Spiritualità
Che cosa è pregare
Pasquale Foresi
Brevi note per dare un senso compiuto a quelle pratiche che nascono da
una semplicissima e profondissima convinzione: Dio ci ama e ci chiama.
II pregare non consiste,
propriamente, nel fatto di dedicare qualche tempo, durante il giorno, alla
meditazione o nel leggere qualche brano della Sacra Scrittura o di testi di
santi, e nel cercare di pensare a Dio o a sé stessi per una nostra riforma
interiore. Questo non è il pregare nella sua essenza.
Così pure la recita del rosario o delle preghiere del
mattino e della sera. Una persona può fare queste cose durante tutto il giorno
e non aver mai pregato un minuto.
Il pregare, per essere veramente tale, esige
innanzitutto un rapporto con Gesù: andare con lo spirito al di là della nostra
condizione umana, delle nostre occupazioni, delle nostre preghiere, pur belle e
necessarie, e stabilire questo rapporto intimo, personale con lui.
È indispensabile che facciamo la straordinaria
scoperta che Gesù ci ama e ci chiama. Che cos'è in fondo la vocazione? È stata
chiaramente descritta nella forma più bella nell'incontro di Gesù col giovane
ricco. Dice il Vangelo di Marco: Gesù, guardandolo, lo amò e gli disse: lascia
tutto quel che hai...
poi vieni e seguimi (cf. 10, 21).
Gesù ha questo sguardo per ciascuno di noi e ci ama, e
noi sentiamo questo suo amore e possiamo scegliere di seguirlo. La vita di
preghiera, nella sua essenza, consiste nel mantenere questo rapporto filiale e
fraterno con Gesù tutto il giorno, tutti i giorni. La preghiera è un
rapportarsi con lui e un silenzioso ascoltare quello che ci dice.
La forma sostanziale Questo rapporto tra noi e Gesù si
instaura se riusciamo a compiere la scelta di Dio, che consiste nel mettere lui
al primo posto di tutta la nostra esistenza, in tutte le nostre azioni. Allora
le preghiere possono diventare preghiera, la forma sostanziale di preghiera,
poiché in essa si esprime profondamente l'essere umano nel suo rapporto con
Gesù.
I modi possono essere tanti. Un tipo di preghiera
mentale è la meditazione, che si fa seguendo vari metodi. Uno dei più semplici
è la lettura lenta e meditativa della Sacra Scrittura o di scritti di santi.Ma
al di là del metodo con cui è fatta, la meditazione deve essere una occasione
per trovare un momento di quiete, di tranquillità con Gesù. Può darsi che
durante questo momento ci vengano alla mente delle preoccupazioni.
Allora ne parliamo con Gesù, dicendogli: Pensaci tu,
io non posso far niente, posso solo parlarne con te. E questa potremmo
chiamarla preghiera di domanda.
Ma nella sua sostanza, anche quando è di domanda, la
preghiera è sempre di abbandono: anche quando chiediamo qualcosa, ci
abbandoniamo a quello che Gesù vuole; se ci sono delle esperienze dolorose,
nella nostra vita o in quella delle persone care, ne parliamo a lui con
tranquillità, perché sappiamo che ci ama e ama tutte le persone molto di più di
quanto possiamo fare noi.
Certo, la preghiera più bella è quella di chi sa che
Gesù conosce i nostri problemi, le nostre difficoltà, le cose di cui abbiamo
bisogno (dice il Vangelo: II Padre sa già ciò di cui avete bisogno: cf. Mt 6,
8), e si abbandona appunto a parlare a Gesù in uno stato di donazione, di
totale consegna di sé, di gioia dell'incontro che si può avere con lui. È un
dire a Gesù, e in lui alla Santissima Trinità: ecco, tu sai tutte le difficoltà
che ho, tu sai le mie miserie, la mia poca fede, tu conosci le mie mancanze, i
dolori e le difficoltà che incontro nella vita: adesso voglio stare con te e
contemplarti.
Il ritorno a casa È il momento nel quale si esce da
tutta una realtà contingente che ci affatica e ci addolora, per essere a
contatto con lui, per trovare lui, per vivere nella nostra casa. La casa di
ciascuno di noi infatti è la Trinità, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, e
in loro Maria e tutti i santi.
E noi che viviamo immersi in un mondo che ci sembra
reale, ma è invece apparente, finalmente ritorniamo a casa, nel nostro vero
mon- do, il mondo della Trinità. La preghiera è il momento più bello della
nostra vita terrena poiché viviamo in quel momento insieme col Padre, il
Figlio, lo Spirito Santo, con Maria, in maniera cosciente.
Questa contemplazione non vuoi dire evasione dalla
vita concreta; ma è la vera vita, per la quale possiamo affrontare
cristianamente la realtà concreta di tutti i giorni, con i suoi scacchi, le sue
tribolazioni, la stanchezza fisica e nervosa, con tutti i problemi, che posso e
so affrontare proprio perché ho vissuto finalmente per un po' di tempo, per mezz'ora,
nella meditazione, la mia vita vera: questo colloquio con Gesù.
Il silenzio interiore In questo incontro egli mi
parla; e spesso è difficile saperlo ascoltare, perché siamo frastornati dal
rumore delle cose di ogni giorno che tentano di insinuarsi anche in questo
spazio di tempo dedicato alla contemplazione. Ma dobbiamo abituarci ad
ascoltarlo, perché lui ci parla sempre. Non si tratta di realizzare un silenzio
esteriore quanto di avere il silenzio interiore, cioè il dominio (relativo
sempre alla nostra condizione umana) di tutte le nostre passioni (nel senso non
solo negativo del termine), di tutte le nostre agitazioni, di tutti i tumulti
psicologici interni: è un essere andati al di là di tutto questo per ascoltare
Gesù che ci parla.
La sua voce è sottilissima.
Occorre veramente un silenzio interiore per coglierla
(e la meditazione ci offre l'occasione per un silenzio esteriore, che è simbolo
di quello interiore necessario per ascoltare Gesù). Egli ci dice sempre cose
fondamentali.
Ci dice, quando siamo affannati, turbati dai vari
problemi della vita: Non temete, sono io. Ci dice: Non temete, io ho vinto il
mondo. Ci dice: Io sono con voi.
Gesù presenta sé stesso come modello, la sua vita come
modello per la nostra. Una vita fatta anche di successi umani, di miracoli, ma
conclusa con un apparente fallimento totale, sulla croce. I romani non sapevano
neppure chi fosse; dei suoi correligionari, gli israeliti, alcuni pensavano che
fosse Elia o un altro profeta...
E quando noi gli diciamo: Gesù, mi è andata male
questa cosa, mi sta andando male quest'altra, egli ci risponde: Io ho gridato:
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?.
Questa è la meta che ti presento.
Al resto ci penserò io; non è importante il successo o
l'insuccesso, l'importante per te è mantenerti in questo rapporto con me.
Questi sono solo alcuni esempi di quello che il
Signore ci dice per portarci al di là della quotidianità della nostra
esistenza, per farci vivere nel mondo eterno. E talvolta fa anche miracoli, in
questo colloquio che possiamo avere con lui. Chi non ricorda, a questo
proposito, l'episodio della donna che perdeva sangue ed era in mezzo ad una
folla che non le permetteva di raggiungere Gesù per chiedergli di guarirla?
Questa donna pensava: Se io potessi almeno toccare la
stoffa del- la sua veste, sarei guarita. Si fa dunque avanti e riesce a
toccarla con fede, con amore, e viene guarita.
E Gesù sente una forza che da lui è uscita e dice agli
apostoli: Chi mi ha toccato?. Gli apostoli gli rispondono: Signore, siamo in mezzo
ad una calca di gente e tu domandi chi ti ha toccato? (cf.Me 5, 25-31). Tanti
lo avevano pregato, ma una sola aveva trovato il modo di parlargli, aveva
trovato la preghiera, e Gesù aveva sentito che una forza si era sprigionata da
lui per quella preghiera umile, silenziosa, piena di fede e di abbandono.
La preghiera che ci trasforma Se preghiamo con questa
fede, gli altri ci troveranno sereni, perché abbiamo una pace che va al di là
delle sofferenze, che pur patiamo come tutte le persone di questo mondo. E
sentono la gioia di stare con noi, quella gioia che Gesù dice che il mondo non
sa dare, perché portiamo nel nostro cuore un pezzettino di quel Cielo nel quale
abbiamo vissuto durante il tempo della preghiera.
Tutto il mondo è assetato di Dio, e se noi non
riusciamo a dissetarlo è perché gli diamo soltanto delle parole nostre, che
parlano di Dio. Invece il mondo ha bisogno di Dio, anche senza le nostre parole
e anche senza che si parli di lui. Riusciamo a ciò se nell'ascolto della
chiamata di Gesù rimaniamo in un continuo colloquio con lui.
A volta oggi c'è una svalutazione della preghiera
vocale, perché si ritiene che quella intellettuale sia più importante. Invece
quel che importa è il rapporto con Dio, che posso trovare e nella preghiera
mentale e in quella vocale, nelle giaculatorie, nel rosario, in tutte le forme
di pietà più popolari e semplici, troppo semplici per la nostra superbia, ma
tutte occasioni, in realtà, per avere un rapporto con Dio. Un rapporto che,
naturalmente, non nasce nella preghiera se non nasce nella vita. Cioè non si
può pregare se non si ha una vita impostata completamente su Dio.
La realtà più bella Se abbiamo questo rapporto
autentico con Gesù, la preghiera diventa la cosa più bella e più viva della
giornata. Diventa per noi una fonte di acqua viva, come Gesù dice: Chi crede in
me, nasceranno da lui torrenti d'acqua viva (cf. Gv 1, 38).
Il nostro atteggiamento dev'essere di pace radicale e
totale: dobbiamo riuscire ad avere quella pienezza umana che solo Dio ci può
dare, e che irradia la pace e la serenità intorno a noi. Per questo - ripeto -
il pregare è il momento più bello della nostra giornata; perché è l'unico
momento nel quale ritorniamo a casa: usciamo lentamente dal mondo che ci
circonda, pur rimanendo sempre immersi nel mondo; è il momento nel quale
parliamo con Gesù, abbiamo questo rapporto con lui. Un parlare che non è fatto
di parole, come egli dice: Quando pregate dite poche parole (cf. Mt 6, 7).
È un rapporto di amore profondo, di domanda profonda,
di abbandono profondo al Padre, tramite il Figlio, nello Spirito Santo, con
l'aiuto di Maria che - come alle nozze di Cana - si esprime per noi quando noi
non sappiamo farlo. Questa è la nostra vera vita. Noi siamo stati chiamati a
vivere nel seno del Padre.
La nostra vera chiamata è seguire Gesù e vivere in
questa famiglia divina.
La preghiera non è altro che il parlare in casa, nella
nostra vera casa.
Questa vuole essere e deve diventare la nostra
preghiera. E lo diventa sicuramente se nella nostra vita viviamo totalmente per
Dio.