SENSO DI COLPA E GIOIA DEL PERDONO
Il senso di colpa, se cammina nella direzione giusta, si trasforma in coscienza di peccato, coscienza pasquale, del ladrone graziato e del figlio riabbracciato dal Padre, coscienza che scopre il peccato e contempla il mistero di Dio.
di Amedeo Cencini
Non è una novità segnalare la faticosa relazione dell’uomo con il male, col suo proprio male. Tutta la storia umana racconta i vari aspetti di questa difficile convivenza o forzata coabitazione nel condominio del cuore umano. Ciò che è cambiato, nel tempo, sono forse i modi attraverso i quali l’essere umano, di volta in volta, ha cercato di render meno conflittuale il rapporto, non sempre riuscendoci, per la verità, spesso anzi esasperandone toni e accenti, o illudendosi semplicemente d’aver risolto il problema o aggirato l’ostacolo.
Ci han provato subito i nostri progenitori, entrambi campioni nello scrollarsi di dosso le rispettive responsabilità per poi ritrovarsi “nudi”, privati di quella dignità che l’Eterno aveva loro donato, orfani di quella verità che è racchiusa nel riconoscere il proprio male. Ma da allora sono stati ininterrotti i vari tentativi di negare il male o ignorarlo, di minimizzarlo o addirittura irriderlo…; c’è stato chi, degno figlio di Adamo ed Eva, ha cercato di scaricarselo di dosso e proiettarlo sugli altri, sulla struttura o sulla società, o chi – giustificandosi – l’ha messo sul conto di Colui che così ci ha fatti o di quello spirito maligno che non cessa di tentarci per renderci malvagi come lui…; ma c’è stato e c’è anche chi lo vede dappertutto e finisce per subirlo, ne è come ossessionato e schiacciato, e cerca di fuggirlo, ma ne è braccato e perseguitato…; molti vorrebbero eliminarlo completamente dalla loro vita e presumono di riuscirvi, ma oggi sono sempre più quelli che non conoscono più alcun senso di colpa e predicano che “trasgredire è bello”, salvo poi scoprire che stufa pure…; e infine c’è chi si pente del proprio male e ne chiede perdono (anche se non sempre è creduto), chi perdona il malfattore o impara a integrare il male ricevuto, addirittura chi giunge a benedirlo per i vari effetti positivi….
Crediamo valga la pena cercare di chiarire, perché vivere una relazione corretta con il proprio male è parte integrante della autentica esperienza religiosa. E se c’è stato chi ha detto che la confessione è in crisi nei conventi, forse conviene anche a noi ripensare il nostro personale rapporto con quel male che ci abita dentro e la proposta della grazia che ci salva. Senza tale rapporto non c’è Pasqua né coscienza pasquale.
Alla radice del senso di colpa
Filosofo, psicologo e teologo moralista non hanno dubbi al riguardo: oggi sembra sparito il senso di colpa. Anzi, i più lo affermano come una conquista, come una liberazione psicologica. Io andrei più cauto, non solo sul piano della valutazione del fenomeno, ma sulla sua stessa realtà. Intendo dire, sul piano squisitamente psicologico, che la cosa non è poi così scontata come sembra, dato che in realtà un certo nesso fra trasgressione e colpa è naturale.
Trasgressione e colpa: un nesso costitutivo
Ovvero, ogni uomo è libero d’avere un proprio codice di comportamento morale, e di fatto ce l’ha, anche chi non sa o addirittura nega d’averlo, pure chi sembra voler sovvertire ogni ordine morale e s’oppone con violenza efferata agli stili comportamentali della maggioranza (come certi malavitosi di oggi e di ieri); ma quando questo essere umano smentisce nei fatti quel codice, qualunque esso sia, è inevitabile che percepisca una reazione interiore negativa, perché è come avesse tradito le proprie scelte e convinzioni, o come avesse interrotto e invertito un certo cammino prima impresso all’io, rinnegando la propria identità, quasi autodistruggendosi.
Questo è un dato della natura umana, un dato universale. «Di fatto, i tipi di trasgressione e di colpa sono molteplici, come varie sono le possibilità di sperimentare o non sperimentare il nesso tra l’uno e l’altra (anzi, spesso i nessi più profondi sono i meno avvertiti). Ma il nesso fra trasgressione e senso di colpa è inevitabile perché è un dato costitutivo della psiche registrare un contraccolpo quando si realizza uno scarto nella linearità del suo movimento».1
Non si tratta, dunque, d’un atteggiamento necessariamente religioso o indotto da un superiore particolarmente autoritario. È la psiche umana che è regolata da questo nesso essenziale. Tale correlazione, come altre relazioni invarianti che collegano tra loro diversi fatti psichici, è data in natura e non frutto della cultura, anche se dagl’influssi culturali o dalle tendenze ideologiche del momento riceve forma espressiva o… il suo contrario, ovvero viene ridotta al silenzio e praticamente inibita o deviata in atteggiamenti e comportamenti apparentemente contrari.
Il tentativo di negare il nesso
L’uomo, infatti, potrà anche tentare di negare questa reazione interiore e – in ultima analisi – la propria responsabilità. Da un lato non viene spontaneo a nessuno ammettere d’avere sbagliato, dall’altro la società di oggi non promuove certo una cultura della responsabilità e sembra, al contrario, voler a ogni costo tranquillizzare la coscienza di tutti, interpretando il senso di colpa come un residuo di ancestrali paure, irridendolo e annullandolo in analisi rassicurative che scaricano altrove le proprie responsabilità (sul passato difficile, sulla mamma ansiosa o sul padre autoritario…). Sono tanti i modi attraverso i quali condurre in porto questa operazione, sostanzialmente sono gli stessi con cui l’essere umano si difende dalla percezione del suo proprio male, come abbiamo esemplificato all’inizio: dalla proiezione alla razionalizzazione, dalla rimozione alla sublimazione, da certe forme di perfezionismo ad alcune manie di scrupolismo ossessivo, dal tentativo d’irridere la trasgressione alla pretesa di non sentir più alcun senso di colpa, dalla trave nell’occhio alla sindrome del fariseo che si sente sempre migliore degli altri…
Sono i vari meccanismi di difesa, la cui funzione è, per l’appunto, quella di proteggere la stima dell’io da quanto la potrebbe incrinare o indebolire, o da quanto l’uomo stesso pensa che renda negativa la propria immagine. Ma come spesso accade con questi meccanismi, più o meno inconsci, l’operazione difensiva riesce solo a metà: quella certa sensazione negativa troverà il modo di venire a galla, e non potrà non farlo perché quel nesso è costitutivo, proprio perché esprime una connessione, fra trasgressione e colpa, che è naturale e ineliminabile. Negata, così, a livello conscio, la reazione negativa riemergerà sotto mentite spoglie; esplicitamente rimossa si procurerà essa stessa una via d’uscita lungo la quale potrà anche disturbare la vita conscia del soggetto.
Quella certa frustrazione esistenziale…
Ad esempio, una certa depressione può essere una delle molte forme espressive d’un senso di colpa in qualche modo represso e inibito, una delle molte, non l’unica né inevitabile; né parlo della depressione clinico-patologica (che ha ben altre cause e va curata con altri rimedi), ma di quel senso d’inadeguatezza e tristezza diffusa, di perdita della capacità di godere della vita e delle piccole-grandi cose che riempiono ogni giornata, di quella poca voglia d’aprirsi alla relazione con gli altri che porta all’abbassamento della stima di sé e alla chiusura in se stessi, di quel disagio e insoddisfazione costante che producono noia e tedium vitae, o di quel calo generale di tonalità esistenziale, di senso poetico ed estetico del vivere, sempre più evidente e deprimente oggi. Come dire: quel che l’uomo ha voluto eliminare dalla sua coscienza torna per altra strada complicandogli la vita, ovvero, i soliti sotterfugi dell’energia rimossa.
Certo, con questo non si vuole assolutamente stabilire alcun automatismo semplicistico tra peccato e depressione, ma semplicemente dire che una certa malinconia esistenziale odierna potrebbe costituire un esito possibile della rimozione d’ogni senso di colpa e responsabilità morale.
E tuttavia non solo questo: se la correlazione fra trasgressione e colpa è inevitabile e costitutiva, allora il senso di colpa è in qualche modo collegato col mistero dell’uomo, svela l’uomo a se stesso, e non solo nel suo aspetto più negativo e detestabile…
Senso di colpa e mistero dell’io
C’è un altro nesso, allora, e del tutto inedito e paradossale, tra senso di colpa e dignità umana: quando l’uomo riconosce il proprio errore, e resiste alla tentazione di negarlo, in quel momento fa una serie di affermazioni importanti per cogliere il senso della propria identità e del suo mistero.
Nostalgia di verità
Anzitutto il senso di colpa sta a dire un bisogno fondamentale dell’uomo: il bisogno di conoscersi, di sapere chi è e chi è chiamato a essere. Quando l’uomo commette un errore o compie il male, infatti, constata quel che è, ha la percezione e la verifica della sua umanità, coi limiti e le debolezze ch’essa si porta dietro. Ed è già un dato importante, che spesso rischia di sfuggire alla percezione che l’uomo ha di sé o di rimaner velato. La consapevolezza d’avere sbagliato è indispensabile per la conoscenza dell’io, perché il limite fa parte dell’uomo, lo de-finisce, gli ricorda quella ferita che da sempre si porta dentro o quella dialettica che lo divide nel cuore. Per questo i Padri del deserto affermavano che nessuno è più grande di colui che riconosce il suo errore.
Ma il senso di colpa fa qualcosa di più, non è semplice accettazione del proprio male (“accettazione” è diventato termine strategico per tanta psicologia, ma spesso è inteso solo come rassegnazione inerte e indolore, che mortifica ogni tensione ideale), bensì contestazione d’esso, almeno implicita, riconoscimento della sua carica negativa, e dunque amarezza e risentimento personale di fronte a esso. Perché è vero che il limite è un elemento costitutivo della natura umana, ma l’uomo che sbaglia, e non nega né rimuove il proprio errore, intuisce e avverte pure, sia pur confusamente, di poter fare di più, riconosce in sé aspirazioni che lo attirano oltre il livello attuale di vita. E può avvertire tutto ciò grazie al senso di colpa, e al disappunto e delusione per quanto ha fatto o per quel che è. È la funzione preziosa e indispensabile del senso di colpa: da un lato consente all’uomo di riconoscere la sua verità attuale (l’io attuale), dall’altra gli accende in cuore la nostalgia per la sua verità ideale (l’io ideale). Diversamente detto: impedendo a colui che sbaglia di accontentarsi di vivere nella mediocrità o nell’incoerenza con se stesso, risveglia in lui una sete mai sopita di qualcosa di più, il bisogno di sapere chi è chiamato a essere, l’esigenza di realizzarsi nella verità.
In sintesi, se il male consiste nel non vivere la verità di sé, il senso di colpa è nostalgia di questa verità, o del mistero umano.
Segno e sfida di libertà
Dietro al senso di colpa c’è la natura dell’uomo, abbiamo detto. Solo l’essere umano può provare rimorso per quel che ha fatto, manifestando in quel rammarico la fondamentale ambivalenza della sua natura, attratta dal male e assieme dal bene, capace di decidere ciò che è giusto e poi di compiere ciò che è ingiusto, sedotto dalle lusinghe della trasgressione e poi …abbandonato, cioè incapace di godere appieno d’essa, a volte tanto deluso di sé (e tradito dalle attese) quanto testardo nel ripetere certi errori. L’uomo è in effetti tutto questo, ma finché prova rimorso vuol dire che si mantiene aperta una possibilità ulteriore di realizzazione di sé, almeno come possibilità. Vuol dire che, nonostante l’incoerenza, resta viva in lui l’attrazione per ciò che è vero, bello e buono; significa che il cuore è ancora in grado di amare ciò che è degno d’esser amato, non è schiavo del male che l’ha ingannato per un attimo; e se il senso di colpa è profondo e amaro vuol dire che la sua vita interiore è intensa e sofferta, come s’addice all’uomo che ha preso sul serio il proprio cammino esistenziale. In fondo i santi sono stati coloro che hanno sofferto più di tutti la percezione del loro male (e, ancor prima, quelli in cui la grandezza delle aspirazioni s’accompagnava regolarmente con l’asprezza delle tentazioni).2
L’uomo dove la gioca, infatti, la sua libertà? Non semplicemente di fronte al dilemma della scelta tra due possibilità contrarie che si pongono allo stesso livello o con la stessa forza, ma nell’attrazione verso ciò che è intrinsecamente vero, bello e buono e può appagare pienamente la tensione umana di felicità e verità. L’uomo è libero, insomma, non solo perché può scegliere tra due alternative ugualmente attraenti (libero “di”), ma nella misura in cui avverte maggiormente l’attrazione per ciò che meglio esprime lo splendor veritatis, perché solo questo immette la sua vita in quegli spazi illimitati che esaltano la sua libertà (libero “per”). Il resto, ovvero l’altra alternativa, sarebbe solo finzione di libertà. Ebbene, il senso di colpa, paradossalmente, è il segnale che questa libertà, o almeno la nostalgia d’essa, è ancora presente; è stata attaccata e messa in difficoltà, ma non è sparita; è debole, ma ancora viva; è monito e richiamo all’uomo limitato e fallibile che è fatto per qualcosa che è illimitato; è memoria, per chi è tentato di giocarsi la libertà in spazi angusti e ridicoli, di quella libertà che non conosce confini perché costruita sulla verità.
C’è una libertà che ci consente di sentirci in colpa, e c’è una libertà che è frutto del senso di colpa. In ogni caso, finché l’essere umano prova sensi di colpa, è libero e può giocarsi ancora la sua propria libertà. Quando, malauguratamente, non dovesse più provare alcun senso di colpa, sarebbe il segno che ha già smarrito o sta smarrendo anche il bene della sua libertà… Ovvero, sta smarrendo se stesso.3
Assunzione di responsabilità
Infine il senso di colpa, e proprio per quanto abbiamo visto finora, è una coraggiosa affermazione di responsabilità da parte dell’individuo. Chi prova questo tipo di sensazione non fugge da se stesso, non cerca sciocchi alibi o furbe scusanti, non addebita ad altri quanto è parte di sé o lui stesso ha commesso, non si nasconde dietro patetiche operazioni autodifensive, né si racconta la solita infantile storia che è tutta colpa del passato o dell’inconscio o dell’ambiente o …della mamma (in questi casi più impersonalmente chiamata “figura materna”), ma ha l’onestà di riconoscere che quanto è successo è farina del suo sacco;4 potrà anche trovare delle attenuanti, ma lui c’è comunque implicato, non si addosserà forse tutte le colpe, ma neppur si tirerà indietro dinanzi all’ammissione della propria responsabilità. E non per un gesto di coraggio, quanto di lealtà di fronte a se stesso e alla propria verità. In tal caso il senso di colpa è segno esattamente di verità con se stessi, indica una certa familiarità con il proprio mondo interiore e i suoi fantasmi, consci e inconsci, significa aver varcato le mura del proprio cuore ed essersi inoltrati nei suoi sotterranei…
È un cammino faticoso, come una sorta di descensus ad inferos, sgradito ai più, normalmente bisognoso d’una guida e pericoloso per chi ci si avventura subito da solo. Eppure è condizione d’autenticità e sincerità personale.5 È accesso al mistero dell’uomo, grande nella dignità nella misura in cui ammette la propria responsabilità. Tanto più se intendiamo il concetto di responsabilità nel suo significato etimologico, come respons-abilità, capacità di risposta dinanzi a un altro, dinanzi alla vita. E allora il senso di colpa non si riduce, o non dovrebbe ridursi, a una sensazione autospeculare e riflessiva, d’un io tutto chiuso nella propria individualità e magari in un perfezionismo un po’ ossessivo, ma dovrebbe sempre più diventare relazione, alterità, espansione dell’io, accoglienza dell’altro, propria responsabilità nei suoi confronti...6
Proprio in tal senso parliamo di “assunzione di responsabilità”. C’è infatti una differente sfumatura di significato tra “ammissione” e “assunzione” di responsabilità: la prima indica un fatto soprattutto intellettuale, quasi la conclusione inevitabile d’un ragionamento o la resa un po’ passiva, quasi a malincuore, dinanzi all’evidenza; il secondo, invece, indica molto di più, vuol dire farsi carico, lasciarsi metter in gioco, interpretare in modo molto più attivo e intraprendente il proprio coinvolgimento e decidere, in ultima analisi, di prender posizione dinanzi al mistero della vita e del proprio ruolo in essa.
Per questo, se un tempo non lontanissimo il senso di colpa era subito guardato con diffidenza (o irrisione) se non dichiarato patologico, oggi – al contrario – una certa psicologia sta sempre più scoprendo la patologia dell’assenza del senso di colpa.
A conclusione di tutto ciò potremmo proprio dire così: se uno non ha il senso di colpa, sarà meglio che se lo faccia venire, invece di vantarsene come fosse conquista di libertà e segno di coscienza adulta.
Tuttavia il discorso, specie per un credente, non si ferma qui. Anche il senso di colpa può e deve esser superato: dal senso di colpa alla coscienza di peccato, dal mistero dell’uomo al mistero di Dio. Grazie a questo passaggio è possibile trasformare l’evento che allontana l’uomo da Dio (il male personale) in ciò che invece lo avvicina o lo può avvicinare a lui.
Coscienza di peccato e mistero di Dio
La nostra tesi è infatti questa: la coscienza di peccato è da un lato segno di maturità umana e spirituale, dall’altro è qualcosa che ci avvicina a Dio in modo del tutto particolare, è come ce lo facesse conoscere in aspetti che diversamente ci resterebbero sconosciuti.
Alla base della nostra riflessione vi sono due distinzioni. La prima, che conosciamo bene, tra peccato e coscienza di peccato. Il peccato è realtà umana, in sé negativa e deprecabile, anche se chi lo compie non l’avverte come tale; la coscienza di peccato, invece, è atteggiamento credente e religioso, indica consapevolezza e rielaborazione del peccato che può giungere a trasformarlo, come vedremo più avanti.
Ed è una tesi prettamente evangelica: come non riconoscere, infatti, nel vangelo la spiccata preferenza di Gesù per i peccatori e, d’altro canto, l’altrettanto evidente insofferenza per i giusti o per i presunti tali, ai quali il Messia e Salvatore non ha nulla da dare e da dire. Anzi, sarà Gesù stesso, come abbiamo ricordato altre volte, a sottolineare che anche il Padre ha le stesse preferenze o gusti del Figlio, visto che fa più festa in cielo per un solo peccatore convertito (=che ha coscienza di peccato) che non per 99 giusti che non hanno bisogno, o credono di non aver bisogno, di conversione e perdono (e forse hanno solo un senso di colpa).
Sembra echeggiare questa affermazione di Gesù la seguente espressione di un autore moderno non proprio sintonizzato con la mentalità evangelica, ma conoscitore dell’animo umano quanto basta per esprimersi così: “Il peccato… Ne conosciamo la parola e la pratica, ma ne abbiamo perso il senso e la nozione. Forse questa è già la dannazione, l’abbandono da parte di Dio, l’insensatezza”. Notiamo bene, secondo Kafka non è il peccato in se stesso a esprimere l’abbandono da parte di Dio, quanto l’assenza della coscienza di peccato!
La seconda distinzione è un po’ meno scontata, e riguarda proprio la differenza tra senso di colpa e coscienza di peccato. Vediamola.
Senso di colpa e coscienza di peccato
Il senso di colpa ha una sua precisa identità, abbiamo visto, e indica un orientamento altrettanto mirato impresso alla propria identità, nel senso della verità, della libertà e della responsabilità. È possibile andare oltre, in certo senso continuando nella direzione medesima, in altro senso superandola. Vediamo ora soprattutto come avviene il superamento, o la relazione di discontinuità. Che, tra l’altro, consente di evitare alcuni rischi cui il senso di colpa espone.
Dal senso alla coscienza
Anzitutto si tratta di passare, sul piano dell’operazione psichica, dal senso alla coscienza, ovvero da una sensazione tutto sommato naturale e inevitabile a qualcosa di riflesso e acquisito: se il senso di colpa è una reazione istintiva e costitutiva dell’esperienza umana del limite, la coscienza di peccato indica e implica una interpretazione particolare di questa reazione, è come un senso di colpa “educato” in una certa direzione, quella religiosa o teologica. Dunque esige un certo cammino di maturazione. Il senso di colpa, infatti, è ineliminabile e universale (ancorché a volte smentito e non sempre colto nelle sue aperture), mentre non tutti raggiungono la coscienza di peccato. Il problema è che oggi, in generale, il “senso” in quanto tale (ovvero, la semplice sensazione, la percezione immediata di sé e, in definitiva, il vivere a livelli superficiali) sembra prevalere sulla coscienza o sulla percezione più profonda di sé.
Dallo psicologico al teologico
Il senso di colpa, più precisamente, è psicologico, come la colpa, la coscienza di peccato è invece realtà teologica, come il peccato, per altro: fa riferimento a Dio, alla sua verità e al suo giudizio, alla sua misericordia e al suo perdono. È una distinzione molto importante, poiché nel primo caso il discorso s’esaurisce entro una logica puramente umana e decisa tutto sommato dal soggetto, e dunque anche esposta alle sue contraddizioni, ai suoi giudizi troppo allegri e permissivi o – al contrario – inflessibili e radicali, fissazioni e scrupoli, pretese e paure (non c’è peggior giudice dell’io nei confronti di se stessi); nel secondo invece s’apre la possibilità preziosa d’una esperienza di Dio e del suo amore.
Quante volte proprio la conoscenza della propria fragilità ha determinato una conoscenza nuova e inedita di Dio, o quante volte il peccato ha aperto strade che han portato a una vera esperienza del divino! Ecco perché Gesù non nasconde la sua simpatia per il peccatore che riconosce il suo peccato, mentre rimprovera aspramente il giusto presuntuoso.
Dall’autoreferenzialità alla relazione
Sempre in tale linea il senso di colpa nasce e si sviluppa fondamentalmente dinanzi a se stessi e alla considerazione del proprio limite (è autoreferenziale, per quanto implichi anche un riferimento ai valori), spesso determinando delusione e sconcerto per i propri fallimenti, come una ferita narcisistica che provoca rabbia e rancore contro se stessi (la rabbia narcisistica) e una certa idea un po’ presuntuosa di sé.
La coscienza di peccato, invece, nasce dalla scoperta dell’amore di Dio (è relazionale), è tanto più forte quanto più ci si sente amati dall’Eterno, e genera dispiacere sincero per aver offeso chi ci ha voluto bene d’un amore grande. Chi prova solo senso di colpa, di conseguenza, finisce a volte in un circolo vizioso che è poi alla radice di tante forme distorte (rabbiose e autocolpevolizzanti) o addirittura nevrotiche del senso della propria fallibilità, e che ricade sempre sull’io (per questo può esser nevrotico, la nevrosi nasce di solito dall’eliminazione della relazione); chi impara la coscienza di peccato avverte dentro di sé il dolore, il dolore che è il dispiacere sincero d’aver offeso l’amore di Dio, e dunque è qualcosa di relazionale e soprannaturale.
Dalla sincerità alla verità
Proprio perché nasce in modo autospeculare il senso di colpa normalmente è o rischia d’esser superficiale, non va in profondità soprattutto perché ha paura di scoprire chissà cosa, chissà quali mostri o cattiverie dentro al cuore, e giunge tutt’al più alla sincerità, ovvero alla scoperta delle proprie sensazioni e stati d’animo, ma non ha il coraggio di scoprire le motivazioni profonde dell’agire.
La coscienza di peccato, che nasce dalla contemplazione dell’amore di Dio, non teme invece di scoprire la verità, cioè la radice di comportamenti ed emozioni, non si ferma a ciò che si può vedere e riconoscere abbastanza facilmente, ma va a cogliere le motivazioni profonde, perché sa che in ogni caso può contare sulla tenerezza misericordiosa dell’Eterno. Per questo spesso il senso di colpa è contraddittorio, ti fa sentire in colpa per cose da niente, per trasgressioni comportamentali, oppure scatta solo in presenza di prescrizioni legali, fissate da qualche regola o codice, mentre poi non fa avvertire la gravità di certi egoismi più sottili e di velate mancanze d’amore verso l’altro. Per questo a volte il senso di colpa è infantile, mentre la coscienza di peccato indica sempre coscienza adulta.
Dalla lotta psicologia alla lotta spirituale
Ancora, il senso di colpa, quando non è subito neutralizzato e inibito, può innescare conflittualità interna, come una sorta di lotta psicologica, lotta intestina, dell’io contro una parte di sé, e dunque lotta ossessiva e vana. Chi accede alla coscienza di peccato vive lo stesso una certa conflittualità dentro di sé, ma che lo porta fuori dell’io, è la lotta spirituale e religiosa, dell’uomo credente che combatte la vera lotta dell’uomo su questa terra, lotta con Dio, l’Eterno amante, lotta contro l’idea, subito percepita come umiliante, d’esser amato da Dio nella propria non amabilità,7 lotta con questo amore, prima di arrendersi a esso.
Questa è la vera lotta, dell’uomo biblico; potrà sembrarci strano, ma di fatto noi tutti vogliamo esser amati, ci mancherebbe!, ma poi di fatto non ci viene facile lasciarci benvolere senza aver fatto nulla per meritare l’amore. Così anche nei rapporti interpersonali: nulla è così attraente come la conquista dell’amore altrui, come la sensazione d’averlo vinto magari in competizione con altri per i nostri meriti e prestazioni…, tanto più con Dio. Noi vogliamo meritare la benevolenza altrui, figuriamoci quanto ci disturba l’idea d’esser amati addirittura nella nostra fragilità, nel nostro limite, come ci ama Dio! Questa è la lotta classica dell’uomo credente.
Dal passato al futuro
Di qui un’altra considerazione rilevante: il senso di colpa è rivolto indietro, a qualcosa che è accaduto e non può esser cancellato, a volte finisce lì, a un passato che rischia di segnare indelebilmente il futuro e l’identità del soggetto, entro una concezione fatalista e tutto sommato deresponsabilizzante.
La coscienza di peccato riconosce il passato, lo assume responsabilmente, ma proprio perché riconoscimento e assunzione di responsabilità non avvengono solo di fronte a se stessi e alla propria coscienza, ma di fronte a Dio, questo passato colpevole è aperto alla speranza d’un futuro diverso, è sciolto da ogni determinismo e come riscattato dalla sua negatività, per essere addirittura trasformato in esperienza positiva, in esperienza del divino. Solo dentro la logica della coscienza di peccato si può intendere correttamente quell’importante principio psicologico secondo il quale l’uomo può non esser completamente responsabile dei suoi errori passati, ma è in ogni caso responsabile dell’atteggiamento che assume al presente di fronte a essi.
Dall’autoassoluzione alla “nuova creazione”
Il senso di colpa, a questo punto, di per sé può creare un rapporto ambivalente e riduttivo col sacramento della confessione. Da un lato, infatti, chi si sente oppresso dal senso di colpa può ricorrere alla confessione come a uno strumento di sollievo psicologico, senza per altro trovarlo o trovandolo solo momentaneamente, esattamente perché il sacramento non è una tecnica o cura psicoterapeutica; oppure, chi prova solo senso di colpa non sente poi così necessario ricorrere al sacramento, fa “tuttoincasa”, s’aggiusta, s’arrangia, s’autoassolve…, o all’opposto si manda a quel paese, si disprezza, si autocestina…, o va a confessarsi giusto quand’è colma la misura o quando “tocca”, per togliersi il peso o il pensiero e non andare “fuori tempo massimo”.
Chi impara la coscienza di peccato sente, al contrario, una necessità inderogabile della confessione, ma non la vive come semplice liberazione dal peso dei propri peccati e tanto meno dalla paura della pena o del giudizio, bensì come nuova creazione, come grazia ri-creativa, come affidamento-consegna della vita e della persona nelle mani del Padre-creatore, perché ripeta le parole della creazione: “Facciamo quest’uomo a nostra immagine e somiglianza”. La confessione è la creazione nel tempo; riprende e rinnova il progetto delle origini; non cancella semplicemente, ma dà vita; non toglie, ma crea; non dimentica (i peccati), anzitutto, ma rinnova la memoria degl’inizi, perché quel piano del Padre si compia, nonostante le debolezze della creatura. È proprio questa energia creativa che viene da Dio e dunque è più forte del peccato che lentamente plasma nella persona l’uomo nuovo.
Dal dolore alla gioia del perdono
Per questo il senso di colpa, nella misura in cui è soggettivo e superficiale, e anche un po’ timoroso e incerto, non giunge a sperimentare la gioia del perdono: così come prima non c’era il dolore nella denuncia delle proprie responsabilità così ora non ci sarà la gioiosa sensazione della liberazione e del perdono ritrovato: gioia e dolore sono sentimenti che suppongono una relazione (come tutti i sentimenti sani).
Relazione che invece è vissuta pienamente nella coscienza di peccato (ne è all’origine): colui che si sente profondamente peccatore dinanzi a Dio, sperimenterà poi anche la gioia della misericordia che s’effonde su lui. Detto diversamente: i due abissi o le due profondità si richiamano, come la storia dei santi sta a testimoniare. Per questo potremmo dire che il vero nemico della vita spirituale o addirittura della fede oggi non è il secolarismo o quanto si oppone frontalmente all’ipotesi-Dio, quanto semmai la superficialità, la mediocrità, l’analfabetismo emotivo e spirituale che c’impedisce d’approfondire alcunché e ci fa restare sempre alla superficie della vita, dei sentimenti, degl’interrogativi, della propria umanità…, è quel debolismo di pensiero che c’impedisce di giungere alla verità di noi stessi, del nostro esser peccatori e del nostro esser figli.
Dal peccatore al figlio (e viceversa)
Il senso di colpa, in ultima analisi, è o rischia d’essere come un itinerario interrotto nel viaggio-pellegrinaggio dell’uomo verso la verità di sé, cammino che deve necessariamente passare per certe tappe, e conoscere anche una certa disperazione per decidere poi il “santo viaggio” della conversione.
La coscienza di peccato, invece, consente di fare questo viaggio, o di mettere insieme, in qualche modo, la sensazione d’una certa disperazione e poi la speranza, per lasciarsi infine afferrare da quella mano che ci fa uscire da noi e ci apre davanti un nuovo orizzonte. La confessione è proprio ciò che celebra e tiene insieme queste due sensazioni, posta com’è sul crinale tra miseria e liberazione, tra disperazione e speranza. Pascal l’aveva illustrato in modo folgorante quando aveva opposto alla disperazione dell’anima che vedeva il suo male profondo queste parole divine: “I tuoi peccati ti saranno rivelati nel momento stesso in cui ti saranno perdonati”. È solo nel momento del perdono (=dell’amore intenso e gratuito, che va al di là dei suoi meriti e demeriti) che uno prende coscienza del proprio peccato e della sua gravità, perché solo l’amore può suscitare il dolore. È il misterioso intreccio tra pentimento e perdono, tra peccato e salvezza, tra colpa e grazia, soprattutto tra coscienza d’esser figlio e coscienza d’esser peccatore.
Dal complesso di colpa alla coscienza pasquale
E allora, per concludere, il senso di colpa segnala solo il primo gradino nella formazione della coscienza penitenziale. Se non c’è senso di colpa vi sarà l’indifferenza e l’assenza di ogni consapevolezza (più o meno sofferta) della propria vulnerabilità morale. Ma se il senso di colpa è presente non sempre apre alla coscienza di peccato, ma potrebbe chiudersi in se stesso, trasformandosi in complesso di colpa, ovvero in un continuo ritorno della sensazione colpevolizzante su di sé, con accenti più o meno ossessivi e depressivi, e la costante sensazione d’esser condannati da un (super)io rigido e perfezionista o da un dio che non ha nulla in comune col Padre di Gesù Cristo descritto nei vangeli.
Se invece il senso di colpa cammina nella direzione giusta (aprendo al mistero dell’io) si trasforma in coscienza di peccato, coscienza pasquale, del ladrone graziato e del figlio riabbracciato dal Padre, coscienza che non solo scopre il peccato, ma che contempla il mistero di Dio!
( Da Testimoni Marzo 2008)
1. ‑A.Manenti, Il pensare psicologico. Aspetti e prospettive, Bologna 1996, 75.
2. ‑L. Boff, Francesco d’Assisi. Una alternativa umana e cristiana, Assisi 1982, p.189.
3. ‑Cf. G. Sovernigo, Senso di colpa, peccato e confessione. Aspetti psicopedagogici, Bologna 2000.
4. ‑Sul problema della responsabilità in azioni con componente motivazionale inconscia: cf. A. Cencini – A. Manenti, Psicologia e formazione. Strutture e dinamismi, Bologna 2000, 183-203.
5. ‑Cf A.Cencini, I sentimenti del Figlio. Il cammino formativo nella vita consacrata, Bologna 1999, 170-176.
6. ‑È in sostanza l’interpretazione di Lévinas. Cf E. Lévinas, Quattro lettere talmudiche, Genova 1982, 67-97.
7. ‑Circa la differenza tra lotta psicologica e religiosa cf. F. Imoda, Sviluppo umano. Psicologia e mistero, Casale M. 1993, 127-130. 371-372.