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Preti e religiosi del nuovo millenio in dialogo

Opera omnia di S.Caterina Da Siena

N.B. Questa edizione on.line delle opere di S. Caterina ripresenta il testo classico con alcuni termini arcaici adattati alla

lingua moderna a cura dalla redazione di Preticattolici

 

Il Dialogo

Lettere

Orazioni

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Il Dialogo

 

CAPITOLO I.

 

2 CAPITOLO II.

 

3 CAPITOLO III.

 

4 CAPITOLO IV.

 

5 CAPITOLO V.

 

6 CAPITOLO VI.

 

7 CAPITOLO VII.

 

8 CAPITOLO VIII.

 

9 CAPITOLO IX.

 

10 CAPITOLO X.

 

11 CAPITOLO XI.

 

12 CAPITOLO XII.

 

13 CAPITOLO XIII.

 

14 CAPITOLO XIV.

 

15 CAPITOLO XV.

 

16 CAPITOLO XVI.

 

17 CAPITOLO XVII.

 

18 CAPITOLO XVIII.

 

19 CAPITOLO XIX.

 

20 CAPITOLO XX.

 

21 CAPITOLO XXII

 

22 CAPITOLO XXI.

 

23 CAPITOLO XXIII.

 

24 CAPITOLO XXIV.

 

25 CAPITOLO XXV.

 

26 CAPITOLO XXVI.

 

27 CAPITOLO XXVII.

 

28 CAPITOLO XXVIII.

 

29 CAPITOLO XXIX.

 

30 CAPITOLO XXX.

 

31 CAPITOLO XXXI.

 

32 CAPITOLO XXXII.

 

33 CAPITOLO XXXIII.

 

34 CAPITOLO XXXIV.

 

35 CAPITOLO XXXV.

 

36 CAPITOLO XXXVI.

 

37 CAPITOLO XXXVII.

 

38 CAPITOLO XXXVIII.

 

39 CAPITOLO XXXIX.

 

40 CAPITOLO XL.

 

41 CAPITOLO XLI.

 

42 CAPITOLO XLII.

 

43 CAPITOLO XLIII.

 

44 CAPITOLO XLIV.

 

45 CAPITOLO XLV.

 

46 CAPITOLO XLVI.

 

47 CAPITOLO XLVII.

 

48 CAPITOLO XLVIII.

 

49 CAPITOLO XLIX.

 

50 CAPITOLO L.

 

51 CAPITOLO LI.

 

52 CAPITOLO LII.

 

53 CAPITOLO LIII.

 

54 CAPITOLO LIV.

 

55 CAPITOLO LV.

 

56 CAPITOLO LVI.

 

57 CAPITOLO LVII.

 

58 CAPITOLO LVIII.

 

59 CAPITOLO LIX.

 

60 CAPITOLO LX.

 

61 CAPITOLO LXI.

 

62 CAPITOLO LXII.

 

63 CAPITOLO LXIII.

 

64 CAPITOLO LXIV.

 

65 CAPITOLO LXV.

 

66 CAPITOLO LXVI.

 

67 CAPITOLO LXVII.

 

68 CAPITOLO LXVIII.

 

69 CAPITOLO LXIX.

 

70 CAPITOLO LXX.

 

71 CAPITOLO LXXI.

 

72 CAPITOLO LXXII.

 

73 CAPITOLO LXXIII.

 

74 CAPITOLO LXXIV.

 

75 CAPITOLO LXXV.

 

76 CAPITOLO LXXVI.

 

77 CAPITOLO LXXVII.

 

78 CAPITOLO LXXVIII.

 

79 CAPITOLO LXXIX.

 

80 CAPITOLO LXXX.

 

81 CAPITOLO LXXXI.

 

82 CAPITOLO LXXXII.

 

83 CAPITOLO LXXXIII.

 

84 CAPITOLO LXXXIV.

 

85 CAPITOLO LXXXV.

 

86 CAPITOLO LXXXVI.

 

87 CAPITOLO LXXXVII.

 

88 CAPITOLO LXXXVIII.

 

89 CAPITOLO LXXXIX.

 

90 CAPITOLO XC.

 

91 CAPITOLO XCI.

 

92 CAPITOLO XCII.

 

93 CAPITOLO XCIII.

 

94 CAPITOLO XCIV.

 

95 CAPITOLO XCV.

 

96 CAPITOLO XCVI.

 

97 CAPITOLO XCVII.

 

98 CAPITOLO XCVIII.

 

99 CAPITOLO XCIX.

 

100 CAPITOLO CI.

 

101 CAPITOLO C.

 

102 CAPITOLO CII.

 

103 CAPITOLO CIII.

 

104 CAPITOLO CIV.

 

105 CAPITOLO CV.

 

106 CAPITOLO CVI.

 

107 CAPITOLO CVII.

 

108 CAPITOLO CVIII.

 

109 CAPITOLO CIX.

 

110 CAPITOLO CX.

 

111 CAPITOLO CXI.

 

112 CAPITOLO CXII.

 

113 CAPITOLO CXIII.

 

114 CAPITOLO CXIV.

 

115 CAPITOLO CXV.

 

116 CAPITOLO CXVI.

 

117 CAPITOLO CXVII.

 

118 CAPITOLO CXVIII.

 

119 CAPITOLO CXIX.

 

120 CAPITOLO CXX.

 

121 CAPITOLO CXXI.

 

122 CAPITOLO CXXII

 

123 CAPITOLO CXXIII

 

124 CAPITOLO CXXIV

 

125 CAPITOLO CXXV.

 

126 CAPITOLO CXXVI.

 127 CAPITOLO CXXVII.

 

128 CAPITOLO CXXVIII.

 

129 CAPITOLO CXXVIX.

 

130 CAPITOLO CXXX.

 

131 CAPITOLO CXXXI.

 

132 CAPITOLO CXXX.II

 

133 CAPITOLO CXXXI.

 

134 CAPITOLO CXXXIV.

 

135 CAPITOLO CXXXV.

 

136 CAPITOLO CXXXVI.

 

137 CAPITOLO CXXXVII.

 

138 CAPITOLO CXXXVIII.

 

139 CAPITOLO CXXXIX.

 

140 CAPITOLO CXXXVIII.

 

141 CAPITOLO CXLI.

 

142 CAPITOLO CXLII.

 

143 CAPITOLO CXLIII.

 

144 CAPITOLO CXLIV.

 

145 CAPITOLO CXLV.

 

146 CAPITOLO CXLVI.

 

147 CAPITOLO CXLVII.

 

148 CAPITOLO CXLVIII.

 

149 CAPITOLO CXLIX.

 

150 CAPITOLO CL.

 

151 CAPITOLO CLI.

 

152 CAPITOLO CLII.

 

153 CAPITOLO CLIII.

 

154 CAPITOLO CLIV.

 

155 CAPITOLO CLV.

 

156 CAPITOLO CLVI.

 

157 CAPITOLO CLVII.

 

158 CAPITOLO CLVIII.

 

159 CAPITOLO CLIX.

 

160 CAPITOLO CLX.

 

161 CAPITOLO CLXI.

 

162 CAPITOLO CLXII.

 

163 CAPITOLO CLXIII.

 

164 CAPITOLO CLXIV.

 

165 CAPITOLO CLXV.

 

166 CAPITOLO CLXVI.

 

167 CAPITOLO CLXVII.

 

 

I IL DIALOGO

DI

SANTA CATERINA DA SIENA

 

1

 

 AL NOME DI CRISTO CROCIFISSO E DI MARIA DOLCE.

 

Levandosi un’anima ricolma di grandissimo desiderio per l'onore di Dio e la salvezza delle anime, esercitatasi per uno spazio di tempo nella virtù, abituata e abitata nella cella del conoscimento di sé, per meglio conoscere la bontà di Dio in sé, perché al conoscimento segue l'amore, amando cerca di seguire e vestirsi della verità. E perché in alcun modo gusta tanto ed è illuminata da questa verità quanto col mezzo dell'orazione umile e continua, fondata nel conoscimento di sé e di Dio, poiché l'orazione, esercitandola nel modo detto, unisce l'anima in Dio seguendo le vestigia di Cristo crocifisso, e così per desiderio, affetto e unione d'amore ne fa un altro sé. Questo parve che dicesse Cristo quando disse: «Chi mi amerà e conserverà la parola mia, Io manifesterò me medesimo a lui, e sarà una cosa con me ed Io con lui» (Gv 14,21-23 Gv 17,2); ed in più luoghi troviamo simili parole, per le quali possiamo vedere che egli è la verità che per affetto d'amore l'anima diventa un altro lui e per vederlo più chiaramente.

Ricordomi d'aver udito da alcuna serva di Dio che essendo in orazione levata con grande elevazione di mente, Dio non nascondeva all'occhio dell’intelletto suo l'amore che aveva ai servi suoi, anco lo manifestava, e tra l'altre cose diceva: - Apre l'occhio dell’intelletto e mira in me, e vedrai la dignità e bellezza della mia creatura che ha in sé ragione. E tra la bellezza che Io ho data all'anima creandola all’immagine e similitudine mia, guarda costoro che son vestiti del vestimento nunziale della carità, adornato di molte vere virtù: uniti sono con me per amore. E però ti dico che se tu domandassi a me chi son costoro, risponderei - diceva lo dolce e amoroso Verbo - sono un altro me; perché hanno perduta e annegata la volontà loro propria, e vestitisi e unitisi e conformatisi con la mia.

Bene è dunque vero che l'anima si unisce in Dio per affetto d'amore. Sì che volendo più virilmente conoscere e seguire la verità, levando il desiderio suo prima per sè medesima, considerando che l'anima non può fare vera utilità di dottrina, d'esempio e d'orazione al prossimo suo se prima non fa utilità a sé cioè d'avere e acquistare la virtù in sé, domandava al sommo ed eterno Padre quattro petizioni.

La prima era per se medesima (2v). La seconda per la riforma della santa Chiesa. La terza generale per tutto quanto il mondo, e specialmente per la pace dei cristiani, i quali sono ribelli con molta irriverenza e persecuzione alla santa Chiesa. Nella quarta domandava la divina Provvidenza che provvedesse in comune, ed in particolare in alcuno caso che era addivenuto.

 

2

 

Questo desiderio era grande ed era continuo, ma molto maggiormente crebbe, essendo mostrato dalla prima Verità la necessità del mondo, ed in quanta tempesta e offesa di Dio egli era. Ed intesa aveva ancora una lettera, la quale aveva ricevuta dal padre dell'anima sua, dove egli mostrava pena e dolore intollerabile dell'offesa di Dio, danno delle anime e persecuzione della santa Chiesa. Tutto questo l'accendeva lo fuoco del santo desiderio, con dolore delle offese, e con allegrezza d'una speranza per la quale aspettava che Dio provvedesse a tanti mali.

E perché nella comunione pare che l'anima più dolcemente si stringa fra sé e Dio, e meglio conosca la sua verità - poiché l'anima allora è in Dio e Dio è nell'anima sì come il pesce che sta nel mare, e il mare nel pesce - e per questo le venne desiderio di arrivare nella mattina per avere la messa; il quale dì era il giorno di Maria.

Venuta la mattina e l'ora della messa, si pose con veemente desiderio e con grande conoscimento di sé vergognandosi della sua imperfezione, parendole essere cagione dei mali che si facevano per tutto quanto il mondo, concependo uno odio e uno pentimento di sé con una giustizia santa; nel quale conoscimento odio e giustizia purificava le macchie che le pareva che fossero, ed erano nell'anima sua, di colpa, dicendo: - O Padre eterno, io mi richiamo di me a te, che tu punisca l'offese mie in questo tempo finito. E perché delle pene che deve portare il prossimo mio, io per li miei peccati ne sono cagione, però ti prego benignamente che tu le punisca sopra di me. -

 

3

 

Allora la Verità eterna, rapendo e tirando a sé più forte il desiderio suo, facendo come faceva nel Testamento vecchio, che quando facevano sacrificio a Dio veniva un fuoco e tirava a sé il sacrificio che era accetto a lui, così faceva la dolce Verità (3r) a quella anima, ché mandava il fuoco della clemenza dello Spirito santo e rapiva il sacrificio del desiderio che ella faceva di sé a lui dicendo: - Non sai tu figlia mia, che tutte le pene che sostiene, o può sostenere l'anima in questa vita, non sono sufficienti a punire una minima colpa? Poiché l'offesa che è fatta a me, che sono Bene infinito, richiede soddisfazione infinita. E però Io voglio che tu sappia, che non tutte le pene che si danno in questa vita son date per punizione, ma per correzione, per castigare il figlio quando egli offende. Ma è vero questo: che col desiderio dell'anima si soddisfa, cioè con la vera contrizione e pentimento del peccato. La vera contrizione soddisfa alla colpa e alla pena, non per pena finita che sostenga, ma per lo desiderio infinito; perché Dio, che è infinito, infinito amore e infinito dolore vuole.

Infinito dolore vuole in due modi. L'uno è della propria offesa, la quale ha commessa contro al suo Creatore. L'altro è dell'offesa che vede fare al prossimo suo. Di questi cotali, perché hanno desiderio infinito, cioè che sono uniti per affetto d'amore in me - e però si dolgono quando offendono o vedono offendere - ogni loro pena che sostengono, spirituale o corporale, da qualunque lato ella viene, riceve infinito merito e soddisfa alla colpa che meritava infinita pena; poniamo che siano state opere finite, fatte in tempo finito. Ma perché fu adoperata la virtù e sostenuta la pena con desiderio e contrizione e pentimento infinito della colpa, però valse.

Questo dimostrò Paolo quando disse: «Se io avesse lingua angelica, sapessi le cose future, dessi lo mio ai poveri, e dessi il corpo mio ad ardere e non avessi carità, nulla mi varrebbe» (1Co 13,1-3). Mostra il glorioso apostolo che le opere finite non sono sufficienti, né a punire né a remunerare, senza lo condimento de l'affetto della carità.

 

4

 

Ti ho mostrato, carissima figlia, come la colpa non si punisce in questo tempo finito per veruna pena che si sostenga, puramente pur pena. E dico che si punisce con la pena che si sostiene col desiderio, amore e contrizione del cuore, non per virtù della pena, ma per la virtù del desiderio dell'anima, sì come il desiderio ed ogni virtù vale ed ha in sé vita per Cristo crocifisso unigenito mio Figlio, in quanto l'anima ha tratto l'amore da lui (Mt 1,21) e con virtù segue le vestigia sue. Per questo modo (3v) valgono e non per altro; e così le pene soddisfanno alla colpa col dolce e unitivo amore, acquistato nel conoscimento dolce della mia bontà, e amarezza e contrizione di cuore, conoscendo se medesimo e le proprie colpe sue. Il quale conoscimento genera odio e pentimento del peccato e della propria sensualità, così egli si reputa degno delle pene e indegno del frutto. Sì che - diceva la dolce Verità - vedi che per la contrizione del cuore, con l'amore della vera pazienza e con vera umiltà, reputandosi degni della pena e indegni del frutto per umiltà, portano con pazienza; sì che vedi che soddisfa nel modo detto.

Tu mi chiedi pene, affinché si soddisfi alle offese che sono fatte a me dalle mie creature, e domandi di volere conoscere e amare me che sono somma Verità. Questa è la via a volere venire a perfetto conoscimento e gustare me, Vita eterna: che tu non esca mai del conoscimento di te, e abbassata che tu sei nella valle dell'umiltà, e tu conosce me in te, del quale conoscimento trarrai quello che ti bisogna ed è necessario.

Nessuna virtù può avere in sé vita se non dalla carità; e l'umiltà è balia e nutrice della carità. Nel conoscimento di te ti umilierai, vedendo te per te non essere, e l'essere tuo conoscerai da me, che vi ho amati prima che voi fuste. E per l'amore ineffabile che Io v'ebbi, volendovi ricreare a grazia, vi ho lavati e ricreati nel sangue de l'unigenito mio Figlio, sparto con tanto fuoco d'amore.

Questo sangue fa conoscere la verità a colui che s'ha levata la nuvola de l'amore proprio per lo conoscimento di sé, ché in altro modo non la conoscerebbe. Allora l'anima s'accenderà in questo conoscimento di me con un amore ineffabile, per mezzo del quale amore sta in continua pena, non pena affliggitiva, che affligga né disecchi l'anima, anco la ingrassa; ma perché ha conosciuta la mia verità e la propria colpa sua e la ingratitudine e cecità del prossimo, ha pena intollerabile; e però si duole perché m'ama, che se ella non m'amasse non si dorrebbe.

Subito che tu e gli altri servi miei avrete nel modo detto conosciuta la mia verità, vi converrà sostenere fino alla morte le molte tribolazioni, ingiurie e rimproveri in detto e in fatto, per gloria e loda del nome mio (Mt 24,9), sì che tu porterai e patirai pene.

Tu dunque, e gli altri miei servi, portate con vera (4r) pazienza, con dolore della colpa e con amore della virtù per gloria e loda del nome mio. Facendo così, soddisfarò le colpe tue e degli altri servi miei, sì che le pene che sosterrete saranno sufficienti per la virtù della carità a soddisfare e remunerare in voi e in altrui. In voi ne riceverete frutto di vita, spente le macchie delle vostre ignoranze, ed Io non mi ricorderò che voi m'offendeste mai (Is 43,25 Ez 18,21-22 He 10,17 Jr 31,34). In altrui soddisfarò per la carità e affetto vostro, e donerò secondo la disposizione loro con la quale riceveranno.

In particolare, a coloro che si dispongono umilmente e con deferenza a ricevere la dottrina dei servi miei, lo' perdonerò la colpa e la pena. Come? Che per questo verranno a questo vero conoscimento e contrizione dei peccati loro, sì che con lo strumento dell'orazione e desiderio dei servi miei riceveranno frutto di grazia, ricevendoli umilmente come detto è; e meno e più secondo che vorranno esercitare con virtù la grazia. In generale dico che per li desideri vostri ricevaranno remissione e donazione. Guarda già che non sia tanta la loro ostinazione, che essi vogliano essere riprovati da me per disperazione, spregiando il sangue del quale con tanta dolcezza son ricomperati (1P 1,18-19).

Che frutto ricevono? Il frutto è che Io gli aspetto, costretto dall'orazione dei servi miei, e dollo' lume e follo' destare il cane della coscienza; follo' sentire l'odore della virtù e dilettarsi della conversazione dei servi miei. Ed alcune volte permetto che il mondo lo' mostri quello che egli è, sentendovi diverse e variate passioni, affinché conoscano la poca fermezza del mondo e levino il desiderio a cercare la patria loro di vita eterna. E così per questi e molti altri modi, i quali l'occhio non è sufficiente a vedere, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare (1Co 2,9 Is 64,4) quante sono le vie e modi che Io tengo, solo per amore e per ridurgli a grazia, affinché la mia verità sia compita in loro.

Costretto sono di farlo dalla inestimabile carità mia con la quale Io li creai, e dall'orazione e desideri e dolore dei servi miei, perché non sono spregiatore della lacrime, sudori e umile orazione loro, anco gli accetto poiché Io sono colui che gli fo amare e dolere del danno delle anime, ma non lo' dà soddisfazione di pena, a questi cotali generali, ma sì di colpa. Perché non sono disposti dalla parte loro a pigliare con perfetto amore l'amore mio e dei miei servi né non pigliano il loro dolore con amarezza e perfetta contrizione della (4v) colpa commessa, ma con amore e contrizione imperfetta, però non hanno né ricevono soddisfazione di pena come gli altri, ma sì di colpa, perché richiede disposizione dall’una parte e dall'altra cioè di chi dà e di chi riceve; e perché sono imperfetti, imperfettamente ricevono la perfezione dei desideri di coloro che con pena li offerano dinanzi da me per loro.

Perché ti dissi che ricevevano soddisfazione e anco l'era donato? Cosí è la verità, che nel modo che lo ti ho detto, per gli strumenti che di sopra contiammo del lume della coscienza e dell'altre cose, l'è soddisfatto la colpa, cioè cominciandosi a riconoscere vomitano lo fracidume dei peccati loro, e cosí ne ricevono dono di grazia.

Questi sono coloro che stanno nella carità comune. Se essi hanno ricevuto per correzione quello che hanno avuto, e non hanno fatta resistenza alla clemenza dello Spirito santo, ne ricevono vita di grazia uscendo della colpa.

Ma se essi, come ignoranti, sono ingrati e irriconoscenti verso di me e verso le fatiche dei miei servi, esso fatto lo' torna in ruina e a giudizio quello che era dato per misericordia; non per difetto della misericordia, né di colui che impetrava la misericordia per l’ingrato, ma solo per la miseria e durezza sua, il quale ha posta con la mano del libero arbitrio in sul cuore la pietra del diamante che, se non si rompe col sangue, non si può rompere.

Anco ti dico che, nonostante la durezza sua, mentre che egli ha il tempo e può usare il libero arbitrio, chiedendo il sangue del mio Figlio, e con essa medesima mano lo ponga sopra la durezza del cuore suo, lo spezzerà e riceverà il frutto del sangue che è pagato per lui. Ma se egli s'indugia, passato il tempo non ha remedio alcun, perché non ha riportata la dota che gli fu data da me, dandogli la memoria perché ritenesse i benefici miei, e l’intelletto perché vedesse e conoscesse la verità, e l'affetto perché egli amasse me, Verità eterna, la quale l’intelletto cognobbe.

Questa è la dota che io vi diei, la quale debba ritornare a me Padre. Avendola venduta e sbarattata al demonio, il demonio con esso lui ne va e portane quello che in questa vita acquistò, empiendo la memoria delle delizie e ricordo di disonestà, superbia, avarizia e amore proprio di sé, odio e pentimento del prossimo; ed è perseguetore dei servi miei. In queste miserie, offuscato l'intelletto per la disordinata voluntà, così ricevono con le puzze loro pena (5r) eternale, infinita pena, perché non satisfecero la colpa con la contrizione e pentimento del peccato.

Sì che hai come la pena soddisfa a la colpa per la perfetta contrizione del cuore, non per le pene finite, e non tanto la colpa, ma la pena che segue dopo la colpa, a quegli che hanno questa perfezione; ed ai generali, come detto è, soddisfa la colpa, cioè che privati del peccato mortale ricevono la grazia, e non avendo sufficente contrizione e amore a soddisfare alla pena, vanno alle pene del purgatorio, passati dal secondo e ultimo mezzo.

Sì che vedi che soddisfa per lo desiderio dell'anima unito in me che sono infinito bene, poco e assai, secondo la misura del perfetto amore di colui che dà l'orazione eil desiderio, e di colui che riceve. Con quella medesima misura che egli dà a me, e colui riceve in sé, con quella l'è misurato dalla mia bontà (Mt 7,2 Mc 4,24 Lc 6,38). Sì che cresce il fuoco del desiderio tuo, e non lasciare passare punto di tempo che tu non gridi con voce umile e continua orazione dinanzi a me per loro. Così dico a te e al padre dell'anima tua, il quale Io ti ho dato in terra, che virilmente portiate, e morto sia ad ogni propria sensualità.

 

5

 

Molto è piacevole a me il desiderio di volere portare ogni pena e fatica fino alla morte per la salvezza delle anime. Quanto l'uomo più sostiene, più dimostra che mi ama; amandomi più conosce della mia verità e quanto più conosce più sente pena e dolore intollerabile per le offese fattemi..

Tu domandavi di sostenere e di punire i difetti altrui sopra di te, e tu non ti accorgevi che tu domandavi amore, lume e conoscimento della verità, perché già ti dissi che quant'era maggiore l'amore, tanto cresce il dolore e la pena: a cui cresce amore cresce dolore. Perciò Io vi dico che voi domandiate e vi sarà dato: Io non respingerò chi mi domanderà in verità (Mt 7,7 Lc 11,9). Pensa che l'amore della divina carità che è nell'anima è tanto unito con la perfetta pazienza, che non si può partire l'una che non si parta l'altra. E però debba l'anima, come sceglie d'amare me, cosí scegliere di portare per me pene in qualunque modo e di qualunque cosa Io le concedo. La pazienza non si prova se non nelle pene, la quale pazienza è unita con la carità, come detto è. Perciò sopportate virilmente, altrimenti non dimostrereste d'essere, né sareste, sposi fedeli (5v) e figli della mia Verità, né che voi siete gustatori del mio onore e della salvezza delle anime.

 

 

6

 

Ché Io ti faccio sapere che ogni virtù si fa col mezzo del prossimo, e ogni difetto. Chi sta in odio di me fa danno al prossimo e a sè medesimo, che è principale prossimo; fagli danno in generale e in particolare.

In generale è perché siete tenuti ad amare il prossimo come voi medesimi (Mt 22,39 Mc 12,31 Lc 10,27); amandolo lo dovete sovvenire spiritualmente con l'orazione, e consigliandolo con la parola, e aiutandolo spiritualmente e temporalmente, secondo che fa bisogno alla sua necessità, almeno volontariamente, non avendo altro. Non amando me non ama lui; non amandolo, non lo aiuta. Offende inanzi se medesimo, ché si priva della grazia, e offende il prossimo tollendogli, perché non gli dà l'orazione e i dolci desideri che è tenuto a offrirmi per lui. Ogni sovvenire che egli li fa, debba uscire della carità ch'egli gli ha per amore di me. (Lc 10,27-37 Mt 22,37-40 Mc 12,29-31).

E così ogni male si fa per mezzo del prossimo, cioè che non amando me, non è nella carità sua. E tutti i mali dipendono perché l'anima è privata della carità di me e del prossimo suo. Non facendo bene, segue che fa male; facendo male, verso cui lo fa e dimostra? Verso se medesimo in prima e verso il prossimo, non verso di me, ché a me non può fare danno, se non in quanto Io reputo fatto a me quello che fa a lui (Mt 25,40-45). Fa danno a sé di colpa, la quale colpa lo priva della grazia: peggio non si può fare. Al prossimo fa danno non dandogli il debito che deve dare della carità della carità e amore, col quale amore lo debba sovvenire con l'orazione e santo desiderio offerto dinnanzi a me per lui. Questo è un sovenimento generale che si debba fare ad ogni creatura che ha in se ragione. (Let 337) Utilità particolari sono quelle che si fanno a coloro che vi sono più da presso dinnanzi agli occhi vostri, dei quali siete tenuti di sovvenire l'uno all'altro, con la parola e dottrina ed esempio di buone opere, e in tutte l'altre cose che si vede egli abbi bisogno, consigliandolo coraggiosamente come se medesimo e senza passione di proprio suo amore. Egli non lo fa, perché già è privato della carità verso di lui, sì che vedi che non facendolo gli fa danno particolare; e non tanto che gli facci danno non facendogli quello bene che egli può, ma egli gli fa male e danno assiduamente. Come? Per questo modo.

Il peccato si fa attuale e mentale; mentale è già fatto che ha concepito piacere del (6r) peccato e odio della virtù; cioè del proprio amore sensitivo il quale l'ha privato dell'affetto della carità, il quale debba avere a me e al prossimo suo, come detto ti ho. E poi che egli ha concepito, gli partorisce l'uno dopo l'altro sopra del prossimo, secondo che piace alla perversa volontà sensitiva, in diversi modi. Alcune volte vediamo che partorisce una crudeltà, e in generale e in particolare. Generale è di vedere sé e le creature in dannazione e in caso di morte, per la privazione della grazia. Ed è tanto crudele, che non soviene sé né altrui dell'amore della virtù e odio del vizio, anco, come crudele, distende attualmente più la crudeltà sua, cioè che non tanto che egli dia esempio di virtù, ma egli, come malvagio, piglia l'officio deli demoni traendo, giusta il suo potere, le creature dalla virtù e conducendole nel vizio. (Oraz VIII 16-19; Oraz VIII 89-91) Questa è crudeltà verso l'anima, ché s'è fatto strumento a tollerle la vita e darle la morte.

Crudeltà corporale usa per cupidità, ché non tanto che egli sovenga il prossimo del suo, ma egli tolle l'altrui, rubando le povarelle; e alcune volte per atto di signoria, e alcune volte con inganno e frode, facendo ricomperare le cose del prossimo e spesse volte la propria persona.

O crudeltà miserabile, la quale sarai privata della misericordia mia, se esso non torna a pietà e benevolenza verso lui. Alcune volte partorisce parole ingiuriose, dopo le quali parole spesse volte segue l'omicidio. E alcune volte partorisce disonestà nella persona del prossimo, per la quale ne diventa animale bruto, pieno di puzza; e non n'intossica pure uno o due, ma chi se gli avvicina con amore e conversazione ne rimane intossicato.

In cui partorisce la superbia? Solo nel prossimo per propria reputazione di sé; così ne traie dispiacere del prossimo suo, reputandosi maggiore di lui, e per questo modo fargli ingiuria. Se egli ha a tenere stato di signoria, partorisce ingiustizia e crudeltà, ed è rivenditore delle carni degli uomini.

O carissima figlia, duolti per le offese fattemi., e piagne sopra questi morti, affinché con l'orazione si distrugga la morte loro. Or vedi che da qualunque lato, e di qualunque maniera di gente, tu vedi tutti parturire i peccati sopra del prossimo (6v) e fargli col suo mezzo. In altro modo non farebbe mai peccato alcun, né occulto, né palese. Occulto è, quando non gli dà quello che gli debba dare; palese è quando partorisce i vizi, sì come Io ti dissi.

Perciò bene è la verità che ogni offesa fatta a me si fa col mezzo del prossimo.

 

7

 

Detto ti ho, come tutti i peccati si fanno col mezzo del prossimo, per lo principio che ti posi, perché erano privati dell'affetto della carità, la quale carità dà vita ad ogni virtù. (Let 97) E così l'amore proprio, il quale priva della carità e carità del prossimo, è principio e fondamento d'ogni male.

Tutti gli scandali, odio e crudeltà e ogni inconveniente procede da questa radice dell'amore proprio. Egli ha avelenato tutto quanto il mondo e infermato il corpo mistico della santa Chiesa e l'universale corpo della cristiana religione, perché Io ti dissi che nel prossimo, cioè nella carità sua, si fondavano tutte le virtù, e così è la verità. Io sì ti dissi che la carità dava vita a tutte le virtù, e così è, ché nessuna virtù si può avere senza la carità cioè che la virtù s'acquisti per puro amore di me. Ché, poi che l'anima ha conosciuta sé come di sopra dicemo, ha trovato umiltà e odio della propria passione sensitiva, conoscendo la legge perversa che è legata nelle membra sue, che sempre combatte contro lo spirito. (Rm 7,23 Ga 5,17) E però s'è levata con odio e pentimento da questa sensualità, conculcandola sotto alla ragione con grande sollicitudine, ed in sé ha trovata la larghezza della mia bontà per molti benefici che ha ricevuti da me, i quali tutti ritrova in se medesima.

Il conoscimento che ha trovato di sé lo retribuisce a me per umiltà, conoscendo che per grazia Io l'abbi tratto delle tenebre e recato a lume di vero conoscimento. E poi che ha conosciuta la mia bontà, l'ama senza mezzo e amala con mezzo. Amala, dico, senza mezzo di sé o di sua propria utilità, e amala col mezzo della virtù, la quale virtù ha concepita per amore di me, poiché vede che in altro modo non sarebbe grato né accetto a me se non conceGvsse l'odio del peccato e amore delle virtù. E quando l’ha concepita per affetto d'amore, subito la partorisce al prossimo suo, ché in altro modo non sarebbe verità che egli l'avesse concepita in sé. Ma come in verità m'ama, così fa utilità al prossimo suo; e non può essere altrimenti, perché l'amore di me e del prossimo è una medesima cosa, e tanto quanto (7r) l'anima ama me, tanto ama lui, perché l'amore verso di lui esce di me.

Questo è quello mezzo, che Io vi ho posto affinché esercitiate e proviate la virtù in voi, perché non potendo fare utilità a me dovetela fare al prossimo.

Questo manifesta che voi aviate me per grazia nell'anima vostra, facendo frutto in lui di molte e sante orazioni, con dolce e amoroso desiderio, cercando l'onore di me e la salvezza delle anime.

 

Non si stanca mai, l'anima inamorata della mia verità, di fare utilità a tutto il mondo, in comune e in particolare, poco e assai, secondo la disposizione di colui che riceve, e dell'ardente desiderio di colui che dà, sì come di sopra fu manifestato, quando ti dichiarai che solo la pena, senza il desiderio, non era sufficiente a punire la colpa. § 3 10ss.) Dopo che ha fatto utilità per l'amore unitivo che ha fatto in me, per mezzo del quale ama lui, aperto l'affetto alla salvezza di tutto quanto il mondo, sovenendo alla sua necessità, ingegnasi, dopo che ha fatto bene a sé per lo concepire la virtù così ha tratto la vita della grazia, di porre l'occhio alla necessità del prossimo in particolare, poi che mostrato l'ha generalmente ad ogni creatura che ha in sé ragione, per affetto di carità come detto è. Così egli soviene quelli da presso, secondo diverse grazie che Io li ho date da amministrare: (1Co 12,4-6) chi di dottrina con la parola, consigliando coraggiosamente senza alcuno rispetto; chi con esempio di vita, e questo debba fare ognuno, di dare edificazione al prossimo di buona e santa e onesta vita.

Queste sono le virtù e molte altre le quali non potresti narrare, che si partoriscono nella carità del prossimo. Perché le ho poste tanto differenti, che Io non le ho date tutte a uno, anco a cui ne do una e a cui ne do un'altra particolare? poniamo che una non ne può avere che tutte non l'abbi, perché tutte le virtù sono legate insieme. Ma dolle molte quasi come per capo di tutte l' altre virtù, cioè che a cui darò principalmente la carità, a cui la giustizia, a cui l'umiltà, a cui una fede viva, ad altri una prudenza, una temperanza, una pazienza, e ad altri una fortezza.

Queste e molte altre darò nell'anima differentemente a molte creature; poniamo che l'una di queste sia posta per (7v) principale oggetto di virtù nell'anima, disponendosi più a conversazione principale con essa che con l'altre. E per questo affetto di questa virtù trae a sé tutte l'altre virtù, ché, come detto è, elle sono tutte legate insieme nell'affetto della carità.

E così molti doni e grazie di virtù e d'altro, spiritualmente e corporalmente - corporalmente dico, per le cose necessarie per la vita dell’uomo - tutte le ho date in tanta differenza che non le ho poste tutte in uno, affinché abbiate materia, per forza, d'usare la carità l'uno con l'altro; ché bene potevo fare gli uomini dotati di ciò che bisognava, e per l'anima e per lo corpo, ma Io volsi che l'uno avesse bisogno dell'altro, e fossero miei ministri da amministrare le grazie e doni che hanno ricevuti da me. Che, lo voglia l'uomo o no non può fare che per forza non usi l'atto della carità. Vero che se ella non è fatta e donata per amore di me, quello atto non gli vale quanto a grazia.

Sì che vedi che, affinché essi usassero la virtù della carità, Io li ho fatti miei ministri e posti in diversi stati e variati gradi. Questo vi mostra che nella casa mia ha molte mansioni (Gv 14,2) e che Io non voglio altro che amore. Poiché nell'amore di me compie l'amore del prossimo. Compito l'amore del prossimo ha osservato la legge: (Mt 22,37-40; Mc 12,28-31) ciò che può fare d'utilità secondo lo stato suo, colui ch'è legato in questa carità, sì lo fa.

 

 

8

 

Ti ho detto come egli fa utilità al prossimo, nella quale utilità manifesta l'amore che ha a me.

Ora ti dico che nel prossimo prova in se medesimo la virtù della pazienza nel tempo della ingiuria che riceve da lui. E prova l'umiltà nel superbo, prova la fede ne l'infedele, prova la vera speranza in colui che non spera, e la giustizia nello ingiusto, e la pietà nel crudele, e la mansuetudine e benignità nell'iracundo.

Tutte le virtù si provano e partoriscono nel prossimo, come gl'iniqui partoriscono ogni vizio nel prossimo loro. Se tu vedi bene, l'umiltà è provata nella superbia, cioè che l'umile spegne la superbia poichéil superbo non può far danno a l'umile, né la infedeltà dell'iniquo uomo, che non ama né spera in me, a colui (8r) che è fedele a me non diminuisce la fede, né la speranza in colui che l'ha concepita in sé per amore di me, anco la fortifica e la prova nella carità dell'amore del prossimo. Ché, con ciò sia cosa che egli lo veda infedele e senza speranza in me e in lui - ché colui che non ama me non può aver fede né speranza in me, anco la pone nella propria sensualità la quale egli ama - il servo fedele mio non lassa poiché fedelmente non l'ami, e che sempre con speranza non cerchi in me la salvezza sua. (Let 292) Sì che vedi che nella loro infedeltà e mancamento di speranza prova la virtù della fede. In questo, e ne l'altre cose nelle quali è bisogno di provarla, egli la prova in sé e nel prossimo suo.

E cosí la giustizia non diminuisce per le sue ingiustizie, anco dimostra di provarla, cioè che dimostra che egli è giusto per la virtù della pazienza; come la benignità e mansuetudine nel tempo dell'ira si manifestano con la dolce pazienza; e nell’invidia pentimento e odio si manifesta la carità della carità, con fame e desiderio della salvezza delle anime. (2Co 12,9-10) Anco ti dico, che non tanto che si pruovi la virtù in coloro che rendono bene per male, ma Io ti dico che spesse volte getterà carboni accesi di fuoco di carità, il quale dissolve l'odio eil rancore del cuore e della mente de l'iracundo, e da odio torna spesse volte a benevolenza; e questo è per la virtù della carità e perfetta pazienza che è in colui che sostiene l'ira de l'iniquo, portando e sopportando i difetti suoi. (Rm 12,17 Rm 12,20-21) Se tu raguardi la virtù della fortezza e perseveranza, ella è provata nel molto sostenere, nelle ingiurie e detrazioni degli uomini i quali spesse volte, quando con ingiuria e quando con lusinghe, lo vogliono ritrare da seguire la via e dottrina della verità; in tutto è forte e perseverante: se la virtù della fortezza è dentro concepita, allora la prova di fuore nel prossimo, come detto ti ho. E se ella, al tempo che è provata con molti contrari non facesse buona prova, non sarebbe virtù in verità fondata.

 

 

9

 

Queste sono le sante e dolci opere che io richiedo (8v) da' servi miei, ciò sono queste virtù intrinsiche dell'anima, provate come ho detto. Non solamente quelle virtù che si fanno con lo strumento del corpo, cioè con atto di fuore o con diverse e varie penitenzie, le quali sono strumento di virtù, ma non virtù. Che se solo fosse questo, senza le virtù di sopra contiate, poco sarebbero piacevoli a me. Anco spesse volte, se l'anima non facesse la penitenza sua discretamente, cioè che l'affetto suo fosse posto principalmente nella penitenza cominciata, impedirebbe la sua perfezione. Ma debbalo porre ne l'affetto dell'amore con odio santo di sé e con vera umiltà e perfetta pazienza, e nell'altre virtù intrinsiche dell'anima, con fame e desiderio del mio onore e salvezza delle anime. Le quali virtù dimostrano che la volontà sia morta, e continuamente si uccide sensualmente per affetto d'amore di virtù.

Con questa discrezione debba fare la penitenza sua, cioè di porre il principale affetto nelle virtù più che nella penitenza. La penitenza die fare come strumento per aumentare la virtù secondo che è bisogno, e che si vede di poter fare secondo la misura della sua possibilità.

In altro modo, cioè facendo il fondamento sopra la penitenza, impedirebbe la sua perfezione, § 99 128ss.) perché non sarebbe fatta con lume di conoscimento di sé e della mia bontà discretamente, e non pigliarebbe la verità mia, ma indiscretamente, non amando quello che Io piú amo, e non odiando quello che Io più odio. Ché discrezione non è altro che un vero conoscimento che l'anima debba avere di sé e di me: in questo conoscimento tiene le sue radici. Ella è un figlio che è innestato e unito con la carità.

è vero che ha molti figli, sì come uno albero che ha molti rami, ma quello che dà vita all'albero e ai rami è la radice, se ella è piantata nella terra de l'umiltà, la quale è baglia e nutrice della carità, dove egli sta innestato questo figlio e albero della discrezione. Ché altrimenti non sarebbe virtù di discrezione e non producerebbe (9r) frutto di vita, se ella non fusse piantata nella virtù de l'umiltà, perché l'umiltà procede dal conoscimento che l'anima ha di sé, e già ti dissi che la radice della discrezione era un vero conoscimento di sé e della mia bontà così subito rende a ognuno il debito suo. (Rm 13,7) E principalmente lo rende a me, rendendo gloria e loda al nome mio, e retribuisce a me le grazie e doni che vede e conosce avere ricevuti da me. (Ps 115,12) Ed a sé rende quello che si vede avere meritato, conoscendo sé per sé non essere, e l'essere suo, il quale ha, conosce avere avuto per grazia da me, e ogni altra grazia che ha ricevuta sopra l'essere retribuisce a me, e non a sé. Parle essere ingrata a tanti benefici e negligente in non avere esercitato il tempo e le grazie ricevute, e però le pare essere degna delle pene.

Allora si rende odio e pentimento nelle colpe sue, e questo fa la virtù della discrezione, fondata nel conoscimento di sé con vera umiltà.

Che se questa umiltà non fosse nell'anima, come detto è, sarebbe indiscreta, la quale indiscrezione sarebbe posta nella superbia, come la discrezione è posta ne l'umiltà. E però indiscretamente, sì come ladro, furarebbe l'onore a me e darebbelo a sé per propria reputazione; e quello che è suo porrebbe a me, lagnandosi e mormorando dei misteri miei, i quali Io adoperasse in lui o nell'altre mie creature. D'ogni cosa si scandalizarebbe in me e nel prossimo suo: il contrario che fanno coloro che hanno la virtù della discrezione, i quali, poi che hanno renduto il debito che detto è, a me e a loro, rendono poi al prossimo il principale debito (Rm 13,8) dell'affetto della carità e della umile e continua orazione, il quale debba rendere ciascuno l'uno all'altro. E rendegli il debito di dottrina, di santa e onesta vita per esempio, consigliandolo e aiutandolo secondo che gli è necessario alla salvezza sua, come di sopra ti dissi. § 7 In ogni stato che l'uomo è, o signore o prelato o suddito, se egli ha questa virtù, ogni cosa che fa e rende al prossimo suo fa discretamente e con affetto di carità, perché elle sono legate ed innestate insieme, e piantate nella terra della vera umiltà, la quale esce del conoscimento di sé. (9v)

 

 

10

 

Sai come stanno queste tre virtù? Come tu avessi uno cerchio tondo posto sopra la terra, e nel mezzo di questo cerchio uscisse uno albero con un figlio dallato unito con lui. L'albero si nutre nella terra che contiene la larghezza del cerchio; che se egli fosse fuore della terra, l'albero sarebbe morto e non darebbe frutto fino che non fosse piantato nella terra. Or cosí ti pensa che l'anima è uno albero fatto per amore, e però non può vivere altro che d'amore.

è vero che, se ella non ha amore divino di vera e perfetta carità, non produce frutto di vita ma di morte.

Conviensi che la radice di questo albero, cioè l'affetto dell'anima, stia ed esca del cerchio del vero conoscimento di sé, il quale conoscimento di sé è unito in me, che non ho principio né fine, sì come il cerchio tondo; che quanto tu ti vai ravollendo dentro nel cerchio non truovi né fine né principio e pure dentro vi ti truovi.

Questo conoscimento di sé, e di me in sé, si trova e sta sopra la terra della vera umiltà, la quale è tanto grande quanto la larghezza del cerchio, cioè il conoscimento che ha avuto di sé unito in me, come detto è; che altrimenti non sarebbe cerchio senza fine né senza principio, anco avrebbe principio, avendo cominciato a conoscere sé, e finirebbe nella confusione se questo conoscimento non fosse unito in me.

Allora l'albero della carità si nutre nella umiltà mettendo dallato il figlio della vera discrezione come detto ti ho. Il midollo dell'albero, cioè dell'affetto della carità che è nell'anima, è la pazienza, la quale è uno segno dimostrativo che dimostra me essere nell'anima e l'anima unita in me.

Questo albero, cosí dolcemente piantato, gitta fiori odoriferi di virtù con molti e variati sapori; egli rende frutto di grazia all'anima e frutto d'utilità al prossimo, secondo la sollicitudine di chi vorrà ricevere dei frutti dei servi miei. A me rende odore di gloria e loda al nome mio, e così fa quello per che Io lo creai, e da questo giogne al termine suo, cioè (10r) me, che sono vita durabile, che non gli posso essere tolto se egli non vuole.

Tutti quanti i frutti che escono dell'albero sono conditi con la discrezione, perché sono uniti insieme, come detto ti ho.

 

11

 

Questi sono i frutti e le opere che Io richiedo dall'anima: la prova delle virtù al tempo del bisogno. E però ti dissi, se bene ti ricorda, già è cotanto tempo, quando desideravi di fare grande penitenza per me, dicendo: «Che potrei io fare che io sostenesse pena per te?» ed Io ti risposi nella mente tua dicendo: «Io sono colui che mi diletto di poche parole e di molte opere», per dimostrarti che non colui che solamente mi chiamarà col suono della parola: «Signore, Signore, io vorrei fare alcuna cosa per te», (Mt 7,21 Lc 6,46) né colui che desidera e vuole mortificare il corpo con le molte penitenzie senza uccidere la propria volontà, m'era molto a grado; ma che Io volevo le molte opere del sostenere virilmente e con pazienza e l'altre virtù che contiate ti ho, intrinsiche dell'anima, le quali tutte sono operative che aduoperano frutto di grazia.

Ogni altra opera posta in altro principio che in questo, Io le reputo essere chiamare solo con la parola, perché elle sono opere finite, e Io che sono infinito richiedo infinite opere, cioè infinito affetto d'amore. Voglio che le opere di penitenza e d'altri esercizi, i quali sono corporali, siano posti come mezzo e non per principale affetto. Che se fosse posto il principale affetto ine, mi sarebbe data cosa finita, e farebbe come la parola, la quale escita che è fuore della bocca non è più; se già la parola non uscisse con l'affetto dell'anima, il quale concepe e partorisce in verità la virtù, cioè che l'opera finita, la quale ti ho chiamata «parola», fosse unita con l'affetto della carità. Allora sarebbe grata e piacevole a me, perché non sarebbe sola ma accompagnata con la vera discrezione, usando le opere corporali come mezzo e non per principale capo.

Non sarebbe convenevole che principio e capo si facesse solo nella penitenza o in qualunque atto di fuore corporale, che già ti dissi che elle erano opere finite. E finite sono, sì perché elle son fatte in tempo finito, e sì perché alcune volte si conviene che la creatura le lassi (10v), o che elle gli siano fatte lasciare, quando le lassa per necessità di non potere fare quello atto che ha cominciato, per diversi accidenti che gli vengono o perobbedienza che gli sarà comandato dal prelato suo, ché, facendole, non tanto che egli meritasse, ma egli offendarebbe. Sì che vedi che elle sono finite. Debba dunque pigliarle per uso e non per principio, ché, pigliandole per principio, necessario è che in alcuno tempo le lassi, e l'anima allora rimane vòta.

E questo vi mostrò il glorioso Paolo quando disse nella lettera sua che voi mortificaste il corpo e uccideste la propria volontà: (Col 3,5-8) cioè sapere tenere a freno il corpo macerando la carne, quando volesse combattere contro lo spirito; (Ga 5,16-17) ma la volontà vuole essere in tutto morta, annegata e sottoposta alla volontà mia. (Mt 16,24-25 Lc 9,23) La quale volontà s'uccide con quello debito che Io ti dissi che la virtù della discrezione rendeva all'anima, cioè odio e pentimento dell'offese e della propria sensualità, il quale acquistò nel conoscimento di sé. Questo è quel coltello che uccide e taglia ogni proprio amore fondato nella propria volontà.

Or costoro son quelli che non mi danno solamente parole ma molte opere, e di questo mi diletto; e però ti dissi che Io volevo poche parole e molte opere. Dicendo «molte» non ti pongo numero, perché l'affetto dell'anima fondato in carità, la quale dà vita a tutte le virtù, debba arrivare in infinito. E non schifo però la parola, ma dissi che volevo poche parole mostrandoti che ogni opera attuale era finita, e però le chiamai «poche» ma pure mi piacciono quando son poste come mezzo di virtù e non per principale virtù.

E però non deba alcun dare giudicio § 104 556-577) di porre maggiore perfezione nil grande penitente che si dà molto a uccidere il corpo suo, che in colui che ne fa meno; poiché, come Io ti ho detto, non sta ine virtù né lo merito loro, poiché male ne starebbe chi, per ligittime cagioni, non può fare opera e penitenza attuale ma sta solo nella virtù della carità, condita col lume della vera discrezione, poiché altrimenti non varrebbe. E questo amore la discrezione lo dà senza fine e senza modo verso di me: però (11r) che sono somma ed eterna Verità, non pone legge né termine all'amore col quale egli ama me, ma bene lo pone con modo e con carità ordinata verso il prossimo suo.

Il lume della discrezione, la quale esce della carità come detto ti ho, dà al prossimo amore ordinato, cioè con ordenata carità, che non fa danno di colpa a sé per fare utilità al prossimo. Che se uno solo peccato facesse per campare tutto il mondo dell’inferno o per adoperare una grande virtù, non sarebbe carità ordenata con discrezione anco sarebbe indiscreta, perché licito non è di fare una grande virtù o utilità al prossimo con colpa di peccato. Ma la discrezione santa è ordinata in questo modo, che l'anima tutte le facoltà sue dirizza a servire me virilmente con ogni sollicitudine, e il prossimo ama con affetto d'amore, ponendo la vita del corpo per la salvezza delle anime se fosse possibile mille volte, sostenendo pene e tormenti perché abbi vita di grazia; e la sustanzia sua temporale pone in sovenimento del corpo del prossimo suo.

Questo fa il lume della discrezione che esce della carità. Sì che vedi che discretamente rende, e debba rendere, ogni anima che vuole la grazia, ed a me amore infinito e senza modo, e al prossimo, col mio amore infinito, amare lui con modo e carità ordinata come detto ti ho, non rendendo male di colpa a sé per utilità altrui. E di questo v'amunì santo Paulo, quando disse che la carità si debba prima muovere da sé, altrimenti non farebbe utilità altrui d'utilità perfetta. Ché quando la perfezione non è nell'anima ogni cosa è imperfetta, ciò che aduopra in sé e in altrui. § 1 41-44) Non sarebbe cosa convenevole che per salvare le creature, che son finite e create da me, fossi offeso Io che sono Bene infinito: più sarebbe grave solo quella colpa, e grande, che non sarebbe il frutto che farebbe per quella colpa. Sì che colpa di peccato in alcun modo tu non debbi fare: la vera carità lo conosce perché ella porta con sè il lume della santa discrezione.

Ella è quello lume che dissolve ogni tenebre, e priva della ignoranza e ogni virtù condisce, e ogni strumento di virtù attuale è condito da lei. Ella ha una prudenza che non può essere ingannata; ella ha una fortezza che non può essere venta; ella ha una (11v) perseveranza grande fino al fine, ché tiene dal cielo alla terra, cioè dal conoscimento di me al conoscimento di sé, dalla carità mia alla carità del prossimo. Con vera umiltà campa e passa tutti i lacciuoli del demonio e delle creature colla prudenza sua. Con la mano disarmata, cioè col molto sostenere, ha sconfitto il demonio e la carne. Con questo dolce e glorioso lume, perché con esso cognobbe la sua fragilità e conoscendola le rende il debito dell'odio, ha conculcato il mondo e messoselo sotto ai piedi de l'affetto spregiandolo e tenendolo a vile: n'è fatto signore facendosene beffe.

E però gli uomini del mondo non possono togliere le virtù dell'anima, ma tutte le loro persecuzioni sono accrescimento e provamento della virtù, la quale prima è concepita per affetto d'amore, come detto è, e poi si prova nel prossimo e si partorisce sopra di lui. E così ti ho mostrato che, se ella non si vedesse e rendesse lume al tempo della prova dinanzi a l'uomo, non sarebbe verità che la virtù fosse concepita.

Perché già ti dissi, e Ti ho manifestato, che virtù non può essere che sia perfetta e dia frutto, senza il mezzo del prossimo, se non come la donna che ha concepito in sé il figlio, che se ella noil partorisce, che venga dinanzi all'occhio della creatura, non si reputa lo sposo d'avere figlio. Così Io che sono sposo dell'anima: (Mt 9,15 Lc 5,35) se ella non partorisce il figlio della virtù nella carità del prossimo, mostrandolo secondo che è necessario, in comune e in particolare, sì come Io ti dissi, dico che in verità non aveva concepute le virtù in sé. E così dico del vizio, che tutti si commettono col mezzo del prossimo.

 

 

12

 

Ora hai veduto che Io, Verità, ti ho mostrata la verità e la dottrina per la quale tu venga e conservi la grande perfezione. E Ti ho anche dichiarato in che modo si sodisfa la colpa e la pena in te e nel prossimo tuo, dicendoti che - le pene che sostiene la creatura mentre che è nel corpo mortale - non è sufficente la pena in sé sola a soddisfare la colpa e la pena, se già ella non fosse unita con l'affetto della carità e con la vera contrizione e pentimento del (12r) peccato, come detto ti ho. Ma la pena allora soddisfa quando è unita con la carità; non per virtù di veruna pena attuale che si sostenga, ma per virtù della carità e dolore della colpa commessa. La quale carità è acquistata col lume dell'intelletto, con cuore schietto e liberale, raguardando in me, oggetto, che sono essa carità. Tutto questo ti ho mostrato perché tu mi domandavi di volere portare.

Òttelo mostrato affinché tu e gli altri servi miei sappiate in che modo e come dovete fare sacrificio di voi a me. § 3 , 10ss.) Sacrificio dico attuale e mentale unito insieme, sì come è unito il vasello con l'acqua che si presenta al signore: ché l'acqua senza il vaso non si potrebbe presentare, e il vaso senza l'acqua portandolo non sarebbe piacevole a lui.

Così vi dico che voi dovete offrire a me il vasello delle molte fatiche attuali, per qualunque modo Io ve le concedo, non scegliendo voi né il luogo né il tempo né le fatiche a vostro modo, ma a mio. Ma questo vasello debba essere pieno, cioè portandole tutte con affetto d'amore e con vera pazienza, portando e sopportando i difetti del prossimo vostro con odio e pentimento del peccato.

Allora si trovano queste fatiche, le quali ti ho poste per uno vasello, piene dell'acqua della grazia mia, la quale dà vita all'anima. Allora Io ricevo questo presente dalle dolci spose mie, cioè da ogni anima che mi serve; ricevo, dico, da loro i veementi desideri lacrime e sospiri loro, umili e continue orazioni, le quali cose sono tutte uno mezzo che, per l'amore che Io gli ho, placano l'ira mia sopra i nimici miei degli iniqui uomini del mondo che tanto m'offendono.

Sì che sostiene virilmente fino alla morte, e questo mi sarà segno che voi in verità mi amaate. E non dovete vollere il capo indietro a mirare l'arato per timore di veruna creatura, né per tribolazione; anco nelle tribolazioni godete. Il mondo si rallegra facendomi molta ingiuria, e voi sete contristati nel mondo (Gv 16,20) per le ingiurie che mi vedete fare, per le quali offendendo me offendono voi, e offendendo voi offendono me, perché sono fatto una cosa con voi. (Lc 10,16; Gv 17,21) Bene vedi tu che avendovi data (12v) la imagine e similitudine mia, e avendo voi perduto la grazia per lo peccato, per rendervi la vita della grazia unii in voi la mia natura, velandola della vostra umanità. E così, essendo voi imagine mia, presi la imagine vostra prendendo forma umana. Sì che io sono una cosa con voi, se già l'anima non si diparte da me per la colpa del peccato mortale; ma chi m'ama sta in me e Io in lui. (1Gv 4,16) E però il mondo lo persegue, perché il mondo non ha conformità con me, e però perseguitò l'unigenito mio Figlio fino all'obrobiosa morte della croce, e così fa a voi. Egli vi persegue e perseguiterà fino alla morte, perché me non ama; che se il mondo avesse amato me e voi amarebbe. (Gv 15,18-19 Gv 17,14) Ma rallegratevi perché l'allegrezza vostra sarà piena in cielo. (Gv 16,20) Anco ti dico che quanto ora abondarà più la tribolazione nil corpo mistico della santa Chiesa, tanto abondarà più in dolcezza e in consolazione. E questa sarà la dolcezza sua: la riforma di santi e buoni pastori i quali sono fiori di gloria, cioè che rendono gloria e loda al nome mio, rendendomi odore di virtù fondate in verità. E questa è la riforma dei fiori odoriferi dei miei ministri e pastori. Non che avesse bisognio il frutto di questa Sposa d'essere reformato, perché non diminuisce né si guasta mai per li difetti dei ministri. Sì che rallegrati tu, eil padre dell'anima tua e gli altri miei servi, nell'amarezza, ché Io, Verità eterna, vi ho promesso di darvi refrigerio, e doppo l'amarezza vi darò consolazione, col molto sostenere, nella riforma della santa Chiesa. -

 

13

 

Allora l'anima ricolma e affocata di grandissimo desiderio, concepito ineffabile amore nella grande bontà di Dio, conoscendo e vedendo la larghezza della sua carità, che con tanta dolcezza aveva degnato di rispondere alla sua petizione e di sodisfare, dandole speranza, all'amarezza la quale aveva concepita per l'offesa di Dio e danno della santa Chiesa e miseria sua propria, la quale vedeva per conoscimento di sé, (13r) mitigava l'amarezza e cresceva l'amarezza. Per che avendole il sommo ed eterno Padre manifestata la via della perfezione, i nuovamente le mostrava l'offesa sua e il danno delle anime, sì come di sotto dirò più distesamente.

Perché nel conoscimento che l'anima fa di sé conosce meglio Dio, conoscendo la bontà di Dio in sé, e nello specchio dolce di Dio conosce la dignità e la indignità sua medesima, cioè la dignità della creazione, vedendo sé essere immagine di Dio, e datole per grazia e non per debito; e nello specchio della bontà di Dio dico che conosce l'anima la sua indignità nella quale è venuta per la colpa sua.

Poiché come nello specchio meglio si vede la macula della faccia dell'uomo, specchiandosi dentro nello specchio, così l'anima che con vero conoscimento di sé si leva per desiderio con l'occhio dell’intelletto a raguardarsi nello specchio dolce di Dio, per la purezza che vede in lui meglio conosce la macula della faccia sua.

E perché il lume e il conoscimento era maggiore in quella era cresciuta una dolce amarezza ed era scemata l'amarezza. Era scemata per la speranza che le dié la prima Verità; e sì come il fuoco cresce quando gli è dato la materia, così crebbe il fuoco in quella anima, per sì fatto modo che possibile non era a corpo umano per potere sostenere che l'anima non si partisse dal corpo. Così se non che era cerchiata di fortezza (Let 371; 373) da colui ch'è somma fortezza non l'era possibile di camparne mai.

Purificata l'anima dal fuoco della divina carità, la quale trovò nel conoscimento di sé e di Dio, e cresciuta la fame con la speranza della salvezza di tutto quanto il mondo e della riformazione della santa Chiesa, si levò con una sicurezza dinanzi al sommo Padre, avendole mostrato la lebra della santa Chiesa e la miseria del mondo, quasi con la parola di Moisè (Ex 32,11) dicendo: - Signore mio, volle l'occhio della misericordia tua sopra il popolo tuo e sopra il corpo mistico de la santa Chiesa, poiché più sarai tu gloriato di perdonare a tante creature e darlo' lume di conoscimento - ché tutte ti darebbero laude, vedendosi campate per la tua infinita bontà dalle tenebre del peccato mortale e da l'eterna dannazione - che solamente di me (13v) miserabile che tanti ho offeso, la quale sono cagione e strumento d'ogni male. E però ti priego, divina, eterna carità, che tu facci vendetta di me; e fa misericordia al popolo tuo: (Oraz VIII 126-9) mai dinanzi dalla tua presenza non mi partirò, infine che io vedrò che tu lo' facci misericordia.

E che farebbe a me che io vedesse me avere vita eterna, e il popolo tuo la morte? e che le tenebre si levasse nella Sposa tua, che è essa luce, principalmente per li miei difetti e dell'altre tue creature? Voglio Perciò, e per grazia te l'adimando, che avesse misericordia al popolo tuo per la carità increata che mosse te a creare l'uomo ad immagine e similitudine tua, dicendo: «Faciamo l'uomo ad immagine e similitudine nostra». (Gn 1,26) E questo facesti volendo tu, Trinità eterna, che l'uomo partecipasse tutto te, alta ed eterna Trinità. Così gli desti la memoria affinché ritenesse i benefici tuoi, nella quale participa la potenza di te, Padre eterno; e destigli l'intelletto, affinché conoscesse, vedendo, la tua bontà e participasse la sapienza de l'unigenito tuo Figlio; e destigli la volontà, affinché potesse amare quello che l'intelletto vide e cognobbe della tua verità, partecipando la clemenza dello Spirito santo. (Orazi 1-17) Chi ne fu cagione, che tu ponessi l'uomo in tanta dignità? L'amore inestimabile col quale raguardasti in te medesimo la tua creatura e innamorastiti di lei; (Gn 1,31) e però la creasti per amore e destile l'essere, affinché ella gustasse il tuo sommo eterno bene.

Vedo che, per lo peccato comesso, perdette la dignità nella quale tu la ponesti; per la ribellione che fece a te cadde in guerra con la clemenza tua, cioè che diventammo nimici tuoi.

Tu, mosso da quel medesimo fuoco con che tu ci creasti, volesti porre il mezzo a reconciliare l'umana generazione che era caduta nella grande guerra, affinché della guerra si facesse la grande pace, e destici il Verbo de l'unigenito tuo Figlio, il quale fu mediatore fra noi e te.

Egli fu nostra giustizia, (1Co 1,30) che sopra di sé punì le nostre ingiustizie, e fece l'obedienzia tua, Padre eterno, la quale gli ponesti quando lo vestisti della nostra umanità, pigliando la imagine e natura nostra umana.

O abisso di carità! Qual cuore si può difendere che non (14r) scoppi a vedere l'altezza discesa a tanta bassezza quanta è la nostra umanità? Noi siamo imagine tua, e tu imagine nostra per l'unione che hai fatta nell’uomo, velando la deità eterna colla miserabile nuvola e massa corrotta d'Adam.

Chi ne fu cagione? L'amore. Tu, Dio, sei fatto uomo, e l'uomo è fatto Dio. Per questo amore ineffabile ti costringo e prego che facci misericordia alle tue creature.-

 

14

 

Allora Dio, vollendo l'occhio della sua misericordia verso di lei, lassandosi costrignere alle lacrime e lassandosi legare alla fune del santo desiderio suo, lagnandosi diceva: - Figlia dolcissima, la lagrima mi costrigne perché è unita con la mia carità ed è gettata per amore di me, e leganomi i penosi desideri vostri. Ma mira e vede come la Sposa mia ha lordata la faccia sua, come è lebrosa per immondizia e amore proprio ed gonfia per superbia ed avarizia di coloro che si pascono al petto suo, cioè la religione cristiana, corpo universale, ed anco il corpo mistico della santa Chiesa: ciò dico dei miei ministri, i quali sono quelli che si pascono e stanno alle mamelle sue, e non tanto che si pascano, ma egli hanno a pascere e tenere a queste mammelle l'universale corpo della religione cristiana, e di qualunque altro volesse levarsi dalle tenebre della infedeltà e legarsi come membro nella Chiesa mia. Vedi con quanta ignoranza e con quante tenebre e con quanta ingratitudine è ministrato, e con mani immonde, questo glorioso latte e sangue di questa sposa? (Let 295) e con quanta presunzione ed inriverenza è ricevuto? E però quella cosa che dà vita, cioè il prezioso sangue de l'unigenito mio Figlio, e tolse la morte e le tenebre, e donò la luce e la verità, e confuse la bugia: ogni cosa donò questo sangue e adoperò intorno alla salvezza e a compire la perfezione nell’uomo, a chi si dispone a ricevere. Ché, come dà vita e dota l'anima d'ogni grazia, poco e assai secondo la disposizione e affetto di colui che riceve, così dà morte a colui che iniquamente vive. (Gv 6,54; 1Cor 11,27) Sì che, dalla parte di colui che riceve, (14v) ricevendolo indegnamente con le tenebre del peccato mortale, a costui gli dà morte e non vita. Non per difetto del sangue, né per difetto del ministro che fosse in quel medesimo male o maggiore, poiché il suo male non guasta né lorda il sangue, né diminuisce la grazia e virtù sua. § 115 , 467ss.; § 133 , 2998ss.) E però non fa male a colui a cui egli lo dà, ma a se medesimo fa male di colpa, alla quale gli segue la pena, se esso non si corregge con vera contrizione e pentimento della colpa.

Dico dunque che fa danno a colui che il riceve indegnamente, non per difetto del sangue né del ministro, come detto è, ma per la sua mala disposizione e difetto suo, che con tanta miseria e immondizia ha lordata la mente eil corpo suo, e tanta crudeltà ha avuta a sé e al prossimo suo. A sé l'ebbe tollendosi la grazia, conculcando sotto ai piedi de l'affetto suo lo frutto del sangue che trasse del santo battesimo, essendogli già tolta per virtù del sangue la macchia del peccato orriginale, la quale macchia trasse quando fu concepito dal padre e dalla madre sua.

E però donai lo Verbo de l'unigenito mio Figlio, perché la massa de l'umana generazione era corrotta per lo peccato del primo uomo Adam; e però tutti voi, vaselli fatti di questa massa, eravate corrotti e non disposti ad avere vita eterna. Così per questo Io, altezza, unii me con la bassezza della vostra umanità, per remediare alla corruzione e morte dell'umana generazione e per restituirla a grazia, la quale per lo peccato perdette. (1Gv 4,9-10) Non potendo Io sostenere pena, e della colpa voleva la divina mia giustizia che n'uscisse la pena, e non essendo sufficiente pur uomo a soddisfare - che se egli avesse pure in alcuna cosa soddisfatto, non soddisfaceva altro che per sé e non per l'altre creature che hanno in loro ragione; benché di questa colpa né per sé né per altrui poteva egli soddisfare, perché la colpa era fatta contro a me, che sono infinita bontà - volendo Io pure restituire (15r) l'uomo, il quale era indebilito, e non poteva soddisfare per la cagione detta e perché era molto indebilito, mandai il Verbo del mio Figlio vestito di questa medesima natura che voi, massa corrotta d'Adam, affinché sostenesse pena in quella natura medesima che aveva offeso; e sostenendo sopra il corpo suo fino all'obrobiosa morte della croce, placasse l'ira mia.

E così satisfeci alla mia giustizia e saziai la divina mia misericordia, la quale misericordia volse soddisfare la colpa dell’uomo e disponerlo a quel bene per mezzo del quale Io l'avevo creato. Sì che la natura umana unita con la natura divina fu sufficiente a soddisfare per tutta l'umana generazione, non solo per la pena che sostenne nella natura finita, cioè della massa d'Adam, ma per la virtù della deità eterna, natura divina infinita. Unita l'una natura e l'altra, ricevetti e accettai lo sacrificio del sangue de l'unigenito mio Figlio, intriso e impastato con la natura divina col fuoco della divina mia carità, la quale fu quello legame cheil tenne confitto e chiavellato in croce.

Or per questo modo fu sufficiente a soddisfare la colpa la natura umana, solo per virtù della natura divina.

Per questo modo fu tolta la marcia del peccato d'Adam, e rimase solo il segno, cioè inchinamento al peccato, e ogni difetto corporale, sì come la conseguenza che rimane quando l'uomo è guarito della piaga.

Cosí la colpa d'Adamo, la quale menò marcia mortale: venuto il grande medico de l'unigenito mio Figlio, curò questo infermo, beiendo la medicina amara, la quale l'uomo bere non poteva perché era molto indebilito (Mt 9,12 Lc 5,31). I fece come baglia che piglia la medicina in persona dlo fanciullo, perché ella è grande e forte ed il fanciullo non è forte per potere portare l'amarezza. Sì che egli fu baglia, portando con la grandezza e fortezza della deità, unita con la natura vostra, l'amara medicina della penosa (15v) morte della croce, per sanare e dar vita a voi, fanciulli indebiliti per la colpa. (Let 260) Solo lo segno rimase del peccato originale, il quale peccato contraete dal padre e dalla madre quando sete concepiti da loro. Il quale segno si tolle dell'anima, bene che non a tutto, e questo si fa nel santo battesimo, il quale battesimo ha virtù e dà vita di grazia in virtù di questo glorioso e prezioso sangue.

Subito che l'anima ha ricevuto lo santo battesimo l'è tolto il peccato originale, e èlle infusa la grazia. E l’inclinazione al peccato, che è la conseguenza che rimane del peccato originale, come detto è, indebilisce, e può l'anima rifrenarlo se ella vuole.

Allora il vasello dell'anima è disposto a ricevere e aumentare in sé la grazia, assai e poco; secondo che piacerà a lei di voler disporre se medesima, con affetto e desiderio, ad amare e servire me. § 12 ,796ss.) Così si può disporre al male come al bene, non ostante che egli abbi ricevuta la grazia nel santo battesimo. Così, venuto il tempo della discrezione, per lo libero arbitrio può usare il bene e il male secondo che piace alla volontà sua.

Ed è tanta la libertà che ha l'uomo, e tanto è fatto forte per la virtù di questo glorioso sangue, che né demonio né creatura lo può costrignere a una minima colpa, più che egli si voglia. Tolta gli fu la servitudine e fatto libero, affinché signoreggiasse la sua propria sensualità e avesse il fine per il quale era stato creato.

O miserabile uomo, che si diletta nel loto come fa l'animale, e non riconosce tanto beneficio quanto ha ricevuto da me! Più non poteva ricevere la miserabile creatura piena di tanta ignoranza.

 

 

15

 

Voglio che tu sappi, figlia mia, che per la grazia che hanno ricevuta, avendoli ricreati nel sangue de l'unigenito mio Figlio, e restituita a grazia l'umana generazione sì come detto ti ho (Let 259) non riconoscendola ma andando sempre di male in peggio e di colpa in colpa, sempre perseguendomi con molte ingiurie (16r) e tenendo tanto a vile le grazie che Io gli ho fatte e fo - che non tanto che essi se le reputino a grazia, ma i lo' pare ricevere alcune volte da me ingiuria, né più né meno come se Io volesse altro che la loro santificazione - dico che lo' sarà più duro, e degni saranno di maggiore punizione. E così saranno più puniti ora, poi che hanno ricevuta la redenzione del sangue del mio Figlio, che innanzi la redenzione, cioè innanzi che fusse tolta via la marcia del peccato d'Adam. (Jn 15,22) Cosa ragionevole è che chi più riceve più renda, e più sia tenuto a colui da cui egli riceve. Molto era tenuto l'uomo a me per l'essere che Io gli avevo dato creandolo ad immagine e similitudine mia. Era tenuto di rendermi gloria, ed egli me la tolse e volsela dare a sé; per la qual cosa trapassò l'obedienzia mia posta a lui e diventommi nimico; ed Io con l'umiltà distrussi la superbia sua, umiliandomi e pigliando la vostra umanità, cavandovi della servitudine del demonio, e fecivi liberi. E non tanto che Io vi dessi libertà, ma, se tu vedi bene, l'uomo è fatto Dio e Dio è fatto uomo per l'unione della natura divina nella natura umana.

Questo è uno debito il quale hanno ricevuto, cioè il tesoro del sangue dove essi sono ricreati a grazia. Sì che vedi quanto essi sono più obligati a rendere a me dopo la redenzione che innanzi la redenzione. Sono tenuti di rendere gloria e loda a me, seguendo le vestigia della Parola incarnata de l'unigenito mio Figlio, e allora mi rendono debito d'amore di me e carità del prossimo, con vere e reali virtù, sì come di sopra ti dissi. § 8 -IX) Non facendolo, perché molto mi debbono amare, caggiono in maggiore offesa, e però Io, per divina mia giustizia, lo' rendo più gravezza di pena, dandolo' l'eterna dannazione. Così molto ha più pena uno falso cristiano che uno pagano, e più lo consuma il fuoco senza consumare, per divina giustizia, cioè affligge; e affliggendo si sentono consumare col verme (16v) della coscienza, e nondimeno non consuma, (Mc 9,47) perché i dannati non perdono l'essere per alcun tormento che ricevano. Così Io ti dico che essi dimandano la morte e non la possono avere, perché non possono perdere l'essere. Perderon l'essere della grazia per la colpa loro, ma l'essere no.

Sì che la colpa è molto più punita dopo la redenzione del sangue che prima, perché hanno più ricevuto; e non pare che se n'aveggano né si sentano dei mali loro. Essi mi sono fatti nimici, avendoli reconciliati col mezzo del sangue del mio Figlio.

Uno rimedio ci ha, col quale Io placarò l'ira mia, cioè col mezzo dei servi miei, se solliciti saranno di costringermi con la lagrima e legarmi col legame del desiderio. Tu vedi che con questo legame tu mi possiedei legato, il quale legame Io ti diei perché volevo fare misericordia al mondo. E però do Io fame e desiderio nei servi miei verso l'onore di me e salvezza delle anime affinché, costretto dalle lacrime loro, mitighi il fuorore della divina mia giustizia. (Oraz XII 166ss.) Tolle dunque le lacrime il sudore tuo, e trale della fontana della divina mia carità, tu e gli altri servi miei, e con esse lavate la faccia alla sposa mia, ché Io ti prometto che con questo mezzo le sarà renduta la bellezza sua. Non con coltello né con guerra nei con crudeltà riavarà la bellezza sua, ma con la pace e umili e continue orazioni, sudori e lacrime gittate con veemente desiderio, dei servi miei. (Let 272; § 86 , 2142ss.) E cosí adempirò il desiderio tuo con molto sostenere gittando lume la pazienza vostra nelle tenebre degl'iniqui uomini del mondo. E non temete perché il mondo vi perseguiti, ché Io sarò per voi, e in nessuna cosa vi mancarà la mia Provvidenza.

 

16

 

Allora quella anima, levandosi con maggiore conoscimento e con grandissima allegrezza e conforto, stando dinanzi della divina Maestà, sì per la speranza che ella aveva presa della divina misericordia, e sì per l'amore ineffabile il quale (17r) gustava, vedendo che per amore e desiderio che Dio aveva di fare misericordia a l'uomo, non ostante che fossero suoi nimici, aveva dato il modo e la via ai servi suoi come potessero costrignere la sua bontà e placare l'ira sua, si rallegrava perdendo ogni timore nelle persecuzioni del mondo, vedendo che Dio fosse per lei. E cresceva forte il fuoco del santo desiderio, in tanto che non stava contenta, ma con sicurezza santa domadava per tutto quanto il mondo.

E poniamo che nella seconda petizione si conteneva il bene e l'utilità dei cristiani e degl'infedeli, cioè nella riforma della santa Chiesa, nondimeno come affamata distendeva l'orazione sua a tutto quanto il mondo, sì come egli stesso la faceva adomandare gridando: - Misericordia, Dio eterno, verso le tue pecorelle, sì come pastore buono che tu sei (Gv 10,11; Gv 10,16). Non indugiare a fare misericordia al mondo, poiché già quasi pare che egli non possa più, perché al tutto pare privato dell'unione della carità verso di te, Verità eterna, e verso di loro medesimi, cioè di non amarsi insieme d'amore fondato in te. § 7 , 404ss.).

 

 

17

 

Allora Dio, come ebbro d'amore verso la salvezza nostra, teneva modo da accendere maggiore amore e dolore in quella anima in questo modo, mostrando con quanto amore aveva creato l'uomo, sì come di sopra alcuna cosa dicemmo, e diceva: - Or non vedi tu che ognuno mi percuote, (Is 50,6 Ps 101,5) e Io li ho creati con tanto fuoco d'amore, e dotatili di grazia, e molti quasi infiniti doni ho dato a loro per grazia e non per debito? Or vedi figlia, con quanti e diversi peccati essi mi percuotono, e specialmente col miserabile e abominevole amore proprio di loro medesimi, da cui procede ogni male.

Con questo amore hanno avvelenato tutto quanto il mondo, poiché come l'amore di me tiene in sé ogni virtù partorita nel prossimo, sì come Io ti mostrai, così l'amore proprio sensitivo, perché procede dalla (17v) superbia come il mio procede da carità, contiene in sé ogni male. § 7 , 338) E questo male fanno col mezzo della creatura, separati e divisi dalla carità del prossimo, poiché me non hanno amato né il prossimo amano, poiché sono uniti l'uno e l'altro insieme. E però ti dissi che ogni bene ed ogni male era fatto col mezzo del prossimo; sì come Io di sopra questa parola ti spiegai. § 6 ) Molto mi posso lagnare dell'uomo, che da me non ha ricevuto altro che bene e a me dà odio facendo ogni male, per che Io ti dissi che con le lacrime dei servi miei mitigarei l'ira mia, e così ti ridico: voi servi miei paratevi dinanzi con le molte orazioni e veementi desideri e dolore dell'offesa fatta a me e della dannazione loro, e così mitigarete l'ira mia del divino giudicio.

 

 

18

 

Sappi che alcun può uscire delle mie mani, poiché Io sono colui che sono, (Ex 3,14) e voi non sete per voi medesimi, se non quanto siete fatti da me, il quale sono creatore di tutte le cose che participano essere, eccetto che del peccato che non è, e però non è fatto da me. E perché non è in me, non è degno d'essere amato. E però offende la creatura, perché ama quello che non debba amare, cioè il peccato, e odia me; ché è tenuta e obligata d'amarmi, ché sono sommamente buono e ògli dato l'essere con tanto fuoco d'amore. Ma di me non possono uscire: o eglino ci stanno per giustizia, per le colpe loro, o eglino ci stanno per misericordia.

Apre dunque l'occhio dell’intelletto e mira nella mia mano, e vedrai ch'egli è la verità quello che Io ti ho detto. - Allora ella, levando l'occhio per obbedire al sommo Padre, vedeva nel pugno suo rinchiuso tutto l'universo mondo, dicendo Dio: - Figlia mia, or vedi e sappi che alcun me ne può essere tolto, poiché tutti ci stanno, o per giustizia o per misericordia (Tb 13,2 Sg 16,15) come detto è, poiché sono miei e creati da me, e amogli ineffabilmente. E però, non ostanti le iniquità loro, Io lo' farò misericordia col mezzo dei servi miei, e adempirò la petizione tua, che con tanto amore e dolore me l’hai addimandata. - (18r)

 

 

19

Allora quella anima, come ebbra e quasi fuore di sé, crescendo il fuoco, stava quasi beata e dolorosa. § 78 , 1571ss.; § 89 , 133ss.) Beata stava per l'unione che aveva fatta in Dio gustando la larghezza e bontà sua, tutta annegata nella sua misericordia; e dolorosa era vedendo offendere tanta bontà.

E rendeva grazie alla divina Maestà, quasi conoscendo che Dio avesse manifestato i difetti delle creature perché fosse costretta a levarsi con più sollicitudine e maggiore desiderio.

Sentendosi rinovare il sentimento dell'anima nella Deità eterna, crebbe tanto il santo e amoroso fuoco, che il sudore dell'acqua, il quale ella gittava per la forza che l'anima faceva al corpo - perché era più perfetta l'unione che quella anima aveva fatta in Dio, che non era l'unione fra l'anima e il corpo e però sudava per forza e caldo d'amore - ma ella lo spregiava per grande desiderio che aveva di vedere uscire del corpo suo sudore di sangue, (Let 293) dicendo a se medesima: - O anima mia, oimè, tutto il tempo della vita tua hai perduto, e però sono venuti tanti mali e danni nel mondo e nella santa Chiesa, molti in comune ed in particolare; e però io voglio che tu ora remedisca col sudore del sangue. - Veramente questa anima aveva bene tenuta a mente la dottrina che le dié la Verità, di sempre conoscere sé e la bontà di Dio in sé, e il rimedio che si voleva a remediare tutto quanto il mondo, a placare l'ira e il divino giudicio, cioè con umili e continue e sante orazioni.

Allora questa anima, speronata dal santo desiderio, si levava molto maggiormente aprendo l'occhio dell’intelletto e speculavasi nella divina carità, dove vedeva e gustava quanto siamo tenuti d'amare e di cercare la gloria e loda del nome di Dio nella salvezza delle anime. A questo vedeva chiamati i servi di Dio, e specialmente chiamava ed sceglieva la Verità eterna il padre dell'anima sua, (Let 272) il quale ella portava dinnanzi alla divina Bontà pregandolo che infondesse in lui uno lume di grazia, affinché in verità seguesse essa Verità. (18v)

 

20

 

Allora Dio rispondendo alla terza petizione (Let 272) cioè della fame della salvezza sua, diceva: - Figlia, questo voglio che egli cerchi: di piacere a me, Verità, nella fame della salvezza delle anime con ogni sollicitudine. Ma questo non potrebbe, né egli né tu né alcun altro, avere senza le molte persecuzioni, sì come Io ti dissi di sopra, § 4 -V) secondo che Io ve le concedarò.

Sì come voi desiderate di vedere il mio onore nella santa Chiesa, così dovete concepire amore a volere sostenere con vera pazienza; ed a questo m'avedrò che egli e tu e gli altri miei servi cercarete il mio onore in verità. Allora sarà egli il carissimo mio figlio, e riposarassi, egli e gli altri, sopra al petto de l'unigenito mio Figlio, del quale Io ho fatto ponte perché tutti potiate arrivare al fine vostro, e ricevere il frutto d'ogni vostra fatica che avrete sostenuta per lo mio amore. Sicché portate virilmente.

 

21

 

E perché Io ti dissi che del Verbo de l'unigenito mio Figlio avevo fatto ponte, e così è la verità, voglio che sappiate, figli miei, che la strada si ruppe per lo peccato e disobbedienza di Adam, (Is 59,2) per sì fatto modo che alcun poteva arrivare a vita durabile, e non mi rendevano gloria per quel modo che dovevano, non participando quel bene per mezzo del quale Io gli avevo creati, e non avendolo non s'adempiva la mia verità.

Questa verità è che Io l'avevo creato ad imagine e similitudine mia perché egli avesse vita eterna, e participasse me e gustasse la somma ed eterna dolcezza e bontà mia. Per lo peccato suo non giogneva a questo termine, e non s'adempiva la verità mia; e questo era poiché la colpa aveva serrato il cielo e la porta della mia misericordia.

Questa colpa germinò spine e tribolazioni con molte molestie, la creatura trovò ribellione a se medesima: subito che l'uomo ebbe ribellato a me, esso medesimo si fu ribelle.

La carne ribellò subito contro lo spirito perdendo lo stato della innocenzia, e diventò animale immondo, e tutte le cose create le furono ribelle, dove in prima gli sarebbero state obbedienti se egli si fosse conservato nello stato dove Io lo posi. Non conservandosi, trapassò l'obedienzia mia e meritò morte eternale ne (19r) l'anima e nil corpo. (Gn 1,28 Gn 3,17-19) E corse, di subito che ebbe peccato, un fiume tempesto che sempre lo percuote con l'onde sue, portando fatiche e molestie da sé e molestie dal demonio e dal mondo. Tutti annegavate, poiché alcun, con tutte le sue giustizie, non poteva arrivare a vita eterna.

E però Io, volendo remediare a tanti vostri mali, vi ho dato il ponte del mio Figlio, affinché passando il fiume non annegaste; il qual fiume è questo mare tempestoso di questa tenebrosa vita.

Vedi quanto è tenuta la creatura a me, e quanto è ignorante a volersi pure annegare e non pigliare il rimedio che Io gli ho dato.

 

22

 

Apre l'occhio dell’intelletto tuo e vedrai gli accecati e ignoranti; e vedrai gl'imperfetti, e perfetti che in verità segueno me, affinché tu ti doglia della dannazione degli ignoranti, e rallegriti della perfezione dei diletti figli miei. Ancora vedrai che modo tengono quelli che vanno a lume e quelli che vanno a tenebre.

Ma innanzi voglio che raguardi il ponte de l'unigenito mio Figlio, e vede la grandezza sua che tiene dal cielo alla terra; cioè riguarda che è unita con la grandezza della deità la terra della vostra umanità. E però dico che tiene dal cielo alla terra: cioè per l'unione che Io ho fatto nell’uomo. § 14 ,74ss.) Questo fu di necessità a volere rifare la via che era interrotta, sì come Io ti dissi, affinché giungeste a vita e passaste l'amarezza del mondo. Pure di terra non si poteva fare di tanta grandezza che fosse sufficiente a passare il fiume e darvi vita eterna; cioè che pure la terra della natura dell’uomo non era sufficiente a soddisfare la colpa e togliere via la marcia del peccato d'Adam, la quale marcia corruppe tutta l'umana generazione e trasse puzza da lei, sì come di sopra ti dissi. Convennesi dunque unire con l'altezza della natura mia, Deità eterna, affinché fusse sufficiente a soddisfare a tutta l'umana generazione: la natura umana sostenesse la pena, e la natura divina unita con essa natura umana accettasse il sacrificio del mio Figlio (19v) offerto a me per voi, per tollervi la morte e darvi la vita.

Sì che l'altezza s'umiliò alla terra della vostra umanità, e unita l'una con l'altra se ne fece ponte e rifece la strada. Perché si fece via? Affinché in verità veniste a godere con la natura angelica. E non basterebbe a voi, ad avere la vita, perché il Figlio mio vi sia fatto ponte, se voi non teneste per esso.

 

 

 

23

 

Qui mostrava, la Verità eterna, che egli ci aveva creati senza noi, ma non ci salvarà senza noi. Ma vuole che noi ci mettiamo la volontà libera, col libero arbitrio esercitando il tempo con le vere virtù. E però soggiunse, a mano a mano, dicendo: - Tutti vi conviene tenere per questo ponte, cercando la gloria e loda del nome mio nella salvezza delle anime, con pena sostenendo le molte fatiche, seguendo le vestigia di questo dolce e amoroso Verbo: in altro modo non potreste venire a me.

Voi siete miei lavoratori, ché vi ho messi a lavorare nella vigna della santa Chiesa. (Mt 20,1-16) Voi lavorate nil corpo universale della religione cristiana, messi da me per grazia, avendovi dato il lume del santo battesimo, il quale battesimo aveste nil corpo mistico della santa Chiesa per le mani dei ministri, i quali Io ho posto a lavorare con voi.

Voi sete nil corpo universale, ed essi sono nil corpo mistico, posti a pascere l'anime vostre ministrandovi il sangue nei sacramenti che ricevete da lei traendone essi le spine dei peccati mortali e piantandovi la grazia. Essi sono miei lavoratori nella vigna delle anime vostre, legati nella vigna della santa Chiesa.

Ogni creatura che ha in sé ragione ha la vigna per se medesima, cioè la vigna dell'anima sua, della quale la volontà, col libero arbitrio, nel tempo n'è fatto lavoratore, cioè mentre che egli vive. Ma poi che è passato il tempo nessuno lavorio può fare né buono né gattivo; ma mentre che egli vive può lavorare la vigna sua, nella quale Io l’ho posto. E ha ricevuto tanta fortezza questo lavoratore dell'anima, che né demonio né altra creatura gliel può togliere se egli non vuole; poiché ricevendo il santo battesimo si fortificò, § 14 ,116-120; § 14 ,130-133) e fugli dato uno coltello (20r) d'amore di virtù e odio del peccato.

il quale amore e odio trova nel sangue, poiché per amore di voi e odio del peccato morì l'unigenito mio Figlio dandovi il sangue, per lo qual sangue aveste vita nel santo battesimo. § 75 ; § 115 ,484-5) Sì che avete il coltello, il quale dovete usare col libero arbitrio, mentre che avete il tempo, per divellere le spine dei peccati mortali e piantare le virtù. Poiché in altro modo da essi lavoratori che Io ho posto nella santa Chiesa, dei quali ti dissi che tollevano il peccato mortale della vigna dell'anima e davanvi la grazia ministrandovi il sangue nei sacramenti che ordinati sono nella santa Chiesa, non ricevereste il frutto del sangue.

Conviensi dunque che prima vi leviate con la contrizione del cuore, pentimento del peccato e amore della virtù e allora riceverete il frutto d'esso sangue. Ma in altro modo noil potreste ricevere, non disponendovi dalla parte vostra come tralci uniti nella vite de l'unigenito mio Figlio, il quale disse: «Io sono vite vera e voi siete tralci, e il Padre mio è il lavoratore». (Gv 15,1) E così è la verità, che Io sono il lavoratore, poiché ogni cosa che ha essere è escito ed esce di me. La potenza mia è inestimabile, e con la mia potenza e virtù governo tutto l'universo mondo: nessuna cosa è fatta o governata senza me. Sì che Io sono il lavoratore che piantai la vite vera de l'unigenito mio Figlio nella terra della vostra umanità, affinché voi, tralci, uniti con la vite, faceste frutto.

E però chi non farà frutto di sante e buone opere sarà tagliato da questa vite e seccarassi. § 11 ,630ss.) Poiché, separato da essa vite, perde la vita della grazia ed è messo nel fuoco eternale, sì come il tralcio che non fa frutto, che è tagliato subito dalla vite ed è messo nel fuoco, perché non è buono ad altro. (Gv 15,6) Or così questi cotali tagliati per l'offese loro, morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia, non essendo buoni ad altro, gli mette nel fuoco il quale dura eternamente.

Costoro non hanno lavorata la vigna loro, anco l'hanno disfatta, la loro e l'altrui: non solo che ci abbiano messa qualche pianta buona di virtù ma essi n'hanno (20v) tratto il seme della grazia, il quale avevano ricevuto nel lume del santo battesimo participando il sangue del mio Figlio, il quale fu il vino che vi porse questa vite vera. Ma essi ne l'hanno tratto, questo seme, e dato da mangiare agli animali, cioè a diversi e molti peccati, e messolo sotto ai piedi del disordinato affetto. (Lc 8,6 Lc 8,12) Col quale affetto hanno offeso me e fatto danno a loro e al prossimo.

Ma i servi miei non fanno così, e così dovete fare voi, cioè essere uniti e innestati in questa vite, e allora riporterete molto frutto perché participarete de l'umore di questa vite; (Rm 11,17; OrazX) e stando nel Verbo del mio Figlio state in me perché Io sono una cosa con lui ed egli con me. (Jn 10,30) Stando in lui seguiterete la dottrina sua; seguendo la sua dottrina participate della sustanzia di questo Verbo, cioè participate della deità eterna unita nell'umanità, traendone voi un amore divino dove l'anima s'inebria. E però ti dissi che participate della sustanzia della vite.

 

24

Sai che modo Io tengo, poi che i servi miei sono uniti in seguire la dottrina del dolce e amoroso Verbo? Io li poto, affinché facciano molto frutto, e il frutto loro sia provato e non insalvatichisca. Sì come il tralcio che sta nella vite, che il lavoratore lo pota perché facci migliore vino e più, e quello che non fa frutto taglia e mette nel fuoco, e così fo Io, lavoratore vero. I servi miei, che stanno in me, Io li poto con le molte tribolazioni, affinché facciano piú frutto e migliore, e sia provata in loro la virtù. (Gv 15,2; § 145 , 1345) E quegli che non fanno frutto sono tagliati e messi nel fuoco, come detto ti ho.

Questi cotali sono lavoratori veri, e lavorano bene l'anima loro, traendone ogni amore proprio, rivoltando la terra dell'affetto loro in me. E nutreno e crescono il seme della grazia, il quale ebbero nel santo battesimo. Lavorando la loro, lavorano quella del prossimo, e non possono lavorare l'una senza l'altra.

E già sai che Io ti dissi che ogni male si faceva col mezzo del prossimo e ogni bene. Sì che voi siete miei lavoratori esciti di me, sommo ed eterno lavoratore, il quale vi ho uniti e innestati nella vite per l'unione che Io ho fatto (21r) con voi.

Tiene a mente che tutte le creature che hanno in loro ragione hanno la vigna loro di per sé, la quale è unita senza alcun mezzo col prossimo loro, cioè l'uno con l'altro; e sono tanto uniti, che nessuno può fare bene a sé che non facci al prossimo suo, né male che non lo facci a lui.

Di tutti quanti voi è fatta una vigna universale, cioè di tutta la congregazione cristiana, i quali sete uniti nella vigna del corpo mistico della santa Chiesa, così traete la vita. Nella quale vigna è piantata questa vite de l'unigenito mio Figlio, in cui dovete essere innestati. Non essendo voi innestati in lui, sete subito ribelli alla santa Chiesa e sete come membri tagliati dal corpo, che subito imputridisce.

è vero che, mentre che avete il tempo, vi potete levare dalla puzza del peccato col vero pentimento e ricorrire ai miei ministri, i quali sono lavoratori che tengono le chiavi del vino, cioè del sangue, escito di questa vite; il quale sangue è sì fatto e di tanta perfezione, che per alcun difetto del ministro non vi può essere tolto il frutto d'esso sangue. § 115 ,463ss.) Il legame della carità è quello che li lega con vera umiltà, acquistata nel conoscimento di sé e di me. Sì che vedi che tutti vi ho messi per lavoratori. Ed ora di nuovo v'invito, perché il mondo già viene meno, tanto sono multiplicate le spine che hanno affogato il seme, (Lc 8,7) in tanto che nessuno frutto di grazia vogliono fare.

Voglio dunque che siate lavoratori veri, che con molta sollicitudine aitiate a lavorare l'anime nil corpo mistico della santa Chiesa. A questo vi scelgo, perché Io voglio fare misericordia al mondo, per mezzo del quale tu tanto mi preghi. - Allora l'anima con veemente amore diceva:

 

25

 

 O inestimabile, dolcissima carità, chi non s'accende a tanto amore? qual cuore si può difendere che non venga meno? Tu, abisso di carità, pare che impazzisca delle tue creature, come se tu senza loro non potessi vivere, con ciò sia cosa che tu sia lo Dio nostro (21v) che non hai bisogno di noi. Del nostro bene a te non cresce grandezza, poiché tu sei immobile; del nostro male a te non è danno, poiché tu sei somma ed eterna bontà. Chi ti muove a fare tanta misericordia? L'amore, e non debito né bisogno che tu abbi di noi, poiché noi siamo rei e malvagi debitori.

Se io vedo bene, somma ed eterna Verità, io sono il ladro e tu sei lo 'mpiccato per me, perché vedo il Verbo tuo Figlio confitto e chiavellato in croce, del quale mi possiedei fatto ponte, secondo che hai manifestato a me, miserabile tua serva. Per la quale cosa il cuore scoppia e non può scoppiare per la fame e desiderio che ha concepito in te.

 

Ricordomi che tu volevi mostrare chi sono coloro che vanno per lo ponte e chi non vi va; § 22 ,398) e però, se piacesse alla bontà tua di manifestarlo, volentieri lo vedrei e udirei da te.-

 

 

 

26

 

Allora Dio eterno, per fare più inamorare e inanimare quella anima verso la salvezza delle anime, § 20 le rispose e disse: - Prima che Io ti mostri quello che Io ti voglio mostrare, e di che tu mi domandi, ti voglio dire come il ponte sta.

Detto ti ho che egli tiene dal cielo alla terra: cioè per l'unione che Io ho fatto nell’uomo, il quale Io formai del limo della terra. (Gn 2,7) Questo ponte, unigenito mio Figlio, ha in sé tre scale, delle quali le due furono fabricate in sul legno della santissima croce, e la terza ancora sentì la grande amarezza quando gli fu dato bere fiele e aceto.

In questi tre scaloni conoscerai tre stati dell'anima, i quali Io ti spiegherò di sotto.

Il primo scalone sono i piei, i quali significano l'affetto, poiché, come i piei portano il corpo, così l'affetto porta l'anima. I piei confitti ti sono scalone affinché tu possa arrivare al costato, il quale ti manifesta il segreto del cuore. Poiché, salito in su' piei de l'affetto, l'anima comincia a gustare l'affetto del cuore ponendo l'occhio dell’intelletto nel cuore aperto del mio Figlio, dove trova consumato e ineffabile amore.

Consumato dico, ché non v'ama per propria (22r) utilità, poiché utilità a lui non potete fare, poiché egli è una cosa con me. Allora l'anima s'empie d'amore, vedendosi tanto amare. Salito al secondo giogne al terzo, cioè alla bocca, dove trova la pace della grande guerra che prima aveva avuta per le colpe sue. (Let 34; Let74; Let75; Let 120) Per lo primo scalone, levando i piei dell'affetto dalla terra, si spogliò del vizio, nel secondo si vestì d'amore con virtù, e nel terzo gustò la pace.

Sì che il ponte ha tre scaloni, affinché salendo il primo e il secondo potiate arrivare all'ultimo. Ed è levato in alto, sì che correndo l'acqua non l'offende poiché in lui non fu veleno di peccato. (1Jn 3,5 Gv 8,46) Questo ponte è levato in alto, e non è separato perciò dalla terra. Sai quando si levò in alto? Quando fu levato in sul legno della santissima croce, non separandosi però la natura divina dalla bassezza della terra della vostra umanità. E però ti dissi che essendo levato in alto non era levato dalla terra, perché ella era unita e impastata con essa. Non vi era alcuno che sopra al ponte potesse andare fino a che egli non fu levato in alto, e però disse egli: «Se io sarò levato in alto ogni cosa attirerò a me». (Gv 12,32) Vedendo la mia bontà che in altro modo non potevate essere tratti, lo inviai perché fosse levato in alto in sul legno della croce, facendone un incudine dove si fabricasse il figlio dell'umana generazione, (Ps 128,3) per togliergli la morte e restituirlo alla vita della grazia. E però trasse ogni cosa a sé per questo modo, per dimostrare l'amore ineffabile che aveva, perché il cuore dell’uomo è sempre tratto per amore.

Maggiore amore mostrare non vi poteva, che dare la vita per voi. (Jn 15,13) Per forza dunque è tratto da l'amore, se già l'uomo ignorante non fa resistenza in non lassarsi trare.

Disse dunque ch'essendo levato in alto ogni cosa trarebbe a sé, e così è la verità, e questo s'intende in due modi.

L'uno si è che, tratto il cuore dell'uomo per affetto d'amore, come detto ti ho, è tratto con tutte le facoltà dell'anima, cioè la memoria l’intelletto e la voluntà. Accordate queste tre facoltà e riunite nel nome mio, tutte le altre opere che l'uomo fa, attuali e mentali, sono tratte piacevoli, e unite in me per affetto d'amore, perché s'è levato in alto seguendo l'amore crociato. (22v) Sì che bene disse verità la mia Verità dicendo: «Se io sarò levato in alto ogni cosa trarrò a me», cioè che, tratto il cuore e le facoltà dell'anima, saranno tratte tutte le sue opere. (Mt 12,33-35; § 89 ,34ss.) L'altro modo si è, perché ogni cosa è creata in servigio dell’uomo. Le cose create sono fatte perché servano e sovvengano alla necessità delle creature; e non la creatura che ha in sé ragione è fatta per loro, anco per me, affinché mi serva con tutto il cuore e con tutto l'affetto suo. Sì che vedi che essendo attratto l'uomo ogni cosa è attratta, perché ogni cosa è fatta per lui. § 21 ,360-67-375-383) Fu dunque necessario che il ponte fosse levato in alto e avesse le scale, affinché si potesse salire con più agevolezza.

 

 

27

 

Questo ponte si ha le pietre murate affinché venendo la pioggia non impedisca l'andatore. Sai quali pietre son queste? Sono le pietre delle vere e reali virtù. Le quali pietre non erano murate prima della passione di questo mío Figlio, e però erano impediti che nessuno poteva arrivare al termine suo, quantunque essi andassero per la via delle virtù.

Non era ancora diserrato il cielo con la chiave del sangue, e la pioggia della giustizia non gli lassava passare. Ma poi che le pietre furono fatte e fabricate soprail corpo del Verbo del dolce mio Figlio, di cui Io ti ho detto che è ponte, egli le mura e intride la calcina per murarle col sangue suo, cioè che il sangue è intriso con la calcina della deità e con la fortezza e fuoco della carità. (Ep 2,20-22) Con la potenza mia murate sono le pietre delle virtù sopra di lui medesimo, poiché nessuna virtù è che non sia provata in lui, e da lui hanno vita tutte le virtù. E però nessuno può avere virtù che dia vita di grazia se non da lui, cioè seguendo le vestigia e la dottrina sua. (Jn 15,5 Ac 4,12) Egli ha maturate le virtù ed egli l'ha piantate come pietre vive, murate col sangue suo, affinché ogni fedele possa andare espeditamente e senza alcun timore servile di pioggia della divina giustizia, perché è ricoperto con la misericordia. (23r) La quale misericordia discese di cielo nella incarnazione di questo mio Figlio.

Con che s'aperse? Con la chiave del sangue suo. Sì che vedi che il ponte è murato ed è ricuperto con la misericordia, e sopra vi è la bottega del giardino della santa Chiesa, la quale tiene e ministra il pane della vita e dà bere il sangue affinché i viandanti peregrini delle mie creature, stanchi, non vengano meno nella via. E per questo ha ordinato la mia carità che vi sia ministrato il sangue e il corpo de l'unigenito mio Figlio, tutto Dio e tutto uomo.

E passato il ponte si giogne alla porta, la quale porta è esso ponte, per la quale tutti vi conviene entrare. (Gv 10,9) E però disse egli: «Io sono via, verità, e vita; chi va per me non va per le tenebre ma per la luce».

E in altro luogo disse la mia Verità che nessuno poteva venire a me se non per lui, (Gv 14,6 Jn 8,12) e così è.

E, se bene ti ricorda, così ti dissi e mostrato te gli ho, volendoti fare vedere la via. Così, se egli dice che è via, egli dice la verità; e già te gli ho mostrato che egli è via, in forma d'uno ponte. E dice che è verità, e così è, perciò che egli è unito con me che sono somma Verità, e chi lo segue va per la verità.

Ed è vita, e chi segue questa verità riceve la vita della grazia e non può perire di fame, perché la Verità vi s'è fatto cibo; né può cadere in tenebre perché egli è luce, privato della bugia, anco con la verità confuse e distrusse la bugia del demonio, la quale egli disse ad Eva. La quale bugia ruppe la strada del cielo e la Verità l'ha racconcia e murata col sangue.

Quegli che segueno questa via sono figli della verità, perché segueno la verità, e passano per la porta della verità, e trovansi in me, unito con la porta e via del mio Figlio, Verità eterna, mare pacefico.

Ma chi non tiene per questa via tiene di sotto per lo fiume, il quale è via non posta con pietre ma con acqua. E perché l'acqua non ha ritegno alcun, nessuno vi può andare che non annieghi.

Cosí sono fatti i diletti e gli stati del mondo (23v), e perché l'affetto non è posto sopra la pietra, (Mt 7,24-27) ma è posto con disordinato amore nelle creature e nelle cose create, amandole e tenendole fuore di me, ed elle son fatte come l'acqua che continuamente corre, così corre l'uomo come elleno; ben che a lui pare che corrano le cose create che egli ama, ed egli è pure egli che continuamente corre verso il termine della morte. Vorrebbe tenere sé, cioè la vita sua e le cose che egli ama, che non corrissero venendogli meno: o per la morte, che egli lassi loro, o per mia dispensazione, che le cose create siano tolte dinanzi alle creature; ed egli non può tenerle.

Costoro segueno la bugia, tenendo per la via della bugia, e sono figli del demonio il quale è padre delle bugie (Gv 8,4) e perché passano per la porta della bugia ricevono eterna dannazione. Sì che vedi che Io ti ho mostrata la verità e mostrata la bugia, cioè la via mia che è verità, e quella del demonio che è bugia.

Queste sono due strade, e per ciascuna si passa con fatica.

 

 

28

 

Mira quanta è l'ignoranza e cecità dell'uomo che, essendogli fatta la via, vuole tenere per l'acqua. La quale via è di tanto diletto a coloro che vanno per essa, che ogni amarezza lo' diventa dolce e ogni grande peso lo' diventa leggiero. (Mt 11,30) Essendo nelle tenebre del corpo trovano il lume, ed essendo mortali trovano la vita immortale, gustando per affetto d'amore, col lume della fede, la Verità eterna che promette di dare refrigerio a chi s'affatica per me che sono grato e conoscente e sono giusto, che a ognuno rendo giustamente secondo che merita, così ogni bene è remunerato e ogni colpa punita.

Lo diletto che ha colui che va per questa via non sarebbe la lingua tua sufficiente a poterlo narrare, né l'orecchie a poterlo udire, né l'occhio a poterlo vedere, poiché in questa vita gusta e participa di quello bene che gli è apparecchiato nella vita durabile. (1Co 2,9) Bene è (24r) dunque matto colui che schifa tanto bene ed sceglie innanzi di gustare in questa vita la caparra de l'inferno tenendo per la via di sotto dove va con molte fatiche e sanza nessuno refrigerio e senza alcun bene; poiché per lo peccato loro sono privati di me che sono sommo ed eterno bene.

Bene hai dunque ragione, e voglio, che tu e gli altri servi miei stiate in continua amarezza per le offese fattemi., e compassione della ignoranza e danno loro, con la quale ignoranza m'offendono.

Ora hai veduto e udito del ponte come egli sta, e questo ho detto per dichiarare quello che Io ti dissi, che era ponte l'unigenito mio Figlio, e così vedi che è la verità, fatto nel modo che Io ti ho detto cioè unita l'altezza con la bassezza.

 

 

29

Poi che l'unigenito mio Figlio ritornò a me doppo la resurrezione quaranta dì, questo ponte si levò dalla terra, cioè dalla conversazione degli uomini, e salse in cielo per la virtù della natura mia divina, e siede dalla mano dritta di me, Padre eterno. Sì come disse l'angelo ai discepoli il dì dell'ascensione stando quasi come morti, perché i cuori loro erano levati in alto e saliti in cielo colla Sapienza del mio Figlio.

Disse: «Non state più qui, ché egli siede dalla mano dritta del Padre». (Ac 1,11) Levato in alto e tornato a me, Padre, Io mandai il maestro, cioè lo Spirito santo, il quale venne con la potenza mia e con la sapienza del mio Figlio, e con la clemenza sua, d'esso Spirito santo. (Let94) Egli è una cosa con me Padre e col Figlio mio. Così fortificò la via della dottrina che lassò la mia Verità nel mondo. E però, partendosi la presenza, non si partì la dottrina né le virtù, vere pietre fondate sopra questa dottrina, la quale è la via che v'ha fatto questo dolce e glorioso ponte. Prima adoperò egli e con le sue opere fece la via, dando la dottrina a voi per esempio più che per parole; anco prima fece che egli dicesse. (Ac 1,1) Questa dottrina certificò la clemenza dello Spirito santo, (Let 164) fortificando le menti dei discepoli a confessare la verità e annunziare questa via, cioè la dottrina (24v) di Cristo crocifisso, riprendendo per mezzo di loro il mondo delle ingiustizie e dei falsi giudicii, delle quali ingiustizie e giudicio di sotto più distesamente ti narrarò. (Jn 16,8; § 35 -XXXVI) Ti ho detto questo affinché nelle menti di chi ode non potesse cadere veruna tenebre che obfuscasse la mente, cioè che volessero dire che di questo corpo di Cristo se ne fece ponte per l'unione della natura divina unita con la natura umana; questo vedo che egli è la verità. Ma questo ponte si partì da noi salendo in cielo. Egli c'era una via che c'insegnava la verità, vedendo l'esempio e costumi suoi, ora che ci è rimaso? e dove truovo la via? Dicotelo, cioè dico a coloro a cui cadesse questa ignoranza.

La via della dottrina sua, la quale Io ti ho detta, confermata dagli apostoli e dichiarata nel sangue dei martiri, illuminata col lume dei dottori e confessata per li confessori, e trattane la carta per gli evangelisti, i quali stanno tutti come testimoni a confessare la verità nil corpo mistico della santa Chiesa. (Ep 4,7-12; § 85 ,1993) Essi sono come lucerna posta in sul candelabro (Mt 5,15 Mc 4,21 Lc 8,16) per mostrare la via della verità, la quale conduce a vita con perfetto lume, come detto ti ho.

E come te la dicono? Per prova, perché l'hanno provata in loro medesimi. Sì che ogni persona è illuminata in conoscere la verità, se egli vuole, cioè che egli non si voglia togliere il lume della ragione col proprio disordinato amore. Sì che egli è verità che la dottrina sua è vera, ed è rimasa come navicella a trare l'anime fuore del mare tempestoso e conducerle a porto di salvezza.

Sì che in prima Io vi feci il ponte del mio Figlio attualmente, come ho detto, conversando con gli uomini; e levato il ponte attuale rimase il ponte e la via della dottrina, como detto è, essendo la dottrina unita con la potenza mia, con la sapienza del Figlio e con la clemenza dello Spirito santo.

Questa potenza dà virtù di fortezza a chi segue questa via, la sapienza gli dà lume (25r) che in essa via conosce la verità, e lo Spirito santo gli dà amore, il quale consuma e tolle ogni amore sensitivo dell'anima, e solo gli rimane l'amore delle virtù. Sì che in ogni modo, o attuale o per dottrina, egli è via verità e vita, la quale via è il ponte che vi conduce all'altezza del cielo.

Questo volse egli dire quando disse: «Io venni dal Padre e ritorno al Padre» e «tornerò a voi». (Jn 16,28) Cioè a dire: il Padre mio mi mandò a voi e àmmi fatto vostro ponte affinché esciate del fiume e potiate arrivare alla vita. Poi dice: «E tornarò a voi: Io non vi lassarò orfani ma mandaròvi lo Paraclito». (Jn 14,18 Jn 14,26) Quasi dicesse la mia Verità: Io n'andarò al Padre e tornarò, cioè che, venendo lo Spirito santo, il quale è detto Paraclito, vi mostrerà piú chiaramente e vi confermerà me, via di verità, cioè la dottrina che io vi ho data.

Disse che tornarebbe ed egli tornò, poiché lo Spirito santo non venne solo, ma venne con la potenza di me Padre, con la sapienza del Figlio, e con essa clemenza di Spirito santo. (Let94) Vedi dunque che torna, non attualmente ma con la virtù come detto ti ho, fortificando la strada della dottrina. La quale via e strada non può venire meno, né essere tolta a colui che la vuole seguire, perché ella è ferma e stabile e procede da me che non mi muovo.

Perciò virilmente dovete seguire la via e senza alcuna nuvola, ma col lume della fede, la quale v'è data per principale vestimento nel santo battesimo.

Ora ti ho mostrato a pieno e dichiarato il ponte attuale e la dottrina, la quale è una cosa insieme col ponte; ed ho mostrato all'ignorante chi gli manifesta questa via, che ella è verità, e dove stanno coloro che la 'nsegnano. E dissi che erano gli apostoli ed evangelisti, martiri e confessori e santi dottori, posti nel luogo della santa Chiesa come lucerne. (Mt 5,14-15) E Ti ho mostrato e detto come venendo a me egli tornò a voi, non presenzialmente ma con (25v) la virtù, come detto è, cioè venendo lo Spirito santo sopra discepoli, poiché presenzialmente non tornarà se non ne l'ultimo dì del giudicio, quando verrà colla mia maestà e potenza divina a giudicare il mondo, e a rendere bene ai buoni e remunerargli delle loro fatiche, l'anima e il corpo insieme, e a rendere male di pena eternale a coloro che iniquamente sono vissuti nel mondo.

Ora ti voglio dire quello che Io, Verità, ti promisi, § 22 ,398) cioè di mostrarti quelli che vanno imperfettamente e quelli che vanno perfettamente e altri con la grande perfezione, e in che modo vanno; e gli iniqui che con le iniquità loro s'anniegano nel fiume, giungendo ai crociati tormenti.

Ora dico a voi, carissimi figli miei, che voi teniate sopra il ponte e non di sotto, poiché quella non è la via della verità, anco è quella della bugia dove vanno gl'iniqui peccatori, per li quali Io vi prego che voi mi preghiate, e per li quali Io vi richiedo lacrime e sudori, affinché da me ricevano misericordia. -

 

 

30

 

Allora quell'anima, quasi come ebbra, non si poteva tenere, ma quasi stando nel cospetto di Dio diceva: - O eterna misericordia, la quale ricopri i difetti delle tue creature, non mi maraviglio che tu dica di coloro che escono del peccato mortale e tornano a te: «Io non mi ricordarò che tu m'offendessi mai». (Jr 31,34 Ez 18,21-22 He 10,17) O misericordia ineffabile, non mi maraviglio che tu dica questo a coloro che escono dal peccato, quando tu dici di coloro che ti persegueno; «Io voglio che mi preghiate per loro, affinché Io lo' facci misericordia».

O misericordia, la quale esce dalla deità tua, Padre eterno, la quale governa con la tua potenza tutto quanto il mondo! Nella misericordia tua fummo creati; nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figlio.

La misericordia tua ci conserva. La misericordia tua fece giocare in sul legno della croce il Figlio tuo alle braccia, giocando la morte con la vita e la vita con la morte. E allora la vita (26r) sconfisse la morte della colpa nostra, e la morte della colpa tolse la vita corporale allo immacolato Agnello. Chi rimase vénto? La morte. Chi ne fu cagione? La misericordia tua.

La tua misericordia dà vita; ella dà lume per mezzo del quale si conosce la tua clemenza in ogni creatura, nei giusti e nei peccatori. Nell'altezza del cielo riluce la tua misericordia, cioè nei santi tuoi. Se io mi vollo alla terra, ella abonda della tua misericordia. Nelle tenebre dell’inferno riluce la tua misericordia non dando tanta pena ai dannati quanta meritano.

Con la misericordia tua mitighi la giustizia; per misericordia ci hai lavati nel sangue; per misericordia volesti conversare con le tue creature. O pazzo d'amore: non ti bastò incarnare, che anco volesti morire? Non bastò la morte, che anco descendesti all’inferno, traendone i santi padri, per adempire la tua verità e misericordia in loro? Poiché la tua bontà promette bene a coloro che ti servono in verità, imperò discendesti al limbo per trare di pena chi t'aveva servito, e renderlo' il frutto delle loro fatiche! La misericordia tua vedo che ti costrinse a dare anco più a l'uomo, cioè lassandoti in cibo affinché noi debili avessimo conforto, e gl'ignoranti smemorati non perdessero la ricordanza dei benefici tuoi. § 112 E però lo dài ogni dì a l'uomo, rappresentandoti nel sacramento dell'altare nil corpo mistico della santa Chiesa. Questo chi l'ha fatto? La misericordia tua.

O misericordia! Il cuore ci s'affoga a pensare di te, ché ovunque io mi vollo a pensare non truovo altro che misericordia. O Padre eterno, perdona all'ignoranza mia, che ho presunto di favellare innanzi a te, ma l'amore della tua misericordia me ne scusi dprima della benignità tua.

 

31

Poi che quella anima col verbo della parola ebbe un poco dilatato il cuore (Is 60,5 Ps 118 Ps 32) nella misericordia di Dio, umilmente aspettava che la promessa le fosse attenuta. E ripigliando (26v) Dio le parole sue diceva:

- Carissima figlia, tu hai narrato dinanzi a me della misericordia mia, perché Io te la diei a gustare e a vedere nella parola che Io ti dissi, dicendo: «Costoro sono coloro per li quali vi prego che mi preghiate».

Ma sappi che senza alcuna comparazione è più la misericordia mia verso di voi che tu non vedi, poiché il tuo vedere è imperfetto e finito, e la misericordia mia è perfetta e infinita, sì che comparazione non ci si può porre se non quella che è da la cosa finita alla infinita.

Ho voluto che l'abbi gustata questa misericordia ed anco la dignità dell’uomo la quale di sopra ti mostrai, affinché tu meglio conosca la crudeltà e la indegnità degl'iniqui uomini che tengono per la via di sotto.

Apre l'occhio dell'intelletto e mira costoro che volontariamente s'anegano, e mira in quanta indegnità essi sono caduti per le colpe loro.

Prima è che essi sono diventati infermi, e questo si è quando conceperono il peccato mortale nelle menti loro; poi lo partoriscono e perdono la vita della grazia.

E come il morto, che nessuno sentimento può adoperare, né si muove da se medesimo, se non quanto egli è levato da altrui, così costoro, che sono annegati nel fiume de l'amore disordinato del mondo, sono morti a grazia. E perché essi sono morti, la memoria non ritiene il ricordo della mia misericordia; l'occhio dell’intelletto non vede né conosce la mia verità, perché il sentimento è morto, cioè che l’intelletto non s'ha posto dinanzi altro che sé, con l'amore morto della propria sensualità. E però la volontà ancora è morta alla volontà mia, perché non ama altro che cose morte.

Essendo morte queste tre facoltà, tutte le opere sue, e attuali e mentali, sono morte quanto che a grazia; e già non si può difendere da'nimici suoi, né aitarsi per se medesimo, se non quanto è aitato da me.

Bene è vero che ogni volta che (27r) questo morto, nel quale è rimaso solo il libero arbitrio, mentre che egli è nil corpo mortale dimanda l'aiutorio mio, lo può avere, ma per sé non potrà mai.

Egli è fatto incomportabile a se medesimo e, volendo signoreggiare lo mondo, egli è signoreggiato da quella cosa che non è, cioè dal peccato. Il peccato è non nulla ed essi son fatti servi e schiavi del peccato.

Io gli feci arbori d'amore con vita di grazia, la quale ebbero nel santo battesimo, ed essi sono fatti arbori di morte, perché sono morti come detto ti ho.

Sai dove egli tiene la radice questo albero? Nell'altezza della superbia, la quale l'amore sensitivo proprio di loro medesimi nutre; il suo midollo è la impazienza, e il suo figlio è la indiscrezione. Questi sono quattro principali vizi che in tutto uccidono l'anima di colui il quale ti dissi che era albero di morte, perché n'hanno tratta la vita della grazia.

Dentro dall'albero si nutre uno verme di conscienzia, il quale, mentre che l'uomo vive in peccato mortale, è accecato dal proprio amore, e però poco lo sente.

I frutti di questo albero sono mortali: perché hanno tratto l'umore dalla radice della superbia, la tapinella anima è piena d'ingratitudine, così procede ogni male. E se ella fosse grata dei benefici ricevuti conoscerebbe me, e conoscendo me conoscerebbe sé e così starebbe nella mia carità; ma ella come cieca si va attaccando pure per lo fiume, e non vede che l'acqua non l'aspetta.

 

 

32

 

Tanto sono diversi i frutti di questo albero, che danno morte, quanto sono diversi i peccati. Alcuni ne vedi che sono cibi da bestie, e questi sono quelli che immondamente vivono, facendo del corpo e della mente loro come il porco che s'involle nel loto. Così s'invollono nel loto della carnalità - o anima brutta dove hai lasciata la tua dignità? tu eri fatta sorella degli angeli ora sei fatta animale bruto - in tanta miseria che non tanto che siano sostenuti da me, che sono somma purezza, ma i demoni, di (27v) cui essi sono fatti amici e servi, non possono vedere commettere tanta immondizia.

Alcun peccato è che tanto sia abominevole e tanto tolga il lume dell’intelletto all'uomo quanto questo.

Questo cognobbero i filosofi, § 150 ; § 158 non per lume di grazia, perché non l'avevano, ma la natura lo' porgeva quello lume, cioè che questo peccato offuscava l'intelletto, e però si conservavano nella continenzia per meglio studiare. E anco le ricchezze gittavano da loro, affinché il pensiero d'esse non l'occupasse il cuore. Non fa così l'ignorante falso cristiano, il quale ha perduto la grazia per la colpa sua.

 

 

33

 

Alcuni altri sono che il frutto loro è di terra. Questi sono i cupidi avari i quali fanno come la talpa che sempre si nutre della terra fino alla morte, e gionta la morte non hanno remedio. Costoro con l'avarizia loro spregiano la mia larghezza, vendendo il tempo al prossimo loro. Questi son gli usurai che diventano crudeli e robbatori del prossimo, perché nella misericordia (Mt 18,33) loro non hanno il ricordo della mia misericordia. Che se essi l'avessero non sarebbero crudeli, né verso di loro né verso del prossimo, anco usarebbero pietà e misericordia, a se medesimi operando le virtù, e al prossimo servendolo caritativamente.

O quanti sono i mali che per questo maladetto peccato vengono! § 150 Quanti omicidi, furti e rapine, con molti guadagni inliciti, e crudeltà di cuore e ingiustizia del prossimo! Uccide l'anima e falla diventare schiava delle ricchezze, così non si cura d'observare i comandamenti di Dio. Costui non ama persona se non per propria utilità.

Questo vizio procede dalla superbia e nutre la superbia; l'uno procede da l'altro perché porta sempre con sè la propria reputazione, sì che subito giogne nell'altro vizio e così va di male in peggio per la miserabile superbia, la quale è piena di pareri. Ed è un fuoco che sempre germina fummo di vanagloria e di vanità di cuore, gloriandosi di quello che non è loro. Ed è radice che ha molti (28r) rami: il principale è la propria reputazione, così esce il volere essere maggiore che il prossimo suo. E partorisce il cuore ficto e non schietto né liberale ma doppio, che mostra una in lingua e un'altra ha in cuore, occulta la verità e dice la bugia per utilità sua propria. E germina una invidia, la quale è uno verme che sempre rode e non gli lassa avere bene del suo bene proprio né dell'altrui.

Come daranno questi iniqui, posti in tanta miseria, della sustanzia loro ai povarelli quando essi tolgono l'altrui? come trarranno la immonda anima della immondizia, quando essi ve la mettono? Che alcune volte sono tanto animali, che le figlie ed i congiunti loro non riguardano, ma con essi caggiono in molta miseria. E non di meno la mia misericordia gli sostiene, e non comando alla terra che gli inghiottisca, affinché si raveggano delle colpe loro.

Come dunque daranno la vita per la salvezza delle anime, quando non danno la sustanzia? come daranno la carità, quando essi si rodono per invidia? O miserabili vizi, i quali atterrano il cielo dell'anima. «Cielo» la chiamo, perché Io la feci cielo dove Io abitavo per grazia, celandomi dentro da lei, e facendo mansione per affetto d'amore. Ora s'è partita da me sì come adultera, amando sé le creature e le cose create più che me. Anco di sé s'ha fatto Dio, e me persegue (Ac 9,4 Ac 22,7 Ac 26,14) con molti e diversi peccati. E tutto questo fa perché non ripensa il beneficio del sangue sparto con tanto fuoco d'amore.

 

34

 

Altri sono i quali tengono il capo alto per signoria, nella quale signoria portano la insegna della ingiustizia, ingiustizia adoperando inverso Dio e verso il prossimo, e ingiustizia verso di loro.

Verso di loro non si rendono il debito della virtù, e inverso di me non mi rendono il debito de l'onore, rendendo gloria e loda al nome mio sì come sono tenuti di rendere, anco come ladri furano quello che è mio e lo danno alla serva della propria sensualità. Sì che costui commette ingiustizia verso di me (28v) e verso di sé, come accecato e ignorante, non conoscendo me in sé.

E tutto è per l'amore proprio, sì come fecero i giuderi e amministri della legge, che per la invidia e amore proprio s'accecarono, e però non cognobbero la verità de l'unigenito mio Figlio, e però non rendevano il debito di conoscere Vita eterna ch'era fra loro, come disse la mia Verità dicendo: «Il Regno di Dio è tra voi». (Lc 17,21) Ma essi noil conoscevano: perché? Poiché nel modo detto aveano perduto il lume della ragione, e per questo modo non rendevano il debito di rendere onore e gloria a me, e a lui che era una cosa con me. (Jn 10,30) E però come ciechi commissero la ingiustizia, perseguendolo con molti obbrobri fino alla morte della croce.

 

Così questi cotali rendono ingiustizia a loro e a me e anco al prossimo loro: ingiustamente rivendono le carni dei sudditi loro e di qualunque altra persona a mano lo' viene.

 

 

 

35

 

Per questo ed altri difetti caggiono nlo falso giudicio, sì come Io di sotto ti distenderò. § 138 ,319) Sempre si scandalizano nelle mie opere, le quali tutte sono giuste, e in verità tutte fatte per amore e misericordia.

Con questo falso giudicio, col veleno della invidia e della superbia, erano calunniate e giudicate ingiustamente le opere del mio Figlio, con false bugie, dicendo: «Costui lo fa in virtù di Belzebub». (Mt 12,24) Così costoro, iniqui, posti nell'amore proprio, nella immondizia, nella superbia, nell'avarizia, in una invidia, fondati nella perversa indiscrezione, con una impazienza e con molti altri mali che essi commettono, sempre si scandalizano in me e nei servi miei, giudicando che fittivamente aduoperino la virtù. Perché il cuore loro è fracido § 93 ,469) e hanno guasto il gusto, però le cose buone lo' paiono gattive; e le gattive, cioè il disordinato vivere, lo' pare buono.

O cecità umana, che non raguardi la tua dignità! Ché di grande sei fatto piccolo, di signore sei fatto servo della più vile signoria che possi (29r) avere, poiché tu sei fatto servo e schiavo del peccato, e tale diventi quale è quella cosa che tu servi. Il peccato è non nulla, Perciò tu sei fatto non nulla. Àssi tolta la vita e data la morte.

Questa vita e questa signoria vi fu data per lo Verbo de l'unigenito mio Figlio e glorioso ponte: essendo servi del demonio vi trasse dalla servitudine sua. Feci lui servo per tollervi la servitudine, e posili l'obbedienzia per consumare la disobbedienza d'Adam. Umiliandosi esso all'obrobiosa morte della croce per confondere la superbia, tutti i vizi distrusse con la morte sua, affinché nessuno potesse dire: «Il cotale vizio rimase che non fusse punito e fabricato con pene», sì come Io ti dissi di sopra dicendo che del corpo suo aveva fatta ancudine. Tutti i rimedi sono posti per camparli della morte eternale, ed essi spregiano il sangue e hannolo conculcato coi piedi del disordinato affetto.

E questa è la ingiustizia e il falso giudicio dei quali è ripreso il mondo e sarà ripreso ne l'ultimo dì del giudicio. E questo volse dire la mia Verità quando disse: «Io mandarò il Paraclito, che riprenderà il mondo della ingiustizia e dlo falso giudicio». (Jn 16,8) Allora fu ripreso, quando mandai lo Spirito santo sopra gli appostoli.

 

 

36

 

Tre reprensioni sono. L'una fu data quando lo Spirito santo venne sopra i discepoli, come detto è, i quali fortificati dalla potenza mia, illuminati dalla sapienza del Figlio mio diletto, tutto ricevettono nella plenitudine dello Spirito santo. Allora lo Spirito santo, che è una cosa con me e col Figlio mio, riprendette il mondo, per la bocca dei discepoli, con la dottrina della mia Verità. (Ac 2,22-36) Eglino e tutti gli altri che sono discesi da loro, seguendo la verità, la quale intesero per mezzo di loro, riprendono il mondo.

Questa è quella continua reprensione che Io fo al mondo col mezzo della santa Scrittura e dei servi miei ponendosi lo Spirito santo nelle lingue loro, annunziando la verità, sì come il demonio (29v) si pone in su la bocca dei servi suoi, cioè di coloro che passano per lo fiume iniquamente.

Questa è quella dolce reprensione posta continua nel modo detto, per grandissimo affetto d'amore che Io ho alla salvezza delle anime. E non possono dire «io non ebbi chi mi riprendesse», poiché già l'è mostrata la verità, mostrandolo' il vizio e la virtù e fattolo' vedere il frutto della virtù e il danno del vizio, per darlo' amore e timore santo con odio del vizio e amore della virtù. E già non l'è stata mostrata questa dottrina e verità per angelo, affinché non possano dire «l'angelo è spirito beato e non può offendere, e non sente le molestie della carne come noi, né la gravezza del corpo nostro». Questo l' è tolto che noil possono dire, perché l'è stata data da la mia Verità, Verbo incarnato con la carne vostra mortale.

Chi sono stati gli altri che hanno segueto questo Verbo? Creature mortali e passibili come voi, con la impugnazione della carne contro lo spirito, sì come ebbe il glorioso Paolo mio banditore, (2Co 12,7) e così di molti altri santi i quali, chi da una cosa chi da un'altra, sono stati passionati. Le quali passioni Io permettevo e permetto per accrescimento di grazia e per aumentare la virtù nell'anime loro. E così nacquero di peccato come voi, e nutreti d'uno medesimo cibo; e così sono Dio Io ora come allora: non è infermata né può infermare la mia potenza, sì che Io posso sovvenire e voglio e so sovvenire a chi vuol essere sovenuto da me. Allora vuole essere sovenuto da me quando esce del fiume e va per lo ponte, seguendo la dottrina della mia Verità.

Sì che non hanno scusa, poiché sono ripresi ed èllo' mostrata la verità continuamente. Così se essi non si correggeranno mentre che essi hanno il tempo, saranno condannati nella seconda reprensione, la quale si farà ne l'ultima estremità della morte, dove grida la mia giustizia dicendo: "Surgite mortui, venite ad giudicium" (Mi 6,1); cioè: tu che sei morto a grazia (30r) e morto giogni alla morte corporale, levati su e vieni dinanzi al sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudicio tuo e col lume spento della fede. Il quale lume traesti acceso del santo battesimo, e tu lo spegnesti col vento della superbia e vanità di cuore, del quale facevi vela ai venti che erano contrari alla salvezza tua; e il vento della propria reputazione nutrevi con la vela dell'amore proprio, così corrivi per lo fiume delle delizie e stati del mondo con la propria volontà, seguendo la fragile carne e le molestie e tentazioni del demonio. Il quale demonio con la vela della tua propria volontà t'ha menato per la via di sotto, la quale è uno fiume corrente, così t'ha condotto con lui insieme all'eterna dannazione. § 94

 

37

 

Questa seconda reprensione, carissima figlia, è in fatto perché è gionta all'ultimo dove non può avere rimedio, perché s'è condotta alla estremità della morte dove il verme della coscienza, del quale Io ti dissi ch'era accecato per il proprio amore che egli aveva di sé, ora, nel punto della morte, perché vede sé non potere uscire delle mie mani, questo verme comincia a vedere, e però rode con reprensione se medesimo, vedendo che per suo difetto è condotto in tanto male.

Se essa anima avesse lume che conoscesse e dolessesi della colpa sua, non per la pena dell’inferno che ne le segue, ma perché ha offeso me che sono somma ed eterna Bontà, anco trovarebbe misericordia.

Ma se passa il punto della morte senza lume, e solo col verme della coscienza e senza la speranza del sangue, o con propria passione dolendosi del danno suo più che per le offese fattemi., egli giogne all'eterna dannazione ed allora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso della ingiustizia e dlo falso giudicio. E non tanto della ingiustizia e giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente in tutte le sue opere, ma molto maggiormente sarà ripreso della ingiustizia e giudicio particolare, il quale ha (30v) usato nell'ultimo, cioè d'avere posta, giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. (Gn 4,13) Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché non ha voluto, spregiando, la mia misericordia, (Mt 12,31-32) poiché più m'è grave questo che tutti gli altri peccati che egli ha commessi.

Così la disperazione di Giuda mi dispiacque più, e più fu grave al mio Figlio, che non fu il tradimento ch'egli gli fece. Sì che sono ripresi di questo falso giudicio, d'avere posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia, e però sono puniti con i demoni e crociati eternamente con loro.

E sono ripresi della ingiustizia, e questo è quando si dogliono più del danno loro che per le offese fattemi..

Allora commettono ingiustizia, perché non rendono a me quello che è mio né a loro quello che è loro. A me debbono rendere amore e amarezza con la contrizione del cuore e offerirla dinanzi a me per l'offesa che m'hanno fatta, ed essi fanno il contrario, ché danno a loro amore compassionevole di loro medesimi e dolore della pena che per le colpe loro aspettano.

Sì che vedi che commettono ingiustizia, e però sono puniti e dell'uno e de l'altro insieme. Avendo essi spregiata la misericordia mia, ed Io con giustizia li mando, insieme con la serva loro crudele della sensualità, col crudele tiranno del demonio di cui si fecero servi col mezzo della serva della propria sensualità loro, che insieme siano puniti e tormentati, come insieme m'hanno offeso. Tormentati dico da' miei ministri dimoni, i quali ha messi la giustizia mia a rendere tormento a chi ha fatto male.

 

 

38

 

Figlia, la lingua non è sufficiente a narrare, di queste tapinelle anime, la pena loro. Come sono tre principali vizi, cioè l'amore proprio di sé così esce il secondo, cioè la propria reputazione, e dalla reputazione procede il terzo, cioè la superbia con falsa ingiustizia e crudeltà, e con altri (31r) iniqui e immondi peccati che doppo questi segueno, così ti dico che nell’inferno essi hanno quattro tormenti principali, ai quali segueno tutti gli altri tormenti.

Il primo si è che si vedono privati della mia visione; il quale l'è tanta pena, che se possibile lo' fosse sceglierebbero più tosto il fuoco e crociati tormenti e vedere me; che stare fuore delle pene e non vedermi.

Questa pena lo' rinfresca la seconda del verme della coscienza, il quale sempre rode, vedendosi privati di me e della conversazione degli angeli per loro difetto, e fattisi degni della conversazione deli demoni e visione loro.

Il quale vedere del demonio, che è la terza pena, lo' raddoppia ogni loro fatica. Così, come nella visione di me i santi sempre esultano, rinfrescandosi con allegrezza il frutto delle loro fatiche che essi hanno portate per me con tanta abondanzia d'amore e pentimento di loro medesimi, così in contrario questi tapinelli si rinfrescano nei tormenti nella visione deli demoni, poiché nel vedere loro cognoscono più sé, cioè cognoscono che per loro difetto se ne sono fatti degni. E per questo modo il verme più rode e non stanca mai il fuoco di questa coscienza d'ardere. (Is 66,24 Mc 9,43-47) Ancora l'è più pena perché lo vedono nella propria figura sua, la quale è tanto orribile che non è cuore d'uomo che il potesse imaginare. E se bene ti ricorda sai che, mostrandolo a te nella forma sua, in piccolo spazio di tempo - che sai che quasi fu un punto - tu sceglievi, poi che tornasti a te, prima di volere andare per una strada di fuoco, se dovesse durare fino all'ultimo dì del giudicio, e andare sopra esso, innanzi che vederlo più. Con tutto questo che tu vedesti, anco non sai bene quanto egli è orribile, poiché si mostra per divina giustizia più orribile nell'anima che è privata di me (31v), e più e meno secondo la gravezza delle colpe loro.

Lo quarto tormento si è il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, poiché l'anima non si può consumare, l'essere suo, e non è cosa materiale, la quale materia il fuoco consumasse, poiché ella è incorporea. Ma Io per divina giustizia ho permesso che il fuoco gli arda affligitivamente, che li affligge e non gli consuma, e affliggegli e ardegli con grandissime pene, in diversi modi secondo la diversità dei peccati, chi più e chi meno, secondo la gravezza della colpa.

Sopra questi quattro tormenti escono tutti quanti gli altri, con freddo e caldo e stridore di denti. (Mt 8,12 Lc 13,28) Or così miserabilemente, doppo la reprensione che lo' fu fatta del giudicio e della ingiustizia nella vita loro, e non si corressero in questa prima reprensione come detto è disopra, e nella seconda, cioè nella morte, non volsero sperare né dolersi per le offese fattemi. ma sì della pena loro, hanno ricevuta morte eterna.

 

 

 

39

 

Ora ti resto a dire della terza reprensione, cioè de l'ultimo dì del giudicio. Già ti ho detto delle due; ora, affinché tu vegga bene quanto l'uomo s'inganna, ti dirò della terza, cioè del giudicio generale, nel quale all'anima tapinella sarà rinfrescata e cresciuta la pena per l'unione che l'anima farà col corpo, con una reprensione intollerabile, la quale le generarà confusione e vergogna.

Sappi che ne l'ultimo dì del giudicio, quando verrà il Verbo del mio Figlio con la divina mia maestà a riprendere il mondo con la potenza divina, egli non verrà come poverello, sì come quando egli nacque, venendo nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli animali, e poi morendo in mezzo fra due ladroni.

Allora Io nascosi la potenza mia in lui, lassandolo sostenere pene e tormenti come uomo: non che la natura mia divina fusse però separata dalla natura umana, ma lassailo patire come uomo per soddisfare alle colpe vostre.

Non verrà così ora in questo ultimo punto, ma verrà con potenza (32r) a riprendere egli con la propria persona; e non sarà alcuna creatura che non riceva tremore, e renderà a ognuno il debito suo. (Mt 24,30) AI dannati miserabili darà tanto tormento l'aspetto suo e tanto terrore, che la lingua non sarebbe sufficente a narrarlo. AI giusti darà timore di deferenza con grande giocondità. Non che si muti la faccia sua, poiché egli è inmutabile, perché è una cosa con me secondo la natura divina; e secondo l'umana natura la faccia sua anco è inmutabile, poi che prese la gloria della resurrezione. Ma all'occhio del dannato se gli mostrerà cotale, poiché con quello occhio terribile e oscuro che egli ha in se medesimo, con quello lo vedarà.

Sì come l'occhio infermo che del sole, che è così lucido, non vede altro che tenebre e l'occhio sano vede la luce - e questo non è per difetto della luce che si muti più al cieco che all'illuminato, ma è per difetto dell'occhio che è infermo - così i dannati lo vedono in tenebre, in confusione e in odio, non per difetto della divina mia maestà, colla quale egli verrà a giudicare il mondo, ma per difetto loro.

 

40

 

Egli è tanto l'odio ch'essi hanno, che non possono volere né desiderare alcun bene, ma sempre mi bastemiano. E sai perché eglino non possono desiderare il bene? Poiché, finita la vita dell'uomo, è legato il libero arbitrio; per la quale cosa non possono meritare, perduto che essi hanno il tempo. Se essi finiscono in odio, con la colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta legata l'anima col legame de l'odio, e sempre sta ostinata in quel male che ella ha, rodendosi in se medesima. E acresconle sempre pene, e specialmente delle pene d'alcuni in particolare, dei quali ella fosse stata cagione della dannazione loro.

Sì come vi dimostrò quello ricco dannato, quando chiedeva di grazia che Lazaro andasse ai suoi fratelli, i quali erano rimasi nel mondo, ad annunziare le pene sue. (Lc 16,27-28) Questo già non faceva per carità né per compassione dei fratelli, poiché egli era privato della carità e non poteva desiderare bene, né in onore (32v) di me né per la salvezza loro, perché già ti ho detto che non possono fare alcuno bene nel prossimo, e me bastemmiano perché la vita loro finì ne l'odio di me e della virtù. Ma perché dunque lo faceva? Poiché egli era stato il maggiore e avevagli nutreti nelle miserie nelle quali egli era vissuto, sì che egli era cagione della dannazione loro. Per la qual cagione se ne vedeva seguire pena, giungendo eglino al crociato tormento con lui insieme, dove sempre in odio si rodono, perché ne l'odio finì la vita loro.

 

 

 

41

 

Così l'anima giusta che finisce in affetto di carità e legata in amore non può crescere in virtù venuto meno il tempo, ma può sempre amare con quella carità che ella viene a me, e con quella misura l'è misurato. § 131 ,2672; § 164 ,1276-1326ss.) Sempre desidera me e sempre mi possiede, così il suo desiderio non è votio, ma avendo fame è saziato e saziato ha fame; e dilonga è il fastidio dalla sazietà, e dilonga è la pena dalla fame.

Nell'amore godono nell'eterna mia visione, participando quello bene che Io ho in me medesimo ha ognuno secondo la misura sua, cioè con quella misura dell'amore che essi sono venuti a me, con quella l'è misurato. Perché sono stati nella carità mia e in quella del prossimo, ed uniti insieme colla carità comune e con la particolare, che esce pure d'una medesima carità, godono ed esultano participando il bene l'uno dell'altro con l'affetto della carità, oltre al bene universale che essi hanno tutti insieme. E con la natura angelica godono ed esultano, coi quali i santi sono conlocati secondo le diverse e varie virtù le quali principalmente ebbero nel mondo. Essendo legati tutti nel legame della carità, hanno una singulare participazione con coloro con cui strettamente d'amore singulare s'amarono nel mondo, col quale amore crescevano in (33r) grazia augmentando la virtù. L'uno era cagione all'altro di manifestare la gloria e loda del nome mio in loro e nel prossimo. Sì che poi nella vita durabile non l'hanno perduto, anco l'hanno, participando strettamente e con più abbondanza l'uno con l'altro, aggiontolo all'universale bene. § 131 ,2658ss.) E non vorrei poiché tu credessi che questo bene particolare, il quale Io ti ho detto che essi hanno, l'avessero solo per loro, poiché non è così, ma è participato da tutti quanti i gustatori cittadini e diletti miei figli e da tutta la natura angelica. Così, quando l'anima giogne a vita eterna, tutti participano il bene di quella anima e l'anima del bene loro. Non che il vasello loro né il suo possa crescere, né che avesse bisogno d'empirsi, poiché egli è pieno e però non può crescere, ma hanno una esultazione con una giocondità, uno giubilo, una allegrezza la quale si rinfresca in loro per lo conoscimento che hanno trovato in quella anima. Vedono che per mia misericordia ella è levata dalla terra con la plenitudine della grazia, e così esultano in me, nel bene di quella anima, il quale ha ricevuto per la mia bontà.

E quella anima gode in me e nell'anime e negli spiriti beati, vedendo e gustando in loro la dolcezza della mia carità. I loro desideri sempre gridano dinanzi da me per la salvazione di tutto quanto il mondo; perché la vita loro finì nella carità del prossimo, non l'hanno lasciata, anco con essa passarono per la porta de l'unigenito mio Figlio (Jn 10,7) nel modo che di sotto ti contierò. § 83 ,1806; § 131 ,2652) Sì che vedi che con quello legame dell'amore in che finì la vita loro, con quello permangono e dura sempre eternamente.

Essi sono tanto conformati con la mia volontà che non possono volere se non quel che Io voglio, perché l'arbitrio loro è legato nel legame della carità per sì fatto modo, che venendo meno il tempo alla creatura che (35v) ha in sé ragione, morendo in stato di grazia, non può più peccare. E in tanto è unita la sua volontà con la mia che, vedendo il padre o la madre il figlio suo ne l'inferno, o il figlio la madre, non se ne curano, anco sono contenti di vederli puniti, come nimici miei.

In nessuna cosa si scordano da me; i desideri loro sono pieni. Il desiderio dei beati è di vedere l'onore mio in voi viandanti, i quali sete peregrini che sempre corrite verso il termine della morte. Nel desiderio del mio onore desiderano la salvezza vostra, e però sempre mi pregano per voi. Il quale desiderio è adempito da me dalla parte mia, colà dove voi ignoranti non recalcitraste alla mia misericordia.

Hanno desiderio ancora di riavere la dota del corpo (Mt 25,14-30; Let79) loro e questo desiderio non li affligge, non avendolo attualmente, ma godono gustando per certezza che essi hanno d'avere il loro desiderio pieno; non li affligge, poiché pur non avendolo non manca loro la beatitudine, e quindi non da loro pena.

E non ti pensare che la beatitudine del corpo dopo la resurrezione dia piú beatitudine all'anima. Che se questo fusse succederebbe che fino a quando non avessero il corpo avrebbero beatitudine imperfetta, la qual cosa non può essere, poiché in loro non manca alcuna perfezione. Sì che non è il corpo che dia beatitudine all'anima, ma l'anima darà beatitudine al corpo: darà dell'abbondanza sua, rivestita ne l'ultimo dì del giudicio del vestimento della propria carne la quale lassò.

Come l'anima è fatta immortale, fermata e stabilita in me, così il corpo in quella unione diventa immortale: perduta la gravezza è fatto sottile e leggiero. Così sappi che il corpo glorificato passerebbe per lo mezzo del muro, né il fuoco né l'acqua non l'offenderebbe; non per virtù sua ma per la virtù dell'anima (34r), la quale virtù è mia, data a lei per grazia, e per amore ineffabile col quale Io la creai ad immagine e similitudine mia.

L'occhio dell’intelletto tuo non è sufficiente a vedere, né l'orecchia a udire, né la lingua a narrare, né il cuore a pensare il bene loro. (1Co 2,9) O quanto diletto hanno in vedere me che sono ogni bene! O quanto diletto avranno essendo col corpo glorificato! Il quale bene non avendo di qui al giudicio generale, non hanno pena, perché nona manca loro beatitudine, poiché l'anima è piena in sé. La quale plenitudine participarà il corpo, come detto ti ho.

Dicevoti del bene che avrebbe il corpo glorificato ne l'umanità glorificata de l'unigenito mio Figlio la quale vi dà certezza della vostra resurrezione. Ine esultano nelle piaghe sue, le quali sono rimase fresche, riservate le cicatrici nil corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia a me, sommo ed eterno Padre, per voi. Tutti si conformaranno con lui in gaudio e in giocondità, occhio con occhio e mano con mano; con tutto quanto il corpo del dolce Verbo mio Figlio tutti vi conformarete. Stando in me starete in lui, perché egli è una cosa con me. Ma l'occhio del corpo vostro, come detto ti ho, si deletterà ne l'umanità glorificata del Verbo unigenito mio Figlio.

Questo perché? Perché la vita loro finì nella carità della mia carità, e però lo' dura eternamente. Non che possano adoperare alcuno bene, ma godonsi quello che essi hanno portato, cioè che non possono fare alcuno atto meritorio per mezzo del quale possino meritare, poiché solo in questa vita si merita e pecca, secondo che piace alla propria volontà, col libero arbitrio.

Costoro non aspettano con timore il divino giudicio, ma con allegrezza; e non lo' parrà la faccia del Figlio mio terribile né piena d'odio, perché essi sono finiti in carità ed in carità di me e (34v) benevolenza del prossimo.

Sì che vedi che la mutazione della faccia non sarà in lui quando verrà a giudicare con la maestà mia, ma in coloro che saranno giudicati da lui. AI dannati apparirà con odio e con giustizia, nei salvati con amore e con la misericordia.

 

42

 

Ti ho narrato della dignità dei giusti, affinché meglio conosca la miseria dei dannati. E questa è l'altra pena loro: vedere la beatitudine dei giusti. La quale visione è a loro accrescimento di pena, come ai giusti la dannazione dei dannati è accrescimento d'esultazione della mia bontà, perché meglio si conosce la luce per le tenebre e le tenebre per la luce. Sì che lo' sarà pena la visione dei beati, e con pena aspettano l'ultimo dì del giudicio, perché se ne vedono seguire accrescimento di pena.

E così sarà, poiché in quella voce terribile, quando sarà detto a loro: "Surgite mortui, venite ad iudicium" (Mi 6,1), tornerà l'anima col corpo, e nei giusti sarà glorificato e nei dannati sarà crociato eternamente, e grande vergogna e rimproverio riceveranno nell'aspetto della mia Verità e di tutti i beati.

Il verme della coscienza allora roderà il midollo dell'albero cioè l'anima, e la corteccia di fuore, cioè il corpo.

Rimproverato lo' sarà il sangue che per loro fu pagato e le opere della misericordia le quali Io feci a loro col mezzo del mio Figlio, spirituali e temporali, e quello che essi doveano fare nel prossimo loro, sì come si contiene nel santo Evangelio. (Mt 25,42-43) Ripresi saranno della crudeltà che essi hanno avuta verso il prossimo, vedendo la misericordia che da me hanno ricevuta; della superbia e de l'amore proprio, dell'immondizia e avarizia loro. Rinfrescarà duramente (35r) la loro reprensione.

Nel punto della morte la riceve solamente l'anima ma nel giudizio generale la riceverà insiememente l'anima e il corpo; perché il corpo è stato compagno e strumento dell'anima a fare il bene e il male, secondo ch'è piaciuto alla propria volontà. Ogni opera buona e gattiva è fatta col mezzo del corpo, e però giustamente, figlia mia, è renduto ai miei eletti gloria e bene infinito col corpo loro glorificato, remunerandoli delle loro fatiche che per me insiememente con l'anima portò.

E così agli iniqui sarà renduto pena eternale col mezzo del corpo, perché fu strumento del male.

Rinfrescarasselo' la pena e crescerà, riavendo il corpo loro, nell'aspetto del mio Figlio. La miserabile sensualità con la immondizia sua riceverà riprensione in vedere la natura loro, cioè l'umanità di Cristo, unita con la purezza della deità mia, vedendo levata questa massa d'Adam, natura vostra, sopra tutti i cori degli angeli; ed essi per loro difetti si vedono profondati nel profondo de l'inferno.

E vedono la larghezza e misericordia rilucere nei beati ricevendo il frutto del sangue de l'Agnello, e vedono le pene che essi hanno portate, che tutte stanno per adornamento nei corpi loro sì come la fregiatura sopra del panno, non per virtù del corpo ma solo per la plenitudine dell'anima, la quale rappresenta al corpo il frutto della fatica, perché fu compagno con lei ad aoperare la virtù, sì che apparisce di fuore. Sì come lo specchio rappresenta la faccia dell’uomo, così nil corpo si rappresenta il frutto delle fatiche nel modo che detto ti ho.

Vedendo i tenebrosi tanta dignità, della quale essi sono privati, lo' cresce la pena e la confusione, perché nei corpi loro apparisce il segno delle iniquità le quali commisero, con pena e crociato tormento. Così in quella parola che essi udiranno terribile: «Andate (35v) maladetti nel fuoco eternale», (Mt 25,41) egli andarà l'anima e il corpo a conversare con i demoni senza alcuno rimedio di speranza. Avilupparannosi con tutta la puzza della terra, ognuno per sé in diverso modo, sì come diverse sono state le loro male opere: l'avaro con la puzza dell'avarizia, aviluppandosi insieme la sustanzia del mondo e ardendo nel fuoco, la quale egli disordinatamente amò; il crudele con la crudeltà; l'immondo con la immondizia e miserabile concupiscenzia; lo ingiusto con le sue ingiustizie; lo invidioso con la invidia; e l'odio e il rancore del prossimo con l'odio. Il disordinato amore proprio di loro, così nacquero tutti i loro mali, arderà e darà pena intollerabile, sì come capo e principio d'ogni male, accompagnato dalla superbia; sì che tutti in diversi modi saranno puniti, l'anima e il corpo insieme.

Or così miserabilemente giongono al fine loro questi che vanno per la via di sotto giù per lo fiume, non vollendosi a dietro a riconoscere le colpe loro, né a domandare la misericordia mia, sì come Io ti dissi di sopra. E giongono alla porta della bugia perché seguero la dottrina del demonio il quale è padre delle bugie. (Jn 8,44) Ed esso demonio è porta loro, e per questa porta giongono all'eterna dannazione, come detto è di sopra.

Sì come gli eletti e figli miei, tenendo per la via di sopra, cioè del ponte, segueno e tengono la via della verità, ed essa verità è porta, e però disse la mia Verità: «Nessuno può andare al Padre se non per me». (Jn 14,6) Egli è la porta e la via così passano ad intrare in me, mare pacifico.

E così, in contrario, costoro sono tenuti per la bugia la quale lo' dà acqua morta; ed a questo vi chiama il demonio - ciechi e matti che non se n'avedono, perché hanno perduto il lume della fede - quasi lo' dica il demonio: «Chi ha sete della (36r) acqua morta venga a me, ché io ne gli darò».

 

 

43

 

Egli è fatto giustiziere mio dalla mia giustizia per tormentare l'anime che miserabilemente hanno offeso me. E in questa vita li ho posti a tentare, molestando le mie creature; non perché le mie creature siano vinte, ma perché esse vincano e ricevano da me la gloria della vittoria, provando in loro le virtù. (Lc 22,31 1P 5,8) E nessuno in questo debba temere per veruna battaglia né tentazione di demonio che lo' venga, poiché Io li ho fatti facciorti e datolo' la fortezza della volontà, fortificata nel sangue del mio Figlio. La quale volontà né demonio né creatura ve la può mutare, poiché ella è vostra, data da me col libero arbitrio.

Voi dunque col libero arbitrio la potete tenere e lasciare secondo che vi piace. Ella è l'arme la quale voi ponete nelle mani del demonio e drittamente è uno coltello col quale egli vi percuote e con esso v'uccide.

Ma se l'uomo non dà questo coltello della volontà sua nelle mani del demonio, cioè che egli consenta alle tentazioni e molestie sue, giamai non sarà offeso di colpa di peccato per veruna tentazione. Anco lo fortificarà, colà dove egli apra l'occhio dell'intelletto a vedere la carità mia, la quale carità permette che siate tentati solo per farvi venire a virtù e a provare la virtù.

A virtù non si viene se non per lo conoscimento di se medesimo e per conoscimento di me. Il quale conoscimento più perfettamente s'acquista nel tempo della tentazione, perché allora conosce sé non essere, non potendosi levare le pene e le molestie le quali vorrebbe fugire; e me conosce nella volontà, la quale è fortificata per la bontà mia, che non consente ad esse cogitazioni, e perché (36v) ha veduto che la mia carità le concede. Perché il demonio è infermo e per sé non può nulla, se non quanto Io gli do; ed Io lo permetto per amore e non per odio, perché vinciate e non siate vinti, e perché veniate a perfetto conoscimento di me e di voi e affinché la virtù sia provata, poiché ella non si prova se non per lo suo contrario. (Tb 12,13 2Co 12,9) Dunque vedi che sono miei ministri a crociare i dannati nell'inferno, e in questa vita ad esercitare e provare la virtù nell'anima. Non che la intenzione del demonio sia per farvi provare in virtù, poiché egli non ha carità, ma per privarvi della virtù e questo non può fare se voi non volete.

Or vedi quanta è la stoltizia dell’uomo che si fa debole colà dove Io gli ho fatto forte, ed esso medesimo si mette ne le mani deli demoni. Così Io voglio che tu sappi che nel punto della morte, essendo entrati nella vita loro sotto la signoria del demonio - non sforzati, poiché non possono essere sforzati, come detto ti ho, ma volontariamente si sono messi nelle mani loro - giungendo poi all'estremità della morte con questa perversa signoria, essi non aspettano altro giudicio, ma essi medesimi ne sono giudici con la coscienza loro, e come disperati giongono all'eterna dannazione. Con l'odio stringono lo'nferno in su la estremità della morte e, prima che essi l'abbiano, essi medesimi coi loro signori dimoni pigliano per prezzo loro l'inferno.

Sì come i giusti vissuti in carità, morendo in carità, quando viene l'estremità della morte - se egli è vissuto perfettamente in virtù illuminato del lume della fede, con l'occhio della fede, con perfetta speranza del sangue dell'Agnello - vedono il bene il quale Io gli ho apparecchiato, e con le braccia de l'amore l'abbracciano, strignendo con strette d'amore me, sommo ed eterno bene, nell'ultima estremità della morte.

E così gusta vita (37r) eterna prima che avesse lassato il corpo mortale, cioè prima che sia separato dal corpo.

Altri che fussero passati nella vita loro e giognessero all'estremità con una carità comune, che non fussero in quella grande perfezione, costoro abbracciano la misericordia mia con quello lume medesimo della fede e della speranza che ebbero quelli perfetti, ma hannola imperfetta. E perché costoro erano imperfetti strinsero la misericordia, ponendo maggiore la misericordia mia che le colpe loro.

Gl'iniqui peccatori fanno il contrario, vedendo con la disperazione il luogo loro, e con l'odio l'abbracciano come detto ti ho. Sì che non aspettano d'essere giudicati né l'uno né l'altro, ma partonsi di questa vita e riceve ognuno il luogo suo, come detto ti ho. Gustanlo e posseggono prima che si partano dal corpo nella estremità della morte: i dannati con l'odio e disperazione; i perfetti con l'amore e col lume della fede e con la speranza del sangue; e gli imperfetti, con la misericordia e con quella medesima fede, giongono al luogo del purgatorio.

 

 

44

 

Ti ho detto che il demonio invita gli uomini all'acqua morta, cioè a quella che egli ha per sé, accecandoli con le delizie e stati del mondo. Con l'amo del diletto gli piglia sotto colore di bene, poiché in altro modo non gli potrebbe pigliare, perché non si si lassarebbero pigliare se alcuno bene proprio o diletto non vi trovassero, impoiché l'anima di sua natura sempre appetisce bene.

Ma è vero che l'anima accecata dall'amore proprio. non conosce né discerne quale sia bene vero e che gli dia utilità all'anima e al corpo. E però il demonio, come iniquo, vedendo che egli è accecato dal proprio amore sensitivo, gli pone i diversi e vari difetti, i quali sono colorati con colore d'alcuna utilità e d'alcuno bene. E a ogni (37v) uno dà secondo lo stato suo e secondo quelli vizi principali nei quali il vede piú disposto a ricevere: altro dà al secolare, altro dà al religioso, altro ai prelati, altro ai signori e a ciascuno secondo i diversi stati che essi hanno.

Questo ti ho detto, perché Io ora ti contio di costoro che s'anniegano giù per lo fiume, che nessuno rispetto hanno altro che a loro, cioè d'amare loro medesimi con offesa di me, dei quali Io ti ho contiato il fine loro.

Ora ti voglio mostrare come essi s'ingannano, ché volendo fuggire le pene caggiono nelle pene. Perché lo' pare che a seguire me, cioè tenere per la via del ponte del Verbo del mio Figlio sia grande fatica, e però si ritraggono a dietro temendo la spina. Questo è perché sono accecati e non vedono né cognoscono la verità, sì come tu sai che Io ti mostrai nel principio della vita tua, pregandomi tu che Io facesse misericordia al mondo traendoli delle tenebre del peccato mortale.

Sai che Io allora ti mostrai me in figura d'uno albero del quale non vedevi né il principio né il fine, se non che vedevi che la radice era unita con la terra; e questa era la natura divina unita con la terra della vostra umanità. § 22 ,427) Ai piedi dell'albero, se bene ti ricorda, era alcuna spina; dalla quale spina tutti coloro che amavano la propria sensualità si dilongavano e correvano a uno monte di lolla, nel quale ti figurai tutti i diletti del mondo. Quella lolla pareva grano e non era; e però, come vedevi, molte anime dentro vi si perivano di fame e molte, conoscendo lo inganno del mondo, tornavano all'albero e passavano la spina, cioè la deliberazione della volontà. La quale deliberazione, innanzi ch'ella sia fatta, è una spina la quale gli pare trovare in seguire la via della verità. Sempre combatte (38r) dall'uno lato la coscienza, da l'altro lato la sensualità. Ma subito che con odio e pentimento di sé virilmente delibera dicendo «io voglio seguire Cristo crocifisso», rompe subito la spina e trova dolcezza inestimabile, sì come Io allora ti mostrai; chi più e chi meno secondo la disposizione e sollicitudine loro.

Sai che allora Io ti dissi: «Io sono lo Dio vostro immobile che non mi muovo; Io non mi sottragga da veruna creatura che a me voglia venire.» «Mostrato gli ho la verità facendomi visibile a loro essendo Io invisibile; mostrato gli ho che cosa è amare alcuna cosa senza me. Ma essi, come accecati dalla nuvola del disordinato amore, non cognoscono né me né loro.

Vedi come sono ingannati, che prima vogliono morire di fame che passare un poca di spina.» «Non possono fuggire che non sostengano pena, poiché in questa vita nessuno ci passa sanza croce, se non coloro che tengono per la via di sopra; non che essi passino senza pena, ma la pena a loro è refrigerio. E perché per lo peccato, sì come di sopra ti dissi, il mondo germinò spine e triboli § 21 ,375) e corse questo fiume, mare tempestoso, però vi diei il ponte, affinché voi non annegaste».

 

 

45

 

Ti ho mostrato come essi si ingannano con uno disordinato timore e come Io sono lo Dio vostro che non mi muovo, e che Io non sono accettatore delle creature ma del santo desiderio. E questo ti ho mostrato nella figura dell'albero la quale Io ti ho detta.

Ora ti voglio mostrare a cui le spine e triboli che germinò la terra per lo peccato fanno male, e a cui no. E perché fino a ora ti ho mostrata la loro dannazione insiememente con la mia bontà, e Ti ho detto come essi sono ingannati dalla propria sensualità, ora ti voglio dire come solo costoro sono quelli che sono offesi dalle spine.

Alcun che nasca in questa vita passa senza fatica, o corporale o mentale. Corporale la portano i servi miei, ma la mente loro è libera, cioè che non sente fatica della fatica, perché ha accordata la sua volontà con la (38v) mia. La quale volontà è quella cosa che dà pena all'uomo. Pena di mente e di corpo portano costoro i quali Io ti ho contiati, che in questa vita gustano la caparra dell'inferno, sì come i servi miei gustano la caparra di vita eterna.

Sai tu quale è il più singulare bene che hanno i beati? è d'avere la volontà loro piena di quello che desiderano. Desiderano me, e desiderando me essi m'hanno e mi gustano senza alcuna ribellione, poiché hanno lasciata la gravezza del corpo, il quale era una legge che combatteva contro lo spirito. Il corpo l'era un mezzo che non lassava conoscere perfettamente la verità, né potevano vedermi a faccia a faccia perché il corpo non lassava.

Ma poi che l'anima ha lassato il peso del corpo la volontà sua è piena, perché desiderando di vedere me ella mi vede, nella quale visione sta la vostra beatitudine. Vedendo conosce e conoscendo ama, e amando gusta me, sommo ed eterno Bene; gustando sazia e adempie la volontà sua, cioè il desiderio che egli ha di vedere e conoscere me. Desiderando ha e avendo desidera e, come Io ti dissi, dilonga è la pena dal desiderio, eil fastidio dalla sazietà. (Ap 7,16-17) Sì che vedi che i servi miei ricevono beatitudine principalmente in vedere e conoscere me; la quale visione e conoscimento lo' riempie la volontà d'avere ciò che essa volontà desidera, e così è saziata. E però ti dissi che, specialmente, gustare vita eterna era d'avere ciò che la volontà desidera. Ma sappi che ella si sazia nel vedere e conoscere me, come detto ti ho. In questa vita gustano la caparra di vita eterna, gustando questo medesimo del quale Io ti ho detto ch'essi sono saziati.

Come hanno questa arra in questa vita? Dicotelo: in vedere la mia bontà in sé in conoscere la mia verità; il quale conoscimento ha l’intelletto illuminato in me, il quale è l'occhio dell'anima. Questo occhio (39r) ha la pupilla della santissima fede, il quale lume della fede fa discernere e conoscere e seguire la via e la dottrina della mia Verità, Verbo incarnato. Senza questa pupilla della fede non vedrebbe se non come l'uomo che ha la forma dell'occhio, ma il panno ha ricuperta la pupilla che fa vedere all'occhio. E così l'occhio dell'intelletto: la pupilla sua è la fede la quale, essendovi posto dinanzi il panno della infedeltà, tratto dall'amore proprio di se medesimo, non vede; ha la forma dell'occhio ma non il lume, perché esso se l'ha tolto. (Mt 6,22-23) Sì che vedi che nel vedere cognoscono, e conoscendo amano, e amando anniegano e perdono la volontà loro propria.

Perduta la loro si vestono della mia, che non voglio altro che la vostra santificazione. E subito si danno a vollere il capo a dietro dalla via di sotto, e cominciano a salire per lo ponte e passano sopra le spine, e perché sono calzati i piei dell'affetto loro con la mia volontà, non lo' fa male. (Ep 6,11ss.) E però ti dissi che sostenevano corporalmente e non mentalmente perché la volontà sensitiva è morta, la quale dà pena e affligge la mente della creatura. Tolta la volontà è tolta la pena, ed ogni cosa portano con deferenza, reputandosi grazia d'essere tribolati per me, e non desiderano se non quello che Io voglio.

Se Io lo' do pena da parte deli demoni, permettendolo' le molte tentazioni per provarli nelle virtù, sì come Io ti dissi di sopra, § 43 ,750ss.) essi resistono con la volontà, la quale hanno fortificata in me, umiliandosi e reputandosi indegni della pace e quiete della mente e reputandosi degni della pena; e così passano con allegrezza e conoscimento di loro senza pena affliggitiva.

Se ella è tribolazione dagli uomini, o infermità, o povertà, o mutamento di stato nel mondo, o privazione di figli o dell'altre creature le quali molto amasse, le quali tutte sono spine che germinò la terra dopo il (39v) peccato, tutte le porta col lume della ragione e della fede santa, raguardando me che sono somma bontà e non posso volere altro che bene; e per bene le concedo, per amore e non per odio.

E cognosciuto che hanno l'amore in me, ed essi raguardano loro, conoscendo i loro difetti; e vedono col lume della fede che il bene debba essere remunerato e la colpa punita. Ogni piccola colpa vedono che meriterebbe pena infinita, perché è fatta contro me che sono infinito Bene, e recansi a grazia che Io in questa vita gli voglia punire, e in questo tempo finito. E così insiememente scontiano il peccato con la contrizione del cuore, e con la perfetta pazienza meritano, e le fatiche loro sono remunerate di bene infinito.

Poi cognoscono che ogni fatica di questa vita è piccola per la piccolezza del tempo: il tempo è quanto una punta d'aco e non più, e passato il tempo è passata la fatica, Perciò vedi che è piccola. Essi portano con pazienza, e passano le spine attuali e non lo' toccano il cuore, perché il cuore loro è tratto di loro per amore sensitivo, e posto e unito in me per affetto d'amore.

Bene è dunque la verità che costoro gustano vita eterna ricevendo la caparra in questa vita; e stando nell'acqua non si immollano, passando sopra le spine non si pungono, come detto ti ho, perché hanno cognosciuto me, sommo Bene, e cercatolo colà dove egli si trova, cioè nel Verbo de l'unigenito mio Figlio.

 

 

 

46

 

Questo ti ho detto affinché tu conosca meglio e in che modo costoro gustano la caparra dell’inferno, dei quali Io ti dissi lo inganno loro.

Ora ti dico così procede lo inganno e come ricevono la caparra dell'inferno: questo è perché hanno accecato l'occhio dell’intelletto con la infedeltha tratto dall'amore proprio.

Come ogni verità s'acquista col lume della fede, (40r) così la bugia e l'inganno s'acquistano con la infedeltà. Della infedeltà dico di coloro che hanno ricevuto il santo battesimo, nel quale battesimo fu messa la pupilla della fede ne l'occhio dell’intelletto. Venuto il tempo della discrezione, se essi s'esercitano in virtù, costoro hanno conservato il lume della fede e partoriscono le virtù vive, facendo frutto al prossimo loro: come la donna che fa il figlio vivo, e vivo lo dà allo sposo suo, così costoro danno le virtù vive a me, che sono sposo dell'anima.

Il contrario fanno questi miserabili che, venuto il tempo della discrezione, dove essi debbono esercitare il lume della fede e parturire con vita di grazia le virtù, ed essi le partoriscono morte. Morte sono, perché tutte le opere loro sono morte, essendo fatte in peccato mortale, privati del lume della fede.

Hanno bene la forma del santo battesimo ma non il lume, poiché ne sono privati per la nuvola della colpa commessa per amore proprio, la quale ha ricoperta la pupilla così vedevano.

A costoro è detto, i quali hanno fede senza opera, che la fede loro è morta. (Jc 2,26) Così, come il morto non vede, così l'occhio: ricoperta la pupilla come detto ti ho, non vede né conosce se medesimo non essere, né i difetti suoi che egli ha commessi, né conosce la bontà mia in sé, donde ha avuto l'essere e ogni grazia che è posta sopra l'essere. § 31 ,26ss.) Non conoscendo me né sé, non odia in sé la propria sensualità anco l'ama, cercando di soddisfare all'appetito suo, e così partorisce i figli morti di molti peccati mortali. Né me non ama: non amando me, non ama quello che Io amo, cioè il prossimo suo; non si diletta d'operare quello che mi piace, ciò sono le vere e reali virtù, le quali mi piacciono di vedere in voi, non per mia utilità, poiché a me non potete fare utilità, poiché Io sono colui che (40v) sono e nessuna cosa è fatta senza me, se non il peccato che non è nulla; per che priva l'anima di me che sono ogni bene, privandola della grazia. Sì che per vostra utilità mi piacciono, perché Io abbi di che rimunerarvi in me, vita durabile.

Sì che vedi che la fede di costoro è morta, perché è senza opera, e quelle opere le quali fanno non lo' valgono a vita eterna perché non hanno vita di grazia. Non di meno il bene adoperare non si debba però lasciare, o con grazia o senza la grazia, poiché ogni bene è remunerato e ogni colpa punita. Il bene che si fa in grazia senza peccato mortale vale a vita eterna; ma quello che si fa con la colpa del peccato mortale non vale a vita eterna, nondimeno è remunerato in diversi modi, sì come di sopra ti dissi. § 28 ,177) Così alcune volte Io lo' presto il tempo, o Io li metto nel cuore dei servi miei per continua orazione, per le quali orazioni escono della colpa e delle miserie loro.

Alcune volte, non ricevendo il tempo né l'orazioni per disposizione di grazia, a questi cotali l'è remunerato sopra le cose temporali, facendo di loro come dell'animale che s'ingrassa per menarlo al macello. Così questi cotali che sempre hanno ricalcitrato in ogni modo alla mia bontà pure fanno alcuno bene, non in stato di grazia, come detto ti ho, ma in peccato. Essi non hanno voluto ricevere in questa loro opera il tempo né l'orazioni né gli altri diversi modi coi quali Io li ho chiamati; così, essendo riprovati da me per li loro difetti - e la mia bontà vuole pure remunerare quella opera, cioè quello poco del servizio che hanno fatto - gli remunero nelle cose temporali e ine s'ingrassano; e non correggendosi giongono al supplicio eternale. Sì che vedi che sono ingannati. Chi gli ha ingannati? Essi medesimi, perché hanno perduto il lume della fede viva e vanno come accecati, palpando e attaccandosi a quello che toccano. E perché non vedono se non con l'occhio cieco, posto l'affetto loro nelle cose transitorie, però sono ingannati (Mt 13,15; Ac 28,27; Is 6,9-10) e fanno come (41r) stolti che raguardano solamente l'oro e non il veleno. Così sappi che le cose del mondo e tutti i diletti e piaceri suoi, se sono presi e acquistati e posseduti senza me e con proprio e disordinato amore, essi portano drittamente la figura degli scorpioni, i quali al principio tuo, dopo la figura de l'albero, § 44 Io ti mostrai dicendoti che portavano l'oro dinanzi eil veleno portavano dietro; e non era il veleno senza l'oro, né l'oro senza il veleno, ma il primo aspetto era l'oro. E nessuno si difendeva dal veleno se non coloro che erano alluminati del lume della fede (Ap 9,7 Ap 10)

 

 

47

 

Costoro ti dissi che col coltello di due tagli, cioè coll'odio del vizio e amore della virtù, per amore di me tagliavano il veleno della propria sensualità, e col lume della ragione tenevano e possedevano e acquistavano l'oro in queste cose mondane, chi le voleva tenere. Ma chi voleva usare la grande perfezione le spregiava attualmente e mentalmente. Questi ti dissi che osservavano lo consiglio attualmente e mentalmente, il quale lo' fu dato dalla mia Verità, e lassato. (Mt 19,16-22 Mc 10,17-22 Lc 18,18-23) Costoro che possedevano sono quelli che osservano i comandamenti e i consigli mentalmente ma non attualmente.

Ma però ch'e consigli sono legati coi comandamenti, nessuno può osservare i comandamenti che non osservi i consigli, non attualmente ma mentalmente; cioè che possedendo le ricchezze del mondo, egli le possegga con umiltà e non con superbia, possedendole come cosa prestata e non come cosa sua, come elle sono date a voi per uso dalla mia bontà. Così tanto l'avete quanto Io ve le do, e tanto le tenete quanto Io ve le lasso; e tanto ve le lasso e do quanto Io vedo che facciano per la vostra salvezza. Per questo modo le dovete usare.

Usandole l'uomo così osserva il comandamento amando me sopra ogni cosa, eil prossimo come se medesimo. § 147 ,1498ss.) Vive col cuore spogliato e gittale da sé per desiderio, cioè che non l'ama né tiene senza la mia volontà. Poniamo (41v) che attualmente le possegga, osserva il consiglio per desiderio come detto ti ho, tagliandone il veleno del disordinato amore.

Questi cotali stanno nella carità comune. Ma coloro che osservano e comandamenti e consigli, attualmente e mentalmente, sono nella carità perfetta. Con vera simplicità osservano il consiglio che disse la mia Verità, Verbo incarnato, a quello giovane, quando dimandò dicendo: «Che potrei io fare, maestro, per avere vita eterna?» Egli disse: «Osserva i comandamenti della legge», ed egli rispondendo disse: «Io gli osservo», ed egli disse: «Bene, se tu vuogli esser perfetto, va e vende ciò che tu hai e dàllo ai povari».

Il giovane allora si contristò, perché le ricchezze che egli aveva le teneva ancora con troppo amore e però si contristò. Ma questi perfetti gli osservano, abbandonando il mondo con tutte le delizie sue, macerando il corpo con la penitenza e vigilia, umile e continua orazione.

Questi altri, che stanno nella carità comune, non levandosi attualmente non perdono però vita eterna, perché non ne sono tenuti, ma debbonle possedere, se essi vogliono, le cose del mondo, nel modo che detto ti ho. Tenendole non offendono, perché ogni cosa è buona e perfetta, e create da me che sono somma Bontà, e fatte perché servano alle mie creature che hanno in loro ragione, e non perché le creature si facciano servi e schiavi delle delizie del mondo; anco perché le tengano, se lo' piace di tenere, non volendo andare alla grande perfezione, non come signori ma come servi. (Let 345) Il desiderio loro debbono dare a me, e ogni altra cosa amare e tenere, non come cosa loro ma come cosa prestata, come detto ti ho.

Io non sono accettatore delle creature (Ac 10,34) né degli stati, ma dei santi desideri. In ogni stato che la persona vuole stare, abbi buona e santa volontà ed è piacevole a me.

Chi le terrà a questo modo? Coloro che n'hanno mozzato il veleno con l'odio della propria sensualità e con amore della virtù. Avendo mozzo il veleno della (42r) disordinata volontà e ordinatala con amore e santo timore di me, egli può scegliere e tenere ogni stato che egli vuole, e in ognuno sarà atto ad avere vita eterna, poniamo che maggiore perfezione e più piacevole a me sia di levarsi mentalmente e attualmente da ogni cosa del mondo. (Let 345) Chi non si sente di arrivare a questa perfezione, che la fragilità sua no il patisse, può stare in questo stato comune, ognuno secondo lo stato suo. E questo ha ordinato la mia bontà affinché nessuno abbi scusa di peccato in qualunque stato si sia.

E veramente non hanno scusa, poiché Io sono consceso alle passioni e debilezze loro per sì fatto modo che, volendo stare nel mondo, possono, e posedere le ricchezze e tenere stato di signoria, e stare allo stato del matrimonio e nutrere ed affaticarsi per li figli. E qualunque stato si vuole essere possono tenere, pure che in verità essi taglino il veleno della propria sensualità la quale dà morte eternale.

E drittamente ella è uno veleno, ché, come il veleno dà pena nil corpo e ne l'ultimo ne muore, se già l'uomo non s'argomenta di vomicarlo e di pigliare alcuna medicina, così questo scarpione del diletto del mondo: non le cose temporali in loro, ché già ti ho detto che elle sono buone e fatte da me che sono somma bontà, e però le può usare come gli piace con santo amore e vero timore, ma dico del veleno della perversa volontà dell'uomo. Dico che ella avelena l'anima e dàlle la morte, se essa non lo vomica per la confessione santa, traendone il cuore e l'affetto. La quale è una medicina cheil guarisce di questo veleno, poniamo che paia amara alla propria sensualità.

Vedi dunque quanto sono ingannati! Ché possono possedere e avere me, possono fugire la tristizia e avere letizia e consolazione, ed essi vogliono pure male sotto colore di bene, e dannosi a pigliare l'oro con disordinato amore. Ma perché essi sono accecati con molta infedeltà (42v) non cognoscono il veleno; veggonsi avelenati e non pigliano lo rimedio.

Costoro portano la croce del demonio gustando la caparra dell'inferno.

 

 

48

Io sì ti dissi di sopra che solo la volontà dava pena all'uomo, § 44 ,844; § 45 ,887) e perché i servi miei sono privati della loro e vestiti dalla mia, non sentono pena affliggitiva, ma sono saziati sentendo me per grazia nell'anime loro. Non avendo me non possono essere saziati, se essi possedessero tutto quanto il mondo, perché le cose create sono minori che l'uomo, poiché elle sono fatte per l'uomo e non l'uomo per loro, e però non può essere saziato da loro. Solo Io lo posso saziare. E però questi miserabili, posti in tanta cecità, sempre s'affannano e mai non si saziano, e desiderano quello che non possono avere, perché non l'adimandano a me che gli posso saziare.

Vuogli ti dica come essi stanno in pene? Tu sai che l'amore sempre dà pena, perdendo quella cosa con che la creatura s'è conformata. Costoro hanno fatta conformità, per amore, nella terra in diversi modi, però terra sono diventati.

Chi fa conformità con la ricchezza, chi nello stato, chi nei figli, chi perde me per servire alle creature chi fa del corpo suo uno animale bruto con molta immondizia. E così per diversi stati appetiscono e pasconsi di terra. Vorrebbono che fussero stabili ed egli non sono, anco passano come il vento, poiché o essi vengono meno a loro col mezzo della morte, o vero che di quello che essi amano ne sono privati per mia dispensazione. Essendone privati sostengono pena intollerabile, e tanto la perdono con dolore quanto l'hanno posseduta con disordinato amore. Avesserle tenute come cosa prestata e non come cosa loro, lassavanle senza pena. Hanno pena perché non hanno quello che desiderano, poiché, come Io ti dissi, il mondo non gli può saziare; non essendo saziati hanno pena.

Quante sono le pene dello stimolo (43r) della coscienza? Quante sono le pene di colui che appetisce vendetta? Continuamente si rode, e imprima ha morto sé, che egli uccida il nimico suo: il primo morto è egli, uccidendo sé col coltello de l'odio.

Quanta pena sostiene l'avaro, che per avarizia strema la sua necessità? quanto tormento ha lo invidioso che sempre si rode nel cuore suo? I non gli lassi pigliare diletto del bene del prossimo suo. Di tutte quante le cose che egli ama sensitivamente ne trae pena con molti disordinati timori: hanno presa la croce del demonio, gustando la caparra dell'inferno. In questa vita ne vivono infermi con molti diversi modi, se essi non si correggono, e ricevonne poi morte eternale.

Or costoro sono quelli che sono offesi dalle spine delle molte tribolazioni, crociandosi loro medesimi colla propria disordinata volontà. Costoro hanno croce di cuore e di corpo, cioè che con pena e tormento passa l'anima e il corpo senza alcuno merito, perché non portàro le fatiche con pazienza, anco con impazienza, perché hanno posseduto e acquistato l'oro e le delizie del mondo con disordinato amore.

Privati della vita della grazia e dell'affetto della carità, fatti sono arbori di morte, e però tutte le loro opere sono morte, e con pena vanno per lo fiume annegandosi, e giongono all'acqua morta, passando con odio per la porta del demonio, e ricevono l'eterna dannazione.

Ora hai veduto come essi s'ingannano e con quanta pena essi vanno all'inferno facendosi martiri del demonio, e quale è quella cosa che gli accieca, cioè la nuvola dell'amore proprio posta sopra la pupilla del lume della fede. E veduto hai come le tribolazioni del mondo, da qualunque lato elle vengono, offendono i servi miei corporalmente, cioè che sono persegueti dal mondo, ma non mentalmente, perché sono conformati colla mia volontà. Però sono contenti di sostenere pena per me.

Ma i servi (43v) del mondo sono percossi dentro e di fuore, e specialmente dentro: dal timore che essi hanno di non perdere quello che posseggono, e dall'amore, desiderando quello che non possono avere. Tutte le altre fatiche che segueno dopo queste due, che sono le principali, la lingua tua non sarebbe sufficiente a narrarle. Vedi dunque che in questa vita medesima hanno migliore partito i giusti ch'e peccatori.

Ora hai veduto appieno il loro andare e il termine loro.

 

 

49

 

Ora ti dico che alquanti sono che, sentendosi speronare dalle tribolazioni del mondo - le quali Io do § 143 affinché l'anima conosca cheil suo fine non è questa vita, e che queste cose sono imperfette e transitorie, e desiderino me che sono loro fine, e così le debba pigliare - questi cominciano a levarsi la nuvola con la propria pena che essi sentono, e con quella che vedono che lo' debba seguire dopo la colpa.

Con questo timore servile cominciano a uscire del fiume, vomitando il veleno il quale l'era stato gittato dallo scorpione in figura d'oro, e preso l'avevano senza modo e non con modo, § 47 ,1146ss.) e però ricevettero il veleno da lui. Conoscendolo, il cominciano a levare e drizzarsi verso la riva per attaccarsi al ponte.

Ma non è sufficiente d'andare solo col timore servile, poiché spazzare la casa del peccato mortale senza empirla di virtù fondate in amore, e non pure in timore, non è sufficiente a dare vita eterna se esso non pone amendue e piei nel primo scalone del ponte, cioè l'affetto eil desiderio, i quali sono i piei che portano l'anima nell'affetto della mia Verità, della quale Io vi ho fatto ponte.

Questo è il primo scalone del quale Io ti dissi che vi conveniva salire dicendoti come egli avea fatta scala del corpo suo. § 26 Bene è vero che, quasi, questo è uno levare generale che comunemente fanno i servi del mondo, levandosi prima per timore della pena. E perché le tribolazioni (44r) del mondo alcune volte lo' fa venire a tedio loro medesimi, però lo' comincia a dispiacere. Se essi esercitano questo timore col lume della fede passaranno all'amore delle virtù.

Ma alquanti sono che vanno con tanta tiepidezza che spesse volte vi ritornano dentro, poiché poi che sono giunti alla riva, giungendo i venti contrari sono percossi da l'onde del mare tempestoso di questa tenebrosa vita.

 

Se giogne il vento della prosperità, non essendo salito, per sua negligenzia, il primo scalone, cioè con l'affetto suo e con amore della virtù, egli volle il capo indietro alle delizie con disordinato diletto.

E se viene vento d'avversità si volle per impazienza perché non ha odiata la colpa sua per l'offesa che ha fatta a me, ma per timore della propria pena la quale se ne vede seguire, col quale timore s'era levato dal vomico; perché ogni cosa di virtù vuole perseveranza, e non perseverando non viene in effetto del suo desiderio, cioè di arrivare al fine per mezzo del quale egli cominciò, al quale non perseverando non giogne mai. E però è bisogno la perseveranza a volere compire il suo desiderio.

Ti ho detto che costoro si vollono secondo i diversi movimenti che lo' vengono: o in loro medesimi, impugnando la loro propria sensualità contro lo spirito; o dalle creature vollendosi a loro, o con disordinato amore fuori di me, o per impazienza per ingiuria che riceva da loro; o dali demoni con molte e diverse battaglie: alcune volte con lo spregiare per farlo venire a confusione, dicendo: «Questo bene che tu hai cominciato non ti vale per li peccati e difetti tuoi», e questo fa per farlo tornare indietro e fargli lasciare quel poco de l'esercizio che egli ha preso; alcune volte col diletto, cioè con la speranza che egli piglia della misericordia mia, dicendo: «A che ti vuogli affaticare? Godeti questa vita, e nella estremità della vita conoscendo te riceverai misericordia», e per questo modo il demonio lo' fa perdere il timore col quale avevano (44v) cominciato. § 31 Per tutte queste e molte altre cose vollono il capo indietro e non sono costanti né perseveranti. E tutto l'adiviene perché la radice dell'amore proprio non è punto divelta in loro, e però non sono perseveranti ma ricevono con grande presunzione la misericordia con la speranza, la quale pigliano ma non come debono pigliare, ma ignorantemente; e come presuntuosi sperano nella misericordia mia, la quale continuamente è offesa da loro.

Non ho data né do la misericordia perché essi offendano con essa, ma perché con essa si difendano dalla malizia del demonio e disordinata confusione della mente. Ma essi fanno tutto il contrario, ché col braccio della misericordia offendono. E questo l'adiviene perché non hanno esercitata la prima mutazione che essi fecero, levandosi con timore della pena, ed impugnati dalla spina delle molte tribolazioni, dalla miseria del peccato mortale, così non mutandosi non giongono all'amore delle virtù. E però non hanno perseverato. L'anima non può fare che non si muti, così se ella non va innanzi si torna a dietro. § 99 ,118)

Sì che questi cotali non andando innanzi con la virtù levandosi dalla imperfezione del timore e giungendo all'amore, bisogno è che tornino indietro.  

 

50

 

Allora quella anima ricolma di desiderio, considerando la sua e l'altrui imperfezione, addolorata d'udire e vedere tanta cecità delle creature, avendo veduto che tanta era la bontà di Dio, che nessuna cosa aveva posta in questa vita che fosse impedimento alla salvezza dell’uomo, in qualunque stato si fosse, ma tutte ad esercizio e a prova della virtù, e nondimeno, con tutto questo, per il proprio amore e disordinato affetto n'andavano giù per lo fiume; non correggendosi vedevali arrivare all'eterna (45r) dannazione.

E molti di quegli che v'erano, che cominciavano, tornavano indietro per la cagione che udita aveva dalla dolce bontà di Dio, che aveva degnato di manifestare se medesimo a lei. E per questo stava in amarezza. E fermando essa l'occhio dell’intelletto nel Padre eterno, diceva: - O amore inestimabile, grande è l’inganno delle tue creature! Vorrei che, quando piacesse alla tua bontà, tu più distintamente mi spianassi i tre scaloni figurati nil corpo de l'unigenito tuo Figlio; e che modo essi debbono tenere per uscire al tutto del pelago e tenere per la via della Verità tua; e chi sono coloro che salgono la scala. -

 

51

 

Allora, raguardando la divina Bontà con l'occhio della sua misericordia il desiderio e la fame di quella anima, diceva: - Dilettissima figlia mia, Io non sono spregiatore del desiderio, anco sono adempitore dei santi desideri e però Io ti voglio dichiarare e mostrare di quel che tu mi domandi.

Tu mi domandi che Io ti spieghi la figura dei tre scaloni, § 26 ,16-18) e che Io ti dica che modo hanno a tenere per potere uscire del fiume e salire il ponte. E poniamo che di sopra, § 46 -XLVIII) contiandoti l’inganno e cecità dell’uomo, e come in questa vita gustano la caparra de l'inferno sì come martiri del demonio, e ricevono l'eterna dannazione - dei quali Io ti contiai il frutto loro che essi ricevono delle loro male opere, e narrandoti queste cose ti mostravo i modi che dovevano tenere - nondimeno più appieno ora te il spiegherò, soddisfacendo al tuo desiderio.

Tu sai che ogni male è fondato nell'amore proprio di sé, il quale amore è una nuvola che tolle il lume della ragione, la quale ragione tiene in sé il lume della fede, e non si perde l'uno che non si perda l'altro.

L'anima creai Io ad immagine e similitudine mia dandole la memoria, l’intelletto e la volontà. L’intelletto è la più nobile parte dell'anima; esso intelletto è mosso dall'affetto, e l'intelletto nutre l'affetto, e la mano de l'amore, cioè l'affetto, empie la memoria del ricordo di me e dei benefici che ha ricevuti (45v). Il quale ricordo lo fa sollicito e non negligente, fallo grato e non sconoscente. Sì che l'una potenza porge all'altra, e così si nutre l'anima nella vita della grazia. § 10 ,587; § 110 ,142) L'anima non può vivere senza amore, ma sempre vuole amare alcuna cosa, perché ella è fatta d'amore ché per amore la creai. E però ti dissi che l'affetto moveva l’intelletto, quasi dicendo: «Io voglio amare poiché il cibo di cui mi nutro si è l'amore». Allora l’intelletto, sentendosi svegliare dall'affetto, si leva quasi dica: «Se tu vuogli amare, io ti darò bene quello che tu possi amare». E subito si leva specolando la dignità dell'anima e la indegnità nella quale è venuta per la colpa sua. Nella dignità dell'essere gusta la inestimabile mia bontà e carità increata con la quale Io la creai; ed in vedere la sua miseria trova e gusta la misericordia mia, che per misericordia gli ho prestato il tempo e tratta delle tenebre.

Allora l'affetto si nutre in amore, aprendo la bocca del santo desiderio con la quale mangia odio e pentimento della propria sensualità, unta di vera umiltà con perfetta pazienza, la quale trasse de l'odio santo. Concepute le virtù, elle si partoriscono perfettamente e imperfettamente, secondo che l'anima esercita la perfezione in sé, sì come di sotto dirò.

Così per lo contrario, se l'affetto sensitivo si muove a volere amare cose sensitive, l'occhio dell’intelletto a quello si muove, e ponsi per oggetto solo cose transitorie, con amore proprio, disprezzo della virtù e amore del vizio, così traie superbia e impazienza; la memoria non s'empie d'altro che di quello che le porge l'affetto. Questo amore ha abbaccinato l'occhio, che non discerne né vede se non cotali chiarori. Questo è il chiarore suo, ché l’intelletto ogni cosa vede e l'affetto ama con alcuna chiarezza di bene e di diletto. E se questo chiarore non avesse non offenderebbe, perché l'uomo di sua natura non può desiderare altro che bene. Sì che il vizio è colorato col colore del proprio bene, e però offende l'anima. Ma perché l'occhio non discerne per la cecità sua, non conosce la verità, e però erra cercando il bene e diletti (46r) colà dove non sono.

Già ti ho detto ch'i diletti del mondo sono tutti spine piene di veleno; (Lc 8,14; § 138 ; Let 304) sì che è ingannato l’intelletto nel suo vedere e la volontà nell'amare, amando quello che non debba, e la memoria nel ritenere. L’intelletto fa come il ladro, che imbola l'altrui, e così la memoria ritiene il ricordo continuo di quelle cose che sono fuore di me, e per questo modo l'anima si priva della grazia. Tanta è l'unità di queste tre facoltà dell'anima, che Io non posso essere offeso dall’una che tutte non mi offendano, perché l'una porge all'altra, sì come Io ti ho detto, il bene e il male secondo che piace al libero arbitrio. Questo libero arbitrio è legato con l'affetto, e però lo muove secondo che gli piace, o con lume di ragione o senza ragione. Voi avete la ragione legata in me, colà dove il libero arbitrio con disordinato amore non vi tagli; e avete la legge perversa che sempre combatte contro lo spirito. (Rm 7,23) Avete Perciò due parti in voi, cioè la sensualità e la ragione. La sensualità è serva, e però è posta perché ella serva all'anima, cioè che con lo strumento del corpo proviate ed esercitiate le virtù. § 42 ,641ss.) L'anima è libera, liberata da la colpa nel sangue del mio Figlio, (Ga 5,1) e non può essere signoreggiata se ella non vuole consentire con la volontà, la quale è legata col libero arbitrio; ed esso libero arbitrio si fa una cosa con la volontà, accordandosi con lei. Egli è legato in mezzo fra la sensualità e la ragione: a qualunque egli si vuole vollere, si può.

è vero che quando l'anima si reca a congregare con la mano del libero arbitrio le facoltà sue nel nome mio, sì come detto ti ho, allora sono riunite tutte le opere che fa la creatura, spirituali e temporali.

Allora si scioglie il libero arbitrio dalla propria sensualità e legasi con la ragione. Io allora per grazia mi riposo nel mezzo di loro; e questo è quello che disse la mia Verità, Verbo incarnato, dicendo: «Quando saranno due o tre o più congregati nel nome mio, Io sarò nel mezzo di loro», (Mt 18,20) e così è la verità. E già ti dissi che nessuno poteva venire (46v) a me, se non per lui, § 22 e però n'avevo fatto ponte con tre scaloni; i quali tre scaloni figurano tre stati dell'anima, sì come di sotto ti narrarò.

 

 

 

52

Ti ho spianata la figura dei tre scaloni in generale per le tre facoltà dell'anima, le quali sono tre scale, e non si può salire l'una senza l'altra, a volere passare per la dottrina e ponte della mia Verità. Né non può l'anima, se non ha unite queste tre facoltà insieme, avere perseveranza.

Della quale perseveranza Io ti dissi di sopra, § 49 quando tu mi domandasti del modo che dovessero tenere questi andatori a uscire del fiume, che Io ti spianasse meglio i tre scaloni; ed Io ti dissi che senza la perseveranza nessuno poteva arrivare al termine suo.

Due termini sono, e ognuno richiede perseveranza, cioè il vizio e la virtù. Se tu vuogli giugnere a vita, ti conviene perseverare nella virtù, e chi vuole arrivare a morte eternale persevera nel vizio. Sì che con perseveranza si viene a me che sono vita; e al demonio a gustare l'acqua morta.

 

 

 

53

 

Voi siete tutti invitati generalmente e particolarmente dalla mia Verità, quando gridava nel tempio per veemente desiderio dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, poiché Io sono fonte d'acqua viva». (Jn 7,37) Non disse «vada al Padre e beia», ma disse «venga a me». Perché? Poiché in me, Padre, non può cadere pena, ma sì nel mio Figlio. E voi, mentre che sete peregrini e viandanti in questa vita mortale, non potete andare senza pena, perché per lo peccato la terra germinò spine, sì come detto è.

E perché disse: «Venga a me e beia»? Perché seguendo la dottrina sua, o per la via dei comandamenti coi consigli mentali, o dei comandamenti coi consigli attuali, cioè d'andare o per la carità perfetta o per la carità comune, sì come di sopra ti dissi, § 47 ,1112ss.) per qualunque modo che voi passiate ad andare a lui, cioè seguendo la sua dottrina, voi trovate che bere, trovando e gustando il frutto del sangue per l'unione della natura divina unita nella natura umana. E trovandovi (47r) in lui, vi trovate in me che sono mare pacifico, perché sono una cosa con lui ed egli è una cosa con me. (Gv 10,30) Sì che voi sete invitati alla fonte dell'acqua viva della grazia.

Convienvi tenere per lui, che v'è fatto ponte, con perseveranza, sì che nessuna spina né vento contrario, né prosperità né avversità, né altra pena che poteste sostenere vi debba fare vollere il capo a dietro, ma dovete perseverare fino che troviate me che vi do acqua viva, e dòvela per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figlio.

Ma perché disse: «Io sono fonte d'acqua viva?» Poiché egli fu la fonte la quale conteneva me che do acqua viva, unendosi la natura divina con la natura umana. (Let 318) Perché disse: «Venga a me e beia?» Poiché non potete passare senza pena, e in me non cadde pena ma sì in lui; e poiché di lui Io vi feci ponte, nessuno può venire a me se non per lui. E così disse egli: «Nessuno può andare al Padre se non per me». (Gv 14,6) E così disse verità la mia Verità.

Ora hai veduto che via egli vi conviene tenere e che modo, cioè con la perseveranza. E altrimenti non bereste, poiché ella è quella virtù che riceve gloria e corona di vittoria in me, (1Co 9,24 2Tm 2,4) Vita durabile.

 

 

 

54

 

Ora ti ritorno ai tre scaloni, per li quali vi conviene andare a volere uscire del fiume e non annegare, e arrivare all'acqua viva alla quale sete invitati, e a volere che Io sia in mezzo di voi; poiché allora nell'andare vostro Io sono nel mezzo, che per grazia mi riposo nell'anime vostre. (Jn 15,5) Convienvi dunque, a volere andare, avere sete, poiché soli coloro che hanno sete sono invitati dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia». Chi non ha sete non persevera nell'andare, poiché, o egli si stanca per fatica o egli si stanca per diletto; né non si cura di portare il vaso con che egli possa attignere, né non si cura d'avere la compagnia, e solo non può andare. E però volle il capo indietro quando vede arrivare alcuna puntura di persecuzioni, perché se n'è fatto nimico. Teme perché (47v) egli è solo, ma se fosse accompagnato non temerebbe. () Se avessa saliti i tre scaloni sarebbe sicuro, perché non sarebbe solo. Convienvi dunque avere sete e congregarvi insieme, sì come disse, o due o tre o più. Perché disse «due o tre»? Perché non sono due senza tre, né tre senza due. Uno è schiuso che Io sia in mezzo di lui, perché non ha con sè compagno sì che Io possa stare in mezzo; e non è nulla, poiché colui che sta nell'amore proprio di sé è solo perché è separato dalla grazia mia e dalla carità del prossimo suo, ed essendo privato di me per la colpa sua torna a non nulla, perché solo Io sono colui che sono. Sì che colui che è uno, cioè sta solo nell'amore proprio di sé, non è contiato dalla mia Verità né accetto a me.

Dice dunque: «Se saranno due o tre o più congregati nel nome mio, Io sarò nel mezzo di loro» (Mt 18,20)ti dissi che due non erano senza tre, né tre senza due, e così è. Tu sai che i comandamenti della legge stanno solamente in due, e senza questi due nessuno se ne osserva, cioè d'amare me sopra ogni cosa eil prossimo come te medesima. (Mt 22,37-40; Mc 12,29-31; Lc 10,27; Let 259) Questo è il principio, eil mezzo, eil fine dei comandamenti della legge.

Questi due non possono essere congregati nel nome mio senza tre; cioè senza la congregazione delle tre facoltà dell'anima, cioè la memoria, l’intelletto e la volontà, sì che la memoria ritenga i benefici miei e la mia bontà in sé; l’intelletto raguardi nell'amore ineffabile il quale Io ho mostrato a voi col mezzo de l'unigenito mio Figlio, il quale ho posto per oggetto all'occhio dell’intelletto vostro affinché in lui raguardi il fuoco della mia carità; e la volontà allora sia congregata in loro, amando e desiderando me che sono suo fine.

Come queste tre virtù e facoltà dell'anima sono riunite, Io sono nel mezzo di loro per grazia. E perché allora l'uomo si trova pieno della carità mia e del prossimo suo, subito si trova la compagnia delle molte e reali virtù. § 7 ,347) Allora l'appetito dell'anima si dispone ad (48r) avere sete. Sete, dico, della virtù e de l'onore di me e salvezza delle anime. Ed ogni altra sete è spenta e morta in loro, e va sicuramente senza alcuno timore servile, salito lo scalone primo dell'affetto. Perché l'affetto, spogliatosi del proprio amore, saglie sopra di sé e sopra le cose transitorie, amandole e tenendole, se egli le vuole tenere, per me e non senza me, cioè con santo e vero timore e amore della virtù.

Allora si trova salito il secondo scalone, cioè al lume dell’intelletto, il quale si specula nell'amore cordiale di me in Cristo crocifisso, in cui come mezzo Io ve gli ho mostrato. Allora trova la pace e la quiete perché la memoria s'è empita, e non è votia, della mia carità. Tu sai che la cosa votia, toccandola, bussa, ma quando ella è piena non fa così. Così quando è piena la memoria col lume dell’intelletto, e con l'affetto pieno d'amore, muovelo con tribolazioni e con delizie del mondo, egli non bussa con disordinata allegrezza e non bussa per impazienza, poiché egli è pieno di me che sono ogni bene.

Poi che è salito egli si trova congregato; ché, possedendo la ragione i tre scaloni delle tre facoltà dell'anima, come detto ti ho, le ha riunite nel nome mio. Congregati i due, cioè l'amore di me e del prossimo, e congregata la memoria a ritenere e l’intelletto a vedere e la volontà ad amare, l'anima si trova accompagnata di me che sono sua fortezza e sua sicurezza; trova la compagnia delle virtù, e così va e sta sicura perché sono nel mezzo di loro.

Allora si muove con veemente desiderio, avendo sete di seguire la via della Verità, per la quale via trova la fonte dell'acqua viva. Per la sete che egli ha dell'onore di me e salvezza di sé e del prossimo ha desiderio della via, poiché senza la via non vi potrebbe arrivare. Allora va e porta il vaso del cuore votio d'ogni affetto e d'ogni amore disordinato del mondo. E subito che egli è votio s'empie, perché nessuna cosa (48v) può stare votia, così se ella non è piena di cosa materiale, ed ella s'empie d'aria. Così il cuore è uno vasello che non può stare votio, ma subito che n'ha tratte le cose transitorie per disordinato amore, è pieno d'aria, cioè di celestiale e dolce amore divino, col quale giogne all 'acqua della grazia così, gionto che è, passa per la porta di Cristo crocifisso e gusta l'acqua viva, trovandosi in me che sono mare pacifico.

 

 

 

55

 

Ora ti ho mostrato che modo ha a tenere generalmente ogni creatura che ha in sé ragione per potere uscire del pelago del mondo, e per non annegare e arrivare alla eterna dannazione. Ti ho anche mostrato i tre scaloni generali, ciò sono le tre facoltà dell'anima, e che nessuno ne può salire uno che non gli salga tutti. E Ti ho detto sopra a quella parola che disse la mia Verità, «quando saranno due o tre o piú congregati nel nome mio», come questa è la congregazione di questi tre scaloni, cioè delle tre facoltà dell'anima. Le quali tre facoltà accordate hanno con sè i due principali comandamenti della legge, cioè la carità mia e del prossimo tuo, cioè d'amare me sopra ogni cosa, e il prossimo come te medesima.

Allora, salita la scala, cioè congregata nel nome mio come detto ti ho, subito ha sete dell'acqua viva. E allora si muove e passa su per lo ponte, seguendo la dottrina della mia Verità che è esso ponte. Allora voi corrite dopo la voce sua che vi chiama, sì come di sopra vi dissi che gridando nel tempio v'invitava dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, ché sono fonte d'acqua viva».

Ti ho spiegato quello che egli voleva dire e come si debba intendere, affinché tu meglio abbi conosciuta l'abondanzia della mia carità, e la confusione di coloro che a diletto par che corrino per la via del demonio che gl'invita all'acqua morta.

Ora hai veduto e udito quello che mi domandavi, cioè del modo che si debba tenere (49r) per non annegare, e Ti ho detto che il modo è questo, cioè di salire per lo ponte; nel quale salire sono congregati e uniti insieme stando nella carità del prossimo, portando il cuore e l'affetto suo come vasello a me, che do bere a chi me l'addimanda, e tenendo per la via di Cristo crocifisso con perseveranza fino alla morte.

Questo è quello modo che tutti dovete tenere in qualunque stato l'uomo si sia, poiché nessuno stato lo scusa che egli noil possa fare e che egli noil debba fare. Anco lo può e debba fare ed ènne obligata ogni creatura che ha in sé ragione.

E nessuno si può ritrarre dicendo: «Io ho lo stato, ho figli, ho altri impacci del mondo; e per questo mi ritraggo che io non seguito questa via», o per malagevolezza che vi truovino. Non il possono dire, poiché già ti dissi che ogni stato era piacevole e accetto a me, pure che fusse tenuto con buona e santa volontà, perché ogni cosa è buona e perfetta, fatta da me che sono somma bontà. Non sono create né date da me perché con esse pigliate la morte ma perché n'abbiate vita.

Agevole cosa è, poiché nessuna cosa è di tanta agevolezza e di tanto diletto quanto è l'amore. E quello che Io vi richiedo non è altro che amore e carità di me e del prossimo. Questo si può fare in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni stato che l'uomo è, amando e tenendo ogni cosa a laude e gloria del nome mio.

Sai che Io ti dissi che per lo inganno loro, non andando eglino col lume ma vestendosi de l'amore proprio di loro, amando e possedendo le creature e le cose create fuore di me, passano costoro questa vita crociati, essendo fatti incomportabili a loro medesimi, e se essi non si levano, nel modo che detto è, giongono all'eterna dannazione.

Ora ti ho detto che modo debba tenere ogni uomo generalmente (49v).

 

 

56

 

Perché di sopra ti dissi come debbono andare e vanno coloro che sono nella carità comune, ciò sono quelli che osservano i comandamenti e consigli mentalmente, ora ti voglio dire di coloro che hanno cominciato a salire la scala, e cominciano a volere andare per la via perfetta, cioè d'osservare e comandamenti e consigli attualmente, in tre stati e quali ti mostrerò, spianandoti ora in particolare i tre gradi e stati dell'anima e tre scaloni, i quali ti posi in generale per le tre facoltà dell'anima. Dei quali l'uno è imperfetto, l'altro è più perfetto, e l'altro è perfettissimo. L'uno m'è servo mercenario, l'altro m'è servo fedele, e l'altro m'è figlio, cioè che ama me senza alcun rispetto.

Questi sono tre stati che possono essere e sono in molte creature, e sono in una creatura medesima. In una creatura sono, e possono essere, quando con perfetta sollicitudine corre per la via esercitando il tempo suo, che da lo stato servile giogne al liberale, e dal liberale al filiale.

Leva te sopra di te e apre l'occhio dell’intelletto tuo, e mira questi peregrini viandanti come passano: alcuni imperfettamente, e alcuni perfettamente per la via dei comandamenti, e alquanti perfettissimamente, tenendo ed esercitando la via dei consigli. Vedrai così viene la imperfezione e così viene la perfezione, e quanto è l'inganno che l'anima riceve in se medesima perché la radice dell'amore proprio non è dibarbicata. In ogni stato che l'uomo è, gli è bisogno d'uccidere questo amore proprio in sé.

 

 

57

 

Allora quella anima, ricolma d'ardente desiderio, specolandosi nello specchio dolce divino, vedeva le creature tenere in diversi modi e con diversi rispetti per arrivare al fine loro.

Molti vedeva che cominciavano a salire sentendosi impugnati dal timore servile, cioè temendo la propria pena. E molti esercitando il primo chiamare giognevano al secondo, ma pochi si vedevano arrivare alla grandissima perfezione.

 

 

58

 

Allora la bontà di Dio, volendo soddisfare al desiderio della (50r) anima, diceva: - Vedi tu, costoro si sono levati con timore servile dal vomico del peccato mortale, ma se essi non si levano con amore della virtù non è sufficiente il timore servile a darlo' vita durabile. Ma l'amore col santo timore è sufficiente, perché la legge è fondata in amore e timore santo.

La legge del timore era la legge vecchia, che fu data da me a Moysè, la quale era fondata solamente in timore, per che commessa la colpa pativano la pena.

La legge dell'amore è la legge nuova, data dal Verbo de l'unigenito mio Figlio, la quale è fondata in amore. E per la legge nuova non si ruppe però la vecchia, anco s'adempì, e così disse la mia Verità: «Io non venni a dissolvere la legge, ma adempirla», (Mt 5,17) e unì la legge del timore con quella dell'amore.

Fulle tolto per l'amore la imperfezione del timore della pena, e rimase la perfezione del timore santo, cioè temere solo di non offendere, non per danno proprio ma per non offendere me che sono somma bontà. Sì che la legge imperfetta fu fatta perfetta con la legge de l'amore. (Let 259) Poi che venne il carro del fuoco (2R 2,11; Let 35; Let 184; Oraz XI 12) de l'unigenito mio Figlio, il quale recò il fuoco della mia carità ne l'umanità vostra con l'abondanzia della misericordia, fu tolta via la pena delle colpe che si commettono, cioè di non punirle in questa vita di subito che offende sì come anticamente era dato ed ordinato nella legge di Moysè di dare la pena subito che la colpa era commessa.

Ora non è così: non bisogna dunque timore servile. E non è poiché la colpa non sia punita, ma è servata a punire, se la persona non la punisce con perfetta contrizione, nell'altra vita, separata l'anima dal corpo.

Mentre che vive egli, gli è tempo di misericordia ma, morto, gli sarà tempo di giustizia.

Debbasi dunque levare dal timore servile e arrivare all'amore e santo timore di me. Altro rimedio non ci sarebbe che egli non ricadesse nel fiume, giognendoli l'onde delle tribolazioni e le spine delle consolazioni, le quali sono (50v) tutte spine che pungono l'anima che disordinatamente l'ama e possiede. (Mt 8,24 Ps 41,8 Ps 87,8)

 

59

 

Per che Io ti dissi che nessuno poteva andare per lo ponte e uscire del fiume che non salisse i tre scaloni. E così è la verità che salgono, chi imperfettamente e chi perfettamente e chi con la grande perfezione.

Costoro, i quali sono mossi dal timore servile, hanno salito e congregatisi insieme imperfettamente. Cioè che l'anima, avendo veduta la pena che segue doppo la colpa, salisce e congrega insieme la memoria a trarne il ricordo del vizio, l’intelletto a vedere la pena sua che per essa colpa aspetta d'avere, e però la volontà si muove a odiarla.

E poniamo che questa sia la prima salita e la prima congregazione, conviensi esercitarla col lume dell’intelletto dentro nella pupilla della santissima fede, raguardando non solamente la pena, ma il frutto delle virtù e l'amore che Io lo' porto, affinché salgano con amore, coi piei de l'affetto spogliati del timore servile. E facendo così diventeranno servi fedeli e non infedeli, servendomi per amore e non per timore. E se con odio s'ingegnano di dibarbicare la radice de l'amore proprio di loro, se sono prudenti costanti e perseveranti vi giongono.

Ma molti sono che pigliano il loro cominciare e salire sì lentamente, e tanto per spizzicone rendono il debito loro a me, e con tanta negligenzia e ignoranza, che subito vengono meno. Ogni piccolo vento li fa andare a vela e voltare il capo a dietro, perché imperfettamente hanno salito e preso il primo scalone di Cristo crocifisso, e però non giongono al secondo del cuore.

 

 

 

60

 

Alquanti sono che son fatti servi fedeli, cioè che fedelmente mi servono senza timore servile servendo solo per timore della pena, ma servono con amore. Questo amore, cioè di servire per propria utilità o per diletto o per piacere che truovino in me, è imperfetto. Sai chi lo' dimostra che l'amore loro è imperfetto? Quando sono privati della consolazione che trovano in me. E con questo medesimo amore imperfetto amano il prossimo loro, e però non basta né dura l'amore, anco allenta e spesse volte (51r) viene meno. Allenta inverso me, quando alcune volte Io, per esercitargli nella virtù e per levargli dalla imperfezione, ritraggo a me la consolazione della mente e permettolo' battaglie e molestie. E questo fo perché venghino a perfetto conoscimento di loro, e conoscano loro non essere e nessuna grazia avere da loro, (Let78) e nel tempo delle battaglie rifuggano a me cercandomi e conoscendomi come loro benefattore, cercando solo me con vera umiltà. E per questo loil do, e ritraggo da loro la consolazione ma non la grazia. § 144 ,1078ss.) Questi cotali allora allentano, voltandosi con impazienza di mente. Alcune volte lassano per molti modi i loro esercizi, e spesse volte sotto colore di virtù dicendo in loro medesimi «questa opera non ti vale», sentendosi privati della propria consolazione della mente.

Questi fa come imperfetto, che anco non ha bene levato il panno dell'amore proprio spirituale della pupilla dell'occhio della santissima fede. Poiché, se egli l'avesse levato in verità, vedrebbe che ogni cosa procede da me, e che una foglia d'albero non cade senza la mia Provvidenza, (Mt 10,29) e che ciò che Io do e permetto, do per loro santificazione, cioè perché abbiano il bene e il fine per mezzo del quale Io vi creai.

Questo debbono vedere e conoscere, che Io non voglio altro che il loro bene, nel sangue de l'unigenito mio Figlio; nel quale sangue sono lavati dalle iniquità loro. In esso sangue possono conoscere la mia verità, (Let 227) che per darlo' vita eterna Io li creai ad immagine e similitudine mia, e ricreai a grazia, col sangue del Figliuoil proprio, loro, figli adottivi. Ma perché essi sono imperfetti servono per propria utilità e allentano l'amore del prossimo.

I primi vi vengono meno per timore che hanno di non sostenere pena. Costoro, che sono i secondi, allentano, privandosi della utilità che faceano al prossimo e ritraggono a dietro dalla carità loro se si vedono privati della propria utilità o d'alcuna consolazione che avessero trovata in loro. E questo l'adiviene perché l'amore loro (51v) non era schietto, ma con quella imperfezione che amano me, cioè d'amarmi per propria utilità, di quello amore amano loro.

Se essi non ricognoscono la loro imperfezione col desiderio della perfezione, impossibile sarebbe che non voltassero il capo indietro: necessario l'è, a volere vita eterna, che essi amino senza rispetto. Non basta fuggire il peccato per timore della pena, né abracciare le virtù per rispetto della propria utilità non è sufficiente a dare vita eterna, ma conviensi che si levi del peccato perché esso dispiace a me, e ami la virtù per amore di me.

è vero che quasi il primo chiamare generale d'ogni persona è questo, poiché prima è imperfetta l'anima che perfetta; e dalla imperfezione debba arrivare alla perfezione, o nella vita mentre che vive, vivendo in virtù col cuore schietto e liberale d'amare me senza alcuno rispetto, o nella morte riconoscendo la sua imperfezione con proponimento che, se egli avesse tempo, servirebbe me senza rispetto di sé.

Di quest'amore imperfetto amava santo Pietro il dolce e buono Iesù, unigenito mio Figlio, molto dolcemente, sentendo la dolcezza della conversazione sua. Ma venendo il tempo della tribolazione venne meno, tornando a tanto inconveniente che non tanto che egli sostenesse pena in sé, ma cadendo nel primo timore della pena lo negò dicendo che mai non l'aveva cognosciuto. (Mt 26,72 Mc 14,71 Lc 22,57) In molti inconvenienti cade l'anima che ha salita questa scala solo col timore servile e con l'amore mercennaio. Debbansi Perciò levare ed essere figli e servire a me senza rispetto di loro, ben che Io, che sono remuneratore d'ogni fatica, rendo a ciascuno secondo lo stato ed esercizio suo.

E se costoro non lassano l'esercizio dell'orazione santa e dell'altre buone opere, ma con perseveranza vadano aumentando la virtù, giogneranno all'amore del figlio. Ed Io amerò loro d'amore filiale, poiché con quello amore che Io sono amato, con quello vi rispondo; (Pr 8,17) cioè che, amando me sì come fa il servo (52r) il signore, Io come signore ti rendo il debito tuo secondo che tu hai meritato, ma non manifesto me medesimo a te, perché le cose secrete si manifestano all'amico che è fatto una cosa con l'amico suo. (Jn 15,15) è vero che il servo può crescere per la virtù sua e amore che porta al signore, sì che diventerà amico carissimo. Cosí è e adiviene di questi cotali: mentre che stanno nel mercennaio amore Io non manifesto me medesimo a loro; ma essi, con pentimento della loro imperfezione e amore delle virtù, con odio dibarbicando la radice dell'amore proprio spirituale di se medesimo, tenendosi ragione che non passino nel cuore i movimenti del timore servile e dell'amore mercennaio che non siano corretti col lume della santissima fede, facendo così sarà tanto piacevole a me che per questo giogneranno all'amore dell'amico, e così manifestarò me medesimo a loro sì come disse la mia Verità quando disse: «Chi mi amerà sarà una cosa con me e Io con lui, e manifesterolli me medesimo e faremo mansione insieme». (Jn 14,21) Questa è la condizione del carissimo amico: che sono due corpi e una anima per affetto d'amore, perché l'amore si transforma nella cosa amata. Se egli è fatto una anima, nessuna cosa gli può essere secreta, e però disse la mia Verità: «Io verrò e faremo mansione insieme», e così è la verità.

 

 

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Sai in che modo manifesto me nell'anima che m'ama in verità, seguendo la dottrina di questo dolce e amoroso Verbo? In molti modi manifesto la virtù mia, secondo il desiderio che ella ha.

Tre principali manifestazioni Io fo. La prima è che Io manifesto l'affetto e la carità mia col mezzo del Verbo del mio Figlio; il quale affetto e la quale carità si manifesta nel sangue sparto con tanto fuoco d'amore. Questa carità si manifesta in due modi. L'uno è generale, comunemente alla gente comune, cioè a coloro che stanno nella carità comune. Manifestasi, dico, in loro, vedendo e provando la mia carità in molti e diversi benefici che ricevono da me. L'altro modo è particolare a quegli che sono fatti amici, agionto alla manifestazione (52v) della comune carità ch' egli gustano e cognoscono e provano e sentono per sentimento nell'anime loro.

La seconda manifestazione della carità è pure in loro medesimi, manifestandomi per affetto d'amore. Non che Io sia accettatore delle creature, ma del santo desiderio, manifestandomi nell'anima in quella perfezione che ella mi cerca. Alcune volte mi manifesto, e questa è pure la seconda, dandogli lo spirito di profezia, mostrandogli le cose future. E questo è in molti e in diversi modi, secondo il bisogno che Io vedo nell'anima propria e nell'altre creature.

Alcune volte, e questa è la terza, formerò nella mente loro la presenza della mia Verità unigenito mio Figlio, in molti modi, secondo che l'anima appetisce e vuole.

Alcune volte mi cerca nell'orazione volendo conoscere la potenza mia, ed Io le satisfo, facendole gustare e sentire la mia virtù. Alcune volte mi cerca nella sapienza del mio Figlio, ed Io le satisfo ponendolo per oggetto all'occhio dell’intelletto suo. Alcune volte mi cerca nella clemenza dello Spirito santo, e allora la mia bontà le fa gustare il fuoco della divina carità, concependo le vere e reali virtù, fondate nella carità pura del prossimo suo.

 

 

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Perciò vedi che la Verità mia disse verità dicendo: «Chi mi amerà sarà una cosa con me»; poiché seguendo la dottrina sua per affetto d'amore sete uniti in lui. Ed essendo uniti in lui sete uniti in me, perché siamo una cosa insieme, e così manifesto me medesimo a voi perché siamo una medesima cosa.

Così, se la mia Verità disse «io manifesterò me medesimo a voi», disse verità; poiché manifestando sé manifestava me, e manifestando me manifestava sé.

Ma perché non disse: «Io manifestarò il Padre mio a voi?» Per tre cose singulari.

L'una, perché egli volse manifestare che Io non sono separato da lui né egli da me; e però a santo Filippo, quando gli disse: «Mostraci il Padre e basta a noi», disse: «Chi vede me vede il Padre, e chi vede il Padre vede me». (Jn 14,8-9) Questo (53r) disse poiché era una cosa con me, e quel che egli aveva l'aveva da me, e non Io da lui. E però disse ai giuderi: «La dottrina mia non è mia, ma è del Padre mio che mi mandò» (Jn 7,16), perché il Figlio mio procede da me e non Io da lui. Ma ben sono una cosa con lui ed egli con me, però Perciò non disse «io manifestarò il Padre», ma disse «io manifestarò me», cioè «perché sono una cosa col Padre». (Jn 10,30) La seconda fu poiché manifestando sé a voi non porgeva altro che quello che aveva avuto da me, Padre.

Quasi volesse egli dire: il Padre ha manifestato sé a me, perché Io sono una cosa con lui; ed Io, me e lui, per mezzo di me, manifesterò a voi.

La terza fu perché Io, invisibile, non posso essere veduto da voi, visibili, se non quando sarete separati da' corpi vostri. Allora vedrete me, Dio, a faccia a faccia, e il Verbo del mio Figlio intellettualmente di qui al tempo della resurrezione generale, quando l'umanità vostra si conformerà e diletterà ne l'umanità del Verbo, sì come di sopra, nel trattato della risurrezione, Io ti contiai. § 41 ,579ss.) Sì che me, come Io sono, non potete vedere. E però velai Io la divina natura col velame della vostra umanità, affinché mi poteste vedere. Io, invisibile, quasi mi feci visibile dandovi il Verbo del mio Figlio, velato del velame della vostra umanità. Egli manifesta me a voi, e però Perciò non disse «io manifestarò il Padre», ma disse «io manifestarò me a voi», quasi dica «secondo che mi possiede dato il Padre mio, manifestarò me a voi».

Sì che vedi che in questa manifestazione, manifestando me manifestava sé. E anco hai udito perché egli non disse «Io manifestarò il Padre a voi» cioè perché a voi nil corpo mortale non è possibile di vedere me, come detto è, e perché egli è una cosa con me.

 

 

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Ora hai veduto in quanta eccellenza sta colui che è gionto all'amore dell'amico. Questi ha salito lo piè dell'affetto ed è gionto al secreto del cuore (53v) cioè al secondo dei tre scaloni, i quali sono figurati nil corpo del mio Figlio.ti dissi che significato era nelle tre facoltà dell'anima, e ora te li pongo significare i tre stati dell'anima.

Ora, innanzi ch'Io ti gionga al terzo, ti voglio mostrare in che modo gionse ad essere amico - ed essendo fatto amico è fatto figlio, giungendo all'amore filiale - e quello che fa essendo fatto amico, e in quello che si vede che egli è fatto amico.

Il primo, cioè come egli è venuto ad essere amico, dicotelo. Imprima era imperfetto, essendo nel timore servile; esercitandosi e perseverando venne all'amore del diletto e della propria utilità, trovando diletto e utilità in me. Questa è la via, e per questa passa colui che desidera di arrivare all'amore perfetto, cioè ad amore d'amico e di figlio.

Dico che l'amore filiale è perfetto, poiché nell'amore del figlio riceve la eredità di me, Padre eterno. E perché amore di figlio non è senza l'amore de l'amico, e però ti dissi che d'amico era fatto figlio. Ma che modo tiene a giognervi? Dicotelo.

Ogni perfezione ed ogni virtù procede dalla carità, e la carità è nutreta da l'umiltà. e l'umiltà esce del conoscimento e odio santo di se medesimo, cioè della propria sensualità. § 10 ,589) Chi ci giogne conviene che sia perseverante e stia nella cella del conoscimento di sé, nel quale conoscimento di sé conoscerà la misericordia mia nel sangue de l'unigenito mio Figlio, tirando a sé con l'affetto suo la divina mia carità esercitandosi in stirpare ogni perversa volontà spirituale e temporale, nascondendosi nella casa sua. Sì come fece Pietro, e gli altri discepoli, che dopo la colpa della negazione che fece del mio Figlio, pianse. Il suo pianto era ancora imperfetto, e imperfetto fu fino quaranta dì, cioè dopo l'ascensione. Poi che la mia Verità ritornò a me secondo l'umanità sua, allora si nascosero Piero e gli altri nella casa aspettando l'avenimento (54r) dello Spirito santo sì come la mia Verità aveva promesso a loro. Essi stavano inserrati per paura; poiché sempre l'anima, fino che non giogne al vero amore, teme. (Ac 1,13-14 Jn 20,19 1Jn 4,18) Ma perseverando in vigilia, in umile e continua orazione, fino che ebbero l'abondanzia dello Spirito santo, allora, perduto il timore, seguevano e predicavano Cristo crocifisso. (Ac 2,14-36) Così l'anima che ha voluto o vuole arrivare a questa perfezione, poi che dopo la colpa del peccato mortale s'è levata e riconosciuta sé, comincia a piangere per timore della pena. § 89 Poi si leva alla considerazione della misericordia mia, dove trova diletto e sua utilità. Questo è imperfetto, e però Io, per farla venire a perfezione, dopo i quaranta dì - cioè dopo questi due stati - a ora a ora mi sottraggo dall'anima, non per grazia ma per sentimento.

Questo vi manifestò la mia Verità quando disse ai discepoli: «Io andarò e tornarò a voi». (Jn 14,3) Ogni cosa che egli diceva era detta in particolare ai discepoli, ed era detta in generale e comunemente a tutti i presenti e futuri, cioè di quelli che dovevano venire. Disse «Io andarò e tornarò a voi», e così fu; ché, tornando lo Spirito santo sopra e discepoli tornò egli, perché, come di sopra ti dissi, lo Spirito santo non tornò solo, § 29 ,280ss.) ma venne con la potenza mia e con la sapienza del Figlio, che è una cosa con me, e con la clemenza sua d'esso Spirito santo, che procede da me Padre e dal Figlio. Or così ti dico, che per fare levare l'anima dalla imperfezione Io mi sottraggo per sentimento privandola della consolazione di prima.

Quando ella era nella colpa del peccato mortale ella si partì da me, ed Io sottrassi la grazia per la colpa sua; perché essa aveva serrata la porta del desiderio, il sole della grazia n'escì fuore, non per difetto del sole, ma per difetto della creatura che serrò la porta del desiderio. (OrazVIII65ss.) Riconoscendo sé e le tenebre sue apre la finestra, vomicando il fracidume per la santa confessione, ed Io allora per grazia sono (54v) tornato nell'anima e ritraggomi da lei non per grazia ma per sentimento, come detto è. E questo fo per farla umiliare e per farla esercitare in cercare me in verità, e provarla nel lume della fede, affinché ella venga ad prudenza. E allora, se ella ama sanza rispetto di sé, con viva fede e con odio di sé gode nel tempo della fatiga, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E questa è la seconda cosa delle tre delle quali Io ti diceva, cioè di mostrare in che modo viene a perfezione e che fa quando ella è giunta. Questo è quello che ella fa: che, perché ella senta che Io sia ritratto a me, non volta il capo a dietro, anco persevera con umiltà nel suo esercizio, e sta serrata nella casa del conoscimento di sé. E ine con fede viva aspetta l'avenimento dello Spirito santo cioè me, che sono esso fuoco di carità. Come aspetta? Non oziosa ma in vigilia e continua e santa orazione. E non solamente con la vigilia corporale, ma con la vigilia intellettuale, cioè che l'occhio dell'intelletto non si serra, ma col lume della fede veghia, stirpando con odio le cogitazioni del cuore, veghiando ne l'affetto della mia carità, conoscendo che Io non voglio altro che la sua santificazione. Questo v'è certificato nel sangue del mio Figlio.

Poi che l'occhio veghia nel conoscimento di me e di sé, ora continuamente: cioè orazione di santa e buona voluntà. Questa è orazione continua. E anco veghia nell'orazione attuale, cioè, dico, fatta ne l'attuale tempo ordinatamente secondo l'ordine della santa Chiesa.

Questo è quello che fa l'anima che s'è partita dalla imperfezione e gionta alla perfezione. E affinché ella vi giognesse, mi partii da lei, non per grazia ma per sentimento.

Partìmi ancora perché ella vedesse e conoscesse il difetto suo, poiché sentendosi privata della consolazione, se sente pena affligitiva, sentesi debole e non stare ferma né perseverante. In questo trova la radice dell'amore spirituale proprio di sé, e però l'è materia di conoscerla e di levare sé sopra di sé salendo (55r) sopra la sedia della coscienza sua, e non lasciare passare quello sentimento che non sia corretto con rimproverio, dibarbicando la radice dell'amore proprio col coltello de l'odio d'esso amore e con l'amore della virtù.

 

 

 

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E voglio che tu sappi che ogni imperfezione e ogni perfezione si manifesta e s'acquista in me; e così s'acquista e manifesta nel mezzo del prossimo. § 6 Bene lo sanno i semplici, che spesse volte amano le creature di spirituale amore. Se l'amore di me hanno ricevuto coraggiosamente sanza alcuno rispetto, coraggiosamente beie l'amore del prossimo suo, sì come il vasello che s'empie nella fonte che, se neil trae fuore, beiendo il vasello rimane votio, ma se egli il beie in me non rimane votio, ma sempre sta pieno.

Così l'amore del prossimo spirituale e temporale vuole essere beuto in me, sanza alcuno rispetto.

Io vi richiedo che voi mi amaate di quello amore che Io amo voi. (Jn 15,12) Questo non potete fare a me, poiché Io v'amai senza essere amato. Ogni amore che voi avete a me, m'amate di debito ma non di grazia, perché il dovete fare, e Io amo voi di grazia e non di debito. Sì che a me non potete rendere questo amore che Io vi richiedo. E però vi ho posto il mezzo del prossimo vostro, affinché faciate a lui quello che non potete fare a me, cioè d'amarlo senza alcuno rispetto di grazia e senza aspettare alcuna utilità. E io reputo che faciate a me quello che fate a lui.

Questo mostrò la mia Verità dicendo a Paulo, quando mi persegueva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?», (Ac 9,4) reputando che Paulo perseguesse me quando persegueva i miei fedeli.

Sì che vuole essere schietto: con quello amore che voi amate me dovete amare loro. Sai a che se n'avede che egli non è perfetto colui che ama di spirituale amore? Se si sente pena affligitiva quando non gli pare che la creatura cui egli ama soddisfaccia all'amore suo, non amando quanto gli pare amare, o che egli si vegga sottrare la conversazione, o privare della consolazione, o vedendo amare un altro più che sé.

A questo e a molte altre cose se ne (55v) potrà avedere che questo amore in me e nel prossimo è ancora imperfetto, e beiuto questo vasello fuori della fonte, poniamo che l'amore avesse tratto da me. Ma perché in me l'aveva ancora imperfetto, però imperfetto lo dimostra in colui cui ama di spirituale amore.

Tutto procede perché la radice de l'amore proprio spirituale non era bene dibarbicata. E però Io permetto spesse volte che ponga questo amore, perché con esso conosca sé e la sua imperfezione nel modo detto.

E sottraggomi per sentimento da lei affinché essa si rinchiuda nella casa del conoscimento di sé, dove acquistarà ogni perfezione.

E poi Io torno in lei con più lume e conoscimento della mia verità, in tanto che si reputa a grazia di potere uccidere la propria voluntà per me, e non si resta mai di potare la vigna dell'anima sua e di divellere le spine delle cogitazioni e porre le pietre delle virtù fondate nel sangue di Cristo, le quali ha trovate nell'andare per lo ponte di Cristo crocifisso, unigenito mio Figlio. Sì come Io ti dissi, § 27 ,84-112) se bene ti ricorda, che sopra del ponte, cioè della dottrina della mia Verità, erano le pietre delle virtù fondate in virtù del sangue suo, perché le virtù hanno dato vita a voi in virtù d'esso sangue.

 

 

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Poi che l'anima è entrata dentro, passando per la dottrina di Cristo crocifisso con vero amore della virtù e odio del vizio e con perfetta perseveranza, gionta alla casa del conoscimento di sé sta serrata in vigilia e continua orazione, separata al tutto dalla conversazione del secolo. (Mt 6,6; Let 154) Perché si rinchiuse? Per timore, conoscendo la sua imperfezione, e per desiderio che ha di giugnere a l'amore schietto e liberale, perché vede bene e conosce che per altro modo non vi può giugnere, e però aspetta con fede viva l'avenimento di me per accrescimento di grazia in sé.

In che si conosce la fede viva? Nella perseveranza della virtù, non vollendo il capo a dietro per veruna cosa che sia, né levarsi dalla santa orazione per veruna cagione; guarda già che non fusse perobbedienza o per carità, altrimenti non si debbe partire dall'orazione. Perché spesse volte (56r) nel tempo ordinato dell'orazione il demonio giugne con le molte battaglie e molestie, più che quando la persona si trova fuori dell'orazione. Questo fa per farle venire a tedio l'orazione santa, dicendole spesse volte: «Questa orazione non ti vale, poiché tu non debbi pensare altro né attendere ad altro che a quello che tu dici». Questo le fa vedere il demonio affinché ella venga a tedio e a confusione di mente, e lassi l'esercizio dell'orazione. La quale è un'arme con che l'anima si difende da ogni avversario, tenuta con la mano dell'amore, e col braccio del libero arbitrio difendendosi con essa arme col lume della santissima fede. (Let 169)

 

66

 

Sappi, figlia carissima, che nell'orazione umile continua e fedele acquista l'anima, con vera perseveranza, ogni virtù. E però debba perseverare e non lassarla mai, né per illusione di demonio né per propria fragilità, cioè per pensiero o movimento che venisse nella propria carne sua, né per detto di creatura; ché spesse volte si pone il demonio sopra le lingue loro facendogli parlare cose che hanno ad impedire la sua orazione. Tutte le debba passare con la virtù della perseveranza.

O quanto è dolce a quella anima, e a me è piacevole, la santa orazione fatta nella casa del conoscimento di sé e nel conoscimento di me! Aprendo l'occhio dell’intelletto col lume della fede e con l'affetto nell'abondanzia della mia carità, la quale carità v'è fatta visibile per lo visibile unigenito mio Figlio, (1Jn 4,9) avendola mostrata col sangue suo. Il quale sangue inebria l'anima e vestela del fuoco della divina carità, e dàlle il cibo del sacramento, il quale vi ho posto nella bottega del corpo mistico della santa Chiesa, cioè il corpo e il sangue del mio Figlio, tutto Dio e tutto uomo, datolo da amministrare per le mani del vicario mio, il quale tiene la chiave di questo sangue. § 27 ,113ss.; § 115 ,454ss.) Questa è quella bottega della quale ti feci menzione che stava in sul ponte per dare il cibo a confortare e viandanti e peregrini che passano per la dottrina della mia Verità, affinché per debolezza non (56v) venghino meno.

Questo cibo conforta poco e assai, secondo il desiderio di colui che il piglia, in qualunque modo egli il piglia, o sacramentalmente o virtualmente. Sacramentalmente è quando si comunica del santo sacramento, virtualmente è comunicandosi per santo desiderio: sì per desiderio della comunione e sì per considerazione del sangue di Cristo crocifisso, cioè comunicandosi sacramentalmente de l'affetto della carità, la quale ha trovata e gustata nel sangue, perché per amore vede che fu sparto. (Let 102) E però vi s'inebria e vi s'accende e sazia per santo desiderio, trovandosi piena solo della carità mia e del prossimo suo.

Questo dove l'acquistò? Nella casa del conoscimento di sé, con santa orazione, dove ha perduta la imperfezione, sì come i discepoli e Pietro perdèro la imperfezione loro, stando dentro in vigilia orazione, e acquistarono la perfezione. Con che? Con la perseveranza condita con la santissima fede.

Ma non pensare che si riceva tanto ardore e nutremento da questa orazione solamente con orazione vocale, sì come fanno molte anime, che l'orazione loro è di parole più che d'affetto, e non pare che attendino ad altro se non a compire i molti salmi e dire i molti paternostri. E compito il numero che si sono posti di dire, non pare che pensino più oltre. Pare che ponghino termine all'orazione solo nel dire vocalmente; ed i non si vuole fare così, poiché non facendo altro poco frutto ne traggono, e poco è piacevole a me.

Ma se tu mi dici: «Debbasi lasciare stare questa, ché tutti non pare che siano tratti all'orazione mentale?» No, ma debba la persona andare con modo; ché Io so bene che, come l'anima è prima imperfetta che perfetta, così è imperfetta la sua orazione. Debba bene, per non cadere nell'ozio, quando è ancora imperfetta, andare con l'orazione vocale, ma non debba fare la vocale sanza la mentale; cioè che, mentre che dice, s'ingegni di levare e dirizzare la mente sua (57r) nell'affetto mio, con la considerazione comunemente dei difetti suoi e del sangue de l'unigenito mio Figlio, dove trova la larghezza della mia carità e la remissione dei peccati suoi, affinché il conoscimento di sé e la considerazione dei difetti suoi le facciano conoscere la mia bontà in sé e continuare l'esercizio suo con vera umiltà.

Non che Io voglia che i difetti siano considerati in particolare, affinché la mente non sia contaminata per lo ricordo dei particulari e laidi peccati. Dicevo che Io non voglio che avesse, né debba avere, solo la considerazione dei peccati in comune e in particolare senza la considerazione e memoria del sangue e della larghezza della misericordia, affinché non venga a confusione. Che se il conoscimento di sé e considerazione del peccato non fosse condito con la memoria del sangue e speranza della misericordia, starebbe in essa confusione; e con essa giugnerebbe, col demonio che l'ha guidata sotto colore di contrizione e dolore della colpa e pentimento del peccato, all'eterna dannazione; non per questo solamente, ma perché da questo, non pigliando il braccio della misericordia mia, verrebbe a disperazione.

Questo è uno dei sottili inganni che il demonio facci ai servi miei. E però conviene, per vostra utilità e per campare lo inganno del demonio e per essere piacevoli a me, che sempre dilatiate il cuore e l'affetto nella ismisurata misericordia mia, con vera umiltà; ché sai che la superbia del demonio non può sostenere la mente umile, né la sua confusione può sostenere la larghezza della mia bontà e misericordia, dove l'anima in verità spera.

Così, se bene ti ricorda, quando il demonio ti voleva atterrare per confusione, volendoti mostrare che la vita tua fosse stata inganno e non avere segueta né fatta la voluntà mia, tu allora facesti quello che dovevi fare e che la mia bontà ti dié di potere fare - la quale bontà non è nascosta a chi la vuole ricevere - che ti inalzasti nella misericordia mia con umiltà, dicendo: «Io confesso al mio Creatore (57v) che la vita mia non è passata altro che in tenebre; ma io mi nasconderò nelle piaghe di Cristo crocifisso e bagnerommi nel sangue suo, e così averò consumate le iniquità mie e goderommi, per desiderio, nel mio Creatore».

Sai che allora il demonio fuggì. E tornando poi con l'altra battaglia, cioè di volerti levare in alto per superbia dicendo: «Tu sei perfetta e piacevole a Dio, non bisogna più che t'affligga né che pianga i difetti tuoi»; donandoti Io allora il lume vedesti la via che ti conveniva fare, cioè d'aumiliarti, e rispondendo al demonio dicesti: «Miserabile me! Giovanni Battista non fece mai peccato e santificato fu nel ventre della madre, e nondimeno fece tanta penitenza; ed io ho commessi cotanti difetti, e non cominciai mai a conoscerlo con pianto e vera contrizione vedendo chi è Dio che è offeso da me e chi sono io che l'offendo!» Allora il demonio non potendo sofferire l'umiltà della mente né la speranza della mia bontà, disse a te: «Maladetta sia tu, ché modo non posso trovare con con te! Se io ti pongo a baso per confusione, e tu ti levi in alto a la misericordia, e se io ti pongo in alto e tu ti poni abbasso, venendo ne l'inferno per umiltà, ed entro l’inferno mi perseguiti. Sì che io non tornerò più a te poiché tu mi percuoti col bastone della carità». (Let 221; Let62; Let 144; Let 342; § 78 ,1555) Debba dunque l'anima condire col conoscimento della mia bontà il conoscimento di sé, e il conoscimento di sé col conoscimento di me. § 66 ,499ss.) A questo modo l'orazione vocale sarà utile all'anima che la farà, e a me piacevole. E dall'orazione vocale imperfetta giognerà, perseverando con esercizio, all'orazione mentale perfetta.

Ma se semplicemente mira pure di compire il numero suo, non vi giugne mai, o se per l'orazione vocale lassasse la mentale. Cioè che alcune volte sarà l'anima sì ignorante che, avendosi proposto di dire cotanta orazione con la lingua, e Io alcune volte visiterò la mente sua, quando in uno modo e quando in un altro - alcune volte in uno lume di conoscimento di sé con una contrizione del difetto (58r) suo, alcune volte nella larghezza della mia carità, alcune volte ponendole dprima della mente sua la presenza della mia Verità, in diversi modi, secondo che piace a me o secondo che essa anima avesse desiderato - ed ella, per compire il numero suo, lassa la visitazione di me che sente nella mente, quasi per coscienza che si farà di lasciare quello che ha cominciato. Non debba fare così, poiché facendolo sarebbe inganno di demonio; ma subito che sente disporre la mente per mia visitazione, per molti modi come detto è, debba abandonare l'orazione vocale.

Poi, passata la mentale, se egli ha tempo può ripigliare quello che proposto s'aveva di dire; non avendo tempo non se ne debba curare, né venirne a tedio né a confusione di mente. Guarda già che non fosse l'officio divino, il quale i cherici e religiosi son tenuti e obligati di dire, e non dicendolo offendono: questi debba dire l'officio suo fino alla morte. E se esso si sentisse, all'ora debita che si debba dire l'officio, la mente tratta per desiderio e levata, si debba provedere: o dirlo innanzi o dirlo poi, sì che non manchi che il debito dell'offizio sia renduto.

D'ogni altra orazione che l'anima cominciasse, debba cominciare vocalmente per giugnere alla mentale. E sentendosi la mente disposta, la debba lasciare per la cagione detta. Questa orazione, fatta nel modo che detto ti ho, giugnarà ad perfezione; e però, non debba però lasciare l'orazione vocale, per qualunque modo ella è fatta, ma debba andare col modo che detto ti ho. E così con l'esercizio e perseveranza gustarà l'orazione in verità, e il cibo del sangue dell'unigenito mio Figlio. E però ti dissi che alcuno si comunicava attualmente del corpo e del sangue di Cristo, benché non sacramentalmente, cioè comunicandosi dell'affetto della carità, la quale gusta col mezzo della santa orazione, poco e assai, secondo l'affetto di colui che ora. (OrazIV3ss.) Chi va con poca prudenza e non con modo, poco trova; chi con assai, assai trova; perché (58v) quanto l'anima più s'ingegna di sciogliere l'affetto suo e legarlo in me col lume dell’intelletto, più conosce; chi più conosce più ama: più amando più gusta.

Perciò vedi che l'orazione perfetta non s'acquista con molte parole ma con affetto di desiderio, levandosi in me con conoscimento di sé, condito insieme l'uno con l'altro. Così insiememente avrà la mentale e la vocale, perché elle stanno insieme sì come la vita attiva e la vita contemplativa, benché in molti e diversi modi s'intenda orazione vocale o vuogli mentale. Per che posto ti ho che il desiderio santo è continua orazione, cioè d'avere buona e santa voluntà. La quale voluntà e desiderio si leva al luogo e al tempo ordinato attualmente, agionto a quella continua orazione del santo desiderio, e così l'orazione vocale, stando l'anima nel santo desiderio e voluntà, la farà al tempo ordinato, o alcune volte fuore del tempo ordinato; la fa continua, secondo che gli richiede la carità per la salvezza del prossimo, sì come vede il bisogno e la necessità, e secondo lo stato dove Io gli ho posto.

Ognuno, secondo lo stato suo, debba adoperare per la salvezza de l'anime secondo il principio della santa voluntà. (1Th 4,3) Ciò che adopera vocalmente e attualmente per la salvezza del prossimo è uno orare attuale, poniamo che attualmente, al luogo debito, la facci per sé. Fuore della debita orazione sua, ciò che egli fa è uno orare, nella carità del prossimo suo o in sé, per esercizio che egli facesse attualmente di qualunque cosa si fosse, (Col 3,17) sì come disse il glorioso mio banditore Paulo, cioè che non cessa d'orare chi non cessa di bene adoperare. E però ti dissi che l'orazione attuale si faceva in molti modi unita con la mentale, perché l'attuale orazione, fatta nel modo detto, è fatta con l'affetto della carità, il quale affetto di carità è la continua orazione.

Ora ti ho detto in che modo si giugne alla mentale, cioè con l'esercizio e perseveranza, e lasciare la vocale per la mentale quando Io visito l'anima. E Ti ho detto quale è l'orazione comune e la vocale comunemente fuore del tempo ordinato; e l'orazione della buona e santa volontà è ogni esercizio in sé e nel prossimo, che fa con buona volontà fuore dell'ordinato tempo dell'orazione (59r).

 

 

67

Perciò virilmente l'anima debba speronare se medesima con questa madre dell'orazione. Questo è quello che fa l'anima che è rinchiusa in casa del conoscimento di sé, giunta all'amore dell'amico e filiale. E se essa anima non tiene i modi detti, sempre rimarrebbe nella tiepidezza e imperfezione sua, e tanto amerebbe quanto sentisse utilità e diletto in me o nel prossimo suo.

Del quale amore imperfetto ti voglio dicere, e non te lo voglio tacere, uno inganno che in esso amore possono ricevere, nella parte d'amare me per propria consolazione. Così voglio che tu sappi che il servo mio che imperfettamente m'ama, cerca più la consolazione per la quale egli m'ama, che me.

E a questo se ne può avedere: che, mancandogli la consolazione spirituale, cioè di mente, o la consolazione temporale si turba. E questo tocca agli uomini del mondo che vivono con alcuno atto di virtù mentre che hanno la prosperità, ma sopravenendo la tribolazione, la quale Io do per loro bene, si conturbano in quel poco del bene che adoperavano. E chi gli dimandasse: «Perché ti conturbi?» risponderebbe: «Perché io ho ricevuta la tribolazione, e quel poco del bene che io facevo meil pare quasi perdere, perché noil fo con quello cuore né con quello animo che io lo facevo; pare a me questo è per la tribolazione che io ho ricevuta, poiché mi pareva più adoperare e più pacificamente col cuore riposato inanzi che ora».

Questi cotali sono ingannati nel proprio diletto, e non è la verità che ne sia cagione la tribolazione, né che essi amino meno né adoperino meno; cioè che l'opera che essi fanno nel tempo della tribolazione tanto vale in sé quanto prima, nel tempo della consolazione; anco lo' potrebbe valere più se essi avessero pazienza. Ma questo l'adiviene perché essi si dilettavano nella prosperità: ine con un poco d'atto di virtù amavano me; ine pacificavano la mente loro con quella poca opera. Essendo privati di quello ove si riposavano, lo' pare che lo' sia tolto il riposo nel loro adoperare, ma egli non è così.

Ma a loro adiviene come dell’uomo che è in uno giardino, e in esso giardino, perché v'ha diletto, si riposa (59v) con la sua opera. Pargli riposare nell'opera ed egli si riposa nel diletto che ha preso nel giardino. E a questo se n'avede che egli è la verità che si diletta più nel giardino che nell'opera, poiché, toltogli il giardino, si sente privato del diletto. Ma se il principale diletto avesse posto nella sua opera, non l'avrebbe perduto anco l'avrebbe con sè, perché l'esercizio del bene adoperare non può perdere, se egli non vuole, benché gli sia tolta la prosperità, sì come a costui il giardino.

Perciò s'ingannano nel loro adoperare per la propria passione. Così hanno per uso di dire questi cotali: «Io so che io facevo meglio, e più consolazione aveva, innanzi che io fussi tribolato che ora, e giovavami di fare bene, ma ora non me ne giova né me ne diletto punto». Il loro vedere e il loro dire è falso, poiché se essi si fossero dilettati del bene per amore del bene della virtù, non l'avrebbero perduto né mancato in loro, anco cresciuto. Ma perché il loro bene adoperare era fondato nel proprio bene sensitivo, però lo' manca e vienlo' meno.

Questo è lo inganno che riceve la comune gente in alcuno loro bene adoperare. Questi sono ingannati da loro medesimi dal proprio diletto sensitivo.

 

 

68

 

Ma i servi miei che anco sono nell'amore imperfetto, cercando e amando me per affetto d'amore verso la consolazione e diletto che trovano in me, perché Io sono remuneratore d'ogni bene che si fa, poco e assai secondo la misura dell'amore di colui che riceve: per questo do consolazione mentale quando in uno modo e quando in un altro, nel tempo dell'orazione. Questo non fo perché l'anima ignorantemente riceva la consolazione, cioè che ella raguardi più lo presente della consolazione che è data da me, che me, ma perché ella raguardi più l'affetto della mia carità con che Io leil do e la indignità sua che riceve, che il diletto della propria consolazione. Ma se ella, ignorante, piglia solo il diletto sanza considerazione dell'affetto mio verso di lei, ne riceve il danno e gli inganni (60r) che Io ti dirò. L'uno si è che, ingannata dalla propria consolazione, cerca essa consolazione e ine si diletta. E più, che un'altra volta, sentendo in alcuno modo la consolazione e visitazione mia in sé, anderà dietro per la via che tenne quando la trovò, per trovare quella medesima. E Io non le do a uno modo, ché così parrebbe che Io non avessi che dare, anco le do in diversi modi, secondo che piace alla mia bontà e secondo la necessità e bisogno suo. Essendo ella ignorante, cercarà pure in quel modo, come se ella volesse porre legge allo Spirito santo.

Non debba fare così, ma debba passare virilmente per lo ponte della dottrina di Cristo crocifisso, e ine ricevere in quel modo, in quel tempo e in quello luogo che piace alla mia bontà di dare. E se Io non do, anco quello non dare fo per amore e non per odio, perché essa cerchi me in verità, e non mi ama solamente per lo diletto, ma riceva con umiltà più la carità mia che il diletto che trova. Poiché se ella non fa così, e ch'ella vada solo al diletto a suo modo e non a mio, riceverà pena e confusione intollerabile quando si vedrà tolto l'oggetto del diletto, il quale si pose dinanzi all'occhio dell’intelletto suo.

Questi sono quelli che eleggono le consolazioni a loro modo, cioè che, trovando diletto di me in alcuno modo nella mente loro, vorranno passare con quel medesimo. E alcune volte sono tanto ignoranti che, visitandogli Io in altro modo che in quello, faranno resistenza e non riceveranno, anco vorranno pure quello che s'hanno imaginato.

Questo è difetto della propria passione e diletto spirituale il quale trovò in me. Ella è ingannata, poiché impossibile sarebbe di stare continuamente in uno modo, poiché, come l'anima non può stare ferma, ché o i si conviene che ella vada innanzi alle virtù, o ella torni a dietro, così la mente in me non può stare ferma in uno diletto, che la mia bontà non ne dia più. § 61 Molto differenti gli do: alcune volte do diletto d'una allegrezza mentale; alcune volte una contrizione e un pentimento del peccato, che parrà che la mente sia conturbata in sé; alcune volte (60v) sarò nell'anima e non mi sentirà; alcune volte formarò la mia Verità, Verbo incarnato, in diversi modi dinanzi all'occhio dell’intelletto suo, e nondimeno non parrà che essa, nel sentimento dell'anima, il senta con quello ardore e diletto che a quello vedere le pare che dovesse seguire; alcune volte non vedrà e sentirà grandissimo diletto.

Tutto questo fo per amore, e per conservarla e crescerla nella virtù de l'umiltà e nella perseveranza, e per insegnarle che ella non voglia porre regola a me, né il fine suo nella consolazione, ma solo nella virtù fondata in me; e con umiltà riceva l'uno tempo e l'altro, con affetto d'amore, l'affetto mio con che Io do; e con viva fede creda che Io do a necessità della sua salvezza, o a necessità di farla venire alla grande perfezione.

Debba dunque stare umile, facendo il principio e il fine nell'affetto della mia carità, e in essa carità ricevere diletto e non diletto, secondo la mia voluntà e non secondo la sua. (Mt 6,33) Questo è il modo a non volere ricevere inganno, ma ogni cosa ricevere per amore da me che sono loro fine, fondati nella dolce mia volontà.

 

 

69

Ti ho detto dell’inganno che ricevono coloro che a loro modo vogliono gustare e ricevere me nella mente loro. Ora ti voglio dire il secondo inganno di coloro che tutto il loro diletto è posto in cercare la consolazione della mente loro, in tanto che spesse volte vedranno il prossimo loro in necessità spirituale o temporale e non gli soverranno, sotto colore di virtù, dicendo: «Io ne perdo la pace e la quiete della mente mia, e non dico l'ore mie all'ora e al tempo suo». Così, non avendo la consolazione, lo' pare offendere me; ed essi sono ingannati dal proprio diletto spirituale della mente loro, e offendonmi più non sovenendo alla necessità del prossimo, che lassando tutte le loro consolazioni. Poiché ogni esercizio vocale e mentale è ordinato da me, che l'anima lo facci per giugnere a carità perfetta di me e del prossimo, e per conservarsi in essa carità.

Sì che (61r) m'offende più lassando la carità del prossimo per lo suo esercizio attuale e quiete di mente, che lassando l'esercizio per lo prossimo, perché nella carità del prossimo trovano me, e nel diletto loro, dove cercano me, ne sarebbero privati. (Mt 25,45) Poiché, non sovenendo, esso facto diminuiscono la carità del prossimo. Diminuita la carità del prossimo, diminuisce l'affetto mio inverso di loro; diminuito l'affetto, diminuita la consolazione. Sì che volendo guadagnare perdono, e volendo perdere guadagnano: cioè volendo perdere le proprie consolazioni per la salvezza del prossimo, riceve l'anima e guadagna me e il prossimo suo, sovenendoli e servendolo caritativamente. (Mt 16,25) E così gustarebbe in ogni tempo la dolcezza della mia carità, e non facendolo sta in pena, perché alcune volte si converrà pure che il sovenga, o per forza o per amore, o per infermità corporale o per infermità spirituale che egli abbi; sovenendolo, lo aiuta con pena, con tedio di mente e stimolo di coscienza, e diventa incomportabile a sé e ad altrui. E chi lo dimandasse: «Perché senti questa pena?» risponderebbe: «Perché mi pare avere perduta la pace e quiete della mente, e molte cose di quelle che io solevo fare ho lassate, e credone offendere Dio». Ed egli non è così, ma perché il suo vedere è posto nel proprio diletto, però non sa discernere né conoscere in verità dove sta la sua offesa. Poiché ella vedrebbe che l'offesa non sta in non avere la consolazione mentale, né in lasciare l'esercizio dell'orazione nel tempo della necessità del prossimo suo; anco sta in essere trovato senza la carità del prossimo, il quale debba amare e servire per amore di me.

Sì che vedi come si inganna, solo col proprio amore spirituale verso di sé.

 

 

70

 

E alcune volte per questo così fatto amore ne riceve anco più danno. Che se l'affetto suo solo si pone e cerca nella consolazione e visioni, le quali spesse volte dono e do ai servi miei, quando ella se ne vedesse privata cade in amarezza e in tedio di mente, perché le pare essere privata della grazia, quando alcune volte mi sottraggo della mente sua; sì come Io ti dissi § 64 ,444ss.) che Io andavo e tornavo nell'anima, partendomi non per grazia ma per sentimento, per fare venire l'anima (61v) a perfezione. Sì che ne cade in amarezza, e parle essere intro l’inferno, sentendosi levata dal diletto, e sentire le pene e le molestie delle molte tentazioni.

Non debba essere ignorante, né lassarsi tanto ingannare al proprio amore spirituale che non conosca la verità; e conoscere me in sé, ché sono Io quello sommo Bene che le conservo la buona volontà nel tempo delle battaglie, che non corre per diletto dietro a loro. Debbasi dunque umiliare, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E per questa cagione mi sottraggo da lei: per farla umiliare e per farle conoscere la carità mia in sé, trovandola nella buona voluntà che Io le conservo nel tempo delle battaglie; e perché essa non riceva solamente il latte della dolcezza sprizzato da me nella faccia dell'anima sua, ma affinché ella s'attacchi al petto della mia Verità, affinché riceva il latte insieme con la carne, cioè di trare a sé il latte della mia carità col mezzo della carne di Cristo crocifisso, cioè della dottrina sua, della quale vi ho fatto ponte § 29 ,210ss.) affinché per lui giogniate a me. Per questo mi ritraggo da loro.

Andando esse con prudenza, e non con ignoranza ricevendo solamente il latte, ritorno a loro con piú diletto e fortezza, lume e ardore di carità. Ma se esse ricevono con tedio e con tristizia e confusione di mente il partire del sentimento della dolcezza mentale, poco guadagnano e permangono nella tiepidezza loro.

 

 

71

 

E dopo questo, ricevono spesse volte un altro inganno dal demonio, cioè di trasformarsi in forma di luce.

Perché il demonio, in quello che vede la mente disposta a ricevere e desiderare, in quello dà. Così vedendo la mente inghiottornita e posto il suo desiderio solo nelle consolazioni e visioni mentali - alle quali l'anima non debba porre il suo desiderio, ma solamente nelle virtù, e di quelle per umiltà reputarsene indegna, ed in esse consolazioni ricevere l'affetto mio - dico che il demonio si transforma allora in quella mente in (62r) forma di luce, in diversi modi: quando in forma d'angelo, quando in forma della mia Verità, o in altra forma dei santi miei. E questo fa per pigliarla con l'amo del proprio diletto spirituale che ha posto nelle visioni e diletto della mente. E se essa anima non si leva con la vera umiltà, spregiando ogni diletto, rimane presa con questo lamo nelle mani del demonio. Ma se essa con umiltà spregia il diletto, e con amore stringa l'affetto di me che sono donatore e non del dono, il demonio non la può sostenere, per la sua superbia, la mente umile.

E se tu mi domadassi: «A che si può conoscere che la visitazione sia più dal demonio che da te?» Io ti rispondo che questo è il segno, § 106 che se ella è dal demonio che sia venuto nella mente a visitare in forma di luce, come detto è, l'anima riceve subito nel suo venire allegrezza, e quanto più sta più perde l'allegrezza e rimane tedio e tenebre e stimolo nella mente offuscatavisi dentro. Ma se in verità è visitata da me, Verità eterna, l'anima riceve timore santo nel primo aspetto, e con esso timore riceve allegrezza e sicurezza con una dolce prudenza che, dubitando, non dubita, ma per conoscimento di sé reputandosi indegna, dirà: «Io non sono degna di ricevere la tua visitazione; non essendone degna, come può essere?» (OrazXI22ss.) Allora si volle alla larghezza della mia carità, conoscendo e vedendo che a me è possibile di dare, e non raguardo alla indignità sua ma alla dignità mia che la fo degna di ricevermi, per grazia e per sentimento, in sé, perché non spregio il desiderio col quale ella mi chiama. E però riceve umilmente, dicendo: «Ecco l'ancilla tua: fatta sia la tua voluntà in me», (Lc 1,38) Allora esce del cammino de l'orazione e visitazione mia con allegrezza e gaudio di mente, e con umiltà reputandosi indegna, e con carità riconoscendola da me.

Or questo è il segno che l'anima è visitata da me o dal demonio, trovando nella mia visitazione nel primo aspetto il timore, e nel mezzo e al fine l'allegrezza e la (62v) fame delle virtù. Eil demonio, il primo aspetto è l'allegrezza, e poi rimane in confusione e in tenebre di mente. Sì che Io ho proveduto in darvi il segno, affinché l'anima, se ella vuole andare umile e con prudenza, non possa essere ingannata. Il quale inganno riceve l'anima che vuole navigare solo con l'amore imperfetto delle proprie consolazioni, più che dell'affetto mio, come detto ti ho.

 

 

72

 

Non ti ho voluto tacere l’inganno che ricevono i comuni nell'amore sensitivo, nel loro poco bene adoperare, cioè di quella poca virtù che essi aoperano nel tempo della consolazione, né dell'amore proprio spirituale delle proprie consolazioni dei servi miei, come essi col proprio amore del diletto s'ingannano, ché non lo' lassa conoscere la verità dell'affetto mio né discernere la colpa dove ella sta; e lo inganno che il demonio usa con loro per loro colpa, se essi non tengono il modo che detto ti ho. Òttelo detto affinché tu e gli altri servi miei andiate dietro alle virtù per amore di me e non a veruna altra cosa.

Tutti questi inganni possono ricevere, e spesse volte ricevono, coloro che sono nell'amore imperfetto, cioè d'amare me per rispetto del dono e non di me che do. Ma l'anima che in verità è intrata nella casa del conoscimento di sé, esercitando l'orazione perfetta e levandosi dalla imperfezione dell'amore dell'orazione imperfetta, per quel modo che nel trattato dell'orazione Io ti contiai, § 66 ,545ss.) riceve me per affetto d'amore, cercando di trare ad sé lo latte della dolcezza mia col petto della dottrina di Cristo crocifisso.

Giunta al terzo stato, dell'amore dell'amico e filiale, non ha amore mercennaio. Anco fanno come carissimi amici, sì come farà l'uno amico con l'altro che, essendo presentato da l'amico suo, l'occhio non si volle solamente al presente, anco nel cuore e nell'affetto di colui che dà, e riceve e tiene caro il presente solo per l'amore de l'affetto de l'amico suo. Così l'anima, giunta al terzo stato de l'amore perfetto, quando riceve i doni e le grazie mie non raguarda solamente il dono, ma raguarda con l'occhio dell’intelletto l'affetto della carità di me donatore (63r). (Let 146) E affinché l'anima non possa avere scusa di fare così, cioè di raguardare l'affetto mio, Io providi d'unire il dono col donatore, cioè unendo la natura divina con la natura umana, quando vi donai il Verbo de l'unigenito mio Figlio, il quale è una cosa con me e Io con lui. Sì che per questa unione non potete raguardare il dono che non raguardiate me donatore.

Vedi dunque con quanto affetto d'amore dovete amare e desiderare il dono e il donatore! Facendo così sarete in amore puro e schietto e non mercennaio, sì come fanno questi che sempre stanno serrati nella casa del conoscimento di loro.

 

73

 

In fino a ora Io ti ho mostrato per molti modi come l'anima si leva da la imperfezione e giogne all'amore perfetto, e quello che fa poi che ella è gionta all'amore dell'amico e filiale.ti dissi e dico che ella vi giogne con perseveranza, serrandosi nella casa del conoscimento di sé, il quale conoscimento di sé vuole essere condito col conoscimento di me, affinché non venga a confusione. Perché del conoscimento di sé acquistarà l'odio della propria passione sensitiva e del diletto delle proprie consolazioni, e da l'odio fondato in umiltà trarà la pazienza, nella quale pazienza diventerà forte contro le battaglie del demonio, contro le persecuzioni degli uomini e verso di me, quando per suo bene sottraggo il diletto della mente sua. Tutte le portarà con questa virtù. E se la propria sensualità per malagevolezza volesse alzare il capo contro la ragione, il giudice della coscienza debba salire sopra di sé, e con odio tenersi ragione, e non lasciare passare i movimenti che non siano corretti. Benché l'anima che sta ne l'odio sempre si corregge e si riprende d'ogni tempo, non tanto di quegli che sono contro la ragione, ma di quelli che spesse volte saranno da me.

Questo volse dire il dolce servo mio Gregorio, quando disse che la santa e pura coscienza fa peccato (63v) dove non è peccato, cioè che vede, per la purezza della coscienza, la colpa dove non era la colpa.

Or così debba fare e fa l'anima che si vuole levare dalla imperfezione, aspettando nella casa del conoscimento di sé la Provvidenza mia col lume della fede sì come fecero i discepoli che stettero in casa e non si mossero mai, ma con perseveranza in vigilia e umile e continua orazione perseveraro fino all'avvenimento dello Spirito santo. (Ac 1,13-14) Questo è quello, sì come Io ti dissi, § 63 che l'anima fa quando s'è levata dalla imperfezione e rinchiusasi in casa per arrivare alla perfezione. Ella sta in vigilia, veghiando con l'occhio dell’intelletto nella dottrina della mia Verità, umiliata, perché ha conosciuta sé in continua orazione, cioè di santo e vero desiderio, perché in sé cognobbe l'affetto della mia carità.

 

 

74

 

Ora ti resto a dire in che si vede che l'anima sia gionta all'amore perfetto: quello segno medesimo che fu dato ai discepoli santi poi che ebbero ricevuto lo Spirito santo, che esciro fuore di casa e, perduto il timore, annunziavano la parola mia, predicando la dottrina del Verbo de l'unigenito mio Figlio, e non temevano pene, anco si gloriavano nelle pene. (Ac 5,41) Non curavano d'andare dinanzi ai tiranni del mondo ad annunziare e dirlo' la verità, per gloria e loda del nome mio.

Così l'anima che ha aspettato per conoscimento di sé, nel modo che detto ti ho, Io sono tornato a lei col fuoco della mia carità. Nella quale carità, mentre che stette in casa, concepé le virtù con perseveranza, per affetto d'amore, participando della potenza mia, con la quale potenza e virtù signoreggiò e vinse la propria passione sensitiva.

Ed in essa carità participai in lei la sapienza del mio Figlio, ne la quale sapienza vide e cognobbe, con l'occhio dell’intelletto, la mia verità e gl'inganni dell'amore sensitivo spirituale, cioè l'amore imperfetto della propria consolazione, come detto è. E cognobbe la malizia e l’inganno del demonio (64r) che dà all'anima la quale è legata in quello amore imperfetto, e però si levò con odio da questa imperfezione e con amore della perfezione.

In questa carità, che è esso Spirito santo, lo participai nella voluntà sua, fortificando la voluntà a volere sostenere pena, ed uscire fuore di casa per lo nome mio, a parturire le virtù sopra del prossimo suo. Non che esca fuore di casa del conoscimento di sé, ma escono della casa dell'anima le virtù concepute per affetto d'amore, e partoriscele al tempo del bisogno del prossimo suo in molti e diversi modi; perché il timore è perduto, il quale teneva, che non si manifestava per timore di non perdere le proprie consolazioni, sì come di sopra ti dissi. Ma poi che sono venuti all'amore perfetto e liberale, escono fuore nel modo detto abandonando loro medesimi.

E questo gli unisce col quarto stato, cioè che dal terzo stato, il quale è stato perfetto, nel quale stato gusta e partorisce la carità nel prossimo suo, riceve uno stato ultimo di perfetta unione in me. I quali due stati sono uniti insieme, ché non è l'uno senza l'altro, se non come la carità mia senza la carità del prossimo e quella del prossimo senza la mia: non può essere separata l'una da l'altra. (Vita121) Così questi due stati non è l'uno senza l'altro sì come ti verrò dichiarando e mostrando per questo terzo stato.

 

 

75

Ti ho detto che sono usciti fuori, il che è il segno che essi sono levati dalla imperfezione e giunti alla perfezione.

Apre l'occhio dell’intelletto e mirali corrire per lo ponte della dottrina di Cristo crocifisso, il quale fu regola, via e dottrina vostra. Dinanzi all'occhio dell’intelletto loro essi non si pongono me, Padre, sì come fa colui che sta nell'amore imperfetto, il quale non vuole sostenere pena, e perché in me non può cadere pena, vuole seguire solo il diletto che trova in me, § 53 ,135ss.) e però (64v) dico che sèguita me: non me, ma il diletto che trova in me. Non fanno così costoro ma, come ebbri e affocati d'amore, hanno congregati e saliti i tre scaloni generali, i quali ti figurai nelle tre facoltà dell'anima, e i tre scaloni attuali che attualmente ti figurai nil corpo di Cristo crocifisso, unigenito mio Figlio. Saliti i piei coi piei dell'affetto dell'anima, sono giunti al costato, dove trovaro il secreto del cuore e cognobbero il battesimo dell'acqua, il quale ha virtù nel sangue, dove l'anima trovò la grazia nel santo battesimo, disposto il vasello dell'anima a ricevere la grazia unita ed impastata nel sangue.

Dove cognobbe questa dignità di vedersi unita e impastata nel sangue dell'Agnello, ricevendo il santo battesimo in virtù del sangue? Nel costato, dove cognobbe il fuoco della divina carità. E così manifestò, se bene ti ricorda, la mia Verità, essendo dimandato da te: «Doh, dolce ed immacolato Agnello, tu eri morto quando il costato ti fu aperto: (Jn 19,34) perché volesti essere percosso e partito il cuore?».

Egli rispose, se bene ti ricorda, che assai cagioni ci aveva: «Ma alcuna principale te ne dirò: perché il desiderio mio era infinito verso l'umana generazione, e l'opera attuale di sostenere pene e tormenti era finita; e per la cosa finita non poteva mostrare tanto amore quanto più amavo, perché l'amore mio era infinito. E però volsi che vedeste il secreto del cuore, mostrandovelo aperto, affinché vedeste che più amavo che mostrare non vi potevo per la pena finita. (Let 189) Gittando sangue e acqua vi mostrai il santo battesimo dell'acqua, il quale ricevete in virtù del sangue.

«Ed anco mostravo il battesimo del sangue in due modi: l'uno è in coloro che sono battezzati nel sangue loro sparto per me, il quale ha virtù per lo sangue mio, non potendo avere altro battesimo. Alcuni altri si battezano nel fuoco, desiderando il battesimo con affetto d'amore e non potendolo avere; e non è battesimo di fuoco senza sangue, poiché il sangue (65r) è intriso e impastato col fuoco della divina carità, perché per amore fu sparto. § 27 ,93ss.) «In un altro modo riceve l'anima questo battesimo del sangue, parlando per figura. E di questo provide la divina carità perché, conoscendo la infermità e fragilità dell’uomo, per la quale fragilità offendendo - non che egli sia costretto da fragilità né da altro a commettere la colpa, se egli non vuole, ma come fragile cade in colpa di peccato mortale - per la quale colpa perde la grazia la quale trasse del santo battesimo in virtù del sangue. E però fu bisogno che la divina carità provvedesse a lasciare il continuo battesimo del sangue, il quale si riceve con la contrizione del cuore e con la santa confessione, confessando, quando può, ai amministri miei che tengono la chiave del sangue. Il quale sangue il sacerdote gitta nella assoluzione sopra la faccia dell'anima. (Let 28) «E non potendo avere la confessione basta la contrizione del cuore. Allora la mano della mia clemenza vi dona il frutto di questo prezioso sangue, ma potendo avere la confessione voglio che l'abbiate; e chi la potrà avere e non la vorrà, sarà privato del frutto del sangue. I vero che nell'ultima estremità, volendola l'uomo e non potendola avere, anco lo riceverà. Ma non sia alcuno sì matto che voglia però con questa speranza conducersi ad acconciare i fatti suoi nell'ultima estremità della morte, perché non è sicuro che, per la sua ostinazione, Io con la divina mia giustizia non dicesse: Tu non ti ricordasti di me nella vita, nel tempo che tu potesti: Io non mi ricordo di te nella morte! «Sì che nessuno debba pigliare lo indugio, e se l'uomo pure per lo suo difetto l'ha preso, non debba lasciare fino all'ultimo di battezarsi per speranza nel sangue. Sì che vedi che questo battesimo è continuo, dove l'anima si debba battezzare fino all'ultimo nel modo detto.

«In questo battesimo cognosci che l'opera mia, cioè della pena della (65v) croce, fu finita, ma il frutto della pena, il quale avete ricevuto per me, è infinito. Questo è in virtù della natura divina infinita, unita con la natura umana finita, la quale natura umana sostenne in me, Verbo, vestito della vostra umanità. Ma perché è intrisa e impastata l'una natura con l'altra, trasse a sé la Deità eterna la pena che Io sostenni con tanto fuoco d'amore.

«E però si può chiamare infinita questa opera: non che infinita sia la pena attuale del corpo, né la pena del desiderio che Io avevo di compire la vostra redenzione, poiché ella terminò e finì in croce quando l'anima si partì dal corpo. Ma il frutto che escì dalla pena e il desiderio della vostra salvezza è infinito, e però lo ricevete infinitamente. Poiché, se egli non fosse stato infinito, non sarebbe restituita tutta l'umana generazione, cioè i presenti, i passati e gli a venire. Né anco l'uomo che offende, dopo la colpa non si potrebbe rilevare se questo battesimo del sangue non vi fosse dato infinito, cioè che il frutto del sangue fosse infinito.

«Questo vi manifestai nell'apritura del lato mio, dove truovi il secreto del cuore, mostrando che Io v'amo piú che mostrare non posso colla pena finita. Mòstrotelo infinito. Con che? Col battesimo del sangue unito col fuoco della mia carità, ché per amore fu sparto; e col battesimo generale dato ai cristiani, a chiunque lo vuole ricevere, dell'acqua unita col sangue e col fuoco, dove l'anima s'impasta col sangue mio. E per mostrarvelo volsi che del costato uscisse sangue e acqua.

«Ora ho risposto a quello che tu m'addomandi».

 

76

 

Ora ti dico che tutto questo che Io t' ho narrato, sai che rispose a te a la mia Verità. Òttelo narrato da capo favellandoti Io in persona sua, affinché tu conosca la eccellenza dove è l'anima che è salita questo secondo scalone, dove conosce e acquista tanto fuoco d'amore che subito corre al terzo, cioè alla bocca, dove manifesta essere venuto a perfetto stato.

Così passò? Per lo mezzo del (66r) cuore, cioè con la memoria del sangue, nel quale si ribattezò, lassando l'amore imperfetto per lo conoscimento che trasse del cordiale amore, vedendo gustando e provando il fuoco della mia carità. Giunti sono costoro alla bocca, e però lo dimostrano facendo l'offizio della bocca. § 23 La bocca parla con la lingua che è in essa, il gusto gusta. La bocca ritiene porgendo allo stomaco, e i denti schiacciano, poiché in altro modo non potrebbe inghiottire il cibo.

Or così l'anima: prima parla a me con la lingua che sta nella bocca del santo desiderio suo, cioè la lingua della santa e continua orazione. Questa lingua parla attuale e mentale: mentale offerendo a me dolci e amorosi desideri per la salvezza delle anime, e attuale parla annunziando la dottrina della mia Verità, amonendo consigliando e confessando senza alcuno timore di propria pena che il mondo le volesse dare, ma arditamente confessa inanzi ad ogni creatura in diversi modi, e a ciascuno secondo lo stato suo.

Dico che mangia prendendo il cibo delle anime per onore di me in su la mensa della santissima croce poiché in altro modo né in altra mensa noil potrebbe mangiare in verità perfettamente, e dico che lo schiaccia, poiché in altro modo noil potrebbe inghiottire, coi denti, cioè con l'odio e con l'amore, i quali sono due filaia di denti nella bocca del santo desiderio, che ritiene il cibo schiacciando con odio di sé e con amore della virtù in sé e nel prossimo suo. Schiaccia ogni ingiuria: scherni, villanie, strazi e rimproverii con molte persecuzioni, sostenendo fame e sete, freddo e caldo, e penosi desideri lacrime e sudori per salvezza delle anime. Tutti gli schiaccia per onore di me, portando e sopportando il prossimo suo. E quando l’ha schiacciato, lo gusto il gusta, assaporando il frutto della fatica eil diletto del cibo delle anime, gustandolo nel fuoco della carità mia e del prossimo suo. E così giugne questo cibo nello stomaco, che per lo desiderio e fame delle anime s'era disposto a volere ricevere, cioè lo stomaco del cuore, col cordiale amore, diletto e carità di carità col prossimo (66v) suo; dilettandosene e rugumando per sì fatto modo, che perde la tenerezza della vita corporale per potere mangiare questo cibo, preso in su la mensa della croce, della dottrina di Cristo crocifisso.

Allora ingrassa l'anima nelle vere e reali virtù, e tanto rigonfia per l'abondanzia del cibo, che il vestimento della propria sensualità, cioè il corpo, che ricuopre l'anima, criepa quanto all'appetito sensitivo. Colui che criepa muore: così la voluntà sensitiva rimane morta. Questo è perché la voluntà ordinata dell'anima è viva in me, vestita dell'eterna voluntà mia, e però è morta la sensitiva.

Or questo fa l'anima che in verità è gionta al terzo scalone della bocca. Il segno che ella vi sia gionta è questo: che ella ha morta la propria volontà quando gustò l'affetto della mia carità, e però trovò pace e quiete nell'anima sua nella bocca. Sai che nella bocca si dà la pace. Così in questo terzo stato l'anima trova la pace per sì fatto modo, che nessuno è che la possa turbare, perché ha perduta e annegata la sua volontà, la quale volontà quando è morta dà pace e quiete.

Questi partoriscono le virtù senza pena sopra del prossimo loro. Non che le pene non siano in sé pene, ma non sono pena alla volontà morta, poiché voluntariamente sostiene pena per lo nome mio.

Questi corrono senza negligenzia per la dottrina di Cristo crocifisso, e non allentano l'andare per ingiuria che lo' sia fatta, né per alcuna persecuzione, né per diletto che trovassero, cioè diletto che il mondo lo' volesse dare. Ma tutte queste cose trapassano con vera fortezza e perseveranza, vestito l'affetto loro dell'affetto della mia carità, gustando il cibo della salvezza de l'anime con vera e perfetta pazienza. La quale pazienza è uno segno dimostrativo che mostra che l'anima ama perfettamente e senza alcuno rispetto, poiché se ella amasse me e il prossimo per propria utilità, sarebbe impaziente e allenterebbe nell'andare.

Ma perché essi amano me per me, in quanto Io sono somma bontà degno d'essere amato, e loro amano per me e il prossimo per me, per rendere gloria e loda al nome mio, però sono pazienti e forti (67r) a sostenere, e perseveranti.

 

 

77

 

Queste sono quelle tre gloriose virtù § 9 fondate nella vera carità, le quali stanno in cima dell'arbolo da questa carità, cioè la pazienza, la fortezza, e la perseveranza che è coronata col lume della santissima fede, col quale lume corrono senza tenebre per la via della verità. Ed è levata in alto per santo desiderio, e però non è alcun che la possi offendere: né il demonio con le sue tentazioni, perché egli teme l'anima che arde nella fornace della carità; né le detrazioni e ingiurie degli uomini; anco, con tutto ciò che il mondo gli perseguiti, il mondo ha timore di loro.

Questo permette la mia bontà, di fortificargli e fargli grandi dinanzi a me e nel mondo, perché essi si sono fatti piccoli per vera umiltà. (Mt 18,4) Bene lo vedi tu nei santi miei, i quali per me si fecero piccoli, e Io li ho fatti grandi in me, Vita durabile, e nil corpo mistico della santa Chiesa, dove si fa sempre menzione di loro perché i nomi loro sono scritti in me, libro di vita. Sì che il mondo gli ha in deferenza perché essi hanno spregiato il mondo.

Questi non nascondono la virtù per timore ma per umiltà; e se egli è bisogno il servizio suo nel prossimo, egli non la nasconde per timore della pena né per timore di perdere la propria consolazione, ma virilmente lo serve perdendo se medesimo e non cura di sé. E in qualunque modo egli esercita la vita e il tempo suo in onore di me, sì gode e trovasi pace e quiete nella mente.

Perché? Perché non sceglie di servire a me a suo modo, ma a modo mio, e però gli pesa tanto il tempo della consolazione quanto quello della tribolazione, e tanto la prosperità quanto l'avversità. Tanto gli pesa l'una quanto l'altra, perché in ogni cosa trova la volontà mia, ed egli non pensa altro se non di conformarsi, inunque egli la trova, in essa volontà.

Egli ha veduto che nessuna cosa è fatta senza me, né sanza misterio e divina Provvidenza, se non il peccato che non è, e però odia il peccato e ogni altra cosa ha in deferenza. E però costoro sono tanto fermi e stabili nel loro volere andare per la via della verità e non allentano, ma fedelmente servono il prossimo loro non raguardando alla (67v) ignoranza e ingratitudine sua, né perché alcune volte il vizioso gli dica ingiuria e riprenda il suo bene adoperare, che egli non gridi nel cospetto mio per santa orazione per lui, dolendosi più dell'offesa che fa a me e del danno dell'anima sua che della ingiuria propria.

Costoro dicono col glorioso apostolo Paolo mio banditore: «Il mondo ci maladice e noi benediciamo, egli ci persegue e noi ringraziamo; cacciaci come immundizia e spazzatura del mondo, e noi pazientemente portiamo». (1Co 4,12-13) Sì che vedi, dilettissima figlia, i dolci segni, e specialmente sopra ogni segno la virtù della pazienza, dove l'anima dimostra in verità d'essere levata da l'amore imperfetto e venuta al perfetto, seguendo il dolce e immacolato Agnello unigenito mio Figlio, il quale, stando in su la croce tenuto da' chiodi de l'amore, non ritrae a dietro per detto dei giuderi che diceano: «Discende della croce e crederemti» (Mt 27,42 Mc 15,32) né per la ingratitudine vostra non ritrasse adietro che non perseverasse nell'obedienzia che Io gli avevo posta, con tanta pazienza che il grido suo non fu udito per veruna mormorazione. Così questi cotali, dilettissimi figli e fedeli servi miei, segueno la dottrina e l'esempio della mia Verità. E perché con lusinghe e minacce il mondo gli voglia ritrarre, non vollono però il capo a dietro a mirare l'aratro, (Lc 9,62) ma raguardano solo ne l'oggetto della mia Verità. Questi non si vogliono partire dal campo per tornare a casa per la gonnella, (Mt 24,18 Mc 13,16) cioè per la gonnella propria, che essi lassarono, del piacere più alle creature e temere più loro che me suo Creatore; anco con diletto stanno nella battaglia, pieni e inebriati del sangue di Cristo crocifisso. Il quale sangue v'è posto dinanzi nella bottega del corpo mistico della santa Chiesa dalla mia carità, per fare inanimare coloro che vogliono essere veri cavalieri e combattere con la propria sensualità e carne fragile, col mondo e col demonio, col coltello de l'odio d'essi nimici con cui essi hanno a combattere, e con l'amore delle virtù. Il quale amore è un'arme che ripara da' colpi che non li possono accarnare se essi non si traggono l'arme di dosso eil coltello di mano, e dianlo nelle mani dei nimici loro, cioè dando l'arme (68r) con la mano del libero arbitrio, arrendendosi voluntariamente ai nimici suoi. Non fanno così questi che sono inebriati del sangue, anco virilmente perseverano fino alla morte, dove rimangono sconfitti tutti i nimici suoi.

O gloriosa virtù, quanto sei piacevole a me e riluci nel mondo negli occhi tenebrosi degli ignoranti che non possono fare che non participino della luce dei servi miei! Ne l'odio loro riluce la clemenza che i miei servi hanno alla loro salvezza; nella invidia loro riluce la larghezza della carità; nella crudeltà la pietà, poiché il mondo è crudele inverso di loro ed essi sono pietosi; nella ingiuria riluce la pazienza, regina, che tiene la signoria e signoreggia tutte le virtù, perché ella è il midollo della carità. Ella dimostra e rassegna le virtù nell'anima: dimostra se elle sono virtù fondate in me, Verità eterna, o no. Ella vince e non è mai vinta; ella è accompagnata dalla fortezza e perseveranza, come detto è; ella torna a casa con la vittoria: esciti del campo della battaglia tornano a me, Padre eterno remuneratore d'ogni loro fatica, e ricevono da me la corona della gloria. (1P 5,4)

 

78

 

Ora non ti voglio tacere in quanto diletto gustano me. essendo ancora nil corpo mortale. Perché, giunti al terzo stato, in esso stato, sì come Io ti dissi, acquistano il quarto. Non che sia stato separato dal terzo ma unito insieme con esso, e l'uno non può essere senza l'altro se non come la carità mia e quella del prossimo, sì come Io ti dissi. § 74 ,1132ss.) Ma è uno frutto che esce di questo terzo stato d'una perfetta unione che l'anima fa in me, dove riceve fortezza sopra fortezza, intanto che, non che porti con pazienza, ma esso desidera con veemente desiderio (Ps 142,4) di potere sostenere pene per gloria e loda del nome mio.

Questi si gloria negli obrobrii de l'unigenito mio Figlio, sì come diceva il glorioso Paulo mio banditore: «Io mi glorio nelle tribolazioni e negli obrobrii di Cristo crocifisso». E in un altro (68v) luogo dice: «Io porto le stimate di Cristo crocifisso nil corpo mio». (2Co 12,10 Ga 6,17) Così questi cotali, come inamorati dell'onore mio e affamati del cibo delle anime, corrono alla mensa della santissima croce, volendo con pena e col molto sostenere fare utilità al prossimo, e conservare e acquistare le virtù, portando le stimate di Cristo nei corpi loro. Cioè che il crociato amore che essi hanno riluce nil corpo, mostrandolo con dispregiare se medesimi e con dilettarsi d'obrobri, sostenendo molestie e pene da qualunque lato e in qualunque modo Io le concedo.

A questi cotali carissimi figli la pena l'è diletto e il diletto l'è fatica, e ogni consolazione e diletto che lo mondo alcune volte lo' volesse dare. E non solamente quelle che il mondo lo' dà per mia dispensazione - cioè che i servi del mondo alcune volte sono costretti dalla mia bontà ad averli in deferenza e sovenirgli nei loro bisogni e necessità corporali - ma anco la consolazione che ricevono da me, Padre eterno, nelle menti loro, la spregiano per umiltà e odio di loro medesimi. Non che spregino la consolazione eil dono e la grazia mia, ma il diletto che trova il desiderio dell'anima in essa consolazione.

Questo è per la virtù della vera umiltà acquistata dall'odio santo, la quale umiltà è balia e nutrice della carità, acquistata con vero conoscimento di sé e di me. Sì che vedi che la virtù riluce, e le stimate di Cristo crocifisso, nei corpi e nelle menti loro.

A questi cotali è tolto di non separarmi da loro per sentimento, sì come dagli altri ti dissi che Io andavo e tornavo a loro, partendomi non per grazia ma per sentimento. § 63 ,342ss.) Non fo così a questi perfettissimi che sono giunti alla grande perfezione, in tutto morti ad ogni loro voluntà, ma continuamente mi riposo per grazia e per sentimento nell'anime loro. Cioè che ogni volta che vogliono unire in me la mente per affetto d'amore possono, perché il desiderio loro è venuto a tanta unione per affetto d'amore, che per nessuna cosa se ne può separare, ma ogni luogo l'è luogo e ogni tempo l'è tempo d'orazione. Perché la loro conversazione è levata dalla terra e salita in cielo, cioè che ogni affetto terreno e amore proprio sensitivo di loro medesimi hanno (69r) tolto da sé, e levati si sono sopra di loro nell'altezza del cielo con la scala delle virtù, saliti nei tre scaloni che Io ti figurai nil corpo de l'unigenito mio Figlio.

Nel primo spogliarono i piei dell'affetto de l'amore del vizio; nel secondo gustaro il secreto e affetto del cuore così concepettero amore nella virtù; nel terzo, della pace e quiete della mente, provarono in sé la virtù, e levandosi da l'amore imperfetto giunsero alla grande perfezione. Così hanno trovato il riposo nella dottrina della mia Verità; hanno trovato la mensa, il cibo e il servidore, il quale cibo gustano col mezzo della dottrina di Cristo crocifisso, unigenito mio Figlio.

Io lo' sono letto e mensa. Questo dolce e amoroso Verbo l'è cibo, sì perché gustano il cibo delle anime in questo glorioso Verbo, e sì perché egli è cibo dato da me a voi: la carne e il sangue suo, tutto Dio e tutto uomo, il quale ricevete nel sacramento dell'altare posto e dato a voi dalla mia bontà, mentre che sete pellegrini e viandanti, affinché non veniate meno ne l'andare per debolezza, e perché non perdiate la memoria del beneficio del sangue sparto per voi con tanto fuoco d'amore, ma perché sempre vi confortiate e dilettiate nel vostro andare. Lo Spirito santo gli serve, cioè l'affetto della mia carità, la quale carità lo' ministra i doni e le grazie.

Questo dolce servitore porta e arreca: arreca e offera a me i dolci e amorosi desideri loro, e porta a loro il frutto della divina carità, delle loro fatiche, nell'anima loro, gustando e nutrendosi della dolcezza della mia carità. Sì che vedi che Io lo' sono mensa, il Figlio mio l'è cibo, e lo Spirito santo gli serve che procede da me Padre e dal Figlio.

Vedi dunque che sempre, per sentimento, mi sentono nelle menti loro. E quanto più hanno spregiato il diletto e hanno voluta la pena, più hanno perduta la pena e acquistato il diletto. Perché? Perché sono arsi e affocati nella mia carità, dove è consumata la volontà loro. Così il demonio teme il bastone della carità loro, e però gitta le saette sue da lunga e non s'ardisce d'accostare. Il mondo percuote nella corteccia dei corpi (69v) loro: credendo offendere egli è offeso, perché la saetta che non trova dove intrare ritorna a colui che la gitta. Così il mondo con le saette delle ingiurie e persecuzioni e mormorazioni sue: gittandole nei perfettissimi servi miei, non v'ha luogo da veruna parte dove possa entrare, perché l'orto dell'anima loro è chiuso; e però ritorna la saetta a colui che la gitta, avelenata col veleno della colpa.

Vedi che da nessuno lato la può percuotere, poiché percotendo il corpo non percuote l'anima. Ma sta beata e dolorosa: dolorosa sta dell'offesa del prossimo suo, e beata per l'unione e affetto della carità che ha ricevuta in sé.

Questi segueno lo immacolato Agnello, (Ap 14,4) unigenito mio Figlio, il quale stando in croce era beato e doloroso: doloroso era portando la croce del corpo sostenendo pena, e la croce del desiderio per soddisfare la colpa dell'umana generazione; e beato era perché la natura divina unita con la natura umana non poteva sostenere pena, e sempre faceva l'anima sua beata mostrandosi a lei senza velame. E però era beato e doloroso, perché la carne sosteneva, e la deità pena non poteva patire; né anco l'anima quanto alla parte di sopra dell’intelletto.

Così questi diletti figli, giunti al terzo e al quarto stato, sono dolorosi portando la croce attuale e mentale, cioè attualmente sostenendo pene nei corpi loro secondo che Io permetto, e la croce del desiderio, cioè il crociato dolore per le offese fattemi. e danno del prossimo. Dico che sono beati, poichéil diletto della carità, la quale li rende beati, non lo' può essere tolto, così essi ricevono allegrezza e beatitudine. Così si chiama quello dolore non «dolore affligitivo» che disecchi l'anima, ma «dolore ingrassativo», che ingrassa l'anima nell'affetto della carità, perché le pene aumentano fortificano e crescono e provano la virtù.

Sì che è ingrassativa la pena e non affligitiva, poiché nessuno dolore né pena la può trare del fuoco se non come il tizzone quando è tutto consumato nella fornace, che nessuno è cheil possa pigliare per spegnere, perché egli è fatto fuoco. Così queste anime gittate nella fornace della mia (70r) carità, non rimanendo veruna cosa fuori di me, cioè veruna loro voluntà, ma tutti affocati in me, nessuno è che le possa pigliare né trarle fuore di me per grazia, perché sono fatte una cosa con me ed Io con loro. E mai da loro non mi sottraggo per sentimento, ma la mente loro sempre mi sente in sé, dove degli altri Io ti dissi che Io andavo e tornavo, partendomi per sentimento e non per grazia, e questo facevo per fargli venire alla perfezione.

Giunti alla perfezione lo' tolgo il giuoco dell'amore d'andare e tornare, il quale si chiama «giuoco d'amore» perché per amore mi parto e per amore torno; non propriamente Io, ché Io sono lo Dio vostro immobile che non mi muovo, ma il sentimento che dà la mia carità nell'anima è quello che va e torna.

 

 

79

Dicevo che a costoro l'è tolto che il sentimento non perdono mai. Ma in un altro modo mi parto, perché l'anima che è legata nil corpo non è sufficiente a ricevere continuamente l'unione che Io fo nell'anima, e perché non è sufficiente mi sottraggo, non per sentimento né per grazia, ma per unione. Per che, levatesi l'anime con veemente desiderio, corse con virtù per lo ponte della dottrina di Cristo crocifisso, giongono alla porta levando la mente loro in me: passate e inebriate di sangue, arse di fuoco d'amore, gustano in me la deità eterna, il quale è a loro uno mare pacifico dove l'anima ha fatta tanta unione, che alcun movimento quella mente non ha, altro che in me. Ed essendo mortale gusta il bene degli immortali, ed essendo col peso del corpo riceve la leggerezza dello spirito. Così spesse volte il corpo è levato dalla terra per la perfetta unione che l'anima ha fatta in me, quasi come il corpo grave diventasse leggiero.

Non è poiché gli sia tolta la gravezza sua, ma perché l'unione che l'anima ha fatta in me è più perfetta che non è l'unione che è tra l'anima eil corpo; e però la forza dello spirito unita in me leva da terra la gravezza del corpo, eil corpo sta come immobile tutto stracciato (OrazXXVI30ss.) dall'affetto dell'anima, in tanto che, sì come ti ricorda d'alcune creature d'avere udito, non sarebbe possibile di vivere se la mia bontà noil cerchiasse di fortezza. (Let 371) Così Io voglio che tu sappi che maggiore miracolo è a (70v) vedere che l'anima non si parta dal corpo in questa unione, che vedere molti corpi morti risuscitati. E però Io per alcuno spazio sottraggo l'unione, facendola tornare al vasello del corpo suo; cioè che il sentimento del corpo, il quale era tutto alienato per l'affetto dell'anima, torna al sentimento suo. Poiché non è che l'anima si parta dal corpo, ché ella non si parte se non col mezzo della morte, ma partonsi le facoltà e l'affetto de l'anima per amore unito in me.

Così la memoria non si trova piena d'altro che di me; l’intelletto è levato specolandosi nell'oggetto della mia Verità; l'affetto, che va dietro all'intelletto, ama e uniscesi in quello che l'occhio dell’intelletto vide.

Riunite e unite tutte insieme queste facoltà, ed ammerse e affocate in me, il corpo perde il sentimento; ché l'occhio vedendo non vede, l'orecchio udendo non ode, la lingua parlando non parla - se non come alcune volte per l'abbondanza del cuore, permettarò che il membro della lingua parli per isfogamento del cuore e per gloria e loda del nome mio, sì che parlando non parla - la mano toccando non tocca, i piei andando non vanno: tutte le membra sono legate e occupate dal legame e sentimento dell'amore. Per mezzo del quale legame sonosi sottoposti alla ragione e uniti con l'affetto dell'anima; ché, quasi contro sua natura, a una voce tutte gridano a me, Padre eterno, di volere essere separate dall'anima, e l'anima dal corpo. E però grida dinanzi a me, col glorioso Paulo: «O disaventurato a me, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? perché io ho una legge perversa che combatte contro lo spirito». (Rm 7,23-24) Non tanto diceva Paulo della impugnazione che fa il sentimento sensitivo contro lo spirito, ché per la parola mia era quasi certificato quando gli fu detto: «Paulo, bastiti la grazia mia». (2Co 12,9) Ma perché lo diceva? Perché sentendosi Paulo legato nel vasello del corpo, il quale gl'impediva per spazio di tempo la visione mia, cioè fino all'ora della morte, l'occhio era legato a non potere vedere me, Trinità eterna, nella visione dei beati immortali che sempre rendono gloria e loda al nome mio, ma trovavasi tra' mortali che sempre m'offendono, privato della mia visione, cioè di vedermi nella essenzia mia.

Non che egli e gli altri servi miei non mi veggano e (71r) gustino, non in essenzia ma in affetto di carità, in diversi modi, secondo che piace alla bontà mia di manifestare me medesimo a voi, ma ogni vedere che l'anima riceve mentre che è nil corpo mortale è una tenebre a rispetto del vedere che ha l'anima separata dal corpo. Sì che pareva a Paulo cheil sentimento del vedere impugnasse al vedere dello spirito, cioè che il sentimento umano della grossezza del corpo impedisse l'occhio dell’intelletto che non lo lassava vedere me a faccia a faccia. La voluntà gli pareva che fosse legata a non potere tanto amare quanto desiderava d'amare, perché ogni amore in questa vita è imperfetto fino che giogne alla sua perfezione.

Non che l'amore di Paulo e degli altri veri servi miei fosse imperfetto a grazia e a perfezione di carità, ché egli era perfetto, ma imperfetto era perché non aveva sazietà nel suo amore, così era con pena. Che se fosse stato pieno il desiderio di quello che egli amava, non avrebbe avuto pena. Ma perché l'amore, mentre che è nil corpo mortale, non ha perfettamente quel che egli ama, però ha pena.

Ma separata l'anima dal corpo ha pieno lo desiderio suo, e però ama senza pena. è saziata, e di longa è lo fastidio dalla sazietà; essendo saziata ha fame, e di longa è la pena da la fame, perché separata l'anima dal corpo è ripieno il vasello suo in me in verità, fermato e stabilito che non può desiderare cosa che non abbi.

Desiderando di vedere me egli mi vede a faccia a faccia; desiderando di vedere la gloria e loda del nome mio nei santi miei egli la vede, sì nella natura angelica e sì nella natura umana. E tanto è perfetto il suo vedere che non tanto nei cittadini che sono a vita eterna, ma eziandio nelle creature mortali vede la gloria e loda del nome mio; ché, voglia il mondo o no, egli mi rende gloria.

 

 

80

 

Vero è che non me la rende nel modo che dovrebbe, amando me sopra ogni cosa. Ma dalla parte mia Io traggo di loro gloria e loda al nome mio, cioè che in loro riluce la misericordia mia e l'abbondanza della mia carità, perché presto loro il tempo, e non comando alla terra che li inghiottisca per li difetti loro, inoltre li aspetto, e alla terra comando che doni loro dei frutti suoi, al sole che li scaldi e dia loro la (71v) luce e il caldo suo, al cielo che si muova; e in tutte quante le cose create fatte per loro Io uso la mia misericordia e carità, non sottraendole per li difetti loro, anco le do al peccatore come al giusto. (Mt 5,45) E spesse volte più al peccatore che al giusto, poiché il giusto, che è atto a portare, lo privarò del bene della terra per dargli più abondantemente del bene del cielo. Sì che la misericordia e carità mia rilucono sopra di loro.

Alcune volte nelle persecuzioni che i servi del mondo faranno ai servi miei, provando in loro la virtù della pazienza e della carità, offerendo, il servo mio che sostiene, umili e continue orazioni, me ne torna gloria e loda al nome mio. Sì che, voglia quello iniquo o no, me ne torna gloria; poniamo che il suo rispetto non fosse però ma per farmi vitoperio.

 

 

81

 

Questi stanno in questa vita ad aumentare la virtù nei servi miei, sì come i demoni stanno nel inferno sì come miei giustizieri e miei augmentatori cioè facendo giustizia dei dannati, e augmentatori alle mie creature che sono viandanti e peregrini in questa vita, fatti per arrivare a me, termine loro. Egli gli augmentono, esercitandoli in virtù con molte molestie e tentazioni in diversi modi: facendo fare ingiuria l'uno all'altro, e togliere le cose l'uno dell'altro, non solamente per le cose o per la ingiuria, ma per privargli della carità. Credendone privare i servi miei essi gli fortificano, provando in loro la virtù della pazienza fortezza e perseveranza.

Per questo modo rendono gloria e loda al nome mio, e così s'adempie la mia verità in loro, che li creai per gloria e loda di me, Padre eterno, e perché participassero la bellezza mia. Ma ribellando a me per la superbia loro, caddero e furono privati della mia visione. Non mi rendono gloria in carità d'amore, ma Io, Verità eterna, li ho messi per strumento ad esercitare i servi miei nella virtù, e come giustizieri di coloro che per li loro difetti vanno all'eterna dannazione, e sì di coloro che vanno alle pene del purgatorio.

Sì che vedi che la verità mia è adempita in loro, cioè che mi rendono gloria, non come cittadini di vita eterna, poiché ne sono privati per li loro difetti, ma come miei giustizieri, manifestando per loro la giustizia mia sopra dannati e sopra quegli del purgatorio.

 

 

82

 

Questo chi lo vede e gusta, che in ogni cosa creata e neli demoni e nelle creature che hanno in loro ragione si vegga la gloria e loda del nome mio? L'anima che è dinudata dal corpo e gionta a me, fine suo, vede coraggiosamente, e nel suo vedere conosce la verità. Vedendo me, Padre eterno, ama; amando è saziato; saziato conosce la verità; conoscendo la verità è fermata la voluntà sua nella voluntà mia, e fermata e stabilita per modo che in nessuna cosa può sostenere pena, perché egli ha quello che desiderava d'avere prima: di vedere me e di vedere la gloria e loda del nome mio. Egli la vede a pieno in verità nei santi miei e negli spiriti beati e in tutte l'altre creature e neli demoni, come detto ti ho.

E poniamo che anco vegga l'offesa che è fatta a me, della quale in prima aveva dolore, ora non ne può avere dolore ma compassione senza pena, amando li peccatori e pregando me con affetto di carità che Io facci misericordia al mondo. I terminata in loro la pena ma non la carità, sì come al Verbo del mio Figlio in su la croce: nella penosa morte terminò la pena del crociato desiderio che egli aveva portato dal principio che Io il mandai nel mondo fino all'ultimo della morte per la vostra salvezza; non terminò il desiderio della salvezza vostra, ma la pena. (OrazXI126ss.; Let 16; Let 242) Che se l'affetto della mia carità, la quale per mezzo di lui vi dimostrai, fosse allora terminata e finita in voi, voi non sareste, perché siete fatti per amore, e se l'amore fosse ritratto a me, che Io non amasse l'essere vostro, voi non sareste. Ma l'amore mio vi creò, e l'amore mio vi conserva. E perché Io sono una cosa con la mia Verità, Verbo incarnato ed egli con me, finì la pena del desiderio ma non l'amore del desiderio.

 

Vedi Perciò che i santi, e ogni anima che è a vita eterna, hanno desiderio della salvezza delle anime sanza pena, perché la pena terminò nella morte loro, ma non l'affetto della carità. Anco, come ebbri nel sangue dello immacolato Agnello, vestiti della carità del prossimo, passarono per la porta stretta, bagnati nel sangue di Cristo crocifisso, e trovaronsi in me, mare pacifico, levati dalla imperfezione, cioè dalla insazietà, e giunti alla perfezione, saziati d'ogni bene.

 

83

 

Perché Paolo perciò l'aveva veduto e gustato quando Io il trassi al terzo cielo, (2Co 12,2) cioè nell'altezza della Trinità, gustando e conoscendo la Verità mia, dove egli ricevette lo Spirito santo a pieno e imparò la dottrina della mia Verità, Verbo incarnato, vestitasi (72v) l'anima di Paulo per sentimento e unione di me, Padre eterno - come i beati della vita durabile, eccetto che l'anima non era uscita del corpo, ma per sentimento e unione - ma piacendo alla mia bontà di farlo vasello d'elezione nell'abisso di me, Trinità eterna, lo spogliai di me, perché in me non cade pena ed Io volevo che sostenesse per lo nome mio. Puosigli per oggetto dinanzi all'occhio dell’intelletto suo Cristo crocifisso, vestendogli il vestimento della dottrina sua, legato e incatenato con la clemenza dello Spirito santo, fuoco di carità. (Oraz XXIII 39ss.) Egli, come vasello disposto, riformato dalla bontà mia, perché non fece resistenza quando fu percosso, anco disse: «Signore mio, che vuogli tu ch'io faccia? Dimmi quello che tu vuogli ch'io faccia, e io lo farò»; (Ac 9,5) Io gliel'insegnai quando gli posi Cristo Crocifisso dinanzi all'occhio suo, vestendolo della dottrina della mia Verità. Illuminato perfettissimamente col lume della vera contrizione fondata nella mia carità, con la quale spense il difetto suo, si vestì della dottrina di Cristo crocifisso. E strinselo per sì fatto modo, sì come egli ti manifestò, che giamai non gli fu tratto di dosso, né per tentazione di dimonia, né per stimolo della carne che spesse volte lo combatteva, (2Co 12,7) lassato a lui dalla mia Bontà per crescerlo in grazia e in merito e per umiliazione, perché egli aveva gustata l'altezza della Trinità. Né per tribolazioni, né per veruna cosa che gli adivenisse allentava il vestimento di Cristo crocifisso, cioè la perseveranza nella dottrina sua, anco più strettamente se lo incarnava. E tanto se lo strinse che egli ne dié la vita e con esso vestimento ritornò a me, Dio eterno.

Sì che Paulo aveva gustato che cosa è a gustare me sanza la gravezza del corpo, facendoglili Io gustare per sentimento d'unione ma non per separazione.

Perciò, poi che fu ritornato a sé, vestito di Cristo crocifisso, parevagli che alla perfezione de l'amore che in me aveva gustata e veduta, e che i santi gustano separati dal corpo, gli pareva il suo imperfetto. E però gli pareva che la gravezza del corpo gli ribellasse, cioè che gl'impedisse la grande perfezione della sazietà del desiderio che riceve l'anima dopo la morte. La memoria gli pareva imperfetta e debole, come ella è, la quale imperfezione gl'impediva di potere ritenere ed essere capace e ricevere e (73r) gustare me in verità con quella perfezione che mi ricevono i santi. E però gli pareva che ogni cosa, mentre che fosse nil corpo suo, gli fosse una legge perversa che impugnasse e ribellasse contro lo spirito; non d'impugnazione di peccato - ché già ti dissi che Io il certificai dicendo: «Paulo, bastiti la grazia mia» (2Co 12,9) - ma d'impugnazione d'impedire che faceva alla perfezione dello spirito, cioè di vedere me nella essenzia mia.

Il quale vedere era impedito dalla legge e gravezza del corpo, e però gridava: «Disanventurato uomo, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? ché io ho una legge perversa, legata nelle membra mie, che combatte contro lo spirito». (Rm 7,23-24) E così è la verità: ché la memoria è impugnata dalla imperfezione corporale; l’intelletto è impedito e legato, per questa grossezza del corpo, di non vedere me come Io sono nell'essenzia mia; e la voluntà è legata, che non può giugnere col peso del corpo a gustare me, me Dio eterno, senza pena, come detto ti ho. Sì che Paolo diceva la verità, che egli aveva legata una legge nil corpo che combatteva contro lo spirito.

E così questi miei servi, dei quali Io ti dicevo che erano giunti al terzo e al quarto stato della perfetta unione che fanno in me, gridano con lui volendo essere sciolti e separati dal corpo.

 

 

 

84

 

Questi non sentono malagevolezza della morte perché n'hanno desiderio, e con odio perfetto hanno fatto guerra col corpo loro; così hanno perduta la tenerezza che naturalmente è tra l'anima e il corpo, dato lo botto a l'amore naturale con odio della vita del corpo loro e amore di me. Questi desidera la morte, e però dice: «Chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero d'essere disciolto dal corpo ed essere con Cristo». (Ph 1,23) E questi cotali col medesimo Paolo dicono: «La morte m'è in desiderio e la vita in pazienza». Perché l'anima levata in questa perfetta unione desidera di vedere me e di vedermi rendere gloria e loda, tornando poi alla nuvola del corpo suo, tornando, dico, il sentimento nil corpo, il quale sentimento era tratto in me per affetto d'amore - sì come Io ti dissi che tutti i sentimenti del corpo erano tratti, per la forza dell'affetto dell'anima, unita in me più perfettamente che non è l'unione che è tra l'anima e il corpo - traendo a me questa unione, perché già ti dissi che il corpo non era sufficiente a portare la (73v) continua unione, e però Io mi parto per unione ma non per grazia né per sentimento, sì come nel secondo e nel terzo stato ti feci menzione, e sempre torno con più accrescimento di grazia e più perfetta unione. Così sempre di nuovo e con più altezza della mia verità torno, e con più conoscimento nell'anima, manifestando me medesimo a loro. E quando Io mi parto nel modo detto, perché il corpo torni un poco al sentimento suo, il quale sentimento era partito per l'unione che Io aveva fatta nell'anima e l'anima in me, tornando a sé, al sentimento del corpo, è impaziente nel vivere vedendosi levata da l'unione di me, levandosi dalla conversazione degli immortali che rendono gloria a me e trovarsi con la conversazione dei mortali, vedendo offendere me tanto miserabilemente.

Questo è il crociato desiderio che eglino portano vedendomi offendere dalle mie creature. Per questo e per desiderio di vedermi l'è incomportabile la vita loro. E nondimeno, perché la volontà loro non è loro, anco è fatta una cosa con me per affetto d'amore, non possono volere né desiderare altro che quello che Io voglio. Desiderando il venire, sono contenti del rimanere se Io voglio che rimanghino, con loro pena, per più gloria e loda del nome mio e salvezza de l'anime.

Sì che in nessuna cosa si scordano dalla mia volontà, ma corrono con spasimato desiderio, vestiti di Cristo crocifisso, tenendo per lo ponte della dottrina sua, gloriandosi degli obrobri e pene sue. Tanto si dilettano quanto si vedono sostenere; anco il sostenere le molte tribolazioni l'è uno refrigerio nel desiderio della morte che spesse volte, per desiderio e voluntà del sostenere, mitiga la pena che essi hanno del desiderio d'essere sciolti dal corpo.

Costoro non tanto che portino con pazienza come nel terzo stato, ma essi si gloriano, nelle molte tribolazioni, portare per lo nome mio. Portando hanno diletto e non portando hanno pena, temendo che il loro bene adoperare Io noil voglia remunerare in questa vita, o che non sia piacevole a me il sacrificio dei loro desideri; ma sostenendo, permettendolo' Io le molte tribolazioni, essi si rallegrano vedendosi vestire delle pene e obrobri di Cristo crocifisso. Così, se lo' fosse possibile d'avere virtù (74r) senza fatica, non la vorrebbono, ché più tosto si vogliono dilettare in croce con Cristo e con pena acquistare le virtù, che per altro modo avere vita eterna.

E perché? Perché sono affogati e annegati nel sangue dove trovano l'affocata mia carità; la quale carità è uno fuoco che procede da me, il quale rapisce il cuore e la mente loro, accettando il sacrificio dei loro desideri. Così si leva l'occhio dell’intelletto specolandosi nella mia Deità, dove l'affetto si nutre e si unisce tenendo dietro all'intelletto. Questo è uno vedere per grazia infusa che Io do nell'anima che in verità ama e serve me.

 

 

85

 

Con questo lume, il quale è posto ne l'occhio dell’intelletto, mi vide Tommaso, così acquistò il lume della molta scienzia. Agostino, Gerolamo e gli altri dottori santi miei, alluminati dalla mia Verità, intendevano e conoscevano nelle tenebre la mia verità, cioè che la santa scrittura, la quale pareva tenebrosa perché non era intesa - non per difetto della scrittura, ma dello 'ntenditore che non intendeva - e però Io mandai queste lucerne ad illuminare gli accecati e grossi intendimenti.

Levavano questi l'occhio dell’intelletto per conoscere la verità nelle tenebre, come detto è; e Io, fuoco, accettatore del sacrifizio loro, gli rapivo (1R 18,38) dandolo' lume, non per natura ma sopra ogni natura, e nelle tenebre ricevevano il lume conoscendo la verità per questo modo. Così quella che allora appariva tenebrosa appare ora con perfettissimo lume ai grossi ed ai sottili: di qualunque maniera di gente si sia, ognuno riceve secondo la sua capacità e secondo che esso si vuole disporre a conoscere me, perché Io non spregio le loro disposizioni.

Sì che vedi che l'occhio dell’intelletto ha ricevuto lume infuso per grazia sopra del lume naturale, nel quale i dottori e gli altri santi cognobbero la luce nelle tenebre, e di tenebre si fece luce; poiché l'intelletto fu prima che fosse formata la scrittura, così dall'intelletto venne la scienzia, perché nel vedere discerse.

Per questo modo discersero e viddero i santi padri e profeti che profetavano de l'avvenimento e morte del mio Figlio. Per questo modo l'ebbero gli apostoli dopo l'avenimento dello Spirito santo (74v), che lo' donò questo lume sopra il lume naturale. Questo ebbero gli evangelisti, dottori, confessori, vergini e martiri; e tutti sono stati alluminati da questo perfetto lume. Ognuno l'ha avuto in diversi modi, secondo la necessità della salvezza sua e delle creature, e a dichiarazione della scrittura santa; sì come fecero i santi dottori nella scienzia, dichiarando la dottrina della mia Verità; la predicazione degli apostoli; le disposizioni sopra ai vangeli degli evangelisti; e martiri, dichiarando nel sangue loro il lume della santissima fede eil frutto eil tesoro del sangue dell'Agnello; le vergini, nell'affetto della carità e nella purezza eobbedienza, dichiarata l'obedienzia del Verbo, cioè mostrando la perfezione dell’obbedienza la quale riluce nella mia Verità che, per l'obedienzia che Io gli posi, corse alla obrobriosa morte della croce.

Tutto questo lume che si vede nel vecchio e nel nuovo testamento - nel vecchio, dico, le profezie dei santi profeti - fu veduto e cognosciuto dall'occhio dell’intelletto col lume infuso per grazia da me sopra al lume naturale, come detto ti ho.

Nel nuovo testamento, della vita evangelica, con che è dichiarata ai fedeli cristiani? Con questo medesimo lume. E perché ella procedeva da uno medesimo lume, non ruppe la legge nuova la legge vecchia, anco si legò insieme; ma tolsele la imperfezione, perché ella era fondata solo in timore.

Venendo lo Verbo dell'unigenito mio Figlio con la legge dell'amore, la compì dandole l'amore, levando il timore della pena e rimanendo il timore santo. E però disse la mia Verità ai discepoli per dimostrare che egli non era rompitore della legge: «Io non sono venuto a dissolvere la legge, ma adempirla», (Mt 5,17) quasi dicesse la mia Verità a loro: la legge è ora imperfetta ma col sangue mio la farò perfetta, e così la riempirò di quello che ora le manca, tollendo via il timore della pena e fondandola in amore e in timore santo.

Chi la dichiarò che questa fosse la verità? Il lume che fu dato per grazia ed è dato a chi lo vuole ricevere sopra al lume naturale, come detto è. Sì che ogni lume che esce della santa scrittura è uscito ed esce da questo lume (75v). E però gl'ignoranti superbi scienziati acciecano nel lume, perché la superbia e la nuvola dell'amore proprio ha ricuperta e tolta questa luce, e però intendono più la scrittura litteralmente che con intendimento; così ne gustano solo la lettera rivollendo molti libri, e non gustano il midollo della scrittura perché hanno perduto il lume con che è dichiarata e formata la scrittura. Così questi cotali si meravigliano e cadranno nella mormorazione, vedendo molti grossi e idioti nel sapere la santa scrittura, e nondimeno sono tanto alluminati in conoscere la verità come se lungo tempo l'avessero studiata. Questo non è maraviglia nessuna, perché egli hanno la principale cagione del lume così venne la scienzia. Ma perché essi superbi hanno perduto il lume, non vedono né cognoscono la bontà mia né il lume della grazia infusa nei servi miei.

Così Io ti dico che molto meglio è ad andare per consiglio della salvezza dell'anima a uno idioto umile con santa e diritta conscienzia, che a uno superbo letterato studiante nella molta scienzia, perché colui non porge se non di quello che egli ha in sé, così per la tenebrosa vita, spesse volte il lume della santa scrittura porgerà in tenebre. Il contrario trovarà nei servi miei, ché il lume che essi hanno in loro, quello porgono alla creatura con fame e desiderio della salvezza sua.

Questo ti ho detto, dolcissima figlia mia, per farti conoscere la perfezione di questo stato unitivo dov'è l'occhio dell’intelletto rapito dal fuoco della mia carità, nella quale carità ricevono il lume sopranaturale.

Con esso lume amano me, perché l'amore va dietro all'intelletto, e quanto più conosce più ama, e quanto più ama più conosce. Così l'uno nutre l'altro. Con questo lume giungono all'eterna mia visione dove vedono e gustano me in verità, separata l'anima dal corpo, sì come Io ti dissi quando ti contai della beatitudine che l'anima riceve in me. § 41 Questo è quello stato eccellentissimo che, essendo anco mortale, gusta tra gli immortali. Così spesse volte viene a tanta unione, che appena che sappi se egli è nil corpo o fuore del corpo (75v), e gusta la caparra di vita eterna, sì per l'unione che ha fatta in me, e sì perché la voluntà è morta in sé, per la qual morte fece unione in me, ché in altro modo perfettamente non la poteva fare.

Perciò gustano vita eterna, privati dell’inferno della propria voluntà, la quale dà una arra d'inferno a l'uomo che vive alla voluntà sensitiva come Io ti dissi. § 47 ,1188ss.)

 

86

 

Ora hai veduto con l'occhio dell’intelletto tuo e hai udito con l'orecchio del sentimento da me, Verità eterna, che modo ti conviene a tenere a fare utilità a te e al prossimo tuo di dottrina, e di conoscere la mia verità; sì come nel principio ti dissi che al conoscimento della verità si viene per lo conoscimento di te: non puro conoscimento di te, ma condito e unito col conoscimento di me in te. Così hai trovato umiltà, odio e pentimento di te, e il fuoco della mia carità, per lo conoscimento che trovasti di me in te; così venisti ad amore e carità del prossimo facendo a lui utilità di dottrina e di santa e onesta vita.

Ti ho anche mostrato il ponte come egli sta, e Ti ho mostrati i tre scaloni generali posti per le tre facoltà dell'anima; e come nessuno può avere la vita della grazia se non gli sale tutti e tre, cioè che siano riunite nel nome mio. E anco te li ho manifestati in particolare per li tre stati dell'anima, figurati nil corpo de l'unigenito mio Figlio, del quale ti dissi che egli aveva fatto scala del corpo suo, mostrandolo nei piei confitti e nella apritura del lato, e nella bocca dove l'anima gusta la pace e la quiete nel modo che detto è.

Ti ho mostrata la imperfezione del timore servile e la imperfezione dell'amore, amando me per dolcezza; e la perfezione del terzo stato di coloro che sono giunti alla pace della bocca, essendo corsi con veemente desiderio per lo ponte di Cristo crocifisso, salendo i tre scaloni generali, cioè d'avere riunite le tre facoltà dell'anima dove congrega tutte le sue opere nel nome mio, sì come di sopra ti spiegai più chiaramente; e dei tre scaloni particulari i quali ha saliti passato dallo stato imperfetto al perfetto, e così gli hai veduti corrire in verità; e fattoti (76r) gustare la perfezione dell'anima con l'adornamento delle virtù e gl'inganni che riceve prima che giunga alla sua perfezione se essa non esercita il tempo suo nel conoscimento di sé e di me.

Ti ho anche dichiarata la miseria di coloro che vanno annegandosi per lo fiume, non tenendo per lo ponte della dottrina della mia Verità, il quale Io vi posi perché voi non annegaste; ma essi come matti sono voluti annegare nelle miserie e puzze del mondo.

Tutto questo ti ho dichiarato per farti crescere il fuoco del santo desiderio e la compassione e dolore della dannazione delle anime, affinchéil dolore e l'amore ti costringa a strignere me con lacrime e sudori; lacrime, dico, de la umile e continua orazione offerta a me con fuoco d'ardentissimo desiderio. E non solamente in te, ma per molte altre creature e servi miei che udendolo saranno costretti dalla mia carità, così, insiememente tu e gli altri servi miei, di pregare e strignere me a fare misericordia al mondo e al corpo mistico della santa Chiesa per mezzo del quale tu tanto mi preghi.

Perché già ti dissi, § 15 ,207) se bene ti ricorda, che Io adempirei i desideri vostri dandovi refrigerio nelle vostre fatiche, cioè soddisfacendo ai penosi vostri desideri, donando la riforma della santa Chiesa di buoni e santi pastori: non con guerra, come Io ti dissi, né con coltello e crudeltà; ma con pace e quiete, lacrime e sudori dei servi miei. I quali vi ho messi come lavoratori delle anime vostre e di quella del prossimo, e nil corpo mistico della santa Chiesa: in voi, lavorare in virtù; nel prossimo e nella santa Chiesa in esempio e in dottrina, e continua orazione offrire a me per essa e per ogni creatura, parturendo le virtù sopra del prossimo vostro nel modo che detto ti ho. Perché già ti dissi che ogni virtù e difetto si faceva e aumentava sopra del prossimo e però voglio che faciate utilità al prossimo vostro, e per questo modo darete dei frutti de la vigna vostra.

Non vi ristate di gittarmi incenso d'odorifere orazioni per la salvezza delle anime, poiché Io voglio fare misericordia al mondo, e con esse orazioni sudori e lacrime lavare la faccia della sposa mia, cioè della santa Chiesa, perché già te la mostrai in forma d'una donzella, lordata tutta la faccia (76v) sua quasi come lebrosa. § 14 ,8ss.) Questo era per li difetti dei ministri, e di tutta la religione cristiana, che al petto di questa sposa si nutreno. Dei quali difetti Io in un altro luogo ti narrerò. § 121 -CXXX)

 

87

 

Allora quella anima ricolma di grandissimo desiderio, levandosi come ebbra, sì per l'unione che era fatta in Dio e sì per quello che aveva udito e gustato dalla prima dolce Verità, e ricolma di dolore della ignoranza delle creature di non conoscere il loro benefattore e l'affetto della carità di Dio - e nondimeno aveva una allegrezza di speranza della promessa che la Verità di Dio aveva fatta a lei, insegnandole il modo che ella e gli altri servi di Dio dovessino tenere per volere che egli facci misericordia al mondo - levando l'occhio dell'intelletto nella dolce Verità dove stava unita, volendo alcuna cosa sapere sopra i detti stati dell'anima che Dio aveva a lei narrati, vedendo che l'anima passa agli stati con lacrime, e però voleva sapere dalla Verità la differenza delle lacrime, e come erano fatte, e così procedevano le dette lacrime, e di quante fossero ragioni di lacrime. Perché la verità non si può conoscere altro che da essa Verità, però domadava la Verità. E nulla cosa si conosce nella Verità che non si vegga con l'occhio dell’intelletto, ma è necessario a chi vuole conoscere che si levi con desiderio di volere conoscere, col lume della fede, nella Verità, uprendo l'occhio dell'intelletto con la pupilla della fede nell'oggetto della verità.

Poi che ebbe cognosciuto, perché non l'era uscito di mente la dottrina che le dié la Verità, cioè Dio, che per altra via non poteva sapere quello che desiderava degli stati e frutti delle lacrime, levò sé sopra di sé con grandissimo desiderio oltre ad ogni modo, e col lume della fede viva apriva l'occhio dell’intelletto suo nella Verità eterna, nella quale vide e cognobbe la verità di quello che adomadava. Manifestandole Dio se medesimo, cioè la benignità (77r) sua, e conscendendo all'ardente desiderio di quell'anima, adempiva la sua petizione.

 

 

 

88

 

Allora diceva la Verità prima dolce di Dio.

- O dilettissima e carissima figlia, tu mi domandi di volere sapere delle ragioni delle lacrime e dei frutti loro, ed Io non ho dispregiato il desiderio tuo. Apre bene l'occhio dell'intelletto e mostrarotti, per li detti stati dell'anima che contati ti ho, le lacrime imperfette fondate nel timore.

E prima, delle lacrime degli iniqui uomini del mondo. Queste sono lacrime di dannazione.

Le seconde sono quelle del timore, di coloro che si levano dal peccato per timore della pena, e per timore piangono.

Le terze sono di coloro che, levati dal peccato, cominciano a gustare me, e con dolcezza piangono e comincianmi a servire; ma perché è imperfetto l'amore è imperfetto il pianto, sì come Io ti narrarò.

Il quarto stato è di coloro che giunti sono a perfezione nella carità del prossimo, amando me senza alcun rispetto di sé. Costoro piangono e il pianto loro è perfetto.

Il quinto, che è unito col quarto, sono lacrime di dolcezza gittate con grande suavità, sì come di sotto distesamente ti dirò.

Anco ti narrarò delle lacrime del fuoco, sanza lagrima d'occhio, per soddisfare a coloro che spesse volte desiderano il pianto e no il possono avere. E voglio che tu sappi che tutti questi diversi stati possono essere in una anima, levandosi dal timore e da l'amore imperfetto, e giugnendo alla carità perfetta e all'unitivo stato. Ora ti comincio a narrare delle dette lacrime per questo modo.

 

89

Io voglio che tu sappia che ogni lacrima procede dal cuore, poiché nullo membro è nil corpo che voglia soddisfare al cuore quanto l'occhio. Se egli ha dolore, l'occhio il manifesta; e se egli è sensitivo dolore, gitta lacrime (77v) cordiali che generano morte, perché procedevano dal cuore, perché l'amore era disordinato, fuore di me. E perché egli è disordinato, però è con offesa di me e riceve mortale dolore e lacrime. è vero che la gravezza della colpa e del pianto è più e meno, secondo la misura del disordinato amore. Questi sono quelli primi che hanno lacrime di morte, dei quali Io ti ho detto e dirò.

Ora comincia a vedere le lacrime che cominciano a dare vita, cioè di coloro che conoscendo le colpe loro, per timore della pena cominciano ad piagnere.

Queste sono lacrime cordiali e sensitive, cioè che non essendo ancora al perfettissimo odio della colpa commessa per l'offesa fatta a me, levansi con uno cordiale dolore per la pena che lo' segue dopo il peccato commesso; e però l'occhio piagne perché vuole soddisfare al dolore del cuore.

Ed esercitandosi l'anima alla virtù, comincia a perdere il timore, perché conosce che solo il timore non è sufficiente a dargli vita eterna, sì come nel secondo stato dell'anima Io ti narrai. § 59 ; § 63 E però si leva con amore a conoscere se medesima e la mia bontà in sé, e comincia a pigliare speranza nella misericordia mia, nella quale il cuore sente allegrezza, mescolato il dolore della colpa con la speranza della divina mia misericordia.

L'occhio allora comincia a piangere, la quale lagrima esce della fontana del cuore. Ma perché ancora non è giunta alla grande perfezione, spesse volte gitta lacrime sensuali. Se tu mi domandi per che modo, rispondoti: per la radice dell'amore proprio di sé. Non d'amore sensitivo, ché già n'è levato nel modo detto, ma è un amore spirituale, quando l'anima appetisce le spirituali consolazioni delle quali distesamente ti dissi la imperfezione loro, o mentali con mezzo d'alcuna creatura amata di spirituale amore § 67 ; § 71 (78r). Quando è privata di quella cosa che ama, cioè delle consolazioni o dentro o di fuore - dentro, per consolazione che avesse tratta da me, o di fuore, della consolazione che aveva per mezzo della creatura - e sopravenendole tentazioni o persecuzioni dagli uomini, il cuore ha dolore, e subito l'occhio, che sente la pena del cuore e il dolore, comincia a piagnere d'uno pianto tenero e compassionevole a se medesima, d'una compassione di proprio amore spirituale, perché non è ancora conculcata né annegata la propria voluntà in tutto. Per questo modo gitta lacrime sensuali, cioè di spirituale passione.

Ma crescendo ed esercitandosi nel lume del conoscimento di sé, concipe uno pentimento in se medesima così trae un conoscimento della mia bontà con un fuoco d'amore, e comincia ad unirsi e conformare la volontà sua con la mia. § 60 -LXI; § 75 E così comincia a sentire gaudio e compassione: gaudio in sé per l'affetto dell'amore, e compassione al prossimo, sì come nel terzo stato ti narrai. Subito l'occhio, che vuole soddisfare al cuore, geme nella carità mia e del prossimo suo con cordiale amore, dolendosi solo per le offese fattemi. e del danno del prossimo, e non di pena né danno proprio di sé; perché non pensa di sé, ma solo pensa di potere rendere gloria e loda al nome mio, e con spasimato desiderio si diletta di prendere il cibo in su la mensa della santissima croce, cioè conformandosi con l'umile, paziente e immacolato Agnello unigenito mio Figlio, del quale feci ponte come detto è. § 86 Poi che così dolcemente è ita per lo ponte seguendo la dottrina della dolce mia Verità, e passata per questo Verbo sostenendo con vera e dolce pazienza ogni pena e molestia, secondo che Io ho permesso per la sua salvezza, ella virilmente l'ha ricevute, non elegendole a suo modo ma a mio; e non tanto che porti con pazienza, come Io ti dissi, ma con allegrezza sostiene. E recasi in una gloria d'essere persegueta per lo nome mio, pure che avessea (78v) di che patire. § 78 , 1466ss.; § 84 , 1942ss.) Allora viene l'anima a tanto diletto e tranquillità di mente, che non è lingua sufficiente a poterlo narrare. § 76 , 1327ss.; § 88 -LXXIX) Passata per questo mezzo, cioè della dottrina de l'unigenito mio Figlio, fermato l'occhio dell’intelletto in me, dolce prima Verità, veduta la conosce e conoscendola l'ama. Tratto l'affetto dietro all'intelletto, gusta la Deità mia eterna nella quale conosce e vede essa natura divina unita con la vostra umanità.

Riposasi allora in me, mare pacifico. Il cuore è unito per affetto d'amore in me, sì come nel quarto unitivo stato ti dissi. § 78 , 1503ss.) Nel sentimento di me, Deità eterna, l'occhio comincia a versare lacrime di dolcezza che drittamente sono un latte che nutre l'anima in vera pazienza. Queste lacrime sono uno unguento odorifero che gittano odore di grande soavità.

O dilettissima figlia, quanto è gloriosa quella anima che così realmente ha saputo trapassare dal mare tempestoso a me, mare pacifico, e empito il vasello del cuore suo nel mare di me, somma eterna Deità! E però l'occhio, che è condotto, s'ingegna come egli ha tratto del cuore di soddisfargli, e così versa lacrime.

Questo è quello ultimo stato dove l'anima sta beata e dolorosa; § 78 , 1567ss.) beata sta per l'unione che ha fatta con me per sentimento gustando l'amore divino; dolorosa sta per l'offesa che vede fare alla bontà e grandezza mia, la quale ha veduta e gustata nel conoscimento di sé, per mezzo del quale conoscimento di sé e di me giunse all'ultimo stato. E non è però impedito lo stato unitivo, che dà lacrime di grande dolcezza, per lo conoscimento di sé nella carità del prossimo, nella quale trovò pianto d'amore della divina mia misericordia e dolore dell'offesa del prossimo, piangendo con coloro che piangono e godendo con coloro che godono. (Rm 12,15) Ciò sono quelli che vivono in carità, dei quali l'anima gode vedendo rendere gloria e loda a me da' servi miei.

Sì che il pianto secondo, cioè il terzo, non impedisce l'ultimo, cioè il quarto: l'unitivo secondo (79r); anco condisce l'uno l'altro.

Che se l'ultimo pianto, dove l'anima ha trovata tanta unione, non avesse tratto dal secondo, cioè dal terzo stato della carità del prossimo, non sarebbe perfetto. Sì che è necessario che si condisca l'uno con l'altro; altrimenti verrebbe a presunzione, nella quale intrarebbe uno vento sottile d'una propria reputazione, e cadrebbe dall'altezza fino alla bassezza del primo vomito.

E però è bisogno di portare e tenere continuo la carità del prossimo con vero conoscimento di sé. Per questo modo nutrerà il fuoco della mia carità in sé, perché la carità del prossimo è attratta della carità mia, cioè di quello conoscimento che l'anima ebbe conoscendo sé e la bontà mia in sé, così egli si vide amare da me ineffabilemente. E però con questo medesimo amore che vide in sé essere amato, ama ogni creatura che ha in sé ragione; e questa è la ragione che l'anima si stende, subito che conosce me, ad amare il prossimo suo. Così perché vide l'ama ineffabilemente, sì che ama quella cosa che vide che Io più amavo.

Poi cognobbe che a me non poteva fare utilità, né rendermi quello puro amore con che si sente essere amato da me, e però si pone a rendermi amore con quel mezzo che Io vi ho posto, cioè il prossimo vostro, che è quel mezzo a cui dovete fare utilità - sì come Io ti dissi che ogni virtù si faceva col mezzo del prossimo - ad ogni creatura in comune e in particolare, secondo le diverse grazie ricevute da me, dandovele da amministrare. § 6 -VIII) Amare dovete di quel puro amore che Io amo voi: (Jn 15,12; § 64 ,411ss.) questo non si può fare verso di me, perché Io v'amai senza essere amato e senza alcun rispetto. E poiché Io vi ho amati senza essere amato da voi prima che voi foste - anco l'amore mi mosse a crearvi ad immagine e similitudine mia - noil potete rendere a me, ma dovetelo rendere alla creatura che ha in sé ragione, amandoli sanza essere amati da loro; e amare sanza alcuno rispetto di propria utilità spirituale o temporale, ma solo amare ad gloria e loda del (79v) nome mio, perché è amata da me. Così adempirete il comandamento della legge d'amare me sopra ogni cosa e il prossimo come voi medesimi.

Bene è dunque vero che a quella altezza non si può giugnere sanza questo secondo stato, cioè che viene il terzo stato e secondo all'unione. Né, poi che è gionto, si può conservare se si partisse da quello affetto così pervenne alle seconde lacrime dette ; sì come non si può adempire la legge di me, Dio eterno, senza quella del prossimo vostro, perché sono due piei dell'affetto per li quali s'osservano e comandamenti e consigli, sì come Io ti dissi, che vi dié la mia Verità, Cristo crocifisso.

Così questi due stati, dei quali è fatto uno, § 74 ,1132ss.) nutreno l'anima nelle virtù e nell'unitivo stato. Non che muti altro stato gionto che è a questo; ma questo medesimo cresce la ricchezza della grazia in nuovi e diversi doni e amirabili elevazioni di mente, sì come Io ti dissi, § 79 ; § 85 con uno conoscimento di verità che essendo mortale pare quasi immortale, perché il sentimento della propria sensualità è mortificato, e la voluntà è morta per l'unione che ha fatta in me.

O quanto è dolce questa unione all'anima che la gusta! ché, gustandola, vede le segrete cose mie; così spesse volte ne riceve spirito di profezia in sapere le cose future. Questo fa la mia bontà, benché l'anima umile sempre le debba spregiare: non l'effetto della mia carità che do, ma l'appetito delle proprie consolazioni, reputandosi indegna della pace e quiete della mente, per nutrere la virtù dentro nell'anima sua. E non sta nel secondo stato, ma torna alla valle del conoscimento di sé. Questo le permetto per grazia, di darle questo lume, affinché sempre cresca, perché l'anima non è tanto perfetta in questa vita che non possa crescere a maggiore perfezione, cioè a perfezione d'amore.

Solo il dilettissimo mio Figlio, capo vostro, fu quegli a cui non poté crescere alcuna perfezione, perché egli era una cosa con me e Io con lui: l'anima sua era beata per l'unione della natura mia divina. Ma voi, peregrini membri, sempre sete atti a crescere in maggiore perfezione. Non però ad altro stato, come detto è, poi che sete giunti all'ultimo; ma potete crescere quello ultimo medesimo con quella perfezione che sarà di vostro piacere, mediante la grazia mia (80r).

 

 

90

Ora hai veduto gli stati delle lacrime e la differenza loro, secondo che è piaciuto alla mia verità di soddisfare al desiderio tuo.

Delle prime, di coloro che sono in stato di morte di colpa di peccato mortale, che il pianto loro procede dal cuore generalmente, perché il principio dell'affetto così venne la lagrima era corrotto, e però n'uscì corrotto e miserabile pianto e ogni loro opera.

Lo secondo è di coloro che cominciano a conoscere i loro mali per la propria pena che lo' segue dopo la colpa. Questo è uno comincio generale, buonamente dato da me ai fragili che, come ignoranti, s'annegano giù per lo fiume, schifando la dottrina della mia Verità. Ma molti e molti sono quelli che cognoscono sé.

Senza timore servile, cioè di propria pena, vannosene: chi di subito con uno grande odio di sé, per mezzo del quale odio si reputano degni della pena; alcuni con una buona simplicità si danno a servire me loro Creatore, dolendosi dell'offesa che hanno fatta a me. è vero che egli è più atto a arrivare allo stato perfetto colui che va con grandissimo odio che gli altri, benché, esercitandosi, l'uno e l'altro vi giogne, ma questo giogne prima. Debba guardare l'uno di non rimanere nel timore servile, e l'altro nella tepidezza sua, cioè con quella simplicità, non esercitandola, che non vi s'intepidisse dentro. Sì che questo è uno chiamare comune.

Lo terzo eil quarto è di coloro che, levati dal timore, sono giunti all'amore e a speranza, gustando la divina mia misericordia, ricevendo molti doni e consolazioni da me; per le quali l'occhio, che soddisfa al sentimento del cuore, piagne, ma perché ancora è imperfetto, mescolato col pianto sensitivo spirituale, come detto è. Giogne, esercitandosi in virtù, al quarto, dove l'anima, cresciuta in desiderio, uniscesi e conformasi con la mia volontà, in tanto che non può desiderare se non quello che Io voglio, vestito della carità del prossimo, così trae uno pianto d'amore in sé, e dolore per le offese fattemi. e danno del prossimo suo.

Questa è unita con la quinta ed ultima perfezione, dove egli si unisce in verità, dove è cresciuto il fuoco del santo desiderio; dal quale desiderio il demonio fugge e non può percuotere l'anima, né per ingiuria (80v) che le fosse fatta, perché ella è fatta paziente nella carità del prossimo; non per consolazione spirituale né temporale, poiché per odio e vera umiltà le spregia.

Egli è bene vero cheil demonio dalla parte sua non dorme mai, ma insegna a voi negligenti che nel tempo del guadagno state a dormire. Ma la sua vigilia a questi cotali non può nuocere, perché non può sostenere il calore della carità loro né l'odore de l'unione che l'anima ha fatta in me, mare pacifico, dove l'anima non può essere ingannata mentre che starà unita in me, Sì che fugge come fa la mosca dalla pignatta che bolle, per paura che ha del fuoco. Se fusse tiepida non temerebbe, ma anderebbevi dentro; ben che spesse volte egli vi perisce, trovandovi più caldo che non si imaginava. (Let 128; Let 172; Let 287;) E così diviene dell'anima, che prima che ella venga allo stato perfetto lo demonio v'entra dentro, perché gli pare tiepida, con diverse tentazioni; ma essendovi punto di conoscimento e di calore e pentimento della colpa, resiste, legando la voluntà che non consenta, col legame dell'odio del peccato e amore della virtù.

Rallegrisi ogni anima che sente le molte molestie, poiché quella è la via da arrivare a questo dolce e glorioso stato; per che già dissi che per lo conoscimento e odio di voi e per lo conoscimento della mia bontà voi venite ad perfezione. (Let66; Let76; Let78; Let81; Let 169; Let 187; Let 201; Let 211; Let 221; Let 249; Let 257) Nessuno tempo è che sì conosca tanto bene l'anima se Io sono in lei quanto nel tempo delle molte battaglie. In che modo? Dicotelo. Sé conosce bene, vedendosi nelle battaglie e non si può liberare né resistere che non l'abbi: può bene resistere con la volontà a non consentire, ma in altro no.

Allora può conoscere sé non essere, che se ella fusse alcuna cosa per se medesima, si leverebbe quelle che ella non volesse. Così per questo modo s'umilia con vero conoscimento di sé e col lume della santissima fede corre a me Dio eterno, per la cui bontà si trova conservare la buona e santa voluntà che non consente, al tempo (81r) delle molte battaglie, ad andare dietro alle miserie nelle quali si sente molestare. (Let 189; Let 245)

Bene avete dunque, ed ha ragione l'anima, di confortarsi con la dottrina del dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figlio, nel tempo delle molte molestie e pene, avversità e tentazioni dagli uomini e dal demonio, poi che aumentano la virtù a farvi arrivare a la grande perfezione.

 

 

91

 

Detto ti ho delle lacrime perfette e imperfette, e come tutte escono del cuore. E di questo vasello esce ogni lagrima di qualunque ragione si sia, e però tutte si possono chiamare «lacrime cordiali»: solo sta la differenza nell'ordinato o disordinato amore e ne l'amore perfetto o imperfetto, secondo che detto è di sopra.

Restoti ora a dire, a soddisfazione del desiderio tuo che mi possiedei adimandato, d'alcuni che vorrebbono la perfezione delle lacrime e non pare che la possino avere: àcci altro modo che lagrima d'occhio? Sì: ècci uno pianto di fuoco, cioè di vero e santo desiderio, il quale si consuma per affetto d'amore. Vorrebbe dissolvere la vita sua in pianto per odio di sé e salvezza delle anime, e non pare che possa.

Dico che costoro hanno lagrima di fuoco, in cui piagne lo Spirito santo dinanzi a me per loro e per lo prossimo loro, cioè dico che la divina mia carità accende con la sua fiamma l'anima che offera veementi desideri dinanzi a me, senza lagrima d'occhio. Dico che queste sono lacrime di fuoco: per questo modo dicevo che lo Spirito santo piagne. Questo non potendo fare con lacrime, offera desideri di volontà che ha del pianto, per amore di me. Benché, se aprono l'occhio dell’intelletto, vedranno che ogni servo mio che gitta odore di santo desiderio ed umili e continue orazioni dinanzi da me, piagne lo Spirito santo per mezzo di lui. A questo modo parve che volesse dire il glorioso apostolo Paulo, quando disse che lo Spirito santo piagneva dinanzi a me, Padre, con gemito inenarrabile per voi. (Rm 8,26)

 

Perciò vedi (81v) che non è di meno il frutto della lagrima del fuoco che di quella dell'acqua, anco spesse volte di maggiore, secondo la misura dell'amore. E però non debba venire questa anima ad confusione di mente, né debbale parere essere privata di me, che desidera lacrime e non le può avere nel modo che desidera; ma debbale desiderare con la voluntà accordata con la mia e umiliata al sì e al no, secondo che piace alla divina mia bontà. Alcune volte io permetto di non darle lacrime corporalmente, per farla continuamente stare dinanzi da me umiliata, e con continua orazione e desiderio gustando me; ché, avendo quello che adimanda non le sarebbe quella utilità che essa si crede, ma starebbesi contenta ad avere quello che essa ha desiderato, e allentarebbe l'affetto eil desiderio col quale ella me l'adomadava. Sì che Io per accrescimento, e non perché diminuisca, sottraggo a me di non darle le attuali lacrime d'occhio, ma dolle le mentali, solamente di cuore, piene di fuoco della divina mia carità. Sì che in ogni stato e in ogni tempo saranno piacevoli a me, pure che l'occhio dell’intelletto non si serri mai, col lume della fede, dall'oggetto della mia Verità eterna, con affetto d'amore. Poiché Io sono medico e voi infermi, e do a tutti quello che è di necessità e necessario alla vostra salvezza, e a crescere la perfezione nell'anima vostra. § 142 -CXLV)

Questa è la verità, e la dichiarazione dei cinque stati delle dette lacrime dichiarate da me, Verità eterna, a te dolcissima figlia mia. Annegati dunque nel sangue di Cristo crocifisso, umile, crociato e immacolato Agnello unigenito mio Figlio, crescendo in continua virtù, affinché si nutrichi il fuoco della divina mia carità in te.

 

92

 

Questi cinque stati predetti sono come cinque principali canali dei quali i quattro danno abondanzia e infinite varietadi di lacrime, che tutte danno vita se sono esercitate in virtù, come detto Io ti ho (82r). Come infinite? Non dico che in questa vita siate infiniti in pianto, ma infinite le chiamo per lo infinito desiderio dell'anima. § 3 -V) Ora ti ho detto come la lagrima procede dal cuore: il cuore la porge all'occhio avendola ricolta dall'ardente desiderio; sì come il legno verde che sta nel fuoco, che per lo caldo geme l'acqua, perché egli è verde, che se fosse secco già non gemerebbe. Così lo cuore, rinverdito per la rinnovazione della grazia, trattone la secchezza dell'amore proprio che disecca l'anima. Sì che sono unite fuoco e lacrime, cioè desiderio ardente. E perché il desiderio non fìnisce mai non si sazia in questa vita, ma quanto più ama meno gli pare amare, e così esercita il desiderio santo che è fondato in carità, col quale desiderio l'occhio piagne.

Ma separata che l'anima è dal corpo e gionta a me, fine suo, non abbandona però il desiderio, che non desideri me e la carità del prossimo suo; impoiché la carità è intrata dentro come donna, portandosene il frutto di tutte l'altre virtù. è vero che termina e finisce la pena, sì come Io ti dissi, impoiché se egli desidera me egli mi possiede in verità; sanza alcuno timore di potere perdere quello che tanto tempo ha desiderato. E in questo modo nutre la fame; cioè che avendo fame sono saziati e saziati hanno fame; e di longa è il fastidio dalla sazietà e di longa è la fame dalla pena, perché ine non manca alcuna perfezione. § 41 ,476ss.) Sì che il desiderio vostro è infinito, ché altrimenti non varrebbe né avrebbe vita alcuna virtù se Io fossi servito solamente con cosa finita; perché Io, che sono Dio infinito, voglio essere servito da voi con cosa infinita, e infinito altro non avete se non l'affetto e il desiderio vostro dell'anima. § 3 ,17ss.) E per questo modo dicevo che sono infinite varietadi di lacrime, e così è la verità, nel modo che detto ti ho, per lo infinito desiderio che è unito con la lagrima. § 4 La lagrima (82v), partita che l'anima è dal corpo, rimane di fuore, ma l'affetto della carità ha tratto ad sé il frutto della lagrima e consumatala, sì come l'acqua nella fornace. Non è che l'acqua sia fuore della fornace, ma il calore del fuoco l'ha consumata e tratta in sé. Così l'anima giunta a gustare il fuoco de la divina mia carità, e passata di questa vita con l'affetto della carità di me e del prossimo suo, e con l'amore unitivo col quale gittava la lagrima. E non restano mai di continuamente offrire loro desideri beati e lagrimosi sanza pena: non con lacrime d'occhio, ché ella è diseccata nella fornace come detto è, ma lagrima di fuoco di Spirito santo.

Veduto hai dunque come sono infinite, che pure in questa vita medesima non è lingua sufficiente a narrare quanti diversi pianti si fanno in questo stato detto. Ma Ti ho detto la differenza dei quattro stati delle lacrime.

Restoti a dire del frutto che dà la lagrima giunta con desiderio, e quello che adopera nell'anima.

 

 

93

Prima ti comincerò dalla quinta, della quale al principio ti feci menzione, cioè di coloro che miserabilemente vivono nel mondo, facendosi Dio delle creature e delle cose create, e della propria loro sensualità così viene ogni danno dell'anima e del corpo.

Io ti dissi che ogni lagrima procedeva dal cuore, e così è la verità, perché tanto si duole il cuore quanto egli ama. Gli uomini del mondo piangono quando il cuore sente dolore, cioè quando è privato di quella cosa che egli amava, ma molto sono diversi i pianti loro. Sai quanto? Quanto è differente e diverso l'amore. E perché la radice è corrotta del proprio amore sensitivo, ogni cosa n'esce corrotta.

Egli è uno arbolo § 10 che non germina altro che frutti di morte, fiori putridi, foglie macchiate; rami inchinati infine a terra, percossi da diversi venti: questo è l'arbolo dell'anima, perché tutti sete arboli d'amore, e però senza amore non potete vivere, perché siete fatti da (83r) me per amore.

L'anima che virtuosamente vive pone la radice dell'arbolo suo nella valle della vera umiltà, ma costoro che vivono miserabilemente l'hanno posta nel monte della superbia. Così, perché egli è male piantato, non produce frutto di vita ma di morte. (Mt 7,17) E frutti sono le loro opere, e quali sono tutti avelenati di molti diversi peccati; e se nessuno frutto di buona opera essi fanno, perché è corrotta la radice ogni cosa n'esce guasta, § 31 -XXXV)cioè che l'anima la quale è in peccato mortale, nessuna buona opera che facci le vale a vita eterna, perché non sono fatte in grazia.

Per che nessuno debba lasciare però la buona opera, perché ogni bene è remunerato e ogni colpa punita.

Lo bene che è fatto fuore della grazia non è sufficiente né gli vale a vita eterna, come detto è; ma la divina bontà e giustizia mia dà remunerazione imperfetta. Alcune volte l'è remunerato in cose temporali, alcune volte ne gli presto lo tempo, sì come in uno altro luogo sopra questa materia ti narrai, dandogli spazio pure perché egli si possa correggere. Questo anco alcune volte gli farò, che gli darò vita di grazia con alcuno mezzo dei servi miei i quali sono piacevoli e accetti a me, sì come Io feci al glorioso apostolo Paulo, che per l'orazioni di santo Stefano si levò dalla infedeltà e persecuzioni che faceva ai cristiani. Sì che vedi bene che, in qualunque stato egli si sia, non debbe mai lasciare di bene fare.

Dicevoti che i fiori sono putridi, e così è la verità. I fiori sono le puzzolenti cogitazioni del cuore, le quali sono spiacevoli a me, e odio e dispiacimento verso il prossimo loro. Sì come ladro l'onore ha rubato di me suo Creatore, e datolo a sé.

Questo fiore mena puzza di falso e miserabile giudicio, il quale giudicio è in due modi: l'uno verso di me, giudicando gli occulti miei giudicii e ogni mio misterio iniquamente, e in odio quello che Io li ho fatto per amore, e in bugia quello che Io li ho fatto per verità, e in morte quello che Io do per vita. Ogni cosa condanano e giudicano secondo il loro infermo parere, perché si sono accecati col proprio (83v) amore sensitivo l'occhio dell’intelletto e ricuperta la pupilla della santissima fede che non lo' lassa vedere né conoscere la verità.

L'altro giudicio ultimo è in verso del prossimo suo, così spesse volte n'esce molto male; ché il misero uomo non conosce sé, e vuolsi porre a conoscere il cuore e l'affetto della creatura che ha in sé ragione, e per una opera che vedrà o parole che oda, vorrà giudicare l'affetto del cuore. Ma i servi miei sempre giudicano in bene, perché sono fondati in me, sommo bene. Ma questi cotali sempre giudicano in male, perché sono fondati nel miserabile male. Dei quali giudicii molte volte ne viene odio omicidii e pentimento verso il prossimo, e dilungamento dall'amore della virtù dei servi miei.

Così a mano a mano segueno le foglie, ciò sono le parole che escono della bocca in vituperio di me e del sangue de l'unigenito mio Figlio, e in danno del prossimo suo. E non si curano d'altro che di maledire e condennare le opere mie, o di bastemmiare e dire male d'ogni creatura che ha in sé ragione, come fatto lo' viene secondo che il loro giudicio porta. E non tengono a mente - disaventurati a loro! - che la lingua è fatta solo per rendere onore a me, per confessare i difetti loro, e aoperare per amore della virtù e per la salvezza del prossimo. Queste sono le foglie macchiate della miserabile colpa, perché il cuore così elle sono procedute non era schietto ma molto maculato di doppiezza e di molta miseria.

Quanto pericolo, oltre al danno spirituale della privazione de la grazia che ha fatta nell'anima, n'esce in danno temporale! Che per le parole avete veduto e udito venire mutazioni di stati, disfacimento delle città e molti altri mali e omicidii perché la parola entrò nel mezzo del cuore a colui a cui fu detta: intrò dove non sarebbe passato il coltello.

Dico che l'arbolo ha sette rami che chinano fino a terra, dei quali escono i fiori e le foglie nel modo che detto ti ho. Questi sono i sette peccati mortali, i quali sono pieni di diversi (84r) e molti peccati legati nella radice e gambone de l'amore proprio di sé e della superbia, la quale prima ha fatti i rami e i fiori delle molte cogitazioni; poi procede la foglia delle parole e il frutto di gattive opere. Stanno chinati fino a terra, cioè che i rami dei peccati mortali non si voltano altro che alla terra d'ogni fragile e disordinata sustanzia del mondo; ed in altro non mira se non in che modo si possa nutrere della terra, insaziabilemente, ché mai non si sazia. Insaziabili sono e incomportabili a loro medesimi, e cosa convenevole è che essi siano sempre inquieti ponendosi a desiderare e volere quella cosa che lo' dà sempre insazietà, sì come Io ti dissi.

Questa è la cagione perché non si possono saziare: poiché sempre appetiscono cosa finita, ed essi sono infiniti quanto ad essere, ché l'essere loro non finisce mai, perché finisca quanto a grazia per la colpa del peccato mortale. E perché l'uomo è posto sopra tutte le cose create, e non le cose create sopra lui, e però non si può saziare né stare quieto se non in cosa maggiore di sé. Maggiore di sé non ci è altro che Io, Dio eterno, e però solo Io gli posso saziare. E perché egli è privato di me per la colpa commessa, sta in continuo tormento e pena. Dopo la pena gli segue il pianto; e giungendo i venti, § 36 ,276ss.) percuotono l'arbolo dell'amore della propria sensualità dove egli ha fatto ogni suo principio.

 

 

94

 

O egli è vento di prosperità, o d'aversità, o di timore, o di coscienza, che sono quattro venti.

Il vento della prosperità nutre la superbia con molta presunzione, con grandezza di sé e avilimento del prossimo suo. Se egli è signore, signoreggia con molta ingiustizia e con vanità di cuore, e con immundizia di corpo e di mente, e con la propria reputazione, e con molti altri difetti che segueno dopo questi, i quali la lingua tua non potrebbe narrare. Questo vento della prosperità è egli corrotto in sé? No, né questo né alcun; ma è corrotta la principale radice de l'arbolo, così ogni cosa corrompe. Perché Io che mando e dono ogni cosa che ha essere sono sommamente buono e però è buono ciò che è in questo vento prospero. § 47 Ma seguenegli pianto perché il suo cuore non è saziato; ché desidera quello che non (84v) può avere, e non potendolo avere ha pena, e nella pena piagne. Ché già ti dissi che l'occhio vuole soddisfare al cuore.

Dopo questo viene un vento di timore servile, nel quale gli fa paura l'ombra sua, temendo di perdere la cosa che egli ama. O egli teme di perdere la vita sua medesima, o quella dei figli o d'altre creature; o teme di perdere lo stato suo o d'altri per amore proprio di sé, o onore o ricchezza. Questo timore non gli lassa possedere il diletto suo in pace, perché ordinatamente secondo la mia volontà non le possede, e però gli segue timore servile e pauroso, fatto servo miserabile del peccato, e tale si può reputare quale è quella cosa a cui egli serve. (Rm 6,16 Rm 6,23) Il peccato è non nulla, Perciò egli è venuto a non nulla.

Mentre che il vento del timore l'ha percosso, ed i gli giogne quello della tribolazione e avversità, della quale egli temeva, e privalo di quello che egli aveva, alcune volte particolare e alcune volte generale.

Generale è quando è privato della vita, che per forza della morte è privato d'ogni cosa. Alcune volte è particolare, che quando leva una cosa e quando un'altra: o della sanità, o dei figli, o ricchezze, o stato, o onori, secondo che Io, dolce medico, vedo che v'è di necessità alla vostra salvezza, e però ve le ho date. Ma perché la fragilità vostra è tutta corrotta e senza alcun conoscimento, guasta il frutto della pazienza. E però germina impazienza, scandalo e mormorazione, odio e pentimento verso me e verso le mie creature. E quello che Io gli ho dato per vita l'ha ricevuto in morte con quella misura del dolore che egli aveva l'amore.

Ora è condotto al pianto affligitivo d'impazienza che disecca l'anima e uccidela tollendole la vita della grazia; e disecca e consuma il corpo e acciecalo spiritualmente e corporalmente, e privalo d'ogni diletto e tollegli la speranza, perché è privato di quella cosa della quale aveva diletto, nella quale avea (85r) posto l'affetto e la speranza e la fede sua, sì che piagne. E non solamente la lagrima fa venire tanti inconvenienti, ma il disordinato affetto e dolore del cuore così è proceduta la lagrima. Ché non la lagrima dell'occhio in sé dà morte e pena, ma la radice così ella procede, cioè l'amore proprio disordinato del cuore. (Mt 15,19 Mc 7,21) Che se il cuore fusse ordinato e avesse vita di grazia, la lagrima sarebbe ordinata e costrignerebbe me, Dio eterno, a fargli misericordia. Ma perché dicevo che questa lagrima dà morte? Perché ella è il messo che vi manifesta la morte o vita che fosse nel cuore.

Dicevo che veniva un vento di coscienza: questo fa la divina mia Bontà che, avendo provato con la prosperità per trarli per amore, e col timore che per importunità dirizzassero il cuore ad amare con virtù e non senza virtù; provato con la tribolazione data perché conoscano la fragilità e poca fermezza del mondo, ad alcuni altri, poi che questo non giova, perché v'amo ineffabilemente, do uno stimolo di coscienza perché si levino ad aprire la bocca vomicando e fracidumi dei peccati per la santa confessione.

Ma essi, come ostinati, e drittamente riprovati da me per le iniquità loro - ché non hanno voluto ricevere la grazia mia in alcun modo - fuggono lo stimolo della coscienza e vannola spassando con miserabili diletti in dispiacere mio e del prossimo loro. Tutto l'adiviene perché è corrotta la radice con tutto l'arbolo e ogni cosa l'è in morte: stanno in continue pene, pianti e amaritudini, come detto è.

E se non si correggono mentre che hanno il tempo di potere usare il libero arbitrio, passano da questo pianto dato in tempo finito e con esso giungono a pianto infinito. Sì che il finito lo' torna ad infinito, perché ella fu gettata con infinito odio della virtù, cioè col desiderio dell'anima fondato in odio, che è infinito.

Vero è che se avessero voluto ne sarebbeno esciti mediante la mia divina grazia nel tempo (85v) che essi erano liberi, non ostante che Io dicessi essere infinito: infinito è in quanto l'affetto e essere dell'anima, ma non l'odio e l'amore che fosse nell'anima; ché mentre che siete in questa vita potete odiare e amare secondo che è di vostro piacere.

Ma se finisce in amore di virtù riceve infinito bene, e se finisce in odio sta in infinito odio, ricevendo l'eterna dannazione, sì come Io ti dissi quando ti contai che s'anegavano per lo fiume; in tanto che non possono desiderare bene, privati della misericordia mia e della carità fraterna, la quale gustano i santi l'uno con l'altro, e della carità di voi peregrini viandanti in questa vita, posti qui da me perché giugnate al termine vostro di me, Vita eterna.

Né orazioni né limosine né veruna altra opera lo' vale; essi sono membri tagliati dal corpo della divina mia carità, perché mentre che vissero non volsero essere uniti all’obbedienza dei santi comandamenti miei, nil corpo mistico della santa Chiesa e nella dolce suaobbedienza così traete il sangue dello immacolato Agnello, unigenito mio Figlio. E però ricevono il frutto dell'eterna dannazione con pianto e stridore di denti. (Mt 24,51 Mt 25,30) Questi sono quelli martiri del demonio dei quali Io ti dissi; sì che il demonio lo' dà di quelli frutti che egli ha per sé. Perciò vedi che questo pianto dà frutto di pene in questo tempo finito, e ne l'ultimo lo' dà la infinita conversazione deli demoni.

 

95

 

Ora ti resto a dire dei frutti che ricevono coloro che si cominciano a levare dalla colpa per timore della pena, ad acquistare la grazia. Alquanti sono che escono della morte del peccato mortale per timore della pena: questo è il generale chiamare, come detto ti ho.

Che frutto riceve questo? Che comincia a votare la casa dell'anima sua della immundizia, mandando il libero arbitrio il messo del timore della pena. Poi che egli ha purificata l'anima della colpa, ricevene pace di coscienza, comincia a disporre l'affetto dell'anima e aprire l'occhio dell’intelletto a vedere il luogo (86r) suo, ché prima che fosse votio no il vedeva né altro che puzza di molti e diversi peccati; comincia a ricevere consolazioni, perché il verme della coscienza sta in pace, quasi aspettando di prendere il cibo della virtù. Sì come fa l'uomo che, poi che ha sanato lo stomaco e trattone fuore i gattivi omori, dirizza l'appetito a prendere il cibo, così questi cotali aspettano pure che la mano del libero arbitrio con l'amore del cibo delle virtù gli apparecchi, perché dopo l'apparecchiare aspetta di mangiare.

E così è veramente, che l'anima esercitando il primo timore, votiato dei peccati l'affetto suo, ne riceve il secondo frutto, cioè il secondo stato delle lacrime dove l'anima per affetto d'amore comincia a fornire la casa di virtù. Ben che imperfetta sia ancora, poniamo che sia levata dal timore, riceve consolazione e diletto perché l'amore dell'anima sua ha ricevuto diletto dalla mia Verità, che sono esso amore, e per lo diletto e consolazione che trova in me comincia ad amare molto dolcemente, sentendo la dolcezza della consolazione mia, o dalle creature per me.

Esercitando l'amore nella casa dell'anima sua che è intrato dentro poi che il timore l'ebbe purificata, comincia a ricevere i frutti della divina mia bontà così ebbe la casa dell'anima sua. Poi che egli è intrato l'amore a possedere, comincia a gustare ricevendo molti e diversi frutti di consolazione; nell'ultimo perseverando riceve frutto di porre la mensa: cioè, poi che l'anima è trapassata dal timore all'amore delle virtù, si pone alla mensa sua.

Gionto alle terze lacrime, egli pone la mensa della santissima croce nel cuore e nell'anima sua. Quando l’ha posta, trovandovi il cibo del dolce e amoroso Verbo - il quale dimostra l'onore di me Padre e la salvezza vostra, per la quale fu aperto il corpo de l'unigenito mio Figlio dandosi a voi in cibo - allora comincia a mangiare l'onore di me e la salvezza delle anime, con uno odio e pentimento del (86v) peccato.

Che frutto riceve l'anima di questo terzo stato delle lacrime? Dicotelo: riceve una fortezza fondata in odio santo della propria sensualità, con uno frutto piacevole di vera umiltà, con una pazienza che tolle ogni scandalo, e priva l'anima d'ogni pena, perché il coltello dell'odio uccise la propria voluntà, dove sta ogni pena: ché solo la voluntà sensitiva si scandalizza delle ingiurie e delle persecuzioni, e della privazione delle consolazioni spirituali e temporali, come di sopra ti dissi, e così viene ad impazienza.

Ma perché la voluntà è morta, con lagrimoso e dolce desiderio comincia a gustare il frutto della lagrima della dolce pazienza.

O frutto di grande suavità, quanto sei dolce a chi ti gusta, e piacevole a me, che stando nell'amarezza gusta la dolcezza! Nel tempo della ingiuria riceve la pace; nel tempo che sei nel mare tempestoso, che i venti pericolosi percuotono con le grandi onde la navicella dell'anima, tu sei pacifica e tranquilla sanza alcun male, ricoperta la navicella con la dolce volontà di Dio così hai ricevuto vestimento di vera e ardentissima carità, perché acqua non vi possa intrare.

O dilettissima figlia, questa pazienza è regina, posta nella rocca della fortezza. Ella vince e non è mai vinta; ella non è sola, ma è accompagnata con la perseveranza; ella è il midollo della carità; ella è colei che manifesta il vestimento da questa carità se egli è vestimento nuziale o no: se egli è rotto d'imperfezione ella il manifesta, sentendo subito il contrario cioè la impazienza.

Tutte le virtù si possono alcune volte occultare e mostrarsi perfette essendo imperfette, eccetto che a te non si possono nascondere; che se questa dolce pazienza, midollo della carità, è nell'anima, ella dimostra che tutte le virtù sono vive e perfette; e se (87r) ella non v'è, manifesta che le virtù sono tutte imperfette e non sono gionte ancora alla mensa della santissima croce, dove essa pazienza fu concepita nel conoscimento di sé e nel conoscimento della mia bontà in sé, e parturita dall'odio santo e unta di vera umiltà. A questa pazienza non è dinegato il cibo de l'onore di me e della salvezza delle anime; anco essa è quella che il mangia continuamente, e così è la verità. Raguardala, carissima figlia, nei dolci e gloriosi martiri che col sostenere mangiavano il cibo delle anime. La morte loro dava vita: risuscitavano i morti e cacciavano le tenebre dei peccati mortali. Il mondo con tutte le sue grandezze e signori con la loro potenza non si potevano difendere da loro, per la virtù di questa regina, dolce pazienza. Questa virtù sta come lucerna posta in sul candelabro. (Mt 5,15 Mc 4,21; § 29 ,296ss.) Questo è il glorioso frutto che dié la lagrima gionta nella carità del prossimo suo, mangiando con lo dissanguato immacolato Agnello, unigenito mio Figlio, con crociato e veemente desiderio e con pena intollerabile dell'offesa di me, Creatore suo. Non pena affligitiva, ché l'amore con la vera pazienza uccise ogni timore e amore proprio, che danno pena; ma pena consolativa, solo per le offese fattemi. e danno del prossimo, fondata in carità, la quale pena ingrassa l'anima. Godene in sé perché ella è uno segno dimostrativo che dimostra me essere per grazia nell'anima.

 

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Detto ti ho del frutto delle terze lacrime. Segue il quarto e ultimo stato della lagrima unitiva, il quale non è separato dal terzo, come detto è, ma sono uniti insieme come è la carità mia con quella del prossimo: l'una condisce l'altra. Ma è in tanto cresciuto gionto al quarto, che non tanto che porti con pazienza, sì come Io ti dissi, ma con allegrezza le desidera; in tanto che spregia ogni recreazione, da qualunque (87v) lato le viene, pure che si possa conformare con la mia Verità, Cristo crocifisso. (Ph 3,8) Questa riceve uno frutto di quiete di mente, una unione fatta per sentimento nella natura mia dolce divina, dove gusta il latte. Sì come il fanciullo che pacificato si riposa al petto della madre, e tenendo in bocca la mammella della madre trae ad sé il latte col mezzo della carne, così l'anima gionta a questo ultimo stato si riposa al petto della divina mia carità, tenendo nella bocca del santo desiderio la carne di Cristo crocifisso, (Let86) cioè seguendo la dottrina e le vestigia sue; perché cognobbe bene nel terzo stato che non gli conveniva andare per me, Padre, perché in me, Padre eterno, non può cadere pena, ma sì nel diletto mio Figlio, dolce e amoroso Verbo. E voi non potete andare senza pena, ma col molto sostenere arrivarete alle virtù provate. Sì che si pose al petto di Cristo crocifisso, che è essa carità, e così trasse a sé il latte della virtù, nella quale virtù ebbe vita di grazia gustando in sé la natura mia divina che dava dolcezza alle virtù. Così è la verità, che le virtù in loro non erano dolci, ma perché furono fatte e unite in me, amore divino, cioè che l'anima non ebbe alcun rispetto a sua propria utilità,altro che a l'onore di me e salvezza delle anime.

Or raguarda, dolce figlia, quanto è dolce e glorioso questo stato nel quale l'anima ha fatta tanta unione al petto della carità, che non si trova la bocca senza il petto né il petto senza il latte. Così questa anima non si trova senza Cristo crociato né senza me, Padre eterno, il quale trova gustando la somma eterna Deità.

O chi vedesse come s'empiono le facoltà di quella anima! La memoria s'empie di continuo ricordo di me, tratti a sé, per amore, i benefici miei - non tanto l'atto dei benefici, ma l'affetto della mia carità con che Io gli gli ho donati - e specialmente il beneficio della creazione, vedendosi creato ad immagine e similitudine (88r) mia; nel quale beneficio, nel primo stato detto, cognobbe la pena della ingratitudine che ne gli segueva, e però si levò dalle miserie nel beneficio del sangue di Cristo dove Io il recreai a grazia, lavandovi la faccia delle anime vostre dalla lebra del peccato, dove l'anima trovò lo secondo stato: una dolcezza, gustando la dolcezza dell'amore di me e dispiacere della colpa, nella quale egli vide che tanto era dispiaciuta a me, che Io l'avevo punita sopra al corpo dell'unigenito mio Figlio.

Dipo' questo, ha trovato l'avenimento dello Spirito santo, il quale dichiarò e dichiara l'anima della verità.

Quando riceve l'anima questo lume? Poi che ha cognosciuto, per lo primo e secondo stato, il beneficio mio in sé. Riceve allora lume perfetto, conoscendo la verità di me, Padre eterno, cioè che per amore l'avevo creato per dargli vita eterna. § 21 ,368ss.) Questa è la verità: òvela manifestata col sangue di Cristo crocifisso. Quando l’ha conosciuta l'ama, amandola lo dimostra amando coraggiosamente quello ch'Io amo e odiando quello che Io odio. Così si trova nel mezzo della carità del prossimo.

Sì che la memoria a questo petto s'empie, passata ogni imperfezione, perché s'è ricordata e tenuti in sé i beneficii miei. L'intelletto ha ricevuto lo lume: mirando dentro nella memoria cognobbe la verità, e perdendo la cecità dell'amore proprio rimase nel sole de l'oggetto di Cristo crocifisso, dove cognobbe Dio e uomo. Oltre a questo conoscimento, per l'unione che ha fatta, si leva a uno lume acquistato, non per natura, sì come Io ti dissi, né per sua propria virtù adoperata ma per grazia data dalla mia dolce Verità, la quale non spregia i veementi desideri né fatiche le quali ha offerte dinanzi a me. Allora l'affetto che va dietro all'intelletto si unisce con perfettissimo e ardentissimo amore, e chi dimandasse me: Chi è questa anima? direi: è un altro me, fatta per unione d'amore. § 1 ,35) Quale sarebbe quella lingua (88v) che potesse narrare la eccellenza di questo ultimo unitivo stato, e i frutti diversi e variati che riceve, essendo piene le tre facoltà dell'anima? Questa è quella congregazione della quale nei tre scaloni generali ti feci menzione, dichiarata sopra la parola della mia Verità. Non è sufficiente la lingua a poterlo narrare, ma bene ve il dimostrano i santi dottori alluminati da questo glorioso lume, che con esso spianavano la santa Scrittura.

Così avete del glorioso Tomaso d'Aquino che la scienzia sua ebbe più per studio d'orazione ed elevazione di mente e lume d'intelletto, che per studio umano; il quale fu uno lume che Io ho messo nil corpo mistico della santa Chiesa, spegnendo le tenebre de l'errore. § 158 ,543) E se tu ti volli al glorioso Giovanni evangelista, quanto lume egli acquistò sopra al prezioso petto di Cristo, (Jn 13,23) mia Verità! Col quale lume acquistato evangelizò, ine ad cotanto tempo.

E così discorrendo, tutti ve l'hanno manifestato chi per uno modo e chi per un altro. Ma lo intrinseco sentimento, ineffabile dolcezza e perfetta unione, non lo potresti narrare con la lingua tua, perché è cosa finita. Questo parve che volesse dire Paulo dicendo: «Occhio non può vedere, né orecchie udire, né cuore pensare, quanto è il diletto che riceve e il bene che ne l'ultimo è apparecchiato all'anima che in verità mi serve.» (1Co 2,9) O quanto è dolce la mansione, dolce sopra ogni dolcezza, con perfetta unione che l'anima ha fatta in me! Ché non c'è in mezzo la voluntà dell'anima medesima, perché ella è fatta una cosa con me. Ella gitta odore per tutto quanto il mondo, frutto di continue e umili orazioni: l'odore del desiderio gridò della salvezza delle anime, con voce senza voce umana gridando nel cospetto della divina mia (89r) maestà.

Questi sono i frutti unitivi che mangia l'anima in questa vita, ne l'ultimo stato acquistato con molte fatighe lacrime e sudori, e così passa con vera perseveranza dalla vita della grazia di questa unione, che è anco imperfetta, ed è perfetta in grazia. Ma mentre che è legata nil corpo, perché in questa vita non si può saziare di quello che desidera, e anco perché è legata con la perversa legge, la quale s'è addormentata per l'affetto della virtù, ma non è morta e però si può destare se levasse lo strumento della virtù che la fa dormire, e però è detta «imperfetta unione». Ma questa imperfetta unione il conduce a ricevere la perfezione durabile, la quale non gli può essere tolta per veruna cosa che sia, sì come io ti dissi narrandoti dei beati. Ine gusta coi gustatori veri, in me, vita eterna, sommo ed eterno bene che mai non finisco.

Costoro hanno ricevuto vita eterna, in contrario di coloro che ricevettero il frutto del pianto loro, morte eternale. Costoro dal pianto sono giunti all'allegrezza, ricevendo vita sempiterna col frutto della lagrima e con l'affocata carità: gridano e offerano lagrima di fuoco, nel modo detto di sopra, dinanzi a me per voi.

Compìti ti ho di narrare i gradi delle lacrime e la loro perfezione, e il frutto che riceve l'anima d'esse lacrime: che i perfetti ricevono vita eterna, e gl'iniqui l'eterna dannazione. -

 

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Allora quella anima, ricolma di grandissimo desiderio per la dolce dichiarazione e soddisfazione che ebbe dalla Verità sopra ai detti stati, diceva come inamorata: Grazia, grazia sia a te, sommo eterno Padre, soddisfacitore dei santi desideri e amatore della salvezza nostra, che per amore ci hai dato l'amore nel tempo che eravamo in guerra con con te, col mezzo de l'unigenito tuo Figlio. Per questo abisso dell'affocata tua carità t'adimando di grazia e di misericordia che, affinché io coraggiosamente possa venire a te, con lume e non con tenebre (89v) corra per la dottrina della tua Verità, della quale chiaramente mi possiedei mostrata la verità, affinché io possa vedere due altri inganni dei quali io temo che non ci siano o ci possano essere.

Vorrei, Padre eterno, che prima che io uscisse di questi stati, tu me il dichiarassi.

L'uno è che se alcune volte fosse, a me o ad alcuno altro servo tuo, venuto per consiglio di volere servire a te, che dottrina io gli debbo dare; benché di sopra so, dolce Dio eterno, che tu me ne dichiarasti sopra quella parola che tu dicesti: «Io sono colui che mi diletto di poche parole e di molte opere». (Mt 7,21) Nondimeno, se piace alla tua bontà ancora toccarne alcuna parola, sarammi di grande piacere.

E anco: se alcune volte, pregando io per le tue creature e specialmente per li servi tuoi, io trovassi nell'orazione, ne l'uno la mente disposta, parendomelo vedere che esso si goda di te, e l'altro mi paresse che avesse la mente tenebrosa, debbo io, Padre eterno, o posso giudicare l'uno in luce e l'altro in tenebre? O se io vedessi l'uno andare con grande penitenza e l'altro no, debbo io giudicare che maggiore perfezione avesse colui che fa maggiore penitenza che colui che non la fa? Pregoti, affinché io non sia ingannata dal mio poco vedere, che tu mi dichiari in particolare quello che mi possiedei detto in generale.

La seconda cosa si è, della quale io t'adimando che tu mi dichiari meglio, sopra del segno che tu mi dicesti che riceve l'anima quando è visitata nella mente, se egli è da te, Dio eterno, o no. § 71 ,970ss.) Se bene mi ricorda tu mi dicesti, Verità eterna, che la mente rimane con allegrezza e inanimata alla virtù: vorrei sapere se questa allegrezza può essere con inganno della propria passione spirituale; ché, se ci fosse, m'atterrei solamente al segno de la virtù.

Queste sono quelle cose le quali io t'adimando affinché in verità io possa servire a te e al prossimo mio, e non cadere in alcun falso giudicio verso le tue creature e verso dei servi tuoi, perché mi pare che il giudicio, cioè il giudicare, dilonghi l'anima da te, e però non vorrei cadere in questo inconveniente. - (90r).

 

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Allora Dio eterno, dilettandosi della sete e fame di quella anima e della schiettezza del cuore, e del desiderio suo con che ella domadava di volerli servire, volse l'occhio della pietà e misericordia sua verso di lei, dicendo: - O dilettissima, o carissima figlia e sposa mia, leva te sopra di te e apre l'occhio dell’intelletto a vedere me, Bontà infinita, e l'amore ineffabile che Io ho a te e agli altri servi miei. E apre l'orecchia del sentimento del desiderio tuo, poiché altrimenti se tu non vedessi non potresti udire: cioè che l'anima che non vede con l'occhio dell’intelletto suo ne l'oggetto della mia Verità, non può udire né conoscere la mia verità. E però voglio, affinché meglio la conosca, che ti levi sopra il sentimento tuo, cioè sopra il sensitivo; e Io, che mi diletto della tua dimanda e desiderio, ti soddisfarò. Non che diletto possa crescere a me di voi, poiché Io sono colui che sono e che fo crescere voi, e non voi me; ma dilettomi, nel mio diletto medesimo, della fattura mia. - Allora quella anima obbedì, levando sé sopra di sé per conoscere la verità di quello che domadava.

Allora Dio eterno disse a lei: - Affinché tu meglio possa intendere quello ch'Io ti dirò, Io mi farò al principio di quello che mi domandi, sopra tre lumi che escono da me, vero lume.

L'uno è uno lume generale in coloro che sono nella carità comune. Benché detto te l'abbi de l'uno e de l'altro, e molte cose di quelle che Io ti ho dette ti dirò, perché il tuo basso intendimento meglio intenda quello che tu vuoli sapere. E due altri lumi sono di coloro che sono levati dal mondo e vogliono la perfezione.

Sopra di questo ti spiegherò di quello che mi possiedei adimandato, dicendoti più in particolare quello che ti toccai in comune.

Tu sai, sì com'Io ti dissi, § 45 ; Let 64) che senza il lume neuno può andare per la via della verità, cioè senza il lume della ragione. Il quale lume di ragione traete da me, vero lume, con l'occhio dell’intelletto e col lume della fede che Io v' ho dato nel santo battesimo, se voi non veil tollete per li vostri difetti. § 51 Nel quale battesimo, mediante e in virtù del sangue de l'unigenito mio Figlio, riceveste la forma della fede; la quale fede, esercitata in virtù col lume della ragione - la quale ragione è illuminata da questo lume - vi dà vita e favvi andare per la via della verità. E con esso (90v) giognete a me vero Lume; e senza esso arrivareste alle tenebre. (Jn 12,35) Due lumi tratti da questo lume vi sono necessari d'avere, ed anco ai due ti porrò il terzo.

Il primo è che voi tutti siate illuminati in conoscere le cose transitorie del mondo, le quali passano tutte come il vento. (1Jn 2,17) Ma non le potete ben conoscere se prima voi non conoscete la propria vostra fragilità, quanto ella è inchinevole, con una legge perversa che è legata nelle membra vostre, (Rm 7,21) a ribellare a me, vostro Creatore. Non che per questa legge neuno possa essere costretto a commettere uno minimo peccato se egli non vuole, ma bene combatte contro lo spirito. E non diei questa legge perché la mia creatura che ha in sé ragione fusse vinta, ma perché ella aumentasse e provasse la virtù ne l'anima, poiché la virtù non si può provare se non per lo suo contrario. § 8 La sensualità è contraria allo spirito, e però in essa sensualità prova l'anima l'amore che ha in me, suo Creatore. Quando lo prova? Quando con odio e pentimento si leva contro di lei.

E anco le diei questa legge per conservarla nella vera umiltà. Così tu vedi che, creando l'anima a la imagine e similitudine mia, posta in tanta dignità e bellezza, Io l'acompagnai con la più vile cosa che sia dandole la legge perversa, cioè legandola col corpo formato del più vile della terra, affinché, vedendo la bellezza sua, non levasse il capo per superbia contro di me. Così il fragile corpo, a chi ha questo lume, è cagione di fare umiliare l'anima; e non ha alcuna materia d'insuperbire, anco di vera e perfetta umiltà. Sì che questa legge non costrigne ad alcuna colpa di peccato per alcuna sua impugnazione, ma è cagione di farvi conoscere voi medesimi e conoscere la poca fermezza del mondo.

Questo debba vedere l'occhio dell’intelletto col lume della santissima fede, della quale ti dissi che era la pupilla de l'occhio. Questo è quello lume necessario, che generalmente è necessario necessario a ogni creatura che ha in sé ragione a volere partecipare la vita della grazia, in qualunque stato si sia, se vuole participare il frutto del sangue dello immacolato Agnello. Questo è il lume comune, cioè che comunemente ogni persona il debba avere, come detto è; e chi non l'avesse starebbe in stato di dannazione. E questa è la ragione che essi non sono in stato di grazia non avendo il lume, poiché chi non ha il lume (91r) non conosce il male della colpa e chi n'è cagione, e però non può schifare né odiare la cagione sua. E così chi non conosce il bene e la cagione del bene, cioè la virtù, non può amare né desiderare me, che sono esso Bene, e la virtù che Io ho data come strumento e mezzo a darvi la grazia mia, me vero Bene.

Sì che vedi di quanto bisogno v'è questo lume, ché in altro non stanno le colpe vostre se non in amare quel che Io odio e in odiare quel ch' Io amo. Io amo la virtù e odio il vizio; chi ama il vizio e odia la virtù offende me ed è privato della grazia mia. Questo va come cieco che, non conoscendo la cagione del vizio, cioè il proprio amore sensitivo, non odia se medesimo né conosce il vizio, né il male che gli segue per lo vizio. Né conosce la virtù né me, che sono cagione di darli la virtù che gli dà vita, né la dignità nella quale egli si conserva e viene a grazia col mezzo della virtù.

Sì che vedi cheil non conoscere gli è cagione del suo male. èvvi dunque necessario d'avere questo lume come detto è.

 

 

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E poi che l'anima è venuta ed ha acquistato il lume generale, del quale Io ti ho detto, non debba stare contenta; perché mentre che sete peregrini in questa vita sete atti a crescere, e dovete crescere; e chi non cresce, esso facto torna in dietro. § 49 ,1357-8) O debba crescere nel comune lume che egli ha acquistato mediante la grazia mia, o egli debba con sollicitudine ingegnarsi d'andare al secondo lume perfetto e da l'imperfetto arrivare al perfetto, poiché col lume si vuole andare alla perfezione.

In questo secondo lume perfetto sono due maniere di perfetti. Perfetti sono che si sono levati dal comune vivere del mondo: in questa perfezione ci sono due. L'uno è che sono alcuni che perfettamente si danno a castigare il corpo loro, facendo aspra e grandissima penitenza, e affinché la sensualità loro non ribelli alla ragione, tutto hanno posto il desiderio loro più in mortificare il corpo che in uccidere la loro propria voluntà, sì come in un altro luogo ti dissi. § 11 -XII) Costoro si pascono alla mensa della penitenza, e sono buoni e perfetti se ella è fondata in me con lume di discrezione, cioè con uno vero conoscimento di loro e di me e con grande umiltà, tutti conformati a essere giudici della volontà mia e non di quella degli uomini (91v).

Ma se non fussero così, cioè con vera umiltà vestiti della volontà mia, spesse volte offendarebbero la loro perfezione facendosi giudicatori di coloro che non vanno per quella medesima via che vanno essi. Sai tu perché a questi cotali l'adiverrebbe? Perché hanno posto più studio e desiderio in mortificare il corpo che in uccidere la propria volontà. Questi cotali sempre vogliono scegliere i tempi i luoghi e le consolazioni della mente a loro modo, e anco le tribolazioni del mondo e le battaglie del demonio sì come nel secondo stato imperfetto Io ti narrai. § 68 Costoro dicono, per inganno di loro medesimi, ingannati dalla propria volontà la quale ti chiamai «volontà spirituale»: io vorrei questa consolazione e non queste battaglie né molestie del demonio, e già non lo dico per me, ma per più piacere a Dio e averlo più per grazia nell'anima mia, perché meglio me il pare avere e servirlo i