“LE SAGRESTIE DI COSA
NOSTRA”. UN LIBRO INCHIESTA SUI RAPPORTI
FRA RELIGIONE, CHIESA E MAFIA
34130. ROMA-ADISTA. “Io, per esempio, anche il termine mafia l’ho usato pochissimo qui da noi, perché mi sono reso conto che irrita e indispone quelli che hanno avuto problemi di questo tipo”, spiega uno dei parroci di Brancaccio, il quartiere di Palermo dove, nel 1993, venne ucciso don Pino Puglisi. Gli fa eco il parroco del Santissimo Salvatore, in Corso dei Mille: “Non ho mai pronunciato la parola mafia dall’altare”. Del resto, aggiunge il parroco della Bandita, località periferica di Palermo in direzione di Villabate: “Grazie a Dio, con la Parola del Signore, penso che si va superando questo odore di mafia. Piuttosto c’è microcriminalità, dettata dalle esigenze, dal bisogno”. La mafia “non la nomino quasi mai. Io dico: la prepotenza. E basta. L’usurpazione. Ma la mafia è una cosa... ormai leggendaria..., che non appiccica più... non lo so... è inafferrabile... come dire... non si può localizzare. Qualche volta anch’io ho qualche atteggiamento mafioso. È dentro di noi. Come dicevo stamattina nell’omelia, forse è un ancestrale ricordo della nostra dignità perduta. Dio, che creò Adamo ed Eva, li creò a sua immagine...”.
Sono le risposte che alcuni preti palermitani hanno dato, qualche anno fa, a Vincenzo Ceruso, autore di Le sagrestie di Cosa Nostra. Inchiesta su preti e mafiosi (Newton Compton, Roma, 2007, pp. 270, euro 9,90), un libro che indaga il rapporto fra cattolicesimo, Chiesa e mafia dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Si racconta dei modi con cui Cosa Nostra tenta di controllare le parrocchie, dall’organizzazione delle feste patronali alle offerte in denaro ai parroci, fino a configurarsi come “una Chiesa nella Chiesa, cioè a istituire rapporti non episodici né marginali con il fenomeno religioso e a infiltrarsi all’interno delle istituzioni ecclesiastiche per condizionarne la vita e le attività sul territorio”, in ragione della sua “vocazione totalitaria” e della sua “tendenza ad occupare tutti gli spazi della società civile” che “porteranno sempre Cosa Nostra a tentare di infiltrarsi all’interno degli spazi religiosi”. Si parla dei rapporti con il sacro dei mafiosi e dell’uso strumentale dei sacramenti, per cui “battesimi, cresime, matrimoni e ogni altro genere di sacramenti non fanno parte di un cammino di fede ma, più spesso, di sistemi di alleanze e di giochi di potere interni al sodalizio”. E poi dell’armamentario di tradizioni religiose, dal divieto di uccidere il venerdi – “perché per noi è un giorno di lutto”, spiega il collaboratore di giustizia Leonardo Messina – al giuramento di affiliazione compiuto bruciando un’immaginetta sacra – della Madonna dell’Annunciazione o di Santa Rosalia – dopo che su di essa è stata fatta colare qualche goccia di sangue del nuovo ‘uomo d’onore’.
Si racconta la vicenda di don Puglisi, il prete fatto uccidere dai boss di Brancaccio per il suo tenace e coerente impegno antimafia, e si narrano le storie di preti mafiosi: dei frati di Mazzarino, colpevoli di aver messo in piedi una vera e propria banda criminale negli anni ‘50; di don Agostino Coppola, nipote del boss Frank “tre dita” Coppola e ambiguo mediatore di numerosi sequestri di persona negli anni ‘70, pubblicamente difeso durante il processo dall’arcivescovo di Monreale, mons. Corrado Mingo, predecessore di un altro vescovo, mons. Salvatore Cassisa, le cui strade più volte si intersecarono con quelle di Cosa Nostra (v. Adista nn. 53 e 65/05); di p. Mario Frittitta, ‘cappellano personale’ del boss Pietro Aglieri, nella cui cappella privata più volte celebrò messa durante la latitanza del capomafia; e di p. Matteo La Grua, leader dei carismatici palermitani e guida spirituale di Filippa Inzerillo, moglie del boss Salvatore Inzerillo, da cui ricevette in dono un terreno dove ora sorge una casa di preghiera. Si parla anche di due vescovi di Palermo, agli antipodi secondo l’autore: il card. Ernesto Ruffini, grande estimatore del generale Francisco Franco e convinto che la mafia fosse più un’invenzione dei mass media che un’organizzazione criminale; e il card. Salvatore Pappalardo, il primo che considerò il fenomeno mafia “nella sua complessità, non riducibile a semplice espressione delinquenziale”; anche se, nota Ceruso, dopo il 1983, in coincidenza di una visita pastorale all’Ucciardone in cui i detenuti disertarono in blocco la messa del cardinale, modificò il suo atteggiamento esterno verso Cosa Nostra.
“Gli esponenti ecclesiastici non sono immuni dalle lusinghe mafiose”, conclude la sua ricerca Vincenzo Ceruso il quale, parafrasando il racconto evangelico delle tentazioni nel deserto, sostiene che sono soprattutto tre le tentazioni a cui i sacerdoti più facilmente cedono: la “contrattazione” con i mafiosi degli “spazi del sacro”, fatta sul terreno di una “religiosità esteriore che pretende di trasformare i ‘sassi in pane’, si serve di fatti pseudomiracolosi e di un culto del sacro al di fuori di ogni vita di fede”; la “cooptazione” del mafioso nella vita della parrocchia (“attraverso formule più o meno dirette, dall’organizzazione di una festa patronale all’inserimento in un movimento ecclesiale che non abbia troppe preoccupazioni sulla vita dei suoi membri”) anche per attrarre quella “comunità coesa e determinata che il singolo sacerdote talvolta non ha”; la “seduzione” alle lusinghe dei mafiosi, “che si manifestano sia in termini meramente materiali sia, ed è il caso più frequente, in termini di consenso, sicurezza sociale, rispetto”. “Contrattazione, cooptazione, seduzione: tre tentazioni, cui corrispondono tre direttrici di una strategia mafiosa per l’egemonia sul territorio, alle quali una Chiesa intimidita non sempre ha saputo rispondere adeguatamente”. (luca kocci)