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Notizie in primo piano:
Verso la beatificazione padre Stanley Rother statunitense assassinato in Guatemala nel 1981 UNA GRANDE PERDITA PER LA CHIESA pedofilia: "ho capito che c'é una via d'uscita Nessuna indulgenza, ma preghiamo per i carnefici di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto pedofilia : card.schoenborn, mai messo in dubbio il celibato per i sacerdoti perseguitati e minacciati benedetto XVI e la costituzione apostolica per chierici e fedeli anglicani NOI PRETI AVREMO PER UNA VOLTA IL CORAGGIO DI DIRE TUTTA LA VERITÁ? GLI OLIVETANI IN FESTA PER LA CANONIZZAZIONE DEL LORO FONDATORE Lizzani: un film su don Peppino Diana Rinnovato il sito per la congregazione per il clero Noi seminaristi non siamo una categoria in estinzione Ordinati i primi due sacerdoti Camilliani haitiani MEDJUGORJE: GRAVI SANZIONI ..... A Modena la stampa dei Santini più belli di Antonio Gaspari Muore un sacerdote vittima della persecuzione anticristiana in India La Santa Sede approva tre alternative all'“Andate in pace” Quei «padri» che aprono alla vita nello Spirito "PRETACCI" Il nuovo libro di Candido Cannavò VANNO A RUBA I SANTINI NELLE EDICOLE Uccisione del giovane missionario carmelitano indianoThomas Pandippallyil Il Papa: condanna e vergogna per i preti pedofili Ordine vicino a Lefebvre annuncia la comunione con Roma NEPAL Il dolore dei cattolici per il “primo martire” della Chiesa in Nepal Il missionario tra i lebbrosi di Molokai sarà santo. A Ho Chi Minh City 11 nuovi preti, in missione tra chi vive particolari difficoltà Nel Vietnam socialista i seminari sono sovraffollati “FEDELE” ALLA LINEA: AL PROCESSO, PADRE BISCEGLIA SI DIFENDE ATTACCANDO Giornata mondiale di preghiera per la santificazione dei sacerdoti 1300 ragazzi e ragazze pronti al sacerdozio o alla consacrazione DA 150 ANNI A HONG KONG, MESSAGGIO DEL SUPERIORE GENERALE DEL PIME DA ROMERO A RAHHO: INTERVISTA A MONSIGNOR PAGLIA DON GELMINI RIDOTTO ALLO STATO LAICALE TRE FRATI FRANCESCANI NEL KAZAKHSTAN ROMA, DOMANI LA PRESENTAZIONE DEL PRIMO TORNEO DI PALLACANESTRO PER SACERDOTI ASIA/FILIPPINE - Cristiani e musulmani uniti nel lutto per il missionario ucciso a Tawi-Tawi«Preghiera per le vittime dei preti pedofili» (.DOC) NOTA CEI SUI “FIDEI DONUM”: L’IDENTIKIT, “NON È UN NAVIGATORE SOLITARIO” DAL SUD DEL MONDO LE MISSIONARIE E IL SACERDOTE DEL XVII PREMIO“CUORE AMICO” A VERONA I TRADIZIO-NALISTI FANNO LA VOCE GROSSA,MA IL VESCOVO LI METTE IN RIGA IN RICORDO DI DON ORESTE BENZI LA VICENDA DI L.VITALE E S.KELLY PRIMO INCONTRO MONDIALE DI SACERDOTI,DIACONI, RELIGIOSI, RELIGIOSE, ZINGARI LA LETTERA DEL CARDINALE ANTONELLI SACERDOTI VICENTINI RESPINGONO ONORIFICENZE LETTERA DI MONSIGNOR GIUSEPPE FRANZELLI PEDOFILIA: DON DI NOTO (METER), “ARRESTATI INSOSPETTABILI”. PREMIATO DOMANI AD AGRIGENTO Il missionario trentino don Sandro De Pretis da 40 giorni in carcere a Gibuti. Il suo racconto Il popolo di Dio si stringe attorno a Dom Cappio
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Sul film “UOMINI DI DIO” Lo straordinario successo di critica e di pubblico che sta avendo il film di Xavier Beauvois sui monaci di Tibhirine merita forse qualche considerazione che scavi un po’ in profondità sulle ragioni di un’accoglienza così favorevole. Come mai la critica è rimasta subito colpita e ora gli spettatori paiono commossi e affascinati? Penso che un elemento tutt’altro che secondario sia stata la capacità del regista di mostrare una vocazione rara e particolare come quella monastica – vissuta da una esigua porzione dei credenti che professano una fede a sua volta non più maggioritaria – sia in realtà una scelta umanissima, fatta di gesti quotidiani, di limiti e di paure, di ritmi e vicende addirittura quasi banali, di non apparizione, di quotidianità ripetitiva. E sia una scelta operata da persone normalissime, magari profondamente diverse tra loro per cultura, formazione, sensibilità, ceto sociale: persone nella quali ciascuno si può riconoscere, a prescindere dalla condivisione della medesima fede. Il monachesimo, nelle sue espressioni più genuine, è sempre stato una scelta di controcultura, di volontaria e libera marginalità: non nel senso di un’opzione elitaria, di un consesso esclusivo di puri e duri, ma nel suo voler cercare il senso di ciò che si vive, nell’anelare a tradurre in scelte quotidiane nella loro ordinarietà le convinzioni più profonde che lo animano, nel non lasciarsi condizionare dai comportamenti della maggioranza quando questi si discostassero dalle esigenze evangeliche. Un fenomeno marginale, dunque, sovente periferico persino rispetto alla chiesa stessa – non si dimentichi la sua natura fondamentalmente non clericale – ma non autoescludentesi: un modo “altro” per essere al cuore dell’umanità, là dove pulsano le energie vitali di ogni convivenza. Oggi, in una società in cui dimensioni come il silenzio, l’interiorità, la discrezione, la condivisione, l’obbedienza a istanze etiche, la ricerca della pace e della solidarietà paiono ignorate se non addirittura irrise, la semplice vita quotidiana di un pugno di uomini può destare nei cuori di chi li incontra – anche solo attraverso lo strumento della finzione cinematografica – una spontanea “simpatia”, può richiamare alla memoria desideri sopiti, aneliti a una vita più umana e pacata. Nel devastante dominio dell’apparire, della ricerca ossessiva dell’interesse personale a scapito degli altri e della collettività, della soddisfazione degli impulsi più incontrollati può suonare come una salutare boccata d’aria fresca la semplice testimonianza di chi liberamente decide di tener conto degli altri nel proprio comportamento, di chi accetta di condividere i doni – materiali come intellettuali e spirituali – che possiede, di chi affronta la sofferenza, il dolore e la morte come parti integranti di una vita che vale la pena di essere vissuta. Sovente nasce così una paradossale “simpatia” verso chi si comporta in modo tanto diverso da noi: il suo semplice restare lì, fedele nel poco, fa sorgere una nostalgia profonda per i piccoli gesti quotidiani, il ricordo di come a volte basta uno sguardo, un tocco delicato, una parola sommessa, un pasto preparato con cura per farci riscoprire la grandezza delle nostre vite, l’umile bellezza di vivere non solo gli uni accanto agli altri, ma gli uni con gli altri, solidali nel condividere la comune umanità. Non abbiamo forse bisogno – oggi come sempre, e forse più che mai – di riscoprire l’antico senso della fedeltà alla parola data, dell’onorare gli impegni assunti, dell’alimentare incessantemente di senso i gesti più banali che compiamo ogni giorno per sottrarli all’asfissiante monotonia della routine? Apparentemente saldezza e perseveranza non godono oggi di molto credito eppure, se ci interroghiamo in sincerità, cos’altro ci attendiamo dalle persone che ci stanno accanto? Cos’altro desideriamo se non che le persone amate restino fedeli a se stesse e a noi nel mutare di eventi e stagioni? Forse ci manca la consapevolezza che affinché questo sia possibile è necessaria una dinamica molto più profonda della volubilità cui siamo abituati, dell’affannoso rincorrere nuove prospettive, dell’infantile inseguire l’ultima emozione di un momento: la fedeltà infatti esige una capacità di mutare atteggiamento, di adattarsi alle situazioni che cambiano, di adeguarsi all’altro che accanto a me cresce, cambia, lavora, riposa, soffre, si rallegra, invecchia, muore, in una parola: vive. Credo sia proprio questo uno dei messaggi più eloquenti di “Uomini di Dio”, un messaggio non riservato ai monaci, né ai cristiani o ai credenti: aver saputo mostrare la quotidianità del bene, le normali umanissime potenzialità che ciascuno di noi porta in sé, la capacità di amare e di essere amati senza calcoli, la possibilità di vivere con dignità anche nell’angoscia e nella paura, il faticoso discernimento su come affrontare situazioni drammatiche, cercando non come venirne fuori a tutti i costi, ma piuttosto come poterle attraversare tutti insieme. Enzo Bianchi priore del monastero di Bose La Stampa, 24 ottobre 2010 Verso la beatificazione padre Stanley Rother statunitense assassinato in Guatemala nel 1981 OKLAHOMA CITY, mercoledì, 21 luglio 2010 (ZENIT.org).- Questo martedì, nell'Arcidiocesi di Oklahoma City (Stati Uniti), si è svolta la cerimonia di chiusura della fase diocesana del processo di canonizzazione di padre Stanley Rother, missionario in Guatemala, assassinato da uno squadrone della morte. In una solenne concelebrazione eucaristica, l'Arcivescovo della città, monsignor Eusebius J. Beltrán, ha disposto il sigillo di tutti i documenti che testimoniano i fatti accaduti il 28 luglio 1981 nella località di Santiago Atitlán, in Guatemala, per il loro invio immediato alla Congregazione per le Cause dei Santi in Vaticano. Il sacerdozio di padre Stanley Rother è stato caratterizzato da un lavoro missionario fin da quando era molto giovane tra gli indigeni Tzutuhil del Guatemala, dove l'Arcidiocesi di Oklahoma City, alla quale apparteneva, lo aveva inviato per lavorare alla missione sostenuta da questa giurisdizione nordamericana. “Padre Rother è stato un sacerdote buono e felice. E' stato molto leale al Vangelo e al suo servizio nei confronti dei più poveri”, ha dichiarato a ZENIT l'Arcivescovo Beltrán, che ha incoraggiato la speranza che colui che oggi è Servo di Dio sia dichiarato santo e martire. Il sacerdote sarebbe stato ucciso da un gruppo armato durante la dittatura che ha flagellato il Guatemala negli anni Settanta e Ottanta, nella quale hanno perso la vita anche quattro sacerdoti e molti catechisti per odio alla fede. Padre Rother era parroco nella località guatemalteca di Santiago Atitlán, dove ha difeso la vita e la pratica religiosa del suo popolo, ragione per la quale prima della morte aveva ricevuto varie minacce, testimoniate da varie persone, tra cui esponenti della popolazione indigena. UNA GRANDE PERDITA PER LA CHIESA PAESI BASSI - La sera del 23 dicembre 2009, a Nimega, nei Paesi Bassi, il professore teologo fiammingo di 95 anni, Professore, Maestro e Dottore Edward Schillebeeckx – un domenicano – è morto. Egli aveva a cuore la propria identità domeni-cana più dei premi e decorazioni solenni che ha ricevuto negli anni. Era un vero seguace di Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine dei Predicatori, che è lodato come Luce della Chiesa e Maestro di Verità: Lumen Ecclesiae, Doctor Veritatis. Per 25 anni Edward Schillebeeckx fu professore presso l’Università Cattolica di Nimega (attualmente Radboud University) dove ha insegnato dogmatica, e storia della teologia. Gli sono stati conferiti un gran numero di dottorati ad honorem da università degli Stati Uniti, Canada ed Europa. Senza numero sono state le sue pubblicazioni, tra le quali opere come Jezus, het verhaal van een Levende (1974; tr. it. Gesù, la storia di un vivente, 1976) e Mensen als verhaal van God (1989; tr. it. Umanità, la storia di Dio 1992). Le sue opere sono state studiate e lette ovunque, anche in Cina e Giappone. Fino a poco prima della sua morte egli ancora scriveva e parlava con alcuni visitatori circa gli attuali sviluppi della Chiesa e della società. Tutto questo fino a quando non ha sentito che la fine era vicina, quando ha scritto la sua ultima testimonianza personale: “Caro, buon Dio, sei proprio Tu che dovrai mettermi nella tomba”. (16 dicembre 2009). Da giovane Edward Schillebeeckx ha sentito la voce di Dio che lo chiamava e lungo tutta la sua vita egli ha dato ascolto a quella voce. Il mattino della sua morte ha detto a suor Hadewych, che si è presa amorevolmente cura di lui per sei anni: “Sento che mi stanno chiamando”. Poi, due volte, come per sottolineare a lei il suo imminente arrivederci: “Vado”. Più tardi, quel giorno ha pronunciato le sue ultime parole: “Dio mi chiama”. I giorni 30 e 31 dicembre centinaia di persone da tutto il paese e dall’estero si sono riunite nella chiesa dei domenicani a Nimega: membri della famiglia, confratelli e rappresentanti della famiglia domenicana, amici, studenti, autorità religiose e civili tra cui i vescovi Hurkmans, Bluyssen e De Korte, e molti altri. Edward ha testimoniato durante la sua vita che “La gente sono le parole con cui Dio ci racconta la Sua storia”. La veglia funebre della sera e la celebrazione dell’Eucarestia sono diventate una storia di Dio con la gente. I provinciali delle province domenicane fiamminga e vallona hanno presieduto alternativamente le due celebrazioni: Lo spirito del Signore era quasi palpabile nella sua presenza e ha portato unità nella fede, speranza e amore. Dio, era palpabilmente vicino. Il 2 febbraio di quest’anno, l’Università di Radbound ha tenuto una solenne sessione accademica in memoria di Edward Schillebeeckx. Un gran numero di professori e ammiratori era presente, tra di loro i vescovi Ernst, Hurkmans e Muskens. Essi hanno ascoltato con attenzione quattro conferenzieri che hanno chiamato Edward un ‘eminente studioso’ e ‘Padre della Chiesa dei tempi moderni’. Hanno anche ricordato come Damian Byrne, già Maestro dei Domenicani a Roma, ha chiamato Edward un dono del cielo sia per se stesso sia per la Chiesa. I critici pensano che la teologia di Schillebeeckx sarà presto dimenticata, ma i teologi della facoltà di Teologia di Lovanio e della facoltà di Teologia di Nimega fortunatamente hanno un’opinione differente. Cercheranno insieme di capire come nel 21° secolo possa emergere una teologia che costruisca sull’eredità scientifica di Edward Schillebeeckx. Suor Regina Mattens o.p. (Traduzione: Faruk Ates) RIMANERE O ANDARSENE ? di Timothy Radcliffe op in “Koinonia” n. 352 del maggio 2010 Le nuove rivelazioni riguardo ad abusi sessuali da parte di preti in Germania e Italia hanno provocato nell'opinione pubblica un'onda di rabbia e disgusto. Ho ricevuto e-mail da tutta Europa da persone che mi chiedono: come è possibile restare dentro la Chiesa cattolica? Mi è stato anche inviato un modulo per la rinuncia a far parte della Chiesa. Perché restare? Innanzitutto, io direi, perché andarsene? Alcune persone ritengono che non sia più il caso di restar legati ad un'istituzione che si è rivelata così corrotta e pericolosa per i bambini. La sofferenza di tanti piccoli è così atroce. E loro debbono rappresentare la nostra prima preoccupazione. Premetto che nulla di quanto andrò scrivendo intende in alcun modo diminuire tutto il nostro sdegno per il male degli abusi sessuali. Tuttavia dobbiamo riconoscere che negli Stati Uniti, come si evince dai dati del 2004 forniti dal John Jay College deputato alla Giustizia Criminale, il clero cattolico non commette reati più del clero sposato appartenente ad altre confessioni religiose. Alcuni sondaggi collocano pure ad un livello leggermente più basso proprio i preti cattolici. Essi sarebbero meno propensi a commettere questo reato rispetto, ad esempio, agli insegnanti di ogni ordine di scuola e ad almeno la metà della rimanente popolazione. Non è il celibato che spinge le persone ad abusare dei bambini. Quindi si tratterebbe di un'idea che non corrisponde a verità quella di lasciare la Chiesa per un'altra istituzione solo in nome della sicurezza dei figli. Dobbiamo affrontare una volta per tutte il fatto che l'abuso sui minori sia uno dei crimini più diffusi in ogni ambiente sociale. Fare della Chiesa il capro espiatorio sarebbe come dire, mettiamoci una pietra sopra, insabbiamo. Cosa possiamo dire invece dell'insabbiamento all'interno della Chiesa? Non abbiamo forse avuto dei vescovi incredibilmente irresponsabili a lasciare delinquenti in circolazione, non denunciandoli alla giustizia, lasciando così libero campo al perpetuarsi degli abusi? Sì, qualche volta è proprio accaduto così. Ma la stragrande maggioranza di questi casi risale agli anni '60 e '70, quando i vescovi consideravano l' abuso sessuale come un peccato invece che una condizione patologica, e quando spesso persino avvocati e psicologi li rassicuravano che era motivo di sicurezza assegnare i sacerdoti ad altro incarico dopo un trattamento. E' semplicemente un' azione ingiusta il tentativo di volgersi indietro e a questo punto dire che gli abusi sessuali allora non esistevano. Fu solo con l'avvento del femminismo verso la fine degli anni '70, che ha fatto luce sulla violenza perpetuata nei confronti delle donne, che è venuto alla ribalta anche il terribile rischio che correvano anche i bambini indifesi. E che dire ancora del comportamento del Vaticano? Il Papa Benedetto XVI ha imboccato una linea dura nell'affrontare tale questione fin dai tempi in cui era prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede e poi da quando è diventato Papa. Ora il dito è puntato su di lui. Sembra che alcuni casi segnalati alla Congregazione da lui guidata non abbiano avuto seguito. Si è forse indebolita la sua credibilità? Ci sono manifestanti intorno a San Pietro per chiedere le sue dimissioni. Io sono profondamente certo che lui non abbia alcuna colpa. In genere s'immagina il Vaticano come un'organizzazione vasta ed efficiente. In realtà è molto ridotta. La Sacra Congregazione dà lavoro a sole 45 persone che debbono però occuparsi delle questioni dottrinali e disciplinari di una Chiesa che conta oltre 1,3 miliardi di persone, pari al 17% dell'intera popolazione mondiale, con circa 400 mila preti. Quando ho trattato con la Sacra Congregazione, in qualità di Maestro dell'Ordine, era evidente che dovevano fare i salti mortali per far fronte al loro lavoro. Diversi documenti si saranno arenati sulle scrivanie. Il card. Ratzinger si era anche lamentato con me che il personale era del tutto inadeguato per quella mole di lavoro. Cosa dire allora riguardo alla decisione del card. Ratzinger che avrebbe fermato il processo contro un prete accusato di aver commesso terribili crimini contro bambini sordomuti? È stato probabilmente solo un atto di pietà nei confronti di un uomo già gravemente ammalato e che è morto tre mesi dopo. Qualcuno potrebbe obiettare che non è stato il modo migliore per mostrare misericordia, ma la misericordia spesso fa scandalo. Cristo ha dato scandalo per la sua richiesta di perdonare chiunque senza condizioni. La gente è indignata contro le mancanze del Vaticano reticente ad aprire i propri fascicoli e offrire una spiegazione chiara di ciò che è accaduto. Perché tanta reticenza? Cattolici arrabbiati e feriti rivendicano il diritto di avere una gestione trasparente ai vertici della Chiesa. Sono perfettamente d'accordo. Ma dobbiamo anche capire perché, nelle questioni riguardanti la giustizia, il Vaticano debba essere così auto-protettivo. Nel corso del XX secolo ci sono stati più martiri di quanti se ne abbiano avuti in tutti i secoli precedenti insieme. Vescovi e preti, religiosi e laici sono stati assassinati in Europa Occidentale, nell'Unione Sovietica, in Africa, America Latina e in Asia. Molti cattolici ancora oggi subiscono prigionia e condanne a morte a motivo della loro fede. È chiaro perché il Vaticano tenda a sottolineare la riservatezza: questa è necessaria per proteggere la Chiesa da quanti vorrebbero distruggerla. Così è comprensibile che il Vaticano reagisca con una certa aggressività alle richieste di trasparenza e di legittimazione di apertura dei fascicoli, ritenendo anche questa una forma di persecuzione. E poi bisogna dire che alcune persone sui media intendono, su questo non c'è alcun dubbio, danneggiare la credibilità della Chiesa. Ma riconosciamo anche che dobbiamo essere debitori alla stampa per la sua insistenza nel porre la Chiesa di fronte alle proprie inadempienze. Se non fosse stato per i media, questo vergognoso crimine avrebbe potuto restare ancora senza responsabili. La riservatezza è anche una conseguenza dell'insistenza della Chiesa nei confronti del diritto di ogni accusato di mantenere la propria reputazione finché questi non venga ritenuto colpevole. Ciò è sempre più difficile da capire in una società come la nostra, in cui i media sono capaci di distruggere la reputazione delle persone senza pensarci due volte. Perché allora andarsene? Se si tratta solo di trovare una collocazione più sicura, meno corrotta della chiesa, allora credo che rimarreste delusi. Ho chiesto a lungo una gestione più trasparente, ancor più l'apertura di un dibattito, ma la riservatezza della Chiesa è comprensibile e, talvolta, persino necessaria. Capire non significa sempre condonare, ma è necessario se vogliamo comportarci con giustizia. Perché allora restare? Debbo mettere le carte in tavola; anche se la Chiesa cattolica con tutta evidenza non è peggiore delle altre, nonostante tutto non voglio andarmene. Non sono cattolico perché la nostra Chiesa è la migliore di tutte, o perché mi piace il Cattolicesimo. Amo molto la mia Chiesa, ma esistono anche certi suoi aspetti che non mi piacciono molto. Non sono cattolico, quasi fosse una scelta da consumatori tra un ecclesiastico Waitrose piuttosto che Tesco, ma perché io credo che la Chiesa incarni qualcosa che è da ritenersi essenziale per la testimonianza cristiana della Resurrezione, l'unità visibile. Quando è morto Gesù, la sua comunità si disperse. Lui era stato tradito, rinnegato e la maggior parte di suoi discepoli erano fuggiti. Erano state in particolare le donne ad accompagnarlo fino alla fine. Nel giorno di Pasqua era apparso ai suoi discepoli. Era accaduto ben di più della semplice rianimazione fisica di un cadavere. In lui Dio aveva trionfato su tutto ciò che è in grado di distruggere una comunità: peccato, viltà, menzogna, fraintendimento, sofferenza e morte. La Resurrezione ha reso visibile al mondo una comunità sorprendentemente rinata. Questi che si erano mostrati codardi e 1' avevano rinnegato si trovavano di nuovo radunati insieme. Non era stato un gruppo affidabile, e, avrebbero dovuto vergognarsi di ciò che avevano fatto, ma nonostante tutto essi erano di nuovo insieme. L'unità della Chiesa è segno che tutte le forze che vorrebbero dilaniarla e disperderla sono state vinte da Cristo. Tutti i Cristiani formano un solo Corpo di Cristo. Nutro un profondo rispetto per i cristiani di altre Chiese che mi nutrono e mi ispirano. Tuttavia questa unità in Cristo ha bisogno di una certa qual incarnazione visibile. Il Cristianesimo non è una sorta di vaga spiritualità, bensì una religione incarnata all'interno della quale le verità più profonde prendono talvolta una forma fisica e istituzionale. Storicamente questa unità ha trovato il suo punto focale in Pietro, la roccia di cui parlano i Vangeli di Matteo, Marco e Luca, e il pastore del gregge di cui parla quello di Giovanni. Fin dall'inizio e lungo il corso della storia, Pietro ha costituito spesso una roccia alquanto traballante, talvolta anche fonte di scandalo, corruzione, eppure è questo il primo, e poi i suoi successori, cui viene chiesto di tenerci uniti tutti insieme in modo che possiamo testimoniare nel Giorno di Pasqua la sconfitta da parte di Cristo della potenza del male che tende a dividere. E in tal modo la Chiesa è salda insieme a me, qualunque cosa accada. Potremmo anche sentirci in imbarazzo ad ammettere di essere Cattolici, ma ricordiamo che Gesù aveva messo insieme fin dall' inizio una compagnia che agli occhi della gente appariva disonorevole. Timothy Radcliffe op • Tit. orig. Why Stay?, articolo pubblicato sul settimanale cattolico The Tablet l'11 aprile 2010 (trad. dall'inglese di Maria Teresa Pontara)
Nessuna indulgenza, ma preghiamo per i carnefici di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto in “Corriere della Sera” del 23 marzo 2010
«Che cosa pensa dei casi di pedofilia tra sacerdoti e religiosi venuti alla luce solo in questi ultimi tempi?». La domanda del giovane liceale era diretta e richiedeva la risposta leale che mi ero impegnato a dare a quelle diverse centinaia di ragazzi iniziando il mio dialogo con loro. Non esitai a rispondere quello di cui sono convinto: che la pedofilia è un fenomeno mostruoso, di assoluta gravità morale, perché ferisce personalità indifese nella maniera più indegna e brutale. Le si possono applicare senza esitazione le parole di Gesù: «Guai a colui a causa del quale avvengono scandali. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli» (Luca 17,1-2). Aggiunsi, però, quanto sia necessario stare attenti a non generalizzare: alcuni casi — in percentuale pochissimi, sebbene anche uno solo basterebbe a suscitare una rivolta morale — non devono far dimenticare l’immensa maggioranza che c’è fra il clero di persone fedeli alla loro vocazione, serie e generose con Dio e con gli altri. Una maggioranza, questa, che ho potuto conoscere in ogni parte del mondo nel mio servizio di teologo e che ora da Vescovo di una Chiesa diocesana riconosco nella fede e nella carità dei preti e dei consacrati, miei collaboratori. Proprio in nome di questa maggioranza silenziosa è giusto che il Papa e i Vescovi insieme con lui siano inflessibili nel condannare questi scandali, nel sostenere in ogni modo le vittime, nel correggere, punire e curare i colpevoli. Il silenzio sarebbe connivenza. L’indulgenza complicità. Mai, però, bisogna perdere di vista la persona umana da salvare, tanto nella vittima, quanto nel carnefice. La Chiesa crede nella parola del Signore: «La verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32), e perciò non solo non ha paura della verità, ma ha fiducia nella sua forza liberante e sanante. D’altra parte, il fatto che su tanti casi di pedofilia che stanno emergendo quelli che più colpiscono i media e l’opinione pubblica siano gli episodi che coinvolgono sacerdoti e consacrati, è un segno eloquente dell’esigenza con cui giustamente si guarda alla Chiesa, del suo dovere di stare in alto, cioè nella grazia e nella fedeltà dell’amore di Dio e del prossimo. Solo a questo prezzo, la sua parola risuonerà libera e liberante e la fiducia che tanti — credenti e non credenti — ripongono negli uomini di Chiesa non sarà tradita. E il celibato? Alcuni nel chiasso mediatico sviluppatosi intorno allo scandalo pedofilia hanno puntato il dito contro questa legge ecclesiastica, quasi che chiedere ai sacerdoti l’impegno di rimanere celibi per tutta la vita sia una fonte inevitabile di deviazioni. Se così fosse, non si spiegherebbe quella stragrande maggioranza di cui ho parlato: nel suo senso più vero e profondo, il celibato non è una frustrazione imposta, ma una libera risposta d’amore a una vocazione che supera certamente le capacità umane e che tuttavia è possibile vivere con fedeltà se essa viene da Dio ed è continuamente confortata dal Suo aiuto e dalla Sua presenza. Vissuto fedelmente, nella durata dei giorni e nel sempre nuovo sì della fede al Signore vicino, il celibato è un segno meraviglioso della verità di ciò in cui crede chi crede: che, cioè, Dio non è una proiezione dei nostri desideri, un frutto del nostro bisogno di rassicurazione e di consolazione, ma il Vivente, che ti sovrasta ed insieme ti accompagna, che è infinitamente sopra di te ed insieme è dentro il tuo cuore umile, aperto a Lui. Chi ha esperienza di preghiera sa bene di che cosa sto parlando. Proprio così, il celibato e la verginità consacrata, vissuti con serena convinzione come una risposta alla chiamata e al dono di Dio, sono come una freccia puntata verso il cielo: ci dicono che Dio c’è, che Lui solo basta al nostro cuore inquieto, che Lui è la speranza del mondo e la patria promessa del nostro comune cammino. Così il Signore ha dato a me e a tanti la grazia di vivere la nostra consacrazione a Lui: e questo, lungi dal farci sentire meno umani, più fragili o vuoti di amore, ci fa sentire una grandissima gioia, lo slancio di donarci e di testimoniare con la vita l’amore che viene dall’alto e che ci fa liberi, la bellezza di Dio che supera ogni bellezza e dà senso alle opere e ai giorni. Dico queste parole con umile fierezza: umilmente, perché tutto in questa esperienza è grazia immeritata; ma con fierezza, perché nessuno va ingannato, soprattutto i giovani, e ad essi la Chiesa può e deve continuare a dire a testa alta non solo che Cristo è la verità e il bene, ma anche che Lui è il pastore bello, e la bellezza del Suo amore crocifisso e risorto è la sola che salverà il mondo. Con buona pace di quanti vorrebbero vedere nella triste e squallida infedeltà di qualche pedofilo, ahimè presente fra le file del clero, la smentita della buona novella, che è il Vangelo dell’amore più grande, speranza per tutti.
PEDOFILIA: CARD. SCHOENBORN PRECISA, MAI MESSO IN DUBBIO CELIBATO (ASCA) - Roma, 11 mar - Il card. Christoph Schoenborn ''non ha messo in dubbio in alcun modo il celibato nella Chiesa cattolica di rito latino''. Lo ha dichiarato ieri Erich Leitenberger, portavoce dell'arcidiocesi di Vienna, smentendo alcune interpretazioni dei media su alcune dichiarazioni dell'arcivescovo. Nell'ultima edizione di ''thema kirche'', periodico dei collaboratori dell'arcidiocesi, il porporato aveva affermato che sugli abusi ''deve esserci solo la via della verita' ed e' assolutamente necessario mettere al primo posto le vittime''. Riprendendo le parole esatte dell'arcivescovo, l'agenzia di stampa precisa che il cardinale aveva auspicato un esame delle cause ''profonde'' di abuso, tra cui: ''La questione della formazione dei sacerdoti, cosi' come la questione di quanto e' accaduto con la 'rivoluzione sessuale' della generazione del '68. Il tema del celibato, cosi' come il tema dello sviluppo della personalita'. E ci vuole anche una buona porzione di sincerita', nella Chiesa, ma anche nella societa'''. Schoenborn chiedeva inoltre un ''cambiamento'': ''Per ogni nuovo caso di abuso, avvenuto nella Chiesa o altrove, mi chiedo: 'E tu, hai davvero fatto qualcosa per il cambiamento?''. Riallacciandosi alle parole di Schonborn, Leitenberger ha concluso: ''La sincerita' e' auspicabile anche nei resoconti sulle dichiarazioni di personalita' della Chiesa''. PER I SACERDOTI PERSEGUITATI E MINACCIATI Accendere idealmente un cero via internet per sostenere i sacerdoti perseguitati o minacciati nelle varie parti del mondo: è l’invito al centro della campagna di mobilitazione organizzata in Francia, nell’ambito dell’anno dedicato ai presbiteri dall’associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”, che da oltre sessanta anni porta soccorso ai preti laddove la mancanza di mezzi finanziari o la violazione della libertà religiosa rendano difficile la loro missione evangelizzatrice. La campagna dal titolo “Luce di Speranza” è partita il 25 dicembre e si svolgerà fino al 2 febbraio, festa della Presentazione del Signore e Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Tra le intenzioni di preghiera prioritaria quella di affidare i sacerdoti a Dio, come Maria presentò Gesù al tempio. Per questo al termine dell’iniziativa verranno accesi circa 4 mila ceri: per diffondere un messaggio di speranza, di riconciliazione e di pace. Anche attraverso internet sarà possibile aderire alla campagna, inviando una preghiera, facendo un dono ai preti che non hanno i più elementari mezzi di sussistenza o ancora indirizzando un messaggio di solidarietà ad un amico sacerdote sul sito di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”. L’associazione denuncia tra l’altro come in numerosi Paesi del mondo la libertà religiosa venga costantemente minacciata e i cristiani continuano ad essere uccisi per la loro fede. (C.S.) Benedetto XVI ha approvato una Costituzione apostolica... per "rispondere alle numerose richieste che sono state sottoposte alla Santa Sede da gruppi di chierici e fedeli anglicani provenienti da diverse parti del mondo, i quali desiderano entrare nella piena e visibile comunione" con Roma. Lo ha annunciato il card. Joseph William Levada, precisando che "in questa costituzione apostolica il Santo Padre ha introdotto una struttura canonica che provvede ad una tale riunione corporativa tramite l'istituzione di "ordinariati personalì, (vescovi o prelati cioè con competenza non territoriale, ndr) che permetteranno ai fedeli già anglicani di entrare nella piena comunione con la Chiesa cattolica, conservando nel contempo elementi dello specifico patrimonio spirituale e liturgico anglicani". (da Pastorale e Spiritualità) NOI PRETI AVREMO PER UNA VOLTA IL CORAGGIO DI DIRE TUTTA LA VERITÁ? Non meravigliamoci se molti la pensano come Giancarlo…. Caso Boffo: Chiesa ipocrita come Berlusconi Da una parte abbiamo un capo del governo che tra le sue infinite colpe si contraddistingue per uno stile di vita in clamoroso contrasto con le dichiarazioni pubbliche e il tutto è stato giustamente reso pubblico. Dall'altra abbiamo un'importante giornalista cattolico (certamente con minor potere) che si comporta allo stesso modo e viene difeso da tutti i vertici della Chiesa. Entrambi comportamenti da condannare. Che noi semplici cittadini dobbiamo apprendere questo solo come esito di vendette politiche è gravissimo. Com'è possibile che la condanna per molestie di un importante direttore di giornale risalente al 2004 non è stata resa pubblica? Se succedesse adesso al direttore del Corriere, di Repubblica, dell'Unità, dello stesso Giornale non dovrebbe essere considerata una notizia? E mi riferisco solo all'esito della vicenda giudiziaria non all'informativa che ha certo meno riscontri e può essere un falso. In questa clima di ipocrisia dilagante dove c'è una gara a chi conduce una vita privata il più opposta possibile all'immagine pubblica si aggiunge una gestione dell'informazione da incubo per cui le notizie sono divulgate a seconda della convenienza. Oggi sappiamo, una volta di più, che Berlusconi e la Chiesa hanno scheletri negli armadi. Ma è il fatto che dobbiamo saperlo solo all'interno di una guerra di potere che offende. ( Ripreso dal Blog: NNTP.it) ANNO SACERDOTALE PER GLI “EX” L'Anno Sacerdotale è anche per i presbiteri che hanno abbandonato, afferma il Cardinale Tarcisio Bertone ("i sacerdoti sposati sono dentro la Chiesa", è il commento dell'associazione sacerdoti lavoratori sposati che dal 2003 è impegnata nel tentativo di mediazione culturale e teologica sulle problematiche dei sacerdoti che hanno abbandonato l'esercizio del ministero e sono "ridotti a un'azione marginale nell'azione pastorale" ) CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 27 agosto 2009 .- L'Anno Sacerdotale è un'iniziativa con cui Benedetto XVI vuole entrare in contatto anche con i sacerdoti che hanno abbandonato il ministero. Lo conferma il Cardinale Tarcisio Bertone SDB, Segretario di Stato, in un'intervista pubblicata dall'edizione italiana di questo venerdì de "L'Osservatore Romano", in cui rivela anche com'è nata l'idea di convocare questa iniziativa. "Ricordo che dopo il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio, sul tavolo del Papa vi era una proposta, già precedentemente presentata, per un anno della preghiera, che di per sé era ben collegata con la riflessione sulla Parola di Dio", ha spiegato il porporato. Tuttavia, aggiunge, "la ricorrenza del centocinquantesimo anniversario della morte del curato d'Ars e l'emergenza delle problematiche che hanno investito tanti sacerdoti hanno mosso Benedetto XVI a promulgare l'Anno Sacerdotale". Con quest'Anno, dichiara il Cardinal Bertone, il Papa vuole mostrare "una speciale attenzione ai sacerdoti, alle vocazioni sacerdotali" e promuovere "in tutto il popolo di Dio un movimento di crescente affetto e vicinanza ai ministri ordinati". "L'Anno Sacerdotale sta suscitando un grande entusiasmo in tutte le Chiese locali e un movimento straordinario di preghiera, di fraternità verso e fra i sacerdoti e di promozione della pastorale vocazionale". "Si sta inoltre irrobustendo il tessuto del dialogo, talora appannato, tra Vescovi e sacerdoti, e sta crescendo una attenzione speciale anche verso i sacerdoti ridotti a una condizione marginale nell'azione pastorale". Il Segretario di Stato afferma che quest'anno auspica anche "che avvenga una ripresa di contatto, di aiuto fraterno e possibilmente di ricongiungimento con i sacerdoti che per vari motivi hanno abbandonato l'esercizio del ministero". "I santi sacerdoti che hanno popolato la storia della Chiesa non mancheranno di proteggere e di sostenere il cammino di rinnovamento proposto da Benedetto XVI", conclude.
“È imminente il giorno in cui si commemoreranno i 150 anni dal pio transito in cielo di San Giovanni Maria Vianney, Curato d’Ars, che quaggiù in terra è stato un mirabile modello di vero Pastore al servizio del gregge di Cristo. Poiché il suo esempio è adatto per incitare i fedeli, e principalmente i sacerdoti, ad imitare le sue virtù, il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha stabilito che, per questa occasione, dal 19 giugno 2009 al 19 giugno 2010 sia celebrato in tutta la Chiesa uno speciale Anno Sacerdotale, durante il quale i sacerdoti si rafforzino sempre più nella fedeltà a Cristo con pie meditazioni, sacri esercizi ed altre opportune opere”: si apre con queste parole il decreto della Penitenzieria Apostolica, a firma del card. James Francis Stafford, penitenziere maggiore, con il quale vengono concesse speciali indulgenze in occasione dell’ “Anno Sacerdotale”. “Questo sacro periodo – si dice nel decreto - avrà inizio con la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, giornata di santificazione sacerdotale, quando il Sommo Pontefice celebrerà i Vespri al cospetto delle sacre reliquie di San Giovanni Maria Vianney, portate a Roma dall’Ecc.mo Vescovo di Belley-Ars. Sempre il Beatissimo Padre concluderà l’Anno Sacerdotale in piazza S. Pietro, alla presenza di sacerdoti provenienti da tutto il mondo, che rinnoveranno la fedeltà a Cristo e il vincolo di fraternità”. (Da SIR) “CLERICUS CUP”: COSENZA, CINQUE VESCOVI CALABRESI AI CALCI DI RIGORE Sarà una sfida ai calci di rigore tra cinque vescovi calabresi a concludere la “Clericus Cup” della Metropolia di Cosenza. Lunedì 11 maggio i vescovi delle diocesi di Cosenza-Bisignano, Rossano-Cariati, San Marco Argentano-Scalea, Cassano e di quella di rito cattolico-bizantino di Lungro – appartenenti alla Metropolia di Cosenza - daranno vita al momento decisivo della competizione. Il torneo di calcio a cinque riservato a sacerdoti e seminaristi, organizzato dal Csi (Centro sportivo italiano) e dal Comitato provinciale di Cosenza insieme agli Uffici di pastorale dello sport delle cinque diocesi, è iniziato proprio in questi giorni. Intanto, giovedì 7 maggio prenderà il via la manifestazione “Oratorio Cup” che quest’anno si è trasformata in un Trofeo multidisciplinare. Quattro, infatti, gli sport previsti: calcio a 5, volley misto, basket e rugby a 7. Una kermesse nata con l’obiettivo di trasformare gli oratori in laboratori di esperienze umane, di conoscenza e di rispetto tra le parti. GLI OLIVETANI IN FESTA PER LA CANONIZZAZIONE DEL LORO FONDATORE di Carmen Elena Villa ROMA, lunedì, 27 aprile 2009 (ZENIT.org).- Il suo nome di battesimo era Giovanni Tolomei, ma quando iniziò la vita monastica prese il nome di Bernardo, facendo onore a San Bernardo di Chiaravalle, anch'egli benedettino (1090-1153). Questa domenica Bernardo Tolomei, fondatore del monastero di Santa Maria del Monte Oliveto, è stato canonizzato da Papa Benedetto XVI insieme ad altri quattro beati. Bernardo nacque a Siena nel 1272 in una famiglia nobile. Dopo una profonda crisi di fede, per intercessione della Madonna guarì da una malattia agli occhi. Nel 1313 decise di dedicarsi alla vita eremitica con due amici che in precedenza erano stati commercianti: Patrizio Patrizi e Ambrosio Piccolomini. Lasciarono Siena e si ritirarono ad Accona, in una proprietà della sua famiglia. “Insegnava all'università, aveva un'attività pubblica: si ritira, rinuncia a tutto perché vuole servire unicamente Dio”, ha spiegato a ZENIT il postulatore della sua causa, il sacerdote Reginaldo Grégorie, membro della Congregazione benedettina di Santa Maria del Monte Oliveto. I tre uomini cambiarono il proprio nome, si dedicarono alla preghiera, alla penitenza e alla solitudine eremitica. Realizzavano lavori manuali e facevano meditazioni bibliche con il metodo della lectio divina. Anime dedicate a Gesù e a Maria Sei anni dopo, mentre era in preghiera, Bernardo ebbe la visione di alcuni monaci vestiti di bianco che erano aiutati a salire una scala dalla mano di Gesù e Maria. Si rivolse quindi al Vescovo di Arezzo, monsignor Guido Tarlati, per ottenere l'autorizzazione canonica a creare una nuova comunità. Nacque così nel 1319 ad Accona il monastero di Santa Maria del Monte Oliveto. Il nome ricorda il Monte degli Ulivi, dove Gesù pregò e vegliò con i discepoli prima della sua Passione. I monaci di questa nuova comunità erano guidati dalla Regola di San Benedetto e adottarono l'abito bianco in onore di Maria. “I nostri monasteri sono luoghi di silenzio assoluto. Sono luoghi di preghiera, studio, solitudine e rinuncia che colpiscono i giovani”, ha affermato padre Reginaldo. Attualmente questo ramo del Benedettini ha comunità in Brasile, Francia, Gran Bretagna, Guatemala, Irlanda, Israele, Italia, Corea del Sud e Stati Uniti. Pur essendo il fondatore, Bernardo non voleva essere l'abate. Il primo fu Patrizio Patrizi. Ogni anno il monastero avrebbe dovuto avere un abate diverso. Tre anni dopo, Bernardo fu nominato abate e i monaci lo rinnovarono in questo incarico per 27 anni, come ha constatato Benedetto XVI nell'omelia della canonizzazione. “Aveva un senso del governo, sapeva guidare le anime, aveva grande autorità morale”, ha dichiarato il postulatore. Il 21 gennaio 1344 Bernardo ottenne da Papa Clemente VI, residente allora ad Avignone, l'approvazione pontificia. La nuova Congregazione aveva già 10 monasteri. Una grande peste sconvolse l'Italia nel 1348, e Bernardo abbandonò la vita eremitica per assistere i monaci malati. Morì nello stesso anno, contagiato dalla malattia. Fu sepolto con altri 82 monaci morti di peste in una fossa comune. Gli scavi non hanno permesso di riconoscere i suoi resti, motivo per il quale al momento non esiste la tomba del santo. Un lungo processo di canonizzazione Bernardo Tolomei non è stato propriamente beatificato. Nel 1644 Papa Urbano VIII promulgò il culto “ab immemorabili”, riconoscimento che oggi equivale alla beatificazione. Nel 1768 un decreto pontificio dichiarò l'eroicità delle sue virtù. La sospensione di alcuni Ordini religiosi durante il movimento di unificazione d'Italia portò al ritardo della sua canonizzazione. La richiesta per questo processo venne ripresa nel 1968. Si presentavano quattro miracoli attribuiti all'intercessione di Tolomei, ma il postulatore ha ricordato che le prove di questi vennero perse alla fine del XVIII secolo, durante la Rivoluzione francese. Il miracolo che ha permesso che Bernardo fosse dichiarato santo è avvenuto nel 1946 al giovane Giuseppe Rigolin, di 18 anni, che soffriva di peritonite. I suoi familiari si raccomandarono al beato Bernardo e dopo poche ore i sintomi scomparvero senza che fosse necessario alcun intervento chirurgico. Alcuni anni dopo il giovane entrò come monaco nella Congregazione con il nome di Placido. Bernardo ha lasciato vari scritti: 48 lettere e un'omelia. Vari frammenti sono stati pubblicati questa domenica in occasione della sua canonizzazione. “Questi scritti attestano la sua sapienza spirituale e una notevole competenza amministrativa e giuridica; rivelano il suo temperamento e lo definiscono implicitamente un monaco che della Regola di S. Benedetto si era fatto seguace sincero”, ha affermato padre Reginaldo Grégorie. “Consentono di percepire la sua umiltà, la sua sensibilità, il suo spirito ecclesiale e comunitario, la sua conoscenza della S. Scrittura”, ha aggiunto. Lizzani: un film su don Peppino Diana «Eroe normale, ucciso perché si era schierato dalla parte dei più deboli» (Ansa) MILANO—Chi è don Peppino? La domanda risuonò forte nella navata deserta della chiesa di San Nicola, a Casal di Principe. La messa sarebbe dovuta cominciare da lì a poco, ma di qualcuno che somigliasse a un prete neanche l’ombra. Don Giuseppe Diana era infatti ancora in sacrestia, vestito con gli abiti borghesi che era solito indossare. «Sono io don Peppino », disse avanzando e guardando dritto i due uomini che, lo intuì certo, non erano lì per confessarsi. Difatti estrassero le pistole. Quattro colpi, tutti a segno: due in testa, uno in faccia, uno nella mano, alzata nel vano tentativo di proteggersi. Don Diana, parroco di un paesino campano dominio del clan dei casalesi, morì così, a 36 anni, il mattino del 19 marzo 1994, festa di San Giuseppe, il suo onomastico. «Ucciso perché aveva scelto di essere prete nel vero senso della parola, schierato dalla parte dei più deboli contro il racket e lo sfruttamento degli extracomunitari. Un uomo di fede che ha sfidato la camorra a mani nude, un esempio di una normalità eroica, uno dei personaggi tra i più significativi del Novecento italiano», lo definisce Carlo Lizzani, regista con la passione per la storia e la cronaca dei nostri anni, ora deciso ad arricchire la sua galleria di grandi ritratti con un film proprio su don Peppino Diana. «Ci tengo così tanto che, per scavalcare le solite trafile, ho deciso di stringere i tempi e diventare produttore di me stesso. Mestiere che conosco bene, visto che come produttore ho fatto esordire i fratelli Taviani, Marco Ferreri, ho realizzato con Godard Vangelo 70... Stavolta al mio fianco ci sarà Progetto Immagine di Elio e Maurizio Manni, con cui ho già realizzato la fiction su Maria Josè». Quello su don Diana nasce invece come film per il grande schermo. Inizio delle riprese dopo l’estate, sceneggiatura scritta da Nicola Badalucco, storico collaboratore di Lizzani. «E conto sulla supervisione di Roberto Saviano e dell’associazione Libera, nata in nome di Peppe Diana per lottare contro le mafie», aggiunge il regista. Ma chi interpreterà don Diana? «Non dovrò faticare, per un ruolo così un attore farebbe carte false... Non mi interessa cercare somiglianze, don Diana non era un volto così noto. Però vorrei qualcuno dai tratti mediterranei, bruno, sui 40 anni. Ho in mente tre nomi, Alessandro Gassman, Pierfrancesco Favino, Massimo Ghini». Di sicuro la prima scena che girerà sarà l’ultima. «Quella dell’uccisione. La girerò in "soggettiva", tutto visto dai killer che si preparano a colpire. Voglio avere subito la "scena madre" per presentarla con la sceneggiatura ai distributori e dare così un assaggio di quel che sarà il film. Una nuova formula di promozione. Invecchiando non mi stanco di sperimentare nuove strade», assicura l’85enne regista. «La vicenda di don Diana è emblematica per metter a fuoco uno dei nodi centrali di quella malavita incistata che frena e paralizza tutto il Mezzogiorno e dilaga, attraverso vie finanziarie, anche nel Nord. Contro quelle prepotenze e connivenze malavitose così radicate da sembrare inevitabili, Giuseppe Diana si batte e paga con la vita. Senza mai considerarsi un eroe. Diceva: "Non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di avere paura, il coraggio di fare delle scelte, di denunciare"».
UN ANNO SACERDOTALE proclamato dal Papa in occasione dei 150 anni della morte di S. Giovanni M. Vianney, curato d’Ars Il Papa proclamerà il Curato d'Ars patrono di tutti i sacerdoti del mondo Benedetto XVI ha convocato un Anno Sacerdotale in occasione dei 150 anni della morte del santo Curato d'Ars, che proclamerà patrono di tutti i sacerdoti del mondo, secondo quanto ha reso noto questo lunedì la Sala Stampa della Santa Sede. Il Papa lo ha annunciato durante l'udienza concessa ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per il Clero, la quale lo ha annunciato in seguito in un comunicato in cui spiega alcune delle iniziative avviate in occasione di quest'anno giubilare sacerdotale. Il tema scelto per l'Anno è “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”. E' previsto che il Papa lo apra con una celebrazione dei Vespri, il 19 giugno prossimo, solennità del Sacro Cuore di Gesù e giornata di santificazione sacerdotale, “alla presenza della reliquia del Curato d’Ars portata dal Vescovo di Belley-Ars”, monsignor Guy Claude Bagnard, rende noto la Santa Sede. La chiusura si celebrerà esattamente un anno dopo con un “Incontro Mondiale Sacerdotale” in Piazza San Pietro. Durante l'Anno giubilare è prevista la pubblicazione di un “Direttorio per i Confessori e Direttori Spirituali” e di “una raccolta di testi del Sommo Pontefice sui temi essenziali della vita e della missione sacerdotale nell’epoca attuale”. L'obiettivo di questo Anno è, come ha espresso il Papa questo lunedì di fronte ai membri della Congregazione per il Clero, “far percepire sempre più l’importanza del ruolo e della missione del sacerdote nella Chiesa e nella società contemporanea”. Un altro tema rilevante, spiega il comunicato del dicastero vaticano, è “la necessità di potenziare la formazione permanente dei sacerdoti legandola a quella dei seminaristi”. Protesta internazionale contro la revoca pontificia della scomunica dei vescovi della «Fraternità S. Pio X» I movimenti cattolici riformatori appoggiano la petizione internazionale: «Per il riconoscimento incondizionato del Concilio Vaticano II» I movimenti cattolici riformatori di tutto il mondo protestano contro la revoca pontificia della scomunica dei vescovi della «Fraternità S. Pio X» (SSPX), da parte del Papa Benedetto XVI, essendo noto da lungo tempo che la teologia della SSPX è antisemita. Anche senza considerare il caso Williamson, la decisione del papa ci sembra molto grave. Benché venga presentato come un atto che mira all’unità, esso rende in realtà ancora maggiori le divisioni all’interno della Chiesa cattolica. Il Papa Benedetto XVI, con la sua crescente identificazione con una minoranza preconciliare che si rifiuta di riconoscere il Concilio Vaticano II, reca un enorme danno alla Chiesa cattolica sia come istituzione del mondo d’oggi sia anche in quanto comunità di fede. La sua decisione solitaria è un affronto al principio della collegialità episcopale, che è uno dei simboli principali dell’unità della Chiesa e ed è uno dei molti segnali preoccupanti di un tradimento sotterraneo del Concilio Vaticano II, perpretata dall’autorità massima della Chiesa. Però una grande maggioranza dei fedeli, compresi molti vescovi si riconosce nella linea del Concilio, grazie al quale, tra le altre cose, sono sorti un nuovo approccio all’ecumenismo e al dialogo interreligioso (in particolare nei confronti degli Ebrei), la libertà religiosa e la libertà di coscienza – anche all’interno della Chiesa –, uno sguardo positivo sul mondo, la corresponsabilità dei fedeli nella vita della Chiesa. Petizione internazionale per il pieno riconoscimento del Concilio Il movimento internazionale We are Church International Movement We Are Church- (IMWAC) e l’European Network Church on the Move (EN/RE) appoggiano la petizione internazionale, «Per il riconoscimento incondizionato delle risoluzioni del Concilio Vaticano II», promossa da numerosi teologi e cristiani in Germania, in Austria e in Svizzera (www.petition-vaticanum2.org). L’IMWAC e l’EN/RE chiedono ai laici, ai sacerdoti, ai membri degli ordini religiosi e ai gruppi riformatori di tutto il mondo di sostenere questa importante petizione – redatta in dodici lingue – con le loro firme che, alla fine, verranno consegnate al Vaticano, alle nunziature e alle Conferenze Episcopali nazionali. La stampa verrà informata delle eventuali risposte. Riteniamo che la stretta correlazione tra la revoca della scomunica (pubblicata il 24 gennaio 2009) e il cinquantesimo anniversario della convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano II da parte del Beato Papa Giovanni XXIII (25 gennaio 2009) offra una chiara indicazione della direzione che l’attuale papato intende prendere. Avvertiamo la presenza di un desiderio di ritorno alla Chiesa preconciliare, con la sua paura di aprirsi al soffio dello Spirito Santo, ad apprezzare i «segni dei tempi» e i valori delle istituzioni democratiche. Ma, affermano IMWAC e EN/RE, sarebbe sbagliato reagire alla situazione che la gerarchia ecclesiastica sta creando cadendo nella rassegnazione. Offrirebbe soltanto il fianco a chi si oppone al rinnovamento conciliare. È anzi necessario non perdere la speranza e agire con coraggio. Chiediamo a tutti i vescovi e a tutti i credenti di non abbandonare la strada che questo grande Concilio pastorale della Chiesa cattolica ha indicato. Dobbiamo fare tutto il possibile per far sì che le idee del Concilio non siano vanificate e possano permeare la vita della Chiesa. L’“AVVENIRE” DEI PRETI GAY: FA SCALPORE UN ARTICOLO SUL QUOTIDIANO DEI VESCOVI 34797. ROMA-ADISTA. Lanciare il sasso e poi nascondere la mano: così si dice – nel gergo popolare – quando qualcuno cerca di sottrarsi alle responsabilità di una iniziativa disconoscendola subito dopo averla promossa. È quanto ha fatto Avvenire dopo aver pubblicato un interessante articolo dello psichiatra Vittorino Andreoli su sacerdozio e omosessualità. Da circa un anno Andreoli conduce sul quotidiano della Cei - all’interno della rubrica “I preti e noi” - un’inchiesta sulla vita dei sacerdoti italiani, e giunto alle ultime tappe del suo viaggio sta dedicando una serie di articoli ai sacerdoti “nei casi estremi”. Tra questi, appunto, l’omosessualità (Avvenire, 7/1). Ma l’approccio proposto da Andreoli - per quanto lui stesso sottolinei a più riprese di non volersi mettere “neppure lontanamente in conflitto con le determinazioni del magistero, sia per quel che concerne la conduzione delle comunità educative particolari che sono i seminari, sia, ancor prima, per quanto riguarda l’impostazione della dottrina morale” - apre la strada a sviluppi inediti nel dibattito che è stato fin qui condotto sull’argomento all’interno del mondo cattolico. La pubblicazione di questo articolo su Avvenire, infatti, costituisce di per sé un fatto rilevante, se non altro perché non capita tutti i giorni che l’organo della Cei ospiti opinioni difformi da quelle del magistero cattolico (che, occorre appena ricordarlo, considera le relazioni omosessuali “gravi depravazioni” caratterizzate da atti “intrinsecamente disordinati”, vedi il punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica). A ciò si aggiunge l’introduzione al pezzo scritta direttamente dal direttore Dino Boffo che ha affidato le tesi di Andreoli “alla nostra riflessione libera ed eventualmente ad un dibattito costruttivo”. Ma cosa sostiene Andreoli alla luce della sua “competenza scientifica”? Innanzitutto che “le manifestazioni e i comportamenti che scaturiscono dall’omosessualità non sono patologie ma variabili all’interno di quella che si chiama normalità, pur se questa è difficile da definire”. Andreoli afferma inoltre di ritenere “aperta la questione sul perché debbano essere per forza escluse oggi dalla vita sacerdotale le persone di orientamento sessuale omosessuale”. “Nel discorso vocazionale - aggiunge lo psichiatra - deve contare soprattutto la coerenza con il messaggio che si annuncia perché questa sola rende testimoni credibili”. Con il suo articolo Andreoli afferma di “voler portare in scena una visione dell’omosessualità che non è più quella degli stereotipi culturali di un tempo. Occorre stare attenti infatti a non infliggere stigmi non solo intollerabili ma anche falsi. C’è un’evoluzione culturale in atto che, acquisendo i portati della scienza, può oggi presentare l’omosessualità entro uno schema diverso da ieri”. Andreoli dichiara infine di non potersi esimere “dall’inviare un pensiero di riguardo ai sacerdoti che si sono scoperti omosessuali, e che in questa declinazione affettiva soffrono per restare fedeli alla loro vocazione: a costoro vorrei dire - io non credente - di rivolgersi a Dio per chiedergli l’aiuto a far sì che anche questa ‘caratteristica’ diventi una ricchezza a servizio della missione cui stanno dedicando la loro vita”. L’articolo di Andreoli è stato salutato da molti come un importante segnale di apertura manifestato dal quotidiano dei vescovi: “Il fatto che Avvenire abbia ospitato questo scritto va segnalato come un’ottima scelta, un gesto di coraggio che va riconosciuto”, ha scritto sul suo blog don Franco Barbero, autore, recentemente, di Omosessualità e Vangelo (Gabrielli editore, 2008). Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell’Arcigay, ha dichiarato: “L'iniziativa dell'Avvenire, e di altri giornali, riviste, gruppi cattolici rivelano un fermento assolutamente positivo, che potrebbe consentire un dialogo, nel rispetto delle reciproche e distanti posizioni, tra il movimento lgbt e l'articolato mondo cattolico italiano”. La Repubblica ha parlato addirittura di un “piccolo terremoto”, mentre il quotidiano genovese il Secolo XIX ha riferito della “svolta di Avvenire” intervistando sugli stessi temi un (anonimo) prete ligure omosessuale, successivamente intervenuto anche alla trasmissione “Storie di Vita” su Rai Tre. Ma Dino Boffo non ha gradito affatto l’attenzione che i media hanno dedicato all’iniziativa. L’articolo di Andreoli “era impeccabile quanto a equilibrio e rispetto dell’impostazione che la Chiesa cattolica ha dato al problema dell’omosessualità al suo interno”, ha scritto Boffo in un editoriale intitolato “Se nei giornali giocano su ciò che per tutti è cosa seria” (10/1). “Ebbene, approfittare di questo, per attribuire al giornale cattolico il contrario di quanto normalmente sostiene e di ciò che ha argomentato anche nella presente circostanza, è un’operazione indegna. Verrebbe da dire squallida, e che richiama – per l’intreccio tra elementi biografici e surreale linea ‘politica’ – i vizi della propaganda in voga nei regimi oscuri di altre epoche. Meglio: è un’ulteriore prova del banalismo e della superficialità arrogante che circolano oggi in talune imprese editoriali. E poi chiedono una Chiesa meno assediata: meriterebbero solo il mite sorriso dell’indifferenza”. “Per certa stampa, per troppa stampa”, ha scritto inoltre Boffo rispondendo lo stesso giorno alla lettera di un lettore, “la Chiesa – e Avvenire – o pronuncia anatemi, si scaglia contro, condanna inesorabilmente, oppure, giuliva, dà il 'liberi tutti'. Ma quando? Ma dove? Si può chiedere, prima della decenza, almeno un po’ di professionalità, cioè di affrontare gli argomenti con documentazione appropriata e strumenti seri. I giudizi restano liberi, ma per essere credibili devono appoggiarsi su dati di fatto attendibili – meglio, veri –: in questo caso nulla di tutto ciò”. Molto ferma la replica del direttore del Secolo XIX (11/1) Lanfranco Vaccari, che ha difeso sia la lettura fatta dal suo giornale dell’articolo di Andreoli, che la scelta di interpellare su questi argomenti un prete omosessuale. L’editoriale di Boffo è per Vaccari “un raro concentrato di gratuita violenza e infima volgarità”. “Che cos’è un’apertura di dibattito su un tema da sempre tabù se non una svolta?”. Boffo lancia “accuse disarticolate” e sparge “contumelie a casaccio”. “Piaccia o no a Boffo (ed evidentemente non gli piace), aprire un dibattito non significa, come lui ridicolmente sostiene, affermare che Avvenire e tanto meno la gerarchia cattolica hanno dato il ‘via libera a tutti’. Pretenderlo significa banalizzare la lingua italiana, prima ancora che manipolare il pensiero degli altri”. (e. c.) Rinnovato il sito della Congregazione per il Clero dopo dieci anni di attività Sacerdoti e laici in rete (di Nicola Gori ) Un semplice clic apre a più di 12.000 documenti tra testi biblici, del magistero, dei padri della Chiesa, omelie e foto. Continuando a cliccare, ci troviamo davanti a una fonte di informazioni, di conoscenza, di formazione e a una vera e propria biblioteca in rete. È quanto viene messo a disposizione di chi si collega al sito internet www.clerus.org completamente rinnovato dopo dieci anni di attività. Quando venne inaugurato, l'8 dicembre 1998, fu un'autentica scommessa per la Congregazione per il Clero, promotrice dell'iniziativa. Adesso che il progetto è riuscito, i visitatori del sito si attestano a circa 80.000 al giorno. Se i destinatari del portale sono in primo luogo i sacerdoti, i diaconi e i catechisti, sono molti anche i fedeli o i semplici curiosi che ne frequentano le varie sezioni. Abbiamo chiesto a monsignor Lucio Ádrian Ruiz, officiale della Congregazione per il Clero e responsabile del servizio informatico del dicastero, di offrirci maggiori dettagli. Come è nata dieci anni fa l'idea di aprire un sito in rete? Il cardinale Dario Castrillón Hoyos, che all'epoca era prefetto del dicastero, ha sempre avuto un interesse particolare per l'impiego dei mezzi di comunicazione sociale da utilizzare nell'evangelizzazione. Aveva un'esperienza diretta in questo ambito, in quanto aveva già promosso il progetto informatico della Chiesa in America latina nel periodo in cui era stato prima segretario generale e poi presidente del Consiglio episcopale latinoamericano. Una volta chiamato a Roma ha voluto mettere al servizio della Congregazione per il Clero ciò che la cultura e la tecnologia potevano offrire. È partita da queste premesse l'idea di aprire un sito per offrire ai preti di tutto il mondo l'opportunità di consultare e avere a disposizione documentazione, libri, articoli e tutta una serie di sussidi, sia per la formazione permanente, spirituale, intellettuale, pastorale, che per lo svolgimento del ministero. Quali aspetti del sito sono stati rinnovati? Il cardinale Cláudio Hummes, attuale prefetto della Congregazione, punta molto sulla missione. Così ha voluto che questo sito potesse raggiungere il maggior numero possibile di presbiteri, imprimendo una nuova dinamica non solo nella presentazione degli argomenti, ma nel contenuto stesso. Questo suo particolare interesse vuole stimolare nel sacerdote l'aspetto missionario. Con tale strumento, il prefetto ha voluto invitare i preti soprattutto a leggere, approfondire e così formarsi, in vista di un nuovo impulso missionario. La nuova veste di www.clerus.org risponde a queste esigenze. L'intento è quello di interpellare l'internauta e di spingerlo alla ricerca di materiali che possano essergli di utilità per la sua missione. L'obiettivo è di essere vicini a presbiteri, diaconi e catechisti, tramite i nuovi mezzi di comunicazione sociale. Tutto ciò ha avuto un riscontro significativo: basti pensare che il primo giorno gli accessi sono stati circa 100.000. Quante persone sono impegnate nel progetto? È un progetto che coinvolge l'intera Congregazione ed è inserito nel lavoro quotidiano della stessa. Il prefetto, insieme con l'arcivescovo segretario Mauro Piacenza, ha incaricato alcuni officiali delle varie lingue di occuparsi del contenuto del sito per tenerlo costantemente aggiornato. È da tenere presente che il nostro portale in rete ha una dimensione istituzionale ed è rivolto ai sacerdoti, ai diaconi e ai catechisti per la loro formazione permanente e l'aggiornamento pastorale. Accedendo al sito, esiste la possibilità di contattarvi? No. Dieci anni fa, all'inizio, abbiamo offerto questo servizio, ma è risultato impossibile gestire la quantità di messaggi che arrivavano. Avete pensato anche a chi non ha la possibilità di accedere alla rete? Abbiamo preparato due cd rom: "Smart-Cd" e "Biblia-Clerus". Il primo è realizzato in sette lingue - francese, inglese, italiano, latino, portoghese, spagnolo, tedesco - ed è una riproduzione completa del contenuto del sito. Vi si trovano 12.000 documenti liberi da diritti d'autore. Il secondo invece contiene la Bibbia, interpretata dal magistero e commentata dai padri della Chiesa, da teologi e da letterati: vi sono traduzioni bibliche cattoliche, testi del Papa, catechismi, codici, enchiridion e opere di venti dottori della Chiesa. Il supporto informatico è composto da ben 619.068 citazioni bibliche. Abbiamo spedito in tutto il mondo 140.000 copie di questi cd rom, specialmente nei Paesi dove non c'è accesso alla rete. “Noi seminaristi non siamo una categoria in estinzione” Celebrato a Castel Gandolfo il V incontro internazionale di seminaristi focolari ROMA, venerdì, 9 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Il numero dei seminaristi nel mondo è passato dai 50.000 di alcuni decenni fa agli oltre 72.000 attuali, con una notevole crescita in America Latina, Asia e Africa, anche se c'è una forte diminuzione in Europa. E' questo uno dei dati principali resi noti dal teologo Hubertus Blaumeiser, assessore della Congregazione per l'Educazione Cattolica, durante il V incontro internazionale di seminaristi focolari svoltosi a Castel Gandolfo (Roma) nei primi giorni dell'anno. Il congresso ha riunito dal 2 al 4 gennaio nel Centro Mariapolis circa 500 seminaristi dei cinque continenti appartenenti al Movimento dei Focolari sul tema “C'è una via... la sfida delle relazioni umane”. L'incontro è terminato con la partecipazione all'Angelus in Piazza San Pietro, in cui Benedetto XVI ha rivolto alcune parole ai partecipanti, che ha accolto “con gioia” e di cui ha benedetto “di cuore” il cammino. Il congresso si è concentrato sulla formazione dei candidati al sacerdozio, in particolare sulla loro preparazione umana e spirituale per migliorare il rapporto con i fedeli. Secondo quanto ha spiegato Blaumeiser durante le sessioni, “essere sacerdote non offre più una posizione privilegiata, ma richiede una scelta controcorrente, una scelta di Dio più profonda”. Un altro oratore, lo psicologo e rettore del seminario di Münster (Germania) Andreas Tapken, ha avvertito del rischio di vivere il celibato come un'“affettività repressa” o “una forma di vita ridotta”, sottolineando che la vocazione sacerdotale deve invece “rispondere alle aspettative di una società sempre più chiusa nel privato, in un individualismo che isola nella solitudine e ci rende incapaci di aprirci alla scoperta dell'altro”. “I sacerdoti sono celibi, non zitelloni”, ha aggiunto. Secondo quanto ha spiegato il Cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, il sacerdote è chiamato a “costruire una trama di relazioni intessute dall'amore evangelico – soprattutto relazioni con Cristo, con il Vescovo e con gli altri sacerdoti, con tutta la comunità di fedeli, in definitiva con l'umanità intera”. Il porporato, citando la fondatrice del Movimento dei Focolari, Chiara Lubich, morta il 14 marzo scorso, ha invitato i seminaristi a “fare propri i dolori del mondo come Gesù sulla croce, che con il grido di abbandono ha unito gli uomini a Dio e tra loro”. Da parte sua Maria Voce, attuale presidente dei Focolari, ha invitato i futuri sacerdoti a “vivere, ciascuno nel proprio ambiente, l'arte di amare, suscitando molte cellule vive, così che nei seminari, nelle facoltà di Teologia, nelle parrocchie, ovunque, si avverta la presenza viva di Cristo”. La Voce ha chiesto ai seminaristi di formare “una rete di unità”, proposta lanciata quarant'anni fa da Chiara Lubich che ha dato origine al movimento focolare GEN'S (generazione nuova sacerdotale). “Con lo spirito dell'unità, i giovani seminaristi non solo hanno salvato la loro vocazione, ma hanno suscitato durante il periodo in seminario un'irradiazione di unità tale da aver attratto molti altri giovani”, ha aggiunto. Cardinale Arinze: il celibato sacerdotale consacra più strettamente a Cristo Nuovo libro del porporato: "Riflessioni sul sacerdozio, lettera a un giovane sacerdote" CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 15 dicembre 2008 (ZENIT.org).- "La Chiesa, da sempre, ha tenuto in grande considerazione il celibato dei sacerdoti", ricorda il Cardinale Francis Arinze in un libro che verrà presentato questo martedì presso la "Radio Vaticana". Ampi stralci del testo del porporato, intitolato "Riflessioni sul sacerdozio, lettera a un giovane sacerdote" (Libreria Editrice Vaticana, pagine 138, euro 12), sono stati pubblicati da "L'Osservatore Romano". "Cristo ha vissuto una vita verginale, ha insegnato ai suoi discepoli la castità e ha proposto la verginità a coloro che sono disponibili e in grado di seguire una tale chiamata", spiega il Cardinale, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. "Nella vita sacerdotale, la continenza perpetua per il regno dei cieli esprime e stimola la carità pastorale. È una sorgente speciale di fecondità spirituale nel mondo" e "una testimonianza che risplende davanti al mondo come via efficace per la sequela di Cristo". Nel mondo di oggi, "immerso in una preoccupazione esagerata per il sesso e la sua desacralizzazione", "un presbitero che vive con gioia, fedeltà e positivamente il proprio voto di castità è un testimone che non può essere ignorato", osserva il porporato. Attraverso il celibato sacerdotale, prosegue, "il presbitero viene consacrato più strettamente a Cristo nell'esercizio della paternità spirituale", si manifesta "con più prontezza" "come ministro di Cristo, sposo della Chiesa", e "può davvero presentarsi come segno vivo del mondo futuro, che è già presente per mezzo della fede e della carità". Il sacerdote, avverte il Cardinale, "non deve dubitare del valore o della possibilità del celibato a causa della minaccia rappresentata dalla solitudine", presente in una certa dose in ogni stato di vita, anche in quella matrimoniale. Sarebbe dunque uno sbaglio cercare di evitare la solitudine "buttandosi sempre più nell'attività e organizzando sempre nuovi incontri, viaggi o visite". Ciò di cui il sacerdote ha bisogno è invece "il silenzio, la quiete e il raccoglimento per stare alla presenza di Dio, dare maggior attenzione a Dio e incontrare Cristo nella preghiera personale davanti al tabernacolo", perché "solo allora sarà capace di vedere Cristo in ogni persona che incontra nel ministero". Per vivere bene il celibato è anche importante l'apporto della fraternità, al punto che "l'ideale è che il Vescovo faccia in modo che i sacerdoti vivano in due o tre per parrocchia, piuttosto che da soli", perché "abbiamo bisogno gli uni degli altri per far crescere al massimo le nostre potenzialità". Il presbitero, aggiunge il Cardinale nel suo libro, "ha come Maestro il Cristo", e anche se non è possibile imitarne l'agire "in ogni minimo dettaglio", "ciò non ci esime dal seguirlo nel modo più vicino possibile". Accanto alla povertà e all'obbedienza, fondamentale è l'esercizio della carità. "Un test sulla generosità del prete - suggerisce il Cardinale Arinze - può consistere nel domandarsi quali motivi di carità sono inclusi nei suoi desideri e quanta gente povera, poveri seminaristi o candidati alla vita consacrata piangeranno la sua morte, riconoscendo che è scomparso il loro padre in Cristo e il loro benefattore". Ordinati i primi due sacerdoti Camilliani haitiani Sette giovani haitiani avevano cominciato il loro cammino vocazionale seguendo il carisma di San Camillo nell’anno 2000. Otto anni dopo, due di loro si sono presentati all’altare per l’ordinazione sacerdotale: don Pierre Luxembourg Giraud e Richard Eugene. Il 16 novembre 2008, festa della Madonna della Salute, sono stati infatti ordinati i primi due sacerdoti Camilliani haitiani. Ha presieduto la Santa Messa, nella chiesa di Notre Dame de la Santé, l’Arcivescovo di Port-au-Prince, Mons. J. Serge Miot, con a fianco il Superiore provinciale dei Camilliani, p. Joaquim Paulo Cipriano, e il Delegato della missione, p. Crescenzo Mazzella. I sacerdoti concelebranti erano una trentina, tra Camilliani, Oblati di Maria Immacolata, Salesiani, Redentoristi, Monfortani, Chierici di San Viatore, sacerdoti dell’Istituto Voluntas Dei e di San Giacomo, oltre ad alcuni sacerdoti secolari. Numerose anche le religiose e i religiosi presenti, di varie congregazioni religiose, e una ventina di membri della Famiglia Camilliana Laica. La chiesa era stracolma, per cui oltre un centinaio di persone è stato costretto a restare fuori per tutta la Messa, durata oltre 4 ore. Il Delegato della missione, Padre Crescenzo Gazzella, ha inviato a Fides un’ampia cronaca dell’evento, che si può definire “storico” per i Camilliani e per la Chiesa di Haiti. L’Arcivescovo durante l’omelia, in creolo, ha delineato la figura del prete, che deve essere ad immagine e somiglianza del grande Sacerdote e Pastore, il Cristo sofferente, che dà la vita per il gregge. Padre Gazzella sottolinea un passaggio dell’omelia, quando Mons. Miot ha affermato: “nel nostro paese c’è bisogno di una pastorale dei malati esemplare, con dei modelli che si prendano cura dei malati con amore ed insegnino agli altri a farlo, secondo gli insegnamenti di Gesù e di san Camillo. La croce rossa che i camilliani portano sulla talare è il segno caratteristico dell’immenso amore del Cristo che, con il sacrificio di sé sulla croce, libera l’uomo dal male e dalle sofferenze e lo riconcilia con Dio e con i fratelli. Siete due e, come i discepoli inviati da Gesù, a due a due andrete a proclamare la buona novella e a portare sollievo e speranza ai malati sostenendovi vicendevolmente, quali inviati di Cristo stesso attraverso la vostra comunità. La missione che vi è stata conferita è meravigliosa, ma anche difficile; e voi ne sarete all’altezza, se coltiverete una forte amicizia e intimità con Cristo, fedeli alla preghiera, all’Eucaristia e al sacramento della riconciliazione, facendovi esempio al mondo dell’amore misericordioso del Signore, che si fa pane di vita e sacramento di comunione, di conforto e di speranza.” Commovente il gesto dell’Arcivescovo dopo il rito dell’ordinazione: è sceso dall’altare e, con fare amabile e paterno, volto sorridente, ha preso i due novelli sacerdoti per mano, si è voltato con loro verso il popolo alzando al cielo le sue mani e le loro, come a dire: “ecco a voi i primi due preti camilliani haitiani”. E da tutti, in un moto spontaneo e entusiasta, si è elevato un battimano scrosciante e prolungato. Al termine della celebrazione, durante il pasto che ha concluso la festa, tanti, almeno un centinaio, bambini in massima parte, si sono mescolati agli invitati. Come si fa a dire “no” a chi ti viene davanti, la mano sul ventre, piagnucolando: “Monpè grangou” (padre, ho fame) ? Così nessuno è rimasto deluso. Pare che San Camillo si diverta a rinnovare ancora oggi il miracolo di moltiplicare le pietanze. (AP/CM) (Agenzia Fides 28/11/2008) MEDJUGORJE: GRAVI SANZIONI CANONICHE CONTRO P. TOMISLAV VLAŠIC, "DIRETTORE SPIRITUALE" DEI VEGGENTI CITTÀ DEL VATICANO- "Severe misure precauzionali e disciplinari" nei confronti di p. Tomislav Vlašic, il francescano cosiddetto "direttore spirituale" dei veggenti di Medjugorje: le ha annunciate con un documento ufficiale del 30 maggio scorso la Congregazione per la Dottrina della Fede al vescovo di Mostar, mons. Ratko Peric, affinché questi informasse la comunità "per il bene dei fedeli". I reati contestati al religioso, che è sotto inchiesta dal 25 gennaio scorso, ma che in questi mesi non ha voluto collaborare con gli inquirenti (ed ha continuato nella sua fervente attività di dar vita a comunità e chiese attorno a Medjugorje) sono diffusione di dubbia dottrina, manipolazione delle coscienze, misticismo sospetto, disobbedienza verso ordini emanati legittimamente, atti contra sextum (contro il sesto comandamento, quindi di natura sessuale) aggravati da motivazioni mistiche. P. Vlašic, che ora è confinato in Italia ospite in un monastero francescano, ha avuto l'obbligo di tagliare ogni contatto con la comunità da lui fondata, "Regina della Pace – Tutti tuoi, tramite Maria a Gesù", o con i suoi avvocati; non potrà più apparire in pubblico, predicare o confessare, e dovrà pronunciare una solenne professione di fede cattolica, pena la scomunica per eresia e scisma. A Modena la stampa dei Santini più belli di Antonio Gaspari ROMA, martedì, 4 novembre 2008 (ZENIT.org).- Non sono solo gli album e le figurine dei calciatori a fare di Modena uno dei principali centri per la riproduzione di immagini pregiate. Se si guarda alla storia si scopre che già nel 1857 don Luigi Della Valle partì da Spilamberto, Comune della provincia modenese sulla riva sinistra del Panaro, ove reggeva la parrocchia, alla volta di Modena per fondare la tipografia dell’Immacolata Concezione, con il preciso intento di produrre in grande quantità e divulgare immagini sacre utili a tutti i parroci per diffondere la conoscenza dei santi e dei martiri. In questa sua opera di evangelizzazione, don Luigi fondò anche la Litoleografia San Giuseppe e il ricreatorio del Paradisino, iniziò quello che oggi è l’Istituto Sacro Cuore di Viale Storchi, e fu cofondatore del Banco San Geminiano. Fu anche propugnatore e ispiratore di una biblioteca cattolica circolante e del mensile di tiratura nazionale “Il Divoto di S.Giuseppe”. Di grande successo fu soprattutto la stampa e diffusione dei Santini, una scelta editoriale che sembra aver successo anche oggi. Per oltre 50 anni la Litoleografia di San Giuseppe e la tipografia dell’Immacolata Concezione di Modena utilizzarono le tecniche più avanzate ed innovative per riprodurre e stampare i Santini più belli. Le aziende e il progetto editoriale la cui produzione raggiunse e mantenne fino a metà del '900 livelli qualitativi e creativi invidiabili, con prodotti oggi tra i più ricercati e disputati dai collezionisti di tutto il mondo, concluse, purtroppo, l'attività tra gli anni '70/'80, senza trasmettere quelle tecniche e quel know-how che la rese così apprezzata nel tempo. Di questa tradizione a Modena non rimane solo una via intitolata a monsignor Luigi Della Valle, ma anche una attività tipografica e un progetto culturale che continua a lavorare per riprodurre Santini e opere d’arte sacra. Il grande successo dell’opera a fascicoli “Santini da collezione” diffusa in edicola da Hachette mostra un ritorno di attenzione per la storia e l’immagine dei santi da parte di una società che appare molto secolarizzata. Il primo a credere in questo progetto, insieme al collezionista di Santini, Graziano Toni, è stato Gianni Grandi della Tipolitografia "F.G." dei Fratelli Grandi di Modena. Intervistato da ZENIT, Grandi ha spiegato che riprodurre Santini da collezione che vanno dal '700 ai primi del '900 “è stata un’impresa non da poco”. “Anche perché – ha aggiunto – parecchie delle tecniche utilizzate per la produzione di questi piccoli capolavori, come i canivet e i pizzi con giochi di trafori, rilievi e sbalzi accuratissimi, erano prevalentemente manuali, difficilmente riproducibili e realizzabili con le moderne tecniche produttive, che tanto hanno perso di quel lavoro definito troppo spesso artigianale". “In alcuni casi – ha sottolineato Grandi – siamo riusciti a riprodurre anche gli appunti a matita che i proprietari dei Santini avevano scritto a fianco delle preghiere”. L’esperto tecnico di riproduzioni ha raccontato di “sentirsi in un certo modo in continuità ideale e tecnica con le tipografie fondate da monsignor Luigi Della Valle”. E non solo per ragioni geografiche, infatti la Tipolitografia "F.G." dei Fratelli Grandi fronteggia Spilamberto, sulla sponda opposta del fiume a Savignano sul Panaro, ma soprattutto perché “da anni, con le più moderne attrezzature, applicando il sapere artigianale di un tempo, si riproducono preziose collane di disegni naturalistici per conto del Ministero dell'Ambiente, antichi documenti e tomi miniati, tra cui il più importante, il ‘Libro d'Ore Visconti’, che è stato definito a Francoforte, alla Fiera internazionale del libro di qualche anno fa, ‘la più bella riproduzione di un libro miniato mai realizzato al mondo’”. Così i Santini – ha concluso Grandi – sono tornati ad essere “veri e propri capolavori da raccogliere e conservare per poter apprezzare l'evoluzione di questa particolare e suggestiva forma di devozione che, poco o tanto, ha coinvolto tutti noi nella nostra infanzia e che, per i più devoti e gli appassionati, continua ancora”. Muore un sacerdote vittima della persecuzione anticristiana in India Padre Bernard Digal era stato barbaramente assalito il 25 agosto scorso NUOVA DELHI, giovedì, 30 ottobre 2008 (ZENIT.org).- E' morto questo mercoledì il primo sacerdote vittima della persecuzione contro i cristiani che si perpetua in India, soprattutto nello Stato dell'Orissa. Si tratta di padre Bernard Digal, dell'Arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneshwar (Orissa), colpito brutalmente dagli estremisti indù il 25 agosto scorso. Il presbitero è morto in ospedale a causa delle gravi lesioni subite alla testa e in tutto il corpo. Padre Mrutyunjay Digal, sacerdote della stessa Arcidiocesi e segretario dell'Arcivescovo locale, monsignor Raphael Cheenath, ha dato la notizia all'agenzia missionaria della Santa Sede “Fides”, parlando di “un momento di lutto, di silenzio e di preghiera per tutta la Chiesa locale”. Padre Bernard, 45 anni, era stato ricoverato nell'ospedale di Chennai, nel Tamil Nadu, per essere sottoposto a un delicato intervento chirurgico alla testa. Il suo corpo, tuttavia, non ha resistito ai traumi subiti. “Durante la sua vita p. Bernard ha mostrato determinazione e coraggio nel testimoniare e morire per Cristo. E’ morto da vero cristiano, e subito dopo l’aggressione subita ha perdonato i suoi nemici”, ha affermato padre Mrutyunjay Digal. “A tutti i suoi cari vanno il nostro affetto e le nostre preghiere, per infondere forza e coraggio in questo momento di difficoltà”, ha aggiunto, informando che al capezzale di padre Bernard c'era monsignor Cheenath, che gli ha detto le ultime parole di consolazione e lo ha accompagnato nel transito con la preghiera. Padre Bernard è il primo sacerdote cattolico a morire nella campagna di violenza anticristiana. Secondo alcune organizzazioni cristiane indiane citate da Fides, i morti a causa delle violenze sono circa cento, mentre i feriti sono migliaia e continuano i massacri, più o meno nascosti. Circa 15.000 cristiani si trovano ancora nei campi di rifugiati; 40.000 sono fuggiti nella foresta o in altri luoghi, terrorizzati da gruppi di estremisti indù. La Santa Sede approva tre alternative all'“Andate in pace” Rivelazioni del Cardinale Arinze CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha approvato tre proposte alternative all'“Ite, missa est” (“Andate in pace”), il saluto finale della Messa. I cambiamenti sono stati notificati ai partecipanti al Sinodo dei Vescovi dal Cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Le alternative sono state approvate da Papa Benedetto XVI in risposta a una richiesta presentata dal Sinodo del 2005 sull'Eucaristia, in cui erano state chieste formule che esprimessero il carattere missionario che deve seguire alla celebrazione eucaristica. Secondo quanto ha reso noto il Cardinale nigeriano, il Papa ha chiesto che gli venissero presentati dei suggerimenti. La Congregazione vaticana ne ha ricevuti 72, con i quali ne ha redatti nove. Il Pontefice ne ha scelti tre. Le tre formule alternative compaiono nella terza edizione “typica” (di riferimento) emendata del Messale Romano stampata la settimana scorsa, ha spiegato il porporato. Queste tre formule sono. - "Ite ad Evangelium Domini nuntiandum" (“Andate ad annunciare il Vangelo del Signore). - "Ite in pace, glorificando vita vestra Dominum" (“Andate in pace, glorificando con la vostra vita il Signore”). - "Ite in pace" (“Andate in pace”). Nel tempo pasquale si aggiunge "alleluia, alleluia". La formula latina "Ite missa est" non viene eliminata. Lo stesso Cardinal Arinze ha spiegato che il Compendio Eucaristico, che era stato chiesto dal Sinodo sull'Eucaristia, è quasi terminato. E' un libro che definisce la dottrina sull'Eucaristia, la benedizione, l'ora santa eucaristica, l'adorazione, le preghiere prima e dopo la Messa... Il porporato ha detto che la Santa Sede, su indicazione del Papa e su richiesta del Sinodo precedente, sta anche studiando il momento più adeguato per collocare nella celebrazione eucaristica il gesto della pace. Il Santo Padre ha detto che bisogna scegliere: o prima dell'“Agnus Dei” (“Agnello di Dio) o dopo la preghiera dei fedeli. Ogni Conferenza Episcopale deve rispondere prima della fine del mese di ottobre. La Congregazione concederà tre settimane a chi presenterà proposte in ritardo. Le proposte verranno poi esposte al Pontefice, che in seguito deciderà. Il Cardinale ha concluso rivelando che la sua Congregazione sta preparando un volume con materiale per omelie tematiche per facilitare la predicazione dei sacerdoti nel mondo. Quei «padri» che aprono alla vita nello Spirito (Antonio Giuliano) I l sole faceva capolino ieri sulla collina di Bose incuneandosi tra platani maestosi e fitte conifere. Quasi a incoraggiare la ricerca di quella luce interiore che ha spinto oltre duecento religiosi e religiose da tutt’Europa quassù, in questo luogo lontano dal trambusto mondano. Fino a domenica esponenti di tutte le confessioni cristiane saranno protagonisti della XVI edizione del Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa. Un evento promosso e organizzato dal Monastero di Bose in collaborazione con il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e il Patriarcato di Mosca. Pur nelle diversità delle tradizioni, Oriente e Occidente cristiano si sono incontrati nuovamente per dare una bussola all’uomo contemporaneo. Presenti il vescovo Savvatij di Ceboksarsk del Patriarcato di Mosca e il cardinale Achille Silvestrini, prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali. La «Paternità spirituale nella tradizione ortodossa» è il tema di quest’anno tanto caro al cristianesimo orientale. «Come non si riceve la vita senza genitori – ha spiegato in apertura Enzo Bianchi, priore di Bose – così non si ricevono la Parola di Dio e i fondamenti della vita nello Spirito senza un padre spirituale saldamente radicato al Vangelo di Cristo». In un clima fraterno rinfrancato dalla pace del luogo, i testimoni dell’ortodossia nelle varie tradizioni, bizantina, russa, serba, georgiana e romena, hanno voluto sottolineare l’importanza che un sacerdote, un frate o una suora possono avere nell’esistenza del credente. «Cristiani non si nasce, ma si diventa», sentenziava Tertulliano, grazie alla mediazione di un padre o di una madre capaci di accompagnarci nei segreti della nostra interiorità. Ma guai a rimanere soli di fronte alle insidie del maligno, come avverte l’Ecclesiaste: «Guai a chi è solo perché, se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (Qo 4,10). Le Scritture non parlano esplicitamente del padre spirituale, ha ricordato ancora Enzo Bianchi, ma il suo ruolo è più volte sottolineato nella «Filocalìa» (dal greco «amore di ciò che è bello»), l’antologia che raccoglie le citazioni dei padri della Chiesa, dei monaci e degli eremiti dal IV al XV secolo. In questo testo, che mai mancava nella bisaccia del «Pellegrino russo», c’è scritto: «Non vi è altra via sicura di salvezza che quella di manifestare i propri pensieri ai padri e di ricevere da essi la regola della virtù piuttosto che seguire il proprio giudizio». Eppure nella Bibbia abbondano i precursori e i modelli della paternità spirituale: Giuseppe per il faraone, Mosè per Giosuè, Eli per Samuele, e poi nel Nuovo Testamento Giovanni Battista, Paolo di Tarso e soprattutto Cristo con i suoi discepoli. E sulla scia di questi esempi emersi nel convegno, si è levata anche l’esortazione affinché nessun protagonismo animi i padri, che devono rifulgere soltanto per l’esempio evangelico. In quest’ottica il vescovo Athenagoras di Sinope, del Patriarcato di Costantinopoli, ha voluto ricordare un testimone contemporaneo, il metropolita Emilianos di Silyvria, scomparso di recente. Prima che la riflessione proseguisse con due baluardi della storia della Chiesa: Basilio di Cesarea e Giovanni Crisostomo. Nella quiete di Bose riecheggiava così la preghiera di san Simeone: «Signore, degnati di inviarmi un uomo che ti conosce, perché, servendolo come te stesso e sottomettendomi a lui con tutte le mie forze, e compiendo così la tua volontà obbedendo alla sua, io possa essere gradito a te, la luce vera». È dedicato alla paternità spirituale nelle Chiese cristiane d’Oriente il XVI Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa che si è aperto ieri a Bose con l’intervento del priore Enzo Bianchi (Da Avvenire di Venerdì 20 Settembre 2008)
"PRETACCI" Il nuovo libro di Candido Cannavò Un viaggio tra i "preti di marciapiede", raccontati da un "cronistaccio", un "grande" del giornalismo sportivo. Con risultati sorprendenti. E un pensiero alle proprie origini. Un "cronistaccio" alle prese con un "pretaccio", un prete da marciapiede, di trincea, di prima linea, insomma uno di quei tanti sacerdoti che passano la giornata tra gli ultimi della terra – gli angeli dei rom, dei barboni, dei poveri, delle ragazze madri, dei tossici – o magari davanti a un pc a dar la caccia ai pedofili, oppure a tener salda la fede e proteggere gli indifesi contro i soprusi quotidiani di un boss mafioso o di un camorrista. La Chiesa ne è piena, di "pretacci". Il "cronistaccio" Candido Cannavò ne ha scelti una ventina, i più noti, tra cui i milanesi don Virginio Colmegna e don Marcellino Brivio, i siciliani don Fortunato Di Noto e don Mario Golesano, erede di padre Puglisi, il giovane prete napoletano Luigi Merola, ex parroco del Rione Sanità. O ancora don Alessandro Santoro, anima delle Piagge, quartiere senza storia alla periferia di Firenze, monsignor Bregantini, già vescovo di Locri, don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, don Oreste Benzi, o don Andrea Gallo, il sacerdote che lui definisce «il rivoluzionario di Genova». Con Pretacci. Storie di uomini che portano il Vangelo sul marciapiede (Rizzoli, pagine 305, euro 18,00) Cannavò conclude idealmente la trilogia iniziata con un reportage tra i carcerati e un libro di storie di disabili. Un lungo viaggio nella sofferenza che si è trasformata in una straordinaria fonte di vitalità, di incontri: «Un arricchimento unico, che mi ha insegnato a vivere ancor più intensamente, che mi ha offerto la gioia più bella della mia vita». Il suo mondo si colora di rosa Se lo vedi o passeggi con lui per le strade di Brera, sembra che tutto si colori di rosa, il colore della sua Gazzetta dello sport, di cui è stato direttore per 19 anni. Una suggestione insopprimibile. Cannavò è un’icona del giornalismo sportivo, ma è anche immune da qualunque sussiego cui avrebbe diritto, a 78 gagliardissimi anni e con una carriera del genere dietro le spalle. Invece è rimasto un "cronistaccio" come ai tempi in cui faceva il corrispondente della "rosea" da Catania, sua città natale. Ha un nome volteriano che suggerisce leggerezza e velocità mercuriale, ma preferisce percorrere l’Italia in treno, come ha fatto per questo suo reportage. E infatti una delle storie più riuscite del suo Pretacci, edito da Rizzoli, è il racconto del viaggio verso Locri, partendo dalla stazione di Sant’Eufemia Lamezia, dove, prima di imbarcarsi su una vecchia e impolverata littorina a nafta, incontra Gennaro, addetto alla clientela di Trenitalia, ma talmente cordiale e cerimonioso che nell’intrattenimento, «tra una gentilezza e l’altra», come in un romanzo di Achille Campanile, fa perdere il treno a una studentessa di archeologia di Siracusa. Il viaggio su quel residuato ferroviario che si avvia senza fretta verso Locri si trasforma in un prodigio: «Sfrontatamente, protetto dai miei capelli grigi, quasi bianchi, vendemmio grappoli di storie avvincenti: ragazzi calabresi che abbandonano il binario unico di un’esistenza pigra e fatalista, perseguono idee originali e, come la ragazza dell’archeologia, fuggono verso Roma, Milano, Torino e ogni tanto tornano a fare i conti con la loro terra». Quello con monsignor Bregantini è l’incontro che più lo ha appassionato. Nella sua celeberrima rubrica sulla "rosea", «Fatemi capire», aveva scritto parole di fuoco quando il vescovo da Locri venne trasferito a Campobasso. «Lo definii il Van Basten della cristianità». La caratteristica di Cannavò è senza dubbio l’impronta umanistica di ogni suo articolo («Ho sempre cercato l’uomo oltre l’atleta») e non stupisce che abbia voluto andare oltre il perimetro del giornalismo sportivo. Tra i suoi campioni preferiti ci sono Facchetti («Ha preso due ammonizioni in tutta la sua vita») e Bartali. Tra i contemporanei, un posto d’onore lo riserva a Paolo Maldini. In fondo Cannavò non ha fatto che intervistare e raccontare dei campioni della fede, dei «Gattusi», lui li definisce, preti nati quadrati che non muoiono tondi, «gente che si sporca la tonaca». Per noi l’unico limite di questo libro, accentuato nella prefazione di Gian Antonio Stella, è quello di contrapporre manicheisticamente la Chiesa di questi preti alla Chiesa gerarchica, il non aver compreso i fili, a volte discreti, a volte perfino invisibili, ma sempre saldi, che ne fanno, pur nella diversità, una Chiesa sola. Gattuso, una meraviglia Quanto a Gattuso è da sempre uno dei suoi campioni preferiti, «una meraviglia di campione», racconta, «quando è venuto con me a San Vittore si è presentato così: potrei essere tra di voi perché molti miei amici hanno fatto la stessa fine. Mi ha salvato il calcio. La differenza tra me e voi sta nel pallone». La favola rosa di Cannavò è quella di un ragazzino rimasto orfano a cinque anni che voleva fare il medico ed è diventato un grande giornalista sportivo. «Ogni volta che varco questo palazzo volgo un pensiero a dove sono partito, a mia madre e a quella casa catanese di via Minoriti 10 dove la sera, dopo la guerra, io e i miei cinque fratelli andavamo a letto con un’insalata di limoni nello stomaco, e basta», mi dice mentre lo riaccompagno verso via Solferino. Sulla soglia del portone apre il libro e mi legge a voce l’ultima pagina scorrendo le righe con il dito indice. Parlano della festa catanese di Ognina, la Madonna bambina, della processione sulle barche che si spinge fino ad Aci Castello, da dove si avvistano i faraglioni di Polifemo nella Trezza dei Malavoglia: «Non so se sia pura suggestione: ma in quella Madonna sballottata dalle onde, il precetto della condivisione diventa poesia. La Chiesa esce dal Tempio e va anche per mare dove le divisioni non esistono. E non importa se il mare sia agitato come nell’ultimo 8 settembre, la Madonna non si ferma, sorride, ci dà coraggio». E mentre mi giro di spalle, dopo averlo salutato, mi accorgo con la coda dell’occhio che si è commosso fino alle lacrime. (da Famiglia Cristiana del 5 marzo 2008) VANNO A RUBA I SANTINI NELLE EDICOLE “Non è un opera solo per collezionisti”, sostiene Graziano Toni di Antonio Gaspari ROMA, martedì, 2 settembre 2008 (ZENIT.org).- E’ già giunta al terzo numero l’opera a fascicoli settimanali “Santini da Collezione” (edizioni Hachette). Tante le edicole che hanno esaurito i numeri in distribuzione, mentre cresce il numero di richieste e il dibattito nella rete internet. “Santini da collezione”, è un’iniziativa editoriale che cerca di raccontare la storia dei santi con gli scritti e le immaginette d’epoca. I Santini sono l’espressione che la tradizione popolare, la devozione e la bellezza artistica hanno inventato per ricordare e diffondere la memoria dei santi. In questo contesto l’iniziativa editoriale di Hachette assume uno spessore che va molto al di là di un servizio per collezionisti. Graziano Toni, che ha sviluppato l’idea e messo a disposizione la sua vasta collezione, ha detto a ZENIT che uno degli obiettivi è quello di “far conoscere la storia dei santi, soprattutto ai bambini”. Il collezionista ha raccontato di aver ereditato la passione per i santini dal suo parroco, don Pietro Piani, “il quale alla fine di ogni messa distribuiva a noi bambini una immagine sacra, indicando la storia e la preghiera”. “La sorpresa – ha continuato – l’ho avuta a 18 anni quando don Pietro mi ha regalato la sua intera collezione di 400 santini, tutti raccolti e ordinati. Mi ha detto che me li regalava perchè aveva notato in me una sensibilità particolare per queste immaginette sacre. Ero felicissimo di questo dono, e non avevo ancora capito la responsabilità che don Pietro mi aveva trasmesso”. Da quel momento Toni ho cominciato a chiedere santini ad amici, parroci e suore; è andato alle fiere per cercare i santini, ha conosciuto altri estimatori e collezionisti. Il tutto per arricchire la sua collezione che è diventata una della più fornite d’Europa. Allo stesso tempo ha cominciato a studiarne le immagini, scoprendo la storia, le forme, i diversi modi di stampa, il significato dei segni contenuti, le preghiere. Ad un certo punto ha realizzato che così come aveva fatto il suo parroco con lui, non poteva tenere solo per sé tanta ricchezza, spirituale, artistica, di tradizione, ed ha cominciato a pensare come rendere fruibile questo patrimonio soprattutto per i bambini. L’idea di stampare album con i santini come figurine, adatto non solo ai collezionisti, ma a disposizione del pubblico più vasto, gli frullava già da tempo nella testa. Toni avvertiva anche la necessità di questa opera, perché, “con la secolarizzazione, di santini in molte chiese non se ne trovano più, e della storia dei santi, i bambini sanno sempre meno”. “Invece – ha constatato il promotore dell’opera –, è molto importante, soprattutto per i bambini, conoscere almeno la storia del santo che porta il suo nome, perché gli fa capire di essere parte di un progetto di bene”. Inoltre, ha spiegato Toni, “è molto rassicurante poter fare riferimento e sapere di essere in qualche modo legati e protetti da questi santi in paradiso”. Il primo tentativo di pubblicare un album dei santini è stato ben accolto dal pubblico, ma è fallito per una serie di debolezze economiche di cui soffriva la casa editrice. Il secondo tentativo è attualmente in distribuzione nelle edicole e sembra prefigurarsi come un nuovo genere editoriale. “Nei santini pubblicati – ha precisato Toni –, non c’è solo l’arte sacra, le preghiere, la devozione e la fede di un popolo, ma anche la storia personale di tanti”, perché “ci sono alcuni santini in cui abbiamo pubblicato le parole di commento, gli appunti di chi l’ha posseduto”. “Chissà quante emozioni, preghiere, carezze, gioie, speranze, sofferenze e dolori, si sono riflesse in ognuna di quelle immaginette”, ha affermato Toni. Uccisione del giovane missionario carmelitano indianoThomas Pandippallyil Ferma condanna per l’uccisione del giovane missionario carmelitano Thomas Pandippallyil, 37 anni, è stata espressa da monsignor Joji Marampudi, arcivescovo di Hyderabad,: “Padre Thomas è un martire, che ha sacrificato la sua vita per i poveri e i marginalizzati” ha detto il presule, che è anche segretario del Consiglio episcopale dell’Andra Pradesh. Anche la Federazione delle Chiese dello stato meridionale indiano ha espresso sgomento di fronte all’accaduto, chiedendo ai responsabili locali di agire per contrastare i gruppi violenti attivi nella zona. Missionario dei Carmelitani di Maria Immacolata (Cmi), padre Thomas è stato trovato morto due giorni fa: il suo corpo giaceva sulla strada nella zona Yellareddy (distretto di Nzamabad), dove era atteso per celebrare la messa. Il sacerdote è stato accoltellato una trentina di volte e brutalmente picchiato alla testa; non si conoscono per ora altri particolari sulla vicenda. I funerali sono previsti domani presso la casa carmelitana di Balampally. Al momento della sua morte, Thomas era il parroco della Chiesa di San Francesco d’Assisi e lavorava per la ‘Jeevadan High school’. In una lunga intervista rilasciata al quotidiano della Santa Sede, ‘L’Osservatore Romano’, e che comparirà nel numero di domani, monsignor Marampudi sostiene che padre Pandippallyil “è stato ucciso perché i missionari cattolici sono dalla parte dei poveri in questa regione dove esiste ancora di fatto una ferrea forma di servitù legata alla coltivazione della terra”. “Ai contadini –ha aggiunto il presule - non viene riconosciuto alcun diritto da parte dei latifondisti che si servono di bande di fanatici hinduisti per contrastare chiunque cerca di migliorare le condizioni di vita della popolazione rurale. In questa regione il fanatismo di matrice hinduista usa la religione solo come un pretesto per compiere efferati crimini. Tra noi cattolici e i religiosi hinduisti moderati non c'è contrasto quando il dialogo riguarda i valori dello spirito. I contrasti vengono creati da chi usa pretesti pseudo-religiosi per scopi di parte”.[CC] Il Papa: condanna e vergogna per i preti pedofili SYDNEY, sabato, 19 luglio 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI prega che questo periodo di purificazione dopo gli scandali degli abusi sessuali che hanno coinvolto i sacerdoti porti alla riconciliazione e a una maggiore fedeltà al Vangelo. Lo ha affermato questo sabato mattina – ora australiana – riferendosi a questo tipo di misfatti durante l'omelia della Messa che ha celebrato con il clero australiano. “Cari amici, possa questa celebrazione, alla presenza del Successore di Pietro, essere un momento di ridedicazione e di rinnovamento dell’intera Chiesa in Australia”, ha auspicato. “Desidero qui fare una pausa per riconoscere la vergogna che tutti abbiamo sentito a seguito degli abusi sessuali sui minori da parte di alcuni sacerdoti o religiosi in questa Nazione”. Il Pontefice ha affermato che “questi misfatti, che costituiscono un così grave tradimento della fiducia, devono essere condannati in modo inequivocabile”. “Essi hanno causato grande dolore ed hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa”, ha lamentato, chiedendo ai presenti di sostenere i Vescovi e di collaborare con loro per “combattere questo male”. “Le vittime devono ricevere compassione e cura e i responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia”, ha continuato. “E’ una priorità urgente quella di promuovere un ambiente più sicuro e più sano, specialmente per i giovani”. Benedetto XVI ha osservato che la celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù –l'occasione che lo ha portato in Australia – chiama “a riflettere su quale prezioso tesoro ci sia stato affidato nei nostri giovani, e quale grande parte della missione della Chiesa in questo Paese sia stata dedicata alla loro educazione e alla loro cura”. “Mentre la Chiesa in Australia continua, nello spirito del Vangelo, ad affrontare con efficacia questa seria sfida pastorale, mi unisco a voi nel pregare affinché questo tempo di purificazione porti con sé guarigione, riconciliazione e una fedeltà sempre più grande alle esigenze morali del Vangelo”, ha aggiunto. Ordine vicino a Lefebvre annuncia la comunione con Roma I Redentoristi Transalpini, con sede centrale in un'isola della Scozia ROMA, lunedì, 14 luglio 2008 (ZENIT.org).- Fra' Michael Mary, C.SS.R., Vicario generale dei Redentoristi Transalpini, con sede centrale in un'isola scozzese, che nella loro storia hanno ricevuto aiuto dall'Arcivescovo Marcel Lefebvre e dalla fraternità sacerdotale di San Pio X, ha annunciato su Internet la comunione con Roma. L'annuncio ha avuto luogo in una lettera presentata sulla pagina web dell'Ordine (http://www.papastronsay.com) e pubblicata sul suo blog (http://papastronsay.blogspot.com). L'ordine celebra l'Eucaristia secondo il rito precedente alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Questo passo, spiega il religioso, ha avuto luogo dopo che “il 18 giugno scorso, di fronte al Cardinale Darío Castrillón e ai membri della Commissione Pontificia Ecclesia Dei a Roma, ho chiesto umilmente alla Santa Sede a mio nome e a nome del consiglio del monastero che le sanzioni sacerdotali fossero sollevate”. “Il 26 giugno ho ricevuto a voce la notizia che la Santa Sede aveva accettato la nostra richiesta. Tutte le censure canoniche sono state sollevate”, ha aggiunto. “Siamo profondamente grati al nostro Santo Padre, Benedetto XVI, per aver pubblicato nel luglio dell'anno scorso il Motu Proprio 'Summorum Pontificum', che ci ha chiamati a una comunione indiscussa e serena con lui”, afferma il Vicario. “Ora abbiamo questa comunione indiscussa! E' una perla di grande valore; un tesoro nascosto nel campo; una dolcezza impossibile da immaginare se non si è sperimentata”. Il suo valore, osserva, “non può essere espresso pienamente con il linguaggio umano e per questo speriamo che tutti i sacerdoti tradizionalisti che ancora non l'hanno fatto rispondano all'appello di Papa Benedetto XVI per godere della grazia della serena e indiscussa comunione con lui”. Guardando al futuro, sostiene, “il prossimo passo sarà erigere canonicamente la nostra comunità”. Originariamente con base a Joinville, in Francia, l'ordine si è trasferito nell'isola di Sheppey, Kent, e nel 1999 in modo permanente a Papa Stronsay, una piccola isola del nord della Scozia. I frati vivono nel monastero del Golgotha e pubblicano la rivista “The Catholic”. L'ordine ha istituito di recente un secondo monastero nella città di Christchurch, in Nuova Zelanda. Anche il blog di questo monastero ha reso pubblico l'annuncio della comunione di Roma. La regola dei Redentoristi Transalpini si basa su quella di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, tuttavia non vi è alcun legame gerarchico con l'Ordine Redentorista.
NEPAL Il dolore dei cattolici per il “primo martire” della Chiesa in Nepal (di Kalpit Parajuli) Ai funerali di p. John Prakash più di mille fra preti, suore e semplici fedeli, che hanno voluto onorare la memoria del salesiano barbaramente ucciso. Mentre la gente chiede sia fatta “piena luce sulla vicenda”, mons. Sharma assicura che i lavoro dei religiosi “continuerà”. Kathmandu (AsiaNews) – Una perdita “irreparabile” per una comunità ancora “sotto shock” per l’assassinio, desiderosa di “giustizia” affinché sia fatta “piena luce sulla vicenda” e i colpevoli non restino “impuniti”. Sono questi i sentimenti che albergano all’interno della comunità cattolica nepalese, ancora segnata dalla morte di p. John Prakash, il salesiano 62enne ucciso il 1° luglio scorso a Sirsiya (distretto di Morang) nella parte est del Nepal. Il 4 luglio a Bandel, villaggio a 45 chilometri dalla città di Kolkata, si sono svolti i funerali “del primo martire della Chiesa nepalese”, ai quali hanno partecipato oltre 1000 persone tra cui preti, suore e religiosi. Mons. Anthony Sharma, primo vescovo del Nepal, ha sottolineato ad AsiaNews che la morte di p. Prakash è un “duro colpo per la comunità Cattolica”, perché egli rappresentava il vero esempio di “servizio devoto a favore della nazione e del popolo”, in particolare per i “più bisognosi”. Condannando la sua barbara uccisione, egli auspica che simili episodi non si ripetano in futuro, il prelato ribadisce che “i responsabili del gesto omicida devono essere assicurati alla giustizia”. Mons. Sharma ha seguito in prima persona le operazioni di cremazione del corpo di p. John Prakash in India e assicura che, a dispetto della grave perdita, il lavoro della Chiesa nepalese “continuerà senza sosta” e non sarà bloccato dalla paura. Assicurazioni sul la continuità dell’opera dei cattolici arriva anche da p. Pulickal Augusty, rettore e superiore della congregazione salesiana nepalese, sebbene in futuro verranno predisposte “maggiori cautele”. Egli aggiunge che il confratello non ha mai desiderato “né soldi, né vestiti per sé, adoperandosi sempre a favore degli altri, dei più bisognosi” ed è assurdo che sia morto per una vile questione di denaro”. Nel frattempo la Commissione nazionale per i diritti umani ha chiesto al governo di garantire “il diritto delle persone alla vita e alla sicurezza”. L’omicidio del prete salesiano, si legge in una nota, dimostra quanto siano peggiorate le condizioni e il diritto stesso alla vita nel Paese: “La morte di p. Prakash, ha privato centinaia di orfani e di bambini di una possibile istruzione e di un assistenza educativa gratuita”. Dai primi ati sulla morte di p.Prakash, sembra che ad ucciderlo siano stati alcuni uomini incappucciati, forse appartenenti al gruppo gruppo terrorista sotterraneo, il Terai Defence Army. Il missionario tra i lebbrosi di Molokai sarà santo. Riconosciuto un miracolo attribuito al beato Damien de Veuster CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Padre Damien, missionario tra i lebbrosi nell'isola di Molokai (Hawaii), sarà proclamato santo dopo che la Santa Sede ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione. La pubblicazione del decreto ha avuto luogo nell'ultima udienza che Papa Benedetto XVI ha concesso il 3 luglio al Cardinale José Saraiva Martins come prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi (il 9 luglio ha accettato la sua rinuncia per motivi di età). Si realizzerà così una richiesta presentata da Madre Teresa di Calcutta poco più di 13 anni fa, dopo la beatificazione del sacerdote da parte di Giovanni Paolo II a Bruxelles (il 10 giugno 1995). Ora bisogna solo attendere che il Papa, in un concistoro che non si sa quando avrà luogo, renda nota la data della canonizzazione. Il decreto riconosce la guarigione della signora Audrey Toguchi di Honolulu, malata di cancro – liposarcoma pleomorfico metastatizzato. Pochi giorni prima di morire per un attacco cardiaco il 18 giugno a Roma, padre Bruno Benati ss.cc., postulatore generale della causa di canonizzazione, aveva trasmesso la testimonianza di questa donna. “Ho pregato il beato Damien – ha detto Audrey –. E' stato il centro delle mie preghiere, che per lungo tempo sono state rivolte a Dio esclusivamente per mezzo di lui. Sono convinta che questa miracolosa scomparsa del cancro sia dovuta all'intercessione del beato Damien”. “I medici che hanno esaminato la guarigione sono tutti d'accordo sul fatto che non è spiegabile dal punto di vista scientifico. La signora Audrey gode oggi di una perfetta e completa salute”, indicava il postulatore scomparso repentinamente. Il beato Damien (1840-1889) – il suo nome era Jozef de Veuster – era nato in Belgio. Il Primo Ministro del Paese, quando è stato reso noto il riconoscimento del miracolo, ha detto: “L'imminente canonizzazione di padre Damien è un grande onore per il nostro Paese”. “Ritengo che si tratti del più alto riconoscimento pubblico del disinteresse illimitato. Un disinteresse riconosciuto da credenti e non credenti, dall'Occidente e dal Sud, dai malati e da quanti hanno la salute. Un riconoscimento che è fonte di ispirazione e consolazione per molti di noi”, ha aggiunto il premier in un comunicato. “In particolare, faccio i miei auguri agli abitanti di Tremelo e Molokai, così come ai sacerdoti dei Sacri Cuori di Gesù e Maria”, ha concluso. Era questa la congregazione alla quale apparteneva il religioso belga quando arrivò nel 1865 a Honolulu, dove venne ordinato sacerdote. La lebbra colpiva gravemente i nativi delle isole delle Hawaii, che prima dell'arrivo dei commercianti non la conoscevano. Per paura che l'epidemia si diffondesse, il re Kamehameha IV segregò i lebbrosi del regno trasferendoli in una colonia stabilita per loro nel nord, nell'isola di Molokai. La “Royal Board of Health” diede loro del cibo, ma non c'erano i mezzi appropriati per fornire assistenza medica. Padre Damien chiese al suo Vescovo di insediarsi nell'isola per assistere spiritualmente i malati, che morivano in grandi quantità. Con la sua attività pastorale, istituì una parrocchia, fondò scuole e rigenerò la convivenza sociale nella “colonia della morte”, dove i malati lottavano per sopravvivere. Alla fine padre Damien contrasse la lebbra e morì. A Ho Chi Minh City 11 nuovi preti, in missione tra chi vive particolari difficoltà Sei dei sacerdoti, che fanno parte della Congregazione del Santissimo Salvatore, andranno in zone di missione, tre serviranno la tradizionale missione della Congregazione di predicare sulla grazia della Salvezza, due lavoreranno con i malati di Aids e gli immigrati. Ho Chi Minh City (AsiaNews) – Sono destinati a portare la loro opera tra persone che vivono in situazioni particolarmente difficili gli 11 nuovi sacerdoti della Congregazione del Santissimo Salvatore, ordinati da mons. Paul Tinh Nguyen Binh Tinh nella chiesa di Our Lady of Help. “La Congregazione – ha detto il vescovo durante la cerimonia di ordinazione – lavora e vive nello spirito missionario della Chiesa. I nuovi sacerdoti debbono far parte e sviluppare la missione che Gesù ha affidato ai discepoli”. Padre Vinh Son Pham Trung Thanh, provinciale della Congregazione, ha espresso la sua gratitudine ai sacerdoti della parrocchia, alle famiglie dei nuovi ordinati, ai benefattori ed agli amici che si sono presi cura e hanno aiutato i nuovi preti negli anni passati. Padre Vinh Son ha informato i partecipanti al rito di ordinazione sulle destinazioni dei nuovi sacerdoti: sei andranno in zone di missione, tre serviranno la tradizionale missione della Congregazione di predicare sulla grazia della Salvezza, due sacerdoti lavoreranno con i malati di Aids e gli immigrati di Ho Chi Minh City. Per progredire nello spirito missionario della Congregazione, i nuovi sacerdoti sono voluti andare nelle aree più difficili del Paese per servire i fratelli e le sorelle di ogni convinzione religiosa o non credenti, che vivono in situazioni particolarmente difficili. Nel Vietnam socialista i seminari sono sovraffollati di Vu Nhi Cong Il governo ha reso più facile l'ingresso dei giovani nei seminari, ma le strutture non bastano. Il card. Pham Minh Man indica ad AsiaNews problemi e speranze. Ho Chi Minh City (AsiaNews) - Nel Vietnam socialista, i seminari sono sovraffollati e insufficienti. Il cardinale Pham Minh Man sottolinea la necessità di nuove sedi e di docenti esperti. "Nell'Arcidiocesi di Saigon - il cardinale spiega ad AsiaNews - ci sono molti giovani seminaristi pieni di fervore e gli insegnanti sono devoti al loro lavoro. Ma ci sono problemi: anzitutto il grande affollamento, con 230 seminaristi" e la mancanza dello spazio fisico per abitare e insegnare. "Poi la scarsità di insegnanti esperti". "E' prioritario riorganizzare il seminario di Saigon, in collaborazione con i responsabili dell'arcidiocesi e con le parrocchie". La struttura riceve gli studenti delle sei diocesi meridionali. Nel 2005 il governo ha consentito l'ammissione di tutti i candidati proposti dalle diocesi, mentre nel passato autorizzava non più di 10-15 persone ogni volta. All'inizio del 2006 il governo ha dato il permesso al seminario di aprire una succursale nella vecchia sede della scuola teologica della città di Long Khanh nella diocesi di Xuan Loc, ma saranno necessari molto tempo e denaro per sistemare l'edificio. "La situazione è peggiore nell'arcidiocesi di Hanoi, dove mancano gli spazi necessari per l'insegnamento. Sarà necessario più tempo per risolvere il problema". Ad Hanoi il Seminario maggore di S. Giuseppe, da cui provengono i sacerdoti per le 8 diocesi settentrionali, ha 235 studenti e non ha spazi sufficienti per le persone, gli studi e le altre attività. I 43 nuovi seminaristi sono costretti a usare l'edificio salesiano di Co Nhue, distante 18 km. Dal 2005 il governo ha concesso al seminario di accogliere ogni anno i nuovi seminaristi. La scorsa estate i seminaristi hanno prestato servizio presso quattro lebbrosari nel settentrione, come parte della loro attività pastorale. La scarsità di esperti rende necessario ai migliori insegnanti di recarsi nei diversi seminari del Paese. “FEDELE” ALLA LINEA: AL PROCESSO, PADRE BISCEGLIA SI DIFENDE ATTACCANDO 34511. COSENZA-ADISTA. Prima chiede di essere dispensato dai voti religiosi e dalla vita consacrata, poi ci ripensa e scrive una lettera perché gli venga restituito l'esercizio del sacerdozio, “perché sono innocente”; definisce il processo che lo vede accusato di stupro una “barzelletta” e intanto cerca di ritornare alla guida della struttura di accoglienza da lui fondata: si tratta di p. Fedele Bisceglia, accusato insieme al suo segretario Antonio Gaudio di violenza sessuale, singola e di gruppo, contro una suora (v. Adista n. 5/08). Il processo a suo carico è iniziato lo scorso 9 aprile, a Cosenza, e l’ex frate cappuccino non sembra aver optato per un profilo pubblico più dimesso: una sfilata tra gli applausi nel centro di Cosenza, con la croce sulle spalle, “in nome della fede e della giustizia”, seguita dalla protesta per chiedere “un pasto” davanti a quella che un tempo era la sua struttura, l'Oasi Francescana, teatro delle presunte violenze. Infine, alla vigilia dell'apertura del dibattimento, p. Bisceglia rilascia una lunga intervista 'esclusiva' a Mattina Cinque: “Sono missionario da 26 anni, ho girato il mondo – dichiara -; non aspettavo i 70 anni per stuprare una suora, quando mi sono passate davanti migliaia e migliaia di persone avvenenti. Mi sembra una barzelletta”. Padre Fedele dice anche, malgrado l'espulsione dall'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, di continuare a sentirsi “francescano nell'animo”. Non a caso, pochi giorni dopo, padre Fedele scrive una lunga lettera aperta “ai sacerdoti, religiosi e religiose della Curia di Cosenza”. “Profondo dolore acuta sofferenza, sanguinante solitudine, umana rabbia, zelo sacerdotale, grande fede – scrive -, sono queste le emozioni che vivo da 26 mesi”. “È un dolore indescrivibile - aggiunge - quando vieni punito con l'esilio, lasciato solo, buttato nella cisterna, come Giuseppe, da fratelli con cui hai condiviso il pane quotidiano. È un dolore indescrivibile incontrarsi nelle aule di un tribunale, suora contro frate, per un peccato di stupro mai pensato. È una ferita che sanguina per tutta la vita”. Il frate chiede di essere riammesso al sacerdozio e contesta al suo Ordine di averlo “espulso dal convento e costretto a chiedere la dispensa dei voti”. L’attivismo mediatico di padre Fedele ha indotto persino il prudente vescovo di Cosenza, mons. Salvatore Nunnari a invitarlo a difendersi “nel processo, non dal processo”. Ma l’ex-frate cappuccino, per tutta risposta, ha cercato di tornare alla presidenza della Fondazione Oasi Francescana, che gestisce la struttura di accoglienza di Cosenza da lui fondata, con un'azione civile, in cui denuncia una serie di presunte irregolarità e disfunzioni amministrative nella gestione della Fondazione. Intanto, nell’aula del tribunale, le accuse della suora vittima della presunta violenza, una religiosa della Congregazione delle "Suore dei poveri di San Francesco", sono state corroborate da due sue consorelle, che hanno descritto in aula “il malcostume e il disordine morale che regnavano nella struttura di accoglienza fondata da padre Fedele”; mentre la superiora provinciale dell’ordine, suor Gianna Giovanangeli, ha riferito ai giudici che la suora le raccontò delle violenze subite dagli imputati già mesi prima della denuncia. La suora, in quei mesi, era una donna - come hanno sostenuto i suoi genitori, anch'essi sentiti in aula - “confusa, turbata, spaventata” dalle violenze, nonché dalle pressioni subite da parte di padre Fedele per evitare che denunciasse. Solidarietà alla vittima anche dalla superiora generale delle Suore francescane dei poveri, suor Tiziana Merletti, presente in aula: ''La nostra presenza qui - ha detto - è dettata dal desiderio di esprimere tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà sia alla suora che a tutte le altre donne coinvolte in questa vicenda''. “Noi conosciamo la suora da tanti anni ‑ ha aggiunto ‑ la stimiamo, abbiamo ascoltato direttamente da lei la sua atroce storia, le crediamo e la sosterremo fino alla fine. La nostra speranza è che attraverso il coraggio di parlare che ha avuto la suora possa essere data anche la voce alle donne che sono senza voce”. “L’imborghesimento e il relativismo morale sono i due grandi pericoli che indeboliscono la vita religiosa. Nonostante il calo delle vocazioni sia irrisorio, dello 0,7% nel 2006, attualmente i problemi più grossi sono determinati dal clima di secolarizzazione che è presente non solo in tutta la società occidentale ma anche all’interno della Chiesa stessa. Gli indicatori sono una libertà senza vincoli, un debole senso della famiglia, uno spirito mondano, una scarsa visibilità dell’abito religioso, una svalutazione della preghiera, una insufficiente vita comunitaria e uno scarso senso dell’obbedienza”. Se questa è la foto della vita religiosa, nelle parole del prefetto della Congregazione vaticana per la Vita Consacrata, card. Franc Rodé (v. Adista n. 17/08), non c’è che da tirare le redini e ristabilire i principi che fondano quel voto di obbedienza che ogni religioso compie iniziando la propria missione, e cioè: anche nelle “difficili obbedienze” il religioso deve infine compiere quanto gli viene indicato dal superiore giacché l’“obiezione di coscienza” mai può fondarsi sul “soggettivismo”, e cede il passo, infine, all’accettazione degli ordini ricevuti. Tanto è ribadito nell’istruzione vaticana Il servizio dell’autorità e l’obbedienza, firmata dal card. Rodé l’11 maggio 2008 e pubblicata da L’Osservatore romano il 29 maggio. Il nuovo, ampio documento raccoglie le indicazioni emerse nella Plenaria dello stesso dicastero, svoltasi nel 2005. Prende atto che “la cultura delle società occidentali, fortemente centrata sul soggetto, ha contribuito a diffondere il valore del rispetto per la dignità della persona umana, favorendone positivamente il libero sviluppo e l’autonomia. Tale riconoscimento costituisce uno dei tratti più significativi della modernità ed è un dato provvidenziale che richiede modalità nuove di concepire l’autorità e di relazionarsi con essa”. Ma, aggiunge subito il testo, “quando la libertà tende a trasformarsi in arbitrio e l’autonomia della persona in indipendenza dal Creatore e dalla relazione con gli altri, allora ci si trova di fronte a forme di idolatria che non accrescono la libertà ma rendono schiavi” (n. 2). Sottolineando il modello di Gesù, “obbediente fino alla morte”, il documento ricorda ai superiori che anch’essi, prima di imporre ordini, debbono interrogarsi di fronte al Signore, per cercare di discernere la sua volontà e non imporre i propri pregiudizi. Ma, infine, quando il superiore comanda, il religioso (il testo, in generale, usa il maschile anche quando sottende le religiose) deve obbedire. Infatti: “Ci possono essere situazioni in cui la coscienza personale sembra non permettere di seguire le indicazioni date dall’autorità? Può avvenire, insomma, che il consacrato debba dichiarare, in relazione alle norme o ai suoi superiori: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini’ (At 5,29)?... Se è vero che la coscienza è il luogo ove risuona la voce di Dio che ci indica come comportarci, è anche vero che occorre imparare ad ascoltare questa voce con grande attenzione per saperla riconoscere e distinguere da altre voci. Non bisogna infatti confondere questa voce con quelle che emergono da un soggettivismo che ignora o trascura le fonti e i criteri irrinunciabili e vincolanti nella formazione del giudizio di coscienza… Fatta eccezione per un ordine che fosse manifestamente contrario alla legge di Dio e alle costituzioni dell’Istituto, o che implicasse un male grave e certo – nel qual caso l’obbligo dell’obbedienza non esiste –, un religioso non dovrebbe ammettere facilmente che ci sia contraddizione tra il giudizio della sua coscienza e quello del suo superiore” (n. 27). Il 7 gennaio 2008, all’inaugurazione della 35ª Congregazione generale dei gesuiti, Rodé aveva detto: “Con tristezza e inquietudine vedo un crescente allontanamento dalla gerarchia... L’obbedienza religiosa si comprende solo come obbedienza nell’amore. Il nucleo fondamentale della spiritualità ignaziana consiste nel riunire l’amore di Dio con l’amore alla Chiesa gerarchica”. E, ricevendo i gesuiti con il loro nuovo preposito (superiore) generale, Adolfo Nicolás, il 21 febbraio, Benedetto XVI aveva affermato: “Vi invito a riflettere per ritrovare il senso più pieno di quel vostro caratteristico ‘quarto voto’ di obbedienza al Successore di Pietro, che non comporta solo la prontezza ad essere inviati in missione in terre lontane, ma anche – nel più genuino spirito ignaziano del ‘sentire con la Chiesa e nella Chiesa’ – ad ‘amare e servire’ il Vicario di Cristo in terra con devozione ‘effettiva ed affettiva’”. Su L’Osservatore romano del 29 maggio, commentano l’istruzione, con ampie lodi, lo stesso Rodé; il segretario del dicastero, mons. Gianfranco A. Gardin; lo storico Giancarlo Rocca; suor Louise Madore, superiora generale delle Figlie della Sapienza e presidente dell’Unione italiana superiore religiose; Pascual Chávez, rettore maggiore dei salesiani. (luigi sandri)
1300 ragazzi e ragazze pronti al sacerdozio o alla consacrazione II Incontro di Giovani del Centroamerica del Cammino Neocatecumenale MANAGUA, lunedì, 5 maggio 2008 (ZENIT.org).- Mille ragazzi hanno dato la propria disponibilità a seguire Cristo nel sacerdozio e 300 ragazze nella vita consacrata durante il II Incontro di Giovani del Centroamerica del Cammino Neocatecumenale, celebrato a Managua (Nicaragua). Il 2 maggio scorso, in una spianata a fianco della Cattedrale di Managua, circa ventimila giovani centroamericani e caraibici, che seguono un cammino di vita cristiana nel Cammino Neocatecumenale, si sono riuniti per sostenere un incontro vocazionale, ha reso noto Lilian Angélica Martínez. Dopo aver proclamato una lettura del profeta Isaia e un brano del Vangelo, l'iniziatore di questo itinerario di formazione cristiana, Kiko Argüello, ha chiesto ai giovani se si sentono chiamati a servire Gesù Cristo come presbiteri e li ha invitati ad alzarsi in piedi. Di fronte all'invito, mille ragazzi si sono alzati e hanno camminato verso il palco dove l'Arcivescovo di Managua Leopoldo Brenes, l'Arcivescovo emerito della Diocesi, il Cardinale Miguel Obando y Bravo, e il Vescovo della Diocesi salvadoregna di Zacatecoluca Elas Bolaos hanno imposto loro le mani pregando perché lo Spirito Santo li aiuti nella sfida che li attende. In seguito, Kiko Argüello ha chiesto alle ragazze di alzarsi se si sentivano chiamate a diventare spose di Cristo come religiose contemplative o nubili in missione. A questa chiamata hanno risposto 300 giovani, e anche loro si sono incamminate verso il palco perché gli Arcivescovi pregassero per loro imponendo le mani. L'incontro vocazionale è il secondo che le Comunità Neocatecumenali del Centroamerica organizzano di fronte alle difficoltà che i giovani della regione hanno ad assistere alla Giornata Mondiale della Gioventù, che Benedetto XVI celebrerà a Sydney (Australia) nel luglio prossimo. Le delegazioni più numerose presenti a Managua sono state quella del Nicaragua con 10.000 rappresentanti e quella di El Salvador con 3.500. A queste si sono unite centinaia di Costaricani, Honduregni e Guatemaltechi. Tutti i giovani presenti hanno sventolato le loro bandiere e cantato salmi fin dal loro arrivo sulla spianata accanto alla Cattedrale dedicata alla Purissima, patrona del Nicaragua. Si sono distinte per il loro entusiasmo le delegazioni meno numerose della Repubblica Dominicana e di Porto Rico. I ragazzi giunti dall'estero hanno alloggiato in scuole e a casa di famiglie di Managua, Len, Chinandega e altre città dell'interno del Paese. Nei villaggi e nelle città in cui sono stati accolti hanno celebrato l'Eucaristia e, nonostante le temperature elevate, hanno percorso grandi distanze con immagini della Madonna, cantando salmi al ritmo di chitarre e tamburi e sventolando le loro bandiere. DA 150 ANNI A HONG KONG, MESSAGGIO DEL SUPERIORE GENERALE DEL PIME Chiesa e Missione, Standard [In occasione del 150° anniversario della presenza dei missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) a Hong Kong, riceviamo e volentieri pubblichiamo il messaggio del Superiore Generale della congregazione, padre Gian Battista Zanchi, indirizzato ai confratelli della regione di Hong-Kong-Cina] Carissimi, non potendo essere presente fisicamente, partecipo alla vostra celebrazione del 150° anniversario della presenza e del lavoro del PIME in Hong Kong con il presente messaggio. Me lo hanno suggerito tre motivazioni: presentarvi le mie più cordiali congratulazioni e condividere con voi la gioia di questa celebrazione; unirmi a voi nel ringraziare il Signore e tutte le persone che hanno aiutato e vi aiutano nei vostri impegni missionari; e, infine, vuole essere anche di sprone e di incoraggiamento per il futuro della vostra comunità. Hong Kong, fin dall’inizio della sua storia, ha sempre presentato grandi sfide e notevoli difficoltà per il lavoro di evangelizzazione, dato il suo essere stato ‘colonia britannica’, basata principalmente sull’interesse economico e politico, con una popolazione di maggioranza cinese ma anche con la presenza di gruppi di nazionalità diverse. I nostri confratelli, una volta assegnati a questa Missione dalla Congregazione per la Propagazione della Fede nel 1858, non solo si sono subito impegnati nei ministeri religiosi ai gruppi stranieri, ma si sono preoccupati in special modo di diffondere il Vangelo in mezzo ai villaggi cinesi, sia di Hong Kong che sull’area del continente cinese che apparteneva alla Missione. Era una vita molto dura e faticosa, con mezzi poveri, in continuo movimento, non solo per visitare e assistere i fedeli già battezzati, ma anche per creare nuovi contatti e far conoscere la fede cristiana ai non cristiani. La vita sia dei confratelli che hanno lavorato nella zona urbana di Hong Kong che di quelli nei distretti sul continente ha richiesto indubbiamente un forte spirito di sacrificio e un impegno costante. E’ stato questo loro spirito, condiviso anche da sacerdoti e suore cinesi come anche da membri di altre congregazioni e istituti missionari, che ha fatto fondare e sviluppare la Missione di Hong Kong in modo graduale ma mirabile e, così, nel 1968 poterla consegnare al clero locale con solide strutture e istituzioni. La storia della nostra presenza in Hong Kong ci rivela che, pur con le debolezze umane, tra i nostri confratelli ci sono stati delle persone eccezionali. Con questo non intendo indicare solo i vescovi del PIME che hanno guidato la Chiesa di Hong Kong attraverso periodi a volte molto difficili, ma anche semplici missionari, veri santi, che hanno speso tutte le loro energie e tutta la loro vita per l’evangelizzazione. I loro nomi sono scritti nei cieli e voi avete voluto ricordarli tutti anche in modo visibile in un libro commemorativo speciale. E’ dello spirito di totale dedizione all’evangelizzazione e di forte passione missionaria di questi nostri confratelli, di cui dobbiamo innanzitutto gioire e ringraziare il Signore in questo 150° anniversario. Dobbiamo però anche prenderlo come modello e sprone per i nostri impegni di oggi e di domani. Sull’esempio dei nostri predecessori che hanno sempre accolto e affrontato con fede le sfide che situazioni e tempi diversi hanno loro presentato, anche la vostra comunità oggi deve saper affrontare con lo stesso spirito e la stessa fede le sfide offerte dalla società moderna di Hong Kong. A partire dal luglio 1997, Hong Kong è parte integrante della Repubblica popolare cinese ed fa da ponte con altre comunità della diaspora cinese. Presenta inoltre un carattere spiccatamente urbano e cosmopolita, oltre che un’atmosfera molto moderna, secolarizzata e sofisticata. Le sfide per l’evangelizzazione, che derivano da queste realtà, richiedono coraggio e creatività. Insieme con la Chiesa locale, tocca anche alla comunità del PIME in Hong Kong contribuire a trovare le vie e i modi di affrontarle in termini più positivi e adeguati. Il carisma missionario della prima evangelizzazione, che il Signore ha dato al nostro Istituto, deve stimolarci in questa ricerca e farci continuare l’impegno di trasmetterlo nelle comunità in cui siamo chiamati a lavorare. La celebrazione del 150° anniversario della presenza del PIME in Hong Kong deve quindi essere non solo motivo di gioia e di ringraziamento, ma deve diventare anche una tappa significativa di riflessione e di verifica degli impegni attuali della vostra comunità locale, in modo da poterli continuare con uno spirito rinnovato ed anche adottare metodi più idonei alle sfide odierne della società di Hong Kong. E’ questo il mio augurio e la mia preghiera, come anche di tutti i missionari del PIME. Cordialmente nel Signore L'autorità nella vita religiosa: servizio, non comando INTERNAZIONALE
"Con Gelmini ha accolto con grande gioia la decisione del Papa" ha detto il portavoce del sacerdote, Alessandro Meluzzi, parlando stamani con l'ANSA. "Considera questo - ha aggiunto - un segno di attenzione e disponibilità da parte del Vaticano, in uno spirito di grande unità tra don Pierino e la Chiesa". La decisione del Papa è stata comunicata al vescovo di Terni monsignor Vicenzo Paglia con una lettera. Don Gelmini in tarda serata tornerà in Italia dopo avere trascorso un soggiorno a scopo terapeutico nelle sue comunità del sud America. In seguito alla riduzione allo stato laicale non potrà più celebrare messa o confessare. ATTESA PER DECISIONE PM TERNI SU INDAGINE E' attesa nelle prossime settimane la decisione della procura di Terni per l'inchiesta condotta nei confronti di don Pierino Gelmini accusato di molestie sessuali a carico di alcuni ex ospiti (nove quelli indicati nell'avviso di conclusione indagini) della Comunità Incontro. Il pm Barbara Mazzullo dovrà infatti decidere se chiedere il rinvio a giudizio del sacerdote, che si è sempre proclamato estraneo a ogni addebito, o l'archiviazione del fascicolo. Nell'inchiesta sono coinvolti anche due collaboratori del sacerdote e la madre di uno dei suoi accusatori. Devono rispondere di favoreggiamento per avere aiutato don Gelmini ad eludere gli accertamenti condotti dalla squadra mobile della questura di Terni. A tutti il 27 dicembre scorso è stato notificato l'avviso di conclusione indagini. A don Gelmini la procura contesta di avere costretto noveospiti della comunità a "soddisfare le sue richiestesessuali" mediante "la minaccia di avvalersi della suaautorità e della conoscenza di numerosi personaggi politiciinfluenti o promettendo favori tramite dette conoscenze". Fattiche sarebbero avvenuti nella sede di Molino di Silla dal 1997all' ottobre scorso, quando ormai da quasi un anno il sacerdotesapeva di essere indagato. Circostanza, questa, che al momentodel deposito degli atti era stata sottolineata dal portavoce didon Pierino, Alessandro Meluzzi, il quale aveva parlato di"accuse surreali". ASIA/KAZAKHSTAN - Tre frati francescani sono nuovi missionari nelle steppe del Kazakhstan, per contribuire allo sviluppo e alla crescita della Chiesa locale Assisi (Agenzia Fides) - La Famiglia Francescana risponde con entusiasmo e generosità all’appello della Chiesa in Kazakhstan, che ha chiesto di far presente nell’immenso paese dell’Asia centrale “lo spirito di Assisi”, ovvero lo spirito del dialogo della pace e della riconciliazione, segno caratteristico della carisma francescano. Fra Roberto Peretti, della Provincia di Padova, già per molti anni missionario in Romania; P. Pawel Blok, della Provincia di Danzica, quarant’anni, da 14 sacerdote; e P. Alexei Skakovskii, nato in Kazakhstan, 27 anni, da 3 sacerdote della Custodia Generale di Russia, sono i tre frati che il 12 febbraio sono partiti per la nuova avventura missionaria dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. I tre dopo hanno ricevuto il solenne “mandato missionario” dal Ministro Generale OFM Conv. p. Marco Tasca, nel corso di una celebrazione svoltasi ad Assisi, sulla Tomba del Serafico Padre S. Francesco. Il Ministro Generale ha consegnato loro il Crocifisso e il Vangelo, alla presenza di numerosi frati dell’Ordine che hanno salutato i confratelli. Il Vescovo di Astana ha chiesto loro di essere prima di tutto testimoni di spiritualità per quella Chiesa ed insieme costruttori di dialogo e servi della carità. La Chiesa in Kazakhstan attraversa una fase di rinascita e sviluppo. Come segno di maggiore comunione con l’intera Chiesa in Asia, i Vescovi del Kazakhstan stanno per divenire a tutti gli effetti membri della Federazione delle Conferenze Episcopali dei Vescovi asiatici (FABC). Quando la Commissione Centrale della FABC si riunirà a metà aprile, a Bangkok, accetterà la richiesta della Conferenza dei Vescovi Cattolici in Kazakhstan. Agli inizi del nuovo millennio, la Chiesa nell'Asia Centrale annoverava solamente un Vescovo; ma, grazie al costante lavoro dei religiosi e dei missionari nel far sviluppare le comunità cattoliche, ora il Kazakhstan ne conta cinque. La Chiesa nel vasto paese dell’Asia centrale è comunque ancora una piccola comunità che vive con coraggio la fede in un paese a maggioranza islamica. In un paese nel quale il 40% della popolazione è kazaka di religione musulmana e il 35% è russa di religione ortodossa, i cattolici sono un gruppo eterogeneo (ucraini, polacchi, tedeschi del Volga) di circa 185mila fedeli. L’attuale sistema di governo assicura a tutte le confessioni religiose presenti nel paese la necessaria libertà. I rapporti tra lo stato kazako e la Chiesa cattolica sono buon grazie al concordato entrato in vigore alla fine del 1999. Nella capitale Astana c’è la Nunziatura della Santa Sede ed esiste un Concordato tra la Santa Sede e il Governo del Kazakhstan. La Chiesa ha ormai una struttura consolidata nelle sue diocesi e parrocchie e svolge un impegnativo lavoro pastorale attraverso sacerdoti, religiosi e religiose provenienti da vari paesi. Anche diversi movimenti ecclesiali e nuove comunità si dedicano a un notevole lavoro apostolico. I giovani dimostrano una forte e convinta identità cristiana, frutto prezioso dell’intenso impegno della Chiesa nella pastorale giovanile. Sempre di più i giovani scoprono Cristo come unica risposta ai loro quesiti sul senso della vita, e la Chiesa come una vera famiglia. Quella del Kazakhstan è una Chiesa che guarda al futuro con fiducia. (PA) (Agenzia Fides 28/2/2008 righe 35 parole 349) ROMA, DOMANI LA PRESENTAZIONE DEL PRIMO TORNEO DI PALLACANESTRO PER SACERDOTI Al via il primo torneo di pallacanestro per preti e seminaristi: sarà presentato domani pomeriggio a Roma, a corollario del seminario di studio “Lo sport: frontiera della nuova evangelizzazione”, in programma al Collegio internazionale Maria Mater Ecclesiae. Il campionato di pallacanestro è riservato ai seminaristi iscritti ai Collegi, alle Università, ai convitti e ai seminari pontifici, e ai sacerdoti. Il torneo è organizzato dal Csi (Centro sportivo italiano) e patrocinato dal Pontificio Consiglio per i laici sezione “Chiesa e sport”. Alla presentazione parteciperanno, tra gli altri, il card. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici, padre Kevin Lixey, direttore della sezione “Chiesa e sport” del medesimo organismo; Edio Costantini, il presidente del Csi, don Claudio Paganini, consulente ecclesiastico nazionale del Csi. La prima partita del campionato di pallacanestro si terrà il 1° marzo. (fonte SIR) ASIA/FILIPPINE - Cristiani e musulmani uniti nel lutto per il missionario ucciso a Tawi-Tawi Manila (Agenzia Fides) - Dolore, lutto, onore e rispetto: con questi sentimenti la comunità cristiana e quella musulmana delle Filippine Sud si sono riunite nelle isole Tawi-Tawi, per commemorare p. Jesus Reynaldo Roda, il missionario degli Oblati di Maria Immacolata (Omi) ucciso il 15 gennaio scorso in un tentativo di rapimento (vedi Fides 16/1/2008).L’intera provincia di Tawi-Tawi - dove p. Roda lavorava - è in lutto. La comunità musulmana locale ricorda la bontà e la capacitò di dialogo di p. Roda, che era considerato “un amico” da molti e che aveva accolto nel campus di Notre Dame a Tabawan studenti musulmani. L’Istituto, come altre scuole della provincia, rimarrà chiuso in segno di lutto fino al giorno dei funerali di p. Roda, che si celebrano mercoledì 23 gennaio. Benedetto XVI, in un telegramma di cordoglio inviato al Vescovo di Jolo, a firma del Cardinale Tarcisio Bertone, ha definito padre Roda “generoso sacerdote”, apprezzandone “il coraggio e la fedeltà”, e lo ha additato come esempio per i religiosi e i fedeli in tutta la regione, specialmente per i giovani. Condannando la brutalità dell'accaduto, il Pontefice ha chiesto ai responsabili del gesto di “rinunciare alla violenza” e di contribuire alla “costruzione di una società giusta e pacifica, nella quale tutti possano vivere insieme in armonia”. Anche alcuni leader musulmani della zona, come lo sceicco Mohammad Muntassir, del Moro Islamic Liberation Front, ha condannato l’uccisione dicendo che la vita è inviolabile per l’islam. Intanto a Cotabato, nella sede degli Omi, continua il pellegrinaggio di persone che giungono dalle isole circostanti per rendere omaggio al missionario ed esprimere solidarietà alla comunità degli Oblati. Questa sera, 22 gennaio, la salma di p. Roda sarà portata nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione a Cotabato dove si terrà una veglia di preghiera per tutta la notte. Domattina, 23 gennaio, alle ore 8.00 sarà celebrata la solenne cerimonia funebre, presieduta da Mons. Angelito Lampon, Vicario Apostolico di Jolo, e concelebrata dall’Arcivescovo di Cotabato, Mons. Orlando Quevedo, da Mons. Romulo dela Cruz, Vescovo di San Jose de Antique, alla presenza di numerosi sacerdoti, religiosi e laici. Si attendono delegazioni religiose e civili dalle province di Kidapawan, Maguindanao e Tawi-tawi. Le spoglie di p. Roda riposeranno nel cimitero degli Oblati, presso il Santuario della Grotta di Nostra Signora di Lourdes, a Cotabato. Proseguono intanto le indagini delle forze di polizia sugli esecutori dell’assassinio di p Roda. Le piste portano a due membri del gruppo terroristico Abu Sayyaf. Il gruppo degli aggressori ancora tiene sotto sequestro due civili: Omar Taup, insegnante all’istituto Notre Dame di Tawi-Tawi, e Hussin Sahirul, pescatore locale, prelevati insieme a p. Roda. (PA) (Agenzia Fides 22/1/2008 righe 29 parole 296)
SUI “FIDEI DONUM”: L’IDENTIKIT, “NON È UN NAVIGATORE SOLITARIO” Deve avere “la disponibilità a incarnarsi in un popolo, in una Chiesa, in una cultura”, ma anche la capacità di “mantenere uno stile di vita povero e sobrio, per realizzare una particolare vicinanza con gli impoveriti della storia”. E’ l’identikit del prete “fidei donum”, così come viene delineata nella Nota Cei sull’omonima enciclica di Pio XII, diffusa oggi. “Il presbitero ‘fidei donum’ – si legge nel documento – non parte con un progetto proprio, ma per assumere le scelte pastorali della Chiesa che lo accoglie; è testimone della comune passione apostolica, come della solidarietà della Chiesa che lo invia; è attento osservatore di quello che lo Spirito dice alla Chiesa che lo ospita; torna ai luoghi di origine per testimoniare quello che il Signore opera presso altri popoli”. Il missionario “fidei donum”, in altre parole, non è un “navigatore solitario”, ma “l’inviato di una Chiesa ad un’altra, che lo accoglie in nome della cooperazione, della comunione e dello scambio”. Ciò esige “un continuo andare e tornare, un sapersi collocare in un progetto pastorale della Chiesa alla quale è inviato come pure in quella nella quale rientra dopo l’esperienza missionaria, senza essersene mai spiritualmente staccato”. I “fidei donum”, precisa inoltre la Cei, “non sonNOTA CEIo necessariamente i presbiteri più coraggiosi, né tanto meno quelli maggiormente desiderosi di avventura”. “Un’attenzione maggiore all’Asia, dove i cristiani costituiscono tuttora una minoranza esigua ma dinamica”. “Rispetto all’enciclica di Pio XII, che individuava nell’Africa il continente più bisognoso di attenzione da parte delle antiche Chiese – si legge nel testo – l’attenzione dei ‘fidei donum’ italiani si è rivolta maggiormente all’America Latina, mentre l’Asia è rimasta quasi esclusa”. Per la Cei, il “motivo determinante” di questa scelta è stato probabilmente quello linguistico, “ma forse hanno influito anche altri motivi: il continente latinoamericano appariva più omogeneo dal punto di vista culturale e religioso, benché quello africano sia comunque geograficamente più vicino e oggi sia particolarmente travagliato”. “Correlativamente all’assunzione di responsabilità da parte del clero autoctono ella crescita dei laici in America Latina e Africa – è la proposta della Chiesa italiana – i ‘fidei donum’ potrebbero essere orientati proprio al grande continente dove è sorto il cristianesimo”. In Asia, ammettono i vescovi, “vi sono certo ostacoli linguistici e culturali e occorre essere bene attrezzati per un fecondo confronto con le grandi religioni asiatiche”, ma tale orizzonte “non può essere trascurato”. Anche il contatto con le comunità asiatiche, secondo la Cei, “creerà osmosi preziose”. DAL SUD DEL MONDO LE MISSIONARIE E IL SACERDOTE DEL XVII PREMIO “CUORE AMICO” Operano in America latina e in Africa le due suore Dorotee , la missionaria laica e il sacerdote del Pime (Pontificio Istituto opere missionarie) ai quali è stato assegnato il premio “Cuore Amico” giunto quest’anno alla XVII edizione. Giuliana e Gianpaola Gorno, sorelle, assistono i giovani della comunità di Nuestra Señora de Itatí; la laica Erica Tellaroli si dedica ai malati delle Ande peruviane; padre Danilo Fenaroli ha fondato a Mouda, in Camerun, un centro di accoglienza e riabilitazione per disabili fisici e psichici. Dice suor Giuliana: “La povertà nelle sue diverse espressioni è la sfida che ci spinge. (...) Abbiamo sognato tanto, nonostante il peso della quotidianità si sia fatto sentire”; lei è in Argentina dal 1991 e la sorella Gianpaola – anche parroco della comunità – dal 1964. Tante le iniziative al loro attivo: oltre all’assistenza sociale e spirituale dei più poveri tra i 15.000 abitanti della comunità, è stata avviata una scuola di taglio e cucito che ha a sua volta dato vita a una cooperativa; per i più giovani è stato organizzato un corso di informatica. I prossimi obiettivi sono un centro giovanile e l’ampliamento della chiesa ormai troppo piccola rispetto al numero dei fedeli. Per poter assegnare il premio a Erica Tellaroli, la giuria ha fatto un’eccezione rispetto alla regola che impone almeno 20 anni di missione alle spalle e lei in Perù c’è da “appena” 13: “Sono arrivata a Pomallucay che avevo 25 anni - dice- ed ero totalmente impreparata alla cura di malati terminali e psichici”. Il lavoro e la costanza di Erica però hanno portato alla costruzione di una casa di accoglienza e lei conserva intatto l’entusiasmo degli esordi nonostante le difficoltà non manchino: “In realtà, la ‘poesia’ dei poveri ti passa alla svelta: i poveri esigono, non pensano mai che tu sei stanca, chiedono, molto spesso ti chiamano ricca. Certo, poi c’è chi ti ama, chi ti chiama mamma, ma se fosse per i ‘risultati’ io sarei venuta via dopo due anni. Se fai una scelta così, devi accettare che ti prendano la vita, che te la stritolino, che te la sbriciolino e buttino via le briciole. Eppure la quiete che ne deriva è grandissima”. Di malati psichici e disabili fisici si occupa anche padre Danilo Fenaroli: “Ho visto tante persone incatenate perché i familiari temevano la loro aggressività; ho visto persone abbandonate a causa della follia e bambini condannati a morire perché creduti preda del demonio. Ho pensato che bisognasse fare qualcosa per loro”. Grazie al suo contributo e alle sue idee è nata una struttura che oggi accoglie una trentina di bambina con handicap mentale, una quarantina di orfani, 10 sordomuti e altri disabili adulti. Anche per padre Danilo, entusiasmo e voglia sono rimasti intatti: “C’è ancora molto lavoro da fare, molte cose nuove da inventare”. Il premio viene assegnato ogni anno dall’omonima associazione fondata da don Mario Pasini; quest’anno la cerimonia di consegna si svolge domattina a Brescia. A VERONA, I TRADIZIONALISTI FANNO LA VOCE GROSSA. MA IL VESCOVO LI METTE IN RIGA VERONA-ADISTA Era una delle (molte) preoccupazioni espresse da vescovi e uomini di Chiesa alla vigilia della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum: quella che, dando la possibilità a un gruppo di fedeli di chiedere e ottenere una messa con il rito pre-conciliare nella propria parrocchia, senza passare dal vescovo, l’autorità di quest’ultimo risultasse indebolita e la comunione dei fedeli danneggiata. E che non si trattasse di timori vani lo testimonia quanto accaduto nelle ultime settimane a Verona. Tutto comincia ai primi di agosto, quando, sul settimanale diocesano Verona fedele, due influenti preti della diocesi, p. Antonio Contri, docente presso la Facoltà Teologica del Triveneto, e p. Rino Breoni, abate della cattedrale di San Zeno, pubblicano due riflessioni sul recente provvedimento di Benedetto XVI: si tratta di due testi ampi, che pur accogliendo la ‘liberalizzazione’ voluta da Ratzinger, ne mettono in evidenza i limiti, i rischi, le zone d’ombra. P. Breoni, ad esempio, di fronte a chi gli chiede di celebrare la messa col rito antico, dice di sentirsi un po’ come un "distributore di riti sacri" e teme che la richiesta possa essere una "provocazione" o sia mossa esclusivamente da una motivazione "estetica". P. Contri, invece, avanza il dubbio che il ritorno al più limitato panorama di letture bibliche previsto dal Messale tridentino, "equivalga a mettere in soffitta la Scritture, privando i fedeli della ricchezza dell’Antico Testamento" e che si escluda "la dimensione conviviale dell’Eu-caristia, per accogliere solo quella sacrificale". I due articoli finiscono subito nel mirino dell’associazione tradizionalista Una Voce Venetia, che in una lettera inviata al papa, al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Joseph Levada, al presidente della Pontifica commissione Ecclesia Dei, card. Darío Castrillón Hoyos, alla Congregazione per il clero e al vescovo di Verona mons. Giuseppe Zenti, chiedono per i due preti "la punizione a norma dei Sacri Canoni": provvedimenti che vanno dalla rimozione dall’incarico alla sospensione dall’insegnamento, fino alla riduzione allo stato laicale. "Siamo indignati", scrive il presidente della sezione veronese di Una Voce, Maurilio Cavedini, "per il fatto che il vescovo Giuseppe Zenti abbia permesso la pubblicazione sul settimanale diocesano di due articoli contrari alle disposizioni del Pontefice che autorizzano a celebrare la messa in rito romano antico". Un attacco violentissimo e pubblico, tanto da costringere mons. Zenti a prendere carta e penna per difendere i suoi preti. In un articolo pubblicato in prima pagina sul numero di Verona fedele datato 26 agosto (dal titolo: "Nessuno sfregi i miei preti"), il vescovo risponde punto per punto dalle accuse dei tradizionalisti: "Non ho trovato nulla di sconveniente e di men che rispettoso" nei due articoli, scrive, "li ritengo inattaccabili". Zenti ribadisce poi la piena legittimità dei due articoli, in cui - scrive - non c’è "nessuna squalifica del Motu Proprio" ma la messa in guardia "da latenti deviazioni" e "possibili manipolazioni": "Cosa più che mai lecita nel libero dibattito democratico civile". "Pertanto", continua, chiedere delle sanzioni "è scorretto e offensivo" nei confronti del vescovo, "al quale soltanto compete il discernimento sull’operato dei suoi presbiteri, e a nessun altro". Mons. Zenti, che sente gravemente messa in discussione la propria autorità, ricorda ai tradizionalisti che "quando non si è in piena comunione con il vescovo diocesano, a sua volta certamente in comunione con il Papa, di fatto non si è in piena comunione neppure con il Papa": una minaccia, neanche troppo velata, di esclusione dei ‘tridentini’ dalla comunità ecclesiale. La presa di posizione, quella di Zenti (che nel 2006 – quando era ancora vescovo di Vittorio Veneto scrisse una lettera a Romano Prodi chiedendogli, come concreto intervento in difesa della famiglia, di "eliminare la precarietà occupazionale che la cosiddetta ‘Legge Biagi' ha introdotto nel mercato del lavoro", v. Adista nn. 63 e 67/06) mostra la volontà di non ‘silenziare’ il dibattito sul Motu proprio del papa e forse anche la volontà di "aggiustare" una linea editoriale – quella di Verona fedele – caratterizzatasi, sotto la lunga direzione di don Bruno Fasani, per una forte impronta conservatrice. Ma i tradizionalisti, per nulla intimoriti di fronte all’"intervento scandaloso del vescovo", hanno reagito duramente: "Siamo indignati e a questo punto ci toccherà denunciare a Roma anche monsignor Zenti", ha detto a L’Arena di Verona Nicola Cavedini, altro esponente di Una Voce. I tradizionalisti sanno infatti di avere le spalle ben coperte in Vaticano. Una Voce Verona ha ripubblicato di recente il "Messale festivo tradizionale", "il primo Messale per la messa di san Pio V pubblicato da una casa editrice cattolica in edizione totalmente nuova dalla riforma liturgica a oggi": prefatore della nuova edizione, e ospite d’onore alla presentazione del libro, proprio il card. Hoyos, presidente della Commissione Ecclesia Dei. Il sacerdote francescano Louis Vitale, 75 anni, e il gesuita Steve Kelly di 58 sono stati condannati a cinque mesi di detenzione in un carcere federale per aver tentato di consegnare una lettera contro l’insegnamento di tecniche di tortura al generale Barbara Fast, comandante di Fort Huachuca, in Arizona, dove ha sede un centro dei servizi segreti americani in cui si insegnano "metodi" per far parlare i prigionieri. Secondo Bill Quigley, difensore dei due sacerdoti e docente di diritti umani alla ‘Loyola University’ di New Orleans - che lo ha detto a "Truthout", una fonte di stampa alternativa - la Fast è stata in passato la responsabile di tutte le operazioni di intelligence in Iraq quando venivano torturati i prigionieri di Abu Ghreib. Uscivano a quanto pare dalla stessa struttura i “manuali di tortura” distribuiti ai diplomati latino-americani della “School of Americas” dell’esercito, a Fort Benning nello Stato della Georgia, frequentata da dittatori e militari dell’America Latina (tra cui il generale in pensione Otto Pérez Molina, favorito nelle presidenziali in Guatenala il 4 novembre prossimo). Ufficialmente, Vitale e Kelly sono stati condannati perché colpevoli di “trespassing” (violazione di proprietà) e di resistenza agli ordini di un ufficiale; inutili sono stati i tentativi di spiegare la loro iniziativa sulla base delle centinaia di notizie concernenti l’utilizzo della tortura da parte di militari americani dall’Iraq all’Afghanistan, al campo di concentramento di Guantanamo ai cui cancelli il gesuita si era in passato recato a protestare con il gruppo “Catholic Worker”. Tra i motivi dell’iniziativa di Kelly e Vitale c’è anche il caso di Alyssa Peterson, una giovane soldatessa dell’Arizona suicidatasi il 15 settembre 2003 presso la base aeronautica statunitense in Iraq, a Tal Afar, dopo aver partecipato (ed essersi poi rifiutata di continuare a farlo) a interrogatori di prigionieri; la Peterson, che aveva studiato arabo, era stata anche addestrata a Fort Huachuca.(AB/MB) [CO] LA LETTERA DEL CARDINALE ANTONELLI "Fango sul vescovo Maniago, stringetevi intorno a lui" L'arcivescovo di Firenze ha inviato una missiva ai sacerdoti della diocesi. "Una dolorosa prova si è abbattuta su tutti noi sulla base di una testimonianza del tutto inattendibile e inverosimile - scrive il cardinale - per me è impossibile pensare che il vescovo Claudio sia responsabile di quello di cui è accusato"
Firenze, 22 settembre - "Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa fiorentina, una dolorosa prova si è abbattuta su tutti noi per la campagna scandalistica di stampa, scatenata contro il vescovo ausiliare monsignor Claudio Maniago sulla base di una testimonianza non solo sospetta e non controllata con alcuna verifica, ma del tutto inattendibile e inverosimile". Inizia così la lettera che il cardinale Ennio Antonelli (nella foto), arcivescovo di Firenze, ha inviato stamattina ai sacerdoti della diocesi, invitando i parroci a curarne la diffusione nei modi che riterranno più opportuni presso i fedeli, a partire dalla lettura nella messa domenicale di domenica. "Per me poi è semplicemente impossibile pensare che il mio primo collaboratore, ben conosciuto da oltre sei anni e grandemente apprezzato, si sia reso responsabile di un comportamento come quello di cui è stato accusato. Vi invito tutti a stringervi intorno a lui, per fargli sentire che la stima, di cui finora lo avete circondato, rimane inalterata, mentre si accresce l'affetto a motivo della sofferenza che ingiustamente gli è stata procurata", prosegue il cardinale Antonelli nella lettera scritta a proposito della vicenda giudiziaria che vedrebbe coinvolto il vescovo Maniago circa presunti festini gay. "Il fango gettato contro la persona del vescovo Claudio imbratta anche l'immagine pubblica della Chiesa fiorentina e della Chiesa Cattolica nel suo insieme; semina sospetto e sfiducia; mira a compromettere la credibilità. Carissimi fratelli e sorelle, non lasciate che la vostra sofferenza diventi smarrimento. Reagite; siate fieri di appartenere alla Chiesa e manifestate la vostra fierezza! L'opinione pubblica - scrive Antonelli - si accorga che siamo feriti, ma non scoraggiati o intimiditi. Sia questa per noi l'occasione di confermare la nostra scelta di fede e di impegnarci a una maggiore coerenza di vita. Il volto della Chiesa fiorentina diventi più luminoso per la nostra testimonianza cristiana". "Vi raccomando in particolare di pregare spesso per la santificazione dei sacerdoti e per le nuove vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata - confida il cardinale Antonelli rivolgendosi ai fedeli - senza omettere di ringraziare Dio per i tanti ottimi sacerdoti che ha dato finora alla nostra Chiesa. Vi esorto a invocare misericordia e conversione per chi non ha rispetto delle persone e non si cura della verità. Sebbene sia collegato solo marginalmente all'attuale scandalo che riguarda il vescovo Claudio, vorrei anche che non si dimenticasse - conclude l'arcivescovo di Firenze - la vicenda di don Lelio Cantini e si pregasse per il suo pieno ricupero spirituale e soprattutto per le vittime dei suoi abusi. Concludo dicendovi ancora: abbiate fiducia! Grazia a voi e pace dal Signore Gesù Cristo che ha comandato ai venti e al mare in tempesta e che non abbandona mai la barca della sua Chiesa". SACERDOTI VICENTINI RESPINGONO ONORIFICENZE VICENZA-ADISTA. “A quanti sono assetati di carriera e di onori proveremmo grave imbarazzo a predicare l’umiltà se anche noi come Chiesa dessimo la sottile impressione di aver ceduto alla stessa mentalità”. L’umiltà è uno dei motivi per cui alcuni presbiteri della Chiesa vicentina hanno rinunciato alla pioggia di nomine di neo monsignori (ben l7) che il vescovo, Pietro Nonis, ha dispensato loro come dono di fine anno.Sia pure “senza indebite enfatizzazioni” e “nel pieno rispetto di chi pensa e agisce diversamente”, in una lettera a mons. Nonis, in cui chiedono l’abolizione della prassi delle onorificenze ecclesiastiche, hanno espresso tutto il loro “disagio” di fronte al contrasto tra questa scelta del “premio” e “alcuni basilari riferimenti biblici, ecclesiologici e di relazione all’interno della comunità cristiana”. “Ci sembra - hanno ricordato al vescovo - che il Cristo desideri da noi il senso dei nostri limiti e la consapevolezza di non fare alcunché di eccezionale compiendo i doveri richiestici”. E che “almeno nella comunità/Chiesa dovremmo creare un clima in cui ogni fratello, laico o presbitero, venga accolto per quello che è e per quello che può dare, senza discriminazioni e senza classifiche di meriti”. “A una Chiesa che si definisce ‘tutta ministeriale’ - hanno spiegato nella lettera - non giova mantenere in auge premi e promozioni, precedenze e onori che danno lustro alle persone piuttosto che mettere nelle condizioni di ‘servire di più’ e di promuovere i diversi carismi nel Popolo di Dio”. Il primo a rinunciare alla nomina è stato il parroco di Trissino, don Bruno Marangon, subito seguito da alcuni insegnanti di teologia del Seminario diocesano: don Diego Baldan, don Luciano Bordignon e don Adriano Tessarollo, delegato vescovile per la formazione permanente del clero, il direttore del settimanale diocesano La voce dei Berici, don Lucio Mozzo, e l’assistente diocesano dell’Azione cattolica, don Antonio Doppio. A loro si sono uniti una trentina di sacerdoti vicentini, ma la lista - si avverte nel post scriptum - poteva essere raddoppiata se ci fosse stato il tempo di interpellarne altri. Hanno sottoscritto la lettera perché condividevano i motivi della rinuncia e soprattutto per chiedere al vescovo di abolire la prassi delle onorificenze ecclesiastiche. [Ecco, per l’ottobre missionario che si avvia a conclusione, alcuni vividi passaggi di un’e-mail di monsignor Giuseppe Franzelli, bresciano, in Africa da circa 20 anni, oggi vescovo di Lyra.] MARTEDI’ 16 OTTOBRE - Sono passati circa due mesi dall’inizio delle inondazioni, che hanno interessato in misura ancora maggiore la regione confinante dei Teso. In queste settimane i giornali e le radio parlano continuamente dei soccorsi di emergenza destinati agli alluvionati e distribuiti fra i Teso. Qui da noi, non è ancora arrivato niente. La mia gente si sente tradita, dimenticata dalle autorità. Ho promesso loro che avrei tentato di fare qualcosa, intervenendo presso le autorità politiche ed amministrative… Spero che serva. Ho ancora negli occhi la cappella di Okwongo: la parete di fondo è crollata al suolo. Ora l’altare e la croce hanno per sfondo i campi inondati, senza speranza di raccolto. Stessa scena ad Ikwee, ma stavolta in una casa. Tre pareti hanno retto miracolosamente, mentre la quarta ha ceduto alla violenza della pioggia e del vento. E’ come se le famiglie e le comunità cristiane non ce la facessero a sostenere da sole tutto il peso della tragedia. Occorre che qualcuno, dal di fuori, intervenga a dare loro una mano, colmando il vuoto e le necessità superiori alle forze locali…. Ma a questo punto la batteria del computer è ormai scarica. Devo interrompere. Stanotte, posso solo affidare al Signore nella preghiera tutta la gente che ho visto e quelli, più numerosi, che non sono riuscito ad incontrare. Li raggiunga e protegga la misericordia e l’amore del Padre. QUALCHE GIORNO DOPO - Sono tornato a casa con lunghi elenchi di persone e famiglie colpite, terreni sommersi, raccolti distrutti, ponti rovinati, strade impraticabili…Sulla via del ritorno, lungo gli 80 chilometri di strada, ho visto l’unica scavatrice inviata dalle autorità per riparare e rendere praticabili i numerosi punti critici che impediscono ai mezzi di trasporto di far giungere i soccorsi alla gente. Mi sono anche indignato nel sentire che, dopo un solo giorno di lavoro, la scavatrice è rimasta inutilizzata per mancanza di carburante; e sono già tre giorni che gli incaricati non si sono più fatti vedere! Mi sono attaccato al telefono e ho parlato a lungo e in maniera non certo diplomatica con tre ministri, il capo del Distretto e l’incaricato del Programma Mondiale Alimentare delle Nazioni Unite. Mi hanno assicurato l’arrivo di tre grossi rimorchi per il trasporto del cibo e, da domani, l’intervento di aerei Antonov, per lanciare i primi soccorsi alla popolazione. Staremo a vedere. Spero che il governo e le organizzazioni internazionali intervengano senza ulteriori ritardi. Da parte nostra, come Chiesa, stiamo rimboccandoci le maniche, chiedendo l’aiuto di chiunque possa dare una mano. C’è bisogno di comperare e distribuire farina, fagioli, sale, olio per cucinare, come pure di provvedere alle famiglie delle taniche, bacinelle, sapone, pentole, piatti e bicchieri di plastica, coperte, ecc. Bisognerà poi essere pronti con l'acquisto di sementi per rimpiazzare i raccolti andati persi. “Tutte le Chiese per tutto il mondo!…” Se siete in grado di darci una mano, fatelo quanto prima. Qualsiasi aiuto è prezioso. Non preoccupatevi di arrivare in ritardo. Purtroppo i danni ed i bisogni della gente rimarranno attuali ancora per parecchio tempo dopo l’emergenza, quando si tratterà di ricominciare ancora una volta da capo. Anche a nome della mia gente, ringrazio fin d’ora di cuore chi vorrà rispondere a questo appello.Scrivo da Aliwang, l’ultima parrocchia della diocesi, ai confini col Karamoja. Sono stato in giro tutto il giorno, per visitare alcune zone e soprattutto la mia gente colpita dalle recenti inondazioni. E’ sera tardi. I due sacerdoti della missione si sono già coricati. Io preferisco cominciare a scrivervi, sperando che la batteria del computer (qui non c’è luce elettrica) non mi tradisca troppo presto. Tra cinque giorni si celebra la Giornata Missionaria Mondiale, un momento ideale per condividere con voi almeno in parte la realtà della missione che sto vivendo in Uganda. Quest’anno il tema della giornata è: “Tutte le Chiese per tutto il mondo!” Immagino che molti tra voi siano al corrente della tragedia delle inondazioni che hanno colpito l'Uganda del Nord e dell'Est. Purtroppo, questa calamità naturale è caduta su una popolazione che, come sapete, è sopravvissuta a 21 anni di guerriglia, in gran parte passati in campi per sfollati in condizioni disumane, con la morte di migliaia di civili, specialmente donne e bambini. Finalmente, in questi ultimi mesi, le trattative di pace in corso a Juba in Sudan, hanno aperto uno spiraglio di speranza. Molti hanno quindi lasciato i campi per sfollati e si sono avventurati a tornare verso i loro villaggi di origine. Si sono messi a ricostruire le loro capanne, a disboscare e coltivare i campi, sperando in un buon raccolto che dia loro la possibilità di ricominciare a vivere una vita normale. E' su questa gente che invece si è abbattuta la furia di continue piogge torrenziali che hanno allagato capanne, scuole, cappelle, dispensari, spazzato ponti e sommerso strade e campi, danneggiando irreparabilmente ciò che era stato seminato e compromettendo ogni possibilità di raccolto. Granoturco, cassava, fagioli, sesamo e patate dolci sono i prodotti colpiti più duramente. Ciò significa che probabilmente fra pochi mesi dovremo affrontare il problema della fame. L'acqua ha riempito e fatto traboccare anche le latrine tradizionali, inquinando pozzi e creando un serio problema igienico e sanitario. Con tanta acqua dappertutto, il tasso di malaria è cresciuto in modo impressionante. Bambini, donne incinte, anziani ed ammalati sono particolarmente a rischio. Per quanto riguarda la mia diocesi, questa è la situazione di circa 80.000 persone, sparse in 17 delle 19 "sub counties" del distretto di Lira, nella parte nord est del Lango. Oggi dunque ho cercato di raggiungere la mia gente. Per strade impossibili e col rischio di restare bloccato, sono stato ad Okwongo, Orum, Ikwee ed Olilim, nella parrocchia di Aliwang. Dappertutto, oltre ai danni che ho già descritto, la cosa che mi ha colpito di più è l’atteggiamento delle persone. Dignitosi nella loro povertà, tengono duro, a denti stretti. Ma c’è una cosa che li amareggia e mi ha profondamente addolorato. Si sentono abbandonati. (...leggi tutto) Primo Incontro mondiale di sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose zingari Il tema: “Con Cristo al servizio del popolo zingaro” CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 21 settembre 2007 (ZENIT.org).- Gli zingari consacrati, la loro vocazione e missione fra i fratelli di etnia. È l’argomento generale che sarà dibattito nel I° Incontro mondiale di sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose zingari sul tema “Con Cristo al servizio del popolo zingaro”, a Roma, dal 22 al 25 settembre 2007. Promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, l'incontro è nata per impulso degli Orientamenti per una Pastorale degli zingari, pubblicato dal Dicastero vaticano l’8 dicembre 2005. Oltre 40 sacerdoti, diaconi, religiose e religiosi di origine zingara si impegneranno, quindi, in una verifica spirituale della propria vocazione e missione nella Chiesa, al fine di renderle più operose, in comunione di carismi e in spirito di carità. Secondo quanto si legge in una nota del Pontificio Consiglio, l'incontro “propone, tra l’altro, la preparazione degli zingari stessi ai compiti pastorali in mezzo al loro popolo e sollecita una pastorale vocazionale per facilitare un’autentica implantatio ecclesiae in tale ambiente”. Sarà presentata loro la dimensione spirituale e liturgica degli Orientamenti, mentre verranno illustrate – sempre alla luce del documento – le sfide per l’evangelizzazione e la promozione umana degli zingari. Per questa occasione si celebrerà anche il 10° anniversario della beatificazione di Ceferino Giménez Malla, il primo singaro elevato alla gloria degli altari (4 maggio 1997). I lavori dell’Incontro saranno introdotti dall’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio, e da monsignor Novatus Rugambwa, recentemente nominato Sotto-Segretario dello stesso Dicastero. Domenica pomeriggio i partecipanti si recheranno in pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore, dove nella piccola “chiesa” dedicata al Beato Ceferino Giménez Malla, reciteranno il Rosario in onore della Madonna e in omaggio al Beato martire del Rosario. Gli zingari sono circa 36 milioni sparsi ovunque, in Europa, nelle Americhe e in alcuni Paesi dell’Asia. Si ritiene che 18 milioni di essi vivano in India, terra originaria di tale popolazione. Per quanto riguarda il continente europeo, le stime ufficiali del Consiglio d’Europa danno un numero che oscilla tra i 9 e 12 milioni, con rilevante concentrazione nell’Est europeo. Anche negli Stati Uniti vive quasi un milione di zingari. Questa popolazione è costituita da vari gruppi ed etnie, tra i quali i più conosciuti sono i seguenti: Rom, Sinti, Manousche, Kalé, Yéniches e Xoraxané. Si stima che i consacrati zingari siano un centinaio. Un ragguardevole numero ne conta l’India – una ventina di sacerdoti –, a cui seguono l’Ungheria, con una decina di presbiteri e consacrati, la Slovacchia, la Spagna, la Romania e l’Ialia. La Francia è, finora, l’unico Paese in cui il Direttore nazionale della Pastorale per gli zingari è un loro presbitero, coadiuvato da un altro sacerdote, 3 diaconi permanenti, 2 suore e una laica consacrata, tutti zingari. “Incensurati e insospettabili: un imprenditore, un commerciante e un impiegato. Uno di loro è sposato e ha figli, gli altri due sono celibi”. Commentando l’arresto da parte della polizia postale di tre indagati per detenzione di materiale pedo-pornografico, don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente dell’associazione Meter, attiva nella lotta agli abusi sui minori, afferma: "Ciò dimostra come questo fenomeno sia totalmente trasversale. Durante la perquisizione compiuta dalla polizia postale in locali in loro uso sono stati sequestrati migliaia di filmini che riproducevano abusi sessuali su bambini di età di 5-6 anni". L’inchiesta, che finora ha coinvolto in tutta Italia 51 persone, è partita da una segnalazione di Meter. Don Fortunato definisce il comportamento degli arrestati “non solo penalmente, ma anche moralmente grave e inaccettabile” perché “alimenta il mercato dei bambini e la pedocriminalità”. E intanto, domani ad Agrigento, il fondatore di Meter riceverà il Premio Teleacras-Punto fermo 2007, sezione volontariato sociale, “per l’importante attività svolta a tutela dell’infanzia, contro la pedofilia e le forme di abuso in Sicilia, in Italia e all’estero”.
IL POPOLO DI DIO SI STRINGE ATTORNO A DOM CAPPIO, IL VESCOVO IN SCIOPERO DELLA FAME SOBRADINHO-ADISTA. "Non finirà bene", commenta il coordinatore della Commissione pastorale della terra Roberto Malvezzi a proposito dello sciopero della fame intrapreso il 27 novembre da dom Luiz Cappio contro il progetto di deviazione delle acque del fiume São Francisco (v. Adista n. 87 e 90/07). Di certo, trascorse due settimane e mezzo dall’inizio della protesta, la soluzione del caso appare ancora lontana. E ciò malgrado la decisione del Tribunale regionale federale di sospendere i lavori, accogliendo una richiesta del pubblico ministero che indicava alcune irregolarità nell'approvazione del progetto da parte del Consiglio nazionale delle risorse idriche: una decisione importante in quanto, tra le irregolarità contestate, vi sarebbe proprio quella relativa all’uso dell’acqua per fini economici in violazione del Piano sulle risorse idriche (secondo gli studi di impatto ambientale, infatti, il progetto destinerebbe il 70% delle acque all’irrigazione, il 26% all’uso industriale e solo il 4% alla popolazione rurale). Tuttavia, malgrado la sentenza del tribunale, l’esercito, inviato il 4 giugno a Cabrobó per l’avvio dei lavori, non solo non ha abbandonato l’area, ma, secondo gli abitanti della regione, avrebbe addirittura intensificato la sua presenza. E il presidente Lula, incontrando il presidente della Conferenza episcopale brasiliana (Cnbb) dom Geraldo Lyrio Rocha, che era venuto a esprimergli "la preoccupazione della Cnbb per la vita di dom Cappio", ha ribadito chiaramente l’intenzione del governo di realizzare il progetto di deviazione del corso del fiume a qualunque costo. E con altrettanta chiarezza – ma con ben altro coraggio – dom Cappio ha riaffermato la decisione di "portare avanti il digiuno e la preghiera fino a quando non venga ritirato l’esercito e non venga revocato il progetto". E quanto coraggio richieda una tale decisione, si può capirlo meglio andando a rileggere il passo di un’intervista rilasciata da dom Luiz dopo il suo primo sciopero della fame nel 2005 (durato 11 giorni), ora riproposto in un articolo pubblicato sulla Folha de São Paulo: "È un’aggressione tremenda – affermava – in quanto fa parte dell’istinto umano la conservazione della vita. Solo con una convinzione spirituale molto forte possiamo vincere l’istinto. I primi quattro giorni sono insopportabili e molto dolorosi perché l’organismo attende l’alimento dall’esterno. In seguito, l’organismo è psicologicamente preparato perché sa che non riceverà nulla e inizia ad autoconsumarsi. Allora non si sente più tanto la necessità di mangiare, ma si percepisce una debolezza sempre maggiore. Inizia a mancare la memoria e appaiono difficoltà di movimento". Ma il governo, secondo Roberto Malvezzi, avrebbe pensato proprio a tutto: "All’ora x, quando avrà perso conoscenza, lo Stato, in nome della difesa della vita, lo sequestrerà e lo porterà all’ospedale. Finora, l’unica risposta del governo è stata un’ambulanza". Nemico della democrazia? In realtà, finora, il governo ha risposto anche con gli insulti. Il più duro è stato il ministro dell’Integrazione Geddel Lima, che ha definito dom Cappio radicale e fondamentalista, accusandolo di voler imporre "una volontà individuale sulla decisione di un governo legittimamente costituito": "Cappio – ha affermato – prende a prestito l’aura simbolica della sua condizione religiosa per metterla a servizio di una militanza politica basata sul fondamentalismo che intende come risposta solo la resa incondizionata. I fondamentalismi (…) sono il nemico pubblico numero uno della democrazia". Gli ha risposto il vescovo: "Che democrazia è questa che vede i pochi prevalere sulla maggioranza, manipolando la sete; che si impone in maniera dittatoriale, senza considerare critiche e alternative; che usa l’esercito, obbligando i soldati a lavori che non gli competono, intimidendo i movimenti sociali?". Eppure, non si stanca di ricordare il vescovo, le alternative ci sono: concrete, efficaci, praticabili ed economiche. "Il nostro progetto – prosegue – è molto più grande. Vogliamo acqua per 44 milioni, non per 12. Per 9 Stati, non per 4. Per 1.356 municipi, non per 397. Il tutto alla metà del prezzo". Il nuovo Francesco Ma è una straordinaria corrente di solidarietà quella che giunge incessantemente nella cappella di Vila São Francisco, nel municipio di Sobradinho, dove dom Cappio porta avanti il suo sciopero della fame (che egli preferisce chiamare "digiuno e preghiera permanenti"), là dove il fiume presenta appena il 14% del suo normale volume d’acqua. Erano in seimila a Sobradinho, il 9 novembre, tra rappresentanti di comunità tradizionali, militanti di organizzazioni sociali, esponenti della Chiesa e rappresentanti dei partiti politici, a sostenere, con un atto ecumenico, la protesta del vescovo contro il progetto di deviazione del corso del fiume. Se manca l’unanimità nella Chiesa brasiliana tanto rispetto al controverso progetto governativo quanto allo strumento usato dal vescovo (l’arcivescovo di Paraíba dom Aldo Pagotto, per esempio, sostiene con vigore il progetto e condanna con forza il ricorso da parte del vescovo allo sciopero della fame), sono innumerevoli le prese di posizione a favore di dom Cappio da parte di vescovi, preti, religiosi e religiose e semplici fedeli. Il Consiglio episcopale di pastorale (Consep) della Conferenza episcopale brasiliana, integrato dalla presidenza della Cnbb e da altri dieci vescovi presidenti di commissioni, in una Nota del 12 dicembre invita "comunità cristiane e persone di buona volontà a unirsi in digiuno e preghiera a dom Cappio, per la sua vita, la sua salute e in solidarietà con la causa da lui difesa". "Un governo democratico – sostiene il Consep – ha la responsabilità di interpretare le aspirazioni della società civile, in vista del bene comune, di offrire ai cittadini la possibilità effettiva di partecipare alle decisioni, di accettare e rispettare le decisioni giudiziarie, in un clima pacifico". A favore dell’atteggiamento "coraggioso e fermo" del vescovo contro il progetto governativo, si schiera, in una lettera a Lula, anche il Regionale Nord 2 della Cnbb (che riunisce i vescovi del Pará e dell’Amapá). "Attraverso la sua testimonianza, egli esprime fedeltà e impegno con i più poveri" e, "come il profeta Ezechiele, non teme di profetizzare ad ossa secche". E solidarietà al vescovo è stata espressa da dom Roque Paloschi, vescovo di Roraima ("Sei seguace di Cristo – gli scrive – sulle orme di San Francesco d’Assisi, che ci ha insegnato con tanta maestria a prenderci cura dell’opera di Dio e di tutte le sue creature. Dio sia lodato per la tua testimonianza di fedeltà alla missione di dare la vita per il gregge"); da p. José Januário, che si è recato in visita dal vescovo in rappresentanza dell’arcidiocesi di Belo Horizonte ("Ho incontrato ‘Francesco’ ai margini del fiume São Francisco, in sciopero della fame. Dom Luiz aveva la serenità e il vigore di un profeta"); dal carmelitano e biblista n Carlos Mesters ("C’è gente – gli scrive in una lettera – che va dicendo che il tuo digiuno non ha nulla a che vedere con la pastorale della Chiesa. Non ascoltarli, dom Luiz! Ci sarà sempre chi dice che il profeta ha torto. Hanno detto lo stesso di Gesù"); da Leonardo Boff, autore di un manifesto di appoggio a dom Cappio (a cui si può aderire scrivendo a: robertomalvezzi@oi.com.br) che prende duramente posizione contro il faraonico, arbitrario, autoritario progetto governativo ed esprime pieno sostegno al vescovo, "al suo gesto profetico, degno dei discepoli di Gesù": "L’alternativa del presidente Lula (‘tra i poveri e il vescovo sto dalla parte dei poveri’) è falsa. La vera alternativa è: tra i poveri e quanti lucrano sull’acqua noi stiamo dalla parte dei poveri". (claudia fanti)
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