I SETTE VIZI CAPITALI
2.1. Avarizia (A. Drigani)2
«L’amore del denaro è la radice di tutti i mali»: il detto paolino (l Tm 6,10) è la migliore introduzione per riflettere sull’avarizia, definita dalla dottrina cattolica come cupidigia disordinata di beni materiali, utili per altro nella misura in cui giovano all’uomo per il raggiungimento del suo fine ultimo. «Dunque», argomenta s. Tommaso d’Aquino, «la bontà dell’uomo nei loro riguardi consiste in una particolare misura, vale a dire nel desiderare il possesso delle ricchezze in quanto necessarie alla vita, secondo le condizioni di ciascuno. Si ha quindi un peccato nell’oltrepassare codesta misura, quando si vuole acquistare o ritenere più del dovuto. E quanto costituisce precisamente l’avarizia che è amore di possedere senza misura». Come negli altri vizi capitali, anche nell’avarizia è insita una triplice offesa: al prossimo, a se stessi e a Dio. L’avarizia lede il prossimo, perché nelle ricchezze materiali non può sovrabbondare uno senza che un altro rimanga nell’indigenza, per il fatto che quei beni non possono essere posseduti simultaneamente da più persone. Si ritorce contro se stessi, perché comporta una mancanza di misura nell’affezione che uno prova per le ricchezze[1] : autocompiacimento e desideri esagerati provocano un disordine interiore. L’avarizia è contro Dio, perché per i beni passeggeri si disprezzano gli eterni. Gregorio Magno osserva che l’avarizia non si consuma nel piacere delle sensazioni della carne, come la gola e la lussuria, ma in quello delle percezioni dell’anima. Ponendola tra i vizi capitali da cui nascono altri peccati, ne elenca «sette figlie»: durezza di cuore che trattiene dal dare ai bisognosi (obduratio con- tra misericordiam), ansia irrequieta (inquietudo mentis) nel ricercare nuova ricchezza, violenza (violentia), inganno (fallacia), spergiuro (periurium), frode (fraus), tradimento (proditio), tutti mezzi illeciti per impossessarsi di ricchezze. Questi rilievi non riguardano soltanto la storia dell’insegnamento tradizionale della Chiesa, ma valgono anche per noi cristiani dell’inizio del terzo millennio, in una società sazia e disperata che rischia di procedere verso una pericolosa deriva materialista. L’avaro, pertanto, non è tanto il patetico protagonista della celebre commedia di Molière, effetto e prototipo di altre figure di spilorcio delineate dalla letteratura e dal cinema, e quindi avvertito come estraneo per la sua goffaggine e ridicolezza. Potrebbe essere, invece, anche dentro di noi. La tentazione subdola e velenosa dell’avarizia è sempre in agguato. Il richiamo di s. Paolo è più che mai azzeccato per i nostri giorni in cui le scorribande finanziarie, frutto perverso di una globalizzazione economicistica, sono tese a un enorme e ingiusto accumulo di denaro ad opera di avventurieri senza etica in mezzo all’ignoranza di disavveduti risparmiatori, desiderosi solo di ammucchiar soldi. Certo, l’avarizia è vecchia quanto il mondo. Se già il poeta latino Virgilio diceva indignato: «Ahi de l’oro empia ed esecrabil fame (auri sacra fames)!» (Eneide 111,57, trad. A. Caro, v. 94), siamo anche noi nel pericolo di invecchiare nei nostri peccati. La quaresima è anche tempo di profonda revisione di vita e attenta vigilanza sui comportamenti, occasione da non perdere per riflettere e meditare sul retto uso dei beni materiali.
2.2. Superbia S. Grossi)[2]
Più che un singolo
peccato, la superbia appare come espressione di una tetra costellazione di vizi:
orgoglio, arroganza, arbitrio, tracotanza, boria esteriore, desiderio di
abbassare gli altri per emergere.
Tuttavia, nella Scrittura la parola ebraica tradotta con “superbia” ha anche un
significato positivo: gâ’ôn indica infatti ciò che è alto ed elevato e,
in senso figurato, ciò che eccelle, distaccandosi dalla media. Un tratto
positivo si ritrova anche nell’italiano “superbo” che può significare
apprezzamento per una realizzazione eccellente e perciò esemplare. Nella
versione greca dei Settanta gâ’ôn viene spesso tradotto con
hýbris, esprimendone perciò solo il lato negativo di “prepotenza” e
“violenza”. Nei libri sapienziali viene utilizzato anche il termine,
hyperēphania quasi tecnico per indicare un atteggiamento di “tracotanza” che
i pii devono assolutamente evitare. Nel Nuovo Testamento ad hjbris si
preferisce, oltre che hyperēphania, alazòneia per esprimere uno stile di
vita basato sull’attribuire a se stessi più di quanto si ha o si è, la
“presunzione”. Gregorio Magno tratteggia il peccato di superbia indicandone le
manifestazioni: credere che il bene posseduto derivi esclusivamente da se stessi
o di averlo ricevuto solo per i propri meriti; vantarsi di ciò che non si ha;
cercare di far apparire uniche e singolari le proprie doti col disprezzo degli
altri.
La semplice annotazione linguistica aiuta a cogliere il fondamento della forza
seduttrice tipica di questo peccato che non a caso s. Tommaso, sulla scia di s.
Agostino e s. Gregorio Magno, definisce «amore smodato della propria
eccellenza». Esiste, infatti, in ciascuno di noi il legittimo desiderio di
realizzare appieno se stesso e giungere alla perfezione fino al limite di quella
divina. E uno stimolo, potente e in sé positivo, a cercare di dare il meglio
nelle diverse situazioni ed ambiti di azione. La forza seducente della superbia,
il suo fascino, consiste proprio nell’esaltare il desiderio naturale di
eccellere, incentrando in modo assoluto l’attenzione su se stessi col
prescindere da qualsiasi considerazione oggettiva. Si assume invece come
criterio fondamentale del proprio agire una regola per cui importa solo arrivare
primi, in base alla massima di essere il “numero uno” a qualsiasi costo e con
qualsiasi mezzo. La superbia è un atteggiamento che cambia volto a seconda della
situazione in cui si manifesta. Fondamentalmente, è la pretesa di essere come
Dio in rapporto al mondo che ci circonda, persone, esseri viventi e cose, ma
essa si mostra anche come desiderio essere per così dire “il più”, s’intende
bello, forte, ricco, simpatico, intelligente, colto, raffinato, professionale,
esperto... E potremmo continuare con tutte le caratteristiche positive della
nostra umanità, fino a comprendere anche dimensioni etiche e religiose: il più
pio, buono, coerente, santo. Di conseguenza, per sua naturale propensione la
superbia si nutre di menzogna e violenza, perché la ricerca a ogni costo della
propria superiorità costringe a negare o svilire le doti altrui e a combatterle
come pericolosi avversari. E tanto maggiore è la virulenza, quanto più si
percepisce che l’altro è effettivamente migliore di noi. Certo, il miglior
antidoto alla superbia è coltivare l’umiltà. A patto, però, che non la si scambi
con la ritrosia, la timidezza o la mediocrità, con la paura di impegnarsi, di
confrontarsi alla pari, apertamente e lealmente, con gli altri; con la
vigliaccheria e l’incapacità di donare, con parole e gesti, il positivo di cui
siamo portatori. La pratica della vera umiltà richiede un percorso che inizia
dai gesti semplici della cortesia, dal chiedere “per favore” e dal ringraziare.
Diviene capacità di gioire e utilizzare al meglio ciò che si ha. Procede con lo
sviluppo di un’onestà intellettuale che sa di dover capire a fondo la posizione
dell’altro prima di emettere giudizi. Trova il suo compimento nell’accettazione
gioiosa del fatto che tutto il nostro essere è dono del Padre e che il nostro
operare è risposta all’iniziativa della grazia divina in Cristo. E, infine,
coscienza ecclesiale, come s. Paolo ricordava ai fedeli di Corinto: «Queste
cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro
profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non
vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. Chi dunque ti ha dato
questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai
ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?» (1Cor 4,6-7).
2.2.1. Ira (C. Nardi)[3]
Perché anche l’ira tra i
vizi capitali? E perché, invece, Giuseppe Giusti, tra il serio e il faceto,
l’avrebbe messa — se ben ricordo — niente meno che «tra i sacramenti»? Un po’
d’ordine non nuoce.
La lista dei vizi capitali ha un perché. Per Platone — Fedro, Repubblica
e Timeo, specialmente — l’anima umana ha tre aspetti: quello razionale
che dovrebbe regolare tutto, come l’auriga guida i cavalli. Nell’anima i
“cavalli” sono due: c’è una parte oscura, la brama, con parola più tecnica
“concupiscenza” (epithymia) nell’ambito degli “appetiti”; c’è la parte
luminosa, nel campo delle “repulsioni”, lo “sdegno” (thymòs) o
irascibilità. Se vi s’installa un’abitudine cattiva, tale per il cattivo uso,
ossia l’abuso, nel caso l’eccesso dello sdegno, vizio non è l’irascibilità in
sé, in latino ira, ma l’iracondia, ossia la smania di vendetta col far
del male, la libidine di vendicarsi, nel senso comune della parola (Agostino).
Insomma, dall’irascibilità di Platone vengono fuori non solo l’ira o meglio
iracondia, ma anche l’accidia e l’invidia. Dal desiderio di avere deriva
l’avarizia, intesa come avidità, da quello di piacere gola e lussuria, da quello
di potere la superbia, talora considerata un oscuramento dell’intelletto,
divenuto guida cieca. Perciò, già in Platone e poi sopratutto in Aristotele
(Etica a Nicomaco lI, 7 llO8ab; III, 11,3 1116b) fino a s. Tommaso (Il
male 12) e a Dante (Purgatorio XV-XVII), forse anche nella non banale
buffonata del Giusti, si distingue tra lo sdegno come tendenza, impulso
naturale, e il suo uso o esercizio, che può essere espresso in modo giusto o
sbagliato, debito o indebito, buono o cattivo nei fini e nei mezzi. In questo
secondo caso l’irascibilità (ira) diventa peccaminosa e viziosa,
iracondia (ira mala) che, per odio, nel suo desiderio di distruzione,
mira a produrre danno, nutrendosi di invidia che è un guardare di mal occhio. Le
osservazioni di Aristotele sono state apprezzate dai cristiani. In fondo, che
uomo sarebbe uno che non sa sdegnarsi di fronte all’ingiustizia? Metterebbe a
rischio la sua umanità. E significativa, anche se di sapore filosofico,
l’aggiunta dell’avverbio «a vanvera» nel testo del discorso della montagna come
lo leggiamo in s. Basilio nella sua predica Contro gli iracondi (1: PG
31,353. cfr. 353-372): «Chi si adira col fratello “a vanvera”, sarà
sottoposto al giudizio» (Mt 5,25). Altri filosofi dell’antichità, gli
stoici, intendevano piuttosto estirpare, sradicare ogni ribollimento fin dai
suoi primi impulsi. Sulla loro scia, Seneca e Plutarco, stoici peraltro di assai
larga osservanza, nelle loro trattazioni sull’ira si soffermano sulla
fenomenologia dell’iracondo. La valutazione morale è implicita, ma immediata,
come nei nostri modi di dire: far andare il sangue al cervello, avere il fumo al
naso, perdere il lume degli occhi, andare in bestia, ringhiare come un cane
arrabbiato. E l’avvio per un trionfo di irrazionalità, fino all’irreparabile,
l’omicidio, fino al non ritorno, tra umani la guerra, tra cristiani lo scisma.
Certo, s. Basilio introduce un certo razionalismo morale nel suo testo
evangelico con la limitazione imposta dall’avverbio «a vanvera», ma non intende
affatto offrire speciosi motivi per «curare il male col male» nella vendetta,
dove, paradossalmente, chi vince perde (Contro gli iracondi 1.3). Al
contrario, assumendo argomentazioni dagli antichi, propone rimedi pratici per
superare l’ira: immaginarsi allo specchio in quella “breve follia” nello stesso
tempo tremendi e ridicoli; tacere, il benedetto mordersi la lingua in quel
momento, e, come retroterra, il ricordare esempi e coltivare pensieri di
mitezza, bontà, perdono. Comunque, non mira a metter su una collezione di
modelli lontani o di generici valori, ma induce a lasciarsi plasmare dalla
grazia di Cristo. Tanto più che Gesù indica felicità e pienezza di vita nella
“mansuetudine” di “chi fa la pace”, beatitudini (Mt 5,5.7.9) con cui s.
Basilio (Contro gli iracondi 7), come Dante (Purgatorio XVII,
68-69), suggellano il loro trattare di ira.
2.2.2. Poscritto. Ira di Dio, ira dei poveri (C. Nardi)[4]
Poco dopo il 313 un
cristiano latino, Lattanzio, scriveva un libro sull’Ira di Dio. Succo
dell’opera: Iddio vivo e vero, della Bibbia, sia del Vecchio che del Nuovo
Testamento, non è un Dio “pacioccone” come quello degli antichi epicurei che se
ne sta lassù senza volersi curare delle beghe umane. Banalizzando
didatticamente, un Dio contento e beato nel suo “nirvana”. Facendo eco
all’antico scrittore latino, con una riflessione del card. Carlo Maria Martini[5]
e un impegnativo libro di teologia7, si può dire che Dio non è insensibile al
dolore di chi perde soprattutto per colpa degli uomini. Non è insensibile al
grido del sangue di Abele, ma neppure alle paure del fuggiasco Caino che Dio
segna perché “nessun tocchi Caino”. E si potrebbe continuare con l’Esodo, con i
profeti, con s. Giacomo nella sua Lettera. E l’ira del Dio della Bibbia
che ode il grido e conosce l”ira dei poveri”, si direbbe con Paolo VI a
quarant’anni dalla Populorum progressio, già commentata da La Pira.
Perché un rischio c’è: quello di non domandarci più il senso di quelle ire e,
semmai, misurarle con le nostre rabbie. E il rischio mi pare direttamente
proporzionale al tempo passato, perlopiù perso davanti alla televisione:
spettatori, per sopravvivere — ora, bambini rapiti per estrarre organi; dopo,
l’Isola dei famosi o il Grande Fratello, che mi tocca scrivere anche con la
lettera maiuscola — ci è d’obbligo la perdita della capacità psicologica di
sdegnarsi. Pena l’ipocondria. O arrabbiarsi, solo se l’ingiustizia la subisco io
nella mia vita, cose, idee, valori. Se la subiscono altri, poco importa.
I teologi morali hanno un bel daffare sulle condizioni d’una difesa per
principio doverosa, ma che sia moralmente legittima quanto ai mezzi che impiega;
se trattasi di giustizia umana, umanamente possibile e doverosa o delirio
d’onnipotenza, un credersi dei padreterni; su una lotta di classe che si
distingua dall’odio... Ma il suo gran daffare ce l’ha semplicemente l’uomo di
coscienza, come dovrebbe essere il cristiano. Cosa niente affatto scontata. A
proposito, “ira di Dio” è anche in Paolo, peraltro ingoiata dalla sua grazia
sovrabbondante, perché con quell’ira è misteriosamente connessa la morte del
Figlio. Forse anche nel nostro modo di dire “è costato l’ira di Dio” riecheggia
la drammaticità sconcertante tra ira e misericordia nella pasqua di Cristo, per
un grazie d’essere liberati dall’ira, trepidanti per non ritrovarsi tra «quelli
che muoion nell’ira di Dio» (Inferno I, 122), in parole povere in peccato
mortale, nell’ora in cui... “più panico o meno uccelli”.
2.3. Gola e lussuria (C. Nardi[6])
Gola e lussuria, come dire
Bacco e Venere, e non di meno tabacco e cenere. E ovvia l’allusione al proverbio
“Bacco tabacco e Venere \ riducon l’uomo in cenere”. Gola e lussuria abbinate?
Intanto, perché — è un altro proverbio, questa volta latino — “se Cerere manca”,
ossia pane e companatico, “anche Venere è fredda”. Dunque, sopravvivenza
dell’individuo e sopravvivenza della specie, di cui è spia una duplice fame,
innanzi tutto quella di cibo, e poi, a pancia abbastanza piena, quella, non meno
allupata, di sesso, tutte e due nell’ambito del desiderio, in particolare della
concupiscenza della carne, secondo la tripartizione della Prima lettera
di s. Giovanni (2,16). Certo, “concupiscenza”, secondo la definizione scolastica
di “amore disordinato delle cose sensibili”, si cobra di negatività, di
tendenziale peccaminosità: è un qualcosa che «deriva dal peccato» almeno quello
originale, «e rende inclini al peccato» (concilio di Trento). Eppure, è
difficile pensare che alla madre Eva, al vedere così appetitosa quella benedetta
mela o che diamine era, non fosse venuta l’acquolina in bocca. Con tutto il
rispetto per i fiumi d’inchiostro, tra il teologico e il faceto, versati su
quella mela, in caso contrario si dovrebbe ammettere un’umanità biologicamente
diversa da quella che è. In effetti, la concupiscenza più che un male, è “una
sfida” per una vita umana, per la vita morale (ancora il concilio di Trento).
Del resto, istinti e impulsi di per sé sono un bene.
Quindi: buon appetito, direi con la sensibilità fenomenologica dell’antico
Aristotele, ma anche con la signorilità del Padreterno che, quando si tratta di
banchetto da lui imbandito, non fa a miccino: «vini eccellenti, cibi succulenti»
(Is 25,6), proprio quelle cose che un’antica eresia, l’encratismo,
condannava senza appello: tutti assolutamente astemi e vegetariani! E un’eresia
fondata sull’idea che la materia, nata da uno sbaglio di Dio o fatta da un dio
inferiore, è male, che il corpo anche, che le sue pulsioni pure. Figuriamoci, le
sostanze inebrianti. Tant’è che c’era chi diceva messa con l’acqua! i cosiddetti
aquarii. La Chiesa se ne accorse e condannò. Ma, come succede, l’eresia, fatta
uscire dalla porta, rientrò, come mentalità, sempre ricorrente come tendenza,
dalla finestra. Sicché, per non poca ascesi, lo stomaco ci sarebbe per digiunare
e per fare a gara a chi mangia di meno, alla ricerca di una “santa” anoressia.
Ma oggi, sulla gola, che si può dire di ragionevole ed utile, di umano e di
cristiano? Che — forse con l’antico Socrate — si mangia per vivere e non si vive
per mangiare. Parole sante, da sottolineare. Sennò madre natura — notavano
ancora gli antichi — avrebbe dovuto farci, per un maggior godìo, una gola lunga
come quella delle gru con tanto di papille gustative. Il che non è di poco conto
per una morale della temperanza, nell’ambito d’una retta ragione che a una
riflessione attenta non manca di dire qualcosa di sensato, che il lettore
coscienzioso saprà applicare col suo cervello alle situazioni della vita: anche
a proposito di compensazioni, autoconsolazioni, autocommiserazioni, per cui ecco
il cioccolatino e il pasticcino, il fiasco del vino e il bicchierino e il
grondino. E, come si sa, non c’è due senza tre, e magari si restasse a tre! E
con Bacco il tabacco, e d’erba in erba, e “in compagnia prese moglie un frate”.
Ma non voglio togliere il da fare ai figli d’Ippocrate e di Freud. E non è detto
tutto: perché mangiare non è un puro e semplice atto biologico di sopravvivenza.
E la gioia di condividere un pezzo di pane, è la tristezza del caviale da soli.
Mangiare è comunione, tant’è che la Comunione, con la ci maiuscola, è mangiare,
uno dei verbi più ricorrenti nella sacra Scrittura. A proposito, perché la
manna, da raccogliersi per la porzione di un giorno, se prelevata di più, bacava
(Es 16,4-5.16- 29)? Perché chi ne prendeva di più, è segno che non si fidava di
quel Dio che insegnerà a chiedere «il pane quotidiano» (Mt 6,11), e ne pigliava
al prossimo che rimaneva senza. Sicché quel ben di Dio andava a male, come “il
lavoro per l’Ascensione”, che “va tutto in perdizione”, a quanto dicevano i
nostri vecchi. Invece, lo stomaco, che, gorgogliando, reclama, ci fa capire
quanto siamo fragili e deboli, dipendenti e bisognosi di Dio, e insegna a dirgli
grazie. E poi, se “chi è a pancia piena, non pensa a chi l’ha vuota” — proverbio
già in Giovanni Crisostomo (350 circa — 407) — forse solo una pancia
vuota fa capire, con Giobbe, la stoltezza umana di chi «mangia da solo il suo
pane senza che ne mangi l’orfano» (Gb 31,17). A proposito di gola, digiuno,
quaresima.
2.5. Lussuria
La lussuria, come si sa o si dovrebbe sapere, non riguarda il lusso, ma il sesso. Il quale, come la gola, garantisce la sopravvivenza, questa volta del genere umano: non senza un perché si chiamano anche “genitali”. Ma la sessualità umana è una realtà molto più complessa, enigmatica e interessante. Intanto, se l’attrazione fisica fosse solo il trucco di madre natura per far figlia- re (Schopenhauer), con strane attivazioni di membra che al solo rammentarle fanno ridere (Erasmo da Rotterdam), il buon Dio poteva farci riprodurre come i lombrichi: da uno se ne fa due. Tant’è che ora c’è chi s’ingegna in intrugli del genere. D’altra parte, se scopo del sesso fosse il piacere, in una successione di desiderio, eccitazione, ricerca, sfogo, secondo una “concezione idraulica” del medesimo (Fromm), sesso appunto a sciacquone, perché così poco tempo e così pochi centimetri per quel piacere che invece tende all’infinito per un pizzicore insaziabile (Lucrezio)? E poi perché ci avrebbe fatti “bambini” e “bambine”? In realtà, il sesso tende all’unione, «tutto un corpo in un corpo» (Lucrezio), la «sola carne» della Genesi, di Tobia, del Vangelo, di Paolo, immedesimazione in una distinzione, anzi opposizione, e perciò reciprocità e complementarità, di lui per lei e lei per lui, di lui con lei e lei con lui, di lui in lei e lei in lui, persone sessuate. Lì, in quella voluta unità totale, forse come acqua da un pozzo soffocato da tanti detriti, si attinge un desiderio, anzi una volontà di stabilità, fedeltà, perennità, vitalità, in un sesso così unitivo, così espressivo tanto da essere procreativo. Certo, neppure nell’esercizio concreto del sesso c’è unione totale che è data solo nel mondo dei corpi risorti, del cui anelito è testimonianza e segno la verginità. C’è però da dire che la riflessione della Chiesa sull’eros, da Pio XII a Benedetto XVI, apprezza quell’atto, con annessi e connessi. E di molto! Tanto che verrebbe da dire: anche troppo. Troppa grazia in quel ben di Dio che richiede d’esser fatto e vissuto fin troppo bene! Chi ce la fa? Tanto più in un mondo afrodisiaco (Bergson) nei suoi richiami, stimoli, seduzioni e illusioni. Non solo. Fino a poco tempo fa un procreazionismo rigido all’insegna del “non lo fo per amor mio ma per dare figli a Dio” faceva chiaramente capire dov’è virtù e vizio, ossia lussuria. Ora, invece, l’apprezzamento dell’eros e nel contempo la dottrina di un sesso che dev’essere indissolubilmente unitivo e strutturalmente procreativo suscita non pochi problemi, per chi, s’intende, vuole avere un po’ di coscienza. Il quale, però, per non lasciare che la vita degli affetti e dei sensi non vada a finire in cenere umanamente infeconda, deludente frutto di illusoria lussuria, sa che proprio la lussuria si annida, come disperazione ed egoismo, nei medesimi affetti, sentimenti e sensi. Non solo. Proprio chi tende ad un eros umanamente vissuto all’insegna di un dono fedele sceglie, senza de- mordere, la sfida e la lotta dell’arduo cammino verso la fresca purità di cuore evangelica (Mt 5,8). Insomma, vuole la consapevolezza vissuta della bontà del sesso. Vuole limpidezza di mente, di cuore, di corpo, limpidezza che sola conosce gratitudine e beatitudine.
2.6. Accidia (S. Grossi)[7]
Accidia è parola probabilmente poco familiare alla maggior parte dei
contemporanei. Non così l’esperienza che descrive e sintetizza: quella di un
desiderio, accompagnato da una vaga tristezza, di fuggire dal compito che in
quel preciso momento siamo chiamati a svolgere. Ricordo una simpatica scritta su
una mattonella che, riportando il decalogo del pigro, al primo articolo
recitava: “non fare oggi ciò che potresti fare domani” e “se ti viene voglia di
fare qualcosa, fermati! Vedrai che ti passa”. Ecco una semplice, anche se
parziale, immagine dell’accidia.
Il termine non proviene tanto dalla tradizione biblica quanto da quella
monastica dei primi secoli del cristianesimo — è in Giovanni Cassiano ed Evagrio
Pontico — per poi arricchirsi nella riflessione teologica successiva. Tuttavia,
anche se il termine non compare nella Scrittura, non mancano riferimenti a
questa difficoltà interiore. Basta citare il Siracide: «Non abbandonarti
alla tristezza, non tormentarti con i tuoi pensieri» (30,31), o s. Paolo
che parla di una «tristezza secondo il mondo» che conduce alla morte (2Cor
7,10). L’accidia appare prima di tutto come uno stato d’animo cupo, intessuto di
scoraggiamento, noia, pesantezza. In questo manifestarsi però non è ancora
peccato, ma solo tentazione. Peccato vero e proprio è cedere a questo sentimento
e fuggire, col corpo o con la mente, dall’attività intrapresa o che si dovrebbe
intraprendere di lì a poco. L’accidia esprime la difficoltà di fare oggetto del
nostro pensiero e della nostra volontà un bene non ancora presente. E un segno
del conflitto che può nascere in noi dal dover scegliere tra la ricerca di una
soddisfazione immediata, seppur piccola, e l’impegno per raggiungerne una più
gran. de, ma futura. Sentimento per sua natura oscuro, confuso e sfuggente,
l’accidia è capace di molteplici manifestazioni talvolta opposte nella loro
apparenza, ma unite da una medesima radice, l’annebbiamento della gerarchia del
valore delle diverse situazioni, per cui tutto sembra farsi grigio e omogeneo.
Da un lato, infatti, troviamo atteggiamenti caratterizzati dal rimandare scelte
e azioni; dallo sminuire l’importanza dei compiti affidatici; dallo svalutare
l’urgenza di affrontare le situazioni che si presentano; dal non prendere sul
serio responsabilità e doveri; dalla leggerezza e superficialità nell’operare
che non fa differenza tra il portare a compimento qualcosa o lasciarla a mezzo.
Dall’altro lato, in rapporto meno evidente con l’accidia si stagliano
atteggiamenti opposti: l’attivismo che vuole riempire ogni minuto con qualcosa
per paura di una sosta per riflettere; la frenesia del consumare novità di ogni
genere con l’assunto che più esperienze si fanno, non importa quali, più la vita
si arricchisce; il dilettantismo del passare di continuo da un impegno all’altro
nel timore di coinvolgersi troppo con persone e situazioni; l’irrequietezza nel
cambiare, sbandierando la pretesa di inseguire un mai precisato meglio. In modo
più sottile e ipocrita, anche questi atteggiamenti, ammantati di dinamicità e
apertura, dicono in fondo che per chi li assume non esiste nulla di realmente
importante eccettuate le proprie sensazioni e che nulla e nessuno è in se stesso
degno di fedeltà, sacrificio e dedizione. Accanto a queste forme individuali, il
card. Martini, poco prima di iniziare l’anno giubilare, in un discorso nella
vigilia di s. Ambrogio, centrava l’attenzione sulla manifestazione sociale di
questo male oscuro. Esiste anche un’accidia pubblica o poiitica fatta di
esaltazione della moderazione come mediocrità. E una piatta neutralità basata
sull’incapacità timida e impaurita, ma elevata a virtù, di valutare
oggettivamente ed eticamente le situazioni: incapacità di proporre qualcosa di
diverso da una convivenza fiacca, opaca, frammentata, che genera una società
senza forma, eppure capace di addormentare, tramite l’adulazione dei media, le
coscienze delle singoli e dei gruppi. Contro un nemico così sfuggente e
multiforme, quasi fatto d’ombra, la tradizione spirituale cristiana individua le
armi più efficaci nella resistenza e nella costanza amorosa, per dirla in una
parola nella virtù della fortezza, corroborata dal relativo dono dello Spirito
Santo, in tutti gli atti dell’esistenza: da quelli spirituali a quelli
materiali. Diviene così fondamentale imparare a mantenersi vigili e coscienti
del presente, imporsi metodo e disciplina nelle azioni, esercitare con esigenza
veracità verso se stessi e gli altri, vivere la speranza attiva e paziente del
costruire giorno per giorno. Infine, visto che l’accidia pretende di prendersi
troppo sul serio e ingigantisce l’importanza della propria tristezza, ottimo
antidoto è una buona dose di autoironia che, con un sorriso, sappia farci
riportare alla loro giusta proporzione le cose che ci angosciano o ci
stuzzicano.
2.7. Invidia (G. Borghetti)
«Per che cosa sono meno di
lui? Per intelligenza? Per ricchezza interiore? Per sensibilità? Per forza? Per
importanza? Perché devo subire la sua superiorità?». Così si interroga Nicolaj
Kavalerov, protagonista del romanzo Invidia (1928) di Jurij Olesa,
scrittore sovietico, mentre medita rancore per il suo nemico personale Babicev
che rappresenta ai suoi occhi un concentrato di negatività assolute.
Come tutti i vizi capitali, l’invidia è antica come l’uomo. Ma a differenza
della superbia, della gola e della lussuria, l’invidia è forse l’unico vizio che
non procura piacere. Evidentemente le sue radici nascoste affondano nel nucleo
profondo di noi stessi dove si raccoglie la nostra identità che per costituirsi
e crescere ha bisogno del riconoscimento. Quando questo manca, l’identità si fa
più incerta, sbiadisce, si atrofizza. Allora entra in scena l’invidia che
concede a chi è incapace di valorizzare se stesso una salvaguardia di sé nella
demolizione dell’altro. Oltre ad essere un vizio, è un meccanismo di difesa, il
disperato tentativo maldestro di recuperare fiducia e stima di se stessi,
impedendo la caduta del proprio valore con la svalutazione dell’altro[8].
La strategia dell’invidioso è svalutare le persone percepite come migliori di
sé, non solo con pensieri e parole, ma anche danneggiando il malcapitato
invidiato, ritenuto colpevole di farsi apprezzare e stimare dagli altri più del
dovuto, più di quanto non lo sia chi lo invidia. Non sono da confondere invidia
e gelosia: la prima è risentimento di qualcuno per qualcosa che non gli
appartiene; la seconda è paura che gli venga sottratto ciò che ha già. L’invidia
è figlia della frustrazione e di un senso di impossibilità a realizzarsi che
sfocia in un odio distruttivo verso l’altro. L’invidioso «è carnefice di se
stesso» (s. Pier Crisologo) e di chi gli è vicino. Nella società della
competizione, del successo e della nuova ricchezza l’invidia cresce a dismisura,
proporzionale all’esibizione esagerata di pochi contro il disagio e la delusione
di molti. Il sociologo Paolo De Nardis ne parla nel suo Invidia. Un rompi-
capo per le scienze sociali (2000) e si domanda se l’invidia non sia il
peccato capitale della nostra società. Anche Helmut Schoeck nel suo L’invidia
e la società (1974) dimostrava che l’invidia è uno dei più importanti motori
sociali sia nelle società comuniste che in quelle capitalistiche. Si fa anche
notare che l’invidia è stata considerata una pecca della democrazia già nel
mondo greco, e si va dalle Vespe di Aristofane fino alle acute analisi di
Tocqueville. In una società di uguali ci si chiede perché Tizio sia più ricco o
più famoso di Caio. Per Nietzsche, lo spirito gregario è tipico di tutti i
movimenti egualitari, cristianesimo, socialismo, democrazia: il gregge si
difende odiando e invidiando chi lo sovrasta. L’inferno è un’invenzione dei
cristiani che appunto appartenevano per lo più all’infima classe sociale. Nelle
società, in cui la disuguaglianza è assunta come dato naturale, si è indotti ad
accettare più facilmente la supremazia dell’altro e a tollerare le proprie
limitazioni, mentre nelle società in cui la disuguaglianza è ritenuta innaturale
o prodotto di iniquità sociale, l’invidia si veste dei panni della virtù,
mostrandosi come istanza di giustizia.
L’invidia, sentimento che
non sopporta il limite, è indotta dalla pressione sociale, perché è la società
contemporanea a decidere il valore degli individui sulla base del successo come
criterio. Sentirsi impotenti ha un carattere costitutivamente relazionale:
dipende infatti dalle relazioni sociali attraverso cui passa il riconoscimento
individuale. Quando la società lo fa mancare, produce la metamorfosi
dell’impotenza in invidia, aumentando al suo interno la circolazione di questo
sentimento che impoverisce il mondo senza riuscire a valorizzare chi lo prova: è
la ragione per cui l’invidioso è costretto a nascondere il suo sentimento senza
lasciarlo trasparire. Altrimenti darebbe a vedere inferiorità e sofferenza. In
questa prospettiva l’invidia, oltre ad essere un vizio capitale, è un
atteggiamento indotto socialmente e, fatta salva l’istanza di giustizia che può
promuovere, è un sentimento inutile perché non approda a un’effettiva
valorizzazione di sé. Sentimento doloroso, rabbuia e impoverisce il mondo. In
più, dev’essere tenuto nascosto: chi lo prova viene a mancare anche del conforto
che gli può derivare dal parlarne. Pochissimi parlano apertamente dell’invidia
che provano. Confessarla inibisce: è come svelare la parte più meschina e
vulnerabile di sé. Parlare della persona che si invidia e motivare il sentimento
provato significa mettere a nudo aspirazioni e fallimenti, difficoltà e limiti
trovati in noi stessi. Il Libro della Sapienza ricorda che la «morte è
entrata nel mondo per l’invidia del diavolo» (Sap 2,24). Il testo biblico
collega il limite dell’umanità a un peccato d’invidia, quello di satana,
l’invidioso per eccellenza. Da Caino a Saul un filone sapienziale della
Scrittura mostra la radice dell’invidia nel non accogliere la grandezza
dell’altro che, divenuta elemento di confronto, produce e rivela un senso di
sconfitta.
Chesterton dice che l’uomo non invidioso vede le rose più rosse degli altri,
l’erba più verde e il sole più abbagliante, mentre l’invidioso le vive con
disperazione. Uno sguardo purificato aiuta a cogliere il valore delle cose, la
loro intima bellezza e non riduce tutto a oggetto da catturare e possedere ad
ogni costo.
3. Tirando le fila
3.1. Vizi ed esame di coscienza (G. Cioli)[9]
Ricordo ancora la
raccomandazione di un anziano monaco da cui, anni or sono, quando ero studente a
Roma, andavo a chiedere consigli spirituali: “Se vuoi progredire, devi ammettere
di avere tutti i vizi capitali”. In effetti, non si riesce ad avere una visione
concreta ed esatta delle virtù, se non mettendole dialetticamente a confronto
con i vizi a cui si oppongono. La riflessione sul vizio, tuttavia, è sempre
stata, credo, un’arma a doppio taglio per il progresso morale di una persona.
Quando ci si limita, come spesso accade, a considerare, giudicare e condannare i
vizi degli altri, si rischia di attuare una strategia difensiva per sottrarsi,
fuggendo, al nostro problema: confrontarsi sinceramente con se stessi. Troppo
spesso si è portati a raccontare i peccati degli altri per giustificarsi dei
propri. L’arma della riflessione sul vizio funziona dunque, paradossalmente, se
chi la maneggia è capace di puntarla, innanzi tutto, verso se stesso. Eppure
anche questo sarebbe controproducente, se il riconoscersi viziosi si fermasse a
una constatazione, rassegnata, se non compiaciuta, dei propri limiti, con la
rinuncia a ogni tensione verso l’ideale. Per la tradizione morale cristiana
sarebbe un’espressione del vizio della disperazione, originato dall’accidia. E
indispensabile riconoscere ciò che realmente siamo con tutti i nostri vizi e, al
tempo stesso, è necessario non identificarsi con i nostri vizi. E cosa seria
imparare ad essere umani, evitando di mascherarci con una idealità
inconsistente, ed è altrettanto importante confrontarsi con l’idealità per non
perdere la propria umanità. Il tema dei vizi capitali è oggetto, oggi, di una
rinnovata attenzione nell’ambito della letteratura filosofica hl. Si giunge
talora a suggerire che opzioni tradizionalmente tacciate come viziose possano
addirittura essere definite virtuose e che, viceversa, presunti atteggiamenti
virtuosi risultino, dietro l’apparenza, viziosi. Per esempio, un certo rigorismo
nell’ambito sessuale si radicherebbe nel vizio dell’invidia, di casa nel cuore
dei censori antichi e nuovi: è quanto spira in una contemporanea cultura del
sospetto assai diffusa.
Nel sospettare, certo, spesso ci si azzecca. Ma con ciò non è detto che si possa
elevare la lussuria come tale al rango di virtù. Tra l’altro, la riabilitazione
è ritenuta impossibile nel caso dell’invidia
La questione non è riabilitare un vizio e farlo diventar virtù, quanto
comprendere realmente quali comportamenti umani rientrano nel vizio e quali no.
Nell’ambito della vita affettiva è auspicabile che la persona si esprima in
maniera virtuosa in una trama di relazioni felici e costruttive. Nel contempo,
il cammino virtuoso passa attraverso il riconoscimento sincero delle zone più
oscure dell’io e dei propri vizi, più o meno potenziali. Sostenere che non
possono esistere immoralità nel modo di vivere il sesso, negare insomma la
possibilità della lussuria come vizio, sarebbe almeno una grande ingenuità.
D’altra parte, troppo spesso, non nei principi ma nella pratica, i
riferimenti morali di cui siamo eredi hanno indotto a dare più peso ai vizi
legati alla sfera del sensibile, in particolare alla lussuria, che non ad altri,
ancor più gravi e non meno distruttivi per la persona e la società, come
l’avarizia, l’accidia, l’invidia, la superbia. Come diceva il vecchio monaco, è
davvero importante che i vizi capitali, invece, li riconosciamo almeno
virtualmente tutti in noi e li prendiamo tutti ugualmente sui serio.
3.2. Imparando ad essere umani; anzi cristiani (A.M. Fortuna)
«Chi sa fare un esame di
coscienza non potrà non deporre subito ogni pretesa di arroganza accorgendosi di
quanto la vita dei mortali sia fin troppo piena di debolezze, vizi e misfatti:
ma non ci spingeremo fino al punto di dire che l’uomo, anche se giustificato,
non è altro che un cumulo di peccato quando il Cristo stesso ci parla di una
nuova nascita e Paolo di una nuova creatura» (2Cor 5,17). Così Erasmo da
Rotterdam nella sua controversia con Lutero sul libero arbitrio, tanto famosa
quanto emblematica[10].
Certo, autentici maestri dei sospetto, se non i primi (già i profeti possono
considerarsi periti nell’arte, e poi Socrate “ostetrico” alquanto sospettoso),
sembra siano stati proprio i monaci con la pratica del discernimento e
dell’esame di coscienza. Pare diffondersi con loro, almeno in ambito cristiano,
la mentalità autoanalitica, col presupposto che a muoverci siano motivazioni per
nulla evidenti e talora in contraddizione con quanto siamo disposti a
riconoscere anche di fronte a noi stessi. Il consiglio del monaco di “dover
ammettere di avere tutti i vizi capitali” è in certo modo sulla linea del
sospetto. La pratica del valutarsi su vizi e virtù, in fondo, che cos’è? E
ricerca di sensatezza, verità, onestà. E, infatti, il vero ostacolo,
nell’autoanalisi morale, è l’ipocrisia.
Invitare a riconoscersi addosso “tutti” i vizi capitali o simili significa
fornire una griglia ermeneutica: siamo immessi nella dimensione del racconto in
soggettiva, quello che narriamo a noi stessi e agli altri su di noi. Del resto,
ogni pratica di autoanalisi è una pratica narrativa. Ma il problema sta nel
“tutti” da una parte e, dall’altra, nel carattere estremamente multiforme di
ciascun vizio. Ovvero: siamo invitati ad ammetterci implicati in troppe cose
dalla natura disparata. Inoltre, dal momento che, persino in buona fede, siamo
capaci di farci tornare qualsiasi racconto e di convincerne anche gli altri,
dobbiamo riconoscere che per questa unica via non possiamo neppure assicurarci
della veridicità della nostra autoaccusa. Questo accade soprattutto se si tratta
di vizi o inclinazioni al vizio presenti a livello di coscienza, solo
marginalmente connessi con la materialità delle nostre azioni o almeno con la
loro visibilità. In questo senso l’esame di coscienza rischia, insomma, di
diventare una pratica insignificante o disperante. Pratica di vita virtuosa è
piuttosto imparare ad essere umani, secondo l’invito wittgensteiniano. Lo è
accettare i propri limiti e la propria fallibilità, come lo è il non volersi
pretendere indipendenti e isolati: essere umani significa infatti essere parte
di un mondo comune e condiviso, nel bene e nel male, con tutte le responsabilità
che questo comporta. Evitare la disperazione fa parte della pratica d’imparare
ad essere umani: implica infatti l’assunzione della responsabilità che
condividiamo rispetto all’universo di sensatezza che sostiene il mondo comune,
quello senza il quale nessuno sussiste.
La disperazione è di fatto disgregante, come la morte. Il disperato è colui che
crede che facciamo del male perché siamo malvagi, e che non potremmo fare altro:
si riconosce tutti i vizi e si nega ogni virtù, atteggiamento che sembra
accomunare, paradossalmente e pur con le doverose distinzioni, calvinisti e
giansenisti, ma che sfiora anche il monaco di cui sopra.
La disperazione è mancanza di pace. Certo, anche la ricerca della verità non dà
pace! La disperazione, però, dipende dal fatto che l’uomo, desiderando la verità
o l’eccellenza, si rende conto di non poterle attingere, almeno non
sufficientemente. Contravveleno alla disperazione è affidarsi a Dio: la fiducia
che con il suo sostegno l’impresa di sensatezza potrà condurre effettivamente
l’uomo e lo sta conducendo non a perdersi in una landa paludosa di
autoreferenzialità, ma ad oltrepassarla per giungere nel regno della comunità e
della condivisione. E il cammino attraverso la valle oscura del Salmo 23.
D’altra parte, è qui opportuno ricordare la distinzione cattolica tra vizio e
inclinazione al vizio. Altra cosa è inclinare, altra elaborare scelte che danno
consistenza concreta alle nostre inclinazioni, scelte che, mediante
deliberazione, consenso, concorso attivo e continuato, rendono le inclinazioni
un habitus. Finché si tratta di inclinazioni, si può parlare di libertà e
di capacità difformi tra loro. In altre parole, s’impone un dilemma: o l’uomo
inclina soltanto al vizio, che è un consegnarsi al male e consegnare al male il
mondo di cui facciamo parte, al punto di concludere che tra inclinazione e sua
attivazione non c’è alcuna differenza, oppure l’uomo può inclinare al vizio come
però può inclinare alla virtù. In quest’ultimo caso tuttavia non possiamo più
attribuirgli “tutti” i vizi, almeno in atto. Certo, il monaco intendeva esortare
ad essere umili e riconoscere che senza l’aiuto di Dio saremmo persi. Comunque,
quel consiglio può suscitare l’obiezione: facciamo il male perché siamo malvagi?
O, piuttosto, siamo malvagi perché facciamo il male? In altre parole: la
disperazione dei propri mezzi, dato che questi mezzi ce li ha dati Dio, non è
esagerata? Essa risulta l’altra faccia della medaglia, ovvero della convinzione
di poter fare perfettamente da soli, con quell’orgoglio d’autonomia che è,
biblicamente, la radice del male. Eppure, se Dio è il Padre che c’insegna a
camminare, ci avrà dato anche le gambe per farlo. Quand’anche il peccato e la
consuetudine con il vizio ci avessero paralizzato, le gambe ce le abbiamo, e per
sua volontà. Non solo. Per sua volontà ci risana e ci mette di nuovo in grado di
camminare, sostenendoci e indirizzandoci purché noi riconosciamo, con l’aiuto
della grazia, di essere paralitici e bisognosi del suo aiuto. Certo, per volere
sensatamente qualcosa si dev’essere, almeno in linea di principio, in grado di
attuarlo in qualche misura. Ora, l’esame di coscienza dovrebbe mirare a farci
avvertire quanto e come riusciamo ad essere effettivamente onesti, ovvero
coerenti con noi stessi. D’altra parte, la verità di noi la conosce soltanto
Dio. Noi al più possiamo avvertire la congruenza o meno di noi stessi con le
molteplici versioni, umanamente formulabili, della verità che ci riguarda, ed è
peraltro un sentimento non esente da qualche sospetto, sebbene scaturisca da un
appello alla retta coscienza. Nondimeno possiamo e dobbiamo cercare di capire a
che punto siamo, in quel che ci riguarda, nel contrasto inevitabile tra ideale e
reale, in una tensione all’onestà implicita nel riconoscersi peccatori. Possiamo
anche cercare di capire con che forma di ideale effettivamente ci confrontiamo e
perché: capire se è un ideale che realmente ci rispetta come esseri umani,
creature limitate e falli- bili quali siamo. Che senso avrebbe confrontarsi con
un progetto che richiederebbe, come un dato di natura, tre paia di gambe o al
contrario una sola? Desideri nostri ed esigenze del preteso ideale a volte sono
incompatibili, perché non tutti i desideri sono effettivamente perseguibili se
ciascuno è fatto come è fatto. Sarebbe inutile e criminoso educare un cieco a
confrontarsi con un ideale che richiederebbe la vista e cosa del tutto folle che
egli lo perseguisse.
Se è vero che i cristiani hanno un solo ideale, Cristo, c’è da dire che la
perfezione di Cristo, molto concreta in sé e per nulla ideale, per il cristiano
non può essere che la perfezione nell’onestà di sé. L’umiltà è riconoscerci
quali siamo, fatti di humus come a Dio è piaciuto, non nel cordoglio per
questo, ma nella fiducia nelle buone ragioni del Creatore che ci ama così come
ci fa, che ci accompagna fedelmente fin nelle nostre infedeltà, per insegnarci
ad essere bene quello che siamo chiamati ad essere, liberi da ogni impresa
disumanizzante, di automenomazione o di autopotenziamento, comunque dissennata.
(Dalla Rivista di Ascetica e Mistica, 2, 2007)
[1] Cfr. A. DRIGANI, L’amore smisurato per il denaro, radice di tutti i mali, in OT 23 (2006) 9, 5 marzo, p. vITI: in un occhiello: «Secondo Tommaso d’Aquino, il peccato nasce “quando si vuole acquistare o ritenere più del dovuto”. Oggi la tentazione è più che mai in agguato: le scorribande finanziarie, l’accumulo smodato di ricchezza, la mancanza di etica negli affari sono cronaca quotidiana».
[2] Cfr. S. GROSSI, I sette peccati capitali 2: Superbia. Quando la stima di se stessi diventa disprezzo per gli altri, in OT 23(2006)10, 12 marzo, p. VIII: in occhiello: «Un atteggiamento che si nutre di menzogna e di violenza, perché il desiderio di primeggiare ad ogni costo ci porta a sviire le doti altrui».
[3] Cfr. C. NARDI, I sette peccati capitali, 3: Ira. Arrabbiarsi «a vanvera»: questo è il vero peccato, in OT 23 (2006) 10, 12 marzo, p. VIII, con un corsivo: «San Basiho propone, tra le soluzioni, quella di immaginare, nei momenti di follia, di vedersi allo specchio».
[4] Cfr. C. NARDI, Ma la capacità di sdegnarsi talvolta è sacrosanta, in OT 23 (2006) 10, 12 marzo, p. viii.
[5]
L’ira di Dio e altri scritti
(1962-1994), a cura di S. Giacomini, Milano 1993, pp. 163-172.
R. MIGGELBRINK, L’ira di Dio. Il significato di una provocante
tradizione biblica, Brescia 2005.
423
[6] Cfr. C. NARDI, I sette peccati capitali. Gola e lussuria. Quando il piacere è fine a se stesso, in OT 23 (2006) 11, 19 marzo, p. VIII: in una bandella: «Gli istinti vitali, il gusto del mangiare, così come il desiderio sessuale, sono un bene che la Chiesa di oggi (ma anche quella dell’antichità) guarda con favore. Ma vanno usati senza egoismo, con temperanza, coscienza e “purità di cuore”».
[7] Cfr. S. GROSSI, I sette peccati capitali, 6: Accidia. La tentazione di cedere allo scoraggiamento, in OT 23 (2006) 12, 26 marzo, p. VIII: in una bandella: «E un nemico subdolo, dai molti aspetti: ci spinge a fuggire dalle attività che si stanno svolgendo, rimandare scelte difficili, non prendere sul serio i doveri. Ma si ritrova anche nell’opposto, nella frenesia di assumere qualsiasi impegno senza distinguere ciò che è veramente importante».
[8] Cfr. G. BORGHETTI, I sette peccati capitali, 7: Invidia. Quel sentimento doloroso, figlio della frustrazione, in OT 23 (2006) 12, 26 marzo, p. VIII: in un occhiello: «Oltre a essere un vizio, è un meccanismo di difesa, disperato tentativo maldestro di recuperare la fiducia e la stima di se stessi svalutando l’altro».
[9]
“
S. NATOLI, Dizionario dei vizi e
delle virtù, Milano 1996; U. GALIMBERTI, I vizi capitali e i
nuovi vizi, Milano 2003. 12 S. BLACKBURN, Lussuria,
Milano 2006; J. EPSTEIN, Invidia, Milano 2006. Cfr.
A. MASSERENTI, Vizi capitali. Invidia il peggiore dei mali, in
«Il Sole-24 Ore», 29 ottobre 2006, p. 37. 6 L’ira di
Dio e altri scritti (1962-1994), a cura di S. Giacomini, Milano
1993, pp. 163-172. R. MIGGELBRINK, L’ira di Dio. Il
significato di una provocante tradizione biblica, Brescia 2005.423
[10] Il libero arbitrio, trad. ital di E DE MICHELIS PINTACUDA, Erasmo da Rotterdam — Martin Lutero, Libero arbitrio, Servo arbitrio (passi scelti), Torino 2004, p. 114. Cfr. I. PIN, Erasmo da Rotterdam. Sul libero arbitrio, Pordenone 1989; R. TORZINI, I labirinti del libero arbitrio. La discussione tra Erasmo e Lutero, Firenze 2000.