INSTANCABILE FEDELTÀ ALLA CAUSA DEGLI ULTIMI: DOPO LA DENUNCIA, PER MONS. VERA LOPEZ ARRIVA UN RICONOSCIMENTO

34190. ROMA-ADISTA. "Per la sua perseverante difesa dei nostri diritti, per la sua solidarietà e vicinanza, per la sua instancabile fedeltà alla causa di coloro che sono esclusi ed escluse da un sistema di ingiustizia e disuguaglianza": è con questa motivazione che il vescovo di Saltillo Raúl Vera López riceverà in Messico, l’11 dicembre, un riconoscimento "come difensore dei diritti umani" da diverse organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti dei poveri, degli indigeni, dei migranti, delle donne (dall’Osservatorio cittadino nazionale sul femminicidio alla Rete nazionale di organismi civili "Tutti i diritti per tutte e tutti", dal Centro diocesano di diritti umani "Fray Juan de Larios" alle "Católicas por el Derecho a Decidir"). Un riconoscimento che giunge nel momento più opportuno, dopo la denuncia per "abuso di potestà ecclesiastica" presentata contro di lui al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica a Roma dal giudice Hiradier Huerta Rodríguez, lo stesso della discussa sentenza sul caso dei militari accusati di violenza aggravata ai danni di un gruppo di donne nel municipio di Castaños, nello Stato messicano di Cohauila (v. Adista nn. 62 e 81/07). Ed è proprio il caso delle prostitute e delle ballerine violentate dai soldati a Castaños a dimostrare nel modo più chiaro l’appassionata difesa dei diritti umani da parte del vescovo, in totale coerenza con il piano organico di pastorale portato avanti dalla diocesi di Saltillo anche a servizio – come don Raúl affermava in un’omelia nel 2006 – di "persone che spesso sono oggetto di disprezzo da parte della società e all’interno della stessa Chiesa, come i divorziati risposati, i detenuti, i tossicodipendenti, gli omosessuali", come pure di quei migranti centroamericani che attraversano lo Stato di Cohauila, ai confini con gli Usa, "cercando di raggiungere la frontiera e di passare oltre, con la speranza di trovare un lavoro degno", ma che incontrano in Messico lo stesso trattamento riservato ai messicani dagli Stati Uniti. Di passaggio a Roma, Vera López ha accettato di parlare con Adista della denuncia ricevuta e dell’attuale situazione del Paese, diviso tra quanti riconoscono la legittimità della presidenza di Felipe Calderón e quanti la negano, accusandolo di averla conquistata in maniera fraudolenta. Una divisione che coinvolge pienamente l’episcopato messicano, in particolare il card. Norberto Rivera Carrera, accusato di aver preso le parti della destra: l’ultima polemica al riguardo è del 18 novembre scorso, quando, durante la terza assemblea della Convenzione Nazionale Democratica, il movimento che ruota attorno al "presidente legittimo" Andrés Manuel López Obrador, le campane della cattedrale hanno risuonato per un tempo apparso molto lungo, troppo lungo per non indurre un gruppo di partecipanti ad irrompere per protesta nella chiesa. Di seguito l’intervista con il vescovo. (claudia fanti) Qual è la sua reazione alla denuncia presentata contro di lei dal giudice Hiradier Huerta Rodríguez? Come si è giunti, secondo lei, a questo punto? All’alba dell’11 luglio del 2006 un gruppo di militari, armati e in divisa, è entrato in un quartiere a luci rosse del municipio di Castaños ed ha di fatto sequestrato, per tre ore e mezzo, delle prostitute e delle ballerine, aggredendole e violentandole. Almeno 14 di loro sono state stuprate, alcune anche da sei, sette soldati. Sono stati aggrediti anche dei poliziotti che si trovavano sul posto, a guardia delle schede elettorali (nove giorni prima c’erano state le elezioni presidenziali e per il rinnovo del Congresso). Il giorno successivo sono andato a parlare con le donne, che erano state convocate dal viceprocuratore di Giustizia dello Stato, e loro mi hanno raccontato tutte le violenze e le umiliazioni che erano state costrette a subire. Ho parlato anche con alcuni poliziotti che erano stati picchiati dai militari e disarmati. Dopo un processo durato più di un anno il giudice ha emesso una sentenza che ha riconosciuto colpevoli di violenza sessuale solo tre militari. Nei casi in cui, come è avvenuto ad esempio ad Atenco, sono state trattenute delle persone, l’azione è stata equiparata al sequestro e i responsabili hanno ricevuto pene pesantissime, fino a cinquant’anni di carcere. In questo caso, invece, anch’esso del tutto equiparabile al sequestro, le pene sono state ben più leggere: solo tre militari hanno ricevuto condanne per violenza sessuale, e ciò malgrado le ragazze stuprate fossero 14. L’esito del processo era già noto prima che la sentenza fosse pubblicata, perché era filtrato sulla stampa. E dunque, il giorno prima della conferenza stampa convocata dal giudice per illustrare la sentenza, io ho avanzato delle critiche in base a quanto già era emerso, usando anche quella parola che il giudice mi rimprovera, la parola ‘ruffiano’, anche se in forma dubitativa, dicendo cioè che speravo che non saltasse fuori un altro ruffiano. In seguito ho criticato duramente la sentenza, denunciando il fatto che, ad eccezione dei tre militari condannati, gli altri fossero stati rimessi in libertà, obbligati solo a pagare multe leggerissime, e che non si fosse preso alcun provvedimento a favore delle donne. È stato uno scandalo per la giustizia. Anche perché si tratta di militari, e i militari, con il pretesto della lotta al narcotraffico, stanno operando degli abusi in tutto il Paese. Meno di un mese dopo quella sentenza, nella stessa regione, sei soldati hanno tentato di aggredire delle donne in un ristorante. E, prima che fosse emessa, i militari hanno tenuto sequestrati quattro giornalisti per 14 ore. E tutto questo soltanto nello Stato di Cohauila. Ma alla Segnatura apostolica le hanno fatto sapere qualcosa? Non ho ancora ricevuto una notificazione dal Vaticano. Comunque, il giudice ha detto di essersi rivolto alla Segnatura Apostolica ma in realtà ha nominato il segretario della Congregazione dei vescovi. È difficile capirci qualcosa. Il giudice mi ha denunciato per abuso di potestà ecclesiastica, ma io non sono incorso in tale abuso. Può dire che ho attentato alla sua fama pubblica, ma la sua fama è la conseguenza della sua condotta, non dipende da quello che io ho potuto dir prima. Ha detto che ho ostacolato un procedimento giudiziario. Ma le cose stanno diversamente. Il giudice ha voluto fare un sopralluogo giudiziario con la presenza degli aggressori e delle vittime. Però l’articolo 7 della Convenzione di Belém do Pará per prevenire, punire e sradicare la violenza contro le donne, Convenzione che il Messico ha firmato, impone di adottare tutte le misure giuridiche per impedire all’aggressore di "minacciare, intimidire, danneggiare, mettere in pericolo la vita della donna in una qualunque forma che attenti alla sua integrità o pregiudichi la sua proprietà". Eppure le donne sono state intimidite durante tutto il processo, e il giudice non ha fatto niente per evitarlo. Lo stesso articolo della Convenzione impone anche l’adozione di tutte le misure appropriate di tipo legislativo per modificare o abolire leggi o pratiche giuridiche che favoriscano la persistenza della violenza contro la donna o in qualche modo la tollerino. E invece il giudice, contro il Diritto Internazionale, ha portato le donne sul luogo del delitto insieme agli aggressori, perché questi fossero nuovamente identificati, e le ha lasciate lì per 12 ore, dalle sette di mattina alle sette di sera. Allora, alcuni gruppi di donne per la difesa dei diritti umani si sono recati sul posto, fin dalle prime ore dell’alba, perché, al passaggio delle vittime, potessero dir loro una parola di solidarietà e far loro coraggio. E per denunciare di fronte ai mass media che si stavano violando dei principi del Diritto Internazionale accettati dal governo messicano. Questi gruppi mi hanno chiamato perché andassi anche io a dire una parola di incoraggiamento. E io sono andato. Mi è stato suggerito di provare ad entrare, e naturalmente non mi hanno lasciato passare. Ma non ho fatto nulla di scorretto, non ho spinto, non ho provato a passare con la forza. Però il giudice mi accusa anche di questo, di aver ostacolato un procedimento giudiziario. Ha ricevuto la solidarietà degli altri vescovi? Ho ricevuto la solidarietà della diocesi. E di tanti gruppi della società civile. Dalla Conferenza episcopale ancora no. Cosa pensa dell’irruzione nella cattedrale di Città del Messico lo scorso 18 novembre? Quelle campane fatte suonare per dieci minuti mentre nello Zócalo si svolgeva l’assemblea della Convenzione nazionale democratica, il movimento popolare che fa capo ad Andrés Manuel López Obrador, erano una provocazione? È così profonda la frattura tra i vertici ecclesiastici e una parte della popolazione? Questa polemica tra la Chiesa e il movimento di López Obrador va fatta risalire alle elezioni del 2006. È anch’essa il risultato di una cattiva gestione delle elezioni da parte dell’Ife, l’Istituto federale elettorale, che ha permesso che vi fossero certi eccessi, che la campagna fosse condotta in maniera violenta. La conseguenza è che il Paese si è spaccato. Credo che di fronte a tale situazione, come Conferenza episcopale, avremmo dovuto avere una posizione più forte nel denunciare il comportamento dell’Ife. Ma questa è la mia opinione personale. Oggi il Paese è diviso, con una parte della popolazione che non riconosce l’attuale presidente Felipe Calderón, ritenendo che abbia vinto le elezioni in maniera fraudolenta. Io non sono per niente contento di quanto sta accadendo nel Paese. Riguardo all’ultima irruzione nella cattedrale, i simpatizzanti di López Obrador dicono che la chiamata alla messa sia stata molto lunga. Non si fanno suonare le campane per dieci minuti. Dicono che sia stato fatto apposta. Per protesta, allora, un piccolo gruppo di partecipanti all’assemblea ha fatto irruzione nella chiesa. I promotori della manifestazione hanno però preso nettamente le distanze da quest’azione.

Come procede il lavoro della sua diocesi? Stiamo lavorando attorno a un Piano organico di Pastorale attraverso cui intendiamo convocare tutti i battezzati senza alcuna eccezione, integrandoli attivamente nell’azione pastorale, e assicurare la nostra presenza in tutti gli aspetti della vita umana, rispondendo così all’invito rivolto da Giovanni Paolo II nella Tertio Millennio Adveniente. È un lavoro molto impegnativo perché abbiamo cercato di coinvolgere tutte le forze, sia nell’elaborazione che nell’azione, ma siamo confortati dal Documento di Aparecida, in cui si raccomandano tante cose che noi abbiamo inserito nel nostro piano. Aparecida chiede una conversione pastorale, una maniera diversa di intendere la pastorale. E proprio questa è la mia intenzione.

Abbiamo una casa per i migranti. Ne arrivano trecento ogni settimana dal Centroamerica. Siamo testimoni della loro sofferenza. Il Messico non deve fare il lavoro sporco per conto degli Stati Uniti. Ma il fatto è che il Messico sta facendo con i centroamericani quello che gli Stati Uniti fanno con i messicani. (c. f.)