Il missionario trentino don Sandro De Pretis da 40 giorni in carcere a Gibuti. Il suo racconto

"Per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente 'povero' e privato della libertà. Porto una croce molto pesante". Le diplomazie italiana e vaticana si muovono per risolvere la vicenda.

Agli arristi da 40 giorni
Don Sandro De Pretis scrive dal carcere di Gibuti
di don Ivan Maffeis, direttore di Vita Trentina

 

"Per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente «povero» e privato della libertà. Porto una croce molto pesante, posso solamente aver fiducia in Dio che non duri troppo a lungo. Ora quando prego i salmi comprendo meglio il grido verso Dio, affinché faccia giustizia, difenda il debole dall'ingiustizia, la Sua mano si alzi e agisca!".
La lettera di don Sandro De Pretis, missionario di Trento a Gibuti, arriva in redazione (la pubblichiamo a fianco, in forma integrale, in una nostra traduzione dal francese) rompendo il riserbo totale mantenuto finora sulla sua prigionia.Il prete trentino, incardinato dal 1993 nella piccola diocesi del Corno d'Africa (vedi sotto), è incarcerato dal 28 ottobre in stato di "detenzione preventiva in attesa di giudizio", come lui stesso scrive :

Il silenzio finora mantenuto attorno alla vicenda è stato motivato dal rispetto per il lavoro della diplomazia, che si è subito attivata, tanto a livello dei responsabili della Farnesina che della Segreteria di Stato Vaticana.
Si inserisce in questo quadro la visita a Trento del vescovo di Gibuti, mons. Giorgio Bertin, che il 31 ottobre scorso si è incontrato con il vescovo Luigi Bressan e con i familiari di don Sandro, esprimendo la speranza per una rapida soluzione del caso e la certezza dell'innocenza del missionario e della sua estraneità ai fatti che gli sarebbero contestati. A tutt'oggi don Sandro è incarcerato senza che sia stata formalizzata un'accusa precisa nei suoi confronti. Appaiono ridicole quelle che ventilerebbero un suo coinvolgimento in una rete di pedofilia, in seguito alla scoperta di una serie di sue fotografie in cui appaiono anche bambini. Si tratta infatti delle stesse foto che don Sandro, all'inizio dell'estate, portò alla redazione di Vita Trentina perché ne facesse copia e le conservasse nel proprio archivio, povero di immagini originali dall'Africa, come lui ben sapeva.
I contorni della vicenda rimangono poco chiari. Don Sandro serve forse come capro espiatorio, senza aver nulla a che fare con ciò di cui lo si vorrebbe incolpare? La diplomazia è al lavoro per ottenerne la scarcerazione con il proscioglimento pieno da ogni accusa, come sarebbe giusto. Più pragmaticamente, purtroppo, l'unica strada che sembra profilarsi è quella di accettarne l'espulsione dal Paese, prima ancora di giungere alla formalizzazione di qualsivoglia accusa.
Se oggi scriviamo per rilanciare l'appello dal carcere che don Sandro, facendo sue le parole dell'apostolo Paolo, rivolge alla sua comunità: "Non dimenticate che io sono in prigione", lo facciamo pensando alle diverse occasioni di confronto avute con lui nei mesi scorsi, quando - con voce di uomo mite, buono ed appassionato - ci ha raccontava la «sua» Africa. "In questi ultimi anni la situazione è cambiata radicalmente – ci diceva -. La mia presenza è ormai solo un segno, un tentativo di far capire come vivono i cristiani". In questo raccontava di sentire su di sé il limite di essere bianco: "I missionari sono arrivati con i colonizzatori – aggiungeva – quindi è facile per la gente identificarci con loro...". Al peso della storia, si somma quello della cronaca: "La guerra in Iraq non ha fatto che rafforzare una lettura superficiale, che porta a far coincidere l'Occidente con il cristianesimo. All'atteggiamento favorevole di ieri sta subentrando la difesa, la ghettizzazione, se non l'ostilità aperta". Una lettura veicolata ad arte: "Arrivano dal Pakistan - spiegava - e predicano un islam dalla forma dura e pura. Non consentono di mettere in discussione nulla, non c'è spazio per un'autocritica, quasi fosse un attentato alla fede". Alzava quindi gli occhi sugli altopiani della vicina Etiopia, dove aveva lavorato precedentemente come volontario: "Quella è una terra cristiana fin dal III secolo; oggi vi sorgono moschee di cui fino a ieri non c'era traccia. Non si tratta di libertà religiosa, ma di una strategia precisa che viene avanti: vedo dipingersi un quadro preoccupante, una situazione senza sbocco". Al mondo coloniale francese rimproverava "un laicismo sterile, che ha frenato pesantemente la Chiesa, perché non facesse formazione. Se ci hanno lasciato costruire scuole – aggiungeva con amarezza – è solo perché il governo francese non intendeva investire maggiori fondi". Riconosceva anche le responsabilità della Chiesa, «colpevole» - "soprattutto in passato" - di aver avallato "battesimi facili, senza che avessero alle spalle un autentica preparazione: un'evangelizzazione superficiale, della quale non è rimasto nulla". Quando gli chiedevamo perché non iniziasse a pensare al rientro, sorrideva con la consapevolezza di non essere capito: "In una situazione come quella in cui versa il Corno d'Africa – rispondeva infine – andarsene è tradire. In Trentino, pur con tante difficoltà, avete ancora molte risorse: in Africa ognuno che viene meno causa la scomparsa di un piccolo mondo che, finché resta, è speranza per tanti".

"Non dimenticate che io sono in prigione"
La lettera di don Sandro De Pretis dalla prigione

 

Riportiamo il testo integrale della lettera con la quale don Sandro racconta la sua detenzione e che viene pubblicata da Vita Trentina del 16 dicembre 2007, in edicola da venerdì 14 dicembre 2007.
So che moltissime persone non mi hanno dimenticato, ma al contrario pregano per me, che sono nella prigione di Gabode (nei pressi di Gibuti). Non so quali erano i sentimenti di S. Paolo in prigione; i miei pensieri sono dominati dall'impressione di quanto sia strano vivere in questa situazione. Tecnicamente si tratta di una detenzione preventiva in attesa di giudizio. Sono in una cella e la sola occasione di uscire sono le visite, quindi una mezz'ora o un'ora al giorno. La mancanza di movimento mi è difficile da sopportare. Nello stesso tempo, devo essere prudente se voglio mettermi a fare un po' di ginnastica. I primi giorni mi hanno dato molto male alle braccia e alla schiena, a causa dei muscoli che non erano abituati a questi esercizi fisici. Almeno tutt'attorno c'è calma e tranquillità. Sono il solo prigioniero rinchiuso in questa parte della prigione e, nonostante il peso dell'isolamento, credo che sia una forma di trattamento di riguardo. In effetti, sento a distanza le voci degli altri prigionieri che devono invece condividere lo stesso locale. Per me rimanere in quella situazione sarebbe molto più dura per il rumore, la confusione, la mancanza di intimità e di concentrazione.Prendo questo tempo in prigione come un monaco nella sua cella: la preghiera, la presenza del Santissimo Sacramento e la lettura riempiono una gran parte della giornata. Qui non sento il bisogno di fare la siesta, dato che mi corico verso le 18, quando inizia a fare notte, e mi alzo alle 6. Non voglio infatti accendere la luce del neon a causa delle zanzare, ma anche perché ho letto già molto durante la giornata. Verso le 7 del mattino le guardie vengono a vedere se va tutto bene e così fanno anche a sera, verso le 18. Alle 11, circa, ricevo qualche visita e allora posso andare fino alla porta d'entrata: quasi ogni giorno arriva il vescovo, mons. Giorgio Bertin, e Nathalie, la segretaria del Consolato italiano o lo stesso Console. Ogni giorno per il mio conforto suor Anna e suor Maria Domenica con il loro affetto mi procurano il cibo e le bevande. E giungono anche altre persone, che pur hanno difficoltà ad entrare. Grazie, un grande grazie a tutti. Vedo bene il conforto e il sostegno che queste visite mi danno e mi propongo come obiettivo di fare quel che posso per visitare i prigionieri una volta che sarò libero. E' bizzarro e ridicolo perché il direttore e diverse guardie già mi conoscono, considerato che da qualche anno io vengo regolarmente alla prigione per visitare i detenuti. Ora è il mio turno di avere delle visite ... Io non so come potrei far fronte a questa situazione senza la fede in Dio, senza la preghiera, senza la coscienza di essere sostenuto dalla preghiera delle altre persone e dall'affetto di quanti mi conoscono. Infine, mi sostiene la coscienza di essere innocente riguardo a tutte le accuse per le quali sono stato portato in prigione. Pregando i salmi delle Lodi e dei Vespri come comprendo meglio il grido verso Dio, affinché faccia giustizia, difenda il debole dall'ingiustizia,
la Sua mano si alzi e agisca! Nello stesso tempo, la croce prende un rilievo più profondo perchè per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente "povero" e privato della libertà. Ora porto una croce molto pesante e posso solamente aver fiducia in Dio affinché non duri troppo a lungo. Spero possa risultarne un frutto spirituale per me e per altre persone. Sento il bisogno di ringraziare il personale della prigione: sono, senza eccezione, gentili e spesso mi dimostrano la loro simpatia sotto forma di incoraggiamento o di piccole conversazioni, come avviene tra persone che vivono in circostanze normali. Senza dubbio il loro lavoro è molto difficile, fra tanti prigionieri e con la struttura della prigione in degrado. Essi hanno ottenuto il mio rispetto.Dopo questo periodo, che spero possa concludersi presto, domando a Dio di conservare bene nel mio profondo il ricordo di questa esperienza. Una dipendenza totale, una fiducia nella sua volontà, molto più forte di tutto il male, un bisogno di preghiera, la presenza continua di Gesù, l'eucaristia ad un metro da me, la lettura attenta della Parola di Dio, il rosario più regolare di prima, l'offerta di questa prova come un sacrificio per la gloria di Dio: sì, sono grandi doni, che voglio conservare e proteggere.