Padre Raffaele Spallanzani verso la beatificazione

 

HA TRASFORMATO TUTTO IN AMORE

 

 

 

«Nel dolore, Dio si è preparato il posto. Il dolore mi ha purificato e la lotta mi ha insegnato ad amare. Quando siamo scavati dalla misericordia di Dio la fede diventa forza di Dio in noi. Posso lottare perché ho sperimentato che con la grazia posso vincere ogni battaglia».

 

 

 

di Anna Maria Gellini

 

 

 

Nella piccola località di Puianello, situata nel comune di Castelvetro, a circa 25 chilometri da Modena, su una graziosa collina in luogo elevato e panoramico, sorge il santuario della Madonna della Salute, edificato, secondo alcune fonti storiche, in ringraziamento alla Vergine per la fine della terribile peste degli anni 1630-1631. Meta di numerosi pellegrinaggi, dal 1947 è affidato ai padri cappuccini i quali vi hanno costruito accanto un complesso chiamato la “Casa del Padre”. Lo scopo della Casa, inaugurata nel 1978, è di accogliere sacerdoti di qualsiasi diocesi, anziani e soli e in necessità. Ora la casa si è aperta anche a persone anziane, uomini e donne, bisognosi di accoglienza.

 

In questo luogo ha trascorso circa quattro anni della sua vita p. Raffaele Spallanzani (1922-1972) e qui si è spento, in concetto di santità, il 5 dicembre 1972. La sua tomba si trova all’interno del santuario, in una cappella laterale, sotto lo sguardo della Madonna che aveva tanto amato.

 

Il prossimo 13 maggio, proprio in questo santuario, si aprirà il processo canonico per la sua beatificazione. Uomo di grande vitalità, di forte carattere e ricco di doti umane, fu condotto dal Signore attraverso la via della sofferenza, a cui seppe reagire con la forza della fede, senza mai lasciarsi abbattere, anzi riuscendo a riempire la sua vita di un’attività straordinaria a servizio del prossimo. Nel suo zelo missionario si fece anche promotore, animatore e sostenitore del Villaggio Ghirlandina in CentroAfrica. Era molto ricercato per la predicazione e soprattutto per la confessione e la direzione spirituale. Molta gente ricorreva a lui per chiedere una preghiera o avere una parola di sostegno e di conforto. Esperto nel soffrire, era infatti in grado di provare compassione verso coloro che erano nella sofferenza e di offrire a ciascuno una parola di incoraggiamento e di consolazione.

 

 

 

La sua infanzia un caos affettivo

 

 

 

Ferruccio, questo il suo nome di battesimo, era nato a Mestre il 15 marzo 1922 da Noè e Bergamini Argia, genitori di origine modenese. Il 20 giugno dello stesso anno fu battezzato nella Chiesa parrocchiale di S. Lorenzo. Era primo di tre figli.

 

La sua infanzia è un caos affettivo, una danza amara del cuore che gli adulti impongono ai suoi giorni innocenti. Ferruccio è simpatico, geniale, affettuoso, emotivo e impulsivo. Riceve un’educazione borghese; studia violino e pittura. È un bambino dall’intelligenza acuta e pronta, dalla volontà ostinata e dallo spirito indipendente. Espansivo e generoso. Felice di far felici. Ma il suo cuore è spesso triste, come racconta lui stesso nei suoi scritti che sono una miniera inesauribile in cui ogni attimo della sua vita è descritto con una sincerità e autenticità a tratti sconcertante, pagine coraggiose per la loro immediatezza e naturalezza.

 

Parlando del suo rapporto con la sorellina, Ferruccio scriveva: «La nostra è stata un’infanzia triste di bambini viziati e senza amore. Eravamo amici per la pelle più che fratelli. Di sera ci addormentavamo abbracciati, quasi per timore che le tenebre della notte potessero separarci.» Poi un ricordo struggente:

 

«Nella vecchia cucina della lavandaia, di sera, coi figli vicino, lei accendeva il lume davanti al quadro della Sacra Famiglia e pregava… io ero lì e nel mio cuore di bimbo sentivo una nostalgia infinita… a casa mia non c’era niente di tutto questo, anzi, c’era un freddo triste su volti nervosi e posti vuoti». E poi una nota dolcissima: «La sera, prima di addormentarci, io mi alzavo in punta di piedi sul letto poi sul cuscino e stampavo un bacio sul tuo volto, o Mamma del cielo che mi sorridevi da una tela. Mi piacevi tanto con quel sorriso. Era la mia unica preghiera».1 A 11 anni Ferruccio entra nel Seminario dei Cappuccini a Scandiano (RE). Lì può mangiare, giocare, continuare a studiare. È la prima esperienza veramente bella, una schiarita e una punta di luce che suscitano in lui un fremito di vita nuova.

 

 

 

Dio e Raffaele la vite e il suo tralcio

 

 

 

Il 5 ottobre 1938 entra nel noviziato dei cappuccini a Fidenza (PR) col nome di Raffaele,_“medicina di Dio”. Il 15 ottobre 1939 emette la professione temporanea e il 4 giugno 1943 i voti solenni; dirà: «Signore, sono tuo... non so quello che posso dare: do tutto me stesso». La vita umana e la vita divina sono in lui sempre a confronto e incominciano a mettere i primi germogli. A 22 anni, dopo una banale influenza, comincia la storia di malattia e di sofferenza che lo porterà alla morte nel 1972. Il martirio del cuore e del corpo insieme alla grazia di Dio rendono il cuore di Raffaele sempre più visibile e abitabile, fino alla trasparenza di tutta la sua persona. Come un cielo terso. Come acqua limpida.

 

Il 22 dicembre 1945 è ordinato sacerdote da mons. Cesare Boccoleri nella cripta del Duomo di Modena. Raffaele è solo. Nessuno dei suoi è con lui. «Anche per i frati ero solo un tubercoloso, cui si concedeva quel passo. .. Cercai l’altare della Madonna… e piansi: ero contento perché nel mio giorno non avevo che lei. Lei veramente mi amava. Quando feci per uscire, un’anziana signora mi si inginocchiò ai piedi: Padre, benedica me e con me tutti coloro che hanno bisogno di un sacerdote che sia di tutti. Col carattere sacerdotale, Dio mi dava tutto, mi innestava a sé con l’esigenza del suo amore infinito».

 

I giorni della sua nuova vita sono pieni di attività che si allargano col passare del tempo. In tanti conoscono ben presto il suo passo e il suo cuore. I più lontani, i più emarginati trovano un amico dal volto sorridente e umanissimo e dal tempo sempre regalato. Il suo messaggio fondamentale è il rapporto vitale dell’uomo con Dio per un’esistenza piena, armonica, in cui tutte le dimensioni della persona trovino completezza; Dio ha pensato la sua creatura come un capolavoro di umanità e la salvezza è la possibilità ridonata a questo capolavoro. Su questa certezza Raffaele misurerà sempre la sua vita e il suo apostolato, esigente con se stesso fino all’impazienza, tenace nel cercare l’armonia tra lui e il Signore, tra natura e grazia, tra umano e divino, profondamente convinto che è l’amore a dare senso e pienezza ad ogni cosa.

 

 

 

La resa del cuore a Dio

 

 

 

Il 31 maggio 1948, al termine della prima fase della Peregrinatio Mariae nella diocesi di Reggio Emilia, Raffaele cade dalla macchina che serviva a portare la Madonna Pellegrina. Ha inizio il suo calvario, aggravato un anno dopo dal manifestarsi del morbo di Pott, tubercolosi ossea. Dal 1949 al 1964 passa da un ospedale all’altro, subisce sette interventi chirurgici, ma non trascura l’attività apostolica. È per Raffaele il momento della verità. La verità delle forze e delle capacità umane di accogliere veramente Dio. Il cuore, anche se nel pianto, si fa spazio libero, per diventare cuore di “bambino evangelico”: l’uomo titanico nell’impegno, indomito nella lotta, matura la resa per consegnarsi davvero a Dio. È il momento della prova del fuoco. È la prova della fede. Il cuore, assetato di pace e di vita, si dilata tanto che un giorno Raffaele scriverà: «Nel dolore Dio si è preparato il posto. Il dolore mi ha purificato e la lotta mi ha insegnato ad amare. Quando siamo scavati dalla misericordia di Dio tanto da far scomparire tutte le illusioni, le presunzioni e non rimane che la nostra povertà, la fede diventa forza di Dio in noi. Posso lottare perché ho sperimentato che la grazia non mi è mai negata e con la grazia posso vincere ogni battaglia». Così nel cuore di Raffaele matura una dimensione di pace e di dolcezza. Nel silenzio di tante convalescenze, prende in mano la sua vita. Come l’uomo prudente e saggio del vangelo si siede e osserva quanto possiede per costruire sulla roccia e camminare nella luce.

 

Gli anni dal 1964 al 1972 sono per padre Raffaele un crescendo di attivi­tà sacerdotale nonostante il continuo declino delle forze. Anche durante i numerosi ricoveri in ospedale manifesta una energia di novità umana da incantare e sconcertare.

 

 

 

La legge dell’amore non dice mai “basta”!

 

 

 

Il suo amore è fantasia di vita. Lo rende inventore di mille iniziative, fino alla creazione di una piccola compagnia teatrale in Sanatorio. Impara persino a suonare la chitarra per sollevarsi e per sollevare il morale dei malati. «La mia felicità – dirà in uno dei tanti giorni faticosi – non consiste nello star bene, ma nell’attuarmi tutto nell’amore. Tutto per l’amore: per il Signore e per i fratelli». Una coscienza che lo avvolge di luce e di libertà. Quando nel 1951 andrà a Lourdes, chiederà soltanto di guarire l’anima, di diventare buono, qualunque fosse stato il prezzo per il corpo. La sua bontà è gioia traboccante, sempre. Viene esortato alla moderazione ma a Raffaele sembrerebbe di rifiutare qualcosa a Dio e di contrattare con l’amore. Nonostante la fragilità fisica per l’aggravarsi della malattia, la presenza del Signore è in lui come sorgente d’acqua fresca che scorre nella sua persona e penetra vocazione e sacerdozio. Guida catechesi e incontri, dai fanciulli alle persone di tutte le età. Sacerdoti, religiosi e religiose lo cercano per la confessione e direzione spirituale. Lavora coi giovani e per i giovani; lavora per i suoi confratelli, particolarmente per quelli in formazione, spendendo per loro le ultime residue energie. La possibilità e la fecondità di tutto questo sta in profondità, nel segreto del quotidiano soffrire, accolto e offerto come parte integrante del suo donarsi. «Bisogna amare molto la vita per poter lottare contro il dolore. Lottare non come naufraghi ma come uomini forti».

 

Nell’ultimo periodo della sua vita dimora in una stanzetta presso il Santuario della Madonna della Salute a Puianello: ogni giorno è un flusso continuo di persone. Il suo cuore si fa dono di Dio. Le testimonianze sono un coro a una sola voce. «Quando fisicamente padre Raffaele era ormai un rudere, paralizzato, in una stanzetta insignificante, era lui a dare grandezza al luogo! Non si vedeva l’ammalato ma una persona felice. Le sue parole, passate attraverso il crogiolo della sofferenza, erano distillate di vita, gocce d’oro che davano vita. Aveva una comprensione immensa per la fragilità umana e insieme era un uomo di roccia. L’umanità in lui era traboccante. Era più di un fratello, di un amico o di un padre: era l’amore».

 

 

 

Anche il dolore è amore

 

 

 

Di questa storia di amore, di questa avventura umana e divina che è la vita di padre Raffaele, il dolore è parte integrante. Capitolo fondamentale. Non certo romantico. «Se avessi saputo quello che dovevo soffrire, sarei morto dalla paura. Per fortuna Dio me lo ha fatto vedere un po’ per volta. Credo che Dio mi vuole bene. Credo che la vita è nelle sue mani anche quando il peso del soffrire mi stanca e mi sento travolto come un fuscello…Piangendo e sanguinando sono avanzato verso la meta…attraverso il dolore! Ognuno ha il proprio dolore e il proprio modo di soffrire. Ognuno è il proprio dolore! Quando il dolore entra è solo negativo. I disperati ne fanno la realtà della vita, quasi che Dio ci abbia messi al mondo solo per soffrire. I cosiddetti buoni ne fanno vedere solo il beneficio senza collegarlo con la sostanza». Padre Raffaele ha sperimentato nella fatica, a volte anche drammatica del dolore, la presenza della grazia, di quell’Amore che è più forte della morte e che lo ha purificato, riparato, curato e salvato, trasformandolo in un “uomo d’amore”, senza nulla menomare o atrofizzare, «perché Dio non distrugge i suoi doni ma vuole trasformare tutto in amore». E così è stato fino alla sua morte, avvenuta il 5 dicembre 1972 durante il trasporto dall’ospedale di Pavullo al santuario di Puianello, dove è sepolto. Un epilogo di cui padre Raffaele è sempre stato consapevole e per il quale scrisse: «Sono in cammino. Ogni giorno un passo verso la meta. Gli incontri di ogni giorno preparino l’ultimo grande ed eterno incontro. Cadrà il velo della fede. Ti vedrò quale sei; mi stringerò al tuo cuore e comincerà la mia vera vita».

 

 

 

1.         ‑Oscar Pellesi, Il sentiero della vita. P. Raffaele Spallanzani, EDB, Bologna 2008.