La formazione permanente del  clero è una delle preoccupazioni più vive e costanti della vita della chiesa e si è maggiormente accentuata a partire dal Vaticano II». Si apre così il 10 allegato dal titolo Indicazioni per un cammino di formazione permanente del clero, contenuto nella prima lettera pastorale del vescovo di San Severo, Lucio Angelo Renna.
Tra le priorità pastorali assegnate alla diocesi, oltre alla crescita della fede, all’animazione familiare, giovanile e vocazionale, alla carità, egli pone anche la formazione permanente dei presbiteri.
Formazione permanente, perché? Due sono i motivi principali: riflettere sull’identità del ministero presbiterale, affinché questa abbia «una propria immagine vera e significativa»; rispondere alle attese che insorgono dalla storia, per garantire «una presenza autentica e al passo dei tempi», senza che il presbitero si scoraggi per l’impressione di essere inadatto a compiere debitamente la propria missione.
Le finalità
Tre le finalità che il documento assegna alla formazione permanente:
«aiutare i presbiteri ad approfondire la coscienza di essere “uomini del mistero”, ossia conservare e sviluppare la coscienza della verità intera e sorprendente del loro essere ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio»;
«aiutare i presbiteri ad approfondire la loro identità di “uomini di comunione”, ossia riscoprire la consapevolezza e la crescita della fraternità presbiterale»;
«aiutare i presbiteri a crescere nella consapevolezza di essere “uomini della missione” per tutti gli uomini e per tutti i popoli».
Non mancano gli ostacoli. Il primo è la deleteria convinzione che ciò che conta è “il fare”, negandosi il tempo della riflessione, dell’ascolto e del rientrare in se stessi. Con il conseguente pericolo di un «pragmatismo ministeriale senz’anima» che produce «quella stanchezza psicologica, fisica, spirituale che genera scetticismo e perdita di ogni entusiasmo e passione per il Regno».
L’altro ostacolo cui la formazione permanente deve far fronte è «di non avere la profonda convinzione di appartenere ad un unico presbiterio», preferendo agire da battitori liberi e adducendo la scusa dell’inefficacia di tanti incontri spirituali o pastorali tra presbiteri.
Alcune attenzioni però non devono mancare: una cosa è la formazione permanente nei primi anni del ministero sacerdotale, altra cosa dev’essere per coloro che già da anni esercitano il ministero.
Gli estensori del documento indicano alcuni percorsi esperienziali sui quali i neopresbiteri è bene che si confrontino:
* i principi che riguardano il ministero della Parola, i sacramenti e il governo del popolo di Dio,
* come trasmettere il messaggio evangelico nelle sue diverse forme,
* con quale spirito deve essere celebrato il culto divino,
* come si amministra la parrocchia, come si anima la comunità, come si favorisce la nresenza attiva dei laici nella liturgia, nella catechesi e negli organismi di partecipazione,
* quale rapporto di comunione e di collaborazione si è instaurato con il vescovo e con il presbiterio,
* come si dialoga con le persone, anche con quelle non cattoliche o non credenti.
Bisogna accompagnare i giovani presbiteri nel passaggio «dalla teoria alla pratica, dal sapere al saper farej>, integrando teologia, spiritualità, ascesi e servizio pastorale. E opportuno che quest’opera di discernimento venga fatta «accanto a presbiteri spiritualmente solidi e zelanti nelle loro attività pastorali». La familiarità con il vescovo e con tutto il presbiterio può favorire «il superamento di un certo scoraggiamento che prende davanti ai primi insuccessi», la maturità affettiva, la gestione del tempo in funzione del ministero, il porre in primo piano i contenuti e le persone anziché i mezzi.
Ma anche, e soprattutto, i presbiteri di età adulta e matura devono poter fare,.ricorso alla., formazione permanente. A partire dalla constatazione che è proprio questa fascia d’età a «non credere più necessaria la formazione permanente... con la presunzione di sapere ormai tutto». Una mancata formazione permanente pone questi presbiteri al rischio «di diventare funzionari del culto a ore... di cedere alle tentazioni di avarizia, di autoritarismo, di carrierismo e anche, più semplicemente, a ridurre gli impegni pastorali al puro necessario a favore di attività più gratificanti».
Per questi preti la formazione permanente può significare il rientro dal senso di disincanto, dalla perdita di fervore e dal sentimento di rassegnazione o di impotenza che si può impadronire di essi man mano che gli anni avanzano.
Quali temi potrebbero interessare questa categoria di presbiteri?
L’interpretazione della cultura e della società in cui esercitano il ministero.
Tutto ciò che può impedire l’atrofizzazione della loro coscienza presbiterale.
L’aggiornamento teologico che faccia superare quell’«empirismo superficiale» che viene praticato quando vengono meno lo studio e la riflessione.
Uno stile pedagogico che facili- ti l’incontro, il confronto, la circolazione di idee, una partecipazione “più democratica” alla vita della chiesa da parte dei fedeli laici.
Iniziative che preparino all’assunzione di nuove responsabilità in seno agli organismi diocesani di curia o pastorali.
Le problematiche relative al rapporto chiesa-mondo.
Come usare le tecniche e i mez z di comunicazione a servizio dell’evangelizzazione e dell’organizzazione della parrocchia.
I luoghi
Quali i luoghi della formazione permanente?
Il documento ne indica alcuni: la vita pastorale del prete nelle sue relazioni, nella sua totalità e nella sua ferialità; il collegio dei presbiteri sia a livello diocesano che zonale; ritiri ed esercizi spirituali; i corsi residenziali; le giornate teologiche; gli incontri di carattere esperienziale-agapico.
Il documento fa riferimento costante alla Pastores dabo vobis. Esso, infatti, richiama come tutto debba essere ricondotto a quel nucleo unificante che è la “carità pastorale”. A partire dall’umanità, come «qualità essenziale alla persona e al ministero del presbitero». In questo ambito non si può pretendere di vivere di rendita, senza un’attenzione adeguata alle qualità umane. Il presbitero, infatti, è chiamato a percepire e
si carico di ciò che è nel cuore delle persone che si incontrano, deve possedere la capacità di dialogare, di ascoltare, di collaborare e di dar fiducia, gli è richiesta la capacità di giudicare con equilibrio, senza pregiudizi e superficialità.

Partendo da 15 figure bibliche di donne, le autrici offrono originali spunti di riflessione sulle radici della femminilità. La proposta, particolarmente attuale e delicata, è quella di meglio comprendere l’identità femminile alla luce della sapienza della Bibbia. Ogni capitolo è composto da brani biblici, testi di commento, domande e preghiere. Il volume si presta sia all’utilizzo nella catechesi, sia alla lettura e alla formazione individuale.
 Quanto alla formazione spirituale il presbitero è chiamato a sviluppare una spiritualità «fortemente cristo. centrica».
La formazione intellettuale dovrà condurre i presbiteri, «attraverso lo studio e la riflessione, a “vedere” ad approfondire la verità del mistero di Dio, quella dell’uomo, quella d se stessi dentro la trama storica concreta dell’esistenza e nella loro reciproca relazione».
La “carità pastorale” deve illuminare tutta la formazione pastorale de presbitero. Essa si riassume in alcune parole: lo zelo, la passione, il coraggio dell’annuncio, la parresìa, l’intelligenza creativa per nuove forme di apostolato, l’abbandono di talune «pratiche pastorali consolidate dall’abitudine», costose in termini di investimento personale e di energie, ma magre di risultati.
La formazione permanente si legge nella parte conclusiva del documento si propone anche un “buona qualità della vita” dell’uomo- prete, riguardante anche la casa, il cibo, il vestito, il riposo, le ferie..., pur rifuggendo dalla ricercatezza e dal lusso. Per avere una giusta cura di se stesso, «occorre anche che il prete sappia dire dei “no” alle esagerate richieste della gente», perché «l’attivismo divorante può essere causa di esaurimento fisico, psichico e spirituale».
La stessa formazione deve avere di mira anche il prevenire o il ricomporre delle fratture fra preti anziani e preti giovani, perché «degli uni e degli altri bisogna valorizzare i pregi, la saggezza e l’esperienza degli uni, la vitalità e l’entusiasmo degli altri in vista di un reciproco arricchimento».
Le proposte formulate verranno realizzate nell’arco di un triennio.