La morte di don Oreste Benzi. La giornata del ricordo e della preghiera

di Mattia Bianchi  Korazym, 03/11/2007

Clicca qui per ingrandire|

Aperta la camera ardente del fondatore della comunità Giovanni XXIII scomparso ieri notte. Don Benzi sta ricevendo l'omaggio di giovani, anziani, e molti di quegli 'ultimi' a cui ha dedicato la vita. I messaggi di cordoglio.

È il giorno del ricordo e della preghiera. Don Oreste Benzi sta ricevendo l'omaggio di migliaia di persone. Giovani, anziani, e molti di quegli 'ultimi' - prostitute, immigrati, clochard - che lui ha sempre seguito nella sua missione apostolica. La camera ardente del fondatore della Comunità Giovanni XXIII, scomparso nella notte del 2 novembre per un infarto, è stata allestita nella parrocchia della Resurrezione: davanti all'altare maggiore della chiesa, la bara in legno con la salma del sacerdote romagnolo, rivestita con i paramenti sacri. La gente prega e vive il dolore alla luce della fede, mentre non si ferma l'omaggio di tutta Italia verso un religioso e un uomo che ha dedicato la vita agli ultimi. Nel mondo della Chiesa sono tantissime le voci e i messaggi di cordoglio, a cominciare dal papa che ieri ha inviato un telegramma al vescovo di Rimini.

Commosso anche il presidente della Cei, mons. Angelo Bagnasco che si è detto convinto che don Benzi, “continuerà a sostenere tutte le persone deboli, fragili, povere e sofferenti che ha conosciuto, sostenuto e difeso”. “Con molta semplicità, la semplicità che è degli umili e dei santi - ha aggiunto - è andato avanti per la sua strada'' e la sua morte “è una grande perdita, sia per la comunità ecclesiale sia per la società italiana, perché quello che lui ha fatto per il recupero della dignità della persona, nel campo della tossicodipendenza, della prostituzione, della famiglia, dei bambini, è noto a tutti”.

Sulla stessa linea, mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino: ''Don Oreste Benzi ha portato la fede dove sembrava impossibile che potesse essere portata: nei vasti mondi del male, dell'emarginazione, della violenza, dell'ingiustizia, della devianza, delle droghe, dello sfruttamento, della prostituzione. Ha fatto capire innanzitutto le vittime di questa emarginazione: Cristo era vicino a loro, Cristo era capace di condividere la situazione di ciascuno di loro''. Negri ha ricordato che mercoledì scorso don Benzi aveva partecipato ''ad un momento molto intenso, molto bello con i giovani della Diocesi di San Marino-Montefeltro: forse anche la sua ultima uscita pubblica. Una serata condotta sulla ricerca del desiderio di un modo di divertirsi che non prescindesse dall'obiettivo primo della domanda del senso religioso. E anche quella sera, a Mercatino Conca, don Benzi è stato molto attento nell'ascolto dei giovani, rispondendo alle loro domande in un modo che poteva sembrare disarmante''.

E se il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, ammette di essere sconvolto, il fondatore del Gruppo Abele, don Luigi Ciotti ricorda “l'uomo di grande fede, capace d'incontrare la laicità”, per certi versi "antico, ma sempre alla ricerca del "nuovo". "All'apparenza un conservatore - dice don Ciotti - ma presente sulle frontiere più avanzate del disagio e della povertà. Obbediente alla sua Chiesa, ma capace di abitare i luoghi della trasgressione, a fianco delle persone più deboli e fragili. In grado di frequentare le stanze del potere, senza dimenticare che erano le stanze e le case dei più poveri, quelle davvero importanti".

Amore per i poveri ed esempio di santità, come spiegato dal neo cardinale Angelo Comastri. "Ritengo proprio che i requisiti della fama di santità ci siano tutti - ha detto al sito Petrus - è morto un santo nel senso classico e biblico del termine, un uomo che ha tradotto in concreto l'astrattezza delle Beatitudini". Don Oreste, continua Comastri, è stato "un capolavoro di sacerdote, un uomo di Dio, una Eucarestia vivente. Quando l'ho visto per l'ultima volta - racconta - avevo capito che non poteva dar altro, si era consumato al servizio di tutti. Quando si congedò da me, mi disse: ci rivediamo o qui in Vaticano o lassù nel cielo".

Don Benzi è stato ricordato poi dal mondo politico con messaggi di stima bipartisan. Su tutti, quello del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha definito il sacerdote “testimone della speranza e della volontà di riscatto di tante donne e tanti giovani che, nel suo forte impegno religioso, ideale e civile hanno trovato un sicuro riferimento per riconquistare la loro dignità umana e il loro posto nella società”. E c'è anche chi, pur da posizioni agli antipodi, riconosce il valore dell'uomo, come il radicale Silvio Viale, medico torinese a favore dell'aborto e dell'eutanasia. ''Da laico, gli auguro di essere morto felice, senza soffrire e di trovarsi ora nel posto in cui ha sempre sperato di andare'', ha detto.

E ancora: ''Voglio rendere omaggio a Don Benzi, con il rispetto che si deve ad un avversario poiché sarebbe un insulto alla sua memoria se mi limitassi a qualche retorica frase di circostanza. Eutanasia, aborto, contraccezione, coppie di fatto, divorzio, sesso, droghe, omosessualita e libertà di scelta in generale sono solo alcuni temi sui quali ci siamo sempre scontrati - prosegue il medico torinese - non credo che lui ci amasse, come non posso dire che noi lo approvassimo per quel che diceva, ma voglio sottolineare come sia morto proprio nel giorno che aveva scelto per celebrare 'i bambini mai nati', una sua invenzione per protestare contro l'aborto'', conclude.

 

Sulle strade del mondo le passioni di don Oreste Benzi  

Le due notizie le ho ricevute in rapida successione: l’ultima dichiarazione di don Oreste sul terribile omicidio di Giovanna Reggiani e il laconico sms inviatomi da uno dei suoi figli che «questa notte è tornato alla casa del Padre». Con la sua consueta libertà, frutto di amore appassionato e evangelico per l’uomo e non di protagonismo o di gusto dell’originalità, aveva chiesto di «usare la ragione» per affrontare il problema della presenza dei rumeni. Può apparire strano per un uomo come lui invocare proprio la ragione. A ben vedere direi proprio di no. Don Oreste dimostrava che un cuore buono e attento agli altri, non narcisista o sensibile solo alle convenienze, sa capire la vita vera e sa trovare le risposte per affrontare i problemi come sono. Il suo era un impegno a tempo pieno, come ha vissuto fino all’ultimo giorno, senza risparmio, generoso eppure senza nessuna arroganza e superiorità. Era umile per davvero, nel senso che andava per strada e lì cercava di essere prossimo per gli uomini cui i tanti banditi tolgono metà della vita. Si sporcava le mani e si faceva carico dell’umanità sofferente, con un tratto di gioia e bonomia, senza sufficienza o alterità. Davvero c’è «più gioia nel dare che ne ricevere» e la sua «simpatia» era così lontana dalla corrucciata prudenza e ipocrisia dei sacerdoti e dei leviti di ogni appartenenza. L’amore per i poveri era per lui il modo di vivere il Vangelo anche con i tanti uomini «in ricerca», che avvicinava con un’umanità accogliente e umana. Trascendeva l’esistente con i suoi sogni e era allo stesso tempo concreto e realista. Strada e Vangelo. Prossimo e preghiera. Solidarietà e sequela radicale, semplice, possibile per tutti. La passione per i poveri lo aveva portato per le vie di Rimini e del mondo, dal piccolo ai confini universali, facendo sue «le lacrime di tutti». Il suo «territorio» era il mondo, ovunque ci fosse un «piccolo» che aveva bisogno. Conosceva la vita vera. Per questo denunciava le ipocrisie, come quelle degli sgomberi dei campi nomadi, velleitari, che distruggono il poco lavoro di inserimento perché «senza avere prima preparato loro il posto dove collocarli si aumenta solo il disagio e si accresce la criminalità». Era un uomo antico, prete fino in fondo, cui tutti perdonavano anche le posizioni che non condividevano per la sua trasparenza, per la sua passione, proprio come quel Giovanni XXIII cui ha intitolato le sue Comunità di accoglienza, arche di pace e umanità per i «feriti della strada» di tutto il mondo. Uomo del Vangelo e anche, forse proprio per questo, vicino a tutti, dai non nati ai bambini di strada della Bolivia o a quelli soldato del Nord Uganda. Libero e obbediente, come quando portò a Giovanni Paolo II una prostituta sieropositiva, commossa, simbolo di tutte quelle ragazze che voleva affrancare dalla schiavitù degli sfruttatori e dei clienti. Spesso durante gli incontri si allontanava e si metteva a pregare, anche nelle situazioni più difficili e prendenti. Impegno e spirito. Uomo e Dio. «Ho sempre avuto in mente che non bisogna avere paura del male che c’è nel mondo, ma del bene che manca». Per questo dava fiducia ai suoi e li incoraggiava, con una presenza discreta e sempre piena di entusiasmo, che coinvolgeva nella responsabilità e nelle decisioni. Lo scandalo per lui era rimasto scandalo e non era annacquato dalle analisi o dalle interpretazioni per cui non ci si commuove più per i milioni di bambini e bambine sfruttati sessualmente dai ricchi del primo mondo o i milioni di bambini di strada o quelli denutriti o malnutriti. Egli identificava nella logica del profitto e nella perversione che questo genera la causa di tanta sofferenza. Sapeva chiamare le cose con il proprio nome e nella complessità dei problemi - che non ignorava ma nella quale non perdeva quello che conta - rischiava di persona. Diceva: «Gli uomini si sono rassegnati. I giovani non sono più in grado di ribellarsi. Il silenzio dei “buoni” è il fiancheggiatore principale di questa società disumana. Ribellatevi, non con la violenza, ma con la vita, senza mai demordere. Perché è necessario ribellarsi? Le motivazioni potrebbero essere molte e di varia natura, ma io ho scelto di partire proprio dalla Parola di Dio e dai Padri della Chiesa. La parola della Bibbia non solo nutre la vita dei credenti ma illumina anche il cammino dei non credenti». Da uomo di fede qual era sognava la prima comunità dei cristiani, dove tutto era in comune, che aveva un cuor solo e un’anima sola e dove nessuno diceva sua proprietà ciò che gli apparteneva perché tutto era comune. Giovanni XXIII diceva che «il superfluo è ciò che manca nel piatto dell’altro», amava ripetere. È stato un testimone autentico di quel Signore che ha camminato a lungo e che ci ha insegnato ad incontrare il nostro prossimo per strada.  

Don Matteo Zuppi parroco di Santa Maria in Trastevere