[Ecco, per l’ottobre
missionario che si avvia a conclusione, alcuni vividi passaggi di un’e-mail di
monsignor Giuseppe Franzelli, bresciano, in Africa da circa 20 anni, oggi
vescovo di Lyra.]
MARTEDI’ 16 OTTOBRE - Sono passati circa due mesi dall’inizio delle inondazioni,
che hanno interessato in misura ancora maggiore la regione confinante dei Teso.
In queste settimane i giornali e le radio parlano continuamente dei soccorsi di
emergenza destinati agli alluvionati e distribuiti fra i Teso. Qui da noi, non è
ancora arrivato niente. La mia gente si sente tradita, dimenticata dalle
autorità. Ho promesso loro che avrei tentato di fare qualcosa, intervenendo
presso le autorità politiche ed amministrative… Spero che serva. Ho ancora negli
occhi la cappella di Okwongo: la parete di fondo è crollata al suolo. Ora
l’altare e la croce hanno per sfondo i campi inondati, senza speranza di
raccolto. Stessa scena ad Ikwee, ma stavolta in una casa. Tre pareti hanno retto
miracolosamente, mentre la quarta ha ceduto alla violenza della pioggia e del
vento. E’ come se le famiglie e le comunità cristiane non ce la facessero a
sostenere da sole tutto il peso della tragedia. Occorre che qualcuno, dal di
fuori, intervenga a dare loro una mano, colmando il vuoto e le necessità
superiori alle forze locali…. Ma a questo punto la batteria del computer è ormai
scarica. Devo interrompere. Stanotte, posso solo affidare al Signore nella
preghiera tutta la gente che ho visto e quelli, più numerosi, che non sono
riuscito ad incontrare. Li raggiunga e protegga la misericordia e l’amore del
Padre.
QUALCHE GIORNO DOPO - Sono tornato a casa con lunghi elenchi di persone e
famiglie colpite, terreni sommersi, raccolti distrutti, ponti rovinati, strade
impraticabili…Sulla via del ritorno, lungo gli
80 chilometri
di strada, ho visto l’unica scavatrice inviata dalle autorità per riparare e
rendere praticabili i numerosi punti critici che impediscono ai mezzi di
trasporto di far giungere i soccorsi alla gente. Mi sono anche indignato nel
sentire che, dopo un solo giorno di lavoro, la scavatrice è rimasta inutilizzata
per mancanza di carburante; e sono già tre giorni che gli incaricati non si sono
più fatti vedere! Mi sono attaccato al telefono e ho parlato a lungo e in
maniera non certo diplomatica con tre ministri, il capo del Distretto e
l’incaricato del Programma Mondiale Alimentare delle Nazioni Unite. Mi hanno
assicurato l’arrivo di tre grossi rimorchi per il trasporto del cibo e, da
domani, l’intervento di aerei Antonov, per lanciare i primi soccorsi alla
popolazione. Staremo a vedere. Spero che il governo e le organizzazioni
internazionali intervengano senza ulteriori ritardi. Da parte nostra, come
Chiesa, stiamo rimboccandoci le maniche, chiedendo l’aiuto di chiunque possa
dare una mano. C’è bisogno di comperare e distribuire farina, fagioli, sale,
olio per cucinare, come pure di provvedere alle famiglie delle taniche,
bacinelle, sapone, pentole, piatti e bicchieri di plastica, coperte, ecc.
Bisognerà poi essere pronti con l'acquisto di sementi per rimpiazzare i raccolti
andati persi. “Tutte le Chiese per tutto il mondo!…” Se siete in grado di darci
una mano, fatelo quanto prima. Qualsiasi aiuto è prezioso. Non preoccupatevi di
arrivare in ritardo. Purtroppo i danni ed i bisogni della gente rimarranno
attuali ancora per parecchio tempo dopo l’emergenza, quando si tratterà di
ricominciare ancora una volta da capo. Anche a nome della mia gente, ringrazio
fin d’ora di cuore chi vorrà rispondere a questo appello.Scrivo da Aliwang,
l’ultima parrocchia della diocesi, ai confini col Karamoja. Sono stato in giro
tutto il giorno, per visitare alcune zone e soprattutto la mia gente colpita
dalle recenti inondazioni. E’ sera tardi. I due sacerdoti della missione si sono
già coricati. Io preferisco cominciare a scrivervi, sperando che la batteria del
computer (qui non c’è luce elettrica) non mi tradisca troppo presto. Tra cinque
giorni si celebra la
Giornata Missionaria
Mondiale, un momento ideale per condividere con voi almeno in parte la realtà
della missione che sto vivendo in Uganda. Quest’anno il tema della giornata è:
“Tutte le Chiese per tutto il mondo!” Immagino che molti tra voi siano al
corrente della tragedia delle inondazioni che hanno colpito l'Uganda del Nord e
dell'Est. Purtroppo, questa calamità naturale è caduta su una popolazione che,
come sapete, è sopravvissuta a 21 anni di guerriglia, in gran parte passati in
campi per sfollati in condizioni disumane, con la morte di migliaia di civili,
specialmente donne e bambini. Finalmente, in questi ultimi mesi, le trattative
di pace in corso a Juba in Sudan, hanno aperto uno spiraglio di speranza. Molti
hanno quindi lasciato i campi per sfollati e si sono avventurati a tornare verso
i loro villaggi di origine. Si sono messi a ricostruire le loro capanne, a
disboscare e coltivare i campi, sperando in un buon raccolto che dia loro la
possibilità di ricominciare a vivere una vita normale. E' su questa gente che
invece si è abbattuta la furia di continue piogge torrenziali che hanno allagato
capanne, scuole, cappelle, dispensari, spazzato ponti e sommerso strade e campi,
danneggiando irreparabilmente ciò che era stato seminato e compromettendo ogni
possibilità di raccolto. Granoturco, cassava, fagioli, sesamo e patate dolci
sono i prodotti colpiti più duramente. Ciò significa che probabilmente fra pochi
mesi dovremo affrontare il problema della fame. L'acqua ha riempito e fatto
traboccare anche le latrine tradizionali, inquinando pozzi e creando un serio
problema igienico e sanitario. Con tanta acqua dappertutto, il tasso di malaria
è cresciuto in modo impressionante. Bambini, donne incinte, anziani ed ammalati
sono particolarmente a rischio. Per quanto riguarda la mia diocesi, questa è la
situazione di circa 80.000 persone, sparse in 17 delle 19 "sub counties" del
distretto di Lira, nella parte nord est del Lango. Oggi dunque ho cercato di
raggiungere la mia gente. Per strade impossibili e col rischio di restare
bloccato, sono stato ad Okwongo, Orum, Ikwee ed Olilim, nella parrocchia di
Aliwang. Dappertutto, oltre ai danni che ho già descritto, la cosa che mi ha
colpito di più è l’atteggiamento delle persone. Dignitosi nella loro povertà,
tengono duro, a denti stretti. Ma c’è una cosa che li amareggia e mi ha
profondamente addolorato. Si sentono abbandonati. (continua)