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Preti e religiosi del nuovo millenio in dialogo

  

        

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OMELIE AI PRETI

 

 

 

 

 

 

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Nella letteratura religiosa antica o moderna esiste tutto un filone di discorsi, lettere, omelie, esortazioni rivolte  o riguardanti i sacerdoti e religiosi . Questo materiale riflette le problematiche delle diverse epoche ma anche  quelle ricorrenti  legate alla condizione stessa del  ministro o del consacrato  perennemente  impegnato in una sequela fedele, gioiosa ma crocifiggente. Può essere interessante capire come maestri illuminati hanno interpretato la condizione umana e spirituale del “chiamato” indicandogli  un cammino da seguire  anche nella complessità del vivere post-moderno.

 

SOMMARIO :

Un tema urgente

LEctio divina con i seminaristi : parole del santo padre benedetto XVI  (.pdf)

LE MURA DEI VOSTRI CONVENTI SIANO DI CRISTALLO

meditazione sul ministero sacerdotale (.pdf)

DONO E MISTERO ( di Giovanni Paolo II)  .pdf

MEDITAZIONE QUARESIMALE

LETTERA A TUTTI I CHIERICI SULLA RIVERENZA DEL CORPO DEL SIGNORE.  (.pdf)

Storie di conversione: il personaggio «C33» di Oscar Wilde

iL RISORTO PER SEMPRE IN MEZZO A NOI  (cARD. f.x. nguyen van thuan)

Commento a Geremia 17, 5ss.

PREPARAZIONE ALLA QUARESIMA

Discorso 190 : NATALE DEL SIGNORE : Cristo é la nostra luce (S.Agostino)

Stima ognuno migliore di te (commento a Fil 2,3)

Gesù e Simone (commento a Lc 5, 1-11)

Il sacerdote indegno (commento a 2 Tm 2 =PG 62,612)

Sul comportamento dei chierici della sua comunità. Discorso (356) di Sant' Agostino

Omelia (41). La santità del presbitero

Omelia sui vangeli, I, XVII (S.Gregorio Magno)

Discorso del papa ai seminaristi, sacerdoti, religiosi.(Assisi 17/6/2007)

Lettera 254 all'Abate Guarino di Aulps (Bernardo)   .PDF

S. Daniele Comboni a p. Giuseppe Sembianti

 

Le mura dei vostri conventi siano di cristallo

Luigi Gaetani - Il 21 novembre la Chiesa celebra la "Giornata pro orantibus". Padre Luigi Gaetani, Carmelitano Scalzo, ci aiuta a capirne il Significato Il 21 novembre la Chiesa cattolica celebra la Presentazione di Maria al Tempio. Alla liturgia preme mettere in luce due aspetti: il valore religioso e teologico della Presentazione. La realtà religiosa è quella della totale consacrazione a Dio della Vergine di Nazaret, il suo essere “Tempio santo di Dio”, mentre il senso teologico è caratterizzato dalla preparazione di Maria ad essere Madre di Dio. Per questo duplice significato il 21 novembre è stato prescelto per celebrare la “Giornata pro orantibus”, intendendo così specchiare, in quella della Vergine presentata al tempio, l’offerta radicale a Dio della vita delle Claustrali e dei Monaci, l’ideale di ogni vita consacrata. Perché celebrare una “Giornata” per quelli che pregano? Il motivo non è pubblicitario, ma ecclesiale, oltre che pedagogico e di animazione pastorale. Gli obiettivi che intende conseguire sono: pregare per i religiosi e le religiose di vita contemplativa, come segno di stima per quello che sono e per il ricco patrimonio spirituale-carismatico dei loro Istituti nella Chiesa; promuovere, attraverso catechesi e visite presso le comunità monastiche, la conoscenza della vocazione contemplativa; favorire, nelle Chiese locali, iniziative pastorali orientate alla valorizzazione della dimensione contemplativa della vita, attraverso la lettura orante della Parola – lectio divina - e l’attiva partecipazione liturgica (SC 48. Il monastero, laboratorio di un progetto culturale permanente. La vita contemplativa ha sempre suscitato fascino ed interesse, dentro e fuori la Chiesa. Anche oggi, come sempre, la gente si domanda: a che cosa servono i contemplativi? Cosa fanno? Chi sono? Spesso, questi interrogativi, sono formulati a partire dalla prassi, dall’utilità produttiva, altre volte servono per mettere in difficoltà i destinatari, in realtà constatiamo che i contemplativi non trovano alcun disagio davanti a queste domande, perché da secoli la loro vita quotidiana è stata contrassegnata dalla concretezza; i monasteri sono stati e restano fucina di sviluppo agrario, farmaceutico, eno-gastronomico, tessile, architettonico, pittorico, urbanistico. “Ora et labora”. L’adagio benedettino è il vero sottofondo della vita monastica, ricorda che la preghiera e il lavoro camminano insieme, pariteticamente, e che questa non è una sincronia casuale, in quanto nasce dalla consapevolezza che, il vero “opus Dei”, è l’unità della vita del monaco, nonostante le molteplici attività. Altro settore produttivo della vita monastica è l’ambito culturale. Sicuramente l’impegno intellettuale dei monaci e delle monache è stato rilevante, ma il loro raggio di attività è stato ancora più ampio e diversificato, configurandosi come un vero e proprio “progetto culturale”. Questo non rappresenta solo un dato del passato, ma si prolunga efficacemente, anche se meno visibilmente, nel tempo presente. I monasteri, infatti, non sono un’isola del passato, un museo della memoria, dove si stacca il biglietto per fare turismo, ma rappresentano uno spazio vitale, con distinti ambiti, dove si incarna e si ripropone un modello teologico, antropologico e culturale. Pertanto, per i contemplativi, risulta coessenziale alimentare l’ambito lavorativo perché è il termometro che misura la crescita umana e spirituale dei singoli e della comunità, oltre che garantire il loro equilibrio psichico. Chi entra in comunità è chiamato, già nella formazione iniziale, a definire il proprio ambito di lavoro professionale, evitando dipendenze, educandosi alla cogestione o corresponsabilità, condividendo tutti i lavori più umili e quotidiani della comunità perché, “In una vita che a volte è poco ricca di stimoli concreti… il lavoro e lo studio devono mostrare frutti, avere un’utilità comune, un rendimento economico, devono essere svolti in maniera intelligente, munita di gusto personale, di responsabilità e di iniziativa” (E. BIANCHI, Non siamo migliori. Ed. Qiqajon, 2002, p.135). I monaci e le monache sono veramente tali “quando vivono della fatica delle proprie mani”, certamente non restando schiacciati o funzionali all’economia, ma tendendo, con senso di responsabilità, alla qualità dell’esistenza, consapevoli che questa è il migliore “prodotto” in grado di garantire un PIL umanizzato all’interno di una società civile, il contributo più significativo per l’umanizzazione del mondo. Il loro senso di concretezza, poi, non li riduce ad ingenui, perché sanno che la produzione di beni, in vista della vendita, implica una rete di distribuzione che ha le sue leggi particolari, pertanto si domandano come comportarsi da cristiani nel mondo economico di oggi? Che fare degli utili? Sicuramente la cultura evangelica insegna ad assicurare buone condizioni di lavoro, offrire prodotti di qualità, curare le relazioni tra datore di lavoro e dipendente, vigilare per costruire rapporti equi con i concorrenti, assicurare una retribuzione giusta, abilita a testimoniare la propria fede con atti concreti e tutto questo “non può che suscitare interrogativi, ridestare le coscienze e trasfigurare progressivamente modi di agire e di vivere a volte così lontani da Dio e dall’uomo” (Louf A., Cantare la vita, Qiqajon, 2002, p.157), tipologie di imprenditorialità alternativa, equa, solidale. La radice di questo percorso è riscontrabile nella partecipazione all’esperienza della trasfigurazione del Signore Gesù (Mt 17,1-9). L’episodio evangelico segna un momento decisivo nella teologia della sequela (VC. 15), rendendo i religiosi/e soggetti non rassegnati davanti all’ambivalenza del neoliberalismo, ma capaci di sfidare il sistema attraverso la povertà professata, vero annuncio e denunzia non violenta, dell’ indisponibilità a chiudere gli occhi d’avanti ad “una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato delle stesse cose” (VC. 90). Il monastero, spazio della passione per la “Parola brevissima”: Gesù Cristo L’unità di vita dei contemplativi, però, non si costruisce solo intorno al lavoro e allo studio, ma affermando il primato di Dio. E’ l’incontro personale con Cristo, analogamente a quanto vissuto da Paolo di Tarso sulla via di Damasco, che trasforma l’essere del monaco. Questo incontro è la fondale condizione per entrare nella vita monastica, non i complicati processi psicologici o intellettuali. Solo quest’esperienza relazionale personale cambia tutti i parametri della vita, per cui quello che prima era essenziale diviene “spazzatura”; quello che era “guadagno”, ora è solo perdita. Questo incontro con Cristo, forse non così luminoso e seducente come quello vissuto da Paolo, a noi è dato di viverlo, ordinariamente, attraverso il dono della Parola ascoltata e meditata, accolta amorevolmente, attraverso l’austera bellezza della liturgia, del silenzio, della contemplazione. Qui l’incontro si fa “Parola brevissima” (Origene), perché il credente non si accontenta di leggere un libro, quanto di cercare Qualcuno: “La Chiesa con tutto il suo ardore cerca nelle Scritture Colui che ama” (ONORIO, In Cant., PL 172, 447 D); “Trattieni ciò che hai già in mano, trattieni e tocca spesso, a lungo e con amore la parola di vita: leggi e rileggi il libro della vita, il libro che Gesù legge, che è anzi lo stesso Gesù. Ravvolgiti in esso… Rivestiti del tuo diletto il Signor Nostro Gesù Cristo… La sua Parola è di fuoco… Riposa in queste occupazioni” (GILBERTO di HOYLAND, In Cant., XIV, 1; PL 184, 68). Evidentemente la proclamazione liturgica rimane il luogo e il mezzo privilegiato per vivere questo incontro con Cristo attraverso il contatto con il testo sacro. Lì mi è restituita, nella sua pienezza, la Parola vivente ed efficace: “E’ Lui che parla quando nella Chiesa si leggono le Scritture” (SC 7); nella liturgia “Dio parla al suo popolo… il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera” (SC 33). La Parola raduna, edifica la comunità senza trascurare il carattere personale ed irrepetibile d’ogni incontro. L’equilibrio cristiano, infatti, reclama l’armonica fusione della dimensione comunitaria con quella personale. Dio non parla solo al suo popolo, interpella personalmente anche me. La sua Parola assume per me un tono e una risonanza unica. E’ così che il dialogo universale dell’atto liturgico diventa personale ed unico nella lettura sacra che lo prolunga: sento come rivolto a me quello che prima il Signore ha detto a tutti. Sento che quella Parola illumina i miei passi. Ogni vita autenticamente contemplativa è la riprova di questo percorso. Quel faccia a faccia con l’Amico divino diviene, contemporaneamente, quanto di più personale si possa pensare e l’esperienza ecclesiale del Mistero Pasquale vissuto attraverso le celebrazioni dell’anno liturgico. La Chiesa e la singola persona, infatti, non sono realtà del tutto diverse, non solo perché la persona vive nella Chiesa, ma anche perché in ogni uomo si raduna, in qualche modo, tutto il Mistero della Chiesa. Non è dunque un’accomodazione sentire come rivolto a sé ciò che il Signore dice alla sua Sposa, perché ognuno sa di essere, a suo modo, tutta la Chiesa: “Ciascuno di noi è anche Chiesa”, (S. BERNARDO Super Cant. 57, 3), “Io sono la Chiesa, sono io la Sposa” (ORIGENE, In Ex., h. 9, n.3). Il monastero, una vita da “notte bianca” Le comunità monastiche non hanno orari di chiusura, perché l’incontro con Cristo ha cambiato tutto, la stessa percezione del tempo è mutata. Il mondo divora il tempo, perché il tempo è denaro, opportunità, è breve, soprattutto. E’ costretto, quindi, a viverlo in fretta, alla giornata. Per il credente, come il monaco, il tempo è irreversibilmente deciso e per questo va vissuto, assaporato, nella sua lentezza: “egli non attende nuove partenze, non sogna occasioni improvvise, ma sente davanti a sé un tempo di maturazione, di crescita, un tempo di edificazione, di progresso umano e spirituale” (E. BIANCHI, o.c., p.199). Il tempo, per il contemplativo, è come il primo bacio, “come la prima neve vista“(P. Evdokimov), è già una goccia di eterno nel quotidiano. Questa apparente “lentezza” consente al contemplativo di accogliere a tutte le ore, di non rimandare indietro nessuno, di non essere part-time. La sua riconciliazione con il tempo gli apre come un varco nel cuore, memoria del costato aperto di Gesù (Gv 19,34), e trasforma la sua esistenza in una “agorà” empatica. Possiamo allora dire che, nonostante le alte mura, gli orari di visita determinati, la clausura, il silenzio, le comunità monastiche non sono luoghi inaccessibili e per pochi intimi, ma vere “piazze” dove la vita scorre senza sosta, come la “notte bianca”, veri luoghi d’appuntamento dove gli uomini approdano, in tanti momenti importanti e tragici della loro esistenza, trovando sempre accoglienza ed ascolto, la discrezione della confidenza consegnata e la certezza del ricordo custodito nella preghiera. Con le alte mura rese di cristallo, correndo continuamente sul filo dell’ortodossia carismatica - la tensione tra contemplazione e azione -, la comunità claustrale esercita le ministerialità della presenza e della consolazione, restando profondamente radicata nel vissuto della sua chiesa e della sua città, fino a sentire l’altro, indipendente dalla sua condizione sociale, come uno che gli abita la vita. La claustrale non è un mondo a parte, un’egoista, ma è “un’autentica centrale di energia spirituale che si alimenta alla sorgente della contemplazione, sull’esempio della preghiera a cui Gesù si dedicava nella solitudine” (BENEDETTO XVI, Alle Carmelitane Scalze di Villair de Quart –Aosta) e per questo motivo è in grado di guardare se stessa, gli altri, la storia degli uomini e delle donne con gli occhi compassionevoli di Cristo. Non abdica al suo modo di vedere, ma impara a vedere veramente passando da una prospettiva soggettiva, il suo stare dirimpetto a Cristo –“davanti a Lui per tutti” (E. Stein) – guardandolo e lasciandosi guardare, ad una prospettiva d’insieme, tentando di vedere quello che vede Cristo, perché amare è guardare nella stessa direzione, è dimorare nello stesso sguardo. Questo significa entrare nelle coordinate di Cristo, abitare nelle sue viscere di tenerezza (Lc 10,33.37), stare nella stessa lacrima, imparare a vedere nello spirito delle beatitudini (Mt 5,8), contemplare la realtà sospesi fra il cielo e la terra (Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I), tornando a vedere, come il buon samaritano, quello che per molti è semplicemente invisibile (Lc 10,31-33). Questa esperienza mistica, perché l’esperienza contemplativa è una questione di sguardi, genera uno stile di vita che rifugge i giudizi e le etichettature facili degli altri e del mondo. Il creato non è visto in balia del male, un contesto da cui evadere, ma è ammantato di grazia. Infatti, come è vero che il peccato originale ed originante, ha modificato e condiziona la realtà creata (Rm 3,23), è altrettanto vero che, per l’opera redentiva del Cristo, ci è stata definitivamente ridata la grazia originale e originante, struttura vincente, positiva, di bellezza della realtà creata e redenta (Rm 3,24; Gv 1,16-17). Per questa ragione teologica e sapienziale il contemplativo può esclamare con gaudio: “Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli Angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie… Che cosa chiedi e che cosa cerchi, anima mia? Tutto ciò è tuo e tutto per te… non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo. Esci fuori e vai superba della tua gloria” (GIOVANNI della CROCE, Orazione dell’anima innamorata). Davanti a questo stupore, gli atei come i credenti, i buoni come i cattivi si sentono compresi, anzi, i “lontani” si trovano maggiormente a loro agio, perché sentono di essere amati, non giudicati. Riconoscono che i contemplativi sono come loro, non possessori di Dio, in quanto coloro “che conoscono di più Dio sono anche quelli che comprendono meglio che resta loro un infinito da comprendere” (S. GIOVANNI della CROCE, Cantico Spirituale, 7). Per tutte queste ragioni, in questa Giornata Pro Orantibus, ci uniamo al riconoscimento grato di tutta la Chiesa per questi buoni fratelli e sorelle.

 

MEDITAZIONE QUARESIMALE: GRANDEZZA DEL PERDONO ( Teologia dell’imperfezione cristiana)

Per un’immagine creativa del cristianesimo, curato dai suoi amici. Nel Vangelo risuonano tre grandi parole che sono fondamentali nel vocabolario cristiano: misericordia, perdono, pietà. Cos’è il perdono? Non è cancellazione del nostro peccato: Gesù ricorda a Pietro, con una delicatezza sconfinata, il suo peccato; di fronte alla samaritana egli tocca con fermezza la sua colpa, non ci passa sopra. Senza verità, infatti, non c’è perdono. La colpa investe le radici del nostro essere: neppure Dio può cancellarla. Don Natale Bussi, parlando di un amico, diceva: «Puerilmente pecca e puerilmente si pente». Noi siamo piccoli anche nel peccato. C’è gente, infatti, che galleggia alla superficie di se stessa. Non possiamo cancellare la colpa, ma se ci mettiamo di fronte ad essa, se raffrontiamo consapevolmente, questa diventa sofferenza; e senza sofferenza non c’è perdono. Lo Spirito del Signore Gesù, attraverso la sua presenza amica, mi aiuta nella mia fragilità, nella mia debolezza, a riprendere in mano la mia vita. Il perdono ci rende, infatti, capaci di utilizzare in positivo tutte le nostre esperienze di male e di farne le cose più belle e più alte. Arati dalla sofferenza, cresceremo in consapevolezza e il nostro cuore diventerà più umano e più fecondo. Gesù dice a Maria di Magdala: «Molto ti è perdonato, perché tu possa amare di più». Anche l’adultera è fatta nuova dall’incontro con Gesù che non la condanna, ma la apre a vita nuova. Gesù, al contrario dei suoi accusatori, non guarda questa creatura per non umiliarla — ci sono sguardi che lapidano — ma scrive per terra ed è bella questa sfumatura di carità. Nel Vangelo Maria di Magdala, la peccatrice e l’adultera, segnate dalla sofferenza, scrivono le pagine più alte. E attraverso la sofferenza della colpa che i pubblicani e le meretrici ci precederanno nel Regno dei cieli. Ed è attraverso la colpa e la sofferenza che Pietro ha maturato un cuore capace di pascolare il gregge di Dio. Di fronte alle domande incalzanti di Gesù che gli domanda se lo ami, Pietro risponde: «Signore, tu leggi nei cuori, tu lo sai che io ti amo» ed è una risposta e una preghiera che dovremmo imparare a fare nostre. E Gesù gli dice: «Adesso che hai conosciuto il mistero della tua fragilità, posso costruire su di te la mia Chiesa». Questo è il perdono: fare delle colpe bellezza Nel Vangelo troviamo tanta povera gente impigliata in scelte sbagliate, inchiodata, paralizzata in un passato oppressivo. Queste creature possedute dal male, sotto lo sguardo di Gesù, si fanno nuove, vestite di bellezza e di miracolo. Erano consunte, logore, senza più rispetto di se stesse e sono rinate. Di fronte a Lui, totalmente puro, scopriamo la nostra condizione di peccatori. E l’esperienza che fa il buon ladrone, il primo santo canonizzato dallo stesso Cristo: «Oggi sarai con me in Paradiso». I nodi del cirmolo (= pino delle Alpi, tipico delle montagne aostane, caratterizzato da un legno ricco di nodi) nella chiesa di Saint Jacques sono diventati una nota di bellezza: se li togliessimo resterebbero occhiaie vuote, terribili. Analogamente se la confessione cancellasse le colpe, esse sarebbero nella nostra vita, appunto, occhiaie vuote. Il perdono è fare delle colpe bellezza. In questo senso scompare il senso morboso della colpa, non guardiamo a essa come a un peso che grava su di noi; possiamo, invece, riconciliarci con noi stessi. Non dobbiamo, dunque, rimuovere le colpe, ma dire con Agostino: «Signore, che cose belle hai fatto con le mie esperienze sbagliate». Ogni avventura può avere il suo punto di trasfigurazione. E necessario non fuggire, ma affrontare la nostra coscienza, trovando il coraggio di arrivare in fondo, alla verità ultima di noi stessi: senza verità, infatti, non ‘è perdono e non c’è assoluzione. E necessaria, dunque, la coscienza, ma di sola coscienza si può anche morire. Dopo aver destato la coscienza, abbiamo bisogno della tenerezza di Dio che ci avvolge. A volte, infatti, noi siamo i torturatori di noi stessi: non sappiamo perdonarci. Se noi non ci perdoniamo, saremo sempre intossicati dal male. Ci può essere un’apparente durezza di Dio per indurci a prendere coscienza del nostro peccato. Nella pagina biblica, Giuseppe finge di non riconoscere i fratelli, il suo è uno stratagemma pedagogico per indurli a prendere coscienza della loro colpa e a confessare: «Noi abbiamo venduto nostro fratello». Solo allora Giuseppe, scoppiando in pianto, può comunicare loro il suo perdono e i fratelli possono riconciliarsi. Il perdono è, infatti, accendere, non spegnere la coscienza. Cos’è la misericordia di Dio? E Dio che abita dentro di noi e ci ama tanto da dirci: «Io patisco dentro di te e in te sono sfigurato, ma non mi arrendo, non ti abbandono; voglio che tu rinasca e tu dovrai infine ritrovarti e ricominciare la vita». Perdonare è dare la possibilità di ricominciare la vita Chi di noi nella vita non è stato salvato da un amore, che è andato al di là dei propri meriti e dei propri demeriti, da qualcuno che si è fatto nostro compagno di strada, che non ci ha giudicato, che ci ha preso per mano, che ci ha restituito fiducia e ci ha dato così la possibilità di ricominciare lavita? L’amore che salva dice: «Ti amo non perché sei buono, ma perché sei un amico, e ti amo tanto che alla fine sarai buono. Io, per quanto sta in me, voglio aiutarti a far emergere la parte luminosa dite». Perdonare è l’atto più grande di tutta la creazione: rifare una novità di vita a partire dalle esperienze sbagliate, far rifiorire una creatura spenta. Solo chi è abitato dallo Spirito di Dio, è capace di questo gesto divino: aprire le realtà più chiuse, quali sono la morte e il peccato. Occorre arrivare a vedere la sofferenza più che la colpa. Il peccatore non è un gaudente: è un sofferente. Le parole che Gesù rivolge a Giuda: «Meglio che non fossi mai nato», vogliono significare: «Infelice amico, perché con un bacio tradisci la più alta amicizia della tua vita? Quanto dolore te ne verrà di conseguenza!». Sono queste parole di pietà e di misericordia. Anche noi possiamo diventare capaci di pietà e di amore. Là dove facciamo fatica ad amare, dobbiamo imparare a vedere, oltre la colpa, la sofferenza. Dove c’è sofferenza deve esserci, infatti, pietà. Con la fantasia del cuore dobbiamo essere un angelo amico che faccia sentire a chi soffre la nostra pietà e il nostro amore. Dio ci aiuti ad avere pietà verso ogni creatura, a vedere la pena segreta che c’è nel cuore di ogni uomo, non bloccandoci a considerare la sua colpa. Signore, aiutaci a perdonare, a fare, come te, nuove tutte le cose. Il peccato non è violazione di una norma, non è un fatto giuridico. Per Giovanni, il peccato è il rifiuto di Cristo, è il peccato contro la luce. In questa visione emerge la grandezza sacra di ogni uomo. Siamo icona di Dio e dobbiamo essere fedeli a questa verità divina, altrimenti rischiamo di perdere la vera misura di noi e di tutte le cose. La penitenza è, dunque, il sacramento dell’ascolto, non del giudizio, è un cammino, una progressiva purificazione del nostro modo di sentire, di essere e di pensare. Nel Vangelo, infatti, la penitenza si rivela come beatitudine, festa, buona novella, un ritrovare la bellezza che ci fa nuovi, sotto lo sguardo di chi ci restituisce la vita nella sua pienezza e nella sua gioia. (Da Vita Pastorale 2, 2009) Don Michele Do (+ 2005)

 

 

Storie di conversione: il personaggio «C33» di Oscar Wilde

La gentilezza che spezza il cuore di pietra

di Antonio Spadaro

Qualcuno ricorderà L'Annuario del parroco, una bella raccolta di Testi e documenti di vita sacerdotale e di arte pastorale, curata al suo sorgere nel 1955 da don Giuseppe De Luca. In quelle pagine la vita sacerdotale veniva declinata con maestria con l'arte pastorale. La parola arte aveva il suo senso proprio e non era dunque solo una maschera dei termini, oggi più comuni, di tecnica o metodologia. Nel 1970, quando da sette anni l'Annuario era curato da don Giuseppe Badini, nella sezione "I pozzi delle anime" appare un brano dal titolo "Il posto di Cristo è veramente tra i poeti". Il suo autore è Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, noto più comunemente come Oscar Wilde (1854-1900). È un testo tratto da quella lettera che va sotto il nome di De profundis. Perché don Badini cita questa lettera del "pagano" Wilde tra le letture possibili di un buon sacerdote? Il De profundis, tra le più intense della produzione wildiana, è una lunga lettera a lord Alfred Douglas. Perché Wilde l'ha scritta? Per rispondere è necessario entrare almeno succintamente nella biografia dello scrittore. La vita di Wilde è definibile come "estetica", catturata dalla bellezza e dai suoi riflessi fascinosi. In fondo poi tutto, fino a un certo punto, andò bene nella sua esistenza: una brava e affettuosa moglie, due bambini, il successo. Ma non durò a lungo. L'affetto per la moglie era fin troppo spiritualizzato ed estetizzante per resistere. I luoghi dove il giovane Wilde, certe notti, si perdeva erano i bassifondi, dove andava alla ricerca di ragazzi sessualmente compiacenti. L'equilibrio creato non poteva durare a lungo e infatti si spezzò quando Wilde fece la conoscenza di lord Douglas. Quest'amicizia portò lo scrittore insieme all'esaltazione e alla rovina economica e morale. La parabola discendente giunse a portare Wilde in tribunale, giudicato e condannato per pederastia. Siamo nell'Inghilterra del 1895. Il mondo di Wilde, già uomo di successo, si capovolse. Gli anni di carcere furono durissimi, confortati solo da qualche lettura, e tra queste quella di Dante, del Nuovo Testamento, dei Pensieri di Pascal, della Vita di Gesù di Renan. In questo contesto Wilde scrisse il De profundis, che si configura come il grido stesso dell'anima che dall'abisso della disfatta cerca di risalire alla luce: "Dalla mia natura sono venuti fuori una selvaggia disperazione, un abbandono al dolore pietoso da guardare, furore terribile e impotente, amarezza e sdegno, angoscia che piangeva a gran voce, infelicità che non riusciva a trovare sfogo, dolore muto. (...) non potevo sopportare che (le mie sofferenze) fossero senza significato. Ora trovo, nascosto da qualche parte della mia natura, qualcosa che mi dice che niente al mondo è senza significato, e meno di tutto la sofferenza". Cosa è capace di trasformare il "dolore muto" nella "bellezza del dolore"? La risposta si può trovare in un'opera di Wilde forse meno nota eppure strordinaria: The Ballad of Reading's Gaol (La ballata del carcere di Reading), un poemetto di 109 sestine scritto dopo la scarcerazione. Scontata la sua pena, Wilde si rifugia a Berneval, un paesino della Francia. Lì comincia a comporre l'opera che uscì esattamente 110 anni fa, nel 1898, dapprima anonima: il suo nome apparirà solo nella settima edizione fino alla quale l'autore si celò sotto i numeri della sua matricola carceraria "C33". Il protagonista è un uomo, di cui non viene fatto il nome, che aveva ucciso la donna che amava e che la legge ha giustiziato. La Ballata si apre con l'immagine del condannato che cammina tra i carcerati con un triste abito grigio. In pochi tratti Wilde prosegue descrivendo tasselli e figure di vita carceraria, con straordinaria efficacia fino a descrivere quella "sete morbosa / Che ti insabbia la gola, prima / che il boia con i suoi guanti da giardiniere / Esca dalla porta imbottita / E ti leghi con tre corregge di cuoio, / Che la gola non provi sete mai più". Wilde percepisce il pianto, la "guancia che trema", la preghiera "a labbra di creta" mai fuori dallo sguardo altrui. Viene il giorno dell'esecuzione della sentenza e l'autore riflette: "Come navi a bufera spinte / Incrociammo le rotte: / Segno o parola non facemmo, / Nulla c'era da dire; / Non la santa notte incontrammo, / Ma di vergogna il giorno". Non la santità aveva segnato il loro incontro, ma la vergogna, ciascuno nella sua cella, nel suo "inferno separato: il mondo ci aveva espulsi dal suo cuore, / E Dio dalla Sua cura". Il senso dell'abbandono vince la riflessione e le immagini luminose perché ci si scopre presi dalla "ferrea tagliola" del peccato, trapassati dalla sua spada "fino all'elsa avvelenata". La preghiera accompagna queste emozioni di tristezza e di angoscia ("Tutta notte pregammo inginocchiati"). L'orologio della prigione "Trafisse l'aria tremante" e "Al gancio di trave annerita / L'unta corda vedemmo, / La preghiera si udì che il laccio / In stridìo strangolò". Il cadavere, nudo e incatenato, "avvolto in un lenzuolo di fiamma", è ceduto alla calce che lo divora. Quel pezzo di terra sarà interdetto alla semina perché sconsacrato. Resterà sterile e spoglio perché in carcere pensano "che un cuore di assassino corromperebbe / Anche i loro semi innocenti". Ecco il "dolore muto", espressione di una condanna senza appello. Ma a questo punto il grido di Wilde è incontenibile nel suo sdegno: "Non è vero! La terra di Dio è gentile", pietosa, migliore più di quanto la mente dell'uomo possa sapere o immaginare: "La rosa rossa potrebbe fiorirvi / più rossa ancora e più bianca la bianca". La Grazia ha percorsi insondabili e si manifesta proprio dove l'angoscia divora il cuore e il senso del peccato sembra non lasciar respiro. Alla "dolce aria di Dio", al raggio del suo sole potrebbe venire "Dalla bocca una rosa rossa! / Una bianca dal cuore!". Infatti "chi può dire per quali strane vie / Cristo porta alla luce la Sua volontà?". La via della Grazia può essere strana, insolita, ma viene comunicata dal fatto che "il Figlio di Dio è morto per tutti". La "strana via" parte dalla Croce di Cristo, davanti alla quale la sofferenza senza senso e il "dolore muto" diventano grido di appello prima e poi di stupore per la salvezza che ricorda da vicino ciò che sant'Ignazio scrive nei suoi Esercizi Spirituali, dopo aver proposto la meditazione sul peccato: "Grido di stupore con profonda commozione, considerando che (...) la terra non si sia aperta per inghiottirmi, creando nuovi inferni per tormentarmi in essi per sempre" (n. 60). Si ha la netta percezione che la "gentilezza" della "terra di Dio" sia icona, immagine viva della salvezza. Le leggi di Dio, quelle eterne, sono come la terra: gentili, clementi, buone a tal punto che spezzano il cuore di pietra. E questa frattura è la porta attraverso la quale Cristo può entrare nella vita di un uomo. Nessuna durezza può sbarrargli il passo: "Ogni cuore umano che si spezza / In cella o cortile di carcere, / È come l'anfora spezzata che rese / Il suo tesoro al Signore, / E colmò la casa del sudicio lebbroso / Del profumo del più prezioso nardo". Anche se di pietra, il cuore spezzato dalla Grazia è come l'anfora di nardo che nel Vangelo appare infranta per profumare i piedi di Cristo. E questo profumo stilla da un cuore di peccatore, anche da quello di un omicida. Allora, esclama Wilde, "Beati coloro il cui cuore può spezzarsi / E conquistare la pace del perdono!". Anzi, "Se non per il cuore spezzato / Come entrerebbe Cristo?". Il cuore spezzato è una condizione perché il vangelo e il perdono non scorrano via come su una superficie impermeabile. Il carcere può diventare luogo di salvezza perché a contatto con il Cristo, la bruttura del peccato è tolta, e la "bellezza del dolore" si rivela. Ecco la conclusione e la risposta alla domanda che ponevamo all'inizio: il dolore "bello" è quello proveniente dalla commozione stupita che si ritrovano coloro il cui cuore è stato spezzato dalla gentilezza di Dio. Ecco "il centro motore dell'arte di Wilde": "L'uomo non può arrivare al cuor divino se non attraverso quel senso di separazione e di perdita che si chiama peccato" (James Joyce).

 

 

IL RISORTO PER SEMPRE IN MEZZO A NOI
Card. F.X. NGUYEN VAN THUAN
 

«Io sono in mezzo a loro»
San Matteo riferisce questa promessa di Gesù:
«Dove sono due o tre riuniti nei mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20).
Non dobbiamo pensare qui soltanto all’assemblea liturgica ma ad ogni situazione in cui due o più cristiani sono uniti nello Spirito, nella carità di Gesù. E non dobbiamo pensare neppure soltanto alla semplice onnipresenza del Cristo Risorto nel cosmo intero.
Scrive un esegeta dei nostri giorni: «Matteo pensa ad una presenza. diciamo, “personalizzata”. Gesù è presente come crocifisso risorto, e cioè in quell’apertura di donazione totale vissuta in croce, dove egli, con tutta la sua umanità, si apre all’azione divinizzante del Padre e si dona totalmente a noi comunicandoci il suo spirito, lo Spirito Santo. La presenza del Risorto non è dunque una presenza statica, un essere-qua e basta, ma è una presenza relazionale, una presenza che bussa alla porta del cuore è una presenza che raduna e unifica e che di conseguenza aspetta la nostra risposta, cioè la fede. In breve, la prossimità di Cristo raduna “i figli di Dio dispersi” per fare di essi la Chiesa» .
Sin dall’Alleanza conclusa al Sinai con Israele, JHWH si rivela come colui che interviene efficace-
mente nella storia. Egli ha liberato gli Ebrei dalla schiavitù in Egitto, ha fatto di essi il suo Popolo. «Io sono in mezzo a voi» è la parola che contraddistingue già la prima Alleanza: una presenza che protegge, guida, consola e punisce...
Con l’avvento del Nuovo Testamento, questa presenza acquista una densità tutta particolare e Huova. Nella risurrezione di Gesù, la promessa della presenza definitiva di Dio, la promessa dell’Alleanza definitiva dunque, trova il suo compimento.
Nella comunità cristiana, l’Emmanuele, cioè il Dio-con-noi, è «il salvatore del suo Corpo», la Chiesa (cf. Ef 5, 23). Presente in mezzo ai suoi, egli convoca e raduna non soltanto Israele ma tutta l’umanità (cf. Mt 28, 19-20). Vivere con Gesù «in mezzo», secondo la promessa di Mt 18, 20, significa attualizzare fin d’ora il disegno di Dio sull’intera storia ed umanità.
Una risposta: nella fratellanza vissuta
Ma come rendere visibile la presenza permanente del Risorto?
Quando, dopo il crollo del Muro di Berlino, si riunì la Prima Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Europa e si interrogò sulla nuova evangelizzazione del continente, un religioso ungherese sottolineò che l’unica Bibbia che è letta dai cosiddetti «lontani» è la vita dei cristiani. E potremmo aggiungere: siamo noi, è la nostra vita, l’unica eucaristia di cui si ciba il mondo non cristiano.
Per la grazia del battesimo e particolarmente per l’Eucaristia siamo inseriti in Cristo, ma è nella fratellanza vissuta che la presenza di Gesù nella Chiesa si manifesta e diventa operante nell’esistenza quotidiana.
Nel silenzio, due o tre credenti possono testimoniare nell’amore reciproco ciò che costituisce la loro identità profonda: l’essere Chiesa nella cura dei più deboli, nella correzione fraterna, nella preghiera in unità, nel perdono senza limiti. San Paolo dice: «Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5, 2).Ritroviamo questo orientamento nel cosiddetto «mandato missionario del Quarto Vangelo»: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). Dove è l’amore reciproco, là si vede Cristo. E la misura dell’amore reciproco è: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15, 13). A ragione, dunque, l’Instrumentum laboris della recente Seconda Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Europa afferma: «Se l’Eucaristia è la presenza più grande del Signore risorto, l’amore reciproco vissuto con radicalità evangelica è la presenza più trasparente, che più interpella e induce a credere» (n. 45). «Ubi charitas est vera, Deus ibi est», dice l’antico inno.

Cellule vive ovunque
Nel mio Paese, prima della Perestroika (Doi moi,), in ciascuna delle due diocesi di Langson e Bac Ninh nel Nord del Vietnam, sono rimasti soltanto due preti e anche questi non potevano uscire liberamente dalla loro residenza. Racconta il cardinale Giuseppe Trinh Nhu Khue: «Piccoli gruppi di due o più vivevano il Vangelo nel quotidiano e si aiutavano in ogni modo; e nel dono reciproco sperimentavano la presenza di Colui che ha detto:
“Abbiate fiducia! Io ho vinto il mondo” (Gv 16 )
E soprattutto grazie a questi piccoli gruppi che sperimentavano e testimoniavano nel quotidiano la presenza di Cristo, che la Chiesa nel mio Paese è sopravvissuta. Ovunque, infatti, si poteva verificare questa presenza di Cristo. Anche fra due cristiani che si incontravano al mercato o fra due uomini che lavoravano fianco a fianco nel campo di rieducazione. Non occorreva parlarsi. Non occorreva un particolare contesto. Bastava unirsi «nel suo nome», vale a dire nel suo amore. E si sperimentava la presenza del Risorto che illuminava e confortava.
Nella presenza di Cristo in mezzo a noi trovavamo la speranza: quella speranza che «non delude» (cf. Rm 5, 5). E grazie ad essa irradiavamo il Vangelo attorno a noi. Proprio quando veniva meno tutto, Gesù ha ripreso a camminare per le stra183 de del nostro Paese. È uscito dai tabernacoli e si è fatto presente nelle scuole e nelle fabbriche, negli uffici e nelle prigioni.
Quello che ci distingue
Iesus vivens in Ecclesia sua. E viene da domandarsi: non è questa una grande luce specialmente per noi che viviamo e lavoriamo nella Curia Romana? Non si trova qui ciò che, più di tutto, può disporre i cuori ad ascoltarci e ad amarci? Senza la testimonianza dell’amore reciproco, senza la presenza viva di Cristo fra noi — non soltanto nelle nostre chiese e cappelle, ma nei nostri uffici — il nostro lavoro sarebbe come quello di un’azienda.
Siamo circa 3.500 collaboratori in Vaticano. Che cosa ci distingue da un qualsiasi organismo di governo? Le funzioni religiose? Il fatto che ci occupiamo delle cose della Chiesa? E che cosa può dar incidenza alla nostra azione nel mondo? «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri»!
Certo, questa presenza viva del Cristo nella reciprocità dell’amore domanda una grande purezza e nobiltà di intenzioni.
Avverte san Giovanni Crisostomo: «Che dunque? Non vi sono forse due o tre riuniti nel nome suo? Vi sono, sì, ma raramente. Infatti (Gesù) non parla semplicemente di riunione (materiale) (...).
Ciò che egli dice ha questo significato: se qualcuno mi tiene come causa principale dcl suo amore verso il prossimo, io sarò con lui (...). Oggi invece vediamo che la maggior parte degli uomini hanno altre motivazioni per la loro amicizia: uno ama perché è amato; un altro perché è stato onorato; un altro perché qualcuno gli è stato utile (...). Ma è difficile trovare qualcuno che ami per Cristo, come si deve amare il prossimo (...). Chi ama così (...) anche se è odiato, insultato, minacciato di morte, conti- mia ad amare (...). Poiché così Cristo ha amato i nemici (...) con il più grande amore».
Ed è sempre Giovanni Crisostomo che ci pone davanti l’esempio di Pietro e Giovanni secondo il racconto di At 3, 1: «Cerca di imparare quanto grande fosse la loro carità, la loro concordia e il loro accordo: come si comunicassero tutto e tutto facessero legati dal vincolo dell’amicizia secondo Dio e come apparissero insieme alla mensa, nell’orazione, nel camminare e in ogni altra azione». «Pietro e Giovanni — egli conclude — erano tali (cioè uniti) e Iesum in medio habebant. Comprendi quanto sia importante essere uniti?».
Ciò che più vale
La vocazione cristiana è vivere l’unità.
La comunità cristiana unita nell’amore reciproco è il luogo attuale dove Gesù si rende visibile.
La novità cristiana si manifesta dove due o tre
uniti godono della presenza del Cristo risorto.
Chiediamo la grazia, carissimi Fratelli, che questo Giubileo ci rivesta di un amore nuovo, di rinnovata concordia ed amicizia e di una grande longanimità, affinché risplenda in mezzo a noi la presenza di Cristo!
«Se siamo uniti Gesù è fra noi. E questo vale. Vale più di ogni altro tesoro che può possedere il nostro cuore: più della madre, del padre, dei fratelli, dei figli. Vale più della casa, del lavoro, della proprietà; più delle opere d’arte di una grande città come Roma. Gesù in mezzo vale più dei magnifici monumenti, dei sontuosi mausolei, di tutto lo splendore del Vaticano: più della nostra anima!

 

 

Commento a Geremia 17, 5ss.

Che cosa dice a me, religioso, questa parola così forte, così radicale che non sembra lasciare  spazio alle mediazioni, alle edulcorazioni e alle raffinate interpretazioni. Un  messaggio costruito sugli opposti, sulle contrapposizioni: Maledetto/Benedetto; ricchezza/ povertà;salvezza/perdizione; beatitudine/disperazione. Tutto è basato sugli estremi.

E’ impossibile non chiedersi il perché di questa apparente intransigenza; di questa consegna tassativa mentre tutto il messaggio neo testamentario sembra indulgere alla tolleranza. A tutti noi che, da moderati, razionali, prudenti ed equilibrati, lottiamo per costruire una terza via; che abbiamo fondato la nostra vita su questa perenne oscillazione – come quella di un pendolo – tra fiducia in Dio e fiducia nell’uomo, tra amore di Dio e amore di noi stessi, tra l’attaccamento alla dimensione religiosa e mille altri conforti. Propendendo inesorabilmente per la fiducia in cose molto materiali e quindi per un allineamento con le opinioni emergenti. La stessa parola di Dio conferma questa realistica visione dello stato delle cose e la causa di tutto ciò: “Più fallace di ogni altra cosa il cuore e difficilmente guaribile”

 Forse allora che non è possibile una terza via tra fede in Dio e fede nell’uomo? Tra superbia e umiltà? Tra ricchezza e povertà di spirito? Tra carne e spirito? Tra amore e odio? La risposta inequivocabile sembra essere questa: Non è concepibile o accettabile un’alternativa  che si collochi tra  grazia e peccato, tra santità e malvagità e in definitiva l’unica scelta possibile è quella che ci indica la parola di Dio.  Forse la coscienza rinnovata del primato di Dio in quanto assoluto può metterci su una strada di conversione. E centralità di Dio significherà innanzitutto una rinnovata fiducia in lui un ritornare a lui in qualsiasi condizione, perché il non ritornare è una strada senza sbocco. Sappiamo quanto la spiritualità dello scorso secolo e anche l’attuale si soffermi con Teresa di Lisieux  sulla necessità di investire  di più e meglio in questa fiducia perché una visione più evangelica del volto misericordioso del Padre lo esige in quanto egli , come afferma Caterina “Vuole fare misericordia al mondo intero”. E’ quindi importante non lasciare il discorso della fiducia a qualche momento particolarmente fervoroso ma ritornare  di continuo, riconoscendo i nostri sbandamenti, ritornare per chiedere ogni giorno, il suo perdono, ritornare perché egli ci attira a sé.

Per dei religiosi  confidare soltanto in Dio significherà forse camminare accanto agli uomini del loro tempo sapendo che l’unico e vero amore e l’unica vera risorsa di salvezza è l’uomo Gesù Cristo Figlio di Dio,significherà camminare in mezzo alle cose senza sporcarsi le mani, con il cuore là dov’è il suo tesoro vero e significa  accettare la logica dell’obbedienza in una visione di fede in un vero distacco anche da se stessi cioè dal nostro disordinato amore proprio che secondo Caterina è la radice di tutti i mali ed il più difficile da estirpare.  Dice Agostino nel Discorso 344: “Questa gara ci viene proposta: una lotta con la carne, una lotta col diavolo, una lotta col mondo. Ma dobbiamo avere fiducia, perché chi ha indetto la gara, non sta li come spettatore senza darci il suo aiuto”.

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L'UTILITÀ DEL DIGIUNO

 

Fame degli uomini, fame degli angeli. Fame e sete di giustizia.

 

1. 1. Dire qualcosa sul digiuno è un'ispirazione divina e anche il tempo dell'anno ci invita a farlo. E` un'osservanza questa, una virtù dell'animo, un vantaggio dello spirito a spese della carne, e non può essere oggetto di offerta a Dio da parte degli angeli. In cielo vi è ogni abbondanza e sazietà eterna. Lì non manca nulla perché in Dio si appaga ogni desiderio. Lì il pane degli angeli è Dio, che si è fatto uomo perché anche l'uomo potesse cibarsene 1. Qui tutte le anime, che sono vestite di un corpo terreno, riempiono il ventre dei frutti della terra, là gli spiriti razionali, che governano corpi celesti, riempiono di Dio le loro menti. Tanto qui che lì vi è un cibo. Ma questo cibo nostro nel momento stesso che ristora viene meno; diminuisce nella misura in cui riempie. Quello invece rimane integro anche quando riempie. Bisogna aver fame di quel cibo. Lo prescrive Cristo quando dice: Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati 2. Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all'altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l'anima, ne aumenta la capacità. Fatti più capaci, a suo tempo saranno appagati. Che dire allora? Che su questa terra non ricevono alcun appagamento quelli che hanno fame e sete di giustizia? Sì che ricevono qualcosa, ma un conto è la refezione del viandante, un altro la perfezione dei beati. Ascolta l'Apostolo, che ha fame e sete, e certamente di giustizia, la più che se ne può raggiungere in questa vita, la più che se ne può praticare. Nessuno oserebbe confrontarsi con lui nonché ritenersi superiore. Dice dunque: Non che io abbia già acquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione 3. E considerate chi è che parla: il " Vaso di elezione " 4, l'estremo lembo, per così dire, del vestito del Salvatore, una estrema frangia che tuttavia sana chi la tocca, come la donna che pativa perdite di sangue, perché aveva fede 5. E` l'ultimo e il più piccolo degli Apostoli, come egli stesso dice: Io sono l'ultimo degli Apostoli, e: Io sono l'infimo degli Apostoli, e ancora: Non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Ma per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio con me 6. Ascoltando queste parole, ti sembra di ascoltare uno che è ripieno di grazia, al colmo della perfezione. Ma se l'hai ascoltato quando è sazio, ascolta di che cosa ha ancora fame. Dice: Non che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione, e: Fratelli, io non ritengo di aver raggiunto la méta, ma una cosa sì: dimentico del passato e proteso verso il futuro corro verso la méta, per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere in Cristo Gesù 7. Dice di non essere ancora perfetto, di non avere ancora ricevuto, di non avere ancora raggiunto. Ma dice di essere proteso in avanti; di correre verso il premio della chiamata superna. E` in viaggio; ha fame, vuol essere saziato, si affretta, desidera giungere, brucia: nulla gli tarda quanto essere sciolto dal corpo per essere con Cristo 8.

 

Alimento terreno, alimento celeste.

2. 2. Dunque, carissimi, come c'è un alimento terreno, di cui si nutre la carne debole, c'è anche un alimento celeste di cui si ricolma l'anima pia. L'uno e l'altro hanno un ruolo vitale: l'uno per gli uomini, l'altro per gli angeli. Tengono un luogo intermedio gli uomini di fede, distinti nel loro animo dalla turba degli infedeli. Essi sono protesi verso Dio, e a loro va il richiamo: In alto il cuore 9, perché hanno la speranza di un'altra vita 10 e sanno che in questo mondo sono di passaggio 11. Essi non si possono confrontare con quelli che ritengono essere un bene solo il godimento dei piaceri terreni 12 e neppure con quegli altri che abitano le supreme sedi del cielo, la cui sola delizia è quel Pane stesso da cui sono stati creati. Quelli che sono chini sulla terra, in cerca di cibo e di piacere che riguardi la sola carne, sono da paragonarsi agli animali. Distano di gran lunga dagli angeli per la condizione obiettiva e per il costume morale: per la condizione, perché sono mortali; per il costume, perché sono sensuali. Fra quel popolo celeste e quello terrestre era in certo modo sospeso l'Apostolo; là s'incamminava, di là ritornava, là tendeva da qui sollevandosi. Non poteva ancora dirsi partecipe di quel popolo, perché allora avrebbe detto: " Sono nella perfezione "; né era con questi uomini pigri, inerti, fiacchi, sonnolenti, che non credono se non in ciò che vedono e in ciò che passa, e che sono nati e che moriranno 13. Se si ritenesse della loro schiera non direbbe: Corro al premio della superna chiamata 14. Dobbiamo dunque regolare i nostri digiuni. Questo non è, come ho detto, un adempimento angelico e neanche lo è di quegli uomini che sono schiavi della gola 15. E` un atto proprio alla via di mezzo, la nostra, per cui viviamo distinti da chi non ha fede e con l'aspirazione di essere uniti agli angeli. Non siamo ancora giunti, ma siamo in cammino; non abbiamo ancora quella felicità, ma di qui vi sospiriamo. Qual è l'utilità di astenersi un poco dal cibo e dal piacere della carne? La carne preme contro il suolo, la mente tende all'alto; è trasportata dall'amore, è ritardata dal peso. A questo proposito dice la Scrittura: Il corpo soggetto a corruzione appesantisce l'anima e l'abitazione terrena dei sensi grava la mente dai molti pensieri 16. Se dunque la carne china sulla terra è un peso all'anima, un bagaglio che appesantisce il suo volo, quanto più uno ripone le sue gioie nella sua vita superiore, tanto più depone del suo bagaglio terreno. Ecco che cosa facciamo quando digiuniamo.

 

Necessità del digiuno.

3. 3. Il digiuno non vi sembri una cosa di poca importanza o superflua; chi lo pratica, secondo le consuetudini della Chiesa, non pensi fra sé, non dica fra sé, ascoltando il tentatore che suggerisce nell'intimo: " Che cosa digiuni a fare? 17. Defraudi la tua vita, non le dài ciò che le fa piacere; ti procuri da te stesso una pena, ti fai carnefice e tormentatore di te stesso. A Dio può piacere che tu ti tormenti? Sarebbe crudele se avesse piacere delle tue pene ". Ma tu rispondi così al tentatore: " Mi dò certo un supplizio, ma perché egli mi perdoni, da me stesso mi castigo perché egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza. Anche la vittima è tormentata, per essere posta sull'altare. Così la mia carne appesantisce meno il mio spirito ". A questo cattivo consigliere, schiavo del ventre, rispondi con questo esempio: " Se tu, per caso, cavalcassi un giumento, se montassi un cavallo che con la sua andatura sfrenata ti potesse far cadere, per fare un viaggio tranquillo non razioneresti il cibo a quel furente, non cercheresti di domare con la fame quello che non riesci a domare col morso? La mia carne è il mio giumento mentre faccio il viaggio verso Gerusalemme, spesso mi porta via, cerca di buttarmi fuori dalla strada. La mia via è Cristo 18. Non dovrò dunque frenare con il digiuno la bestia che va a sbalzi? ". Se qualcuno capisce ciò, può verificare con la sua stessa esperienza quanto sia utile il digiuno. Ma questa carne, che ora è domata, lo dovrà essere sempre? Finché oscilla nella situazione temporale, finché è appesantita dalla condizione di mortalità, ha questi sbalzi, ben visibili e pericolosi al nostro spirito. La carne qui infatti è ancora corruttibile, non è ancora risorta. Il fatto è che non sempre sarà così; adesso non ha ancora lo stato proprio della costituzione celeste, non siamo ancora resi uguali agli angeli di Dio 19.

DISCORSO 210

 

QUARESIMA

Alcune domande.

1. 1. È arrivato il tempo sacro che ci esorta ad umiliare la nostra anima con le preghiere e con i digiuni e a castigare il nostro corpo più che negli altri tempi dell'anno. Ma perché questo tempo si celebra all'approssimarsi della solennità della passione del Signore? E quale mistero racchiude il numero quaranta? Poiché alcuni solitamente si pongono queste domande, doverosamente ci accingiamo a parlarvi di questo argomento, dato che il Signore si è degnato di farci il dono di parlarne alla vostra Carità. Sappiamo che essi desiderano apprendere queste cose non per farne delle dispute ma con l'unico scopo di conoscerle: la loro fede e la loro pietà ci aiuteranno molto ad impetrare quanto dovremo dire.

Perché il digiuno quaresimale prima del Battesimo?.

1. 2. Si è soliti porre la questione: perché il Signore Gesù Cristo - il quale, assunto un corpo umano e fattosi uomo, è apparso in mezzo agli uomini proprio per darci l'esempio di come vivere, come morire e come risorgere - digiunò non prima di battezzarsi ma dopo il battesimo? Così è scritto infatti nel Vangelo: Appena battezzato Gesù uscì subito dall'acqua ed ecco si aprirono i cieli e vide lo Spirito di Dio scendere e venire sopra di sé. Ed ecco una voce dai cieli che diceva: questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto. Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Egli, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente ebbe fame 1. Noi invece, insieme a coloro che dovranno ricevere il battesimo, digiuniamo prima che arrivi il giorno del loro battesimo, che coincide con il giorno di Pasqua; dopo Pasqua invece per cinquanta giorni mitighiamo i nostri digiuni. Questo fatto giustamente susciterebbe una certa inquietudine se fosse lecito battezzare o farsi battezzare soltanto nel solennissimo giorno di Pasqua. Mentre però in nessun giorno dell'anno è proibito amministrare il battesimo secondo la necessità e la volontà di ciascuno - così ha concesso colui che diede loro il potere di diventare figli di Dio 2 -, è lecito celebrare l'anniversario della passione del Signore soltanto in un determinato giorno dell'anno che si chiama Pasqua. Ne consegue che non bisogna assolutamente identificare il sacramento del battesimo con la Pasqua. Il battesimo lo si può ricevere in qualunque giorno; la Pasqua invece la si può celebrare soltanto in un solo e determinato giorno dell'anno. Il battesimo è dato per ricevere la vita nuova; la Pasqua serve per ricordare un fatto importante della nostra fede. Che la maggior parte dei battesimi che si debbono conferire confluisca nel giorno di Pasqua dipende non dal fatto che in quel giorno la grazia della salvezza è più abbondante, ma li attira la maggiore gioia di quella festa.

Il Battesimo di Gesù e quello di Giovanni.

2. 3. Che cosa si può dire anche sul fatto che bisogna distinguere il battesimo di Giovanni che Cristo ricevette dal battesimo di Cristo che i suoi fedeli ricevono? Infatti, per il fatto che Cristo è migliore del cristiano, il battesimo con cui è stato battezzato Cristo non è migliore di quello con cui viene battezzato il cristiano. Ma proprio perché è di Cristo, questo battesimo va preposto a quello che ha ricevuto Cristo. Giovanni infatti battezzò Cristo riconoscendo di essere inferiore a Cristo; Cristo invece battezza il cristiano, mostrando di essere più grande di Giovanni. Così come migliore della circoncisione della carne, che anche Cristo ha ricevuto ma che nessun cristiano oggi riceve, è il sacramento della risurrezione di Cristo. Con questo il cristiano viene come circonciso per spogliarsi della vita vecchia vissuta secondo la carne, seguendo la raccomandazione dell'Apostolo: Come Cristo risuscitò dai morti per la gloria del Padre, cosi anche noi camminiamo in una vita nuova 3. Così come la stessa antica Pasqua, che è prescritto di celebrare con l'uccisione di un agnello 4, non per il fatto che Cristo l'ha celebrata insieme ai suoi discepoli 5 è migliore della nostra Pasqua nella quale Cristo è stato immolato. Fu necessario infatti, per dare a noi un esempio di umiltà e di pietà, che Cristo venendo sulla terra si degnasse di accettare anche quei sacramenti che preannunciavano la sua futura venuta; con questo ci ha mostrato con quali sentimenti di devozione noi ora dobbiamo accogliere i sacramenti della nostra fede che ci annunciano la sua già realizzata venuta. Pertanto per il fatto che Cristo subito dopo aver ricevuto il battesimo di Giovanni iniziò il digiuno, non bisogna pensare che con ciò abbia voluto darci come una regola di condotta, come se si dovesse cominciare a digiunare subito dopo aver ricevuto il battesimo di Cristo. Semplicemente con questo esempio ci ha insegnato che bisogna digiunare quando la lotta con il tentatore si fa più aspra. Infatti Cristo, che si è degnato di nascere come uomo, non ricusò neanche di essere tentato come uomo, affinché il cristiano, ammaestrato dal suo esempio, potesse non essere superato dal tentatore. Quando l'uomo deve sostenere una simile lotta nella tentazione sia subito dopo il battesimo, sia anche dopo qualunque periodo di tregua, bisogna digiunare: affinché il corpo, mortificandosi, sia in grado di portare a termine la sua lotta e l'anima, umiliandosi, possa impetrare la vittoria. Nel caso del Signore la causa del suo digiuno non è stata dunque il battesimo nel Giordano ma la tentazione del diavolo.

Perché il digiuno quaresimale prima della Pasqua.

3. 4. Ed eccovi il motivo per cui noi digiuniamo nel tempo che precede la festa della passione del Signore e il motivo per cui dopo cinquanta giorni (da quella festa) termina il periodo in cui limitiamo i nostri digiuni. Chiunque vuol fare un vero digiuno o mortifica la propria anima con fede sincera 6 gemendo nella preghiera e castigando il proprio corpo; oppure, avendo sofferto un certo impoverimento spirituale di verità e di sapienza a causa delle lusinghe della carne, si mette in condizione di sentirne nuovamente fame e sete. A quelli che gli chiedevano come mai i suoi discepoli non digiunassero, il Signore rispose parlando di ambedue queste specie di digiuno. Della prima specie, quella in cui l'anima si umilia, disse: Gli amici dello sposo non possono essere afflitti mentre lo sposo è con loro. Verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno 7. Della seconda specie di digiuno invece, che consiste nel nutrire abbondantemente l'anima, disse continuando a parlare: Nessuno cuce un pezzo di panno nuovo su un abito vecchio, perché lo strappo non diventi maggiore; né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti gli otri si rompono e il vino si versa; ma si mette vino nuovo in otri nuovi, cosi l'uno e gli altri si conservano 8. Quindi poiché lo sposo ora ci è stato tolto, certo noi, amici di quel bello sposo, dobbiamo essere afflitti. Infatti il più bello d'aspetto tra i figli dell'uomo, sulle cui labbra era diffusa la grazia 9, tra le mani dei persecutori non ebbe né grazia né bellezza e la sua vita fu tolta dalla terra 10. E il nostro pianto è sincero se siamo accesi d'amore verso di lui. Fortunati coloro ai quali fu concesso di averlo davanti a loro prima della sua passione, di interrogarlo su ciò che volevano, di ascoltare quanto dovevano da lui ascoltare. I loro padri, prima della sua venuta, desiderarono vedere quei giorni e non li videro, perché erano stati destinati ad un altro compito: essere i suoi profeti, non i suoi ascoltatori. Di loro parla Gesù quando dice ai suoi discepoli: Molti giusti e molti profeti desiderarono vedere quello che voi vedete e non lo videro; udire quello che voi udite e non lo udirono 11. In noi invece si è adempiuto quanto ugualmente Gesù disse: Verrà un tempo in cui desidererete vedere uno solo di questi giorni e non potrete vederlo 12.

4. 5. Chi non brucia della fiamma di questo santo desiderio? Chi non piange? Chi non si rattrista gemendo? Chi non dice: Le mie lacrime sono il mio pane giorno e notte mentre mi dicono sempre: dov'è il tuo Dio? 13. Noi crediamo infatti in lui che è già glorioso alla destra del Padre; tuttavia finché viviamo in questo corpo siamo pellegrini lungi da lui 14 e non possiamo mostrarlo a quelli che dubitano di lui o lo negano e dicono: Dov'è il tuo Dio? Giustamente il suo Apostolo desiderava morire per essere con lui e pensava che il rimanere nella carne non era cosa migliore per lui ma necessaria per noi 15. Timidi sono i pensieri dei mortali e poco stabili i nostri disegni 16; poiché la nostra dimora terrena grava l'anima nei suoi molti pensieri 17. Per questo è una lotta la vita dell'uomo sulla terra 18 e nella notte di questo mondo il leone si aggira cercando chi divorare 19: non il leone della tribù di Giuda, il nostro re 20, ma il leone diavolo, nostro avversario. Il nostro re, condensando nella sua persona le figure dei quattro animali dell'Apocalisse di Giovanni, nacque come uomo, operò come leone, venne sacrificato come vitello, volò come aquila 21. Si librò sulle ali dei venti e fece delle tenebre un velame per sé 22. Egli distese le tenebre e si fece notte e in essa s'aggirano tutte le fiere della selva 23. I leoncelli ruggiscono, cioè i tentatori attraverso i quali il diavolo cerca di divorare; tuttavia non hanno potere se non sopra coloro che riescono a prendere. Lo stesso Salmo così continua: e chiedono a Dio il loro cibo 24. Nella notte di questo mondo, così pericolosa e così piena di tentazioni, chi non teme, chi non paventa nel più profondo di se stesso di venir giudicato degno di essere abbandonato nelle fauci di un nemico tanto crudele per essere divorato? Per evitare questo è necessario digiunare e pregare.

Perché dobbiamo digiunare in questa vita.

5. 6. Tanto maggiore e tanto più frequente deve essere il nostro digiuno, quanto più si avvicina la solennità della passione del Signore. Con questa celebrazione annuale in certo modo si rinnova in noi la memoria di quella notte; evitiamo così di dimenticarcene, evitiamo che quel divoratore ruggente ci trovi addormentati non nel corpo ma nell'anima. La stessa passione del Signore infatti che cos'altro anzitutto ci insegna, nelle vicende del nostro capo Cristo Gesù, se non che questa vita è una tentazione? Per questo, quando ormai si stava avvicinando il tempo della sua morte, Cristo disse a Pietro: Satana ha chiesto che gli foste consegnati per vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, Pietro, affinché la tua fede non venga meno; va' e conferma i tuoi fratelli 25. E difatti poi Pietro ci ha confermato nella fede con la sua attività apostolica, con il suo martirio, con le sue lettere. In una di queste lettere ci esorta anche a temere assai questa notte di cui sto parlando e ci ha insegnato a vigilare guardinghi alla luce consolante delle profezie, come di un lume nella notte: Noi teniamo come più ferma - dice - la parola dei profeti, alla quale fate bene a prestare attenzione, come a lampada che splende in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non si levi nei vostri cuori la stella del mattino 26.

Perché è bene digiunare prima della Pasqua.

5. 7. Teniamo dunque i fianchi cinti e le lucerne accese, e siamo come quegli uomini in attesa del ritorno del loro padrone dalle nozze 27. Non diciamoci vicendevolmente: Mangiamo e beviamo perché domani moriremo 28. Ma proprio perché è incerto il giorno della morte e penosa la vita, digiuniamo e preghiamo ancor più: domani infatti moriremo. Un poco - disse Gesù - e non mi vedrete un poco ancora e mi vedrete 29. Questo è il momento di cui ci disse. Voi sarete nell'afflizione mentre il mondo godrà 30; cioè: questa vita è piena di tentazioni e noi siamo pellegrini lungi da lui 31. Ma io vi vedrò di nuovo - aggiunse - e ne gioirà il vostro cuore e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia 32. Godiamo anche ora in questa speranza, nonostante tutto - poiché è fedelissimo chi ce lo ha promesso - nell'attesa di quella sovrabbondante gioia, quando saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è 33, e nessuno ci potrà togliere la nostra gioia 34. Di questa speranza abbiamo anche ricevuto il pegno amabile e gratuito dello Spirito Santo 35, il quale emette dai nostri cuori gemiti inenarrabili di santi desideri 36. "Abbiamo concepito infatti - dice Isaia - e abbiamo partorito lo spirito di salvezza" 37. E "la donna quando partorisce - dice il Signore - è nel dolore perché è giunta la sua ora; ma quando ha partorito si fa grande festa perché è venuto al mondo un uomo" 38. Questa sarà la gioia che nessuno potrà toglierci 39. Con questa gioia saremo immersi, dalla vita presente nella quale dobbiamo concepire la fede, alla luce eterna. Ora dunque digiuniamo e preghiamo, perché è il tempo del parto.

Digiuniamo e preghiamo perché è il tempo della prova.

6. 8. Questo sta facendo l'intero corpo di Cristo che è diffuso per tutto il mondo, cioè la Chiesa intera, quell'unità che nel Salmo prega: Dai confini della terra ti invoco, col cuore prostrato nel dolore 40. Di qui ci si manifesta già chiaramente perché sia stato istituito un tempo sacro di quaranta giorni destinato a questa umiliazione. Colei infatti che invoca Dio dai confini della terra col cuore prostrato dal dolore lo invoca dalle quattro parti del mondo, nominate spesso anche dalla Scrittura: oriente, occidente, settentrione e mezzogiorno. Per tutta l'estensione di queste quattro parti del mondo è stato promulgato quel decalogo della legge, che ora non si deve soltanto temere osservandolo nella lettera, ma che si deve adempiere con la grazia della carità. Sappiamo che quattro per dieci fa quaranta. Ma ancora ci troviamo nella fatica della tentazione, nella necessità del perdono dei peccati. Chi può infatti adempiere perfettamente il comandamento: Non desiderare 41? Perciò è necessario digiunare e pregare, senza smettere di fare le opere buone. Di questo lavoro verrà data alla fine la paga, che nel Vangelo viene chiamata denario 42. Come il ternario prende nome dal numero tre, il quaternario dal numero quattro, così il denario dal numero dieci. Questo denario unito al numero quaranta ci vien reso come ricompensa della nostra fatica. Il numero cinquanta simboleggia il tempo di quella gioia che nessuno potrà toglierci 43. In questa vita ancora non ne abbiamo il pieno possesso; tuttavia lo celebriamo nelle lodi del Signore col canto dell'Alleluia per cinquanta giorni dopo la solenne celebrazione della passione del Signore, a partire dal giorno della risurrezione; durante quei giorni diminuiamo i nostri digiuni.

Simbologia dei numeri quaranta e cinquanta.

6. 9. Ora dunque, carissimi, in nome di Cristo vi esorto a propiziarvi Dio con digiuni quotidiani, elemosine più generose, preghiere più fervorose, perché non veniate circuiti da satana. Questo è un tempo nel quale anche gli sposati sono esortati ad astenersi dai rapporti con le mogli e le sposate dai rapporti con i propri mariti, per attendere alle preghiere 44, anche se in tutto l'arco dell'anno in determinati giorni dovrebbero farlo. Quanto più frequentemente lo si fa, meglio è: perché anche ricercando in modo immoderato le cose concesse si offende chi le ha concesse. La preghiera è una cosa spirituale e quindi tanto più è gradita quanto più pienamente la si compie secondo la propria natura. Ma tanto più la preghiera si spiritualizza quanto più il cuore di chi prega è libero dalla passione carnale.

Continenza e preghiera.

7. Quaranta giorni digiunò Mosè, autore della legge 45, quaranta giorni Elia, il più grande dei profeti 46, quaranta giorni il Signore stesso 47, testimoniato dalla legge e dai profeti. Perciò si mostrò sul monte con questi due personaggi 48. Noi, benché non possiamo sostenere senza interromperlo un digiuno così lungo, così da non prendere nessun alimento per tanti giorni e tante notti come hanno fatto essi, almeno facciamolo secondo le nostre forze; in maniera che, esclusi quei giorni nei quali per motivi determinati la tradizione della Chiesa proibisce di digiunare, possiamo diventare graditi al Signore nostro Dio con un digiuno quotidiano o almeno frequente. Però, come non ci si può astenere per tanti giorni senza interruzione dal cibo e dalla bevanda, forse non ci si potrà astenere neanche dai rapporti matrimoniali? Mentre vediamo che in nome di Cristo molti, appartenenti ad ambedue i sessi, conservano i loro corpi consacrati a Dio del tutto liberi da tale prestazione. Penso non sia molto difficile per gli sposati astenersi fino alla festa di Pasqua dai rapporti coniugali, se i vergini lo possono per tutta la vita.

Alcuni osservano la quaresima più voluttuosamente che religiosamente.

8. 10. Ormai non occorrono altre raccomandazioni, dato che vi ho spiegato meglio che ho potuto, con massima sollecitudine, che questo è tempo utile per esercitare l'umiltà dell'anima; tuttavia non posso non accennare ad una cosa, a motivo dell'errato comportamento di alcuni i quali con le loro menzognere seduzioni e le loro perverse abitudini non cessano di renderci difficile il nostro compito nei vostri confronti. Ci sono alcuni che praticano la quaresima più con voluttà che con devozione; invece di mortificare le vecchie passioni vanno in cerca di nuovi piaceri. Tutta la loro preoccupazione è quella di fare, sì, a meno degli usuali tipi e sapori di pietanze, ma con provviste abbondanti e costose di molteplici frutti; paventano il contatto dei recipienti nei quali sono state cucinate le carni considerandoli immondi, e non temono nel proprio corpo l'intemperanza del ventre e della gola; digiunano non per frenare con la temperanza l'usuale ingordigia, ma per aumentare, cambiando il modo, la smodata cupidigia. Infatti quando arriva il tempo della refezione si buttano sulle ben fornite mense come gli animali sulla greppia; rimpinzano lo stomaco di più numerose portate e se ne gonfiano il ventre; stimolano la gola con diverse specie di condimenti, fatti appositamente ed esotici, perché non si nausei dell'abbondanza dei cibi. Insomma mangiano con tanta avidità che poi neanche digiunando riescono a digerire!.

La quaresima occasione di nuovi piaceri.

9. 11. Ci sono anche di quelli che non bevono vino però si procurano, non per motivi di salute bensì per piacere, altre bevande ricavate dalla spremuta di frutti diversi; così la quaresima non è più la ricerca di una devota umiltà ma diventa occasione di nuovi piaceri. Che cosa di più confacente, qualora la debolezza di stomaco non permettesse di bere acqua, che sostenerlo con un poco di vino usuale anziché andare in cerca di vini che non hanno conosciuto vendemmia, che non hanno visto torchi? E si fa così non per andare in cerca di una bevanda più monda, ma perché si rifiuta una bevanda più frugale. Al contrario che cosa di più assurdo che, nel tempo in cui il corpo va tenuto a freno con maggiore sollecitudine, si procurino al corpo tanti piaceri, tanto che la stessa concupiscenza della gola ci tiene a non perdere l'occasione della quaresima? C'è incongruenza maggiore che proprio nei giorni in cui bisogna mortificarsi, quando tutti debbono uniformarsi al vitto usuale dei poveri, si viva in maniera tale che, se si vivesse così per sempre, si e no i ricchi con i loro patrimoni se lo potrebbero permettere? Guardatevi da tutte queste cose, carissimi. Riflettete su questo passo della Scrittura: Non andare dietro alle tue voglie 49. È necessario accogliere sempre questa utilissima esortazione; quanto più lo è in questi giorni nei quali, se giustamente si condanna chi non limita i suoi piaceri abituali, tanto più infame sarebbe che la nostra cupidigia si soddisfi con piaceri non abituali?.

Elemosina e perdono.

10. 12. Soprattutto ricordatevi dei poveri: cosicché quanto risparmiate vivendo con maggiore parsimonia, possiate riporlo nel tesoro del cielo 50. Riceva il Cristo che ha fame quanto risparmia il cristiano che digiuna. La mortificazione volontaria diventi il sostentamento del bisognoso. La povertà volontaria di chi ha in abbondanza diventi l'indispensabile sostentamento di chi non possiede. Inoltre il vostro cuore mite e umile sia disposto a perdonare con misericordia. Chieda perdono chi ha recato ingiuria, conceda il perdono chi ha ricevuto l'offesa; affinché non cadiamo sotto il dominio di satana, il cui trionfo è la divisione dei cristiani. È una elemosina che apporta un grande vantaggio quella di perdonare il debito al tuo conservo affinché il Signore perdoni a te 51. Il divino maestro raccomandò ai discepoli ambedue queste opere buone, dicendo: Perdonate e sarete perdonati; date e vi sarà dato 52. Ricordatevi di quel servo dal quale il padrone si fece restituire tutto il debito che gli aveva condonato, perché egli non usò uguale misericordia con un suo conservo che gli doveva cento denari; mentre a lui era stato condonato un debito di diecimila talenti 53. Non c'è scusa che tenga per esimersi da questo genere di opere buone, perché in questo caso tutto dipende dalla buona volontà. Uno potrebbe dire: Non posso digiunare perché lo stomaco è debole. Può anche dire: Vorrei dare qualcosa al povero ma non ho niente da dargli; oppure: Ho così poco che se lo do a lui ho paura di rimanerne senza io. Benché anche in questo genere di opere buone per lo più gli uomini portano giustificazioni false, non potendone trovare di valide. Comunque chi potrà dire: Non ho perdonato a chi mi chiedeva scusa perché non me lo ha permesso la salute, oppure: Perché non avevo la mano con cui porgere? Perdona per essere perdonato. Per compiere questo atto che ti è chiesto non c'è bisogno di nessuna azione corporea e nessuna parte del tuo corpo viene richiesta in aiuto all'anima. Lo si fa con la volontà, lo si compie con la volontà. Fallo con tutta sicurezza, concedi il perdono con tutta sicurezza: non ti cagionerà nessun dolore nel corpo, niente ti verrà a diminuire nella tua casa. E inoltre, fratelli, vedete che grande male è il non perdonare a un fratello pentito da parte di chi ha l'obbligo di amare anche i nemici 54. Se le cose stanno così e trovando scritto: Il sole non tramonti sulla vostra ira 55, considerate, carissimi, se possa dirsi cristiano chi, almeno in questi giorni, non è disposto a porre fine a quelle inimicizie che mai avrebbe dovuto aprire.

 

 

 

 

 

STIMA OGNUNO MIGLIORE DI TE

Commento a Fil 2,3

                                                                                         Firenze 22 Maggio 1492

« ... Se tu volessi separarti affatto dai cattivi ti converrebbe andartene da questo mondo. Vero è che da questo mondo tu sei già uscito, e credevi di entrare subito in paradiso; mentre sei entrato soltanto nell’atrio del paradiso, proprio nel paradiso non ancora. Al secolo sei vissuto fra i pessimi, nel chiostro dovrai vivere fra i perfetti, fra quei che progrediscono verso la perfezione e fra gli imperfetti, non però fra i cattivi. Ché se anche qualche falso frate vi si trovasse, non ti maravigliare; anzi maravigliati se non vi si trovasse. In casa di Abramo, in casa di Isacco, in casa di Giacobbe, in casa di Mosè, in casa di David, in casa di nostro Signore Gesù Cristo, e degli Apostoli e di tutti i Santi si è trovato qualche empio e perverso, persecutore dei buoni; come puoi dunque credere che in questo mondo vi sia una casa senza cattivi? Sbagli, sbagli, fratello! Questa tua è una gran tentazione, sottilmente ordita dal demonio. Cerca dunque la pace, e seguila; cammina al divino cospetto e umiliati sotto la potente mano del Signore. Cogli le rose fra le spine e stima ognuno migliore di te. Se vedi qualcosa che non ti piace, pensa che sia fatta con buona intenzione: molti sono dentro migliori che non appaiano fuori. Calmati, dunque, calmati, fratello! mio... »

                  Girolamo Savonarola

GESÚ E SIMONE

Commento a Lc 5, 1-11

Gesù e Simone: l’uno irradiante la forza e il fulgore della divinità che si rivela nel dono senza misura, l’altro in ginocchio, cosciente della sua meschinità, consapevole del proprio peccato. La storia ha portato sempre più vicino questi due che all’inizio occupavano due punti distinti del quadro: Gesù tra la folla, Simone ai lavoro attorno alle sue reti. Ma ecco che proprio il fatto che li ha avvicinati, la pesca, adesso sembra esigere la separazione, ed è la coscienza di Simone a vedere la distanza assoluta e invalicabile che mette il peccatore e il santo ai due poli estremi della scena.
E lo stupore, uno stupore che dilaga e contagia anche gli altri di cui fin qui non si era fatto parola. Simone ha paura: quando Dio si avvicina è per cambiare le cose, e siccome le cose Dio le cambia servendosi di noi, è evidente che l’avvicinarsi di Dio significa che qual cosa deve cambiare in noi. Anche Isaia aveva paura: «Io sono perduto perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito» (Is 6,5). Come si può lavorare per conto del Dio Santo se siamo peccatori? Come possiamo sperare di far passare la parola di Dio se il popolo che ascolta è un popolo di peccatori? Simone ha paura, e Gesù dice: «Non temere». C’è solo questa parola. Mirabile, incredibile economia di un discorso che salta tutte le tappe che noi avremmo invece percorso. Non dice Gesù: io ti assolvo
dal tuo peccato. Non dice: guarda bene di non farlo più. Non fa sentire la sua bravura umiliando l’altro. Non approfitta della delusione per imporsi a Simone. Soltanto dice: «Non temere». Ma questo non significa che il peccato non esiste e che tutto ritorna come prima. Perché c’è un «d’ora in poi». E qui qualcosa può e deve cambiare. Questo significa solo che il peccato non può essere assunto come un motivo per allontanare Dio o neutralizzare la sua presenza. Irrigidirsi stanchi e delusi sui proprio ricorrente peccato vuoi dire allora crearsi un alibi per evitare l’impegno.
«D’ora in poi sarai pescatore di uomini». L’incontro con Gesù apre dunque una fase nuova nella propria storia. Il peccato non può essere di ostacolo a questo ricominciare. Gesù dà fiducia, affida un incarico, chiama ai lavoro per radunare le folle attorno a lui. E questo, mi sembra, l’aspetto più «miracoloso» della sua personalità. Noi ci stanchiamo così in fretta, siamo così presto delusi degli altri e più ancora di noi stessi. E ci fermiamo. Gesù invece offre sempre una possibilità, crede in noi più di quanto riusciamo noi a credere in noi stessi. E la storia così ben raccontata in questo Vangelo. La pesca nella notte è stata un fallimento: Gesù ordina di riprovare, e il risultato viene. La vita di Pietro (e quella di tutti noi) è stata un fallimento segnato dalla presenza ossessiva del peccato: Gesù ordina di ricominciare, addirittura affida l’incarico di essere portatori della sua parola, e i risultati verranno.
«Lasciarono tutto e lo seguirono». Il quadro si dissolve su questa nota finale: restano due barche a ricordare un lavoro, una vita, e il luogo e il momento in cui questo lavoro e questa vita sono cambiati. Lasciano tutto perché hanno trovato uno che vale più di tutto il resto e senza il quale tutto il resto perde di significato.
Seguono Gesù. Non c’è più niente. C’è solo lui, e quelli che lo seguono. La storia non è finita, il sipario non cala, il quadro è aperto. Tra quelli che io seguono ci siamo anche noi.

                                                                             D.P.

IL SACERDOTE INDEGNO

Commento a 2 Tm 2

Dimmi: se trovandoti malato, vai dal medico, forse che, finita la cura,vai a chiedere ai medico se ha una malattia o no?E se lui ce l’ha, te ne prendi cura tu? o perché lui è malato tu trascuri te stesso e dici: bisogna che il medico stia bene, perché lui è il medico; mi tengo il mio guaio? Così, se un sacerdote è indegno,,che vantaggio ne ha il fedele ? Nulla; ma lui pagherà la sua parte e tu la tua infatti il divino Maestro ha già disposto “Tutti avranno la loro parte da Dio”. E non diranno: riconosci il Signore, perché tutti mi riconosceranno, dal più grande al più piccolo”. E allora tu dirai: perché quel prete presiede i fedeli? perché sta:a quel posto? Ma via non stiamo a prendercela coi maestri, non diciamo male di nessuno. Rispetta quel giorno in cui lui ti ha illuminato. Se uno ha suo padre afflitto da mille mali, li nasconde. Infatti (dice il Signore:): “Non ti vantare della miseria di tuo padre”, perché non ti è certo di vanto ma di vergogna. Anche se perdesse il cervello, tu lo devi compatire. Ora se tanto si deve dire dei guai materiali del proprio babbo, tanto più di quelli spirituali. Rispettalo, perché ogni giorno ha cura di te. Si fa premura che tu legga le Scritture, adorna la tua casa per te, veglia per te, prega per te, sta sempre davanti al Signore per te. Abbi presente tutto ciò; pensaci e rivolgiti a lui con filiale pietà. Ma tu mi dici: è indegno! E che ti importa? Ma forse chi non è indegno ti dà di meglio? Affatto! Tutto avviene a misura della tua fede: non ti giova il giusto se tu non sei fedele,e non ti nuoce il cattivo se tu sei fedele. Dio ha operato prodigi anche con le vacche dell’Arca,quando volle salvare il suo popolo. Forse la vita o la virtù d’un sacerdote ha fatto altrettanto? Dio non fa tali cose in grazia della virtù d’un sacerdote. E’ già tutto grazia di Dio che ne apra la bocca; è Dio che opera tutto, lui, il sacerdote adempie solo il Credo. Pensa un po’ quanta differenza c’era Giovanni e Gesù. Senti Giovanni che dice:”Io devo essere battezzato da Te”, e “ non son degno di sciogliergli i calzari”,  Eppure, con tanta differenza, lo Spirito discese su Gesù non su Giovanni. Dice infatti (l’altro Giovanni): “Della pienezza di lui noi tutti abbiamo avuto e grazia su grazia”. Però lo Spirito non discese prima che Gesù fosse battezzato da Giovanni! Giovanni aveva il potere di farlo discendere. Allora come è avvenuto ciò? Perché tu intenda che il sacerdote non fa che applicare il Credo. Nessun uomo dista da un altro quanto Giovanni da Gesù, eppure lo Spirito è disceso, perché tu intenda che Dio può fare e compiere tutto.. Voglio aggiungere qualcosa d’altro, stupendo! Non vi stupite, non vi turbate E che è ? L’offerta eucaristica è la stessa, che la faccia Pietro o la faccia Paolo, perché è la stessa che Cristo ha da dato da fare ai Discepoli, come quella che fa ora il sacerdote, perché non sono gli uomini che consacrano ma Colui stesso che per primo la consacrò. Come infatti le parole che il Cristo pronunziò sono quelle stesse che il sacerdote pronunzia, così medesima è l’offerta, come lo stesso è il battesimo conferito, e che Gesù istituì. E’ tutto questione di fede. Lo Spirito investì il centurione Cornelio, perché lo Spirito ha fatto il Suo e Cornelio la sua parte con la fede. Dunque, questo pane è il Corpo di Cristo come quello. Chi invece pensa che quello sia meno di questo, ignora che Cristo ha fatto questo e quello. Sapendo ciò, poiché non invano l’abbiamo affermato, correggiamo le nostre menti, siamo più cauti per l’avvenire, vigiliamo su quanto diciamo. Se stiamo solo ad ascoltare, non profitteremo di quanto abbiamo detto.

                                                                                                        Giovanni Crisostomo

                                                                       Comm. in 2 Tim 2 (= PG 62, 612).

SUL COMPORTAMENTO DEI CHIERICI DELLA SUA COMUNITÀ
DISCORSO (356)  di SANT' AGOSTINO.

 

La vita comune nella Chiesa primitiva è il modello dei suoi chierici.

1. Sono in debito con voi, miei cari, di un discorso su noi stessi. Dal momento che, come dice l'Apostolo: Siamo dati in spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini 1, quelli che ci amano cercano nel nostro operato di che lodarci, quelli che ci odiano di che criticarci. Noi, in mezzo tra gli uni e gli altri, dobbiamo, con l'aiuto del Signore Dio nostro, sorvegliare la nostra condotta e la nostra reputazione in modo che quelli che ci lodano non debbano vergognarsi di noi di fronte a quelli che ci criticano. Il nostro modello di riferimento e la pratica che già realizziamo, con l'aiuto di Dio, sono indicati nei brani degli Atti degli Apostoli di cui sarà data lettura ora, per ricordarvelo, anche se molti di voi già ben conoscono la sacra Scrittura. Così vi sarà davanti agli occhi il modello che desideriamo realizzare. Vorrei che foste molto attenti mentre viene fatta questa lettura, in modo che io possa, subito dopo, parlare di ciò che ho in mente di dire, con l'aiuto di Dio, a persone che mi seguono con attenzione. (E il diacono Lazzaro legge:) Quand'ebbero terminato la preghiera il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono ripieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza a tutti quelli che erano disposti a credere. La moltitudine dei credenti aveva un cuore solo e un'anima sola; e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era tra loro comune. E con grande forza gli Apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù, e grazia abbondante era in tutti loro. Nessuno infatti fra loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli Apostoli. Poi esso veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno 2. (Dopo aver letto il diacono Lazzaro consegnò il codice al vescovo e Agostino vescovo disse:) " Voglio leggerlo anch'io questo brano. Preferisco essere un lettore di questa parola che un assertore della mia. Quand'ebbero terminato la preghiera il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono ripieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza a tutti quelli che erano disposti a credere. La moltitudine dei credenti aveva un cuore solo e un'anima sola; e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era tra loro comune. E con grande forza gli Apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù, e grazia abbondante era in tutti loro. Nessuno infatti fra loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli Apostoli. Poi esso veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno ". (Dopo aver letto il vescovo disse:).

Le ciarle sull'episcopio.

2. Avete sentito quale è il nostro progetto di vita: pregate perché riusciamo a realizzarlo. Un caso si è verificato che rende necessario trattare la cosa con maggiore diligenza. Come già sapete, un presbitero ammesso nella nostra società - e quale società voglia essere lo attesta la lettura che avete or ora ascoltato - fece in morte una donazione per testamento: aveva dunque di che farla; c'era qualcosa che poteva dire " sua ", pur vivendo in una società in cui a nessuno era lecito avere nulla di proprio perché tutto è in partecipazione comune. Se qualcuno di quelli che ci amano e ci apprezzano vantasse i meriti di questa società e a chi ci critica dicesse: " Tutti quelli che abitano con il vescovo Agostino vivono esattamente secondo il modello descritto negli Atti degli Apostoli ", il nostro detrattore potrebbe subito scuotere il capo e tirare fuori il morso della sua accusa: " Veramente si vive così come dici? Perché menti? E onori con false lodi gli indegni? Non si è dato forse il caso proprio ora di un presbitero della loro comunità che ha fatto testamento? Ha disposto di quello che aveva come ha voluto, e come ha voluto lo ha lasciato in eredità. Veramente lì ogni cosa è in comune? Veramente nessuno si ritiene proprietario di qualche cosa? ". All'attacco di queste accuse che cosa potrebbe fare il nostro difensore? Quel detrattore gli tapperebbe la bocca come col piombo. Ed egli forse sarebbe pentito di averci lodato. Pieno di vergogna, confuso da quelle parole, finirebbe per insultare sia noi sia colui che ha fatto il testamento. Questa è la circostanza che ci ha portato alla necessità di una precisazione.

Esito della verifica sul voto di povertà. Valente, Patrizio.

3. Vi dò intanto una notizia che vi farà piacere: tutti i miei confratelli e compagni di sacerdozio che fanno qui con me vita comune, presbiteri, diaconi e suddiaconi, come pure il mio nipote Patrizio, ho constatato che sono proprio tali quali desideravo trovarli. Due ci sono: il diacono Valente e mio nipote Patrizio suddiacono, quello che ho or ora menzionato, i quali non hanno ancora attuato la loro decisione riguardo alla loro, per piccola che sia, proprietà. In quanto al diacono glielo impediva il fatto che era in vita la madre, usufruttuaria di questa proprietà; inoltre si aspettava che giungesse all'età legale perché la sua decisione fosse dettata da una ben ferma consapevolezza. Comunque non lo può ancora fare anche perché alcuni poderetti in proprietà comune col suo fratello, sono in possesso indiviso. Egli desidera dare quelli che spettano a lui alla Chiesa, a sostentamento, finché vivono, di quelli che gli sono compagni nel proposito di vita santa. E` stato scritto infatti, lo dice l'Apostolo, che: Chi non provvede ai suoi di casa, smentisce la sua fede, è peggiore di un infedele 3. Egli possiede tuttora degli schiavi, anche questi in proprietà comune col fratello, non ancora divisi. Li vuole affrancare ma non può farlo prima della divisione perché non sa quale è la parte che tocca a lui. La divisione è di sua pertinenza perché è il maggiore dei fratelli, ma la scelta è dell'altro. Anche questo suo fratello è servo di Dio, è suddiacono nella chiesa di Milevi presso il santo fratello mio e coepiscopo Severo. Ci si sta occupando della cosa, bisogna far presto, onde, fatta la divisione di quegli schiavi, essi possano essere affrancati, ed egli possa darli alla Chiesa perché pensi al loro sostentamento. In quanto al nipote, Patrizio, da quando si è convertito e ha incominciato a stare con me, era impossibilitato anche lui a disporre di certi suoi poderetti finché era in vita la madre che ne era usufruttuaria. Quest'anno è morta e gli resta da comporre qualche vertenza con le sue sorelle, cosa che sarà fatta al più presto, con l'aiuto di Cristo, in modo che anche lui realizzi quello che si addice ad un servo di Dio, quello che esigono la sua professione e il monito che viene da questa lettura che abbiamo fatta.

I diaconi: Faustino,

4. In quanto al diacono Faustino, come quasi tutti sapete, è venuto qui, convertendosi dalla milizia del secolo al monastero. Qui fu battezzato, poi ordinato diacono. Quello che possedeva sembra ben poco e lo aveva lasciato iure non corpore, come dicono i giuristi, e lo tenevano i suoi fratelli. Dal momento della conversione non se ne era più occupato, non aveva mai chiesto nulla ai fratelli e a lui non si era mai chiesto nulla al riguardo. Ma ora, trovandoci in questa circostanza, fece, per mio consiglio, la divisione della sua sostanza; metà la diede ai fratelli, metà a una chiesa povera che si trova nella località del suo paese natale.

Severo,

5. In quanto al diacono Severo sapete a quale prova e tormento sia sottoposto da Dio, ma la luce della mente gli è rimasta. Egli aveva acquistato qui una casa per la madre e la sorella che desiderava far venire dalla patria. L'aveva acquistata non con denaro suo, che non ne aveva, ma da una colletta fatta da pia gente, persone di cui mi ha dato anche i nomi quando gli ho chiesto chi fossero. Di lui non ho altro da dire riguardo a che cosa abbia fatto e che cosa pensi di fare, se non che ha rimesso tutto alla mia volontà, perché si faccia esattamente quello che decido io. Ha anche qualche questione in pendenza con la madre ed è stato disposto che io ne sia il giudice in modo che, chiusa la pendenza, si faccia della casa quello che avrò stabilito io. E che cosa potrò volere, con la guida di Dio, se non quello che giustizia comanda e pietà filiale richiede? Ha anche, in patria, qualche campicello. Ebbene, vuole distribuirli in modo che sia fatta beneficenza anche lì, a una chiesa povera di quei posti.

il diacono d'Ippona,

6. In quanto al diacono d'Ippona, è un uomo povero: non ha nulla da dare a nessuno. Tuttavia, prima di farsi chierico, aveva, coi risparmi dei suoi lavori, ricavato di che comprarsi degli schiavi. Oggi stesso, sotto i vostri occhi, li affrancherà con decreto episcopale.

Eraclio.

7. In quanto al diacono Eraclio la sua vita è davanti ai vostri occhi. Le fondazioni da lui fatte sono in vista. Grazie al denaro ricavato dal suo lavoro abbiamo una cappella dedicata al santo martire. Egli ha acquistato, per mio consiglio, anche una piccola proprietà con denaro che voleva dare a me perché fosse distribuito dalle mie mani, a mio piacere. Se io amassi il denaro o se mi fossi preoccupato in questa circostanza delle incombenze che personalmente mi addosso per i poveri, mi sarei tenuto quel denaro. " Perché dunque non lo hai fatto? " potrebbe dire qualcuno. Quella proprietà, da lui acquistata e donata alla Chiesa, non dà ancora beneficio alcuno alla Chiesa. Egli aveva una somma inferiore a quella occorrente per l'acquisto e a tutt'oggi quel che se ne ricava va ad estinguere il debito fatto allora. Io sono vecchio. Quanto frutto potrà arrivare a me di quella proprietà? Posso aggiudicarmi tanti anni di vita quanti sono necessari perché sia estinto quel debito [e la proprietà diventi redditizia]? Quello che egli a stretta misura e in tempi lunghi dà in parziali acconti [ai creditori] io avrei potuto averlo tutto subito a disposizione se avessi voluto. Non l'ho fatto. Ho pensato diversamente. Vi confesso che avevo qualche incertezza per la sua giovane età. E anche temevo le eventuali reazioni di sua madre che la cosa - come è umano - finisse per dispiacerle e dicesse che l'adolescente era stato plagiato da me per consumargli l'eredità paterna, e che l'avrei lasciato nel bisogno. Così ho voluto che il suo denaro fosse investito in quella proprietà in modo che se si dovessero verificare eventi diversi da quelli che desideriamo (li tenga lontani Dio, li tenga lontani!), gli sia restituito il suo terreno e la reputazione del vescovo non sia compromessa. Mi rendo conto infatti che se a me basta la mia buona coscienza, per voi è necessaria anche la mia buona reputazione. Eraclio acquistò anche un terreno nella località retrostante questa chiesa, dove è lo sapete, e col suo denaro vi costruì una piccola casa; anche questo lo sapete, ma pochi giorni prima che parlassi a voi di queste cose, ne ha fatto dono alla Chiesa. La cosa vi è nota. Aveva voluto aspettare che la costruzione fosse ultimata per donarmela finita. Non aveva alcun bisogno lui personalmente di una casa, se non ché pensava che vi sarebbe potuta venire sua madre. Se fosse venuta prima infatti avrebbe preso dimora nella proprietà di suo figlio. Se viene ora abiterà nel fabbricato della chiesa dove abita suo figlio. Rendo testimonianza per lui: è rimasto povero, in possesso della carità è rimasto. Gli appartenevano ancora alcuni schiavetti, tuttora nel monastero, ma proprio oggi egli li affranca con regolare atto ecclesiastico. Dunque nessuno dica più: " E` ricco ". Nessuno pensi male. Nessuno faccia maldicenze. Nessuno coi suoi propri denti faccia strazio di se stesso, della sua anima; denaro da parte non ne ha. E Dio voglia che possa pagare i suoi debiti.

I suddiaconi.

8. Quanto agli altri diaconi, sono tutti poveri per grazia di Dio e stanno alla misericordia divina. Non hanno nulla di cui poter disporre e il fatto di non avere nulla ha stroncato le cupidige mondane. Vivono con noi in comune società e nessuno qui fa alcuna distinzione tra loro e quelli che hanno portato qualcosa. L'unità della carità è preferibile a qualunque vantaggio di eredità terrene.

I presbiteri:

9. Rimangono i presbiteri, cui sono giunto gradualmente. In due parole: sono tutti poveri di Dio. Non hanno arrecato nulla alla nostra comunità, tranne quel dono, il più caro di tutti, della carità. Tuttavia, poiché so che anche su loro corre voce di presunte ricchezze, voglio farne parola, non perché io debba indurli a fare qualcosa, ma perché siano giustificati ai vostri occhi dalla mia dichiarazione.

Leporio,

10. Parlo per quelli che non lo sanno: sono cose che la maggior parte di voi sa. Il presbitero Leporio, quando fu accolto qui da me, era povero nonostante i suoi illustri natali e di famiglia altolocata, perché già servo di Dio, aveva ormai lasciato tutto ciò che possedeva; non era uno che non possedesse dei beni, ma ne aveva già fatto l'uso che la lettura testé fatta ci invita a fare. Non lo ha fatto qui, ma ci risulta dove lo ha fatto. Cristo fa unità, la Chiesa è una sola. Ovunque sia stata fatta quest'opera buona essa appartiene anche a noi, purché ne godiamo insieme. C'è un orto situato dove voi sapete, in cui aveva costruito un monastero per i suoi, al servizio, anch'essi, di Dio. Quell'orto non appartiene alla Chiesa e neppure a lui. " Di chi è allora? " dirà qualcuno. E` del monastero che si trova nel luogo. In verità egli ne aveva tanta cura che anche alle spese del monastero finora provvedeva lui; si era addossato personalmente - sembra - le loro necessità. Ma ora, per non dare occasione alle sospettose dicerie di chi critica a vuoto senza essere mai sazio, si è deciso insieme io e lui: i monaci vivano come se Leporio fosse morto. Se fosse morto darebbe forse loro qualcosa? In quanto a lui è meglio che egli si contenti di guardarli vivere bene, con l'aiuto di Dio, e obbedire alla disciplina di Cristo; egli, senza più occuparsi delle loro necessità, di loro si limiti a godere. Egli non ha denaro che possa ed osi chiamare suo. L'ospizio per pellegrini che era da costruire ora lo vedete costruito. Io gliel'ho richiesto, io gliel'ho ordinato. Lietissimo mi ha ubbidito, lo ha realizzato, come potete vedere. Ugualmente su mia richiesta ha costruito la basilica agli otto martiri con i proventi che Dio ci ha fatto pervenire in base alle vostre offerte. Cominciò infatti col denaro che era stato dato alla Chiesa per l'ospizio e dopo l'inizio della costruzione ebbe contributi da persone religiose, che volevano i loro nomi scritti in cielo; lo aiutarono ciascuno secondo le proprie disponibilità ed egli portò a termine la fabbrica. La abbiamo davanti agli occhi. Che cosa è stato realizzato ognuno lo può vedere. In quanto a denaro lui non ne ha, credetemi. E chi ha criticato si rimangi la critica, non denigri. Aveva usato parte degli stessi fondi, destinati alla foresteria, per l'acquisto di una casa in località Carraria, dal cui frutto pensava di fare provvista di pietrame per la sua costruzione. Ma poi le pietre per quella fabbrica non risultarono più necessarie perché gli vennero da altra via. La casa così è rimasta e dà un frutto, ma alla Chiesa, non a quel presbitero. Nessuno deve più dire: " nella casa del presbitero ", " alla casa del presbitero ", " davanti alla casa del presbitero ". Volete sapere invece dov'è la casa di quel presbitero? Dove c'è la mia lì c'è anche la sua casa. Non ha casa altrove, ma ovunque ha Dio.

i figli di Gennaro.

11. Che cosa andate cercando ancora? Ricordo però anche una mia promessa: che vi avrei riferito sul risultato del mio intervento nella contesa tra due persone, un fratello e una sorella, i figli del presbitero Ianuario tra i quali era sorta, per questioni di denaro, una controversia, che tuttavia lasciava salva, per grazia di Dio, la carità, come si conviene a fratelli. Vi avevo promesso che avrei stabilito un'udienza per loro e che, comunque stessero le cose, avrei posto fine con un giudizio alla vertenza. Mi ero dunque preparato ad assolvere la funzione di giudice, ma prima di cominciare il giudizio essi composero la questione su cui avrei dovuto giudicare. Ho trovato solo da rallegrarmi, non ho trovato più materia di giudizio. Essi in perfetta armonia accettarono il suggerimento che avevo dato, quella che era la mia volontà, cioè di fare parti uguali del denaro che il padre lasciò, dato che la Chiesa aveva rinunciato all'eredità.

la maldicenza.

12. Dopo questi miei chiarimenti la gente parlerà. Ma qualunque cosa dicano, quali che siano le voci che corrono, qualcosa mi giungerà all'orecchio; se sarà materia tale da richiedere ancora una rettifica, risponderò ai detrattori, ai maldicenti, agli increduli, a coloro che non credono a noi benché siamo i loro superiori. Risponderò come potrò, così come il Signore m'ispirerà. Intanto, al momento, non è necessario perché forse ora non hanno nulla da dire. Chi ci ama può godere liberamente, chi ci odia si roderà in silenzio. Tuttavia se ci saranno critiche si udranno anche le mie risposte, non polemiche, con l'aiuto di Dio. Certo io mi guarderò dal far nomi. Non dirò: " Il tale mi ha detto così; il tal altro ha fatto queste critiche ". Possono anche riferirmi il falso. E` cosa che avviene. Tuttavia qualunque cosa mi venga riferita, se mi parrà opportuno, ve ne parlerò: voglio che la nostra vita sia sotto i vostri occhi. So bene che chi cerca giustificazione al suo cattivo comportamento si industria di trovare esempi di chi vive male e ne infama molti per apparire in buona compagnia. Per non dare pretesti a costoro ho fatto le precisazioni che mi competevano. Più di questo non posso fare: eccoci sotto i vostri occhi. Da nessuno di voi desideriamo altro che le vostre opere buone.

I regali.

13. Se voi volete regalare qualcosa ai chierici, sappiate che non dovete giungere ad attizzare i loro difetti in senso contrario alle mie norme. Se avete la buona intenzione di offrire qualcosa, offritela in modo che possa essere per tutti: ciò che sarà messo in comune verrà distribuito secondo il bisogno di ciascuno. Tenete presente la cassa comune delle elemosine e tutti ne avremo parte. Mi piace pensare che quella sia come la nostra mangiatoia: noi essere come i giumenti di Dio e voi il campo di Dio. Nessuno dia un mantello, una tunica di lino al singolo. Dia solo alla comunità, chi riceverà qualcosa, lo riceverà dal fondo comune. Io stesso, poiché so di voler avere in comune tutto quello che ho, non voglio che mi facciate regali che mi distinguano sugli altri: che mi sia offerto ad esempio un mantello prezioso. Forse si addice al vescovo ma non ad Agostino, un uomo povero, nato da povera gente. Direbbero subito che qui indosso vesti preziose quali non avrei mai potuto avere dalla casa paterna né dalla professione che esercitavo nel mondo. A me non si addice. Io debbo avere un vestito che potrei regalare, se non lo avesse, a un mio fratello; un vestito quale può avere un presbitero, quale può dignitosamente indossare un diacono, un suddiacono. Quello solo accetto, perché accetto in vista della comunità. Se mi si offre un vestito più prezioso lo vendo: così sono solito fare perché il ricavo della vendita si può mettere in comune mentre un vestito così non può essere messo in comune. Vendo e dò ai poveri. Se uno vuole proprio farmi il regalo di un vestito me lo dia tale che non mi faccia arrossire. Io - vi confesso - di un vestito troppo bello mi vergogno; non si addice a questo mio ministero, a questi miei insegnamenti, al mio povero fisico, alla mia canizie. Altro avviso: se nella nostra comunità c'è qualcuno ammalato o convalescente che ha bisogno di ristorarsi prima dell'ora del pasto, non proibisco che persone religiose, uomini o donne, gli facciano avere quello che credono. Ma il pranzo e la cena fuori di qui, no. Per nessuno.

Agostino rifiuta nell'elenco dei chierici chi ha possedimenti.

14. Ecco, lo dichiaro, avete sentito, [tutti] sentono. Chi vorrà tenere qualcosa di proprio, vivere del proprio, contro questi regolamenti, è troppo poco dire che non rimarrà con me, ma anche non sarà ecclesiastico. Avevo detto prima, so bene di averlo detto, che non avrei tolto il chiericato a quelli che non avessero accettato la vita comunitaria con me, ma purché rimanessero al di fuori, vivessero fuori della comunità, vivessero per Dio a modo loro; anche se avevo posto davanti ai loro occhi quanto male sia recedere da un proposito. Ho preferito infatti tenermi degli zoppicanti che piangere dei morti, perché l'ipocrita è un morto. In conclusione, chiunque abbia voluto in qualunque modo rimanere fuori della comunità e vivere del suo, non si vedrà tolto il chiericato. Ma se fra quelli che hanno deciso di stare in questa società ve ne è qualcuno che vive con ipocrisia, che si trovi ad aver mantenuto qualche suo possesso, non gli permetto di arrivare a fare testamento; questo sì lo cancello dall'elenco dei chierici. Può anche ricorrere contro di me, appellandosi a mille concili, giungere contro di me fin dove vuole, risiedere dove gli sarà possibile stare, ma il Signore mi aiuterà finché io sarò vescovo, costui non sarà chierico nella mia giurisdizione. Avete sentito. Hanno sentito. Ma io spero nel Dio nostro, spero nella sua misericordia. Spero che, come lietamente è stata accolta questa mia disposizione, così la si osservi con animo puro e fedele.

Dicerie sul conto di Barnaba.

15. Ho detto prima che i presbiteri che abitano con me non posseggono nulla di proprio. Fra di essi c'è il presbitero Barnaba. Anche sul suo conto ho sentito che si sono fatte illazioni. Anzitutto lo si accusa di aver acquistato una villa dal diletto e rispettabile figlio mio Eleusino. E` falso. Eleusino non ha venduto. Ha fatto una donazione al monastero, non una vendita. Io ne sono testimonio. Non so che cosa vogliate sapere di più. Io ne sono testimonio. Ha donato, non venduto. Che abbia potuto donare non lo si crede; che abbia potuto vendere sì. Veramente beato l'uomo il quale fa azioni tanto buone che appaiono incredibili. Ma almeno ora siatene certi e cessate di dare facile credibilità ai maldicenti. Ve l'ho già detto: ne sono io il testimone. Poi è sorta anche una diceria sul suo conto, che avrebbe, nell'anno del suo incarico di amministratore, per un suo preciso disegno, contratto dei debiti in modo tale che per pagarli io gli avrei dato, dietro sua richiesta, il fondo Vittoriano, come se avesse fatto con me un accordo di questo tenore: " Per pagare i debiti, dammi per la durata di dieci anni il podere Vittoriano ". Anche questo è falso. Ma ecco la materia da cui nacque questa diceria. Fece effettivamente dei debiti che bisognava pagare. Noi li abbiamo pagati in parte, come è stato possibile. Ma rimase qualcosa che si doveva restituire anche a quel monastero, che Dio fondò per opera sua. Essendovi questa pendenza, cominciammo dunque a cercare come estinguere il debito. Per la conduzione di quel podere non si presentò alcuno che proponesse un reddito superiore a quaranta soldi l'anno. Noi sapevamo che il fondo poteva rendere di più e in tal modo fornirci la possibilità di liberarci del debito in tempi più corti. Così diedi a lui, su fiducia, l'amministrazione del podere con il patto che tutti i proventi si riservassero al debito, senza ricavarne più alcun guadagno per i fratelli. Fu un affare di fiducia e il presbitero è pronto a lasciare l'incarico se stabilisco che un altro amministri quel reddito per i fratelli. Si presenti per questo incarico qualcuno di voi, tra coloro stessi che mi hanno riferito tali dicerie. Vi sono infatti tra voi uomini di buona coscienza religiosa che si dolsero di vederlo criticato da questa falsa voce, tuttavia hanno prestato fede al fatto. Di costoro venga qui dunque qualcuno, accetti l'amministrazione di questa proprietà, venda regolarmente al suo prezzo tutto ciò che frutta, in modo che si possa al più presto pagare il debito e da oggi stesso cesserà l'incarico dato al presbitero. Anche in quanto al luogo in cui fu costruito il monastero dal su ricordato stimatissimo figlio mio Eleusino, esso era stato donato al presbitero Barnaba prima della sua ordinazione sacerdotale. Quivi costruì il monastero. Ma egli, giacché la donazione era stata iscritta a suo nome, fece mutare l'atto di donazione per intestarlo al monastero stesso. In quanto al fondo Vittoriano sono qui a pregarvi, esortarvi, chiedervi pressantemente che se qualcuno è di sentimenti religiosi accetti in fiducia questo incarico, dia questa prestazione alla Chiesa, in modo che presto il debito sia pagato. Se non si trova nessun laico io affido l'incarico a un altro ecclesiastico, perché costui ormai ne sarà esonerato. Che cosa volete di più? Nessuno faccia strazio della reputazione dei servi di Dio. I detrattori non ci guadagnano nulla. Per i servi di Dio invece cresce il merito quando sono colpiti dalla falsità delle calunnie, ma cresce anche la pena dei detrattori. Non senza ragione infatti è stato detto: Godete ed esultate quando, mentendo, diranno male di voi, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli 4. Noi però non vogliamo acquistare un grande merito a prezzo del vostro danno. Preferiamo avere minore ricompensa ma essere insieme con voi nel regno dei cieli.

 

Omelia (41)

La santità del presbitero

 

10. La prima libertà, quindi, consiste nell'essere immuni da colpe gravi. Perciò l'apostolo Paolo dovendo scegliere chi doveva essere ordinato presbitero o diacono, e chiunque altro per il governo della Chiesa, non ha detto "Se uno è senza peccato"; perché se avesse detto questo, tutti dovevano essere riprovati e nessuno ordinato. Ha detto: Se uno è senza colpa grave (Tt 1, 6; 1 Tim 3, 10), come sarebbe l'omicidio, l'adulterio, la fornicazione, il furto, la frode, il sacrilegio, e così via. Quando uno comincia a non avere questi crimini (e nessun cristiano deve averli), comincia a levare il capo verso la libertà; ma questo non è che l'inizio della libertà, non la libertà perfetta. Perché, domanderà qualcuno, non è la libertà perfetta? Perché sento nelle mie membra un'altra legge in conflitto con la legge della mia ragione; per cui non quello che vorrei io faccio, - dice l'Apostolo - ma quello che detesto (Rm 7, 23 19). La carne ha voglie contrarie allo spirito e lo spirito desideri opposti alla carne, così che voi non fate ciò che vorreste (Gal 5, 17). Libertà parziale, parziale schiavitù: non ancora completa, non ancora pura, non ancora piena è la libertà, perché ancora non siamo nell'eternità. In parte conserviamo la debolezza, e in parte abbiamo raggiunto la libertà. Tutti i nostri peccati nel battesimo sono stati distrutti; ma è forse scomparsa la debolezza, dato che è stata distrutta l'iniquità? Se essa fosse scomparsa, si vivrebbe in terra senza peccato. Chi oserà affermare questo se non chi è superbo, se non chi è indegno della misericordia del liberatore, se non chi vuole ingannare se stesso e nel quale non c'è la verità? Ora, siccome è rimasta in noi qualche debolezza, oso dire che nella misura in cui serviamo Dio siamo liberi, mentre nella misura in cui seguiamo la legge del peccato siamo schiavi. L'Apostolo conferma ciò che noi stiamo dicendo: Secondo l'uomo interiore io mi diletto nella legge di Dio (Rm 7, 22). Siamo liberi, in quanto ci dilettiamo nella legge di Dio: è la libertà che ci procura questo diletto. Finché è il timore che ti porta ad agire in modo giusto, vuol dire che Dio non forma ancora il tuo diletto. Finché ti comporti da schiavo, vuol dire che ancora non hai riposto in Dio la tua delizia: quando troverai in lui la tua delizia, sarai libero. Non temere il castigo, ama la giustizia. Non sei ancora arrivato ad amare la giustizia? Comincia ad aver timore del castigo, onde giungere ad amare la giustizia.

11. L'Apostolo si sentiva già libero nella parte superiore, quando diceva: Secondo l'uomo interiore io mi diletto nella legge di Dio. Acconsento cordialmente alla legge, mi compiaccio in ciò che la legge comanda, e la giustizia stessa mi procura gioia. Ma vedo un'altra legge nelle mie membra - questa è la debolezza che è rimasta - che è in conflitto con la legge della mia mente e mi rende schiavo sotto la legge del peccato che è nelle mie membra (Rm 7, 22-23). In quella parte dove la giustizia era incompleta, si sente schiavo, mentre dove si diletta nella legge di Dio, non si sente schiavo, ma amico della legge; ed essendo amico è perciò libero. Che dobbiamo fare nei confronti della debolezza che resta in noi? Ci rivolgiamo a colui che dice: Se il Figlio vi libererà, sarete veramente liberi (Gv 8, 36). A lui si rivolge lo stesso Apostolo, esclamando: O me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Dunque se il Figlio vi libererà, sarete veramente liberi. E così conclude: Io dunque, quanto alla mente, servo alla legge di Dio, quanto alla carne invece alla legge del peccato (Rm 7, 24-25). Io stesso, dice; poiché non si tratta di due persone fra loro contrarie, provenienti da origine diversa; ma io stesso quanto alla mente, servo alla legge di Dio, quanto alla carne invece alla legge del peccato, fintanto che l'infermità in me resisterà alla salute.

[Al servizio di Dio, nella libertà di Cristo.]

12. Ma se quanto alla carne sei soggetto alla legge del peccato, fa' quanto dice l'Apostolo: Il peccato, dunque, non regni più nel vostro corpo mortale sì da piegarvi alle sue voglie, né vogliate offrire le vostre membra quali armi di iniquità al servizio del peccato (Rm 6, 12-13). Non ha detto: non ci sia, ma non regni. E' inevitabile che il peccato perduri nelle tue membra; gli si tolga almeno il regno, non si faccia ciò che comanda. Insorge l'ira? non concedere all'ira la lingua per maledire, non offrire all'ira la mano o il piede per colpire. Non insorgerebbe questa ira irragionevole se nelle tue membra non esistesse il peccato; però privala del potere, sicché non possa disporre di armi per combattere contro di te; quando non troverà più armi, cesserà d'insorgere. Non vogliate offrire le vostre membra quali armi di iniquità al servizio del peccato; altrimenti sarete del tutto schiavi e non potrete dire con la mente servo alla legge di Dio. Se la mente infatti controlla le armi, le membra non potranno muoversi al servizio delle voglie insane del peccato. Il comandante interiore occupi la fortezza, perché il subalterno si muova agli ordini del comandante superiore; freni l'ira, reprima la concupiscenza. Sempre vi è qualcosa da frenare, qualcosa da reprimere, qualcosa da dominare. Che altro voleva quel giusto, che con la mente serviva alla legge di Dio, se non che non ci fosse assolutamente nulla da frenare? E questo deve sforzarsi di ottenere chiunque tende alla perfezione, che la concupiscenza, privata di membra obbedienti, diminuisca via via che uno progredisce. Sono in grado di volere il bene, - dice ancora l'Apostolo - ma non di portarlo a compimento (Rm 7, 18). Ha forse detto che non è in grado di fare il bene? Se avesse detto questo, non rimarrebbe alcuna speranza. Ha detto che non è in suo potere non il "fare", ma il portare a compimento. E in che consiste la perfetta attuazione del bene, se non nella distruzione e nella radicale eliminazione del male? E in che consiste la eliminazione del male se non in ciò che dice la legge: Non aver concupiscenze (Es 20, 17)? La perfezione del bene consiste nell'essere totalmente liberi dalla concupiscenza, perché in ciò consiste la eliminazione del male. Questo è ciò che afferma l'Apostolo: L'attuazione perfetta del bene non è in mio potere. Non era in suo potere non sentire la concupiscenza: era in suo potere frenare la concupiscenza per non assecondarla, e rifiutarsi di offrire le sue membra al servizio della concupiscenza. Compiere perfettamente il bene, non è in mio potere, dato che mi è impossibile adempiere il comandamento: Non aver concupiscenze. Che cosa è dunque necessario? Che tu metta in pratica il precetto: Non seguire le tue concupiscenze (Sir 18, 30). Fa' così finché nella tua carne permangono le concupiscenze illecite: Non seguire le tue concupiscenze. Rimani fedele nel servizio di Dio, permani nella libertà di Cristo; assoggettati con la mente alla legge del tuo Dio. Non seguire le tue concupiscenze: seguendole, le rinforzi; e se le rinforzi come potrai vincerle? Come potrai vincere i tuoi nemici, se li nutri contro di te con le stesse tue forze?

13. E' questa la libertà piena e perfetta dono del Signore Gesù che ha detto: Se il Figlio vi libererà, allora sarete veramente liberi. Ma quando sarà veramente piena e perfetta? Quando non ci saranno più nemici, quando sarà distrutta l'ultima nemica che è la morte. Bisogna infatti che questo corpo corruttibile rivesta l'incorruttibilità, che questo corpo mortale rivesta l'immortalità; ma quando questo corpo mortale si sarà rivestito dell'immortalità, allora si compirà quella parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata nella vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? (1 Cor 15, 26 53-55). Che significa: morte, dov'è la tua vittoria? Che quando dominava la carne del peccato, la carne aveva desideri contrari allo spirito e lo spirito desideri contrari alla carne. Morte, dov'è la tua vittoria? Ormai vivremo, non dovremo più morire, grazie a colui che per noi è morto ed è risorto affinché coloro che vivono - dice l'Apostolo - non vivano più per se stessi, ma per colui che morì e risuscitò per essi (2 Cor 5, 15). Chiamiamo il medico, noi che siamo feriti, e facciamoci portare all'albergo per essere curati. Chi assicura la guarigione è colui che ebbe misericordia di quell'uomo che i briganti abbandonarono sulla strada mezzo morto: ne curò le ferite versandovi sopra olio e vino, se lo mise sulla cavalcatura, lo portò all'albergo e lo raccomandò all'albergatore. A quale albergatore? Penso a colui che disse: Noi siamo gli ambasciatori di Cristo (2 Cor 5, 20). Perché il ferito fosse curato, sborsò due denari (cf. Lc 10, 30-35); che credo siano i due precetti che racchiudono tutta la legge e i profeti (cf. Mt 22, 37-40). Anche la Chiesa dunque, o fratelli, è quaggiù un albergo per i viandanti, poiché in essa si ha cura di chi è ferito; ma è in alto l'eredità a lei destinata.

                                                                                                                                                                            Sant’Agostino

OMELIA SUI VANGELI,  I, XVII  (S. Gregorio Magno)

 10. Siano di esempio agli altri nella compunzione. Predichiamo agli altri verità inoppugnabili se alle parole segue la testimonianza dei fatti, se noi stessi abbiamo per amore di Dio sentimenti di  compunzione e purifichiamo nel pianto le colpe quotidiane dell’esistenza, che non può trascorrere senza, in qualche modo, contaminarsi. Arriviamo alla vera compunzione riflettendo con impegno sulle imprese dei padri, così da renderci conto di come appare misera, ai nostri occhi, la vita che abbiamo trascorso, se confrontata con la gloria da  essi conseguita. Allo spirito di compunzione arriviamo anche scrutando  con impegno i precetti del Signore e tentando di progredire per loro  mezzo, come sappiamo che già fecero coloro che veneriamo. Per  questo sta scritto infatti di Mosè: Collocò anche una vasca di bronzo in  cui si purificassero Aronne e i suoi figli entrando nel Santo dei Santi, e  la costruì con gli specchi delle donne che vegliavano alla porta del Tabernacolo. Mosè dunque colloca una vasca di bronzo nella quale i sacerdoti devono purificarsi ed entrare nel Santo dei Santi: la legge  divina ci impone di purificarci nella compunzione, perché le nostre colpe non ci rendano indegni di penetrare gli incontaminati segreti  di Dio. Ha anche un significato il fatto che quella vasca, come è  detto, sia costruita con gli specchi delle donne, che vegliavano senza sosta alla porta dei Tabernacolo, perché questi specchi indicano i divini precetti nei quali le anime sante sempre si guardano, e qualora sussistano in esse delle macchie di peccato, le cancellano. Correggono i pensieri difettosi e, tenendo conto dell’immagine, ricompongono i volti per quel che in essi suona come contrasto: così, riflettendo con impegno ai divini precetti, si rendono facilmente conto di ciò che, di loro, piace o dispiace allo Sposo celeste. Esse, finché si trovano in questa vita, non possono entrare nel tabernacolo eterno.
Tuttavia le donne vegliano alla porta del Tabernacolo, come le anime sante che, anche oppresse dall’infermità della carne, tengono con incessante amore fisso lo sguardo al passaggio nella dimora eterna. Mosè dunque preparò ai sacerdoti la vasca servendosi degli specchi delle donne, e questo significa che la legge di Dio offre il lavacro della  compunzione alle macchie dei nostri peccati, presentando alla nostra
contemplazione i soprannaturali precetti mediante i quali le anime sante piacquero allo Sposo celeste. Se li osserviamo con cura, ci rendiamo conto delle macchie che si trovano nell’intimo della nostra immagine  e siamo spinti alla compunzione, nel dolore della penitenza, così da poterci purificare come nella vasca costruita con gli specchi
delle donne.

18. Dio non abbandona il proprio gregge, nonostante i Pastori negligenti Forse Dio onnipotente abbandona il proprio gregge per la nostra negligenza? No certamente: Egli infatti lo pasce direttamente, come promesso attraverso il profeta, e istruisce i predestinati alla vita con il pungolo dei flagelli e con lo spirito di compunzione. Per il nostro ministero in verità, i fedeli ricevono il santo battesimo, sono benedetti dalle preghiere che noi pronunciamo, e ricevono da Dio lo Spirito santo per l’imposizione delle nostre mani; essi giungono al regno dei cieli, e noi ne siamo deviati a motivo della nostra negligenza. Gli eletti sono ammessi alla patria celeste, purificati dal ministero dei sacerdoti, mentre questi precipitano verso i supplizi dell’inferno a motivo della loro vita riprovevole. A che cosa dunque paragonerò sacerdoti indegni se non all’acqua del battesimo che, cancella i peccati dei battezzati, li introduce al regno dei cieli, ma poi deve essere posta tra i rifiuti? Temiamo, fratelli, che il nostro ministero incorra in una vicenda simile. Facciamo di tutto ogni giorno per essere purificati dalle nostre colpe, perché non ne resti incatenata la vita, mediante la quale Dio onnipotente purifica ogni giorno gli altri dal male. Riflettiamo senza tregua a ciò che siamo, meditiamo sul nostro ministero e rendiamoci conto delle responsabilità assunte. Rivolgiamo ogni giorno a noi stessi gli interrogativi ai quali dovremo rispondere di fronte al Giudice. Dobbiamo anche aver cura di noi, così da non trascurare il prossimo, in modo che chiunque ci accosti venga condito dal sale della nostra parola. Quando vediamo qualcuno libero e dissoluto, esortiamolo a riscattare nella condizione coniugale la sua condotta scorretta, per poter sconfiggere con ciò che è lecito i comportamenti difformi dall’onestà. Quando incontriamo una persona  sposata esortiamola ad impegnarsi negli affari del secolo in modo da non staccarsi dall’amore di Dio, e aderire alla volontà del coniuge senza contrastare il Creatore. Se accostiamo un chierico, sia da  noi ammonito in modo da offrire ai laici un esempio di vita, perché non  si riscontri in lui qualcosa di riprovevole da cui verrebbero motivi di disistima per la nostra religione. Incontrando un monaco, esortiamolo a portare rispetto al proprio abito nel comportamento ,nella parola e nei pensieri, così da staccarsi totalmente da ciò che appartiene al mondo e da offrire al cospetto di Dio, con il comportamento i valori che indica agli uomini col proprio abito. Se uno ha già raggiunto la santità, sia incitato perché cresca in essa; chi è ancora nel peccato sia esortato a correggersi, in modo che chi accosta in sacerdote possa partire da lui come condito con il sale della sua parola. Riflettete con sollecitudine a tutto questo nel vostro intimo, e attuatelo al cospetto del vostro prossimo, rendendovi, così pronti a presentare a Dio onnipotente i frutti del ministero che vi è stato affidato. A queste mete, di cui si è detto, si arriverà più con la preghiera che con la parola.

 

Benedetto XVI al clero, religiosi e seminaristi nella

cattedrale di San Ruffino, ad Assisi il 17 Giugno 2007

 


Carissimi sacerdoti e diaconi, religiosi e religiose!
Posso sinceramente dire che ho vivamente desiderato di incontrarvi in questa antica Cattedrale, in cui normalmente converge, intorno al Vescovo, la Chiesa diocesana. Dopo essere stato stamattina in mezzo al Popolo di Dio nelle sue varie componenti durante la Celebrazione eucaristica presso la Basilica di San Francesco, mi è sembrato bello riservare a voi un incontro particolare, anche in considerazione della folta presenza di persone consacrate in questa Diocesi. Ringrazio Mons. Domenico Sorrentino, Pastore di questa Chiesa, per essersi fatto interprete dei vostri sentimenti di comunione e di affetto. E ho sentito l’affetto anche molto immediatamente. Ringrazio di cuore. Saluto cordialmente anche il Vescovo emerito, Mons. Sergio Goretti, che per anni ha guidato - come abbiamo sentito, venticinque anni - questa Chiesa, illustre per tanta storia di santità. Mi ricordo di tanti incontri belli che abbiamo avuto proprio qui ad Assisi. Grazie, Eccellenza!

Come sapete, come ha ricordato S.E. Sorrentino, l’occasione che mi ha portato oggi ad Assisi è la commemorazione dell’VIII centenario della conversione di Francesco. Anch’io mi sono fatto pellegrino. Già da studente, poi quando mi preparavo per una Cattedra ho studiato San Bonaventura, conseguentemente anche San Francesco. Ho spiritualmente peregrinato ad Assisi molto prima di esservi arrivato anche fisicamente. Così in questo lungo pellegrinaggio della mia vita sono felice di essere oggi con voi nella Cattedrale, con voi sacerdoti, religiosi, religiose. Essendo venuto sulle orme del Poverello, nel mio parlare prenderò spunto principalmente da lui. Ma proprio nel contesto di questa Cattedrale non posso non ricordare gli altri Santi che hanno illustrato la vita di questa Chiesa, a partire dal patrono San Rufino, a cui si uniscono San Rinaldo e il Beato Angelo. Va da sé che, accanto a Francesco, c’è Chiara, la cui casa era proprio nei pressi di questa Cattedrale. Ho potuto poco fa vedere il battistero in cui, secondo la tradizione, ricevettero il Battesimo tanto San Francesco quanto Santa Chiara, e successivamente San Gabriele dell’Addolorata.

Questo particolare mi offre lo spunto per una prima riflessione. Se oggi parliamo della conversione di Francesco, pensando alla radicale scelta di vita che egli fece da giovane, non possiamo tuttavia dimenticare che la sua prima "conversione" avvenne nel dono del Battesimo. La piena risposta che darà da adulto non sarà che la maturazione del germe di santità allora ricevuto. È importante che nella nostra vita e nella proposta pastorale prendiamo più viva coscienza della dimensione battesimale della santità. Essa è dono e compito per tutti i battezzati. A questa dimensione fece riferimento il mio venerato e amato Predecessore, nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, scrivendo: "Chiedere a un catecumeno: «Vuoi ricevere il battesimo?» significa al tempo stesso chiedergli: «Vuoi diventare santo?»" (n. 31).

I milioni di pellegrini che passano per queste strade attirati dal carisma di Francesco, devono essere aiutati a cogliere il nucleo essenziale della vita cristiana ed a tendere alla sua "misura alta", che è appunto la santità. Non basta che ammirino Francesco: attraverso di lui devono poter incontrare Cristo, per confessarlo e amarlo con "fede dritta, speranza certa e caritade perfetta" (Preghiera di Francesco davanti al Crocifisso, 1: FF 276). I cristiani del nostro tempo si ritrovano sempre più spesso a fronteggiare la tendenza ad accettare un Cristo diminuito, ammirato nella sua umanità straordinaria, ma respinto nel mistero profondo della sua divinità. Lo stesso Francesco subisce una sorta di mutilazione, quando lo si tira in gioco come testimone di valori pur importanti, apprezzati dall’odierna cultura, ma dimenticando che la scelta profonda, potremmo dire il cuore della sua vita, è la scelta di Cristo. Ad Assisi, c’è bisogno più che mai di una linea pastorale di alto profilo. Occorre a tal fine che voi, sacerdoti e diaconi, e voi, persone di vita consacrata, sentiate fortemente il privilegio e la responsabilità di vivere in questo territorio di grazia. È vero che quanti passano per questa Città, anche solo dalle sue "pietre" e dalla sua storia ricevono un benefico messaggio. Parlano realmente le pietre, ma ciò non esime da una proposta spirituale robusta, che aiuti anche ad affrontare le tante seduzioni del relativismo che caratterizza la cultura del nostro tempo.

Assisi ha il dono di richiamare persone di tante culture e religioni, in nome di un dialogo che costituisce un valore irrinunciabile. Giovanni Paolo II ha legato il suo nome a questa icona di Assisi come Città del dialogo e della pace. Ho apprezzato, a tal proposito, che abbiate voluto onorare la memoria del suo speciale rapporto con questa Città anche dedicandogli una sala con dipinti che lo raffigurano proprio a fianco di questa Cattedrale. Per Giovanni Paolo II era chiaro che la vocazione dialogica di Assisi è legata al messaggio di Francesco, e deve rimanere ben incardinata sui pilastri portanti della sua spiritualità. In Francesco tutto parte da Dio e torna a Dio. Le sue Lodi di Dio altissimo rivelano un animo costantemente rapito nel dialogo con la Trinità. Il suo rapporto con Cristo trova nell’Eucaristia il luogo più significativo. Lo stesso amore del prossimo si sviluppa a partire dall’esperienza e dall’amore di Dio. Quando, nel Testamento, ricorda il suo andare incontro ai lebbrosi, quale evento iniziale della sua conversione, sottolinea che a quell’abbraccio di misericordia egli fu condotto da Dio stesso (cfr 2 Test 2; FF 110). Le varie testimonianze biografiche sono concordi nel delineare la sua conversione come un progressivo aprirsi alla Parola che viene dall’alto. La stessa logica emerge nel suo chiedere e offrire l’elemosina con la motivazione dell’amore di Dio (cfr 2 Cel 47,77: FF 665). Il suo sguardo sulla natura è in realtà una contemplazione del Creatore nella bellezza delle creature. Il suo stesso augurio di pace si modula poi come preghiera, giacché gli fu rivelata la modalità in cui doveva formularlo: "Il Signore ti dia la pace" (2 Test: FF 121). Francesco è un uomo per gli altri, perché è fino in fondo un uomo di Dio. Voler separare, nel suo messaggio, la dimensione "orizzontale" da quella "verticale" significa rendere Francesco irriconoscibile.

A voi, ministri del Vangelo e dell’altare, a voi, religiosi e religiose, il compito di sviluppare un annuncio della fede cristiana all’altezza delle odierne sfide. Avete una grande storia, e desidero esprimere il mio apprezzamento per quanto già fate. Se oggi ritorno ad Assisi da Papa, voi sapete però che non è la prima volta che visito questa Città e ne ho sempre riportato una bellissima impressione. Occorre che la vostra tradizione spirituale e pastorale resti salda nei suoi valori perenni, e al tempo stesso si rinnovi per dare una risposta autentica alle nuove domande. Desidero per questo incoraggiarvi a seguire con fiducia il piano pastorale che il vostro Vescovo vi ha proposto. In esso si additano le grandi ed esigenti prospettive della comunione, della carità, della missione, sottolineando che esse affondano le radici in un’autentica conversione a Cristo. La lectio divina, la centralità dell’Eucaristia, la Liturgia delle Ore e l’adorazione eucaristica, la contemplazione dei misteri di Cristo nella prospettiva mariana del Rosario, assicurano quel clima e quella tensione spirituale, senza cui tutti gli impegni pastorali, la vita fraterna, lo stesso impegno per i poveri, rischierebbero di naufragare a causa delle nostre fragilità e delle nostre stanchezze.

Coraggio, carissimi! A questa Città, a questa comunità ecclesiale, guarda con particolare simpatia la Chiesa da tutte le regioni del mondo. Il nome di Francesco, accompagnato da quello di Chiara, chiede che questa Città si distingua per un particolare slancio missionario. Ma proprio per questo è anche necessario che questa Chiesa viva di una intensa esperienza di comunione. Si pone in tale ottica il Motu Proprio Totius Orbis, con cui, come ha menzionato il vostro Vescovo, ho stabilito che le due grandi Basiliche papali di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli, pur continuando a godere di un’attenzione speciale della Santa Sede attraverso il Legato Pontificio, sotto il profilo pastorale entrassero nella giurisdizione del Vescovo di questa Chiesa. Sono davvero lieto di sapere che il nuovo cammino è iniziato all’insegna di una grande disponibilità e collaborazione, e sono certo che sarà ricco di frutti.

Era in realtà un indirizzo ormai maturo per diverse ragioni. Lo suggeriva il nuovo respiro che il Concilio Vaticano II ha dato alla teologia della Chiesa particolare, mostrando come in essa si esprima il mistero della Chiesa universale. Le Chiese particolari infatti "sono formate a immagine della Chiesa universale: in esse e a partire da esse (in quibus et ex quibus) esiste l’una e unica Chiesa cattolica" (Cost. Lumen gentium, 23). C’è un mutuo interiore richiamo tra l’universale e il particolare. Le singole Chiese, proprio mentre vivono la loro identità di "porzioni" del Popolo di Dio, esprimono anche una comunione e una "diaconia" rispetto alla Chiesa universale sparsa nel mondo, animata dallo Spirito e servita dal ministero di unità del Successore di Pietro. Questa apertura "cattolica" appartiene a ciascuna Diocesi e segna, in qualche modo, tutte le dimensioni della sua vita, ma si accentua quando una Chiesa dispone di un carisma che attrae ed opera oltre i confini di essa. E come negare che tale sia il carisma di Francesco e del suo messaggio? I tanti pellegrini che vengono ad Assisi stimolano questa Chiesa ad andare oltre se stessa. D’altra parte, è incontestabile che Francesco abbia con la sua Città un rapporto speciale. Assisi in certo modo fa corpo con il cammino di santità di questo suo grande figlio. Lo dimostra il mio stesso odierno pellegrinaggio, che mi vede toccare tanti luoghi, certo non tutti, della vicenda di Francesco in questa Città. Mi piace poi anche sottolineare che la spiritualità di Francesco di Assisi è di aiuto sia per cogliere l’universalità della Chiesa, che egli espresse nella particolare devozione per il Vicario di Cristo, sia per cogliere il valore della Chiesa particolare, dato che forte e filiale fu il suo legame con il Vescovo di Assisi. Occorre riscoprire il valore non solo biografico, ma "ecclesiologico", di quell’incontro del giovane Francesco con il Vescovo Guido, al cui discernimento e nelle cui mani consegnò, spogliandosi di tutto, la sua scelta di vita per Cristo (cfr 1 Cel I, 6, 14-15: FF 343-344).

L’opportunità di un assetto unitario quale è stato assicurato dal Motu Proprio era anche consigliata dal bisogno di un’azione pastorale più coordinata ed efficace. Dal Concilio Vaticano II e dal successivo Magistero è stata sottolineata la necessità che le persone e le comunità di vita consacrata, anche di diritto pontificio, si inseriscano in modo organico, in conformità alle loro Costituzioni e alle leggi della Chiesa, nella vita della Chiesa particolare (cfr Decr. Christus Dominus, 33-35; CIC 678-680). Tali comunità, se hanno diritto di aspettarsi accoglienza e rispetto per il proprio carisma, devono tuttavia evitare di vivere come "isole", ma integrarsi con convinzione e generosità nel servizio e nel piano pastorale adottato dal Vescovo per tutta la comunità diocesana.

Rivolgo un pensiero speciale a voi, carissimi sacerdoti, impegnati ogni giorno, insieme con i diaconi, al servizio del Popolo di Dio. Il vostro entusiasmo, la vostra comunione, la vostra vita di preghiera e il vostro ministero generoso, sono indispensabili. Può capitare di sperimentare qualche stanchezza o paura di fronte alle nuove esigenze e alle nuove difficoltà, ma dobbiamo aver fiducia che il Signore ci darà la forza necessaria per attuare quanto ci chiede. Egli - preghiamo e siamo sicuri - non lascerà mancare le vocazioni, se le imploriamo con la preghiera e insieme ci preoccupiamo di cercarle e custodirle con una pastorale giovanile e vocazionale ricca di ardore e di inventiva, capace di mostrare la bellezza del ministero sacerdotale. Saluto volentieri, in questo contesto, anche i superiori e gli alunni del Pontificio Seminario Regionale Umbro.

Voi, persone consacrate, date ragione con la vostra vita della speranza che avete riposto in Cristo. Per questa Chiesa costituite una ricchezza grande, sia nell’ambito della pastorale parrocchiale sia a vantaggio dei tanti pellegrini, che spesso vengono a chiedervi ospitalità, aspettandosi anche una testimonianza spirituale. In particolare, voi claustrali, sappiate tenere alta la fiaccola della contemplazione. A ciascuna di voi desidero ripetere le parole che Santa Chiara scriveva in una lettera ad Agnese di Boemia, chiedendole di fare di Cristo il suo "specchio": "Guarda ogni giorno questo specchio, o regina sposa di Gesù Cristo, e in esso scruta continuamente il tuo volto…" (4 LAg 15 : FF 2902). La vostra vita di nascondimento e di preghiera non vi sottrae al dinamismo missionario della Chiesa, al contrario vi pone nel suo cuore. Più sono alte le sfide apostoliche, più c’è bisogno del vostro carisma. Siate segni dell’amore di Cristo, a cui possano guardare tutti gli altri fratelli e sorelle esposti alle fatiche della vita apostolica e dell’impegno laicale nel mondo.

Nel confermarvi il mio affetto pieno di fiducia e nell’affidarvi all’intercessione della Beata Vergine Maria e dei vostri Santi, a cominciare da Francesco e Chiara, a tutti imparto una speciale Benedizione Apostolica.

 

 S. Daniele Comboni a p. Giuseppe Sembianti

 

El-Obeid, 16 luglio 1881

 

Mio caro Padre,

…..Perdoni, mio caro Padre, se io, che in fatto di tutte queste virtù, sono molto al di sotto di lei, senza calcolare tutta quella caterva di difetti e infermità che ho, mentre la sua vita è da angelo, vengo a farle da maestro di spirito.

Ma sono Capo e Fondatore dell'Opera più difficile di apostolato, che deve formare dei santi e delle sante per convertir l'Africa; e lo strumento primo per formare questi Dio ha voluto che fosse Lei, e che deve a poco a poco apprendere ciò che ci vuole, e conoscere a fondo l'anatomia dello spirito umano, per poter formare dei santi apostoli, etc. etc.; quindi le parlo schietto e le faccio da maestro, certo che ella farà lo stesso anche per me, e tutto ciò a gloria di Dio, a confusione ed emendazione nostra, (perché la perfezione è un alto monte, e noi non siamo che a' piedi), e per la salvezza dei poveri ne­gri, che sono le anime più abbandonate del mondo.

Ma ella dirà "Se sono così bambino e povero di virtù, e se sono così inetto per conseguenza a fare il mio dovere col formare dei santi, è meglio che scappi, e che vada nel mio Convento, e che Dio mandi qui un altro più capace di me e più virtuoso di me: io dispero di riuscirvi. E' qui dove io voleva il mio Sembianti (perché ho intenzione di batterlo; ora ho appena cominciato, e ciò per salvare la Nigrizia, e per farsi santo se stesso).

Ah piano, mio caro. E' vero che ella è bambino in virtù. Ma si ricordi di una massima inculcatami dal P. Marani, che era più ruvido di lei, di sgraziate maniere, e talvolta mostrava di avere molto poca carità (ed in ciò non lo imiti per nulla). Io trattai da Chierico il P. Marani, feci la confessione generale da lui, e diede il consiglio definitivo della mia Vocazione (quella mattina il P. Benciolini stava fuori, che aspettava di sapere da me la risoluzione del P. Marani, 9 agosto 1857) dicendomi: "Mi lo conosso da cerico, mi l'ò consiglià da cièrico e da prete in tutte le sò cose (cose sue): mi gò in mente come in uno speio tutta la so vita, le so cose, el so difetto capitàl, quel che l'ha fatto per batterlo, etc. etc. Mi l'è dal 1820 che ho comincià a esaminar le vocazioni, e per tanti anni ho fatto questo, e gavea per maestro gnente manco che D. Gasparo. E ben el se consola, e nol gabbia paura (tremava come una foglia perché avea timore che mi dicesse che per l'Africa non avea nessuna vocazione, timore che alla mattina del 9 avea esternato al P. Benciolini, che mi rispondeva: "lu el farà quel che el Signor vorrà, el vaga dentro da D. Marani, e el farà quel che'l che dirà): l'è tanti ani che esamino vocazioni e de Missionari e de preti e de frati etc.; la so vocazion alla missione e all'Africa l'è dele più ciare che abbia visto: ghe sta qua e D. Vinco, e Zara Gesuita, e D. Ambrosi, e cento altri; la so vocasion me par delle più ciare e sicure che mi abbi visto; e son veccio, go i cavei grisi, e go sulle spale sessantasette, quasi sessanta otto ani; el vaga en nome de Dio, e el staga allegro. Mi inginocchiai, mi benedisse, lo ringraziai piangendo di consolazione, e corsi a raccontar tutto al P. Benciolini, (che rideva). Dunque (scusi della parentesi) continuo.

Lei, caro padre, si ricordi di una massima inculcatami dal P. Marani, ed era questa: "Chi confida in se stesso, confida nel più grande asino del mondo" e soggiungeva: "tutta la nostra confidenza deve essere in Dio". E in ciò vengono meno molte anime sante che io conosco, e tanti Gesuiti, e frati, e preti pii, e religiosi che si mettono il cilicio, e si battono il petto, e Trappisti e Certosini e anime di grande orazione etc. etc. i quali con una vita santa, e con molta orazione dicono di confidare in Dio (li ho veduti coi miei occhi e sentiti colle mie orecchie, e non solamente religiosi e preti, ma prelati, ve­scovi, e qualche cardinale), dicono Dio può tutto, Dio farà tutto, provvederà a tutto, portiamo la croce umiliamoci, annientiamoci, etc...... Ma quando capita la tempesta, vien meno la speranza umana, non vedono luccicare il denaro, tutto è croce, capita l'umiliazione, sentono che non han credito, etc. etc. allora cadono sotto il peso la fiducia in Dio è zero (confidavano nel più grande asino di questo mondo), e la vera e reale perfezione è andata in fumo.

Tutto questo è toccato a me cento volte, ed ho conchiuso che il P. Marani avea ragione, e che l'unico labaro e rifugio e fortezza è met­tere tutta la propria fiducia in Dio, che è un galantuomo, e l'unico galantuomo, che ha testa, cuore, e coscienza, e che da noi può far far miracoli; ed ho sperimentato che la piena fiducia negli uomini non ci assicura affatto, fossero vescovi, santi (che mangiano) cardinali, principi, re, potenti etc., insomma fiducia piena nell'uomo, va soggetta a disillusione. Lasciai una cosa (scrivo dopo essere scappato tre volte dalla mia camera ove piove giù e dopo aver mutato tavolo tre volte in oggi).

Dissi che D. Marani era ruvido, bisbetico a certi momenti, con poca carità (di scarsella), etc. etc. (ed in ciò non lo imiti); ma D. Marani era un santo, grande maestro di spirito, gran consigliere di anime, uomo nato e fatto per comandare e farsi rispettare, profondo conoscitore del cuore umano, modello di preti, direttori di spirito, zelatori di anime, un vero missionario e padre spirituale, che non ha studiato molto, ma che era dottissimo nelle scienze sacre e nel governo dell'anime, perché avea profondamente studiato, compreso, e divorato un gran libro divino: "D. Gaspare Bertoni", Requiescat in pace.

Ora lei, benché incapace, privo di virtù etc., pure è stato destinato da Dio (e niente v'ha di più chiaro più che il sole) ad essere Rettore degli Istituti Africani. In questo affare ella non ci entra niente. Dunque ella è sicura che soddisferà (colla abituale diligenza e volontà stimmatina, che vuole solo Dio), ella spogliata di se stessa deve confidare in Dio, e star tranquillo e certo, che al suo posto ella farà quello e più che farebbe il Venerabile Avila, il General dei Gesuiti etc. perché lei non è che semplice strumento e pulcinella del Signore.

Dunque non si sconforti e scoraggi se riceverà colpi da orbo, per ritrarlo dalla via, etc., poiché satana ci fa una guerra tremenda adesso, perché va accorgendosi che fra non molto deve sloggiare dall'Africa, e che io e lei (scusi della santa umiltà) siamo destinati suoi precipui persecutori e nemici. Tiri dunque avanti, s'aspetti dei colpi tremendi, e vada avanti e taccia.

Mio Dio, che digressioni! Ma torniamo alle sue lettere. Non creda che a personaggi serii scriva così alla babbalana, senza rileggerle (e lei le sue lettere le compassa). A lei appariscono così meglio quel che sono, cioè, un macacco de comuni confessorum non pontificum etc., con lei ho confidenza; e se non me la dà, me la prendo; e le scrivo giù giù, e conoscerà quel sono. Ma coi grandi, coi re (ho ricevuto ieri una bella lettera dal re dei Belgi), coi cardinali... di Roma etc. scrivo come se fossi un uomo serio, e colla mia... riesco a farmi creder tale.

Sono tanto oppresso ed afflitto, che vado fuori d'argomento senza accorgermi. Sa perché le ho citato il giudizio del P. Marani sulla mia Vocazione? Certi matti veronesi teste piccole non capiscono e vogliono sputar sentenze e decidere etc. a carico del prossimo. Ma Ella è uomo che capisce. Dunque avanti. Le ho accennato e specificato questo fatto non per altro se non per dirle, che nel corso della mia ardua e laboriosa intrapresa, mi parve più di cento volte di essere abbandonato da Dio, dal Papa, dai Superiori, e da tutti gli uomini (un'anima sola quando ero sotto il peso delle più tremende afflizioni, e desolazioni non mi ha abbandonato quando poteva parlarmi, e mi ha confortato a mettere tutta la mia fiducia in Dio protettore unico dell'innocenza, giustizia e delle opere di Dio, e questa è V. M.).

Vedendomi così abbandonato e desolato, ebbi cento volte la più forte tentazione (ed anche eccitamenti da uomini pii, rispettabili, ma senza coraggio e fiducia in Dio) di abbandonar tutto, rassegnar l'opera alla Propaganda, e mettermi umile servo a disposizione della Santa Sede, o del Card. Pref., o di qualche Vescovo. Ebbene, ciò che non mi fece mai venir meno alla mia Vocazione (anche quando mi trovava accusato alla più alta autorità, per modo di dire, di venti peccati capitali, benché non ve ne sieno che soli sette) (anche quando avea 70.000 franchi di debito, gl'Istituti di Verona disordinati, nell'Africa C.le molti morti e nessuna prospettiva di luce, ma tutto tenebre ed io colla febbre a Chartum), ciò che mi sostenne il coraggio a star fermo al mio fino alla morte, o fino a decisioni differenti della S. Sede, fu la convinzione della sicurezza della mia Vocazione, fu sempre e toties quoties perché il P. Marani mi ha detto ai 9 ag. 1857, dopo maturo esame: "la vostra vocazione alle missioni dell'Africa, è una delle più chiare che io abbia vedute".

Dunque anche lei si trova nel caso che mi trovavo io. Ella è certa che Dio vuole che faccia il Rettore degli Istituti Africani. Il suo animo debole, piccolo, fragile, la sua bambina virtù non deve scoraggiarlo in nessuna circostanza avversa (finora camminò sulle rose, ma capiteranno le spine), ella deve tirare innanzi senza fiatare, e senza dir mai al Superiore "Non ne posso più, sono sfiduciato, ha da fare coi matti, e specialmente con quel matto di Mgr. Comboni che mi salta di palo in frasca, fa confusioni, dice, disdice etc. etc. Io voglio mettermi tranquillo e tornare alle Stimmate". Caro mio sarebbe il modo di rimaner sempre bambino nella virtù. Dunque coraggio, avanti, e ci troveremo in cielo.

D. Bortolo alla prima febbre (era in viaggio da Chartum a Cordofan) si scoraggiò e tornò indietro, la febbre continuò per alcuni giorni, e scoraggiato mi supplicò di tornare addietro perché non avea salute. La stessa preghiera mi ripetè in iscritto mentre io stava ad El-Obeid. Poi gli parve di star meglio (della malattia di D. Losi [lapsus per Rolleri], e più tremende ne abbiamo sostenuti tutti noi, molte Suore, e specialmente Suor Vittoria e Concetta; anzi Sr. Concetta soffre ogni anno malattie tre volte più forti di D. Bortolo; ma nessuno mai chiese di tornare addietro), e mi scrisse (era per partire per Nuba) che se io lo credeva, rischierebbe di restare alle condizioni che le scrissi 1º. di essere con D. Losi padroni di tutto, Vicario G.le, Amminis.re Generale, mai dipendere in nulla da me, fuorché solo dirmi quel che farà, etc. etc. etc. e ciò intendeva di provare con piena libertà di tornare addietro quando gli piaceva se non gli accomodava (e non ha nessun'abilità), e andare ove gli accomodava, perché egli non era legato alla missione con nessun Giuramento.

Noi dicemmo: "siamo sull'aria così; se gli torna la febbre forte come prima, domanda subito di tornare in Europa, etc. etc." ed io non risposi sillaba, perché alla 1ª sua petizione gli accordai il permesso colla patente di ritorno. Ciò a supplemento di quanto dissi di D. Bortolo, in risposta alla sua Nº 26º, ove dice: "godrei che D. Bortolo potesse restare nell'interno".

Vale. Gesù mio sono stracco, debole! Sia fatta la volontà di Dio. Benedico D. Luciano etc. Preghi per

 

C Daniele Vescovo

 

 

 

 

 

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