Preticattolici.it

 

Preti e religiosi del nuovo millenio in dialogo

 

TEOLOGIA SPIRITUALE

In queste pagine più che cercare una definizione astratta di spiritualità sacerdotale si cercherà di proporre o riproporre  una serie di riflessioni sull'identità profonda del presbitero o del religioso formulate da maestri antichi o contemporanei riconosciuti dalla Chiesa e dotati di uno speciale carisma sapienziale. Quello che gli spirituali hanno detto o ancora dicono è in tanti casi, un tesoro nascosto in gran parte ancora da scoprire e da assaporare. La familiarità con queste figure, ci riporta all'essenziale del carisma con una profondità  che in tanti casi è stupefacente. Qui si trovano le risposte implicite a tanti quesiti che tormentano il cuore dei pastori e dei consacrati.

 

 SOMMARIO :

formazione alla vita religiosa

Formazione al sacerdozio, tra secolarismo e modelli di Chiesa

LA MISSIONE IN UN MONDO CHE SFUGGE: FUTURI CITTADINI DEL REGNO

IL MINISTERO PRESBITERALE COME  “IMPEGNO d’AMORE” (“Amoris officium”)

LA CRISI MOMENTO DI GRAZIA    P.  Timothy Radcliffe  

UNA NUOVA PENTECOSTE FRANCESCANA

PRETI ED ECCLESIOLOGIA CONCILIARE

LA VITA CONSACRATA OGGI   

L'ACCIDIA

LA “PAOLINITÁ” DEL PASTORE

Gioia e umorismo per una sana spiritualità (.doc)

Bernardo di Clairvaux e Teresa di Lisieux by p. Massimo Angelelli (.pdf)

L'autorità e la comunione (Fabio Ciardi)

CHIAMATI AD IRRADIARE GIOIA  (T.Radcliffe, O.P.)

i CARDINI DELLA FORMAZIONE

SPIRITUALITA' COLLETTIVA : GLI STRUMENTI  (Chiara Lubich) ( .doc )

I PECCATI DEI PRETI SECONDO S.CATERINA DA SIENA

Per quale vita religiosa formiamo?

 Spiritualità dell'unità Una via regale

 Natale e l'Eucarestia (P.Eymard)

 I Gradi della carità

 L'Accidia (Luciano Manicardi)

 Santità e Miseria della Chiesa per S.Caterina da Siena

 Giovanni Crisostomo : Il sacerdozio III, 177-193

 Ministero e Santità (da G. Greshake, ESSERE PRETI, Queriniana)

 Verso il sacerdozio (M. Camisasca)

 I sette vizi capitali (A.Drigani)

IL MINISTERO PRESBITERALE COME  “IMPEGNO d’AMORE” (“Amoris officium”)

4. Quand'ebbero fatto colazione, Gesù dice a Simon Pietro: Simone di Giovanni, mi ami più di questi? Gli risponde: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Gli dice: Pasci i miei agnelli. Gli dice di nuovo: Simone di Giovanni, mi ami tu? Gli risponde: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Gli dice: Pasci i miei agnelli. Gli dice per la terza volta: Simone figlio di Giovanni, mi vuoi bene? Pietro si rattristò che per la terza volta Gesù gli dicesse: Mi vuoi bene? E rispose: Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene. Gesù gli disse: Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi da te stesso, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vorresti. E questo gli disse indicando la morte con la quale avrebbe glorificato Dio (Gv 21, 15-19).

Così chiuse la vita terrena l'apostolo che lo aveva rinnegato e lo amava. La presunzione lo aveva innalzato, il rinnegamento lo aveva umiliato, le lacrime lo avevano purificato; superò la prova della confessione, ottenne la corona del martirio. E così ottenne, nel suo perfetto amore, di poter morire per il nome del Signore, insieme al quale, con disordinata impazienza, si era ripromesso di morire. Sostenuto dalla risurrezione del Signore, egli farà quanto nella sua debolezza aveva prematuramente promesso. Bisognava infatti che prima Cristo morisse per la salvezza di Pietro, perché Pietro a sua volta potesse morire per la predicazione di Cristo. Del tutto intempestivo fu quanto aveva intrapreso l'umana presunzione, dato che questo ordine era stato stabilito dalla stessa verità. Pietro credeva di poter dare la sua vita per Cristo (cf. Gv 13, 37): colui che doveva essere liberato sperava di poter dare la sua vita per il suo liberatore, mentre Cristo era venuto per dare la sua vita per tutti i suoi, tra i quali era anche Pietro. Ed ecco che questo è avvenuto. Ora ci è consentito di affrontare per il nome del Signore anche la morte con fermezza d'animo, con quella vera che egli stesso dona, non con quella falsa che nasce dalla nostra vana presunzione. Noi non dobbiamo più temere la perdita di questa vita, dal momento che il Signore, risorgendo, ci ha offerto in se stesso la prova dell'altra vita. Ora è il momento, Pietro, in cui non devi temere più la morte, perché è vivo colui del quale piangevi la morte, colui al quale, nel tuo amore istintivo, volevi impedire di morire per noi (cf. Mt 16, 21-22). Tu hai preteso di precedere il condottiero, e hai avuto paura del suo persecutore; ora che egli ha pagato il prezzo per te, è il momento in cui puoi seguire il redentore, e seguirlo senza riserva fino alla morte di croce. Hai udito la parola di colui che ormai hai riconosciuto verace; predisse che lo avresti rinnegato, ora predice la tua passione.

5. Ma prima il Signore domanda a Pietro ciò che già sapeva. Domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza, se Pietro gli vuol bene; e altrettante volte niente altro gli affida che il compito di pascere le sue pecore. Così alla sua triplice negazione corrisponde la triplice confessione d'amore, in modo che la sua lingua non abbia a servire all'amore meno di quanto ha servito al timore, e in modo che la testimonianza della sua voce non sia meno esplicita di fronte alla vita, di quanto lo fu di fronte alla minaccia della morte. Sia dunque impegno di amore pascere il gregge del Signore, come fu indice di timore negare il pastore. Coloro che pascono le pecore di Cristo con l'intenzione di volerle legare a sé, non a Cristo, dimostrano di amare se stessi, non Cristo, spinti come sono dalla cupidigia di gloria o di potere o di guadagno, non dalla carità che ispira l'obbedienza, il desiderio di aiutare e di piacere a Dio. Contro costoro, ai quali l'Apostolo rimprovera, gemendo, di cercare i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo (cf. Fil 2, 21), si leva forte e insistente la voce di Cristo. Che altro è dire: Mi ami tu? Pasci le mie pecore, se non dire: Se mi ami, non pensare a pascere te stesso, ma pasci le mie pecore, come mie, non come tue; cerca in esse la mia gloria, non la tua; il mio dominio, non il tuo; il mio guadagno e non il tuo; se non vuoi essere del numero di coloro che appartengono ai tempi difficili, i quali sono amanti di se stessi, con tutto quel che deriva da questa sorgente d'ogni male. L'Apostolo infatti, dopo aver detto: Vi saranno uomini amanti di se stessi, così prosegue: saranno amanti del denaro, vanagloriosi, arroganti, bestemmiatori, disobbedienti ai genitori, ingrati, scellerati, empi, senz'amore, calunniatori, incontinenti, spietati, non amanti del bene, traditori, protervi, accecati dai fumi dell'orgoglio, amanti del piacere più che di Dio; gente che ha l'apparenza di pietà, ma che ne ha rinnegato la forza (2 Tim 3, 1-5). Tutti questi mali derivano, come da loro fonte, da quello che per primo l'Apostolo ha citato: saranno amanti di se stessi. Giustamente il Signore chiede a Pietro: Mi ami tu?, e alla sua risposta: Certo che ti amo, egli replica: Pasci i miei agnelli; e questo, una seconda e una terza volta. Dove anche si dimostra che amare [diligere] è lo stesso che voler bene [amare]; l'ultima volta, infatti, il Signore non dice: Mi ami?, ma: Mi vuoi bene? Non amiamo dunque noi stessi, ma il Signore, e nel pascere le sue, pecore, non cerchiamo i nostri interessi, ma i suoi. Non so in quale inesplicabile modo avvenga che chi ama se stesso e non Dio, non ama se stesso, mentre chi ama Dio e non se stesso, questi ama se stesso. Poiché chi non può vivere di se stesso, non può non morire amando se stesso: non ama dunque se stesso, chi si ama in modo da non vivere. Quando invece si ama colui da cui si ha la vita, non amando se stesso uno si ama di più, appunto perché invece di amare se stesso ama colui dal quale attinge la vita. Non siano dunque amanti di se stessi coloro che pascono le pecore di Cristo, per non pascerle come proprie, ma come di Cristo. E non cerchino di trarre profitto da esse, come fanno gli amanti del denaro; né di dominarle come i vanagloriosi o vantarsi degli onori che da esse possono ottenere, come gli arroganti; né come i bestemmiatori presumere di sé al punto da creare eresie; né, come i disobbedienti ai genitori, siano indocili ai santi padri; né, come gli ingrati, rendano male per bene a quanti vogliono correggerli per salvarli; né, come gli scellerati, uccidano l'anima propria e quella degli altri; né come gli empi, strazino le viscere materne della Chiesa; né, come i disamorati, disprezzino i deboli; né, come i calunniatori, attentino alla fama dei fratelli; né, come gli incontinenti, si dimostrino incapaci di tenere a freno le loro perverse passioni; né, come gli spietati, siano portati a litigare; né, come chi è senza benignità, si dimostrino incapaci a soccorrere; né, come fanno i traditori, rivelino agli empi ciò che si deve tenere segreto; né, come i procaci, turbino il pudore con invereconde esibizioni; né, come chi è accecato dai fumi dell'orgoglio, si rendano incapaci d'intendere quanto dicono e sostengono (cf. 1 Tim 1, 7); né, come gli amanti del piacere più che di Dio, antepongano i piaceri della carne alle gioie dello spirito. Tutti questi e altri simili vizi, sia che si trovino riuniti in uno stesso uomo, sia che si trovino sparsi qua e là, pullulano tutti dalla stessa radice, cioè dall'amore egoistico di sé. Il male che più d'ogni altro debbono evitare coloro che pascono le pecore di Cristo, è quello di cercare i propri interessi, invece di quelli di Gesù Cristo, asservendo alle proprie cupidigie coloro per i quali fu versato il sangue di Cristo. L'amore per Cristo deve, in colui che pasce le sue pecore, crescere e raggiungere tale ardore spirituale da fargli vincere quel naturale timore della morte a causa del quale non vogliamo morire anche quando vogliamo vivere con Cristo. Lo stesso Apostolo ci dice infatti che brama essere sciolto dal corpo per essere con Cristo (cf. Fil 1, 23). Egli geme sotto il peso del corpo, ma non vuol essere spogliato, ma piuttosto sopravvestito, affinché ciò che è mortale in lui sia assorbito dalla vita (cf. 2 Cor 5, 4). E il Signore a Pietro che lo amava predisse: quando sarai vecchio stenderai le tue mani, e un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vorresti. E questo gli disse indicando la morte con la quale avrebbe glorificato Dio. Stenderai le tue mani, dice il Signore, cioè sarai crocifisso; ma per giungervi un altro ti cingerà e ti porterà non dove tu vuoi, ma dove tu non vorresti. Prima predice il fatto, poi il modo. Non è dopo la crocifissione, ma quando lo portano alla croce che Pietro è condotto dove non vorrebbe; perché una volta crocifisso, non è più condotto dove non vorrebbe, ma al contrario, va dove desidera andare. Egli desiderava essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, ma, se fosse stato possibile, avrebbe voluto entrare nella vita eterna evitando le angosce della morte. E' contro il suo volere che lo costringono a subire queste angosce, mentre è secondo il suo desiderio che ne viene liberato. Egli va alla morte con ripugnanza, e la vince secondo il suo desiderio, e si libera dal timore della morte, talmente naturale che neppure la vecchiaia vale a liberarne Pietro, tanto che di lui dice il Signore: Quando sarai vecchio, verrai portato dove tu non vorresti. Per nostra consolazione il Salvatore stesso volle provare in sé anche questo sentimento, dicendo: Padre, se è possibile passi da me questo calice (Mt 26, 39), lui che era venuto proprio per morire, e per il quale la morte non era una necessità, ma un atto della sua volontà, e in suo potere era dare la sua vita e riprenderla di nuovo. Ma per quanto grande sia l'orrore per la morte, deve essere vinto dalla forza dell'amore verso colui che, essendo la nostra vita, ha voluto sopportare per noi anche la morte. Del resto, se la morte non comportasse alcun orrore, non sarebbe grande, com'è, la gloria dei martiri. Se il buon pastore, che offrì la sua vita per le sue pecore (cf. Gv 10, 18 11), ha potuto suscitare per sé tanti martiri da queste medesime pecore, con quanto maggiore ardore devono lottare per la verità fino alla morte, e fino a versare il proprio sangue combattendo contro il peccato, coloro ai quali il Signore affidò le sue pecore da pascere, cioè da formare e da guidare? E, di fronte all'esempio della sua passione, chi non vede che i pastori debbono stringersi maggiormente al Pastore e imitarlo, proprio perché già tante pecore hanno seguito l'esempio di lui, cioè dell'unico Pastore sotto il quale non c'è che un solo gregge, e nel quale anche i pastori sono pecore? Egli ha fatto sue pecore tutti coloro per i quali accettò di patire, e al fine di patire per tutti si è fatto egli stesso pecora.

(S. Agostino, Commento a Giovanni, 123,5)

 

 

PRETI ED ECCLESIOLOGIA CONCILIARE

Questa, per il futuro del mondo, è la chiesa possibile! È pensabile come sempre più libera da legami strutturali con la società civile e con gli stati, e allo stesso tempo profondamente coinvolta nel cammino storico dell’umanità. E che il rapporto della chiesa con la società non può né deve più muoversi sul piano di residui giuridico-politici, debitori a quell’antica posizione di egemonia che il ME aveva teorizzato nella sua visione di una società perfettamente ordinata, ma deve ritrovare la via della missione come proposta del vangelo a tutti cercando di conservarsi aperte le vie per farlo e di ricavarne una capacità di dono per una generosa cooperazione al bene comune. Infatti, la forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani. Quindi “fede e carità effettiva mente vissute” costituiscono la rete di rapporti attraverso la quale “la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea” la sua forza. E proprio su questo problema che la chiesa in Italia si sta avvitando, quando pur in favore di una autentica difesa della dignità della persona umana e pur nella corretta accettazione del sistema democratico, cerca di imporsi con una sua propria forza politica. In questo quadro si rischia che la strada dell’evangelizzazione venga di fatto sbarrata, in un quadro di confronto competitivo che non è quello proprio del vangelo. In realtà il concilio suggeriva la via giusta per evitare l’isolamento spiritualistico della chiesa dai grandi problemi del mondo e allo stesso tempo una sua pretesa di autorità e la ricerca di una sua presenza egemonica nella società civile, puntando sull’azione autonoma dei laici in politica Così era possibile tendere ad una qualificazione dell’azione dei pastori della chiesa più nettamente caratterizzata in maniera evangelica GS 76 (i predicatori del vangelo) si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre”. L’animus diverso deve esserci ed essere manifesto con sufficiente evidenza, perché il servizio reso dalla chiesa al bene comune non sia e non venga inteso come ricerca di un potere sulla società, distinguendo decisamente lo stile e gli strumenti della chiesa da quelli propri di un partito politico o di una lobby di pressione, e quindi non venga ostruita la strada della comunicazione della fede in Gesù. Il concilio, proclamando il diritto per chiunque alla libertà religiosa, accogliendo come legittima la figura dello stato laico e abbandonando la tesi di un “diritto” della chiesa a porsi come l’unica legittimazione etica della legislazione di fatto è lì a propiziare una felice ripresa della evangelizzazione. È vero che l’atto dell’evangelizzazione, anche se posto in un rapporto esclusivamente interpersonale, si risolve alla fine in un evento pubblico nel qual in qualche modo la società intera viene coinvolta, fin nelle sue dimensioni propriamente politiche. Ne deriva per l’azione della chiesa l’esito obbligato di non al servizio del bene comune. Proprio per questo l’evangelizzazione ha bisogno dì purificare continuamente se stessa, paradossalmente, per essere davvero evangelica, cioè un pur atto di servizio che vale perché è posto come atto di amore al mondo, e non mira all’acquisizione di nessuna eminenza della struttura ecclesiastica nella società. Su questo piano penso che la perdita di potenza della grande struttura ecclesiastica in Europa e la crisi di molti aspetti dell’apparato ecclesiastico, per costituire nel provvidenziale disegno di Dio una purificazione della chiesa stessa e un ritrovamento dell’audacia del vangelo da offrire all’uomo d’oggi in un nuovi spirito di libertà. Questa, per il futuro del mondo, è la chiesa possibile. Don Severino Dianic

 

 

LA VITA CONSACRATA OGGI di Enzo Bianchi Rita Salerno (a cura di)

“Rimanete fortemente radicati nella carità e nell’umiltà, osservate i vostri carismi, avendo particolare cura dei bisognosi”. Sono parole di Papa Benedetto XVI che all’angelus del primo febbraio scorso ha incoraggiato le persone che hanno donato la vita a Cristo mediante la professione religiosa a “pregare per la pace e per la conversione del mondo”.
 Nel mondo i religiosi sono così distribuiti: religiosi presbiteri 136 mila, religiosi professi non sacerdoti 55 mila, religiose professe 750 mila (dati della Santa Sede aggiornati al 2006). In Italia, a fronte di 32.990 preti diocesani e 1.498 preti stranieri ci sono 18.610 religiosi e 122.356 religiose. Le case generalizie di ordini e congregazioni religiose presenti nel nostro Paese sono 360, mentre il numero dei conventi maschili e femminili è stimato attorno alle 1.000 unità. Al numero dei religiosi appena citati, occorre aggiungere alcune migliaia di consacrati appartenenti alle Società di Vita Apostolica e agli Istituti Secolari. Nel messaggio scritto per l’occasione dalla commissione episcopale per il clero e la vita consacrata si sottolinea l'esigenza che "le comunità monastiche e religiose siano oasi nelle quali si vive il primato assoluto di Dio, nella sua gloria e nel suo amore", esprimendo un "generoso servizio ai poveri, secondo il carisma dell'Istituto di appartenenza". Sulle sfide che il mondo contemporaneo pone alle persone consacrate abbiamo interpellato il priore della comunità di Bose Enzo Bianchi. Consacrarsi a Dio oggi può sembrare un controsenso in apparenza, quasi un fuggire dal mondo. Cosa significa oggi scegliere di seguire Cristo? “Da un lato è vero che la scelta di dedicare completamente una vita a Cristo nella sua sequela, coinvolti con Lui sia nel celibato che nella missione può sembrare una follia in un mondo edonista, individualista, che pensa soltanto alla carriera e al proprio successo e al potere. Però, per chi conosce Cristo, è qualcosa che avveniva ieri, come oggi e avverrà ancora domani. Quando uno lo conosce, e prova l’amore per Cristo, sa che richiede una tale concentrazione di amore su di Lui che tutte le altre cose diventano relative. Non sono cioè più cose che possono trattenere davvero un credente. E allora la scelta di dare tutta la vita radicalmente, totalmente, per amore del Signore, del Regno, del Vangelo diventa qualcosa di possibile, ma anche di qualcosa che apre la via alla beatitudine”: Si parla e non da oggi di crisi di vocazioni. Ma la situazione sembra essere in chiaroscuro. Dal suo osservatorio della Comunità di Bose e in base alla sua esperienza, quale stagione stanno vivendo oggi le vocazioni? “Indubbiamente questo discorso cambia a secondo del territorio e del continente su cui ci si focalizza. È vero che nelle Chiese di antica cristianità, vale a dire quelle europee e del nord America, si assiste ad una crisi di vocazioni, specialmente per la vita religiosa. Indubbiamente vengono a mancare quella vocazione al servizio e alla missione, alla diaconìa, che invece avevano avuto una stagione fertile soprattutto nell’ottocento e nel novecento. Per questo noi oggi vediamo un restringimento delle vocazioni. Però è anche vero che le vocazioni continuano ad esserci nella vita monastica ed in quella presbiterale, non ovunque. Ma il Signore continua a chiamare anche in questo momento di povertà delle vocazioni. Continua a farci sentire la sua voce. Ci sono ancora uomini e donne che, grazie a Lui, lasciano tutto per seguirlo”. Giovanni Paolo II scrisse nel 1996 Vita Consecrata, l’esortazione apostolica incentrata sulla vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo. È ancora attuale il documento del Papa polacco? “Penso di sì, anche perché è stato l’unico documento dopo quello conciliare, frutto dell’elaborazione del magistero papale in tutto il tempo post Concilio Ecumenico Vaticano II. Ed è stata certamente una lettura della vita religiosa direi estremamente appassionata, una lettura fatta con discernimento. Una lettura che chiedeva alla vita religiosa di diventare profetica, cioè di farsi portavoce della Parola di Dio. Chiedeva alla vita religiosa di essere parabola, cioè segno del Regno che viene. Resta cioè per me il documento più importante, più decisivo che abbiamo alle spalle sulla vita religiosa nella Chiesa cattolica”. Cosa rende oggi la vita consacrazione robusta e preparata ad affrontare ogni tipo di intemperie? “Ci vuole molta formazione e preparazione. Ci vuole un grande discernimento al momento della chiamata. Occorre avere grande pazienza perché evidentemente i tempi si sono allungati di questo discernimento e di questa probazione. Però se la formazione è poi davvero intensa, seria e autentica, se il religioso viene ad essere costruito come uomo di preghiera e di assiduità con il Signore, allora è più armato nella battaglia contro le seduzioni e le tentazioni che oggi si sono fatte più intense perché richiedono anche perseveranza nella lotta. A volte mi dico che un tempo il problema era nelle vocazioni, oggi invece il problema sta nella perseveranza che deve accompagnare le vocazioni. Perché troppo facilmente si mette in discussione la professione, i voti fatti. Sembra quasi che ci sia un’incapacità di vivere fino alla morte una promessa, un’alleanza fatta con il Signore, fatta con i fratelli e con le sorelle, fatta con la Chiesa”. Nell’anno dedicato all’apostolo delle genti, quale messaggio offre san Paolo ai consacrati e alle consacrate e quali indicazioni per vivere quotidianamente nelle comunità di appartenenza il messaggio di salvezza di Cristo? “Certamente l’Apostolo Paolo ha un messaggio per tutta la Chiesa e per tutti i credenti. Proprio Paolo è quello che nel NuovoTestamento individua la possibilità del carisma della vita religiosa attraverso il dono del celibato. Da viversi – sono sue parole – con assiduità con il Signore, senza distrazioni, senza divisioni, senza preoccupazioni. Allora, la vita religiosa è questo stare con Gesù, questo essere senza separazioni. Il celibato è un cammino di unificazione per questo unico amore che è al di sopra di tutti. Paolo ha un grande insegnamento su questo tema”. Alla luce del recente Sinodo dei vescovi sulla Bibbia, come testimoniare la centralità della Parola di Dio? “Ma come ha detto sia l’assemblea sinodale che Papa Benedetto XVI, nella vita di un consacrato la lectio divina deve avere un posto centrale subito dopo la liturgia delle ore e la liturgia eucaristica. Un religioso deve vivere assolutamente mettendo al centro di tutto la Parola di Dio. Se mette la Parola di Dio celebrata liturgicamente e quella assimilata invece all’interno della lectio divina, certamente il religioso vive secondo la Parola che è il Vangelo, vive nutrito della Parola, vive sotto il primato della Parola”. In occasione di un incontro dedicato alla vita consacrata, Benedetto XVI ha auspicato che i religiosi e le religiose nutrano la propria giornata di preghiera, di meditazione e di ascolto della Parola di Dio. E li ha sollecitati a valorizzare l’antica pratica della lectio divina. L’invito del Papa è stato raccolto a suo avviso? “Non voglio dare giudizi. Ma certamente quello che posso dire è che in questo momento il grande rischio è quello di essere travolti dal fare, dal fare cose buone, fare servizio agli altri, adoperarsi diaconìa. Forse manca prima questo essere evangelizzati per evangelizzare. Questo stare con il Signore per poter essere evangelizzatori nel suo nome. Occorre prendere cibo dalla Parola che ci plasma ogni giorno, ci da un volto e una forma, e ci costituisce corpo del Signore”. Nel messaggio CEI per la 13.esima giornata mondiale della vita consacrata si sottolinea l’esigenza che “le comunità monastiche e religiose siano oasi nelle quali si vive il primato assoluto di Dio, nella sua gloria e nel suo amore”. Quali le difficoltà per realizzare questa imprescindibile esigenza? “Certamente tutta la storia della vita religiosa testimonia della tentazione più del fare che dell’essere. I religiosi sono spesso tentati di non mantenere quel primato della lode, dell’adorazione di Dio, che deve contraddistinguerli. Il celibato che plasma la vita religiosa, se non fa spazio allo stare con il Signore, mette in serio rischio l’intera consacrazione. È proprio qui che la vita religiosa viene depotenziata e smentita. E di conseguenza è sale che perde il suo sapore. Come diceva San Paolo”.

 

 

LA “PAOLINITÁ” DEL PASTORE di Michele Delle Foglie, parroco

 Il primo linguaggio che ha sempre aperto il cuore dei fedeli e ha attirato il loro amore verso Chiesa è stato il modo con cui il parroco ha indossato i panni del Pastore. Il linguaggio dei gesti concreti, specialmente dell’attenzione ai periferici o anche lontani, ha sempre aperto un varco per il quale non doveva passare la persona del parroco, il suo saper dire o il suo saper fare: sarebbe questo un fallimento! Doveva invece passare, deve necessariamente passare il messaggio affidato alla nostra predicazione: «Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11). Nella predicazione non ho mai registrato la necessità dell’uso del linguaggio teologico, benché anche a me sia piaciuto studiare un po’ di teologia e tenermene aggiornato. Un conto è il bagaglio delle nozioni e della dottrina, un conto è la comunicazione del messaggio che richiede i segni immediati della percezione e dell’accoglienza. Quel dire di san Paolo – «Mi sono fatto tutto a tutti» (1Cor 9,22) – mi pare che sia misura e compimento dell’esigenza di offrire nel nostro ministero, specialmente nella nostra predicazione e nella presidenza della sacra liturgia, non qualcosa per la vita ma “Qualcuno” che dà la Vita. Se il messaggio della Chiesa è Cristo ieri, oggi e sempre, è Cristo il dono della fede, che si apre all’accoglienza perché i suoi testimoni non predicano una dottrina, bensì il “Vangelo” del Signore Gesù. Paolo getta il fondamento della sua riuscita sul punto essenziale della sua conversione, della sua vocazione e della sua missione: Cristo Gesù è il suo amore, la sua vita offerta in sacrificio. Il Pastore dei tempi moderni attinge a questa inesauribile sorgente dell’amore di Dio in Cristo Gesù che è motivo della sua fedeltà al ministero ricevuto, alla sua difficile missione tanto poco compresa dal mondo e molto più combattuta fino alla persecuzione. Il linguaggio dell’amore è il linguaggio del vangelo e del suo Maestro; è il linguaggio dell’apostolo e dei santi; è il linguaggio della Chiesa quando spoglia se stessa della veste preziosa per indossare, per dirla con il Servo di Dio Don Tonino Bello, il grembiule del servizio. Il linguaggio dell’amore investe la vita ministeriale e apre la strada alla comunicazione, al dialogo, all’intesa reciproca e alla conversione. Quante e quante volte nella nostra vita di parroci, pastori più avvertiti dalla sensibilità del popolo a motivo della qualifica del nostro ufficio pastorale, il nostro contatto con la gente, anche la più lontana dei nostri ambienti, rifulge per un semplice gesto di cortesia, per un saluto, per un qualche interesse al mondo del lavoro o della sofferenza, o del mondo giovanile e degli anziani. All’ascensore dell’ospedale, dove corri perché chiamato ad amministrare il sacramento dell’unzione degli infermi, ti senti dire: «Grazie, Padre, per essere venuto; noi non siamo della sua parrocchia, ma avevamo bisogno del sacerdote. Le saremo grati per sempre». Sali le scale per comunicare alla famiglia la tragica morte del figlio, il giovane Paolo, vittima dell’incidente stradale, e chiedi al Signore la parola giusta per l’ingrato compito. «È successo qualcosa», hanno intuito la ferale notizia che riguarda il figlio di appena 23 anni morto sul colpo per l’urto frontale. Prolungare la presenza nella famiglia e condividerne in silenzio le lacrime apre alla fiducia e alla confidenza nel pastore d’anime. Ti rechi con discrezione nelle case più umili e più povere. La carità non fa chiasso, perciò si fa in modo che il pasto quotidiano vi giunga con il massimo riserbo. Cosa poi senti dirti? «Non sapevo, Padre, di questa carità della Chiesa», e voi cosa sapete, mi domando. «Non l’avrei mai saputo né creduto se la persona beneficata non me lo avesse confidato». Molti parlano e tanti hanno scritto di un’ “arte pastorale”. Essa è anche tra le materie d’insegnamento nei seminari. Ma non basta che sia materia d’insegnamento, perché si rischia l’astrazione se mancasse la “vita del Pastore” offerta senza misura, che è il segno massimo della sua configurazione al buon Pastore, maestro e santificatore, «il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Non dunque la straordinarietà del ministero, ma la quotidianità di vita di ogni giorno vissuta per la causa di Cristo e del vangelo. In tal modo non è difficile percepire i sentimenti del popolo dei fedeli, dei vicini e dei lontani: quel modo di pregare e di celebrare, quella straordinaria sensibilità verso i poveri, quel grande rispetto per i dotti e per gli umili, finanche per i lontani o forse anche nemici della Chiesa; quel farsi piccoli con i piccoli, quella particolare tenerezza verso gli anziani, quel cuore paterno vicino a tutti nella sofferenza nel lutto e nella prova; quella profezia nella sua predicazione, quel piacere di ascoltarlo; quella severità a tempo opportuno, quei richiami forti e amabili al suo gregge, quell’appello rispettoso ma esigente alle istituzioni; quel consenso, spesso tacito e velato, ma sempre vero nella missione pastorale del proprio parroco… L’ardore e l’ansia apostolica di Paolo verso le anime sono propri di chi ha incontrato Cristo e sa di essere stato da Lui amato fino al sangue e a Lui ha offerto tutta la sua vita; di chi ha reso vincente la scommessa che Gesù aveva fatto su di lui riguardo al discepolo Anania, turbato da quella conversione che avrebbe fatto dello spietato persecutore dei seguaci di Cristo un vas electionis: «Va’, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15-16). Lo stile dell’Apostolo va all’essenziale, in molte prove sempre sorretto dalla forza della verità che egli stesso predica: «Vivendo la verità nell’amore» (Ef 4,5). È lo stile semplice ma forte di chi ha creduto e si sente chiamato e consacrato a dare la vita perché il vangelo penetri il cuore di ogni uomo. Anche fino all’inferno, pur di salvarne uno solo! (1Cor 9,22). È la vita fatta dono e sacrificio, dono e servizio, dono e responsabilità. La predicazione di Paolo, ad ampio respiro missionario, è fatta non di dottrina astratta, ma di vita testimoniata fin dal martirio. Paolo non teme le potenze di questo mondo, è proteso al traguardo. In catene a Roma scriverà: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4,7). Sa egli di non predicare se stesso, ma il vangelo di Gesù Cristo Salvatore, e Cristo crocifisso: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14) . E predicare per Paolo non è facoltativo. È invece un obbligo: «Guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16). La vita sacerdotale e il ministero pastorale del parroco hanno da attingere abbondantemente al vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. Ma non è passato questo stesso vangelo attraverso l’esperienza dell’apostolato di chi adesso ha per vocazione consacrato la propria vita? Non si chiama, oggi più che mai, l’apostolo Paolo il grande catecheta e il catechista missionario del vangelo predicato a tutte le genti secondo il comando di Gesù? «Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). È tutta qui la ragione e la forza della “paolinità” che investe la vita e la storia della Chiesa, e tutta la permea e la informa durante i secolari percorsi della sua missione. È qui anche la fonte del respiro paolino che a pieni polmoni è presente nel nostro ministero. È una strada tracciata e battuta ormai da duemila anni, perciò è una strada sicura perché il vangelo sia predicato, in parole e in opere, anche oggi a tutti i popoli e a tutte le nazioni. L’Areopago ateniese (At 17,22ss.) ai nostri giorni non è più o esclusivamente il pulpito delle nostre chiese e delle nostre cattedrali, dove forse molto si proclama e poco si ascolta. Ed ecco la necessità di “impiantare “ pulpiti dovunque è presente l’uomo, dove egli vive, dove egli lavora, dove egli si aggrega, gioisce o soffre, discute o riflette. Sono i moderni areopaghi da dove l’apostolo di Cristo annuncia la parola che salva e la sostiene con la buona testimonianza della vita, che le dà credito ed efficacia. Il comando di Gesù di portare il vangelo in ogni angolo della terra impegna gli evangelizzatori e i ministri, dispensatori dei misteri di Dio, a cominciare dalle nostre parrocchie, dai nostri paesi, dalle nostre città. Col linguaggio nuovo, “ma sempre antico” della carità, il più persuasivo e il più fecondo dei linguaggi, perché è il linguaggio comunicativo dell’amore.

 

L'autorità e la comunione (Fabio Ciardi)

Autoritarismo o permissivismo, protagonismo o latitanza. Sono le facili deviazioni per chi ha responsabilità di governo, dirige un'azienda, o più semplicemente è capo di un ufficio o ha figli a carico. Specularmente, l'atteggiamento negativo di chi sta dall'altra parte può essere contestazione o sottomissione servile, resistenza passiva o disinteresse. Purtroppo non è la caricatura del vivere civile. Gli stessi atteggiamenti possono nascondersi anche nel mondo ecclesiale. Giunge dunque a proposito, in questi giorni, un documento vaticano dal titolo Il servizio dell'autorità e l'obbedienza. È indirizzato a religiosi e religiose e riflette sulla loro secolare esperienza in questo campo. Certi cliché letterari e cinematografici, descrivendo la vita religiosa, ci hanno abituati alle caricature di superiori dispotici e a sudditi devoti e obbedientissimi, senza sapere invece che nei monasteri e nei conventi si sono gettate le basi delle moderne democrazie, vedi la Charta charitatis dell'ordine di Citeaux, del 1115, un secolo prima della Magna Charta inglese. Il modello d'autorità od obbedienza offerto dal documento propone orientamenti che, se accolti e attuati, potrebbero creare in ogni entità sociale - non solo religiosa, quindi - l'ambiente idoneo per un lavoro costruttivo. Nel gruppo i compiti sono diversi, ma l'intento è convergente e unico: costruire la comunione, scoprire la vocazione del gruppo e quella di ogni singolo suo membro, creare le condizioni perché ognuno possa esprimere le proprie capacità così da realizzare sé stesso e contribuire alla realizzazione del corpo sociale. A chi gestisce l'autorità è richiesta, ad esempio, disponibilità a riconoscere in ogni fratello o sorella la capacità di cogliere la verità... fino al punto di saper riconoscere le idee altrui come migliori delle proprie; libertà da pregiudizi, da attaccamenti eccessivi alle proprie idee; il coraggio di motivare le proprie idee e posizioni, ma anche di aprirsi a prospettive nuove e di modificare il proprio punto di vista; condivisione delle responsabilità e rispetto di ciascuno nella propria giusta autonomia; favorire tra i membri il senso dell'interdipendenza, la possibilità di offrire il proprio contributo; ricordare che la pluralità di prospettive promuove l'approfondimento delle questioni e che il conflitto di idee non dovrebbe mai diventare conflitto di persone. Proposte esigenti che, dall'una e dall'altra parte, richiedono il dono delle proprie idee, con convinzione e insieme con distacco, così da far emergere quella decisione che non è più né dell'una né dell'altra, ma frutto della comunione di entrambe e che ciascuna sente sua.

 

 

Dal pre-noviziato fino alla formazione permanente

I CARDINI DELLA FORMAZIONE

Cristo è la roccia su cui tutto deve poggiare. Seguono l’esperienza di Dio centrata soprattutto sulla preghiera personale, la vita comunitaria basata sulle relazioni personali, la missione evangelizzatrice integrata nella formazione, infine lo studio a cui bisogna riservare il tempo necessario.

Quante volte si è sentito ripetere che la formazione deve essere la “prima priorità” degli istituti religiosi. Ma è effettivamente così? Come si presenta oggi la situazione? Padre Carlos Palmés, sulla rivista della CLAR (luglio-settembre 2007), partendo dalla sua lunga esperienza in campo educativo, scrive che ci sono molti istituti che dedicano una grande cura alla formazione dei propri religiosi, altri invece che si accontentano di una formazione superficiale, ossia del minimo indispensabile.1
La differenza tra le due situazioni è evidente. Nel primo caso, osserva, abbiamo giovani ben preparati ad affrontare il loro servizio apostolico e la vita di comunità. Tra di essi l’indice di perseveranza è più alto. Nel secondo caso invece diverse vocazioni, anche eccellenti, si perdono per incuria o per mancanza di un’organizzazione adeguata nelle varie tappe della formazione. Ciò si verifica soprattutto nelle congregazioni piccole che mancano di personale preparato o in quelle che non hanno avuto il coraggio di attuare la “rifondazione” post-conciliare, oppure mandano i giovani nel “campo di battaglia” senza la debita preparazione.
Se si vuole che la formazione sia solida, osserva il padre, deve avere come fondamento i seguenti presupposti: Cristo, come roccia su cui tutto poggia; l’esperienza di Dio centrata soprattutto sulla preghiera personale; la vita comunitaria basata sulle relazioni personali; la missione evangelizzatrice, integrata nella formazione; infine lo studio a cui, in una determinata fase, bisogna riservare il tempo necessario.
Sarà forse opportuno ricordare, fin dall’inizio, che p. Palmés ha presente soprattutto la situazione in America latina, anche se certe realtà descritte si ripetono un po’ dovunque.

—Due omissioni imperdonabili

Prima di entrare in merito alle varie tappe della formazione, il padre propone alcune osservazioni preliminari. La prima è che molti candidati che bussano oggi alla porta delle comunità portano con sé numerose lacune dal punto di vista umano, psicologico e spirituale. Sono tuttavia giovani pieni di attese e di entusiasmo, desiderosi di impegnarsi con generosità in una vita che li affascina. «Non bisogna perciò permettere che questo “fuoco sacro” si spenga imponendo delle minuzie che non rispondono ai loro ideali. Se non si offre loro una formazione “di qualità”, in breve tempo cominceranno a provare un senso di delusione e di stanchezza».
Due sono, a suo parere, le principali omissioni che a volte si avvertono in campo formativo: la mancanza di continuità nella formazione dopo il noviziato e la carenza di accompagnamento spirituale.
Il “peccato” più grave in molte congregazioni, scrive il padre, continua a essere quello di mandare i giovani o le giovani, immediatamente dopo la prima professione, nelle attività apostoliche senza continuare la formazione, sovraccaricandoli di lavoro e di responsabilità per le quali non sono sufficientemente preparati, oppure impegnandoli in uno studio assorbente e tale da non lasciare il tempo sufficiente per coltivare con la dovuta intensità il rapporto con Dio e la vita di comunità. «Quasi tutti, sottolinea il padre, finiscono così con l’attraversare periodi di dubbi e di frustrazione. In alcuni istituti essere junior/a vuol dire essere in crisi».
La seconda omissione è la mancanza di accompagnamento spirituale, esigenza tanto raccomandata anche dall’esortazione apostolica Vita consecrata (66). Il problema sorge, non tanto durante il noviziato, ma dopo, quando il giovane è chiamato a integrare la sua vita spirituale con le realtà della vita concreta, e per di più in una comunità per lui nuova, probabilmente composta di persone anziane. Il giovane si trova così disorientato. Il rapporto superficiale che c’è con i membri della comunità non è sufficiente per accompagnarlo sulle strade sconosciute che si trova a dover percorrere. Capita di frequente allora che il giovane si lasci assorbire dallo studio o dall’attivismo, perdendo di livello in altri aspetti essenziali fino a cadere in una specie di anemia spirituale.
Ovvia perciò l’esigenza di poter contare su formatori e formatrici ben preparati che abbiano ad assolvere a questo compito. Non basta che uno sia superiore per essere in grado di esercitare con efficacia questo accompagnamento. Ci vogliono formatori “di qualità” che non devono essere necessariamente sempre dei sacerdoti. Oggi, sottolinea p. Palmés, vi sono delle religiose che assumono con entusiasmo questa missione ed «è deplorevole che per lunghi secoli si siano sotterrati tanti talenti per pregiudizi canonici o per una mentalità maschilista».
Secondo il padre sono ancora molti gli istituti, non solo maschili, che non hanno ancora scoperto le necessità dell’accompagnamento.

—Le varie fasi della formazione

La formazione è un lungo itinerario che deve svilupparsi in base alle fasi in cui si articola il cammino del giovane verso la piena maturità, in quanto consacrato. Queste fasi sono: il pre-noviziato o postulantato, il noviziato vero e proprio, lo juniorato e, infine, la formazione permanente. Per ognuna di queste è necessario tenere presenti alcuni elementi essenziali.

Il pre-noviziato

Anzitutto il pre-noviziato: è questo il tempo in cui è necessario rafforzare la base umana del giovane, introdurlo alla vita spirituale e, inoltre, in cui fare discernimento circa la sua vocazione in modo che, prima di entrare in noviziato, risulti già chiaro che questa è la sua strada.
Bisogna, in primo luogo, rafforzare la base umana, anche perché la vita comunitaria oggi è molto più esigente che non nel periodo anteriore al concilio quando l’accento era posto quasi esclusivamente sulla “osservanza regolare”. Come fondamento, sarebbe opportuno che ci fosse in partenza un buon livello di studio. Se questo manca, difficilmente si potranno capire i valori profondi della vita consacrata.
È necessario, inoltre, rafforzare la base cristiana, anche perché oggi la maggioranza dei candidati, compresi coloro che hanno frequentato l’università, sono piuttosto sprovveduti sotto questo punto di vista.
Quando dei giovani entrano nella vita religiosa vi giungono con grandi speranze ed entusiasmo. Ma se non viene offerta una formazione di qualità, ben presto subentrerà in loro la delusione e la stanchezza. I formatori dovranno allora chiedersi perché e vedere se l’istituto risponde veramente alle legittime attese dei giovani. Ci sono delle congregazioni, scrive p. Palmés, in cui le defezioni avvengono con un ritmo allarmante. E la causa sta a volte o negli stessi giovani o nella mancanza di selezione, ma più frequentemente risiede nei superiori/e che mettono tutto il loro impegno nell’ordine esterno o nelle minuzie liturgiche, o nell’esigere rispetto e obbedienza verso gli anziani, ecc., ma non hanno nulla da comunicare e cercano di nascondere con richieste insignificanti la mancanza di obiettivi e di contenuto. Dove invece si offre una buona formazione, i giovani rispondono bene e giungono a essere eccellenti religiosi/e.
Il tempo del pre-noviziato è la fase in cui introdurre alla vita religiosa e per fare discernimento circa la vocazione, in modo che, prima di entrare in noviziato, sia chiaro che questa strada è quella su cui Dio chiama. Non bisogna lasciare questa scelta al noviziato poiché l’indecisione sottrae molte energie e pregiudica la profondità di impegno nella sequela di Cristo.
Durante questo periodo bisognerà inoltre introdurre i giovani ai due aspetti già segnalati: la vita di preghiera e l’accompagnamento spirituale, facendo attenzione a non confondere la preghiera con le preghiere e le pratiche di pietà, come se esse costituissero il principale nutrimento spirituale. Queste, senza la preghiera personale, non toccano la vita. È necessario invece introdurre il giovane alla conoscenza e all’amicizia con Gesù in modo che egli senta il gusto e il bisogno dell’incontro frequente col Signore.

Il noviziato

Segue quindi il noviziato, periodo privilegiato per mettere solidi fondamenti. E il primo di tutti è la preghiera personale. La domanda più importante da porsi e a cui rispondere al termine del noviziato è se il novizio/a è un uomo o una donna di preghiera.
La preghiera di cui si parla è quella contemplativa attraverso la quale si stabilisce un “dialogo di amore con Colui che ci ama”. Il novizio/a deve giungere a un vero “innamoramento” di Cristo. Purtroppo vi sono dei religiosi che non sembrano essersi mai innamorati di Cristo e che pregano per dovere o per una determinazione volontarista. Ciò ha come conseguenza la fragilità di alcune vocazioni che entrano in crisi alla prima contrarietà che si presenta.

Juniorato

Terminato il noviziato inizia la fase dello juniorato. Secondo p. Palmés, la parola chiave di questa tappa è integrazione. Il pericolo invece si chiama discontinuità.
L’integrazione riguarda l’armonizzazione tra i seguenti quattro aspetti fondamentali: esperienza di Dio, comunità, missione e studio. La discontinuità avviene invece quando c’è una rottura tra noviziato e juniorato, quando cioè non si giunge a coltivare in modo equilibrato questi quattro aspetti.
L’inconveniente più comune è il sovraccarico di lavoro e di responsabilità che non permette di dare a ciascuna cosa il suo tempo. A volte sono gli studi ad assorbire il tempo e le energie; altre volte è l’attività apostolica ecc. Si può giungere a imporre una vita disumana in cui non c’è tempo nemmeno per dormire a sufficienza. Tutto questo sconvolge la vita religiosa. Soprattutto non si trova nessuno che possa accompagnare spiritualmente i giovani con periodicità e così essi sono condannati alla solitudine. E la prima cosa che cede è la preghiera personale, e subito dopo la vita di comunità. Nel giro di qualche mese si cade in uno stato di “anemia spirituale” molto pericolosa. Non c’è da sperare nel miracolo, come si constata in numerosi istituti, che la persona si conservi sana e robusta senza nutrirsi spiritualmente. Ed è proprio in questi istituti che avvengono con maggior frequenza le crisi vocazionali e si verificano psicosi collettive di diserzione.
Molto importanti in questo periodo, sottolinea p.Palmés, sono anche gli studi, non solo per potere in un domani esercitare con efficacia l’apostolato, ma anche per nutrire la propria vocazione, soprattutto in un mondo come il nostro. Occorre però fare attenzione a un rischio: gli studi, quando giungono ad assorbire tutte le energie, non lasciano il tempo per “essere religiosi”. In questo caso sarebbe opportuno prolungarli, magari di un anno. Non si può infatti sacrificare la persona e la sua vocazione per ottenere rapidamente un titolo.
È opportuno, comunque, che durante lo juniorato ci sia una persona vicina e amichevole, incaricata di seguire i giovani. Questa non deve essere necessariamente di prestigio. In effetti «è molto più importante la dedizione e la vicinanza amorevole che non il fatto di essere una persona di prestigio, magari sovraccarica di lavoro, e quindi non in condizione di seguire i giovani nella maniera dovuta».

Formazione permanente

Rimane, infine, la formazione permanente indispensabile per vivere in uno stato di costante rinnovamento. Questa deve riguardare l’esperienza di Dio a cui bisogna dedicare del tempo per coltivare una relazione prolungata e costante con lui nella preghiera, rompendo il ritmo frenetico dell’attività; in secondo luogo, la vita comunitaria, favorendo lo svilupparsi di una vera “amicizia nel Signore” con i propri fratelli o sorelle. È opportuno pertanto rivedere lo stile della vita comunitaria affinché la comunità non si riduca a una semplice convivenza pacifica, ma sia il luogo dove attuare il comandamento dell’amore.
Inoltre sarà necessario coltivare anche gli aspetti “accademici” ossia il perfezionamento in alcuni argomenti basilari quali la teologia, la Bibbia, la spiritualità, così pure alcuni elementi di psicologia, la conoscenza della realtà sociale ed ecclesiale… Infine l’apostolato affinché sia impegnato e controllato.
Conclude p. Palmés: «È di somma importanza integrare i tre aspetti fondamentali della vita consacrata – preghiera, comunità, apostolato – in modo da dare a ognuno il suo spazio e il suo tempo, se non si vuole cadere in un “attivismo sfrenato”».
In una parola, «la formazione deve essere in tutti gli istituti la “prima priorità”. Se si dà una formazione eccellente, si avrà una provincia, un istituto eccellente. Se si dà una formazione mediocre, l’istituto sarà mediocre».
1. ‑Cf. Carlos Palmés, «Ser o no ser: el religioso del siglo XXI. La formación del religioso», in Revista CLAR 3 (2007), 52-60.

 

 

Spiritualità dell'unità Una via regale (Michel Vandeleene) Il contributo del carisma di Chiara Lubich alla spiritualità di comunione.

Una proposta alla portata di tutti. Santità personale e spirito di comunione, questi i due ambiti che papa Giovanni Paolo II ha indicati come prioritari nella programmazione pastorale della Chiesa all'inizio del nuovo millennio. È ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria (che è la santità) (Nmi 31). E ancora: È un impegno che non riguarda solo alcuni cristiani: Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità (Nmi 30). Il teologo Hans Urs von Balthasar era convinto che il vero segreto del rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano II risiedeva nella realizzazione di questa vocazione universale alla santità; ma egli aveva pure l'impressione che su questo punto il messaggio del Concilio non era stato recepito in tutta la sua profondità (1). Una santità di massa La Scrittura ci dice che se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi (1Gv 4, 12). La santità cristiana, che si identifica con l'unione a Cristo e si manifesta nella perfezione della carità, è dunque comunitaria nella sua essenza. È, ad immagine del Dio tre volte santo, una e plurale. La spiritualità di comunione - di cui abbiamo parlato in un precedente articolo - è una via regale per metterla alla portata di tutti, per democratizzarla. Non si tratta certo della santità delle estasi o dei miracoli, ma dell'autentica unione con Dio che si riflette in una pienezza di umanità e soprattutto in qualità d'amore. Guarda come si amano e l'uno per l'altro è pronto a morire (2), esclamavano i pagani alla vista dei primi cristiani, così dovrebbe essere anche oggi. È questa la testimonianza che la gente, molta gente aspetta dalle comunità cristiane. Paolo e Manuel, carissimi amici, avevano sentito una chiamata di Dio, all'inizio degli anni Ottanta.Per diversi anni non si erano neppure rivisti, abitando in Paesi distanti. Poi si ritrovarono, una sera, e si erano messi a raccontarsi le numerose, belle e a volte anche difficili esperienze capitate loro in quelli anni. Pur essendo in pizzeria, si sentivano in un'altra dimensione, presi com'erano dalla gioia della comunione e dalla presenza di Gesù fra di loro. Quale non fu la loro sorpresa quando, sul volgere della serata, due signore che mangiavano ad un tavolo vicino al loro si avvicinarono e, dopo un attimo di esitazione, chiesero loro se... erano cristiani. Era l'impressione che avevano provato sentendoli parlare... Il Concilio l'ha proclamato con forza: la comunione nell'amore è l'essenza della vita della Chiesa (3). Se i cristiani riescono a dimostrarla con i fatti, molti trovano la via che conduce a quella felicità piena, costante e tersa che dona il Vangelo vissuto in unità. Per arrivare a ciò, prima di programmare delle iniziative concrete, bisogna promuovere a tutti i livelli della Chiesa un vero spirito di comunione. Nella sua lettera apostolica all'alba del terzo millennio, Giovanni Paolo II se ne è fatto l'araldo. Ma, ben prima del Concilio, lo Spirito Santo aveva già dato alla Chiesa, nella persona di Chiara Lubich, una comprensione del Vangelo ad hoc: la spiritualità dell'unità. Rivolgendosi ad un gruppo di vescovi amici dei Focolari, Giovanni Paolo II l'aveva riconosciuto: La spiritualità di comunione si articola in diversi elementi, che affondano le proprie radici nel Vangelo, e risultano arricchiti dal contributo che all'intera comunità cristiana offre il Movimento dei focolari, impegnato a testimoniare la spiritualità dell'unità (4). Il primato dell'amore Soprattutto conservate tra voi una grande carità (1 Pt 4, 8). Questo monito dell'apostolo Pietro è uno dei primi comportamenti che insegna la spiritualità dell'unità. Si tratta di dare effettivamente, nella piccola o grande comunità cristiana nella quale siamo inseriti (fami- glia, parrocchia, comunità religiosa, movimento...) la priorità all'amore e alla comunione con gli altri. Sin dall'inizio del loro cammino comunitario al seguito di Cristo, Chiara Lubich e le sue prime compagne sperimentarono con forza il beneficio di un tale comportamento. Infatti, quando dei cristiani si uniscono veramente nella mutua e continua carità che Cristo comanda, egli stesso si rende spiritualmente presente in mezzo a loro e la sua presenza li guida, li trasforma e feconda ogni loro attività. Diverse lettere dei primi tempi dei Focolari rendono testimonianza di questa sconvolgente esperienza (cf riquadro Prima di tutto siano uno). Partecipare alla vita trinitaria Il carisma di Chiara Lubich insegna ai cristiani a vivere in modo tale che Cristo possa essere sempre e ovunque presente in mezzo a loro, anche in ufficio, anche al bar, anche in palestra. La sua spiritualità è comunitaria: richiede la presenza dell'altro, tende alla reciprocità nell'amore (cf riquadro La presenza di Cristo). In essa non basta amare, bisogna ancora essere amato. Creati ad immagine di Dio, che è uno in tre persone, siamo fatti per l'amore che va e che viene, l'amore vicendevole. In questo senso l'amore puro, gratuito, unidirezionale non è ancora, per Chiara Lubich, il culmine dell'amore cristiano. L'amore disinteressato è la scala che conduce alla perfezione. Essa risiede nell'unità conseguente alla reciprocità: Come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola (Gv 17, 21) (cf riquadro La comunione dell'amore). La santità quotidiana, popolare, comune invocata dal Concilio potrà diventare più facilmente realtà nella misura in cui si diffonderà tra tutti i cristiani la vita e la prassi dell'unità, quell'unità che nella fede cristiana è sempre trinitaria, comunione. Il carisma di Chiara Lubich può essere paragonato ad una iniezione di vita divina nel Corpo mistico di Cristo. Un religioso me lo descriveva sotto i tratti di un rivo d'acqua fresca che, passando nel giardino della Chiesa, fa sbocciare tutti i fiori che incontra. Questo dono di Dio consente di trovare nella presenza del Risorto in mezzo ai cristiani quel supplemento di luce, di vita e di grazia di cui tutti hanno bisogno. Con lui in mezzo si diventa più facilmente e più pienamente Cristo, santo, la dove si è, ovunque, anche in parlamento. L'allora arcivescovo di Trento, mons. De Ferrari, l'aveva afferrato sin dagli inizi dei Focolari. La prima volta che Chiara Lubich gli aveva raccontato la sua storia, egli aveva concluso non senza umorismo: Ho capito: il macellaio rimane macellaio, il boia rimane boia, il vescovo rimane vescovo. Ciò che cambia è il come, è l'amore.È innanzitutto testimoniando la bellezza di una vita fondata sul mutuo amore e richiamando con i fatti ad esso che i focolarini si propongono di dissetare la sete di comunione che attanaglia molti nostri contemporanei. PRIMA DI TUTTO SIANO UNO Estratto da una lettera del 27 dicembre 1948 scritta da Chiara Lubich a padre Bonaventura da Malé, cappuccino, che aveva stabilito un rapporto di amore scambievole stabile con alcuni confratelli. Che gioia che Gesù, unico nostro Tesoro, unica Sapienza, unica Gioia, unica Fonte di Vita (di quella Vita che piace a noi!) è fra loro, come è fra noi! Adesso non manca loro nulla (...)! Quindi: ante omnia (anche se in quest' omnia ci fossero le cose più belle, le più sacre: come la preghiera, come il celebrare la santa messa, ecc.) siano uno! Allora non saranno più loro ad agire, a pregare, a celebrare..ma sempre Gesù in loro! L'Unità è la palestra della santità. È il trionfo della carità. È Paradiso raggiunto, anche se siamo sempre sulla terra e quindi in militia per mantenerci uno e per consumare altre anime in uno. LA PRESENZA DI CRISTO Nel mondo siamo tutti fratelli, ma ognuno passa accanto all'altro ignorandolo. E questo avviene anche fra i cristiani battezzati. La comunione dei santi, il corpo mistico c'è. Ma questo corpo è come una rete di gallerie oscure. La potenza di illuminarle c'è: in molti è la vita della grazia. Ma Gesù non voleva solo questo quando si rivolse al Padre, invocando. Voleva un Cielo in terra: l'unità di tutti con Dio e fra loro: la rete di gallerie illuminata; la presenza di Gesù in ogni rapporto con gli altri, oltre che nell'anima di ognuno. Questo il suo testamento, il desiderio più prezioso di Dio che ha dato la vita per noi. (da La dottrina spirituale, Roma 2006, pp. 157-158) LA COMUNIONE DELL'AMORE Il beato Baldovino, in splendidi trattati poco conosciuti (1), afferma fra il resto, che la carità, diffusa nel nostro cuore dallo Spirito Santo, ha un'esigenza: chiama, in chi la vive, la reciprocità, dice: Opera sempre in modo che colui che è amato ami a sua volta. Chi ama vuole, insomma, condividere con l'amato non solo tutto ciò che possiede (beni materiali e spirituali) ma anche l'amore stesso. Esiste, dunque, per il beato Baldovino, l'amore di colui che ama e cerca la comunione, che egli chiama - questo amore - l'amore della comunione, e il ritorno dell'amore da parte dell'amato, che fa nascere fra i due la comunione dell'amore. Quindi c'è un amore della comunione e la comunione dell'amore.Realizzare fin d'ora questa comunione è predisporsi alla vita futura, in Cielo, dove l'amore reciproco sarà legge. La comunione dell'amore, secondo lui, porta alla beatitudine come si può sperimentare sulla terra. È la nostra esperienza: si tratta della gioia dell'unità, effetto del reciproco amore (...). Gesù infatti non ha detto solo: amate, ma amatevi; ha chiesto quindi un amore che va e viene. L'amore portato in terra da Gesù esige la reciprocità, vuole che si viva la comunione dell'amore (da Santità di popolo, Roma 2001, pp. 64-65).

 

 

 

I GRADI DELLA CARITÀ
«Di per sé ed essenzialmente, la perfezione della vita cristiana consiste nella carità: in maniera principale nell’amore di Dio, e in maniera secondaria nell’amore del prossimo... Ora, l’amore di Dio e del prossimo non sono comandati secondo una certa misura, così da lasciare il di più come consiglio; e ciò risulta dalla stessa formulazione del precetto che mira alla perfezione: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore”... oppure “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Ciascuno ama se stesso in grado massimo. E questo perché “il fine del precetto è la carità” (1 Tm 1, 5).

«La carità dei viatori può aumentare. Infatti noi siamo considerati «viatori” (uiatores) per il fatto che tendiamo verso Dio, fine ultimo della nostra beatitudine. Ora, in questa nostra via tanto più avanziamo, quanto più ci avviciniamo a Dio, al quale ci si avvicina non con i passi del corpo, ma con gli affetti dell’anima. Ma è la carità stessa a compiere questo avvicinamento, perché con essa l’anima si unisce a Dio. Perciò la carità dei viatori ha per sua natura di poter aumentare:
poiché se non potesse aumentare, questo cammino progressivo che caratterizza la nostra vita non esisterebbe più. Ecco perché l’Apostolo dà alla carità il nome di
via, là dove dice: “vi mostrerò una via ancora più eccellente”». «Così la carità non cresce in maniera attuale con qualsiasi atto, ma qualsiasi atto di carità predispone all’aumento di essa, in quanto l’uomo da un atto di carità viene reso più pronto ad agire nuovamente in tal senso. E col crescere di questa attitudine, prorompe finalmente in un atto più fervente di carità, col quale si sforza di assicurarne lo sviluppo; e allora la carità cresce in maniera attuale»
«L’aumento spirituale della carità da un certo punto di vista si può paragonare alla crescita materiale di un uomo. Ora, sebbene questa si possa sezionare in molte parti, ha tuttavia determinate sezioni in base ai determinati atti e compiti che l’uomo raggiunge nel suo sviluppo: si ha, cioè, l’età infantile, prima che raggiunga l’uso della ragione; si distingue poi un secondo stato quando comincia a parlare e a usare la ragione; e finalmente si ha un terzo stato, che è quello della pubertà, quando incomincia a poter generare; e di qui fino a che raggiunge la perfezione.
Allo stesso modo si distinguono pure diversi gradi nella carità, in base ai vari compiti che l’uomo è portato ad affrontare con l’aumento di essa. Infatti da principio l’uomo ha il compito principale di allontanarsi dal peccato e di resistere alle sue concupiscenze, che muovono in senso contrario alla carità. E questo appartiene ai
debuttanti nei quali la carità va nutrita e sostenuta perché non perisca. Segue poi, come secondo compito, lo sforzo di procedere o avanzare nel bene. E questo compito appartiene ai proficienti, che tendono principalmente a irrobustire e ad accrescere in se stessi la carità. Il terzo finalmente consiste soprattutto nel tendere all’adesione e alla fruizione di Dio. E questo appartiene ai perfetti, i quali «desiderano andarsene ed essere con Cristo” (Fil
1, 23). Del resto anche nel moto fisico vediamo che la prima cosa è l’abbandono del termine di partenza; la seconda è l’avvicinamento al termine d’arrivo; e la terza è la quiete nel termine raggiunto».
«Lo Spirito è dato ai
debuttanti all’origine della giustificazione..., nel bagno del rinnovamento..., nel privilegio dell’adozione... (Esso viene dato anche) ai proficienti per plasmare la loro intelligenza..., per fortificare la loro volontà..., per sostenere il loro agire... (E dato inoltre) ai perfetti: come privilegio della libertà..., come vincolo dell’unità..., come pegno dell’eredità. »

                                                                    San Tommaso d' Aquino - Somma Teologica

 

L’ACCIDIA
 

Accidia” è parola che deriva dal greco akedia, che in origine significava “disinteresse”, “negligenza” “indifferenza” Nella letteratura monastica antica essa diviene il vizio che colpisce soprattutto i monaci, in particolare gli anacoreti, ovvero quelli che vivono in regime d marcata solitudine. Accidia è allora disgusto per lo sforzo spirituale, atoma dell’anima, insofferenza d sé e della vita che si sta vivendo, incapacità d concentrarsi e d abitare la cella.

L’accidia porta il monaco a disperare, a non vedere più senso nella sua vita, a non intravedere futuro, a ritenere inutile tutto ciò che fa parte del suo vivere quotidiano. A volte, riprendendo l’espressione del Salmo 91,6, i Padri chiamano l’accidia “demone di mezzogiorno”, perché constatano che essa colpisce di preferenza il monaco a certe ore del giorno, soprattutto le ore più calde (tra le 10 e le 14): l’accidia appare così in stretta relazione con il tempo e il passare delle ore. Essa ingenera noia per il presente, nostalgia per il passato, timore per il futuro. Scrive Evagrio: “Il demone di mezzogiorno fa apparire al monaco il sole estremamente lento, se non addirittura immobile: gli sembra che il giorno abbia a durare fino a cinquanta ore... Inoltre, tale demone suscita nel monaco il ricordo dei suoi famigliari e della sua vita passata da cui si era distaccato e gli lascia intravedere una lunga durata della vita, ponendo- gli davanti agli occhi le fatiche dell’ascesi” (Pra ktikòs 12).

 

L'accidioso sente il tempo come eterno, che non passa mai; egli rivive interiormente torti subiti nel passato e nutre rancore immaginando dialoghi con chi lo offese a suo tempo e allontanandosi dalla prospettiva del perdono e dalla possibilità. di ritrovare serenità e pace. Ma l’accidia investe anche il rapporto con lo spazio divenendo insopportazione del luogo in cui si abita, in particolare, per il monaco, della cella. “Il demone di mezzogiorno induce il monaco a volgere continuamente gli occhi verso le sue piccole finestre, lo persuade a uscire fuori della sua cella, ... gli ispira l’odio per la sua dimora e per la sua stessa vita e per il suo lavoro, ... lo induce al desiderio di altri luoghi, nei quali sia possibile trovare facilmente quanto occorre al suo bisogno. Gli insinua ancora come non sia possibile che nel luogo in cui vive egli trovi il modo di piacere al Signore: dovunque, insiste a dire, si può adorare Dio” (Praktikòs 12).

 

L’accidia produce 1’ instabilità, il sognare che ovunque, eccetto lì dove si è, si potrà vivere bene, essere finalmente riconosciuti, apprezzati e valorizzati, si potrà finalmente servire adeguatamente il Signore mentre ora si è impediti a questo da situazioni esterne. In verità, il desiderio di un altro luogo non è che il camuffamento del desiderio di fuga da se stessi: l’accidioso non aderisce alla realtà, ma sogna sempre un altro luogo, un altro corpo, un’altra comunità, un altro lavoro, in cui finalmente scompariranno gli ostacoli che, lì dov’è, sono posti al pieno dispiegamento delle sue potenzialità In questo senso l’accidia produce frustrati, gente scontenta e insoddisfatta. È interessante che tra i pensieri che abitano l’accidioso e con cui egli tenta di convincersi ad abbandonare il luogo in cui si trova, ci dice Evagrio, ci sia la considerazione: “Dovunque si può adorare Dio”.

 

Questo è certamente vero, ma proprio perché dovunque si può servirlo, lo si può servire anche nel luogo dove il monaco si trova, anche qui e ora. L’accidia è l’incapacità di abitare la solitudine e il silenzio, di habitare secum, in definitiva è non sopportazione di sé, odio di sé. In questo, da antica malattia monastica, essa diviene sempre più stato d’animo, o addirittura patologia, universale e moderna: malinconia, depressione, spleen, disgusto esistenziale, non-senso, apatia.

 

Splendida la descrizione evagriana dell’accidioso intento alla lettura spirituale: “Lo sguardo dell’accidioso si posa ossessivamente sulla finestra e, con la fantasia, egli si finge l’immagine di qualcuno che viene a visitarlo; a uno scricchiolio della porta, balza in piedi; sente una voce, e corre ad affacciarsi alla finestra e guardare; tuttavia non scende in strada, ma torna a sedersi dov’era, torpido e come allibito. Se legge, s’interrompe inquieto e, un minuto dopo, scivola nel sonno; si frega la faccia con le mani, distende le dita e, tolti gli occhi dal libro, li fissa sulla parete; di nuovo li rimette sul libro, va avanti per qualche riga, ribalbettando la fine di ogni parola che legge; e intanto si riempie la testa con

 

calcoli oziosi, conta il numero delle pagine e i fogli dei quaderni; e gli vengono in odio le lettere e le belle miniature che ha davanti agli occhi, finché, da ultimo, richiude il libro e lo usa come cuscino per il suo capo, cadendo in un sonno breve e non profondo, da cui lo desta un senso di privazione e di fame che deve saziare” (Gli otto spiriti malvagi 14).

 

È il penoso ritratto di un monaco che, andato nel deserto per cercare Dio, ha perduto il mondo e non ha trovato Dio. Particolarmente riuscita è l’immagine dell’uomo che guarda ansiosamente fuori dalla finestra in attesa di qualche distrazione, di qualcosa che dal di fuori di lui venga a dargli vita, o una parvenza di vita, visto che egli non sa darsene da se stesso e non trova in sé motivi di vita. L’accidia, malattia interiore come nessun’altra, si manifesta come ozio, pigrizia, amarezza, mancanza di concentrazione, indolenza, continua ricerca di distrazioni, mancanza di motivazioni.

 

Essa spinge a rifugiarsi nel sonno (figura della morte) e nel cibo (che stordisce e ottunde) cercando di fuggire la fatica del quotidiano nell’incoscienza del sonno e di riempire il vuoto del cuore rimpinzando lo stomaco. Cassiano propone (sulla scia degli insegnamenti dell’Apostolo Paolo) come rimedio all’accidia, il lavoro manuale. Impegnare il corpo, faticare, aiuta a fuggire la tentazione dell’accidia. Infatti l’inerzia del cuore diviene spesso paralisi del corpo, ozio. Dietro l’accidia vi è anche il rifiuto della sofferenza della vita interiore, della fatica della vita spirituale, dello sforzo della preghiera e del combattimento spirituale.

 

Se in Evagrio e Cassiano l’accidia si accompagna al vizio della tristezza, Gregorio Magno (Moralia XXXI,88) la elimina dalla lista dei vizi capitali lasciando solo alcune sue filiazioni come frutto della tristezza (vagatio mentis circa illicita, cioè il fantastica- re con la mente cose proibite, il vagabondare della mente dietro a cose non permesse, e il torpor circa praecepta, cioè l’inerzia nell’assolvere i precetti religiosi) che, peraltro, appare in molti autori assai vicina o perfino sinonima dell’accidia.

 

Pier Lombardo, nelle sue Sentenze, parla di “accidia ve! tristizia”.

 

L’accidia è un nemico particolarmente temibile perché “ha l’abitudine di avvolgere l’anima intera e di intontire l’intelletto” (Evagrio, Praktikòs 36): è vizio che tutto avvolge, una malattia del cuore, uno stato d’animo che priva di senso la vita e può condurre ad atteggiamenti autodistruttivi, perfino al suicidio. Rimedio a questa che è “la più grave di tutte le passioni” (Massimo Confessore, Centurie sulla carità 1,67), è anzitutto lo sforzo della perseveranza, l’esercizio alla stabilità.

 

 “Nel deserto, non disertare”, questa la legge del monaco che si ritira nel deserto per incontrare Dio. Poiché nell’accidia si è impossibilitati a vedere i benefici di Dio e la presenza buona dei fratelli, si è anche incapaci di ringraziamento, di eucharistia, ed allora i Padri consigliano di esercitarsi quotidianamente al ringraziamento per risvegliare la fede e la carità Occorre poi vedere in faccia la tentazione e nominarla, riconoscerla. Per questo occorre una presa di distanza dai propri pensieri per non annegarvi dentro, ma saperli vedere lucidamente: “Non vi è passione peggiore dell’accidia, ma se l’uomo riconosce che è accidia, trova quiete” (abba Poemen 149).

 

Occorre poi aderire all’oggi, vivere ogni giorno come la grande occasione donata dalla grazia di Dio di vivere la carità, di conoscere la salvezza di Dio. Occorre combattere la tristezza e l’accidia esercitandosi alla gioia, in obbedienza alle parole della Scrittura che fanno della gioia un comando. Poiché poi l’accidia porta anche a disprezzare gli altri, a giudicare come grossolani, inferiori, rozzi, gli altri uomini, soprattutto i confratelli del monastero, ecco che rimedio radicale per l’accidia è l’esercizio alla carità. Nel senso di credere all’amore, di rinnovare la fede nell’amore con cui Dio ci ha amati, e nel senso di rinnovare l’amore, aprirsi nuovamente all’amore, vincere la tentazione del ripiegamento su di sé e aprirsi alla “fatica della carità” (1Ts 1,3).  

 

                                                    Luciano Manicardi

SANTITÀ E MISERIA DELLA

 

CHIESA PER S. CATERINA DA

 

SIENA

 

 

 

 Fede, speranza e ardente carità

dei buoni pastori

 

Vi amai prima che foste; e questo videro e conobbero questi miei diletti: perciò mi amavano ineffabilmente, e per questo amore speravano con tanta larghezza in me che di nulla temevano. Non temeva Silvestro quando stava dinanzi all’imperatore Costantino disputando con i dodici giudei (3) alla presenza di tutto il popolo; ma con fede viva credeva che, essendo io con lui, nessuno sarebbe stato contro di lui (4).

 

E così tutti gli altri perdevano ogni timore, perché non erano soli ma accompagnati; infatti, stando nella dilezione della carità, stavano in me (5) e acquistavano da me il lume della sapienza del mio unigenito Figlio. Da me ricevevano la potenza, resi forti e potenti contro i principi e i tiranni del mondo; da me ricevevano il fuoco dello Spirito Santo, partecipando la clemenza e l’infuocato amore di lui. Quest’amore, per chi vuole parteciparne, era ed è accompagnato dal lume della fede, dalla pazienza vera e dalla diuturna perseveranza fino alla morte. Sicché vedi che non erano soli ma accompagnati e perciò non temevano. Solo chi si sente solo e spera in sé ed è privo della dilezione della carità teme; ogni piccola cosa gli fa paura, perché è solo, privo di me che do somma sicurezza all’anima che mi possiede con affetto d’amore. Ben lo provavano questi gloriosi e diletti miei servi, tanto che nulla poteva nuocere alle loro anime; ma anzi essi incutevano timore agli uomini e ai demoni e molto spesso questi rimanevano legati dalla virtù e dalla potenza che io avevo loro dato sopra di essi. Ciò avveniva perché io rispondevo all’amore, alla fede e alla speranza che avevano riposto in me. -

 

 

Zelo dei buoni pastori

per la salute delle anime

 

Essi sono come pietre preziose, e così stanno al mio cospetto, perché io ho accettato le loro fatiche e il lume che sparsero intorno a sé insieme all’odore della virtù nel corpo mistico della santa Chiesa. Perciò li ho collocati nella vita eterna in grandissima dignità, e ricevono beatitudine e gloria nella mia visione, perché diedero esempio di onesta e santa vita e con splendore dispensarono il lume del corpo e del sangue del mio unigenito Figlio e tutti gli altri sacramenti. Perciò sono in modo singolare amati da me, sia per la dignità nella quale li ho posti, e sia perché il tesoro che io misi loro nelle mani non l’hanno sotterrato per negligenza e ignoranza, ma l’hanno riconosciuto come proveniente da me e l’hanno trafficato (6) con sollecitudine e profonda umiltà, con vere e reali virtù. E poiché io li avevo posti in tanta eccellenza per il servizio delle anime, non si stancavano mai, da buoni pastori, dal rimettere le pecorelle nell’ovile della santa Chiesa. Onde essi, per affetto d’amore e fame delle anime, si esponevano perfino alla morte per trarle dalle mani dei demoni.

 
Essi si facevano infermi con quelli che erano infermi (7) e spesso, per non farli cadere confusi nella disperazione, facevano vista di essere infermi, dicendo: « Io sono infermo come te ». Piangevano con quelli che erano in pianto, godevano con chi godeva (8), e sapevano dare dolcemente a ciascuno il suo cibo. Cercavano di conservare nella santità i buoni, godevano delle loro virtù; perché non si rodevano d’invidia, ma si dilatavano nella larghezza della carità del prossimo. E i difettosi cercavano di liberare dai loro difetti facendosi difettosi e infermi con essi con vera e santa compassione, mediante la correzione e la penitenza delle colpe commesse, facendo essi stessi per carità la penitenza insieme a loro. Per l’amore che avevano, soffrivano maggior pena essi che davano la penitenza di coloro che la ricevevano. ( Dialogo 119)

 

Giovanni Crisostomo, Il sacerdozio III, 177-193

177. Quando vedi il Signore sacrificato e giacente, e il sacerdote che presiede al sacrificio e prega, e tutti arrossati di quel sangue prezioso, credi ancora di essere tra gli uomini e di stare sulla terra? Ma non ti senti subito trasportato nei cieli e, spoglio lo spirito di ogni pensiero della carne, con l’anima nuda e con la mente pura, contempli le cose celesti? O meraviglia! O amore di Dio verso gli uomini! Chi siede in alto col Padre, in quel momento è tenuto dalle mani di tutti e dona se stesso a quelli che vogliono abbracciarlo e stringerlo. Tutti fanno ciò con gli occhi della fede. Ora ti sembrano queste cose degne di essere disprezzate, o essere tali che uno possa esaltarsi contro di esse?

178. Vuoi osservare da un altro prodigio la superiorità di questo sacrifizio? Mettiti davanti agli occhi Elia2 una moltitudine sterminata intorno, il sacrificio disposto sulle pietre, tutti gli altri nella quiete e nel silenzio profondo e solo il profeta che prega. Ad un tratto una fiamma è scagliata dal cielo sulla vittima. Sono cose stupende che riempiono di  Elia è uno dei grandi profeti dell’Antico Testamento. Agì sotto i re Acab d’Israele e Giosafat di Giuda intorno alla metà del IX secolo a.C. Lo troviamo per i vari libri della Bibbia. Jahvè si mostra ad Elia nel suono di un soffio leggero. L’episodio della vigna di Nabot e l’altro dell’ammalato Ocozia che consulta Baalzebub dimostrano il forte atteggiamento del profeta che condanna i crimini del re. Egli è l’uomo di Dio. Ai ciclo diano appartiene la narrazione delle guerre sostenute da Acab contro gli Aramei di Damasco.
L’ascesa di Elia al cielo sopra un carro di fuoco voleva dire che non era morto come tutti gli altri uomini. Il libro di Malachia parla del profeta Elia che deve venire a preparare il popolo alla fine del mondo. Elia e Mosè avendo sentito con grande fedeltà Jahvè ebbero da lui riconoscenza. Mosè fu il fondatore dell’Alleanza, Elia la salvò dalla rovina.
ogni meraviglia.

179. Rivolgiti ora a quello che adesso si compie e vedrai cose non solo meravigliose, ma che trascendono ogni meraviglia. Sta il sacerdote non per attirare il fuoco, ma lo Spirito Santo. Per molto tempo fa la supplica, non perché una fiamma scesa dall’alto consumi le offerte, ma perché la grazia, giungendo nel sacrifizio suo tramite, accenda le anime di tutti e le renda più splendenti dell’argento ardente.

180. Se non sia del tutto pazzo o Fuori di sé, potrà disprezzare un tale tremendo mistero? Ignori che l’anima umana non sopporterebbe quel fuoco di sacrifizio, ma che tutti sarebbero completamente annientati se non ci fosse il grande aiuto della grazia divina?


Il legame sacerdotale trascende i cieli
181. Se qualcuno pensasse quale grandezza sia che, pur essendo uomo e pur ancora intessuto di carne e sangue, possa essere vicino a quella natura beata ed illibata, allora vedrebbe bene di quanto onore la grazia dello Spirito abbia reso degni i sacerdoti. Mediante loro si compiono tali cose ed altre ancora che non sono per nulla da meno, in relazione alla dignità e alla nostra salvezza.

182. Quelli che abitano la terra, e in essa operano, sono rivolti ad amministrare le cose del cielo ed hanno ricevuto un potere che Dio non concesse né agli angeli né agli arcangeli. Non fu detto a questi: Ogni cosa che legherete sulla terra, sarà legata anche in cielo, e ogni cosa che scioglierete sulla terra, sarà sciolta nel cielo .

183. Anche i dominatori sulla terra hanno il potere di legare, ma solo i corpi. Invece quel legame riguarda la stessa anima e trascende i cieli. Qualunque cosa i sacerdoti compiano quaggiù Dio la ratifica lassù. Il padrone con-
ferma la deliberazione dei servi.

184. E questo altro non è se non che ha dato loro ogni potere celeste. Dice infatti: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi; a chi li riterrete saranno ritenuti . Quale potere è maggiore di questo? Il Padre ha dato al Figlio ogni potere . Io vedo che è stato loro consegnato dal Figlio. Come se fossero già trasferiti nei cieli, trascesa la natura umana e liberi dalle nostre passioni, furono cosi elevati a tale potere.

 

185. Inoltre se un re partecipasse a qualcuno dei suoi sudditi questo onore di ‘gettare in prigione quelli che vuole e di nuovo liberarli, egli sarebbe invidiato e rispettato da tutti. Chi ha ricevuto da Dio un potere tanto più grande, quanto il cielo è più prezioso della terra e le anime dei corpi, sembra a qualcuno aver ricevuto un onore cosi piccolo da poter pensare che si possa disprezzare il dono di quelli ai quali sono state affidate queste cose?

186. Lungi tale pazzia! È una pazzia manifesta disprezzare un così grande potere, senza del quale non ci è dato di conseguire né la salvezza né i beni che ci furono annunziati.

187. Nessuno può entrare nel regno dei cieli se non sia rigenerato per mezzo dell’acqua e dello Spirito, e chi non mangia la carne del Signore e non beve il suo sangue è escluso dalla vita eterna . Tutte queste cose non si compiono da nessun altro, ma solo da quelle sacre mani del sacerdote, dico. Come uno, senza di loro, potrà sfuggire al fuoco della geenna e ottenere le corone tenute in serbo?

188. Essi sono quelli a cui vengono affidate le generazioni spirituali e la cura della rinascita del battesimo. Per loro tramite rivestiamo il Cristo, siamo sepolti col Figlio di Dio e diventiamo membra di lui, capo beato.

 189. Di conseguenza, essi dovrebbero essere più temibili non solo dei dominatori e dei re, ma anche giustamente più venerabili dei padri che ci hanno generati dal sangue e dalla volontà della carne. Essi, invece, sono la causa della nostra generazione da Dio, di quella beata rigenerazione, della vera libertà e dell’adozione secondo la grazia.

 La forza divina del sacerdote
190. I sacerdoti dei Giudei avevano solo il potere di liberare il corpo dalla lebbra, o meglio non di liberare ma di riconoscere i guariti, e sai come il potere dei sacerdoti allora era ambito. Questi, invece, hanno ricevuto il potere non di liberare la lebbra del corpo ma l’impurità dell’anima, e non di riconoscere la guarigione ma di guarire completamente.

191. A disprezzarli si sarebbe molto più empi di quelli di Datan e degni di pena più dura. Sebbene pretendessero un’autorità non dovuta, l’avevano però in grande conto e lo dimostravano ambendola con molto ardore. Questi, invece, quando la cosa fu di tanto elevata e raggiunse un tale accrescimento, allora in direzione contraria di quelli hanno maggiore coraggio.

 192. Non è uguale quanto al disprezzo l’ambire un onore non dovuto e vilipendere i suoi benefizi; ma questo è tanto maggiore di quello quanto la distanza dell’odiare e dell’ammirare.

 193. Quale anima sarebbe cosi miserabile da disprezzare simili beni? Nessuno, direi, tranne che uno fosse invaso da furore demoniaco.
194. Ma torno di nuovo da dove sono partito. Non solo nel punire, ma anche nel beneficare, Dio ha dato ai sacerdoti una potenza maggiore che ai genitori  naturali. E tanta è la differenza fra gli uni e gli altri, quanta tra la vita presente e la futura.

 195. Gli uni generano a questa, gli altri a quella. Quelli non potrebbero allontanare dai figli la morte corporale, né respingere il male che assale, questi, invece, hanno spesso salvato l’anima inferma e vicina a perdersi, agli uni rendendo più lieve la punizione, agli altri impedendo sin dall’inizio di cadere, non soltanto con l’insegnare e con l’ammonire, ma anche con l’aiuto delle preghiere.

 196. Non solo quando ci rigenerano, ma inoltre anche dopo possono assolverci dai peccati. Dice infatti: Si ammala qualcuno di voi? Chiami i presbiteri della Chiesa e preghino per lui ungendolo di olio nel nome del Signore; la preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo solleverà e se ha commesso peccati gli saranno rimessi

197. Inoltre i genitori naturali, se i figli hanno offeso le autorità e i potenti, in nulla possono aiutarli. I sacerdoti, invece, riconciliarono non i potenti, non i re, ma lo stesso Dio più volte con loro adirato.

 198. Oserà ancora dopo di ciò qualcuno tacciarmi di arroganza? Dalle cose dette credo che gli animi di coloro che ci ascoltano siano presi da tale cautela da tacciare di arroganza e di audacia non più quelli che si sottraggono, ma quelli che da sé si fanno avanti e ambiscono acquistarsi questa dignità.

 199. Se quelli che hanno in cura il comando delle città, quando non sono prudenti e molto oculati, rovinano le città e sé stessi, chi è scelto a decoro della sposa di Cristo di quale forza non ti pare abbia bisogno da parte sua e dall’alto per non cadere in errore?

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Ministero e santità
a) ‘Character indelebiis’ promessa permanente di Dio e ‘segno d’umiltà’ dell’uomo
In quanto segno e strumento del Signore presente ed operante nella sua chiesa, il ministero ha lo stesso centro e fine che caratterizzano pure la persona e l’opera di Cristo: il regno di Dio. Ciò vale innanzitutto per il ministero inteso nella sua essenza oggettivo-sacramentale, in quanto cioè il suo agire è qualcosa di istituzionale-sovraindividuale, che rimanda significando-mediando all’opera salvifica di Cristo e non ricollega alla persona, prestazione, capacità e irradiazione del ministro (cfr. pp. 9Oss.). Si è già visto come sia proprio il carattere ufficiale ed oggettivo del ministero a far sì che la comunità non sia legata alla persona del ministro bensì al Signore. Come i vetri di un appartamento non hanno la fun zione di erigere una barriera tra la luce del sole e la camera, ma al contrario è proprio per la loro trasparenza che rendono possibile un contatto fra luce del giorno ed oscurità interna, così anche il prete non ‘si infrappone’ tra Dio e il suo popolo, ma è proprio la sua ‘mediazione’ a rendere possibile l’immediatezza di rapporti. Questo, comunque, soltanto se il ministro è autorizzato da Cristo stesso ad agire in nome suo ed a riferire a lui mediante una rappresentazione di tipo sacramentale. E questa capacità non deriva dall’atteggiamento personale-esistenziale del prete ma si lega al suo ministero, cioè alla sua consacrazione, vocazione e missione.
Nella tradizione della chiesa questa capacità, conferita con la consacrazione, prende il nome di ‘character indelebiis’, contrassegno incancellabile2. Ed è incancellabile perché poggia sulla promessa incrollabile e sulla volontà risoluta di Cristo, il quale ha inteso continuare la sua opera di salvezza servendosi del ministero del consacrato. E una capacità di svolgere il servizio ministeriale fondata su Dio stesso, secondo il detto di Paolo: «Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito» (2 Cor 3,5s.), per cui non viene cancellata ed annullata dal peccato e dall’infedeltà dell’uomo. Questo ‘carattere’ non rappresenta una «indebita posizione privilegiata del prete rispetto alla comunità, ma sta a significare innanzitutto che i suoi compiti ministeriali in ultima analisi non dipendono dalla sua situazione salvifica personale al cospetto di Dio».  Una caratteristica’, questa, che nella tradizione ecclesiale è stata spesso chiamata con il nome di ‘habitus’, qualità ontologica interna. Si tenga comunque presente che in campo teologico, propriamente parlando, non si ‘ha’ un habitus, come si possiedono invece altre qualità ontologiche, ma habitus significa essere-posseduti, sostenuti da Dio. «Habitus est haberi!»

 

 

 

E. Dassmann richiama l’attenzione sul fatto che già al tempo della chiesa antica i grandi teologi laici avevano avvertito, e pure evidenziato, la contraddizione che esiste fra la mancanza di qualità spirituali nel vescovo o nel prete, e la loro attività di ministero. Così ad esempio per Origene «l’arrogantia e la superbia ... [sono] qualità tipiche dei chierici e stanno a dimostrare che sono proprio loro a non mettere in pratica quel che insegnano ai fedeli in conformità alla giustizia evangelica. Spesso la gente più modesta e incolta mostra una perfezione che manca ai vescovi e preti»4. Ma appunto per questo si coglie in tutta evidenza come i ministeri spirituali degli ecclesiastici trascendano di molto le loro umane capacità e possano essere svolti onestamente «soltanto se la chiesa è in grado di assicurare, quando affida questo ministero nell’ordinazione e consacrazione, l’assistenza dello Spirito Santo». Se il ministero della salvezza dovesse dipendere dalla santità personale, non solo si pretenderebbe dal prete qualcosa che lui non è assolutamente in grado di garantire, ma pure l’offerta di salvezza escatologico-definitiva, che Dio fa in Gesù Cristo, troverebbe i suoi limiti nel peccato e nella debolezza dell’uomo, e verrebbe così messa in questione nel suo stesso carattere di definitività. La dottrina del character indelebilis non esprimerà allora una preminenza del ministero su1 laicato, bensì la condizione di possibilità perché la chiesa, nonostante i peccati e le infedeltà dei suoi ministri, conti con sicurezza sulla promessa di Cristo, lui stesso rendendosi presente alla chiesa nell’opera degli individui incaricati. Per il capo ministeriale il ‘carattere’ conferito con la consacrazione sarà invece un ‘segno di umiltà, che gli richiama continuamente alla memoria una realtà ben precisa: lui non ha alcun potere di compromettere l’opera di Cristo e l’esistenza della sua chiesa, anzi potrà «senza presunzione, ma anche senza angoscia e imbarazzo, assumere una carica nella chiesa» . E appunto la consacrazione, cioè l’abilitazione ad opera di Cristo, a conferire quella santità che si rende necessaria all’opera sacerdotale. In una simile prospettiva il ministero affidato da Cristo è qualcosa di ‘oggettivamente santo’ e di ‘oggettivamente santificante’, che rappresenta Cristo stesso, nelle azioni sacramentali, anche indipendentemente dalla santità personale.
Fu soprattutto Agostino a mostrare, durante la disputa con i donatisti (secc. IV/V), che l’efficacia delle funzioni ministeriali deriva da Cristo e non poggia sulla santità del ministro. Con infinite variazioni, egli ripropone di continuo l’esempio del battesimo: quel che importa non è se battezza Giovanni o Giuda, ma solo che si tratti del battesimo di Cristo. «Che abbia battezzato un ubriaco od un assassino od un adultero, se si è trattato del battesimo di Cristo è pur sempre Cristo che ha battezzato. A me non fa paura l’adultero, l’ubriacone, l’assassino, perché io guardo a quella colomba [= la chiesa cattolica] per mezzo della quale mi si dice: ‘E costui che battezza!’». In altre parole, in forza della consacrazione è Cristo stesso che opera nei suoi ministri, anche se il titolare consacrato non risponde poi nella sua vita a quel che compie a livello ministeriale.

da G. Greshake, ESSERE PRETI, Queriniana.

 

GRADI E

 PROGRESSI NELL’UMILTÀ

..Poiché quanto all’uomo è difficile e impossibile, è possibile e facile a Dio, l’uomo non deve spaventarsi e credere di non poter acquistare questa virtù dell’umiltà; perché quello che lui non può lo supplirà Dio con la sua grazia.

REGOLE PER

L’ACQUISTO DELL’UMILTÀ
1) La prima regola, dunque, che l’uomo deve osservare da parte sua, per non tentare Dio e prepararsi alla grazia di questa e delle altre virtù, è la seguente: che si persuada non solo per scienza o dottrina appresa da altri, ma per propria esperienza e sentimento, che egli non è in grado di raggiungere questa virtù, né alcun’altra opera buona per propria industria, ma solo con la grazia e la misericordia dell’onnipotente Iddio, avendo egli sperimentato e provato che ogni suo sforzo è vano, e che con tutti i suoi tentativi non ha potuto acquistare una minima virtù.
2) La seconda regola è che uno s’innamori di essa, come l’avaro del denaro e l’uomo della sua bella donna, e che la corteggi con grande desiderio, chiedendola a Dio con continue preghiere e lacrime, bussando continuamente alla sua porta; mentre per parte sua si esercita in essa, senza intiepidirsi, ma cercandola con sempre maggior fervore e amore di giorno in giorno, di ora in ora, pensando e fermamente credendo che finalmente Dio l’esaudirà.
3) Terza regola: che ognuno si eserciti molto nella cognizione di sé medesimo, a cominciare dalla sua fragilità o
infermità corporale: riconosca quello che egli è; di dove è venuto; quanto poco ha da vivere e con quante fatiche e affanni; dove egli va; come è insignificante e vana davvero la nostra vita. Ogni gloria passa; gli stati sono soggetti a mutamenti.
E così pian piano s’impara a distaccare l’affetto dall’amore del mondo, anzi ad averlo in odio, pensando che dal mondo non possiamo aspettarci che male. E finalmente ognuno contempli la propria infermità spirituale, e quanti peccati ha commesso e commette ogni giorno. Osservi con quanta fatica compie qualche bene, e quanto è imperfetto questo bene, ché è sempre pieno o di vanagloria, o di tiepidezza, o di rispetto umano e di altri peccati. E consideri quanto facilmente cade, in quanti pericoli si trova, quanto poco perseveri nei buoni propositi; e quanto gravemente li trasgredisce, che talora sembra che egli non li abbia mai fatti. E così ognuno s’impegni continuamente nella conoscenza di sé medesimo.
4) Quarta regola: consiste nel cercare di conoscere la gloria della maestà di Dio nelle sue creature, considerando che da Dio è stato creato dal nulla l’immenso corpo celeste in tutta la sua bellezza con tutte le creature incluse in esso. Considera che Dio lo conserva e lo muove, che fa fiorire gli alberi e che non si muove foglia senza il suo comando.
Pensa che Dio ha creato milioni di angeli, uno più bello dell’altro, al cui confronto il cielo è nulla. Considera che Dio potrebbe creare ancora un altro mondo, anzi dieci e cento mondi più belli e più grandi di questo, e che tuttavia tutti sarebbero un nulla a confronto della sua gloria infinita. Pensa che Dio non ha bisogno di creatura alcuna, e che il nostro agire, o bene o male, non accresce e non diminuisce la sua gloria, e neppure l’accresce il fatto che gli angeli continuamente lo lodano. E così l’uomo nel conoscere, sia pure senza percepirla in se stessa, una maestà così grande, è costretto a farsi piccolo, meschino, a reputarsi un nulla, a «umiliarsi sotto la mano di tanta maestà» (1 Pt 5, 6).
5) La quinta regola esige che l’uomo pensi intensamente e con affetto all’incarnazione e alla passione del Signore nostro Gesù Cristo, meditando quanto grande sia stata in questo la bontà di Dio; e consideri la sua umiltà, e quanto l’uomo si deve vergognare della propria superbia, veden  do che Dio non si è vergognato di scendere a tanta bassezza. Molto dovreste leggere i santi Vangeli e considerare in essi che tutta la vita del nostro Redentore è stata d’una umiltà perfetta.
6) Sesta regola. Spesso considerare la vita dei santi nostri padri sia del Vecchio come del Nuovo Testamento; e pensare che sebbene fossero uomini grandi e meritevoli «che il mondo non era degno di possedere» (Eb 11, 38), e avessero compiuto cose grandi e stupende, tuttavia fuggivano gli onori, disprezzavano se stessi e cercavano di sottostare all’obbedienza di altri, e volentieri pativano ingiurie, persecuzioni e martini per amore di Gesù Cristo. E specialmente dovreste leggere la vita di quelle e di quelli che, essendo stati altolocati e grandi nel mondo, poi per amore di Gesù Cristo si sono umiliati e abbassati. Così fu di Santa Paola e di Eustochio sua figliola, alle quali più volte scrisse San Girolamo. Costoro furono d’altissimo rango e rispetto al mondo furono di nobilissimo sangue romano; e nondimeno abbandonarono egualmente la patria, i parenti, gli onori e ogni fasto e, deposte le vesti dorate, le pietre preziose e le perle fulgenti, vestite di cilicio, dopo aver distribuito ai poveri le loro ricchezze, passarono il mare per il gran desiderio di vedere quella terra dove Dio volle far mostra di tanta umiltà.
7) Settima regola. Considerare quanto a Dio dispiace la superbia, «perché ad essa soltanto egli fa resistenza» (1 Pt 5, 5), e si pensi con quanta rovina cadde dal cielo Lucifero con la sua superba compagnia e quanto male fece al genere umano la superbia dei nostri progenitori. Ricordare inoltre come fu umiliato il grande re Nabucodonosor che diventò come una bestia; perché questo peccato dispiace a Dio, in quanto «il suo primo passo consiste nell’allontanarsi da Dio», e nel non voler sottostare alle sue leggi. Rifletti: se i superbi sono tanto odiosi agli uomini, che persino un superbo non sopporta un altro superbo, molto di più essi sono odiosi a Dio.

8) Ottava regola. L’uomo nel suo agire deve essere molto attento e vigilante all’inizio, a metà e al termine dell’opera. Al principio apra bene gli occhi e si proponga di non voler fare nulla per vanagloria, e di stare attento a scacciarla, se dovesse subentrare, mirando con efficacia prima all’amore di Dio e poi alla salute propria e del prossimo. A metà egli deve guardare diligentemente che la vanagloria non entri di nascosto, e si difenda bene dai suoi colpi senza desistere dall’opera buona, portandola a compimento con l’occhio limpido, colombino, fisso al dolce suo sposo Cristo Gesù.
E quando sarà giunto al termine dell’opera non stia a ripensarci sopra, ma cominci a farne un’altra, oppure si prepari a compierla. E se vede che la vanagloria o superbia, di nascosto o travestita, minaccia di entrare, ricorra a Dio, attribuendo a lui tutta l’opera; inoltre consideri che mentre Dio voleva farla perfetta, egli con le sue mancanze l’ha guastata e menomata con molte imperfezioni.
Ognuno poi si guardi sempre dal compiere cose straordinarie davanti agli uomini, le quali possono destare ammirazione o lode, ma viva tra loro onestamente seguendo il comportamento comune delle persone oneste e dabbene; non si vesta né con più lusso, né con eccessiva povertà come non si addice al proprio stato, soprattutto eccedendo in ciò in modo notevole. Così pure cerchi di tenere il giusto mezzo sia nel comportamento, sia nel camminare, sia nel guardare, sia nell’abbigliarsi, sia nel parlare, come in tutte le altre cose: perché in queste cose gli eccessi sono molto notati, mentre la misura di mezzo passa inosservata, essendo abituale.
9) Nona regola. Impari l’uomo a disprezzare se stesso, e a detestarsi, considerando che con tutte queste regole, con tanti precetti e tanti pii esercizi, talvolta ci lasciamo vincere a ogni minima tentazione, cosicché una piccola gloriuzza, o un poco di onore ci tira così forte fuori dal  premio di vita eterna, e dai nostri buoni propositi, al punto che pur vedendo la tentazione e pur sentendo che siamo attratti e feriti, andiamo dietro quell’esca; sicché da una parte ci rimorde la coscienza e dall’altra l’appetito della gloria ci attira, e così i nostri cuori cattivi rimangono impaniati. Perciò l’uomo dovrebbe sdegnarsi contro se medesimo, e spesso far vendetta, rimproverarsi e detestarsi.

0) Decima e ultima regola. Ricorrere continuamente alla preghiera con la speranza di acquistare la vita eterna; infatti essendo la propria eccellenza una grande attrattiva, bisogna contrappone un altro oggetto che attiri fortemente il cuore umano; e questo è la gloria mirabile del Figlio di Dio, per la quale l’uomo è spinto a disprezzare ogni altra gloria. E poiché, come abbiamo detto, questo nemico è sottile, astuto, persistente e mortale, bisogna contrapporgli la preghiera continua, con cui l’intelletto si illumina nella conoscenza di se medesimo e nella conoscenza di Dio, e scopre e vede le astuzie e le trame del nemico, le quali sono visibili solo da parte di chi è illuminato da Dio; e nella preghiera l’uomo acquista le armi per combattere e per vincere, essendo certo che senza di essa non può acquistare nessuna virtù.
Siccome però nella via di Dio non progredire è tornare indietro, pur essendo giunti a quel grado di umiltà che è sufficiente per salvarsi, tuttavia non ci possiamo fermare a quello, ma bisogna salire a maggiore perfezione, o tornare indietro fino al punto di perderla. Perciò occorrono costanza, longanimità, coraggio e la speranza di raggiungere un grado superiore. E quand’anche uno talvolta si sente intiepidire, o cadere nei lacci della superbia, o vanagloria, non deve per questo smarrirsi; anzi deve risorgere più forte dopo l’umiliazione contro la superbia, pensando che Dio l’ha lasciato cadere affinché conosca se stesso e conoscendosi si umilii di più e umiliandosi abbia maggiore energia contro il suo nemico.Abbiamo dunque un’umiltà sufficiente alla salvezza eterna, quando uno si sottomette all’obbedienza dei comandamenti di Dio e dei suoi superiori in quelle cose in cui gli sono superiori, guardandosi dai peccati mortali.
Perciò quando l’anima sente di aver acquistato questo grado, non deve fermarsi, perché lo star fermo è tornare indietro: ma con impegno e rinnovati buoni propositi dica: Che merito ho io, se mi assoggetto solo a Dio e ai miei superiori? Io ho fatto quello che ero tenuto a fare. La vera gloria sta nel compiere quello cui non sei obbligato per legge naturale o divina. E senza dubbio maggior merito osservare i comandamenti e i consigli, che i soli comandamenti. Perciò dopo che mi sono umiliato ai miei superiori, ora mi voglio umiliare anche ai miei uguali.
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A questo punto si deve cominciare a considerare nel prossimo quello che è di Dio: che egli cioè è a immagine della santa Trinità; che è redento dal sangue di Cristo; che egli possiede questa o quella virtù. E pensare che egli è forse più di voi accetto e gradito a Dio. E dall’altra parte considerate in voi quello che è dell’uomo: cioè i vostri peccati, la grande vostra fragilità e l’ingratitudine. E confrontate i vostri difetti con le sue grazie: in questo modo il cuore si umilia. Sebbene non sia contro l’umiltà preferire le grazie che uno sente di aver ricevuto personalmente da Dio alle grazie ricevute dal prossimo — parlo delle grazie gratis datae, che con certezza possiamo riscontrare in noi — tuttavia chi vuole davvero umiliarsi non deve mai considerare le proprie grazie, se non con la convinzione di averle ricevute da Dio senza suo merito e di esserne indegno. Perciò, sebbene queste grazie si possono preferire a quelle del prossimo, sapendo ciascuno che per se stesso è nulla e che forse il suo prossimo possiede la grazia [santificante] che rende l’uomo grato a Dio, e che sorpassa ogni altra grazia, mentre forse lui non la possiede, e che se il prossimo avesse ricevuto quelle tali grazie gratis datae le avrebbe adoperate meglio di noi, ognuno in cuor suo ha la possibilità di umiliarsi in questo modo di fronte ai propri uguali.
Inoltre, poiché le virtù si acquistano mediante la grazia di Dio con la cooperazione dell’uomo, bisogna pure esercitarsi negli atti esteriori; per esempio, negli atti di riverenza, così da esser la prima nel salutare, nel credere alla compagna che ti parla, nel mostrarti benevola nell’aspetto, benigna nell’aiutare, umile e mansueta nel domandare, pronta a servirla nelle sue necessità, umile nel riconciliarti ed essere piuttosto la prima che l’ultima nel chiedere perdono, anche se tu fossi stata l’offesa. Colui che vuole acquistare questo secondo grado di umiltà deve esercitarsi devotamente in queste e in altre azioni consimili, piegando di continuo e con forza la perversità dell’inclinazione cattiva e superba.
Dopo aver acquistato questo grado, bisogna procedere oltre, umiliandosi anche di fronte agli inferiori. Considerando che non la dignità o l’alta posizione rende l’uomo alto presso Dio, ma la grazia accompagnata dall’umiltà. Di qui le parole del Salvatore: «Ciò che è alto presso gli uomini è abominevole presso Dio» (Lc 16, 15).
Ecco perché sebbene negli atti esterni l’uomo non debba mostrare sottomissione al proprio inferiore, in cuor suo però non deve stimarsi superiore a lui, perché non sa quello che è racchiuso in quell’anima. Talora infatti sono stati stimati pazzi molti che ora invece sono grandi in cie lo. Tuttavia anche negli atti esteriori uno potrebbe umiliarsi qualche volta ai propri inferiori, attese le debite circostanze. Quando, per esempio, una vostra serva fosse inferma, potreste servirla come se serviste Gesù Cristo.
Non vergognarti di compiere talora con lei qualche umile servizio, nel tempo e nel luogo opportuno, come faceva San Martino, il quale qualche volta toglieva e puliva le scarpe e le calze al proprio domestico. Con gli inferiori, quando dicono parole aspre, è bene riprenderli con parole umili e dolci, ben sapendo che non è il momento di esasperarli quando sono adirati, perché allora non accettano nessuna correzione. Perciò allora è bene tacere ed esercitarsi in questo grado di umiltà. Ecco quindi che l’uomo desideroso d’acquistare questa virtù può esercitarsi in simili atti suggeriti dallo Spirito Santo, il quale fornisce il luogo, il tempo e il modo opportuno alle persone ferventi e infiammate dall’amore di Dio e della virtù.
In tutti questi pii esercizi però, bisogna stare molto attenti, perché quanto più uno si esercita e si impegna negli atti esterni di virtù, tanto più sogliono crescere nascostamente i sentimenti interiori dell’orgoglio, perché è cosa ben difficile che l’uomo faccia opere di grande lode, senza che nel suo cuore cresca la fiducia di poterle compiere e di farne di più grandi. E così, fortificando le opere esterne e vincendo i vizi e le cattive inclinazioni con grande forza, di soppiatto e gradatamente nasce nel cuore la presunzione; e così si cresce nelle virtù esteriori, ma diminuisce i’umiltà interiore.
Ecco perché molte volte Dio lascia cadere i suoi servi che compiono cose grandi nel mondo, in qualche grosso difetto, affinché riconoscano che da se stessi non hanno forza di operare, e perché non abbiano fiducia in se medesimi, e così risorgano più umili di cuore e siano più forti negli esercizi esteriori. Perciò quando un uomo ha compiuto cose grandi al cospetto degli uomini, deve rientrare in se stesso ed esaminare a fondo se dentro è penetrato qualche sentimento di superbia o di vanagloria. Inoltre deve esaminare se quando è lodato si sdegna in se stesso; perché un’anima perfettamente umile, non avendo che bassa stima di sé, quando si sente lodare dagli uomini, pensa che lo facciano per errore, e contro tale errore si sdegna e si rattrista per non essere reputato per quello che è. E se si sente lodare da Dio, ossia per bocca di un profeta, o di un santo o di un angelo, se ne meraviglia altamente, stupito che costoro, i quali non sono capaci di mentire, possano dire di lui tali cose.
Ecco perché la Vergine Maria, quando udì la voce dell’angelo che pronunziava grandi lodi di lei, si turbò, cioè si meravigliò fortemente di quel parlare, e pensava e rifletteva in se stessa da dove potesse procedere, cioè donde poteva derivare una lode così grande, che in ogni modo stimava superiore a ogni sua virtù. E questo è segno di perfetta umiltà, poiché è segno che uno conosce perfettamente se stesso, e che ogni opera buona che compie procede da Dio per la sua grande misericordia: ossia che non è lui a compierla, bensì Dio servendosi di lui. E riconosce che ogni sua opera non è altro che peccato. Perciò riconosce chiaramente, non per averlo letto o sentito dire, che egli non compie altro che peccato; e se compie del bene, non è lui che lo compie, ma è Dio che lo fa servendosi di lui come di uno strumento. Egli perciò si mantiene in continua compunzione, umiltà e sottomissione, sempre aspettando la misericordia di Dio.
Sono pochi però coloro che raggiungono questo grado, ma anche se uno lo raggiungesse, dovrebbe procedere oltre, perché in questo mondo niente è così perfetto da non poter divenire ancora più perfetto. A me pare infatti che il grado perfettissimo dell’umiltà, che l’uomo raggiunse, dopo aver acquisito tutti i precedenti, consista nel compiere cose eccellenti per amore di Dio e il bene del prossimo, e insieme nel desiderare umiliazioni: ossia di essere perseguitato, calunniato, martirizzato dai cattivi e che di lui non si abbia stima alcuna. Tale umiltà volle mostrare al mondo il nostro Salvatore, il quale, dopo aver compiuto opere eccellentissime, abbracciò oltraggi vili quanto mai, ossia i vituperi dei Giudei e l’obbrobrio della croce.

Ma questo grado di umiltà si riscontra in pochi luoghi e rare volte, sia perché ora sono pochi coloro che compiono cose grandi e celestiali sulla terra, sia perché sono anche meno quelli che, facendole, non si dilettino della lode
umana. E anche perché sono pochissimi quelli che la fuggono, poiché ognuno nel compiere cose minime appena degne di lode, e persino degne di biasimo, cerca di mostrarle agli uomini, sperando di riceverne un po’ di gloria; anzi, costoro non le farebbero se davvero fossero oneste.


I 12 GRADI DI SAN BENEDETTO
In questo modo, dunque, si sale alla perfezione dell’umiltà di grado in grado. Invece 5. Benedetto assegna dodici gradi all’umiltà, i quali sono piuttosto segni o manifestazioni dell’umiltà interiore che suoi gradi.2 Ma per non omettere nulla [su questo tema], per quanto io posso, li espongo in quest’ultima parte del mio trattato.
1°) Il primo grado, o segno, è che uno mostri sempre umiltà di cuore e di atteggiamenti esterni in tutti i suoi gesti, non facendo atti che mostrino superbia, soprattutto con lo sguardo. Perciò l’umile deve tenere gli occhi bassi a terra, soprattutto al cospetto degli uomini e non tenere la testa alta, ma con moderata modestia tenerla bassa e inclinata. Non col collo torto, né col capo tanto inclinato da sconfinare nell’ipocrisia, ma con moderazione, senza
ostentazione o singolarità.
2°) Il secondo grado consiste nel ridurre a poche le nostre parole, e sempre assennate, cioè di cose sacre e gravi, cosicché anche negli incontri spirituali dovete dilettarvi

più di ascoltare che di parlare; e se pure parlate, le vostre parole siano poche e ben dosate di sale, di sapienza e a voce bassa, perché la voce troppo alta è segno di mente altera e poco timorata.
3°) Il terzo grado consiste nel non essere facili e pronti al riso; ma nel ridere di rado e con moderazione, secondo le parole dell’Ecclesiastico: «Lo stolto ridendo alza la voce; ma l’uomo savio sorride appena, quasi silenziosamente» (Sir 21, 23).
4°) Il quarto consiste nel tacere fino a che non si è interrogati. E ciò nel senso che uno non parli se non quando c’è bisogno, cosicché le parole gli escano di bocca quasi per forza, e perché vede che in quel caso non si può fare altrimenti.
5°) Il quinto grado fa sì che l’uomo non si allontani dal modo comune di vivere imposto dalla regola: e ciò vuol dire che uno non compia nessuna singolarità rispetto al comune onesto modo di vivere, perché questo genera vanagloria come abbiamo spiegato sopra.
6°) Il sesto grado consiste nel fatto che uno crede veramente e dichiara di essere più vile degli altri. Ci sono alcuni però i quali si dichiarano vili a parole, ma non lo credono nel loro cuore, e da questo avvilimento si aspettano qualche lode.
7°) Il settimo grado consiste nel fatto che uno crede e dichiara di non esser degno e capace degli uffici e incombenze di cui è incaricato, specialmente di quelli che riguardano Dio.
8°) L’ottavo grado porta l’uomo a confessare i propri peccati, senza nasconderli, e a dichiarare di essere peccatore, accusandosi apertamente, senza scusarsi e senza mormorare le parole tra i denti.
9°) Il nono sta nel sopportare pazientemente per obbedienza cose gravi e aspre; perché nelle cose facili tutti saprebbero essere obbedienti e pazienti.

10°) Il decimo sta nel sottomettersi ai propri superiori in tutti i loro comandi; perché non è veramente umile chi trascura qualche comando.
11°) Il grado undicesimo sta nel non rallegrarsi di compiere la volontà propria, ma piuttosto quella altrui; e non soltanto quella dei superiori, bensì anche degli uguali e talora persino quella degli inferiori, quando la loro volontà è conforme a quella di Dio. E voi potreste molto esercitarvi in questo grado, sforzandovi nelle cose che non sono contro Dio, di fare più la volontà del vostro marito che la vostra, di obbedire a lui come a Cristo. Così pure potreste fare ugualmente con gli altri uguali di casa vostra, senza far prevalere sempre sul loro il vostro modo di vedere.
12°) Il dodicesimo grado consiste nel mantenersi sempre nel timore di Dio e nel ricordare i suoi comandamenti, meditandoli continuamente nel timore di trasgredirli. E beato chi è umile di cuore, perché tutta la Scrittura esalta questa santa umiltà. E il nostro Salvatore, che non può mentire, afferma: «Chi si esalta sarà umiliato; e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14, 11).

                                        G. Savonarola

 

 

VERSO IL SACERDOZIO a cura di mons. Massimo Camisasca - “L’uomo vero”

 - Chi leggesse i testi che sono pubblicati dalla Santa Sede dal Concilio Vaticano II ad oggi, a riguardo della formazione dei sacerdoti o dei giovani chiamati al sacerdozio, non potrebbe non rimanere colpito dal fatto che in essi grande spazio è dedicato alla formazione umana. Questo è l’indice di un’urgenza profonda che merita di essere presa in considerazione. L’urgenza cioè, che i giovani che si preparano al sacerdozio siano delle persone che intraprendono questa strada non per paura di fronte ad altre scelte, non per una rinuncia, ma perché hanno percepito la possibilità autentica del potenziamento e della realizzazione della loro stessa umanità. Non si può pensare di affrontare separatamente il tema della formazione umana e quello della formazione cristiana.
In questi anni, invece, in seguito a una giusta attenzione a che il sacerdote sia un uomo completo, si è accentuata spesso la ricerca dell’uomo perfetto più che dell’uomo vero. La Ratio fundamentalis del 1970 diceva che la vocazione sacerdotale, «quantunque sia un dono soprannaturale e del tutto gratuito, si appoggia necessariamente su doti naturali, così che, se ne manca qualcuna, giustamente si deve dubitare che esista vera vocazione». E negli Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale del 1974 si arriva a dire che «se non c’è l’uomo, non c’è il chiamato».
Osservazioni giuste che non devono però spingerci a cercare nel giovane un uomo perfetto, ma un uomo in cammino autentico, un uomo che mette seriamente davanti a Cristo tutta la realtà della sua umanità, tutte le doti e tutte le ombre. Un uomo che non ha censurato nulla di sé, ma che sa affrontare il sacrificio di sé, perché sa che ha già ricevuto il più grande tesoro.
Non dobbiamo avere timore di accogliere nei nostri seminari e nelle nostre case di formazione personalità vive, ricche, anche problematiche, purché in esse ci sia, come più volte i documenti del Magistero richiamano, una chiarezza d’intendimento. Per usare le parole dell’Optatam totius, «la retta intenzione e la libera volontà».
L’esperienza stessa della casa di formazione e del seminario deve essere un’esperienza che non censura nulla della vita della persona ma, attraverso il giusto sacrificio, porta a compimento ogni vera attesa. La casa di formazione o il seminario devono essere anzitutto una casa di esperienza di fede, di esperienza del popolo di Dio come luogo in cui sono realizzate le promesse, in cui la profezia si è compiuta. Mons. Massimo Camisasca, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo.

 

I SETTE VIZI CAPITALI

2.1. Avarizia (A. Drigani)2

«L’amore del denaro è la radice di tutti i mali»: il detto paolino (l Tm 6,10) è la migliore introduzione per riflettere sull’avarizia, definita dalla dottrina cattolica come cupidigia disordinata di beni materiali, utili per altro nella misura in cui giovano all’uomo per il raggiungimento del suo fine ultimo. «Dunque», argomenta s. Tommaso d’Aquino, «la bontà dell’uomo nei loro riguardi consiste in una particolare misura, vale a dire nel desiderare il possesso delle ricchezze in quanto necessarie alla vita, secondo le condizioni di ciascuno. Si ha quindi un peccato nell’oltrepassare codesta misura, quando si vuole acquistare o ritenere più del dovuto. E quanto costituisce precisamente l’avarizia che è amore di possedere senza misura». Come negli altri vizi capitali, anche nell’avarizia è insita una triplice offesa: al prossimo, a se stessi e a Dio. L’avarizia lede il prossimo, perché nelle ricchezze materiali non può sovrabbondare uno senza che un altro rimanga nell’indigenza, per il fatto che quei beni non possono essere posseduti simultaneamente da più persone. (..leggi tutto)

 

Natale e l’Eucaristia

 

Nel febbraio 1865, p. Eymard, per la rivista “Le Très Saint Sacrement”, scrisse un articolo dal titolo “Natale e l’Eucaristia”. Nell’imminenza del Natale offriamo qui di seguito i passaggi che riteniamo più interessanti. Lo stile di p. Eymard è entusiastico, volto a toccare il sentimento. Betlemme, la casa del pane, è l’inizio di un cammino che ha il suo punto di arrivo nel Cenacolo, dove ci viene donato un pane nuovo. 

È Natale! Rallegriamoci! L’Angelo ci invita: asciugate le vostre lacrime, poveri figli di Eva, l’esilio sta per finire, la maledizione del vostro primo padre sta per cedere il posto alla benedizione di Abramo. L’atteso delle nazioni, il gran Re, viene a visitare il suo popolo. “Ecco – dice l’inviato celeste ai pastori – ecco vi annuncio una bella notizia: oggi è nato per voi il Salvatore!”.

Ma dov’è nato? In quale città? In quale palazzo? Chi è la sua fortunata madre? Come lo riconosceremo?

È nato a Betlemme, la città regale di Davide e della sua discendenza. Il profeta l’aveva detto: “E tu, Betlemme, la più piccola città di Giuda, tu trionferai su tutte le altre città, perché da te uscirà il capo che governerà Israele mio popolo”. Betlemme, o la casa del pane. È il suo nome in ebraico. Betlemme deve, in effetti, donarci il vero pane del cielo, il pane vivo.

Sua madre, è la Vergine di Isaia, la donna forte rivelata alla sfortunata Eva, la nemica giurata del serpente infernale. Abita la piccola città di Nazaret nella rozza Galilea; è povera, abita con i poveri…

Quale casa, quale palazzo riceverà questo gran Re e l’angelica Vergine? Tutto è pronto: il Padre celeste ha preparato dall’inizio del mondo, al suo Figlio incarnato, una bella dimora… Questa casa è una grotta scavata nella roccia della montagna sulla quale è costruita Betlemme! È calma e silenziosa, posta fuori del tumulto della città. È là che la Vergine d’Israele deve fermarsi e partorire l’Emmanuele.

È nell’indigenza e tra gli animali che [il Messia] viene a cercare l’umanità decaduta; è là che fissa, mettendovi la sua culla, il primo gradino di questa scala divina che deve far risalire tutti gli uomini alla gloria e alla gioia.

Andiamo dunque a Betlemme per vedervi come un Dio diviene uomo e inizia la sua vita umana. “Da questo riconoscerete il Salvatore: troverete un bambino, avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia!”. Poi gli Arcangeli intonano il Gloria nel più alto dei cieli.

Esitano un istante, questi poveri pastori, anch’essi attendevano un magnifico Re, ricco, potente e trionfante. Tuttavia la grazia li ha toccati. Andiamo a vedere, si dicono, e vengono direttamente alla casa…

Arrivano, guardano, meravigliati, commossi; piangono di gioia, prostrati davanti alla mangiatoia vedono il Salvatore nelle vesti simili a quelle dei loro bambini; il suo tenero corpo riposa o piuttosto inizia a soffrire su un po’ di rozza paglia; sorride, le sue piccole mani li benedicono, e i loro cuori traboccano di ineffabili sentimenti.

Beati pastori! La vostra condizione è bella, perché vi dà diritto al primo posto attorno al trono del nuovo Re, che si chiamerà, anche lui, pastore, il buon Pastore. Oh! Quale re in questo momento non avrebbe scambiato il suo scettro con il vostro bastone, la sua corona con la vostra fortuna!

Ecco il Natale, dov’è l’Eucaristia? Essa brilla di tutta la sua luce; ammiratene gli splendori. Il Verbo si è fatto carne per soffrire, diventare la vittima di propiziazione, e darci in nutrimento questa stessa carne, immolata sulla croce, risuscitata nella sua potenza e vivente nella gloria.

A Betlemme egli semina questo grano di frumento, questo frumento degli eletti, affinché germi nell’umiltà, cresca nell’obbedienza e maturi al fuoco dell’amore del Calvario. Egli ha detto: “Se il grano di frumento caduto a terra non muore, resta sterile; ma se muore, porterà molto frutto”. Ecco dunque seminato questo piccolo grano di frumento. Aspettate, e vedrete la benedizione di Isacco realizzata diventare come un campo fertile, che diffonde ovunque il suo soave odore.

Ma prima colui che porta l’universo sarà debole e annientato come la paglia che gli serve da letto e di cui sembra oggi sostituire il grano mancante. La sofferenza e la persecuzione lo accoglieranno dal momento della sua entrata nel mondo. Sua madre lo porterà fuggitivo fino in Egitto, questo paese del frumento miracoloso di Giuseppe. Essa ci preparerà in seguito questo pane di vita nell’oscura borgata di Nazaret, dove crescerà, ignorato, all’ombra del suo amore, fino a quando il momento della mietitura arrivi, di questa mietitura rivelata alla Samaritana, al pozzo di Giacobbe; fino a quando il Cenacolo apra le sue porte alla pasqua eucaristica. Il frumento di Betlemme sarà allora maturo; e Gesù, prendendo il pane nelle sue mani sante e venerabili, lo benedirà, renderà grazie a suo Padre, lo darà ai suoi discepoli dicendo: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo che sarà offerto per voi”. E i discepoli mangeranno questo pane così nuovo.

Cantiamo dunque Natale come i nostri vecchi padri; amiamo ancora questa graziosa stalla divenuta l’incontro tra il cielo e la terra.

Facciamo rinascere il divino Bambino nel nostro amore, alfine di rinnovargli i primi omaggi della mangiatoia. L’amore ama ripetere i suoi sentimenti, e Dio stesso si compiace degli omaggi resi ai suoi benefici. 

p. Eymard

 

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  - La gratuità è una dimensione fondamentale della vita sacerdotale. Educare ad essa è oggi ancor più necessario, in un’epoca in cui una posizione menzognera di fronte alla realtà è contrabbandata come l’unica possibile dalla mentalità corrente. Questa mentalità è quella del consumo, l’opposto della gratuità. La realtà esterna a noi, il “tu”, qualunque esso sia, cosa o persona, viene sentita dalla mentalità dominante - e perciò imposta a noi - come qualcosa di cui servirci, come qualcosa da esaurire, da bruciare in un’utilità immediata, invece che qualcosa a cui aprirci, da accogliere, da ascoltare, da far fiorire dall’interno.
La posizione della persona di fronte all’essere è una questione fondamentale per ogni uomo, ma essa si rivela di importanza straordinaria per noi che siamo chiamati ad essere educatori, che siamo chiamati a vivere la nostra vita in rapporto con altre persone che dovremmo aiutare proprio a questa posizione di verità. Cosa diremo, cosa porteremo agli altri, se noi stessi non vivremo questa gratuità? Come si può vivere con gli altri se non si riesce ad accogliere l’altro per ciò che è, non per ciò che dà?
Siamo creature fatte e create da Dio, il nostro essere è per sua natura dipendenza, apertura, ascolto. L’educazione alla gratuità mira a far ritrovare questa posizione originaria. Come concretamente? Attraverso un pezzo di tempo dentro la settimana, sistematicamente dedicato al rapporto con altri, chiunque essi siano, per l’unica ragione che essi sono. Avendo come utilità quella di riportare dentro il nostro cuore, dentro la nostra mente, la percezione della Gratuità Assoluta che fa tutte le cose, gli uomini e il mondo, gratuità da cui veniamo e cui andiamo e in cui ogni cosa consiste.
Questo tempo, poco o tanto, regolarmente speso per questa educazione di sé, è educazione ad una dimensione permanente della vita. Esso tende, se vissuto in modo vero, ad influire sul modo in cui instauriamo i rapporti con qualsiasi persona, così come i momenti di silenzio, perché in fondo hanno la stessa natura: sono un atto di preghiera.