Convegno del Clero - 2 settembre 2008
Intervento di mons Luciano Monari, vescovo di Brescia
È un anno ormai che sono a Brescia come vescovo e, ritrovandomi oggi con voi, il primo atteggiamento non può essere che quello del rendimento di grazie. Benedico il Signore che, senza considerare i miei meriti, mi ha chiamato a servirlo e annunciano in questa straordinaria chiesa, resa bella dalla sua storia, dai suoi santi, dalle tante stupende figure di credenti che l’hanno arricchita attraverso i secoli. Se è vero, come è vero, che ogni briciolo di fede viene dal Signore, che la carità fiorisce dove lui, il Signore, opera, debbo riconoscere che qui, a Brescia, il Signore ha veramente operato. Il numero e la qualità delle opere che portano l’impronta della fede è impressionante e ne benedico il Signore; gli 840 preti, i numerosi religiosi, religiose, missionari, i laici dedicati al servizio degli altri costituiscono un esercito notevole che ha suscitato in me l’ammirazione e la riconoscenza. Per numeri ben minori san Paolo poteva scrivere: “Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza…, nessun dono di grazia più vi manca mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo.”
A questo primo e fondamentale ringraziamento ne aggiungo un secondo che mi riguarda personalmente. Sono venuto in mezzo a voi come un estraneo che conosceva poco di Brescia ed era conosciuto da pochi; eppure sono stato accolto con affetto da tutti: dal presbiterio, dai religiosi, dai laici, dai giovani e dagli anziani. Non posso proprio lamentarmi di nulla; in questi mesi ho ricevuto tutto ciò di cui avevo bisogno e anche molto di più. Anche i mesi che ho trascorso al centro Paolo VI non sono stati di peso, ma al contrario, per la premura di tutto il personale, mi sono sentito effettivamente a casa mia. Anche di questo ringrazio il Signore e voi tutti e prego che quanto generosamente mi avete donato di affetto e di comprensione rifluisca su di voi sotto forma di gioia e di consolazione.
Passato un anno, è utile fare il punto della situazione, provvisorio s’intende, per vedere meglio dove siamo e dove stiamo andando. Come ho detto fin dall’inizio, ritengo mio primo compito quello della edificazione del presbiterio. So che senza un presbiterio gioioso e attivo nella fede il mio ministero è nullo. Quando dico ‘edificare il presbiterio’ intendo contribuire a creare tra noi legami di conoscenza, di affetto, di collaborazione, di condivisione che ci permettano di sentirci solidali nel servizio pastorale che siamo chiamati a prestare a questa chiesa. Non è un obiettivo facile da raggiungere. Abbiamo alle spalle una lunga tradizione nella quale del parroco veniva giustamente sottolineata la responsabilità personale nei confronti della sua parrocchia – la responsabilità del del pastore nei confronti del suo gregge, ma anche la sua autonomia, l’autonomia del parroco nella parrocchia. Abbiamo attorno a noi una società nella quale la percezione della libertà del soggetto è così forte che rischia di cancellare ogni senso di comunione e di corresponsabilità verso gli altri. Per questo non è facile percepire quello che è proprio del ministero presbiterale: il fatto che è un ministero comunitario, che può essere svolto correttamente solo assieme agli altri presbiteri, attorno il proprio vescovo. Voglio dire che l’attività pastorale svolta da ciascuno è autentica solo se si salda con l’attività pastorale degli altri in modo da comporre un unico disegno di Chiesa con un’unica struttura di ministero. L’obiettivo di questa comunione non è tanto quella di una maggiore efficienza, quanto quello di una più precisa identità del presbitero. Il presbitero agisce in persona Christi; e sarebbe paradossale incontrare due persone che, agendo entrambe in persona Christi, non si parlano, non si accettano, non armonizzano il proprio servizio uno con l’altro. Divideremmo Cristo, lacerandolo con le nostre divisioni. Ugualmente il presbitero agisce come rappresentante della Chiesa; vuol dire che la Chiesa deve potersi riconoscere nella persona, nella fede, nel servizio del prete. E anche qui sarebbe paradossale che l’unica Chiesa fosse rappresentata da presbiteri in discordia tra di loro o anche solo indifferenti uno all’altro. L’unicità del vescovo è al servizio di questa comunione e così la intendo. Non ho nessuna cupido di comandare, nessuna volontà di emergere. Desidero solo spendere i pochi anni che mi restano per il Signore e per la Chiesa. So i miei limiti (almeno ne conosco molti) e confido nella misericordia del Signore e sulla vostra comprensione; ma vorrei presentarvi al Signore come un presbiterio concorde, ricco nella varietà dei doni e dei carismi, unificato dal vincolo della fede e della unica carità. Questo, come dicevo, è il compito che ritengo primario.
Non è facile. Anche solo conoscere tutti i preti bresciani è compito immane; soprattutto alla mia età, quando la memoria non è più così vivace e imprimere i lineamenti di ciascuno richiede molto tempo e più incontri. Per questo ho deciso di percorrere, nei prossimi mesi, una settimana dopo l’altra, tutte le 32 zone della diocesi e, in ciascuna, incontrare tutti i preti; alla fine avrò ancora confusione in testa, ma spero che poco alla volta le figure, i volti e le storie si chiariscano. Sarà una visita solo ai preti; le eventuali celebrazioni saranno marginali; lo scopo è proprio solo di conoscervi meglio e di stabilire con voi un legame di affetto. Vorrei che vi sentiste a vostro agio col vescovo. La regola della segreteria è che se i preti chiedono udienza vengono sempre ascoltati e subito (con la eccezione, s’intende, dei giorni in cui sono fuori sede), in settimana; non ci debbono essere attese lunghe. Per questo non fatevi scrupolo a venire. Non posso naturalmente promettervi di risolvere tutti i problemi; posso però promettervi, e questo lo faccio lealmente, di portarli insieme con voi con amicizia.
Vorrei, in questo modo, cercare di esprimere nei fatti quella che chiamo l’etica del presbiterio e cioè quel tipo di rapporto dei preti tra loro e col vescovo che corrisponde alla natura del presbiterio stesso: rapporto di unità e collaborazione, di fraternità e amicizia. Vorrei non sentire mai un prete parlare male di un altro, interpretare male le sue intenzioni, considerarlo nemico o estraneo; vorrei che sparissero le lettere anonime, le condanne, i giudizi cattivi, le scomuniche private e che il presbiterio apparisse quello che è: il tessuto connettivo del corpo di Cristo e quindi un tessuto di fraternità e di comunione. Non sono un illuso: so bene che non ci sarà mai sulla terra il presbiterio ideale; ma so che il presbiterio è esattamente questo. Certo, non sarò pienamente cristiano fino a quando non avrò dato la vita per il Signore; e non saremo pienamente presbiterio fino a quando non ci saremo consumati del tutto nella costruzione della comunione. Ma non posso rinunciare a edificare il cristiano in me e non possiamo rinunciare a edificare il presbiterio in noi.
Questo, naturalmente, richiama il tema decisivo della nostra formazione e della nostra vita spirituale. Edificare un presbiterio come Dio comanda significa superare di slancio i nostri egoismi e i nostri orgogli e buttarci con tutto noi stessi nell’avventura della fede. Non è facile per nessuno e non lo è nemmeno per noi. Perchè in concreto respiriamo in questi anni quelle trasformazioni profonde di cui siamo stati testimoni ed è addirittura banale ricordare che viviamo nella ‘città secolare’. Ma l’affermazione è importante da ricordare. Se pochi decenni fa il riferimento a Dio e il primato di Dio doveva essere spontaneo, oggi non è più così; e se alcuni valori venivano considerati intoccabili, oggi non è più così; e se un tempo l’obbedienza alla vita precedeva la scelta personale, oggi non è più così. Il sì alla vita che viene dato non è il sì della fede al Dio che mi ama e che mi chiama a vivere, è invece un sì che ciascuno dà alla vita che lui liberamente o arbitrariamente si sceglie. La vita è quella che io faccio di me, e il sì che io dico alla vita è quello a questa mia immagine di vita, non a quella che viene dal Signore con la sua vocazione, ma quella che io mi do con i miei desideri e le mie preferenze. E purtroppo nemmeno noi siamo immuni da questa dislocazione di valori perchè la respiriamo, entra dentro l’immaginario, al modo di sentire le cose.
I segni di questa secolarizzazione che ci coinvolge sono chiari, solo che ci pensiamo un attimo; ad esempio: il posto meno centrale dato alla liturgia delle ore. La preghiera cristiana si colloca in un’esistenza ‘dialogica’ dove il desiderio dell’uomo si confronta seriamente con la volontà di Dio e assume questa volontà come motivazione decisiva delle proprie scelte. Ma l’uomo di oggi non riesce a capire la preghiera in questo modo; la percepisce solo come un’esperienza religiosa che può favorire la sua serenità, il suo equilibrio. Per questo la preghiera non appare più un ‘dovere’ ma è un’opzione personale che può essere diminuita o modificata o dismessa a piacere. È accaduto, così, che alcuni hanno abbandonato la preghiera della liturgia delle Ore. Non per cattiva volontà, ma per la fatica di comprenderne il significato e il valore. La liturgia delle Ore s’impone a noi dal di fuori, esprime l’iniziativa di Dio alla quale siamo, per così dire, ‘costretti’ a rispondere secondo i suoi parametri e non i nostri. E questo è incomprensibile per l’uomo secolare: l’uomo secolare capisce meglio la scelta di momenti e di modalità di preghiera che rispondano ai suoi bisogni psicologici e spirituali. Può andare fare una bella giornata in un monastero in silenzio, ma in questo modo, se ci pensiamo un attimo, Dio diventa una energia spirituale da mettere al nostro servizio, al servizio della edificazione di quello che desideriamo diventare. Mentre l’ottica corretta è opposta, è quella del vedere la mia vita in funzione della chiamata del Signore.
Il secondo segno chiarissimo è il venire meno del sacramento della penitenza; è un sacramento che suppone una lettura della propria vita alla luce della parola di Dio e della sua volontà. Non è che sia venuto meno il senso degli errori che si possono compiere: siamo bravissimi a vedere e riconoscere e additare gli errori degli altri; e quindi vediamo anche i nostri solo se non siamo ipocriti. Ma l’ottica è diversa: è l’errore che io commetto nell’esecuzione di un compito che mi sono assegnato, non un peccato che offende Dio; starò male per i miei errori, ma non riesco a percepirli come offesa, lesione del rapporto con un Altro. Da qui l’incapacità di chiedere perdono, di comprendere il bisogno della redenzione, della giustificazione, della riconciliazione che sono tutti concetti che richiamano un legame, una dipendenza da un altro.
Il terzo segno è la scomparsa dell’ascesi. Forse un tempo si esagerava proclamando l’ascesi come un valore in se stessa, per dimostrare a se stessi la propria forza di carattere. Ma l’ascesi è inevitabile tutte le volta che voglio davvero misurarmi con un altro e con le sue esigenze. Se all’amico impongo sempre i miei desideri, è difficile che l’amicizia superi della grandi tempeste. E con Dio è così; Dio ha il suo carattere e se voglio vivere con Lui, in Lui, non posso che adattarmi a questo carattere. Ed è difficile che questo processo di acclimatazione a Dio possa svolgersi senza rinunce o sacrifici. C’è una dimensione di lotta spirituale che non si può cancellare.
Quello che voglio dire è che la religiosità contemporanea (e, se siamo sinceri anche la nostra) rischia di perdere il senso dell’alterità nel rapporto con Dio e di diventare (la religione) una funzione del soggetto che si guarda allo specchio e cerca di migliorare la qualità della sua vita secondo i suoi desideri. Tra i motivi per cui la Lettera Pastorale tratta della parola di Dio c’è, e non ultimo, anche questo: la parola obbliga, se viene presa sul serio, a impostare il rapporto con Dio secondo uno stile dialogico nel quale la soggettività di Dio, la sua libertà davanti a me, il fatto che è un altro, è del tutto salvata anzi ha il primato. Quella parola non la faccio io, non sono i miei desideri, è il tu di Dio che mi viene incontro con la sua libertà, con la sua soggettività e io devo fare i conti con quella cosa lì.
Il futuro si giocherà sulla qualità di umanità che questo rapporto con Dio è in grado di costruire in noi. Noi siamo convinti che l’uomo diventa uomo solo attraverso il rapporto con gli altri e che il rapporto con l’Altro lo rende più uomo. Ne siamo convinti; ma dobbiamo dimostrarlo nei fatti. Solo se riusciremo a mostrare un’umanità matura che nasce dalla fede, solo allora la fede apparirà in tutto il suo valore e in tutta la sua verità. Questo è quello che sta dietro anche alla Lettera Pastorale.
Naturalmente la vicenda che più ha colpito la vita del nostro presbiterio in questo anno è l’accusa rivolta a don Marco Baresi, vicerettore del nostro seminario. Ho piena fiducia che il processo possa mostrare l’innocenza di don Marco. Mi danno questa fiducia le diverse testimonianza che su don Marco mi sono giunte da tante parti (da preti, laici, da persone che sono state accompagnate da lui nel cammino spirituale) e che rendono l’accusa difficilmente credibile. Ma, indipendentemente dall’esito che avrà il processo, il nostro presbiterio ha sofferto, e in particolare ha sofferto il seminario; e questa ferita non è sanabile del tutto, ce la porteremo dietro come presbiterio e come seminario. Mi sono chiesto che cosa il Signore ci voglia dire con questi fatti; che cosa si attenda da noi; come sia possibile, per noi, fare un uso buono di questa sofferenza in modo che non prevalga l’avvilimento ma si accresca la fede. E mi è venuto in mente anzitutto quel versetto del salmo 119 che dice: “È bene, Signore, perché mi hai umiliato, perché io impari a obbedirti”. (Sì 119,71). Credo voglia dire che le umiliazioni, anche quelle non meritate, e forse soprattutto quelle non meritate, hanno sempre una forza di purificazione; ci costringono a rivolgere il nostro sguardo al Signore, attendendo da Lui e da Lui solo il suo aiuto. “A Te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli.
Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava alla mano della sua padrone, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi. Pietà di noi, Signore, pietà di noi, già troppo ci hanno colmato di scherni, noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi” (S1 123).
Guardando al Signore, troviamo in Lui, motivo di fiducia e di speranza; certo il Signore non ci abbandona. Nello stesso tempo percepiamo nel modo più chiaro quanto oggettivamente siamo legati gli uni agli altri. Se la responsabilità giuridica e penale è strettamente individuale, il presbiterio nella sua interezza porta le gioie e le sofferenze, la virtù e i limiti di ciascuno. Questo deve renderci attenti e responsabili perchè, che lo vogliamo o no, noi impegniamo tutti nel nostro cammino. Anche i nostri pensieri nascosti, anche i desideri interiori non sono neutrali: essi accrescono o diminuiscono la temperatura spirituale del presbiterio intero. Per questo dobbiamo aiutarci a vicenda, sorreggerci a vicenda, esortarci o correggerci a vicenda: il bene di tutti dipende dall’impegno di ciascuno. Non ci sono mai nella vita dell’uomo dei comportamenti liberi che siano effettivamente neutrali, che non lascino il segno. Questa è una delle illusioni dell’uomo di oggi che fare una cosa o non farla alla fine è la stessa cosa. Ogni scelta libera che facciamo lascia una segno positivo, o negativo, dentro di noi, ci costruisce o ci rovina un po’. E questo inevitabilmente influisce sulla vita di tutti insieme.
Questa riflessione mi porta ad affrontare il problema che sta a cuore a tutti noi: quello del Seminario e delle vocazioni. Il numero dei seminaristi diminuisce, per di più quest’anno ci sono stati un numero notevole di dimissioni o di uscite dal seminario. Alcuni preti hanno sofferto per le scelte degli educatori responsabili del seminario e alcuni si sono interrogati sulla correttezza delle scelte fatte e a volte sono venute fuori anche delle accuse. Posso capire la reazione che nasce a volte anche proprio dall’amore del seminario. Vorrei, però, aiutare a capire il mio atteggiamento e quello degli educatori in seminario. È fuori discussione che la valutazione dell’idoneità al presbiterato è tutt’altro cha facile, non è mai stato facile riconoscere se un ragazzo è adatto o non adatto al presbiterato. Tanto più oggi che i giovani sono sfuggenti: hanno dietro alle spalle dei vissuti, di cui nemmeno loro sono pienamente consapevoli e che in qualche modo li condizionano nei loro sentimenti e nei loro comportamenti. Quindi la valutazione è tutt’altro che facile. Mi sembra che sia doveroso, per il vescovo che impone le mani, scegliere, in questo campo, il tuziorismo; voglio dire che è meglio dimettere un seminarista che sarebbe anche potuto diventare un bravo prete piuttosto che ammettere al presbiterato uno che non è adatto. Dico questo con sofferenza, perché so il bisogno che abbiamo di preti e il dono che ogni prete rappresenta per la nostra chiesa. Ma so anche che la vita di un prete non è facile e che al prete si richiedono prestazioni umanamente alte: nella pazienza, nello spirito di abnegazione, nel servizio generoso, nell’obbedienza, nella fedeltà, nella castità. Pensate alla descrizione che Paolo fa della sua vita di apostolo nella seconda lettera ai Corinzi (6,3-10). Paolo comincia questo brano dicendo “Non diamo scandalo a nessuno perché non venga biasimato il nostro ministero”. Dio solo sa quante rinunce comporti la scelta di questo stile di vita; quanti torti subiti, quante offese perdonate, quanti sacrifici sopportati? E’ proprio perchè non vogliamo dare scandalo a nessuno siamo costretti volentieri, ma in qualche modo è un’imposizione, a portare una pazienza infinita. Eppure la vita del prete è così e se un prete, anche con motivazioni reali, disgusta le persone l’effetto inevitabile è un’ombra sul presbiterio in quanto tale. Per questo bisogna che un prete abbia quell’equilibrio sufficiente che gli permette di dominare i suoi impulsi e di presentarsi sempre affabile se non altro perchè sa, direbbe san Paolo, che il Signore è vicino. D’altra parte i giovani di oggi si portano spesso dietro ferite psicologiche profonde che li segnano e che rendono loro difficile la fedeltà, la mitezza, il confronto sciolto con gli altri. In molti casi diventa meglio indicare ai giovani altre strade perché la via del sacerdozio diventerebbe per loro motivo di tensioni gravi e per gli altri fonte di sofferenze.
Capite da questo la difficoltà che comporta l’accompagnamento spirituale dei seminaristi; il bisogno e la fatica di trovare itinerari che li conducano verso un’autentica maturità umana e verso una scelta di fede consapevole e irrevocabile. In questa prospettiva desidero esprimere davanti a voi la mia piena fiducia negli educatori del Seminario: hanno forse il compito più difficile e delicato nel presbiterio e lo svolgono con tutto l’impegno. Quando prendono una decisione non la prendono a cuor leggero. Certo, possono sbagliare, è possibile che sbaglino; purtroppo non ci sono ricette efficaci per evitare ogni errore; ma la competenza c’è; la purezza d’intenzioni anche; e così lo spirito di fede. A loro sono riconoscente e mi sento con loro in piena sintonia. D’altra parte il visitatore apostolico, mons. Bassetti, che ha visitato il nostro seminario dopo Pasqua, ha dato una valutazione molto positiva della vita seminaristica e del lavoro degli educatori. Anche a voi chiedo di essere vicini al Seminario con la preghiera e con la stima; di confrontarvi apertamente con gli educatori ma di non mettervi contro di loro perchè questo sarebbe dal punto di vista educativo deleterio.
La diminuzione del numero dei preti che stiamo sperimentando non è, purtroppo, un problema solo di Brescia. Quasi tutte le diocesi dell’Italia lo sperimentano perchè alla radice ci sono cause diffuse e profonde. A partire dal calo demografico: cala il numero dei figli e soprattutto buona parte delle famiglie hanno un figlio solo. Caro mio, rinunciare al figlio solo che mantiene la razza è per i genitori notevolmente difficile oltre alle difficoltà dei ragazzi per lo stile di vita e per l’ottica nei confronti di un ministero che richiede sacrifici. E’ evidentemente meno appetibile la figura di un prete in una società che non gli dà un peso e un riconoscimento di status significativo. I motivi sono molti vari.
Brescia ha in realtà un vantaggio rispetto alle altre diocesi, cioè la presenza di una straordinaria rete di oratori che ci permettono un lavoro educativo preziosissimo con i giovani; non sono tante le diocesi che hanno il numero di giovani da accompagnare negli oratori come la diocesi di Brescia; tuttavia dobbiamo realisticamente ammettere che il vissuto dei giovani bresciani non è profondamente diverso da quello di altre province, cioè che la concezione della vita non progettuale ma consumistica, che l’assenza di regole nei comportamenti che riguardano la sessualità, che la difficoltà di fronte alle rinunce, ci sono per i giovani bresciani come per tutti. Quindi non possiamo illuderci che di fronte a un vissuto (frammentato, egocentrico e a volte anarchico) sia facile per un giovane prendere in considerazione la possibilità di farsi prete. Questo non significa che non abbiamo carte da giocare. Ne abbiamo e credo ottime perché la società consumistica di oggi in realtà non riesce ad offrire delle gioie profonde alle persone, offre delle soddisfazioni ma queste sono un’altra cosa. La soddisfazione risponde a un’esperienza immediata; la gioia sta dentro a una esistenza che risponde a una ricerca di valori, a una costruzione di progetti, a una trasformazione artistica in qualche modo della propria esistenza. Da questo punto di vista Gesù Cristo è straordinario, è una possibilità immensa di umanizzazione e di motivazione della propria vita nella gioia e nella sofferenza. L’esperienza della Chiesa è una possibilità affascinante per dare un senso alla vita. Ma bisogna che offriamo ai giovani la possibilità di “gustare e vedere come è buono il Signore”, di rendersi conto di quanto sia portatrice di gioia la vita di fede. Dobbiamo offrire esperienze forti nelle quali si colga la densità dell’esperienza cristiana. Ne ricordo semplicemente tre: gli esercizi spirituali in silenzio: senza l’esperienza degli esercizi è difficile che un giovane possa prendere una decisione che riguarda e impegna tutta la sua vita significativa e profonda perchè il vissuto quotidiano non glielo permette, gli mette davanti tutta una serie di pensieri e immagini dove la possibilità di una scelta per la vita non c’è; l’adorazione eucaristica, anche qui in silenzio perchè lo stare davanti al Signore in silenzio, eventualmente con la parola di dio, è una di quelle esperienze che obbligano una persona ad interrogare la sua vita: o si annoia o si lascia in un qualche modo illuminare dalla presenza del Signore e riflette sulla sua esperienza; la terza cosa è naturalmente l’accompagnamento e la direzione spirituale; la quarta cosa è un servizio impegnativo ai poveri, cioè quel servizio impegnativo che non sia solo volontariato, ma un toccare la carne dei poveri e sperimentare la fatica, a volte la ripugnanza ma la gioia che viene da questo atteggiamento di amore che nasce dal Vangelo.
Credo che la pastorale vocazionale debba insistere su queste dimensioni per garantire decisioni radicate nel profondo del cuore.
Quando sono venuto a Brescia ho trovato avviato il progetto di Iniziazione Cristiana dei Fanciulli e dei Ragazzi. E su questo progetto ho riscontrato molti consensi e qualche critica. Desidero allora chiarire la mia posizione. Che esista un problema dell’Iniziazione Cristiana è fuori discussione; lo vedrebbe anche un cieco alla semplice considerazione che siamo passati da una società culturalmente cristiana a una società culturalmente secolare. Che una mutazione così profonda possa andare senza trasformazioni sulle modalità di iniziare alla fede non è pensabile. D’altra parte questo è stato detto apertis verbis nell’Assemblea dei Vescovi dedicata al problema. E evidente che dobbiamo percorrere vie nuove e che queste vie nuove debbono avere un’ottica catecumenale di iniziazione all’esperienza cristiana globale, non solo catechistica; debbono coinvolgere le famiglie perché solo loro sono in grado di accompagnare efficacemente i ragazzi alla maturità di fede; questi progetti debbono muoversi con una certa indipendenza dallo schema scolastico perché le esperienze dei ragazzi dal punto di vista della fede saranno sempre più differenziate e richiederanno tempi e modi differenziati difficili da ricondurre a uno schema prefissato. La proposta bresciana prende atto di questa situazione e propone un cammino serio e preciso nelle sue mete, nei suoi passaggi. È una scelta perfetta? Sarebbe stolto dirlo; nessuno è oggi in grado di anticipare il futuro e definire con esattezza le scelte necessarie. E chiaramente una proposta motivata e organica. Per questo ho abbracciato senza riserve il progetto e mi propongo di sostenerlo con decisione. Ripeto: non dico che sia perfetto. Dico, però, che risponde a un bisogno autentico e vi risponde in modo pensato e intelligente. Tra qualche anno si potrà fare una verifica e completare o correggere quello che apparirà non adeguato. Ma se adesso non c’impegniamo con tutte le nostre forze in questo progetto, non sapremo mai se è giusto o sbagliato o in quali parti sia da correggere o da migliorare. E sempre così nella vita: se uno non s’impegna seriamente in quello che fa, non saprà mai se deve fare quello o qualcos’altro. I riscontri che finora ho avuto da chi ha attuato il progetto sono molto positivi. Non miracolosi, certo, ma nessuno può pretendere un successo totale della iniziazione alla fede in una società come la nostra dove una buona percentuale delle loro famiglie è in crisi o non vive coerentemente la fede. Mi sembra, però, che le famiglie dei credenti si siano svegliate e stiano assumendo una responsabilità più consapevole nei confronti della fede dei figli; e questo mi sembra un ottimo risultato. Sempre entrando in diocesi ho trovato un lavoro avviato sulle Unità Pastorali. Desidero proporvi anche una riflessione sulle UUPP e sulla pastorale integrale: due prospettive complementari che ci possono aiutare a migliorare la nostra attività pastorale in vista di una maggiore significatività. Col termine Unità Pastorale s’intende l’unità organica di alcune parrocchie che, insistendo su un territorio omogeneo, si danno un unico programma pastorale al quale contribuiscono tutti gli operatori delle diverse parrocchie; insomma, in un’UP le singole parrocchie non si danno un programma pastorale autonomo ma si inseriscono in un programma comune deciso insieme. Lo scopo delle Unità Pastorali è quello di permettere una pastorale organica a tutto campo che in alcune parrocchie non sarebbe possibile per la loro dimensione o per la scarsezza di forze. Col termine pastorale integrale s’intende, invece, il tentativo di collegare nel modo più armonioso ed efficace tutti gli interventi pastoralmente rilevanti che vengono messi in atto in un territorio (l’attività dei preti, ma anche quella dei religiosi e delle religiose; della pastorale sanitaria negli ospedali e case di cura; della pastorale scolastica; dell’impegno culturale e così via). Come si vede le due espressioni sono strettamente collegate e, in parte, sì sovrappongono. Quali sono le esigenze che giustificano questa insistenza? Dal punto di vista concreto naturalmente il calo del numero di preti ci obbliga a economizzare le forze, ma questo è secondario. Ma anche, e soprattutto, la grande mobilità dell’uomo d’oggi. L’uomo d’oggi non vive nella parrocchia, vive anche nella parrocchia, ma si muove e vive tutta una serie di esperienze che superano la possibilità pastorale di una parrocchia. Bisogna fare in modo che quello che facciamo in una parrocchia si colleghi quanto più possibile con le altre e con la diocesi in modo che il servizio che prestiamo raggiunga l’uomo in tutto il suo vissuto. Una parrocchia, col suo impegno, può cogliere alcune dimensioni importanti della vita delle persone (momenti significativi; la catechesi, i sacramenti) ma non riesce ad accompagnare la persona in tutti gli ambiti importanti della sua vita. Eppure si tratta di dimensioni decisive nel vissuto delle persone; una pastorale che non le consideri rischia di diventare marginale, incapace di incidere sulle scelte importanti della vita.
La diocesi di Brescia ha fatto la scelta delle UUPP e desidero procedere in questa linea; con calma, senza imposizioni rigide, ma progressivamente. Tutto parte quando da una pastorale semplicemente eseguita si passa a una pastorale pensata poi decisa poi eseguita; cioè quando si comincia a programmare la pastorale. Allora si può fare riferimento a un moderatore (uno dei parroci delle parrocchie interessate), a una équipe pastorale (l’insieme di tutti gli operatori pastorali permanenti), a programmi decisi prima e verificati poi nei Consigli Pastorali. È uno stile di azione nuovo che suppone uno spirito collaborativi e un impegno di fede da parte di molti. Se riusciamo ad andare in questa direzione avremo davanti a noi possibilità più ampie e positive. Il problema del futuro, infatti, ci deve
occupare fin da ora. Ci troveremo ad operare con un numero di preti inferiore a quello attuale e non dobbiamo lasciarci sorprendere; abbiamo il tempo per affrontare il futuro in modo consapevole e non doverlo subire passivamente. Ma bisogna che ce ne facciamo carico tutti, fin d’ora. Si pone il problema di rinventare la pastorale sul territorio. Ad esempio. Si porrà inevitabilmente, in futuro, il problema delle strutture pastorali. Queste sono state edificate da un presbiterio di 900/1000 preti; quando i preti saranno 300 o 400 il rischio sarà quello di non riuscire a seguire tutto. Oppure che l’impegno di seguire tutto assorba ed esaurisca le nostre forze. C’è il rischio che la quantità di strutture ci soffochi. Le vie che abbiamo davanti sono essenzialmente due: la prima è quella di tagliare alcune attività; la seconda è quella di affidarle ad altri responsabili. Bisogna quindi che riflettiamo su quali attività sia possibile tagliare perché si tratta di rami secchi ormai poco utili; e quali,invece, siano da affidare a laici o a istituzioni. In questo ho bisogno del vostro consiglio. Se vogliamo fare qualcosa di sensato dobbiamo procedere insieme, discernere insieme, portare insieme il peso della transizione. Per questo stesso motivo vi chiedo di andare adagio a costruire strutture nuove perché le strutture debbono essere mantenute e questo esige un prezzo alto sia dal punto di vista economico che burocratico.
Ai primi di ottobre quattro nostri preti inizieranno il loro servizio a Rivoli, avevo chiesto la disponibilità nella messa del Giovedì Santo e, benedico il Signore e il presbiterio bresciano, sono arrivate una decina di disponibilità. Abbiamo fatto una piccola èquipe che partirà per Rivoli con un’esperienza nuova: sono state affidate loro quattro parrocchie (circa 40mila abitanti) e serviranno queste parrocchie facendo vita comune. Vivono insieme nella parrocchia centrale e servono tutte le altre parrocchie. Perchè questa scelta? Il Cardinale l’aveva chiesto a mons. Sanguineti, c’era stato un consenso di massima ma poi la cosa non era andata in porto. A me è sembrata una buona opportunità. La chiesa di Torino ha bisogno molto più di noi, nel senso che è una chiesa enorme e in un contesto molto più secolarizzato che il nostro. Torino è difficile come città dal punto di vista culturale, nonostante i Santi dell’Ottocento. Ci sono anche dei centri di anticlericalismo notevolmente robusti: il bisogno c’è. Mi hanno sempre insegnato che il Signore è generoso e che se qualcuno gli regala qualche cosa gli torna indietro con i frutti abbondanti. Spero che il Signore ci doni un numero notevole di vocazioni perchè anche noi ne abbiamo bisogno. Spero che questi quattro preti ci diano qualche modello e ci aiutino in quello che in qualche modo dovremo affrontare anche noi, cioè a confrontarsi con un secolarismo e un’indifferenza che non è ancora tale a Brescia. Ma non siamo immuni dai virus: purtroppo vanno oltre i confini diocesani o provinciali. La sfida di Torino può anticipare alcune cose del cammino pastorale che dovremo fare noi in futuro. Per tutti questi motivi mi è sembrato che avessimo da guadagnare come diocesi, per noi quattro preti in meno sono chiaramente una perdita però non ci scardinano l’attività pastorale. Spero che possano venire fuori là questi frutti.
In ciascuna zona dovrete raccogliere i pareri per vedere se vale la pena costituire i vicari territoriali. Ragionate solo dal punto di vista del bene pastorale della diocesi, se vi sembra che sia utile.
Vi ringrazio con tutto il cuore per quello che siete e fate, per il servizio al presbiterio e per il servizio che fate nelle vostre parrocchie. Benedico il Signore per voi e chiedo al Signore che vi sostenga con un coraggio e una forza grande e che vi aiuti a trasformare sempre le tribolazioni che accompagnano la vita del prete non in avvilimento, ma in fede e in speranza. La fede e la speranza sono solide perchè sono fondate su Dio e non semplicemente su quello che noi sperimentiamo in quel momento. Allora se siamo fondati su quello il futuro è aperto e sicuro.