Un interrogativo ricorrente :

PER QUALE VITA RELIGIOSA FORMIAMO?



Affermiamolo con il Vangelo di Gesù sul cuore: la vita religiosa deve provocare “scandalo”. Il triplice scandalo (occasione di inciampo) di Gesù per i giudei e i greci: il presepio, la croce, l’Eucaristia; in una parola, la Pasqua, il Cristo crocifisso, sapienza di Dio (1 Cor 1,23.2,2).


Il tema della formazione continua a occupare un posto centrale nella preoccupazione degli istituti religiosi. Come rimane centrale quello della preparazione dei formatori affinché siano idonei a svolgere il loro delicato compito, in un tempo così difficile come il nostro.

Forse rimane un po’ in ombra una preoccupazione altrettanto determinante: ma per quale vita religiosa formiamo? Per usare l’immagine evangelica: vogliamo continuare a versare vino nuovo in “otri vecchi” oppure vino nuovo in “otri nuovi”? Quand’è che questo vino è veramente nuovo?

È l’interrogativo che si pone, fra gli altri, il padre gesuita Ignacio Iglesias, direttore di esercizi e scrittore, sul periodico Testimonio, bimestrale di vita religiosa della conferenza dei religiosi e delle religiose del Cile, nel numero di novembre-dicembre scorso. Si chiede: come sapere se siamo persone nuove capaci di versare vino nuovo? La sua risposta è chiara: ciò che definisce se siamo uomini nuovi o vecchi sta nella misura in cui riceviamo il vino nuovo di Cristo, ossia la Parola che è lui stesso. Il vino è il simbolo del tempo della salvezza che riceviamo per la nostra vita, per quella degli altri e per la vita del mondo, di questo mondo. Riceverlo o non riceverlo, ricevere poco o ricevere molto non è un interesse puramente privato. È la nostra prima e più importante responsabilità sociale. Gesù, il vino nuovo, è inconcepibile senza il mondo nel quale si è incarnato, per il quale è morto e del quale si è fatto modello unico di salvezza e di vita, è indispensabile per questo mondo.

Noi abbiamo ricevuto questo primo vino nuovo nel battesimo. Ci basta rivivere il nostro battesimo, che non fu un rito, ma l’inizio di una relazione da sviluppare poi tutti i giorni, offrendo la nostra collaborazione. In questa visione rientra anche il discorso della nostra consacrazione religiosa che non è stata qualcosa di aggiunto al battesimo, ma una sua forte accentuazione. È stato un volontario disporci a bere il calice di Cristo (Mc 10,38-39). Consacrazione anch’essa da realizzare giorno per giorno. Sempre nuova da parte di Gesù, ma spesso mancante da parte nostra. Nella forza o debolezza di questo impegno volontario si rivela il nostro invecchiamento o ringiovanimento. Il nostro battesimo, come immersione nella pasqua di Gesù, è la radice della nostra novità (Rm 6,3-7). Non cerchiamo altre cause, non diamo la colpa del nostro invecchiamento a nessuno, non aspettiamo per ringiovanire occasioni reali da nessuna parte. Non ci sono.

In forza del battesimo e per mezzo di esso siamo tenuti a una fedeltà-amicizia-alleanza che non sono realtà pietrificate ma dinamismi che richiedono “il nuovo”. Il rinnovamento non lo inventiamo noi per conto nostro, a nostro capriccio, al margine della fedeltà, e ancor meno contro di essa, o in alternativa con altre fedeltà. Per sua natura è assoluto e abbraccia tutte le fedeltà concrete, legittime che lui, il Fedele, richiede da noi, non altre.



Siamo ancora capaci di “scandalizzare”?



Ma come sapere se tutto questo è autentico? Il controllo, risponde p. Iglesias, ce lo fa il popolo semplice, quello che ammira Gesù. Ma ce lo fanno anche i farisei, scandalizzati, i quali si aspettano che Gesù metta un po’ di ordine tra i “pubblicani e tra la gente di cattiva reputazione”. Ma è un altro l’ordine che Gesù reca con sé. Se la vita religiosa vive la novità di Gesù provocherà oggi gli stessi “scandali” di Gesù.

Se i semplici (anche gli istruiti possono essere semplici, e i veri intelligenti lo sono) si sentono incoraggiati, fortificati e gioiosi attraverso quello che ricevono da noi, vuol dire che dal nostro otre esce vino nuovo. Se, inoltre, i farisei di turno, coloro che si sono costruiti un mondo di loro sicurezze vivono per vendere sicurezze agli altri e agiscono come chi non ha bisogno di Dio (Lc 18,9-14) si scandalizzano del vino nuovo che fluisce dal nostro otre, questa è la prova migliore che il nostro otre non è invecchiato.

Affermiamolo con il vangelo di Gesù nel cuore: la vita religiosa deve provocare “scandalo”. Il triplice scandalo (occasione di inciampo) di Gesù per i giudei e i greci: il presepio, la croce, l’Eucaristia; in una parola, la Pasqua, il Cristo crocifisso, sapienza di Dio (1 Cor 1,23.2,2).

Dobbiamo allora avere il coraggio di domandarci: “scandalizziamo” noi oggi? chi? Non certamente i semplici. Gesù, come gli antichi profeti, continua a mettere in questione i nostri formalismi e funzionalismi apostolici. Mettere in questione non vuol dire necessariamente distruggerli, ma sottoporli a discernimento in modo da liberarli da ciò che non è evangelico e da quello che è evangelicamente invecchiato e caduco, e inaugurare la vita nuova del Vangelo non ancora inaugurato.



Per quale vita religiosa stiamo formando?



È pertanto decisivo sapere per quale vita religiosa stiamo formando le nuove vocazioni. Secondo p. Iglesias, essa dovrebbe avere le seguenti caratteristiche che sono il segno dell’autenticità del vino nuovo:

1) per una vita religiosa che sia vita, non ideologia, né rifugio o nido, non organizzazione né strategia, né sistema, né corpo di esecutivi, né collezione di documenti ammirevoli, non un semplice alzar la voce;

2) per un vita religiosa, tutta passione per Cristo appassionato per l’uomo e per ciascuno di noi;

3) per una vita religiosa dedita a offrire gratuitamente a tutti il vino nuovo della misericordia, che essa beve tutti i giorni e della quale vive. Perché questa misericordia è la vita;

4) per una vita religiosa che intende la misericordia come servizio per scoprire – dentro tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo – il buono di ogni individuo o gruppo umano, per aiutarlo incondizionatamente e aiutarlo a crescere; come servizio per vincere il male a forza di bene e far emergere Dio che abita ogni essere umano. Tutto, meno che ignorarlo, e, meno ancora, soffocarlo a forza di leggi o di pretendere di imporre ad essi il proprio Dio;

5) per una vita religiosa in costante “inculturazione personale interiore”, quella di “farsi tutto in tutti” come espressione della massima rivelazione possibile, a nostra portata, della kénosi dell’Incarnazione;

6) per una vita religiosa che, optando per le vittime dell’egoismo umano, implica anche i suoi carnefici in quanto vittime del loro egoismo;

7) per una vita religiosa chiara nei suoi fini e nei suoi mezzi che si serve di strumenti, ma non si rende loro schiava, né si identifica con essi e tanto meno si esaurisce in essi. Essa può creare una ONG o anche venti, lavorare in esse e con esse ma non è una ONG. Ciò che la caratterizza è di aprire gli occhi ed essere per tutti notizia di salvezza. Non può dirsi realizzata per aver percorso solo la prima metà della strada (Gv 17,3-4; 2 Cor 4,5);

8) per una vita religiosa provocatoria, non per ufficio, ma in quanto vita nel regno della morte, come è provocatoria e sovversiva la misericordia di Gesù;

9) per una vita religiosa che tenga conto del martirio, cruento o incruento, o di tutte e due le forme, per amore, e non si tira indietro né si spegne davanti ad esso, ma al contrario si accende ancor di più;

10) per una vita religiosa traboccante di gioia, quella che non è di questo mondo, poiché segno del vino nuovo del Regno: «perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11);

11) per una vita religiosa ben consapevole della crisi di umanità che vive il nostro mondo e fortemente compresa del fatto che la prima vittima di questa crisi è la persona un quanto tale. Per questo deve essere una vita tutta dedita a rifare le persone, offerta come strumento incondizionato dell’Unico che può rifarle;

12) per una vita religiosa che gode della molteplicità e diversità dei carismi che il Signore dona alla sua Chiesa, li riconosce, li considera, li difende come diversi e vi aggiunge il proprio, non accontentandosi di adattarlo come delle tessere di un puzzle, ma aiutando tutti a condividere veramente il carisma comune del medesimo battesimo;

13) per una vita religiosa sempre in stato di formazione permanente, in cui la fame di conoscere come siamo conosciuti (Fil 3,12,14) ci unisce a tutti, giovani e più anziani. La gioia dei più anziani per quello che hanno già vissuto è il vino stagionato della parabola (Lc 5,39), prova che questa vita è possibile, che vale la pena, è l’unica cosa che vale la pena. Mentre lo slancio dei giovani è il vino nuovo, necessario perché ci sia il vino stagionato e che, giungerà a esserlo, una volta verificato e trattato.



Padre Iglesias cita a questo proposito ciò che disse un giorno p. Arrupe nella sua prima allocuzione come generale (24 maggio 1965), rispondendo a coloro che dicevano: “non vorrei consigliare nessun giovane a entrare nella Compagnia di Gesù”. P. Arrupe rispose:

«Parole dolorose! Per suscitare l’ardore e la fiducia nella vocazione, tanto necessari nella nostra vita, è fuor di dubbio che dobbiamo andare incontro alle esigenze dei giovani che, del resto, sono esigenze del nostro tempo… Non fidatevi del modo con cui propongono le cose che a volte è molto sbagliato; guardate piuttosto a quello che vogliono dire e vedrete che, sotto forme certamente inammissibili, si nascondono aspirazioni degne di essere tenute in conto o che inducono alla scelta.

Sta qui un compito gravissimo: estrarre il bene che si trova in tanti racconti e petizioni dei nostri giovani. È assolutamente necessario canalizzare questa forza e questo vigore. Si tratta di una legge biologica e sociale a cui non si può opporsi, a cui non dobbiamo resistere se non vogliamo dar luogo a una distruzione totale. Nostro compito deve consistere nel liberare questa forza dai suoi elementi spuri e, conservando tutta la sua potenza, canalizzarla e iniettarla in una sana tradizione».

Non ci ringiovanisce il fatto di in­ventare l’ “uomo nuovo” a nostra im­magi­ne e somiglianza, ma il ricevere l’Uomo nuovo che non esiste se non in Gesù Cristo (Ef 4, 23-24). Ma, attenzione a non trascurare e confondere gli otri. Attenzione anche – e quanta – a non mescolare né dissolvere le diversissime marche del vino nuovo del Regno, col pretesto di cercare in laboratorio un vino unico. Piuttosto beviamo tutti del vino buono e nuovo dell’unico e medesimo battesimo. Ma rispettiamo i doni diversi, i vini di marca delle diverse vendemmie di questo stesso vino, opera dell’unico e medesimo Spirito inesauribile (1Cor 12,4-11). Diluire e mescolare i vini, li peggiorerà; e allora, né otri, né vino, né Chiesa, né Regno».
(Da n° 4 – 2008 Testimoni )