DIO CHIAMA ANCHE I GAY AL SACERDOZIO
di Timothy Radcliffe
Due settimane fa mi trovavo in Nuova Scozia a un ritiro di vescovi e sacerdoti del Canada orientale. Un sacerdote mi ha fatto arrivare un foglietto con una domanda, perché lui era troppo timido per farla in pubblico: "Questo documento sull'ammissione dei gay al sacerdozio significa che non sono più il benvenuto? Significa che quelli come me sono preti di seconda classe?" Ho sentito questa stessa domanda, in una forma o in un'altra, da parte di sacerdoti di tutto il mondo. Il prossimo documento vaticano su omosessualità e sacerdozio è causa di un'ansia profonda, ed è per questo che dobbiamo aspettare per sapere esattamente cosa dirà (questo articolo è stato pubblicato tre giorni prima che il Vaticano rendesse nota la versione ufficiale dell'Istruzione, peraltro identica a quella anticipata da Adista il 23 novembre, ndt).
Ci sono due principi che dobbiamo tenere a mente: primo, dobbiamo darne la migliore interpretazione possibile. Non si tratta di dare una lettura benevola del documento, ma di cercare di capire quali siano le vere intenzioni degli autori. I media sono pieni di accuse e questo documento verrà denunciato come un ennesimo attacco agli omosessuali. È una denuncia che trova spazio anche all'interno della Chiesa. La Congregazione della Dottrina della Fede ha spesso dato interpretazioni tendenziose degli scritti dei teologi. I teologi, a loro volta, offrono la peggiore interpretazione possibile dei documenti vaticani. Da Roma non può venire niente di buono! Come Chiesa, dobbiamo trovare un altro modo di ascoltarci l'un l'altro, un modo che sia veramente attento a ciò che diciamo. Sono la giustizia e la verità a chiederlo.Il secondo principio da tenere a mente è che la vocazione è una chiamata da Dio. È vero che, come dice il documento, essa viene ricevuta "tramite la Chiesa, nella Chiesa e per il servizio della Chiesa", ma è Dio che chiama. Poiché ho lavorato con vescovi e sacerdoti, diocesani e religiosi di tutto il mondo, non ho alcun dubbio che Dio chiami gli omosessuali al sacerdozio, e che loro siano tra i sacerdoti migliori e più fedeli che abbia mai incontrato. Quindi, nessun sacerdote che sia convinto della propria vocazione dovrebbe pensare che questo documento lo etichetti come un sacerdote incompleto. E dobbiamo presumere che Dio continuerà a chiamare tanto gli omosessuali che gli eterosessuali al sacerdozio perché la Chiesa ha bisogno del dono di entrambi.
La Chiesa ha il diritto e il dovere di esercitare un attento discernimento nell'ammissione dei seminaristi. Quando un documento dice che questo discernimento è stato reso "più urgente dalla situazione corrente", presumibilmente si riferisce alla crisi degli abusi sessuali nelle Chiese occidentali. Quindi emergono due domane: questo documento fornisce un buon criterio per il discernimento della vocazione? Aiuterà ad affrontare la crisi degli abusi sessuali?Il documento insiste che un candidato per il sacerdozio deve aver raggiunto una maturità affettiva tale da permettergli "di porsi in una corretta relazione con uomini e donne, sviluppando in lui un vero senso della paternità spirituale nei confronti della comunità ecclesiale che gli sarà affidata". Mettiamo da parte per un momento il problema della "paternità spirituale" e concentriamoci sulla maturità affettiva. Che cosa significa?
Il documento afferma che la Chiesa "non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omoses-sualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay". La prima condizione è chiara. Si potrebbe dire lo stesso per chi è attivamente eterosessuale. Le altre due necessitano di un chiarimento.
Che cosa si intende per "tendenze omosessuali profondamente radicate"? Il contro-esempio fornito dal documento è quello di una persona che passa attraverso una fase temporanea di attrazione omosessuale: il documento afferma che il seminarista deve averla superata da almeno 3 anni prima dell'ordinazione al diaconato. Questo esempio non si riferirebbe al caso di tutti quei seminaristi che stanno riflettendo sulla loro vocazione alla luce di questo documento.
Potrebbe anche essere interpretato come un riferimento a coloro che hanno un orientamento omosessuale permanente. Ma non si può trattare di un'interpretazione corretta poiché, come ho detto, ci sono molti preti eccellenti che sono gay e che hanno chiaramente una vocazione divina. Forse può venir meglio inteso in riferimento ad una persona per cui l'orientamento sessuale è così centrale nella propria percezione di sé da divenire ossessivo e dominare la sua immaginazione. Una tale condizione sarebbe indubbiamente problematica per la sua capacità di vivere felicemente il proprio celibato sacerdotale. Ma ogni eterosessuale così concentrato sulla propria sessualità avrebbe gli stessi problemi. Ciò che conta è la maturità sessuale più che l'orientamento.
C'è poi il tema del sostegno alla "cultura gay". È giusto che i seminaristi o i sacerdoti non vadano in locali gay e che i seminari non sviluppino una sottocultura gay. Questo significherebbe centrare la propria vita su ciò che non è fondamentale. I seminaristi dovrebbero imparare ad essere a proprio agio con ogni orientamento sessuale, soddisfatti del cuore che Dio ha dato loro, ma ogni sorta di sottocultura sessuale, gay o etero, sarebbe contraria al celibato. Una sottocultura machista piena di allusioni omofobe sarebbe altrettanto inappropriata.
Ma sostenere la "cultura gay" significa solo questo? Secondo quanto afferma il documento, la Chiesa deve opporsi alla "ingiusta discriminazione" degli omosessuali, così come fa nei confronti della discriminazione razziale. Ciò significa che tutti i sacerdoti devono essere pronti a schierarsi al fianco degli omosessuali se questi subiscono discriminazioni, e a farlo pubblicamente. Ne nascono, chiaramente, problemi complessi. Opporsi al matrimonio omosessuale verrà interpretato da qualcuno come discriminazione, mentre nell'insegnamento cattolico ufficiale non è così. Chi viene coinvolto nella lotta contro la discriminazione può venire frainteso. È un rischio che bisogna correre ogni tanto.Infine, c'è il tema della "paternità spirituale". Non è un concetto che mi sia familiare. Sono solo gli eterosessuali a poterla offrire? È l'opinione del vescovo cappellano dell'esercito statunitense, che ha recentemente affermato: "non vogliamo che la nostra gente pensi che, come dice oggi la cultura dominante, non ci sia nessuna differenza tra l'essere gay e l'essere etero. Pensiamo che per la nostra vocazione ci sia una differenza, e che la nostra gente si aspetti di avere un clero maschio che sia un modello forte di mascolinità". Non posso credere che sia questo ciò che s'intende nel documento. Ci sono poche prove di una ‘cristianità muscolare' in Vaticano. Se il ruolo del sacerdote fosse quello di essere un modello di mascolinità, allora questo modello sarebbe rilevante per meno di metà della comunità cristiana e si potrebbe pensare che le donne dovrebbero essere ordinate per dare un modello di femminilità. Immagino che la "paternità spirituale" si eserciti soprattutto attraverso la cura della persona e la predicazione di una parola fertile e viva, ma niente di tutto ciò ha a che fare con l'orientamento sessuale.
È urgente formare un clero "affettivamente maturo", capace di relazionarsi facilmente con uomini e donne. Questo documento prova a identificare criteri che aiutino a discernere questa maturità e segnala questioni sicuramente importanti. I criteri che propone devono essere applicati in maniera equa a tutti in candidati, prescindendo dal loro orientamento sessuale.
La nostra società dà spesso l'impressione che eterosessuali e omosessuali siano praticamente due specie diverse di essere umano. Ma il cuore umano è complesso e le forme del desiderio cambiano e si evolvono. Ho conosciuto sacerdoti che pensavano di essere gay a 30 anni, per poi scoprire che non lo erano, e viceversa. Se dobbiamo formare sacerdoti che vivono con ricchezza il loro celibato, allora devono trovarsi a proprio agio con se stessi, in tutta la loro complessità emotiva, senza ingannarsi e pensare che questa sia il centro della loro identità. Questo centro è Cristo. "Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1Gv 3,2).
La nostra società è ossessionata dal sesso e la Chiesa dovrebbe offrire un modello di sana ma non compulsiva accettazione della sessualità. Il catechismo del Concilio di Trento insegnava che i sacerdoti dovrebbero parlare di sesso "con moderazione piuttosto che con abbondanza". Dovremmo essere più attenti a coloro che i nostri seminaristi potrebbero essere tentati ad odiare, piuttosto che ad amare. Razzismo, misoginia e omofobia sarebbero tutti segni che una persona non è un buon modello di Cristo.
Il documento conclude esortando i seminaristi ad essere sinceri con i loro direttori spirituali. Mentire non sarebbe in accordo con lo "spirito di verità, di lealtà e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa nel ministero sacerdotale". Ciò è di fondamentale importanza. Ma se i criteri di questo documento verranno interpretati in senso restrittivo, in modo che nessuno che sia gay possa essere ordinato, allora alcuni seminaristi si verrebbero a trovare in una situazione impossibile. Se parlano apertamente, potrebbero non essere accettati. Se non lo fanno, mancano di trasparenza. Il pericolo è che i più onesti se ne vadano mentre i meno sinceri rimangano, e così formeremmo un clero immaturo, non in pace con se stesso, e più a rischio di ripetere gli abusi. È quindi della massima importanza che questi criteri non vengano interpretati in una maniera che spinga le persone a nascondersi. Ciò impedirebbe la formazione di sacerdoti che siano affettivamente maturi.