|
Sommario
LA CRISI DELL'ETA' DI MEZZO NELLA VITA DEL PRESBITERO
(.pdf)
Psiche e
celibato
Dio chiama anche i gay al sacerdozio
La chance del fallimento
Senso di colpa e gioia del perdono
Ruolo e missione dei religiosi anziani
Amicizia con persone
dell'altro sesso (.doc)
|
LA
CHANCE DEL FALLIMENTO
1. Accettare
il fallimento
La prima condizione necessaria per
scoprire nel falli mento la mia nuova
pista
di vita è la sua
accettazione incondizionata. Devo anzitutto ammettere dinanzi a me stesso
che la vita mi si è presentata diversamente da come l’avevo sognata. Questa
accettazione fa male. Devo sopportare il dolore che deriva dalla perdita
delle mie illusioni. Alcuni tentano di evitare questa sofferenza, adducendo
molte ragioni del perché non sono riusciti a comportarsi diversamente. Chi
però vuole motivare troppo, non ha motivazioni. Cerca ragioni per
giustificarsi. L’accettazione del mio passato comporta il mettere da parte
tutti i tentativi di giustificazione. Osservo il passato così com’è stato.
Confesso dinanzi a me stesso di aver voluto il meglio per la mia vita e di
aver avuto la speranza di padroneggiarla. Ho creduto nei miei ideali. E’
doloroso accettare e ammettere che si sono infranti.
Alcuni cercano
solamente negli altri le ragioni del loro fallimento. La colpa è del
coniuge. Si è manifestato diverso da come prima l’avevo conosciuto. La colpa
è dei colleghi di lavoro. Mi hanno portato sull’orlo del fallimento. Hanno
rovinato la mia salute. La colpa è della comunità religiosa. E diventata
sempre più angusta. Se fosse stata più flessibile, avrei potuto vivere in
essa. Naturalmente, gli altri hanno sempre una parte di colpa del mio
fallimento. Non devo assumermi tutti gli errori. Mi soffocherei. Devo
smetterla veramente di attribuire colpe, sia agli altri che a me stesso.
Devo limitarmi a osservare quello che c’è stato e ammettere che il percorso
si è sviluppato così come adesso lo vedo. Devo accettare che di fatto non ho
proseguito questa strada, che non sono più stato capace di seguirla,
qualunque siano state le ragioni. Solamente se resto in me, presso il mio
insuccesso, senza ripiegare sugli altri, il mio fallimento può trasformarsi
un po’ alla volta in una nuova possibilità di vita.
Non è molto facile però ammettere il proprio fallimento. Riusciamo più
facilmente a reggere alle vittorie che a governare una sconfitta. Già i
Romani dicevano: «Guai ai vinti». Nessuno vorrebbe essere un perdente.
Eppure, di fronte al fallimento, dobbiamo ammettere di aver perso, di aver
subito una sconfitta. C’è bisogno di una grande umiltà
=
humilitas
per scendere nelle bassezze della
propria sconfitta. Se l’edificio della vita è andato a pezzi. è necessario
scavare nel mucchio delle macerie per arrivare al le fondamenta, sulle quali
si può edificare la nuova casa. Nel fare questo scopriremo come tutto era
fragile nella casa della nostra esistenza, scopriremo quante illusioni ci
siamo fatti. Questo fa male. Però non possiamo evitare questo dolore.
Altrimenti non
è
possibile un
nuovo inizio.
Nei suoi scritti Teilhard de Chardin parla continuamente dell’accettazione
del fallimento. Il fallimento occupa un posto importante nella sua
Ottimistica visione del mondo, nella quale vi è al centro la speranza che
tutto il mondo sia compenetrato dall’amore di Cristo e si parla di
armonizzazione o di ‘divinizzazione’. Fanno parte dell’ uomo non solo
l’attività e lo sforzo, ma anche il patire. Dobbiamo considerare anche le
menomazioni e i disagi dell’essere e guardarli in faccia, «finché, proprio
nel profondo dei loro occhi seducenti, inespressivi e ostili, non vediamo
risplendere lo sguardo benedicente di Dio». Si deve trovare Dio anche nella
morte e nel fallimento. Chi vuole fare esperienza della pienezza della vita,
deve accettare anche i crolli e le sconfitte. «Si può cogliere Dio in tutta
e per tutta la vita: questo è facile da capire. Si può trovare Dio però
anche nella morte. Questo ci confonde» (ibid., 29). Teilhard de Chardin è
convinto che proprio grazie al fallimento riusciamo a finire in Dio e che il
fallimento può essere il comincia- mento di un nuovo inizio. «La forza
ostile che lo abbatte e lo distrugge può trasformarsi per lui in un
principio di amore
e
di
vita se si accetta quest’ostilità nella fede
senza cessare di combatterla»
(ibid.,
30). Questa non
è un’idealizzazione del fallimento, ma
una via per accettare l’insuccesso che ci colpisce senza che lo vogliamo;
quest’accettazione lo trasforma in una via di rinnovamento.
Fuchs e Werhlick parlano della ‘grazia del punto zero’. Il fallito non ha
più nulla da perdere. Non deve avere più falsi riguardi. Chi ha accettato il
proprio fallimento, può sperimentare qualcosa della ‘grazia del punto zero’.
Si sente libero rispetto alle opinioni e alle attese degli altri. Può
incominciare di nuovo. E uscito dai «falsi riguardi, dalle compagnie e dagli
intrecci di interesse» (ibid., 99) e adesso è aperto alla grazia di Dio, che
lo afferra per guidano a una vita che non si orienta più sugli altri, ma
sulla volontà di Dio. Adesso questa persona appartiene solamente a Dio, non
agli uomini
e alle loro attese. E ascolta soltanto
Dio, non ascolta più le molte voci degli uomini che vorrebbero recuperano
alla ‘via della virtù. Karl Rahner non si stanca mai di sottolineare che Dio
può manifestarsi a noi proprio nel naufragio, nella sconfitta. L’esperienza
della sconfitta può comunicare Dio. Nella sconfitta posso sperimentare a un
tempo la vicinanza sanante e liberante di Dio. Se non ho più nulla in mano,
sono aperto all’esperienza di Dio che dal nulla crea il nuovo, che risuscita
i morti e pone nella sconfitta l’inizio della vittoria.
2. Come comportarsi con i sensi di colpa
Un aspetto fondamentale per rielaborare il fallimento è il comportamento
con i sensi di colpa. In ogni fallimento infatti si presentano dei sensi di
colpa. Se un matrimonio fallisce, i sensi di colpa affiorano ancora per
molto tempo dopo la separazione ufficiale. Quando dei religiosi abbandonano
il monastero e dei sacerdoti il loro ministero, sono continuamente
tormentati da sensi di colpa. Nel profondo del nostro cuore si annida la
sensazione che avremmo dovuto farcela, che avremmo dovuto impegnarci ancora
di
più.
Non
siamo stati forse troppo egoisti? Non siamo
stati forse troppo indulgenti nei confronti dello spirito del tempo, che si
preoccupa solamente della realizzazione personale? La strada giusta non
sarebbe stata forse quella di farci carico della croce di tutte le
difficoltà e di porre questa croce amara fino alla fine? Per quanto ci si
ripeta in continuazione che neppure con tutta la buona volontà si sarebbe
riusciti a rimanere nel matrimonio, nell’ordine religioso, nel sacerdozio,
questi sensi di colpa riappaiono incessantemente. Non c’è modo di farli
tacere. Dobbiamo affrontarli.
I sensi di colpa possono paralizzare e snervare. Ma in essi c’è anche una
chance. Se li osserviamo senza accusarci di aver rovinato tutto e senza
scusarci come se fossimo completamente innocenti, un po’ alla volta possono
cambiare. I sensi di colpa mi indicano che non
è
possibile
passare una vita intera con le mani pulite. Cadremo continuamente in fallo,
sia che lo vogliamo o non lo vogliamo. Se ci riconciliamo con i sensi di
colpa, comprendiamo quanto
è
relativo cercare
Dio e servirlo nella vita consacrata o nel mondo. Noi continuiamo a pensare
che un legame esterno ci garantisca di vivere come vuole Dio. I sensi di
colpa eliminano quest’idea. A decidere se compiamo o non compiamo la volontà
di Dio non
è
la forma
esterna. Il luogo in cui ci apriamo o ci chiudiamo a Dio
è
il cuore.
In nessuna forma di vita noi abbiamo la garanzia di avere preparato il
nostro cuore a lui. Ogni giorno dobbiamo rivolgere nuovamente il nostro
cuore a Dio, affinché vi entri e lo trasformi. I sensi di colpa possono
indicarci un aspetto importante della vita spirituale. Ciò che importa è la
conversione quotidiana, non la certezza di essere nel giusto. Noi non siamo
mai completamente ‘giusti’. Dobbiamo sempre orientarci di nuovo a Dio. E non
possiamo mai esibire qualcosa a Dio. Non possiamo presentare a Dio, come
nostra personale prestazione, neppure cinquant’anni di fedeltà matrimoniale
o di permanenza in convento. A Dio interessa il nostro cuore. E il nostro
cuore continua a distogliersi da Dio, persino quando esternamente viviamo in
maniera corretta. Se ci riconciliamo con i sensi di colpa, essi riescono ad
aprire a Dio il nostro cuore. A Dio non piace il sacrificio che gli offriamo
come fosse una nostra prestazione, ma «il sacrificio che piace a Dio è uno
spirito contrito un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi» (Sal
51.19).
Non esiste un modo per superare completamente i sensi di colpa. Possono
riaffiorare sempre di nuovo. E fondamentale che non ci inalberiamo in essi,
che non ce li vietiamo e che non ci arrovelliamo su di essi. Piuttosto,
dovremmo sempre tenerli in mente, ogni giorno dovremmo convertirci a Dio e
offrirgli sempre di nuovo il nostro cuore vuoto. Allora i sensi di colpa non
ci paralizzeranno, ma ci manterranno vivi sulla strada che ci conduce a Dio.
Dilanieranno continuamente il nostro cuore pieno di sé, affinché Dio possa
trovarvi accesso. Quanto più sapremo convivere con i sentimenti di colpa,
invece di combatterli, tanto più essi cambieranno, tanto più cambieranno noi
stessi.
ANSELM GRUN - MARIA M. ROBBEN, Come vincere nelle sconfitte, Brescia
2003,pp.103-113.
|