogno di un
cristianesimo che si distingua innanzitutto
nell'arte della preghiera… Le nostre
comunità cristiane devono diventare
autentiche scuole di preghiera, dove
l'incontro con Cristo non si esprima
soltanto in implorazione di aiuto, ma anche
in rendimento di grazie, lode, adorazione,
contemplazione, ascolto, ardore di
affetti…Alla preghiera sono in particolare
chiamati quei fedeli che hanno avuto il dono
della vocazione ad una vita di speciale
consacrazione: questa li rende, per sua
natura, più disponibili all'esperienza
contemplativa, ed è importante che essi la
coltivino con generoso impegno…Occorre
allora che l'educazione alla preghiera
diventi in qualche modo un punto
qualificante di ogni programmazione
pastorale”[1] .
La preghiera è il mezzo universale e
indispensabile per avanzare su tutti i
fronti nel cammino di santità. “Se vuoi
cominciare a possedere la luce di Dio, dice
la B. Angela da Foligno, prega; se sei già
impegnato nella salita della perfezione e
vuoi che questa luce in te aumenti, prega;
se vuoi la fede, prega; se vuoi la speranza,
prega; se vuoi la carità, prega; se vuoi la
povertà, prega; se vuoi l’obbedienza, la
castità, l’umiltà, la mansuetudine, la
fortezza, prega. Qualunque virtù tu
desideri, prega…Quanto più sei tentato,
tanto più persevera nella preghiera… La
preghiera infatti ti dà luce, ti libera
dalle tentazioni, ti fa puro, ti unisce a
Dio” [2] . Agostino dice: “Ama e fa ciò che
vuoi” [3] ; con altrettanta verità possiamo
dire: “Prega e fa ciò che vuoi”.
Attenendomi al tema assegnatomi “Santità
pneumatico-paolina del sacerdote”, in questa
meditazione vorrei esporre l’insegnamento
dell’Apostolo sulla preghiera, facendo, al
termine, qualche applicazione più specifica
alla vita del sacerdote. Noi infatti, ci
ricorda lo stesso S. Agostino, “per”gli
altri siamo sacerdoti e vescovi, ma “con”
gli altri siamo dei cristiani [4] .
1. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra
debolezza
Nel capitolo ottavo della Lettera ai Romani
l’Apostolo mette in luce le operazioni più
importanti dello Spirito Santo nella vita
del cristiano e tra esse, in primissimo
piano, figura la preghiera. Lo Spirito
Santo, principio di vita nuova, è anche, di
conseguenza, principio di preghiera nuova.
Partiamo dai due versetti più attinenti al
nostro tema:
“Allo stesso modo anche lo Spirito viene in
aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno
sappiamo che cosa sia conveniente domandare,
ma lo Spirito stesso intercede con
insistenza per noi con gemiti inesprimibili
e colui che scruta i cuori sa quali sono i
desideri dello Spirito poiché egli intercede
per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm
8, 26-27).
San Paolo afferma che lo Spirito intercede
per “con gemiti inesprimibili”. Se potessimo
scoprire per che cosa e come prega lo
Spirito nel cuore del credente, avremmo
scoperto il segreto stesso della preghiera.
Ora, a me sembra che questo sia possibile.
Lo Spirito infatti che prega in noi
segretamente e senza strepito di parole è lo
stesso identico Spirito che ha pregato a
chiare lettere nella Scrittura. Egli che ha
“ispirato” le pagine della Scrittura, ha
anche ispirato le preghiere che leggiamo
nella Scrittura.
Se è vero che lo Spirito Santo continua a
parlare oggi nella Chiesa e nelle anime,
dicendo, in modo sempre nuovo, le stesse
cose che ha detto “per mezzo dei profeti”
nelle sacre Scritture, è vero anche che egli
prega oggi, nella Chiesa e nelle anime, come
ha insegnato a pregare nella Scrittura. Lo
Spirito Santo non ha due preghiere diverse.
Noi dobbiamo, dunque, andare a scuola di
preghiera dalla Bibbia, per imparare ad
“accordarci” con lo Spirito e pregare come
prega lui.
Quali sono i sentimenti dell’orante biblico?
Cerchiamo di scoprirlo attraverso la
preghiera dei grandi amici di Dio: Abramo,
Mosè, Geremia, i salmisti. La prima cosa che
colpisce in questi oranti “ispirati” è la
grande libertà e l’incredibile ardimento con
cui dialogano con Dio. Niente di quel
servilismo che gli uomini sono soliti
associare alla parola “preghiera”.
Conosciamo bene la preghiera di Abramo a
favore di Sodoma e Gomorra (cf Gn 18, 22 ss).
Abramo comincia dicendo: “Davvero
sterminerai il giusto con l’empio?”, come
per dire: non posso credere che tu vorrai
fare una cosa del genere! A ogni successiva
richiesta di perdono, Abramo ripete: “Vedi
come ardisco parlare al mio Signore!”. La
sua supplica è “ardita” e lui stesso se ne
rende conto. Ma è che Abramo è l’“amico di
Dio” (Is 41, 8) e tra amici si sa fin dove
ci si può spingere.
Mosè va ancora più lontano nel suo
ardimento. Dopo che il popolo si è costruito
il vitello d’oro, Dio dice a Mosè che è sul
monte a pregare: “Scendi in fretta di qui
perché il tuo popolo, che tu hai fatto
uscire dall’Egitto, si è traviato”. Mosè
risponde dicendo: “Al contrario, essi sono
il tuo popolo, la tua eredità, che tu hai
fatto uscire dall’Egitto” (Dt 9, 12.29; cf
Es 32, 7.11). La tradizione rabbinica ha
colto bene il sottinteso che c’è nelle
parole di Mosè: “Quando questo popolo ti è
fedele, allora esso è il “tuo” popolo che
“tu” hai fatto uscire dal paese d’Egitto;
quando ti è infedele, allora esso diventa il
“mio” popolo che “io” ho fatto uscire
dall’Egitto?”. A questo punto Dio ricorre
all’arma della seduzione; fa balenare
davanti al suo servo l’idea che, una volta
distrutto il popolo ribelle, farà di lui
“una grande nazione” (Es 32, 10). Mosè
risponde facendo ricorso a un piccolo
ricatto; dice a Dio: Attento, perché, se
distruggi questo popolo, si dirà in giro che
l’hai fatto perché non eri in grado di
introdurlo nella terra che avevi loro
promesso! “E Dio abbandonò il proposito di
nuocere al suo popolo” (cf Es 32, 12; Dt 9,
28).
Geremia arriva alla protesta esplicita e
grida a Dio: “Mi hai sedotto”, e: “Non
penserò più a lui non parlerò più in suo
nome!” (Ger 20, 7.9). Se poi guardiamo ai
salmi, si direbbe che Dio non fa che mettere
sulle labbra dell’uomo le parole più
efficaci per lamentarsi con lui. Il Salterio
è di fatto un intreccio unico tra la lode
più sublime e il lamento più accorato. Dio è
chiamato spesso apertamente in causa:
“Dèstati, perché dormi Signore?”, “Dove sono
le tue promesse di un tempo?”, “Perché te ne
stai lontano e ti nascondi nel tempo della
sventura?”, “Tu ci tratti come pecore da
macello!”, “Non essere sordo, Signore!”,
“Fino a quando starai a guardare?”.
Come si spiega tutto questo? Dio spinge
forse l’uomo all’irriverenza verso di lui,
dal momento che, in ultima analisi, è lui
che ispira e approva questo tipo di
preghiera? La risposta è: tutto questo è
possibile perché nell’uomo biblico è al
sicuro il rapporto creaturale con Dio.
L’orante biblico è così intimamente pervaso
dal senso della maestà e santità di Dio,
così totalmente sottomesso a lui, Dio è così
“Dio” per lui, che, sulla base di questo
dato pacifico, tutto riposa al sicuro. La
sua preghiera preferita, nel tempo della
prova, è sempre la stessa: “Tu sei giusto in
tutto ciò che hai fatto, tutte le tue opere
sono vere, rette le tue vie e giusti i tuoi
giudizi [...] poiché noi abbiamo peccato” (Dn
3, 28 ss; cf Dt 32, 4 ss). “Tu sei giusto,
Signore!”: dopo queste tre o quattro parole
– dice Dio – l’uomo può dirmi ciò che vuole:
io sono disarmato!
La spiegazione, insomma, è nel cuore con cui
questi uomini pregano. Nel bel mezzo delle
sue preghiere tempestose, Geremia rivela il
segreto che rimette tutto a posto: “Ma tu,
Signore mi conosci, mi vedi; tu provi che il
mio cuore è con te!” (Ger 12, 3). Anche i
salmisti intercalano, ai loro lamenti,
espressioni analoghe di fedeltà assoluta:
“Ma la roccia del mio cuore è Dio!” (Sal 73,
26).
La qualità della preghiera biblica emerge
anche dal contrasto con quella degli
ipocriti. Questi, dicono i profeti (cf. Ger
12,2; Is 29,13), hanno la bocca tutta per
Dio, ma il cuore lontano da lui; i veri
amici hanno, al contrario, il cuore tutto
per Dio e la bocca, a tratti, contro Dio nel
senso che non nascondono lo sconcerto di
fronte al mistero del suo agire e, come
Giobbe, si lasciano sfuggire parole di duro
lamento.
2. La preghiera di Gesù
Ma se è importante conoscere come lo Spirito
ha pregato in Abramo, in Mosè, in Geremia e
nei salmi, è immensamente più importante
conoscere come ha pregato in Gesù, perché è
lo Spirito di Gesù che ora prega in noi con
gemiti inesprimibili. In Cristo è portata
alla perfezione quell’interiore adesione del
cuore e di tutto l’essere a Dio che
costituisce, come si è visto, il segreto
biblico della preghiera. Il Padre lo
esaudiva sempre, perché egli faceva sempre
le cose che gli erano gradite (cf Gv 4, 34;
11, 42); lo esaudiva “per la sua pietà”,
cioè per la sua obbedienza e filiale
sottomissione (cf Eb 5,7).
La parola di Dio, culminante nella vita di
Gesù, ci insegna, dunque, che la cosa più
importante della preghiera non è ciò che si
dice, ma ciò che si è; non ciò che si ha
sulle labbra, ma ciò che si ha nel cuore.
Non è tanto nell’oggetto quanto nel
soggetto. Anche per Agostino, il problema
fondamentale non è sapere “cosa dici nella
preghiera”, quid ores, ma “come sei nel
pregare”, qualis ores [5] . La preghiera,
come l’agire, “segue l’essere”. La novità
recata dallo Spirito Santo, nella vita di
preghiera, consiste nel fatto che egli
riforma, appunto, l’“essere” dell’orante;
suscita l’uomo nuovo, l’uomo amico di Dio;
toglie da lui il cuore pieno di paure e
interessato dello schiavo e gli da un cuore
di figlio.
Venendo in noi, lo Spirito non si limita a
insegnarci come bisogna pregare, ma prega in
noi, come – a proposito della legge – egli
non si limita a dirci cosa dobbiamo fare, ma
lo fa con noi. Lo Spirito non dà una legge
di preghiera, ma una grazia di preghiera. La
preghiera biblica non viene dunque a noi,
primariamente, per apprendimento esteriore e
analitico, cioè in quanto cerchiamo di
imitare gli atteggiamenti che abbiamo
riscontrati in Abramo, in Mosè, in Giobbe e
nello stesso Gesù (anche se tutto ciò sarà,
esso pure, necessario e richiesto in un
secondo momento), ma viene a noi per
infusione, come dono.
Questa è l’incredibile “buona notizia” a
proposito della preghiera cristiana! Viene a
noi il principio stesso di tale preghiera
nuova e tale principio consiste nel fatto
che “Dio ha mandato nei nostri cuori lo
Spirito del suo Figlio che grida: Abbà,
Padre!” (Gal 4, 6). Questo vuol dire pregare
“nello Spirito”, o “mediante lo Spirito” (cf
Ef 6, 18; Gd 20).
Anche nella preghiera, come in tutto il
resto, lo Spirito “non parla da sé”, non
dice cose nuove e diverse; semplicemente,
egli risuscita e attualizza, nel cuore dei
credenti, la preghiera di Gesù. “Egli
prenderà del mio e ve lo annunzierà”, dice
Gesù del Paraclito (Gv 16, 14): prenderà la
mia preghiera e la darà a voi. In forza di
ciò, noi possiamo esclamare con tutta
verità: “Non sono più io che prego, ma
Cristo prega in me!”. “Il Signore nostro
Gesù Cristo, Figlio di Dio, scrive Agostino,
è colui che prega per noi, che prega in noi
e che è pregato da noi. Prega per noi come
nostro sacerdote, prega in noi come nostro
capo, è pregato da noi come nostro Dio.
Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e
in noi la sua voce” [6] .
Il grido stesso Abbà! dimostra che chi prega
in noi, attraverso lo Spirito, è Gesù, il
Figlio unico di Dio. Per se stesso, infatti,
lo Spirito Santo non potrebbe rivolgersi a
Dio, chiamandolo Padre, perché egli non è
“generato”, ma soltanto “procede” dal Padre.
Quando ci insegna a gridare Abbà! lo Spirito
Santo – diceva un autore antico – “si
comporta come una madre che insegna al
proprio bambino a dire “papà” e ripete tale
nome con lui, finché lo porta all’abitudine
di chiamare il padre anche nel sonno” [7] .
La madre non potrebbe rivolgersi al suo
sposo chiamandolo “papà” perché è sua moglie
non sua figlia; se lo fa è perché parla a
nome del suo bambino e si identifica con
lui.
Qualcuno si è chiesto come mai nel “Padre
nostro” non viene nominato lo Spirito Santo;
nell’antichità ci fu perfino chi cercò di
colmare questa lacuna, aggiungendo in alcuni
codici, dopo l’invocazione per il pane
quotidiano, le parole: “lo Spirito Santo
venga su di noi e ci purifichi”. Ma è più
semplice pensare che lo Spirito Santo non è
tra le cose chieste perché è colui che le
chiede. “Dio ha mandato nei nostri cuori lo
Spirito del suo Figlio che grida: Abbà,
Padre!” (Gal 4, 6). È lo Spirito Santo che
intona ogni volta in noi il “Padre nostro”;
senza di lui grida a vuoto “Abbà!” chiunque
lo grida.
3. Il respiro trinitario della preghiera
cristiana
È lo Spirito Santo che infonde, dunque, nel
cuore il sentimento della figliolanza
divina, che ci fa sentire (non soltanto
sapere!) figli di Dio: “Lo Spirito stesso
attesta al nostro spirito che siamo figli di
Dio” (Rm 8, 16). A volte questa operazione
fondamentale dello Spirito si realizza nella
vita di una persona in modo repentino e
intenso e allora se ne può contemplare tutto
lo splendore. L’anima è inondata di una luce
nuova, nella quale Dio le si rivela, in un
modo nuovo, come Padre. Si fa esperienza di
cosa vuol dire veramente la paternità di
Dio; il cuore si intenerisce e la persona ha
la sensazione di rinascere da questa
esperienza. Dentro di lei appare una grande
confidenza e un senso mai provato della
condiscendenza di Dio che, a tratti, si
alterna con il sentimento altrettanto vivo
della sua infinita grandezza, trascendenza e
santità. Dio appare davvero “il mistero
tremendo e affascinante” che ispira, nello
stesso tempo, somma fiducia e riverente
timore. La preghiera del cristiano si
risolve tutta, in questi momenti, in
“commossa gratitudine”.
Quando san Paolo parla del momento in cui lo
Spirito irrompe nel cuore del credente e gli
fa gridare: “Abbà Padre!”, allude a questo
modo di gridarlo, a questa ripercussione di
tutto l’essere, nel grado più alto. Così
avveniva in Gesù quando, “in un impeto di
esultanza nello Spirito Santo”, esclamava :
“Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo
e della terra” (Lc 10, 21).
Non bisogna però illudersi. Questo modo
vivido di conoscere il Padre di solito non
dura a lungo; ritorna presto il tempo in cui
il credente dice “Abbà!”, senza “sentire”
nulla, e continua a ripeterlo solo sulla
parola di Gesù. È il momento, allora, di
ricordare che quanto meno quel grido rende
felice chi lo pronuncia, tanto più rende
felice il Padre che lo ascolta, perché fatto
di pura fede e di abbandono.
Noi siamo, allora, come Beethoven. Divenuto
sordo, egli continuava a comporre splendide
sinfonie, senza poter gustare il suono di
alcuna nota. Quando fu eseguita per la prima
volta la sua Nona sinfonia, terminato l’inno
finale alla gioia, il pubblico esplose in un
uragano di applausi e qualcuno
dell’orchestra dovette tirare il maestro per
il lembo della giacca perché si voltasse a
ringraziare. Lui non aveva gustato nulla
della sua musica, ma il pubblico era in
delirio. La sordità, anziché spegnere la sua
musica, la rese più pura e così fa anche
l’aridità con la nostra preghiera.
E proprio in questo tempo di “assenza” di
Dio e di aridità spirituale che si scopre
tutta l’importanza dello Spirito Santo per
la nostra vita di preghiera. Egli, da noi
non visto e non sentito, riempie le nostre
parole e i nostri gemiti, di desiderio di
Dio, di umiltà, di amore, “e colui che
scruta i cuori sa quali sono i desideri
dello Spirito”. Noi non lo sappiamo, ma lui
sì! Lo Spirito diviene, allora, la forza
della nostra preghiera “debole”, la luce
della nostra preghiera spenta; in una
parola, l’anima della nostra preghiera.
Davvero, egli “irriga ciò che è arido” (rigat
quod est aridum), come diciamo nella
sequenza in suo onore.
Tutto questo avviene per fede. Basta che io
dica o pensi: “Padre, tu mi hai donato lo
Spirito di Gesù; formando, perciò, un solo
Spirito con Gesù, io recito questo salmo,
celebro questa santa Messa, o sto
semplicemente in silenzio alla tua presenza.
Voglio darti quella gloria e quella gioia
che ti darebbe Gesù, se fosse lui a pregarti
ancora di persona dalla terra”.
Da tutto ciò emerge la caratteristica unica
della preghiera cristiana che la distingue
da ogni altra forma di preghiera.
Ispirandoci a un’espressione della B. Angela
da Foligno, potremmo dire che pregare
significa “raccogliersi in unità e
inabissare la propria anima nell’infinito
che è Dio” [8] . Nella preghiera si attuano
così i due movimenti più propri dello
spirito umano che sono rientrare in se
stesso e uscire da se stesso.
Al centro di ogni essere umano c’è un punto
di unità e di verità che chiamiamo cuore,
coscienza, io profondo, centro della
personalità o con altri nomi ancora. È più
facile conoscere ed entrare in contatto con
il mondo intero fuori di noi che non
giungere a questo centro di noi stessi, come
è più facile, per gli scienziati, inviare
sonde su Marte ed esplorare gli spazi
interplanetari che esplorare cosa c’è, a
poche migliaia di chilometri da noi, al
centro della terra, dove nessuno infatti è
mai arrivato. La preghiera, quando è
autentica, permette anche ai più semplici,
di attingere questo traguardo: ci raccoglie
in unità, ci mette in contatto con il nostro
io più profondo. La persona non è mai se
stessa come quando prega.
Appena però l’essere umano si raccoglie in
sé, si accorge che non basta a se stesso,
sperimenta il limite e il bisogno di
superarlo, di evadere verso spazi meno
angusti. A volte prendere coscienza di
quello che siamo in verità, ci può incutere
perfino spavento…La preghiera è l’unica a
offrire alla creatura umana la possibilità
di superare il suo limite. Essa le permette
di “inabissare la propria anima
nell’infinito che è Dio”. La persona che ha
anche un attimo solo di vera preghiera sente
di poter far sue le parole di Leopardi
nell’Infinito: “Il naufragar m’è dolce in
questo mare”.
In ciò si rivela la differenza della
preghiera cristiana rispetto a forme di
preghiera e di meditazione di altra
provenienza: yoga, meditazione
trascendentale, enneagramma… Queste tecniche
di concentrazione possono essere di aiuto
per realizzare il primo dei due movimenti
della preghiera - quello verso il centro di
sé -, ma sono impotenti a realizzare il
secondo movimento, quello dall’io a Dio. Per
questo contatto con un Dio personale,
“totalmente Altro” dal mondo, noi cristiani
crediamo che non c’è altra via che lo
Spirito di colui che ha detto: “Nessuno
viene al Padre se non per mezzo di me”.
4. “Dammi ciò che mi comandi!”
C’è in noi, a causa di tutto ciò, come una
vena segreta di preghiera. Parlando di essa,
il martire sant’Ignazio d’Antiochia,
scriveva: “Sento in me un’acqua viva che
mormora e dice: Vieni al Padre!” [9] . Cosa
non si fa, in alcuni paesi afflitti da
siccità, quando, da certi indizi, si scopre
che c’è, nel terreno sottostante, una vena
d’acqua: non si smette di scavare, finché
quella vena non è stata raggiunta e portata
alla superficie.
Io stesso mi trovavo una volta in Africa, in
un villaggio dove l’acqua da sempre era
qualcosa di prezioso che le donne andavano a
cercare lontano e portavano a casa con
poveri recipienti appoggiati sulla testa. Un
missionario che aveva il dono di “sentire”
la presenza dell’acqua aveva detto che ci
doveva essere una vena d’acqua che passava
sotto il villaggio e si stava scavando un
pozzo. La sera del mio arrivo si stava
rimuovendo l’ultimo strato di terra, dopo di
che si sarebbe visto se c’era o no acqua.
C’era! Agli abitanti del villaggio sembrò un
miracolo e fecero festa danzando tutta la
notte al suono di tamburi. L’acqua scorreva
sotto le loro case e non lo si sapeva! Per
me era un’immagine di ciò che capita a noi a
proposito della preghiera. Vi sono cristiani
che si recano fino all’estremo oriente per
imparare a pregare; non hanno ancora
scoperto di avere in se, per il battesimo,
la sorgente stessa della preghiera.
Questa vena interiore di preghiera,
costituita dalla presenza dello Spirito di
Cristo in noi, non vivifica soltanto la
preghiera di petizione, ma rende viva e vera
ogni altra forma di preghiera: quella di
lode, quella spontanea, quella liturgica.
Soprattutto, direi, quella liturgica.
Infatti, quando noi preghiamo
spontaneamente, con parole nostre, è lo
Spirito che fa sua la nostra preghiera, ma
quando preghiamo con le parole della Bibbia
o della liturgia, siamo noi che facciamo
nostra la preghiera dello Spirito, ed è cosa
più sicura. Anche la preghiera silenziosa di
contemplazione e di adorazione trova un
incalcolabile giovamento a essere fatta
“nello Spirito”. Questo è ciò che Gesù
chiamava “adorare il Padre in Spirito e
verità” (Gv 4, 23).
La capacità di pregare “nello Spirito” è la
nostra grande risorsa. Molti cristiani,
anche veramente impegnati, sperimentano la
loro impotenza di fronte alle tentazioni e
l’impossibilità di adeguarsi alle esigenze
altissime della morale evangelica e
concludono, talvolta, che è impossibile
vivere integralmente la vita cristiana. In
un certo senso, hanno ragione. È
impossibile, infatti, da soli, evitare il
peccato; ci occorre la grazia; ma anche la
grazia – ci viene insegnato – è gratuita e
non la si può meritare. Che fare allora:
disperarsi, arrendersi? Risponde il concilio
di Trento: “Dio, dandoti la grazia, ti
comanda di fare ciò che puoi e di chiedere
ciò che non puoi” [10] . Quando uno ha fatto
tutto quanto sta in lui e non è riuscito,
gli resta pur sempre una possibilità:
pregare e, se ha già pregato, pregare
ancora!
La differenza tra l’antica e la nuova
alleanza consiste proprio in questo: nella
legge, Dio comanda, dicendo all’uomo: “Fa’
quello che ti comando!”; nella grazia,
l’uomo domanda, dicendo a Dio: “Dammi quello
che mi comandi!”. Una volta scoperto questo
segreto, sant’Agostino, che fino allora
aveva combattuto inutilmente per riuscire a
essere casto, cambiò metodo e anziché
lottare con il suo corpo, cominciò a lottare
con Dio; disse: “O Dio, tu mi comandi di
essere casto; ebbene, dammi ciò che mi
comandi e poi comandami ciò che vuoi!” [11]
.E ottenne la castità!
5. Il sacerdote maestro di preghiera
Nella Novo millennio ineunte il papa dice
che la santità è un “dono” che si traduce in
“compito” [12] . Lo stesso si deve dire
della preghiera: essa è un dono di grazia
che crea però in chi lo riceve il dovere di
corrispondervi, di coltivarlo. Di questo
vorrei occuparmi nella seconda parte di
questa meditazione: la preghiera come
compito primario del sacerdote.
Se le comunità cristiane devono essere
”scuole di preghiera”, i sacerdoti che le
guidano devono, di conseguenza, essere
“maestri di preghiera”. Non posso, a questo
proposito, trattenere un lamento. Un giorno
gli apostoli dissero a Gesù: “Insegnaci a
pregare”. Oggi tanti cristiani fanno
silenziosamente al sacerdote e alla Chiesa
la stessa richiesta: “Insegnaci a pregare!”
Purtroppo in tante parrocchie si fa di
tutto; ci sono iniziative di ogni genere,
per i giovani, gli anziani, gruppi per lo
sport, le gite, il tempo libero…, ma niente
che invogli e aiuti la gente a pregare.
Spesso chi avverte questo bisogno di
spiritualità è indotto a cercare al di fuori
di Cristo, in forme di spiritualità
esoteriche e orientaleggianti, di cui ho
messo in rilievo sopra il limite intrinseco
per un cristiano. “Non è forse un ‘segno dei
tempi’ –prosegue il papa nella sua lettera
apostolica - che si registri oggi, nel
mondo, nonostante gli ampi processi di
secolarizzazione, una diffusa esigenza di
spiritualità, che in gran parte si esprime
proprio in un rinnovato bisogno di
preghiera? Anche le altre religioni, ormai
ampiamente presenti nei Paesi di antica
cristianizzazione, offrono le proprie
risposte a questo bisogno, e lo fanno
talvolta con modalità accattivanti. Noi che
abbiamo la grazia di credere in Cristo,
rivelatore del Padre e Salvatore del mondo,
abbiamo il dovere di mostrare a quali
profondità possa portare il rapporto con
lui” [13] .
Nessuno può insegnare ad altri a pregare se
non è lui stesso un uomo di preghiera e qui
tocchiamo il punto nevralgico. Ricordiamo
ciò che dice Pietro in occasione della prima
ripartizione dei ministeri fatta in seno
alla comunità cristiana: “Non è giusto che
noi trascuriamo la parola di Dio per il
servizio delle mense…Noi ci dedicheremo alla
preghiera e al ministero della parola” (At
6, 2-4). Se ne deduce che il pastore può
delegare ad altri tutto, o quasi tutto,
nella conduzione della comunità, eccetto la
preghiera.
Può essere di grande sostegno a un pastore,
in questo campo, avere intorno a sé quello
che santa Caterina da Siena chiamava “un
muro di preghiera”, formato da anime
desiderose del bene della Chiesa [14] . Ne
abbiamo un esempio negli Atti degli
apostoli. Pietro e Giovanni sono rilasciati
dal Sinedrio con l’ingiunzione di non
parlare più nel nome di Cristo. Se ignorano
il comando espongono tutta la comunità a
rappresaglie, se obbediscono tradiscono il
mandato di Cristo. Non sanno che fare. È la
preghiera della comunità che permette di
superare la grave crisi. La cpmunità si
mette in preghiera; uno legge un salmo, un
altro ha il dono di applicarlo alla
situazione presente; si determina un clima
di intensa fede; avviene come una replica
della Pentecoste e gli apostoli, pieni di
Spirito Santo, riprendono ad annunciare “con
parresia” il messaggio di salvezza (cf Atti
4, 23-31).
Noi conosciamo di solito due forme
fondamentali di preghiera: la preghiera
liturgica e la preghiera privata o
personale. La preghiera liturgica è
comunitaria, ma non spontanea, nel senso che
in essa ci si deve attenere a parole e
formule stabilite e uguali per tutti. La
preghiera personale è spontanea, ma non
comunitaria. Esiste un terzo tipo di
preghiera che è spontanea e comunitaria
insieme: è la preghiera di gruppo, o il
gruppo di preghiera. I “gruppi di
preghiera”, di varia ispirazione, sono un
segno dei tempi da accogliere con
gratitudine, pur vigilando a che operino in
modo sano e in umiltà all’interno della
comunità
Questo è il tipo di preghiera a cui si
riferisce Paolo quando scrive ai Corinzi:
“Quando vi radunate ognuno può avere un
salmo, un insegnamento, una rivelazione, un
discorso in lingue, il dono di
interpretarle. Ma tutto si faccia per
l'edificazione” (1 Cor 14,26); è quello che
suppone anche il passo della Lettera agli
Efesini: “Siate ricolmi dello Spirito,
intrattenendovi a vicenda con salmi, inni,
cantici spirituali, cantando e inneggiando
al Signore con tutto il vostro cuore,
rendendo continuamente grazie per ogni cosa
a Dio Padre, nel nome del Signore nostro
Gesù Cristo “ (Ef 5,19-20).
6. Preghiera e azione pastorale
Una cosa soprattutto è necessario rinnovare
nella vita del sacerdote ed è il rapporto
tra preghiera e azione. Si deve passare da
un rapporto di giustapposizione a un
rapporto di subordinazione. Giustapposizione
è quando prima si prega e poi si passa
all’attività pastorale; subordinazione è
quando prima si prega e poi si fa quello che
il Signore ha mostrato in preghiera! Gli
apostoli e i santi non pregavano
semplicemente prima di fare qualcosa;
pregavamo per conoscere cosa fare!
Per Gesú pregare e agire non erano due cose
separate, o giustapposte; di notte egli
pregava e poi di giorno eseguiva quello che
aveva capito essere la volontà del Padre:
“In quei giorni Gesù se ne andò sulla
montagna a pregare e passò la notte in
orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i
suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali
diede il nome di apostoli” (Lc 6,12-13).
Se crediamo veramente che Dio governa la
Chiesa con il suo Spirito e risponde alle
preghiere, dovremmo prendere molto sul serio
la preghiera che precede un incontro
pastorale, una decisione importante; non
accontentarci di recitare, in tutta fretta,
una Ave Maria e fare un segno di croce per
poi passare all’ordine del giorno, come se
questo fosse la vera cosa seria.
A volte può sembrare che tutto continui come
prima e che nessuna risposta sia emersa
dalla preghiera, ma non è così. Pregando si
è “presentata la questione a Dio” cf Es 18,
19); ci si è spogliati di ogni interesse
personale e della pretesa di decidere da
soli, si è dato a Dio la possibilità di
intervenire, di far capire qual è la sua
volontà. Qualunque sia la decisione che si
prenderà in seguito sarà quella giusta
davanti a Dio. Spesso facciamo l’esperienza
che più è il tempo che dedichiamo alla
preghiera su un problema, tanto meno è il
tempo che occorre poi per risolverlo.
Molti sacerdoti possono testimoniare che la
loro vita e il loro ministero sono cambiati
a partire dal momento in cui hanno preso la
decisione di mettere un’ora di preghiera
personale al giorno nel loro orario,
recintando, come con filo spinato, questo
tempo sulla loro agenda per difenderlo da
tutti e da tutto.
Un posto particolare deve occupare, nella
vita del sacerdote, la preghiera di
intercessione. Gesù ce ne da l’esempio con
la sua “preghiera sacerdotale”. “Prego per
loro, per coloro che mi hai dato. [...]
Custodiscili nel tuo nome. Non chiedo che tu
li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal
maligno. Consacrali nella verità. [...] Non
prego solo per questi, ma anche per quelli
che per la loro parola crederanno in me...”
(cf Gv 17, 9 ss). Gesù dedica relativamente
poco spazio a pregare per sé (“Padre,
glorifica il figlio tuo!”) e molto di più a
pregare per gli altri, cioè a intercedere.
Dio è come un padre pietoso che ha il dovere
di punire, ma che cerca tutte le possibili
attenuanti per non doverlo fare ed è felice,
in cuor suo, quando i fratelli del colpevole
lo trattengono dal farlo. Se mancano queste
braccia fraterne levate verso di lui, egli
se ne lamenta nella Scrittura: “Egli ha
visto che non c’era alcuno, si è
meravigliato perché nessuno intercedeva” (Is
59, 16). Ezechiele ci trasmette questo
lamento di Dio: “Io ho cercato fra loro un
uomo che costruisse un muro e si ergesse
sulla breccia di fronte a me, per difendere
il paese perché io non lo devastassi, ma non
l’ho trovato” (Ez 22, 30).
Quando, nella preghiera, noi sacerdoti
sentiamo che Dio è in lite con il popolo che
ci è stato affidato, non dobbiamo schierarci
con Dio, ma con il popolo! Così fece Mosè,
fino a protestare di voler essere radiato
lui stesso, con loro, dal libro della vita (cf
Es 32, 32), e la Bibbia fa capire che questo
era proprio ciò che Dio desiderava, perché
egli “abbandonò il proposito di nuocere al
suo popolo”.
Quando saremo davanti al popolo, allora
dovremo, con tutta la forza, difendere i
diritti di Dio. Solo chi ha difeso il popolo
davanti a Dio e ha portato il peso del suo
peccato, ha il diritto – e avrà il coraggio
–, dopo, di gridare contro di esso, in
difesa di Dio. Quando, scendendo dal monte,
Mosè si trovò di fronte al popolo che aveva
difeso sul monte, allora si accese la sua
ira: frantumò il vitello d’oro, ne disperse
la polvere nell’acqua e fece trangugiare
l’acqua alla gente, gridando: “Così ripaghi
il Signore, o popolo stolto e insipiente?” (cf.
Es 32, 19 ss.; Dt 32, 6).
Ho ricordato alcuni “doveri” del sacerdote
riguardo alla preghiera, ma non vorrei che
l’idea di dovere rimanesse, al termine di
questa riflessione, la nota dominante,
facendoci dimenticare che essa è prima di
tutto dono. Se ci sentiamo tanto al di sotto
di questo modello del sacerdote “uomo di
preghiera”, non dimentichiamo mai quello che
ci ha assicurato S. Paolo all’inizio: “Lo
Spirito Santo viene in aiuto della nostra
debolezza”. Forti di tale parola, noi
possiamo iniziare ogni mattina la nostra
giornata di preghiera dicendo: “Spirito
Santo vieni in aiuto della mia debolezza.
Fammi pregare. Prega tu in me, con gemiti
inesprimibili. Io dico Amen, sì a tutto ciò
che tu chiedi per me al Padre nel nome di
Gesú”.
[1] Giovanni Paolo II, Novo millennio
ineunte, 32-34.
[2] Il libro della B. Angela da Foligno,
Quaracchi, Grottaferrata, 1985, p. 454 s.
[3] S. Agostino, Commento alla prima lettera
di Giovanni, 7,8 (PL 35. 2023).
[4] S. Agostino, Sermoni, 340,1 (PL 38,
1483): “Vobis sum episcopus, vobiscum sum
christianus”.
[5] Cf. S. Agostino, Lettere, 130, 4, 9 (CSEL
44, p.50).
[6] Agostino, Enarrationes in Psalmos 85, 1:
CCL 39, p. 1176.
[7] Diadoco di Fotica, Capitoli sulla
perfezione 61 (SCh 5 bis, p. 121).
[8] Il libro della B. Angela da Foligno, ed.
Quaracchi, Grottaferrata 1985, p. 474 (“recolligere
nos in Deo, scilicet totam animam in ista
infinitate divina”).
[9] S. Ignazio d’Antiochia, Ai Romani 7, 2.
[10] Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion
Symbolorum, n. 1536.
[11] Agostino, Confessioni, X, 29.
[12] NMI, 30.
[13] NMI, 33.
[14] S. Caterina da Siena, Preghiere, 7.
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