Biografia del Beato mons. Luigi Biraghi 

 

Come il nardo s’intitola questo libro, dedicato alla vita e alla spiritualità di monsignor Luigi Biraghi, beato della Chiesa ambrosiana dal 30 aprile 2006. L’Autore, don Ennio – come preferisce lo chiamino gli amici e i maestri, quale io stesso sono stato per lui – ama far ruotare intorno ad una pagina evangelica le vite delle persone che presenta alla diocesi di Milano, quando il Santo Padre ne decreta la beatificazione o la canonizzazione. Non è un caso, allora, che anche la vita dell’altro beato del 30 aprile 2006, don Luigi Monza, abbia per titolo Dare la vita. Di questo fondamento evangelico per le vite dei nostri beati e santi non possono non essere assai grato a don Ennio. In questo modo egli ci ricorda che ogni beatificazione è compiuta, non tanto per esaltare il nuovo beato, quanto per riceverlo quale esempio che Dio stesso ci dona. È un esempio che nasce dal basso, tra noi suoi fratelli, dal popolo di Dio che è la Chiesa, profondamente amata dal beato e, nel caso di monsignor Biraghi, servita nel ministero sacerdotale. Di questo esempio, che sorge dal basso, è segno sempre affascinante la fama di santità: perché la gente lo ha trovato e ancora lo trova a sé congeniale, lo sente come amico in cui confidare, come modello da imitare, percependo in lui l’autentico cristiano? La fama di santità è in se stessa un mistero, una manifestazione dello Spirito: come cresca e come si diffonda nel tempo e nello spazio non si riesce mai bene a stabilire. D’altronde, lo ha detto anche Gesù: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa» (Marco 4, 26-27). Della fama di santità si prende atto: ci si inchina davanti a questa voce di popolo, che appare – a chi sia incaricato di verificarla – voce stessa di Dio, che parla nei suoi figli come nella sua Parola. Proprio per questo, ogni beato è un dono, un esempio verificato, sottoposto al discernimento della Chiesa. È il cosiddetto processo o inchiesta, che nella sua scrupolosità tende ad una cosa sola: garantire la verità, perché Dio è verità e non può tollerare menzogna o inganno. Ed anche noi credenti in Cristo siamo chiamati alla verità, come ci ricorda l’apostolo: «Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo» (Efesini 4, 15). Anche nel discernimento sui santi, la Chiesa cerca la verità: la cerca con scrupolo e con serenità, convinta che nessuno può calpestare la verità, se non per breve tempo. La verità trionfa sempre, proprio per la forza interiore che la abita, come felicemente si è espresso il Concilio: «La verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore» (Dignitatis humanae, n. 1). È bello e giusto ricordare anche che ogni beato è un dono, un esempio che ci è offerto – se così possiamo dire - dall’alto. È il senso del miracolo, che Giovanni Paolo II richiedeva per ogni beatificazione o canonizzazione. Il motivo è pienamente comprensibile, se pensiamo che cosa è il miracolo: un segno eccezionale, che esce dall’ordinarietà e fa riferimento alla preghiera, all’intercessione. Esso, quindi, ci apre alla percezione stessa della presenza di Dio, della sua benevolenza e della sua vicinanza all’uomo. Ed è ben possibile, se crediamo nelle parole di Gesù, che esortava proprio chi era nel bisogno: «Venite a me voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò» (Matteo 11, 28). Il desiderio di Dio è il bene dell’uomo, la sua riuscita umana, perché Dio lo ha creato non per il dolore ma per la gioia, non per la morte ma per la vita. Proprio per questo i miracoli e le guarigioni sono possibili: Dio non vuole la morte ma la vita (cfr. Ezechiele 18, 23), perché ha creato l’uomo non per la morte ma per l’immortalità: «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità», poiché lo ha fatto «a immagine della propria natura» (cfr. Sapienza 2, 23). Proprio per questo Dio chiama l’uomo ad essere santo e la Chiesa cerca nel miracolo quel segno che può darle la sicurezza - per quanto ovviamente è possibile all’uomo - che nel proclamare un beato o un santo sta prima di tutto obbedendo a Dio, sta accogliendo un dono che Dio offre alla comunità dei credenti e all’intera umanità. Non solo: il beato è un dono, un esempio scelto tra noi. Il beato – ancor più del santo – è figlio di una terra e rimane legato alla terra, alla comunità ecclesiale in cui la sua santità è germogliata e cresciuta. Monsignor Biraghi, dunque, è un dono di Dio per noi, figli e figlie di questa Chiesa ambrosiana, che già nel nome fa riferimento al Santo – Ambrogio – che l’ha plasmata - potremmo dire: l’ha segnata – con il suo amore appassionato di vescovo, con la sua santità. Lo stesso potremmo dire dei beati che, così numerosi in tempi recenti, stanno arricchendo la storia di santità della nostra Chiesa di Milano. Tanto più potremmo dirlo di monsignor Biraghi. Anche il tempo della sua beatificazione è un segno: perché la Provvidenza ha permesso che fosse beatificato in questi nostri tempi, così distanti dalla sua morte, avvenuta l’11 agosto 1879? Credo si possa dire che questa sua beatificazione è un segno: ci vuole confermare quello che Giovanni Paolo II diceva spesso e che ha trovato una splendida sintesi in una frase della Lettera Operosam diem, indirizzata alla nostra diocesi il 1° dicembre 1996 in occasione del sedicesimo centenario della morte di sant’Ambrogio: «È proprio dei Santi restare misteriosamente contemporanei di ogni generazione: è la conseguenza del loro profondo radicarsi nell’eterno presente di Dio». Anche monsignor Biraghi, dunque, ha qualcosa da dire a noi ambrosiani di questo nuovo scorcio epocale. Penso ai preti, dei quali egli fu maestro e formatore. Penso ai laici, al mondo femminile, del quale si fece carico, fondando le Marcelline. Penso alle religiose: cosa può dire loro il fondatore di un Istituto religioso che ha attraversato gli oceani? Penso agli uomini di cultura, tra i quali egli non fu secondo, se i suoi studi permisero di trovare il luogo della tomba di Ambrogio e dei suoi due “difensori”, i martiri Gervasio e Protasio. Don Ennio ci fa percepire l’attualità del carisma di santità, del quale monsignor Biraghi è dispensatore dalla sua beatificazione solenne, decretata per volontà del Santo Padre, Benedetto XVI. Il Papa disse parole forti e commoventi ai giovani convenuti a Colonia per la Ventesima Giornata Mondiale della Gioventù nell’agosto 2005. Nella suggestiva Veglia di sabato notte, parlò ai giovani dei Magi e li presentò come i primi di una schiera che attraversa la storia dell’umanità: «È la grande schiera dei santi - noti o sconosciuti - mediante i quali il Signore, lungo la storia, ha aperto davanti a noi il Vangelo e ne ha sfogliato le pagine; questo, Egli sta facendo tuttora. Nelle loro vite, come in un grande libro illustrato, si svela la ricchezza del Vangelo. Essi sono la scia luminosa di Dio che Egli stesso lungo la storia ha tracciato e traccia ancora […]. I beati e i santi sono stati persone che non hanno cercato ostinatamente la propria felicità, ma semplicemente hanno voluto donarsi, perché sono state raggiunte dalla luce di Cristo. Essi ci indicano così la strada per diventare felici, ci mostrano come si riesce ad essere persone veramente umane. Nelle vicende della storia sono stati essi i veri riformatori che tante volte l’hanno risollevata dalle valli oscure nelle quali è sempre nuovamente in pericolo di sprofondare; essi l’hanno sempre nuovamente illuminata quanto era necessario per dare la possibilità di accettare - magari nel dolore - la parola pronunciata da Dio al termine dell’opera della creazione:  “È cosa buona”». Sono parole care a papa Benedetto. Non a caso le ha riprese sinteticamente nella sua prima Enciclica Deus caritas est del 25 dicembre 2005: «I santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore» (n. 40) I santi e i beati sono i veri rivoluzionari, perché attuano l’unica rivoluzione che può essere certa del successo: la rivoluzione dell’Amore. É la stessa rivoluzione di Dio, che chiede sempre all’uomo di vincere l’egoismo e la rassegnazione e di distendere quelle ali d’aquila che il Padre gli ha dato, perché potesse volare verso il suo Sole divino. È Dio stesso che desidera che gli uomini tendano a lui. Lo proclama nel distendersi storico della sua fedele e immutabile Alleanza. Dall’antico Israele al popolo dei suoi «amici» e «fratelli» l’invito è costante: «Siate santi, perché io, il vostro Dio, sono santo» (Levitico 11, 45); «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matteo 5, 48); «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Tessalonicesi 4, 3). È la grande missione che Giovanni Paolo II affidava alla Chiesa del terzo millennio con la Lettera Novo millennio ineunte: «In primo luogo non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità [¼]. È ora di riproporre a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione» (n. 30). Siamo dunque tutti impegnati ad affrontare questo cammino in salita, ben sapendo che nel percorrerlo non troviamo solo ostacoli, ma anche tanta pace, tanta gioia, tanto sorriso: quello, appunto, dei santi che ci incoraggiano, ci inebriano con il loro profumo, ci donano la forza per giungere alla meta dove loro ci attendono. Monsignor Luigi Biraghi è uno di questi amici che non si stancano di spronarci. Come tutti i santi, egli è un rivoluzionario di Dio, un innamorato del Vangelo. Per questo motivo, don Ennio ha pensato al profumo del nardo come simbolo eloquente, come immagine capace di fare luce sulla figura spirituale di questo beato sacerdote ambrosiano. Il profumo di nardo è il profumo dell’amore, scrive l’Autore ad un certo punto. Con questa frase, semplice ma efficace, egli centra la figura di monsignor Luigi Biraghi, vissuto in un secolo travagliato quale fu l’Ottocento, travagliato egli stesso dalle quotidiane pene che tutti dobbiamo affrontare, senza affanno né preoccupazione, ma con la pazienza e la mitezza che ci raccomanda il Signore Gesù: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano nè mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre […]. Osservate come crescono i gigli del campo […]. Non affannatevi dunque per il domani […]. A ciascun giorno basta la sua pena […]. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Matteo. 6, 25-34). Il profumo di nardo pervade la casa di Marta e Maria e del fratello Lazzaro. Il profumo di nardo, il profumo dell’amore si diffonde anche dove si trovano presone che ostacolano il cammino dell’amore o non lo comprendono, come accadde a Giuda, il quale osserva, forse con occhio cinico, lo spreco, l’esagerazione di Maria, dal momento che non comprende come Maria possa sprecare tanto, possa dare tanto, possa amare tanto quel Gesù che lui, Giuda, forse già più non accetta. Amor diffusivum sui, dicevano i Padri della Chiesa e i teologi. È bello allora che don Ennio concluda la vita del beato monsignor Luigi Biraghi, aprendola, dilatandola, lanciandola verso il futuro. Don Ennio termina le sue pagine offrendoci la preghiera, la testimonianza, di un giovane seminarista, Alessandro Galimberti, che il Signore ha chiamato al sacerdozio eterno del cielo prima ancora che potesse riceverlo qui sulla terra. Ricordo Alessandro: lo andai a trovare in ospedale pochi giorni dopo il mio ingresso in diocesi e lo ammisi io stesso tra i miei primi candidati al diaconato e al presbiterato. Un giorno, incontrandolo quando ormai la malattia lo segnava, mi diede una copia della preghiera che don Ennio propone in conclusione dal suggestivo titolo di Barattolo di nardo: tale voleva essere lui in quella sua dolorosa malattia. Anche il giovane Alessandro credeva nel profumo del nardo, nel profumo dell’amore, di quel amore che voleva consacrare al suo Signore e che ora egli aspira nel regno della luce, dove il nardo dell’amore pervade e colma ogni cuore. Monsignor Luigi Biraghi e Alessandro Galimberti: due secoli di distanza, un unico ideale. Essi stanno come due estremi: un prete formatore e un giovane ancora da formare, ma già aperto allo spirito di carità, a quel dono totale che è alla radice di ogni vocazione sacerdotale. Possiamo continuare, dunque, a sperare: ci sarà sempre qualcuno nel mondo, di cui la Chiesa è anima, che versando l’ampolla del suo nardo per amore di Gesù, riempirà il mondo col profumo del suo amore.

 

+ Dionigi card. Tettamanzi  - Arcivescovo di Milano