Preticattolici.it

Preti e religiosi del nuovo millenio in dialogo

PSICOLOGIA

La psicologia, la psicoterapia e psichiatria sono oggi in grado di offrire vie di uscita a situazioni una volta giudicate incomprensibili, disperate o inguaribili. Anche a coloro che sentono interiormente la fatica e le conseguenze di scelte, attività, disturbi, fallimenti, ministero, relazioni vengono offerti dalla moderna psicoterapia di accompagnamento gli strumenti per recuperare, serenità e vitalità abbandonando un vissuto depressivo giudicato senza uscita.

 

Sommario

LA CRISI DELL'ETA' DI MEZZO NELLA VITA DEL PRESBITERO (.pdf)

Psiche e celibato

Dio chiama anche i gay al sacerdozio

La chance del fallimento

Senso di colpa e gioia del perdono

Ruolo e missione dei religiosi anziani

Amicizia con persone dell'altro sesso (.doc)

 
  

LA CHANCE DEL FALLIMENTO

1. Accettare il fallimento
La
prima condizione necessaria per scoprire nel falli mento la mia nuova
pista di vita è la sua accettazione incondizionata. Devo anzitutto ammettere dinanzi a me stesso che la vita mi si è presentata diversamente da come l’avevo sognata. Questa accettazione fa male. Devo sopportare il dolore che deriva dalla perdita delle mie illusioni. Alcuni tentano di evitare questa sofferenza, adducendo molte ragioni del perché non sono riusciti a comportarsi diversamente. Chi però vuole motivare troppo, non ha motivazioni. Cerca ragioni per giustificarsi. L’accettazione del mio passato comporta il mettere da parte tutti i tentativi di giustificazione. Osservo il passato così com’è stato. Confesso dinanzi a me stesso di aver voluto il meglio per la mia vita e di aver avuto la speranza di padroneggiarla. Ho creduto nei miei ideali. E’ doloroso accettare e ammettere che si sono infranti.

Alcuni cercano solamente negli altri le ragioni del loro fallimento. La colpa è del coniuge. Si è manifestato diverso da come prima l’avevo conosciuto. La colpa è dei colleghi di lavoro. Mi hanno portato sull’orlo del fallimento. Hanno rovinato la mia salute. La colpa è della comunità religiosa. E diventata sempre più angusta. Se fosse stata più flessibile, avrei potuto vivere in essa. Naturalmente, gli altri hanno sempre una parte di colpa del mio fallimento. Non devo assumermi tutti gli errori. Mi soffocherei. Devo smetterla veramente di attribuire colpe, sia agli altri che a me stesso. Devo limitarmi a osservare quello che c’è stato e ammettere che il percorso si è sviluppato così come adesso lo vedo. Devo accettare che di fatto non ho proseguito questa strada, che non sono più stato capace di seguirla, qualunque siano state le ragioni. Solamente se resto in me, presso il mio insuccesso, senza ripiegare sugli altri, il mio fallimento può trasformarsi un po’ alla volta in una nuova possibilità di vita.
Non è molto facile però ammettere il proprio fallimento. Riusciamo più facilmente a reggere alle vittorie che a governare una sconfitta. Già i Romani dicevano: «Guai ai vinti». Nessuno vorrebbe essere un perdente. Eppure, di fronte al fallimento, dobbiamo ammettere di aver perso, di aver subito una sconfitta. C’è bisogno di una grande umiltà
= humilitas per scendere nelle bassezze della propria sconfitta. Se l’edificio della vita è andato a pezzi. è necessario scavare nel mucchio delle macerie per arrivare al le fondamenta, sulle quali si può edificare la nuova casa. Nel fare questo scopriremo come tutto era fragile nella casa della nostra esistenza, scopriremo quante illusioni ci siamo fatti. Questo fa male. Però non possiamo evitare questo dolore. Altrimenti non è possibile un nuovo inizio.
Nei suoi scritti Teilhard de Chardin parla continuamente dell’accettazione del fallimento. Il fallimento occupa un posto importante nella sua Ottimistica visione del mondo, nella quale vi è al centro la speranza che tutto il mondo sia compenetrato dall’amore di Cristo e si parla di armonizzazione o di ‘divinizzazione’. Fanno parte dell’ uomo non solo l’attività e lo sforzo, ma anche il patire. Dobbiamo considerare anche le menomazioni e i disagi dell’essere e guardarli in faccia, «finché, proprio nel profondo dei loro occhi seducenti, inespressivi e ostili, non vediamo risplendere lo sguardo benedicente di Dio». Si deve trovare Dio anche nella morte e nel fallimento. Chi vuole fare esperienza della pienezza della vita, deve accettare anche i crolli e le sconfitte. «Si può cogliere Dio in tutta e per tutta la vita: questo è facile da capire. Si può trovare Dio però anche nella morte. Questo ci confonde» (ibid., 29). Teilhard de Chardin è convinto che proprio grazie al fallimento riusciamo a finire in Dio e che il fallimento può essere il comincia- mento di un nuovo inizio. «La forza ostile che lo abbatte e lo distrugge può trasformarsi per lui in un principio di amore
e di vita se si accetta quest’ostilità nella fede senza cessare di combatterla» (ibid., 30). Questa non è un’idealizzazione del fallimento, ma una via per accettare l’insuccesso che ci colpisce senza che lo vogliamo; quest’accettazione lo trasforma in una via di rinnovamento.
Fuchs e Werhlick parlano della ‘grazia del punto zero’. Il fallito non ha più nulla da perdere. Non deve avere più falsi riguardi. Chi ha accettato il proprio fallimento, può sperimentare qualcosa della ‘grazia del punto zero’. Si sente libero rispetto alle opinioni e alle attese degli altri. Può incominciare di nuovo. E uscito dai «falsi riguardi, dalle compagnie e dagli intrecci di interesse» (ibid., 99) e adesso è aperto alla grazia di Dio, che lo afferra per guidano a una vita che non si orienta più sugli altri, ma sulla volontà di Dio. Adesso questa persona appartiene solamente a Dio, non agli uomini
e alle loro attese. E ascolta soltanto Dio, non ascolta più le molte voci degli uomini che vorrebbero recuperano alla ‘via della virtù. Karl Rahner non si stanca mai di sottolineare che Dio può manifestarsi a noi proprio nel naufragio, nella sconfitta. L’esperienza della sconfitta può comunicare Dio. Nella sconfitta posso sperimentare a un tempo la vicinanza sanante e liberante di Dio. Se non ho più nulla in mano, sono aperto all’esperienza di Dio che dal nulla crea il nuovo, che risuscita i morti e pone nella sconfitta l’inizio della vittoria.
2. Come comportarsi con i sensi di colpa
Un aspetto fondamentale per rielaborare il fallimento è il comportamento con i sensi di colpa. In ogni fallimento infatti si presentano dei sensi di colpa. Se un matrimonio fallisce, i sensi di colpa affiorano ancora per molto tempo dopo la separazione ufficiale. Quando dei religiosi abbandonano il monastero e dei sacerdoti il loro ministero, sono continuamente tormentati da sensi di colpa. Nel profondo del nostro cuore si annida la sensazione che avremmo dovuto farcela, che avremmo dovuto impegnarci ancora di
più. Non siamo stati forse troppo egoisti? Non siamo stati forse troppo indulgenti nei confronti dello spirito del tempo, che si preoccupa solamente della realizzazione personale? La strada giusta non sarebbe stata forse quella di farci carico della croce di tutte le difficoltà e di porre questa croce amara fino alla fine? Per quanto ci si ripeta in continuazione che neppure con tutta la buona volontà si sarebbe riusciti a rimanere nel matrimonio, nell’ordine religioso, nel sacerdozio, questi sensi di colpa riappaiono incessantemente. Non c’è modo di farli tacere. Dobbiamo affrontarli.
I sensi di colpa possono paralizzare e snervare. Ma in essi c’è anche una chance. Se li osserviamo senza accusarci di aver rovinato tutto e senza scusarci come se fossimo completamente innocenti, un po’ alla volta possono cambiare. I sensi di colpa mi indicano che non
è possibile passare una vita intera con le mani pulite. Cadremo continuamente in fallo, sia che lo vogliamo o non lo vogliamo. Se ci riconciliamo con i sensi di colpa, comprendiamo quanto è relativo cercare Dio e servirlo nella vita consacrata o nel mondo. Noi continuiamo a pensare che un legame esterno ci garantisca di vivere come vuole Dio. I sensi di colpa eliminano quest’idea. A decidere se compiamo o non compiamo la volontà di Dio non è la forma esterna. Il luogo in cui ci apriamo o ci chiudiamo a Dio è il cuore.
In nessuna forma di vita noi abbiamo la garanzia di avere preparato il nostro cuore a lui. Ogni giorno dobbiamo rivolgere nuovamente il nostro cuore a Dio, affinché vi entri e lo trasformi. I sensi di colpa possono indicarci un aspetto importante della vita spirituale. Ciò che importa è la conversione quotidiana, non la certezza di essere nel giusto. Noi non siamo mai completamente ‘giusti’. Dobbiamo sempre orientarci di nuovo a Dio. E non possiamo mai esibire qualcosa a Dio. Non possiamo presentare a Dio, come nostra personale prestazione, neppure cinquant’anni di fedeltà matrimoniale o di permanenza in convento. A Dio interessa il nostro cuore. E il nostro cuore continua a distogliersi da Dio, persino quando esternamente viviamo in maniera corretta. Se ci riconciliamo con i sensi di colpa, essi riescono ad aprire a Dio il nostro cuore. A Dio non piace il sacrificio che gli offriamo come fosse una nostra prestazione, ma «il sacrificio che piace a Dio è uno spirito contrito un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 51.19).
Non esiste un modo per superare completamente i sensi di colpa. Possono riaffiorare sempre di nuovo. E fondamentale che non ci inalberiamo in essi, che non ce li vietiamo e che non ci arrovelliamo su di essi. Piuttosto, dovremmo sempre tenerli in mente, ogni giorno dovremmo convertirci a Dio e offrirgli sempre di nuovo il nostro cuore vuoto. Allora i sensi di colpa non ci paralizzeranno, ma ci manterranno vivi sulla strada che ci conduce a Dio. Dilanieranno continuamente il nostro cuore pieno di sé, affinché Dio possa trovarvi accesso. Quanto più sapremo convivere con i sentimenti di colpa, invece di combatterli, tanto più essi cambieranno, tanto più cambieranno noi stessi.

 

ANSELM GRUN - MARIA M. ROBBEN, Come vincere nelle sconfitte, Brescia 2003,pp.103-113.