L’accidia

di Cettina Militello

È un vizio che san Cassiano attribuiva preferibilmente ai monaci ma, in realtà, monaci o sposi, laici o chierici, cittadini o governanti, interessa tutti. Esso evoca “pesantezza”, tristezza immotivata che porta a stasi indebita.

Mi si chiederà: perché cominciare dall’accidia? Non è forse un vizio tipico dei monaci? Avrà anche ragione Cassiano nell’attribuirla loro preferibilmente (Istituzioni Cenobitiche 10,2). In verità tocca ogni circolo relazionale che si arrocca chiudendosi stanca- mente in se stesso. Monaci o sposi, laici o chierici, cittadini o governanti non fa grande differenza.
Comincio dall’accidia perché la ritengo habitus attuale della Chiesa e non soltanto. E, infatti, un vizio che evoca “pesantezza”, tristezza immotivata che porta a stasi in- debita. Saremmo tentati di chiamarla “depressione”. Ma questa, piuttosto, è malattia dell’anima (e del corpo)
ossia malattia e basta, non imputabile al soggetto che vi soccombe. Penso alle vibranti parole con cui Giovanni Crisostomo in esilio conforta la diaconessa Olimpia. La depressione, egli dice, è il peggiore dei mali, anche se, nel caso in questione, si capisce come vi sia caduta l’amica, vinta quasi dalla tempesta abbattutasi sulle Chiese.
La depressione è malattia, l’accidia no. Un vizio,
se tale, implica una responsabilità, una scelta, l’assunzione di un malvagio stile di vita. E l’accidia è pesantezza, voglia di far niente, di lasciare che tutto stia com’è senza curarsi di curarlo, di sanano.
Quando ci lasciamo andare, quando rinunciamo ad agire, quando ci risparmiamo la fatica del discernimento, in verità stiamo facendo qualcosa che è perverso, profondamente e incommensurabilmente perverso. Guardiamoci intorno. Da quasi un secolo sentiamo parlare di agonia del cristianesimo, ora di fine della cristianità, eppure cosa facciamo? Cosa facciamo come soggetti ecclesiali, ciascuno responsabile a suo modo? Ci trasciniamo asfittici, ciondoliamo come gli adolescenti alle prese con il malessere proprio della loro età, noi che adolescenti non siamo e nelle cui mani sta la responsabilità di disegnare la Chiesa del futuro.
Se laici, tiriamo a campare, tanto più che la nostra opinione non conta poi tanto; se dìaconi, molliamo dinanzi a un disinteresse di fondo per un ministero che alla fine non si capisce perché sia stato ripristinato; se presbiteri, ci crogioliamo stanca- mente nella routine della stazione di servizio che di recente riapre per rosari, adorazioni, pellegrinaggi e processioni, cose tutte di grandissimo impegno, un toccasana direi, dinanzi all’inesorabile esodo dei fedeli; se vescovi, troppo spesso, come i maturandi di un tempo, si segnano sul calendario i giorni che mancano alle sospirate dimissioni; se... devo continuare? Non è forse vero che nel migliore dei casi il nostro attivismo è sterile narcisismo, penosa ricerca di decadenti dettagli, assolutamente incongruenti dinanzi alla crisi delle nostre comunità e della Chiesa intera?
Oggi l’accidia ci tocca tutti
Un tempo, l’accidia colpiva i soli monaci perché la scansione sempre uguale del tempo, nella stabilitas loci, il circolo ristretto dei rapporti, finiva con l’assecondare in essi la voglia di lasciarsi vivere. Oggi l’accidia ci tocca tutti, e con essa la sua numerosissima famiglia: malizia, rancore, pusillanimità, disperazione, torpore, distrazioni, ozio, sonnolenza, instabilità, verbosità, inquietudine corporale e spirituale, curiosità vana.
E chi lo avrebbe ma detto che la verbosità è figlia dell’accidia? Eppuri quante parole vane infiliamo l’una dietro l’altra, parole tutte di cui dovremo dar conto; parole che di storcono alla radice il privilegio stesso del linguaggio verbale, quello che ci distingue come appartenenti al genere umano.
Disperazione (nel sesso forte, s’intende, quel che tocca il nostro mettire in questione l’amore misericordioso di Dio), tepore, ozio, sonnolenza, li comprendiamo immediatamente nella connessione all’accidia; ma la verbosità come la malizia o il rancore, com’è che le possono essere figli?
Credo che il nocciolo duro del problema sia nell’enorme vuoto che l’accidia ci lascia. Torpore, ozio, sonnolenza chiedono d’essere riempiti. Ed ecco le nostre cattive distrazioni, le nostre fantasie viziose, il nostro facile andare alla ricerca dei peccati altrui, il nostro ammiccare, quasi scusando le nostre, alle debolezze degli altri, per altro in mala fede. Sì, perché la malizia non è sgranare ingenui occhioni su colpe vere o presunte; la malizia è ricamarci sopra, convincersi a forza dello spessore dubbio dell’altro e delle sue azioni. La malizia è un processo alle intenzioni che tanto più si alimenta quanto più scegliamo, appunto, di non agire.
E il rancore? Germina proprio dal convincimento che l’altro l’ha fatta franca, che nessuno ha capito sino in fondo le ragioni che lo hanno spinto ad agire, piuttosto che a star fermo. Si finisce col proiettare sugli altri il malessere proprio, attribuendone agli altri tutta intera la responsabilità. Guai a chi disturba il nostro quieto vivere. Guai a chi ci dimostra che è possibile fare altrimenti. E d’altra parte, se qualcuno agisce, eccoci a scrutarne i passi, a esigere di conoscerne nel dettaglio le scelte e le azioni, e non per sano giudizio, ma appunto solo per riempire la nostra incapacità di oltrepassare la soglia della rinuncia all’azione.
Il contrario dell’accidia è l’impegno
Certo, si cade nell’accidia anche perché vi si è sospinti direi in modo corale. C’è una cospirazione ben presente in quell’adagio insipiente quieta non movere. Tanto più che in genere non si tratta di cose quiete, cioè sanamente pacifiche, perché operanti e operose. C’è la voglia di lasciare che niente ci cambi dentro e attorno, paghi dell’inquieta sicurezza che l’accidia ci dona. Sì, perché in effetti, non è che poi praticare un tal vizio ci renda molto contenti. L’accidia è sinonimo d’inquietudine, d’insoddisfazione, di desideri irragionevoli, la lotta contro i quali ci sfinisce a tal punto da preferire di soccombere alla fantasia inconcludente, quella che riempie il nostro vuoto e la voglia dominante d’affogarci dentro.
Me la prendo tanto con quelli di casa che mi piacerebbe fossero operosi, alacri, capaci di progetti, pronti a cercare strade nuove, culturazioni ardite che rendano appetibile la fede, seducente la sequela, appassionante e amabile la comunità cristiana. L’accidia però è peccato nella società civile, non meno che vizio capitale nella comunità ecclesiale. E peccato che ci colpisce come cittadini, pronti sempre a ripiegare su noi stessi, a chiuderci nel cerchio della soddisfazione individuale, rinunciando noi stessi a cambiare il mondo. E così comodo lasciarsi imbonire, è così comodo lasciare la responsabilità agli altri, è così comodo chiudersi nella quiete del privato, magari poi, sopraffatti da fantasmi che ci urgono dentro, per passare all’azione violenta, esiziale, soprattutto verso chi più debole è facile preda della nostra “temporanea” follia riformatrice.
E l’accidia non è solo vizio periferico, è vizio eccellente anche di quelli che l’impegno hanno scelto come proprio. Mi riferisco ai manager, ai funzionari d’ogni genere, agli amministratori e responsabili della cosa pubblica, ai politici. Come non lamentare l’arte sottile del lasciar correre che impedisce la risoluzione dei problemi. Si pensi alle somme che restituiamo senza averle spese, perché troppo vincolante sarebbe stato decidere di destinarle. Meglio sopire con promesse che lasciano tutti contenti. Né si tratta di un lasciar correre ingenuo: l’ozio è altrettanto economicamente e politicamente produttivo: il denaro non speso produce egualmente i suoi “utili”... Che importa se si blocca la crescita collettiva!
Si può uscire dall’accidia? Certo che sì. Non a caso chiediamo perdono a Dio anche delle “omissioni”. E l’accidia che cos’è se non omettere di corrispondere al suo dono, al suo disegno, al suo progetto? Come possiamo da credenti lasciare che la fede si spenga, che le comunità si estinguano, che i talenti del popolo di Dio tutto restino sotterrati? Come possiamo da cittadini, governati e governanti, giocare al ribasso sulle scelte, sui programmi, su ciò che promuove o blocca il futuro del Paese?
L’impegno è il contrario dell’accidia. Il contrario della sua mortifera omissione dell’azione è la contaminazione sofferta dell’agire, è schierarsi e assumere ciascuno la responsabilità propria, quella inerente al talento, al dono ricevuto.
La crisi che viviamo chiede profezia, ardimento, coraggio. Chiede quel darsi reciprocamente ascolto che è indispensabile per proiettarsi alacremente verso il futuro. E dal vizio collettivo si esce insieme, ciascuno facendo la propria parte.

(Opere di misericordia spirituale)

SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE

di Luciano Manicardi


Un testo celebre della tradizione cristiana, francescana in specie, ci consente di introdurci a questa opera di misericordia in modo critico e problematico. Nei Fioretti Francesco spiega a frate Leone in che cosa consista “la perfetta letizia” e gli dice: “Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e l’portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? E noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine dei poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quindi, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, chè qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, la quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia” (Fioretti VIII).
Il testo ci interroga: chi è “molesto” in questo racconto? I due frati che bussano cercando con insistenza riparo dal freddo e dalla notte? O chi non li vuole accogliere adducendo pretesti e non ascoltando ragioni? Ovvero: quando una persona è sentita come molesta? Quando, e perché, ci disturba? Quando sentiamo che una persona è insopportabile? Perché un determinato comportamento di una persona ci infastidisce? Nel percepire fastidio di fronte a qualcuno e nel sentime l’insopportabilità vi è anche una rivelazione di noi a noi stessi. Nel sentire una persona come fastidiosa e molesta ci può essere semplicemente l’espressione di sentimenti egoistici e razzisti o di paura e di rifiuto di confronto. Si può pensare al sentimento che molti provano nei confronti degli immigrati che giungono nel nostro paese.
Inoltre questo testo presenta un caso clamoroso di rifiuto della pazienza e della sopportazione verso chi viene sentito come fastidioso, ma anche un caso eroico di sopportazione e pazienza verso l’altrui insopportazione trasformatasi in violenza aggressiva. Questa sopportazione è fondata sull’evangelo e sull’esempio di Cristo e resa possibile dalla fede. Francesco infatti prosegue il discorso a frate Leone affermando che grazia dello Spirito santo è di poter “vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi”, senza vantarsi di questo, ma ponendo il proprio vanto unicamente nella croce di Cristo: “Nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: Io non mi voglio gbriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo (Gal 6, 14)”.
Il riferimento a Cristo e alla sua croce è riferimento al vertice della storia di Dio con l’umanità che è anche storia della pazienza di Dio verso l’uomo e della sua sopportazione verso il popolo “dalla dura cervice” (Dt 9, 6.13; 2Cr 30, 8; Ne 9, 29; Ger 17, 23; Bar 2, 30; Ez 3, 7). È la storia della perseverante fedeltà di Dio nei confronti di un popolo infedele. La pazienza di Dio non è affatto impassibilità o passività, ma è “il lungo respiro della sua passione”, passione di amore che accetta di soffrire attendendo i tempi dell’uomo, la sua conversione: “Il Signore non ritarda nell’adempiere la promessa, ma usa pazienza (makrothyme) verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti giungano a conversione” (2Pt 3, 9). Per questo, il tempo concesso all’uomo va considerato come narrazione della “longanimità” di Dio, della sua makrothymia, e dunque colto come “salvezza” (2Pt 3, 15).
La pazienza di Dio appare frutto della scelta di Dio, della sua volontà, di un lavoro interiore in cui egli è messo a confronto con la possibilità di lasciar esplodere la sua ira. Dice il Siracide: “Non dire:Ho peccato, e che cosa mi è successo?’ perché il Signore è paziente. Non dire:La sua compassione è grande; mi perdonerà i molti peccati’, perché presso di lui c’è misericordia e ira, e il suo sdegno si riverserà sui peccatori” (Sir 5, 4.6). L’ebraico biblico parla di Dio come “lento all’ira” (Es 34, 6; Nm 14, 18; Ne 9, 17) per indicare la sua pazienza. Pazienza che è dunque intenzione di amore verso l’uomo, ma anche sofferenza di fronte al peccato dell’uomo:
“Fino a quando sopporterò io questa comunità malvagia che mormora contro di me?”, dice Dio a Mosè e Aronne (Nm 14, 27). La pazienza infatti non vuole divenire complice del male commesso (cfr. Ger 44, 22). La pazienza divina non è assenza di collera, a capacità di elaborarla, di domarla, di frapporre un’attesa fra il suo insorgere e il suo manifestarsi. “Molte volte trattenne la sua ira e non scatenò il suo furore; ricordava che essi [i figli d’Israele] sono di carne, un soffio che va e non ritorna” (SaI 78, 38-39). La pazienza è lo sguardo grande di Dio nei confronti dell’uomo, sguardo che non si arresta al dettaglio, all’incidente di percorso, non considera come ultimativo il peccato, ma lo colloca all’interno dell’intero cammino esistenziale che l’uomo è chiamato a percorrere. Pertanto essa espone Dio al rischio di non essere preso sul serio, di essere “usato” dall’uomo. Paolo chiede retoricamente al giudeo: “ti prendi forse gioco della pazienza di Dio?” (cfr. Rm 2, 4).
In Cristo, e particolarmente nella sua passione e morte, la pazienza di Dio raggiunge il suo vertice in quanto assunzione radicale dell’inadeguatezza e debolezza dell’uomo, del suo peccato. In Cristo, Dio accetta di “portare il peso”, di “sopportare” l’incompiutezza e inadeguatezza umane assumendo la responsabilità dell’uomo nella sua fallibilità. La “pazienza di Cristo” (2Ts 3, 5) esprime così l’amore di Dio, ne è sacramento: “l’amore”, infatti, “pazienta (makrothymeiY(1Cor 13, 4); “l’amore tutto sopporta (hypoménei)” (1Cor 13, 7).
Per il cristiano poi, la pazienza è frutto dello Spirito (cfr. Ef 5, 22) e si declina come perseveranza e costanza nelle tribolazioni e nelle prove, come capacità di sopportazione e di tolleranza nei confronti di chi procura fastidi e suscita opposizioni, come sguardo longanime nei confronti delle inadeguatezze altrui. La pazienza è l’arte di vivere l’incompiutezza. E l’incompiutezza noi la incontriamo negli altri, ma anche in noi stessi, nella realtà e in Dio. La sopportazione paziente dell’altro che è sentito come fastidioso o ostile va di pari passo con la pazienza verso se stessi e le proprie incongruità, verso gli eventi che resistono ai nostri desideri e alla nostra volontà, verso Dio il cui disegno di salvezza resta incompiuto.
Lungi dall’essere sinonimo di debolezza, la pazienza è forza nei confronti di se stessi, capacità di non agire compulsivamente, attesa dei tempi dall’altro, capacità di sup-portare l’altro, di sostenere e portare l’altro. Si tratta dunque di un momento particolarmente importante nell’edificazione delle relazioni interpersonali ed ecclesiali. Non a caso il Nuovo Testamento esorta spesso alla pazienza e alla sopportazione proprio in relazione ai difficili rapporti comunitari:
“Sopportatevi a vicenda e perdonate- vi gli uni gli altri, se qualcuno ha di che lamentarsi nei riguardi di un altro” (Col 3, 13). La sopportazione vicendevole è manifestazione di carità finalizzata a conservare l’unità e la pace nella comunità: “Comportatevi  con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore” (Ef 4, 1-2). Nella comunità cristiana si fa l’esperienza di essere un peso gli uni per gli altri: ma questa esperienza può divenire occasione di  esercizio di carità e di sequela di Cristo: “Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6, 2).
Nella tradizione cristiana la pazienza ha potuto essere considerata una virtù, perfino “la più grande virtù” (summa virtus: Tertulliano, De patientia I, 7). Per Cipriano essa è essenziale per la vita teologale: “Il fatto di essere cristiani è un bene che appartiene alla fede e alla speranza. Ma perché la speranza e la fede possano dare i loro frutti bisogna avere pazienza” (De bono patientiae XIII). Gregorio Magno lega la perfezione cristiana alla pazienza: “Non è molto forte chi si lascia abbattere dalla iniquità altrui. Chi non sa sopportare le contrarietà, è come se si uccidesse con la spada della sua propria pusillanimità. Dalla pazienza nasce poi la perfezione. Infatti è davvero perfetto chi non perde la pazienza per le imperfezioni del suo prossimo. Chi si impazientisce per i difetti altrui, ha in questo la prova d’esser ancora imperfetto” (Moralia V, 33). Oggi però la pazienza ha perso molto fascino: i tempi frettolosi spingono all’impazienza, al non differimento, al “tutto e subito”, al possesso che non lascia spazio all’attesa. L’individualistica affermazione di sé diventa non volontà di attesa e di comprensione dell’altro che troppo rapidamente rischia di diventare molesto o fastidioso, certamente di intralcio, Per cui la pazienza, che era modalità sapiente e umana di abitare il mondo, è ormai posta nel dimenticatoio. “La lenta maturazione della cose è sentita come intollerabile... Il mondo moderno ha dimenticato le virtù della pazienza. L’azione rapida ed efficace in cui tutto viene impegnato in una volta sola ha offuscato l’oscuro splendore della capacità di attendere e di patire” (Emmanuel Lévinas). Al tempo stesso, occorre realisticamente riconoscere che pazienza non è sempre una virtù, così come l’impazienza non è affatto sempre una non-virtù. Una pazienza che inibisca la capacità umana (del singolo come di un popolo) di dire “no” di fronte al perpetuarsi di un abuso, di una violenza, di un sopruso, di uno sfruttamento, è una perversione della pazienza che diviene complice dell’ingiustizia e non è né umana evangelica.
La perversione di una virtù diviene costruzione di un inferno: una pazienza che diventi passività e rassegnazione è semplicemente da rigettare. La pazienza evangelica è attiva, intelligente e coraggiosa opera di decostruzione dei meccanismi di provocazione del persecutore rifiutandosi di rispondere al male con il male, di offrirsi al nemico in qualità di avversario. Con la pazienza non cedo alla tentazione mimetica di fare come il malvagio, di scendere sul suo piano, di usare le sue armi.
Ma occorre ricordare il diritto alla collera che osa dire e gridare “basta!”, come fa Dio nei confronti delle ingiustizie che imperversano nel mondo e di cui si fanno ministri i profeti, come fa Gesù quando grida le sue invettive contro gli uomini religiosi (cfr. Mt 23, 13-36) o quando scaccia dal tempio i venditori e i compratori e rovescia i tavoli dei cambiavalute (cfr. Mc 11, 15). Se l’impazienza può divenire cancellazione dell’alterità e della distanza che ci mantengono in un rapporto corretto con Dio e con gli altri, la pazienza può diventare fatalismo, rifiuto della necessaria decisione che spezza l’inerzia del tempo e può condurre l’uomo a sparire, ad annientarsi, a non assumere la responsabilità di diventare uomo.
Senza contare che vi è un contenuto che determina la bontà o meno della pazienza. Agostino ricorda la grande pazienza di cui danno prova tanti uomini per “le false ricchezze, i vani onori e le frivole soddisfazioni” e elenca l’incredibile capacità di sopportazioni di disagi di ogni tipo che il criminale pone in atto per compiere la sua azione delittuosa (Depatientia 33, 3-5, 4). Sicché per Agostino vi è una vera e una falsa pazienza (De patientia 6, 5).
In uno scritto sulla pazienza, Lévinas sembra echeggiare Agostino quando afferma che “occorre decisamente troppa virtù per commettere un crimine”.
La pazienza è un arte. Che non ha nulla a che fare con il subire passivamente. Più spesso invece subisce colui che non pazienta. La paziente, ma libera e amorosa sopportazione di chi è fastidioso, antipatico, noioso, lento, demunito, è in linea con l’amore del nemico. E chiede lavoro su di sé per imparare a conoscere e ad amare il nemico che è in noi, ciò che in noi è molesto e insopportabile a noi stessi. E che Dio, in Cristo, ha sopportato pazientemente amando noi in modo incondizionato.
Allora la pazienza diviene apertura di futuro per l’altro, conferma di fiducia in luì, lotta insieme a lui e per lui contro la tentazione della disperazione. Infatti, “è proprio per la pazienza di Dio che ci è consentito di sperimentare la forza superiore dell’amore mentre tolleriamo il prossimo nella sua contraddittorietà, nei suoi lati negativi e nella sua colpa. Chi esercita questa pazienza è in grado anche di entrare in tutta libertà nel mondo del nemico e di cominciare a riconoscere proprio in lui colui che Dio ama, a rispettano nel suo mondo e comunque ad assicurargli il proprio amore” (Ulnich Falkenroth). •

Le sette opere di misericordia spirituale
i. Consigliare i dubbiosi
2. Insegnare agli ignoranti
3. Ammonire i peccatori
4. Consolare gli afflitti
5. Perdonare le offese
6. Sopportare pazientemente le persone moleste
7. Pregare Dio per i vivi e per i morti Ricorrendo al numero sette per due volte, la Chiesa intende dare a quel numero il valore simbolico raccolto nella Bibbia. Come a dire che in quel numero, che significa completezza, si vuoI esprimere tutto ciò che riguarda l’aiuto verso il prossimo.