|
Preticattolici.it |
Lectio divina proposta dalla comunità
La lectio divina ha conosciuto nel dopo-Concilio una meravigliosa riscoperta grazie a maestri come il Card Martini, E. Bianchi, Masini, I. Gargano, e tanti altri. La svolta storica conciliare del superamento delle antiche remore di fronte al testo sacro ha riaperto ai credenti le sorgenti della spiritualità biblica che già avevano illuminato i primi secoli del cammino della Chiesa. I religiosi, i presbiteri e i laici, alla scuola dei ss. Padri e Monaci hanno ripreso a nutrirsi personalmente della parola di Dio e a farne il luogo privilegiato dell’ascolto e del dialogo con Dio superando lo sterile e stagnante devozionalismo dei secoli passati. È tanta la ricchezza e profondità di questo filone spirituale che abbiamo pensato di dedicargli una pagina del nostro sito.
SOMMARIO :
“Qualunque cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà” (Gv 16,23)
LECTIO DIVINA DEL PAPA AI SEMINARISTI DI ROMA
DALLA PAROLA DI DIO AL DIO DELLA PAROLA (.DOC)
SOLENNITA' DELLA SANTA MADRE DI DIO MARIA
NATALE DEL SIGNORE (.doc)
IL TEMPO DELL'AVVENTO (.doc)
RIFLESSIONI SULLA FESTA DI CRISTO RE (.doc)
La Lectio Divina: fondamenti e prassi
PENSIERI E AFFETTI SULLA PASSIONE DEL SIGNORE (.doc)
Lectio divina e liturgia della parola (Card.Carlo M.Martini)
La preghiera personale del presbitero (Ritiro ai sacerdoti di Milano ad Avila)
LECTIO DIVINA su Lc 18,1-8 a CURA DE PP: CARMELITANI ( dal sito www. lachiesa)
“Qualunque cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà” (Gv 16,23) P.d.V. Marzo 2009
Il più assurdo spettacolo, che puoi osservare in questo mondo, è da una parte la presenza di uomini sbandati, sempre alla ricerca, che, nelle inevitabili prove della vita, sentono l’angoscia del bisogno, dell’aiuto e il senso dell’orfanezza e, dall’altra, la realtà di Dio, Padre di tutti, che nulla desidera tanto quanto usare della sua onnipotenza per esaudire i desideri e le necessità dei suoi figli. E’ come un vuoto che chiama un pieno. E’ come un pieno che chiama un vuoto. Ma non s’incontrano. La libertà di cui l’uomo è dotato può fare anche questo danno. Ma Dio non cessa di essere Amore per coloro che Lo riconoscono. Senti cosa dice Gesù: “Qualunque cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà” Ed eccoti a considerare una di quelle parole ricche di promesse che ogni tanto nel Vangelo Gesù ripete. Con esse ti insegna, con accenti e spiegazioni varie, come ottenere ciò di cui abbisogni. (…) Solo Dio può parlare così. Le sue possibilità sono senza limiti. Tutte le grazie sono in suo potere: quelle terrene, quelle spirituali, quelle possibili e quelle impossibili. Ma ascolta bene. Egli ti suggerisce “come” devi presentarti al Padre per la tua richiesta. “Nel mio nome” dice. Se hai un po’ di fede queste tre brevi parole dovrebbero metterti le ali. Vedi, Gesù che è vissuto qui fra noi sa gli infiniti bisogni che abbiamo e che hai ed ha pena di noi. E allora, per quanto concerne la preghiera, s’è messo lui di mezzo ed è come ti dicesse: “Va’ dal Padre a nome mio e chiedigli questo e poi questo e poi questo”. Egli sa che il Padre non può dirgli di no. E’ suo figlio ed è Dio. Non vai in nome tuo dal Padre, ma in nome di Cristo. Ricordi il proverbio: “Ambasciator non porta pena”? Tu, andando al Padre in nome di Cristo, fungi da semplice ambasciatore. Gli affari si sbrigano fra i due interessati. Così pregano moltissimi cristiani che potrebbero testimoniarti le grazie senza numero ricevute. Esse rivelano quotidianamente che su di loro vigila attenta e amorosa la paternità di Dio. “Qualunque cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà”. A questo punto può essere che tu mi risponda: “Ho chiesto, ho chiesto, nel nome di Cristo, ma non ho ottenuto”. Può essere. T’ho detto sopra che Gesù invita in altri passi del Vangelo a chiedere e dà ulteriori spiegazioni, che forse ti sono sfuggite. Egli dice, ad esempio, che ottiene chi “rimane” in Lui, e vuol dire nella Sua volontà. (…) Ora può essere che tu abbia a chiedere qualcosa che non rientra nel disegno di Dio su di te e Dio non vede utile alla tua esistenza su questa terra o nell’altra vita, o pensa addirittura dannoso. Come fa Egli, che t’è padre, ad esaudirti in questi casi? T’ingannerebbe. E questo non lo farà mai. E allora sarà utile che, prima di pregare, tu ti metta d’accordo con Lui e gli dica: “Padre, io ti chiederei questo in nome di Gesù, se ti pare che vada bene”. E, se la grazia richiesta si concilierà col piano che Dio nel suo amore ha pensato per te, s’avvererà la parola: “Qualunque cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà”. Può essere pure che tu chieda grazie, ma non abbia nessuna intenzione di adeguare la tua vita a quanto Dio domanda. Anche in questo caso ti parrebbe giusto che Dio ti esaudisca? Egli non vuol darti solamente un dono, vuol donarti la felicità piena. E quella si ottiene cercando di vivere i comandamenti di Dio, le sue parole. Non basta pensarle soltanto, nemmeno limitarsi a meditarle, occorre viverle. Se così farai, otterrai ogni cosa. Concludendo: vuoi ottenere grazie? Chiedi pure qualsiasi cosa, nel nome di Cristo, ponendo la tua prima attenzione alla Sua volontà, con la decisione di obbedire alla legge di Dio. Dio è felicissimo di donare grazie. Purtroppo il più delle volte siamo noi a chiudergli le mani. Chiara Lubich Parola di vita, novembre 1978, pubblicata per intero in “Essere la Tua Parola. Chiara Lubich e cristiani di tutto il mondo”, vol. I, Roma 1980, p.123-126.
Lectio divina del Papa ai seminaristi di Roma
Venerdì ha visitato la comunità del Seminario Romano Signor Cardinale, cari amici, è per me sempre una grande gioia essere nel mio Seminario, vedere i futuri sacerdoti della mia diocesi, essere con voi nel segno della Madonna della Fiducia. Con Lei che ci aiuta e ci accompagna, ci dà realmente la certezza di essere sempre aiutati dalla grazia divina, andiamo avanti! Vogliamo vedere adesso che cosa ci dice San Paolo con questo testo: "Siete stati chiamati alla libertà". La libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell'umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell'epoca moderna. Sappiamo che Lutero si è ispirato a questo testo della Lettera ai Galati e la conclusione è stata che la Regola monastica, la gerarchia, il magistero gli apparvero come un giogo di schiavitù da cui bisognava liberarsi. Successivamente, il periodo dell'Illuminismo è stato totalmente guidato, penetrato da questo desiderio della libertà, che si riteneva di aver finalmente raggiunto. Ma anche il marxismo si è presentato come strada verso la libertà. Ci chiediamo stasera: che cosa è la libertà? Come possiamo essere liberi? San Paolo ci aiuta a capire questa realtà complicata che è la libertà inserendo questo concetto in un contesto di visioni antropologiche e teologiche fondamentali. Dice: "Questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri". Il Rettore ci ha già detto che "carne" non è il corpo, ma "carne" - nel linguaggio di San Paolo - è espressione della assolutizzazione dell'io, dell'io che vuole essere tutto e prendere per sé tutto. L'io assoluto, che non dipende da niente e da nessuno, sembra possedere realmente, in definitiva, la libertà. Sono libero se non dipendo da nessuno, se posso fare tutto quello che voglio. Ma proprio questa assolutizzazione dell'io è "carne", cioè è degradazione dell'uomo, non è conquista della libertà: il libertinismo non è libertà, è piuttosto il fallimento della libertà. E Paolo osa proporre un paradosso forte: "Mediante la carità, siate al servizio" (in greco: douléuete); cioè la libertà si realizza paradossalmente nel servire; diventiamo liberi, se diventiamo servi gli uni degli altri. E così Paolo mette tutto il problema della libertà nella luce della verità dell'uomo. Ridursi alla carne, apparentemente elevandosi al rango di divinità - "Solo io sono l'uomo" - introduce nella menzogna. Perché in realtà non è così: l'uomo non è un assoluto, quasi che l'io possa isolarsi e comportarsi solo secondo la propria volontà. E' contro la verità del nostro essere. La nostra verità è che, innanzitutto, siamo creature, creature di Dio e viviamo nella relazione con il Creatore. Siamo esseri relazionali. E solo accettando questa nostra relazionalità entriamo nella verità, altrimenti cadiamo nella menzogna e in essa, alla fine, ci distruggiamo. Siamo creature, quindi dipendenti dal Creatore. Nel periodo dell'Illuminismo, soprattutto all'ateismo questo appariva come una dipendenza dalla quale occorreva liberarsi. In realtà, però, dipendenza fatale sarebbe soltanto se questo Dio Creatore fosse un tiranno, non un Essere buono, soltanto se fosse come sono i tiranni umani. Se, invece, questo Creatore ci ama e la nostra dipendenza è essere nello spazio del suo amore, in tal caso proprio la dipendenza è libertà. In questo modo infatti siamo nella carità del Creatore, siamo uniti a Lui, a tutta la sua realtà, a tutto il suo potere. Quindi questo è il primo punto: essere creatura vuol dire essere amati dal Creatore, essere in questa relazione di amore che Egli ci dona, con la quale ci previene. Da ciò deriva innanzitutto la nostra verità, che è, nello stesso tempo, chiamata alla carità. E perciò vedere Dio, orientarsi a Dio, conoscere Dio, conoscere la volontà di Dio, inserirsi nella volontà, cioè nell'amore di Dio è entrare sempre più nello spazio della verità. E questo cammino della conoscenza di Dio, della relazione di amore con Dio è l'avventura straordinaria della nostra vita cristiana: perché conosciamo in Cristo il volto di Dio, il volto di Dio che ci ama fino alla Croce, fino al dono di se stesso. Ma la relazionalità creaturale implica anche un secondo tipo di relazione: siamo in relazione con Dio, ma insieme, come famiglia umana, siamo anche in relazione l'uno con l'altro. In altre parole, libertà umana è, da una parte, essere nella gioia e nello spazio ampio dell'amore di Dio, ma implica anche essere una cosa sola con l'altro e per l'altro. Non c'è libertà contro l'altro. Se io mi assolutizzo, divento nemico dell'altro, non possiamo più convivere e tutta la vita diventa crudeltà, diventa fallimento. Solo una libertà condivisa è una libertà umana; nell'essere insieme possiamo entrare nella sinfonia della libertà. E quindi questo è un altro punto di grande importanza: solo accettando l'altro, accettando anche l'apparente limitazione che deriva alla mia libertà dal rispetto per quella dell'altro, solo inserendomi nella rete di dipendenze che ci rende, finalmente, un'unica famiglia, io sono in cammino verso la liberazione comune. Qui appare un elemento molto importante: qual è la misura della condivisione della libertà? Vediamo che l'uomo ha bisogno di ordine, di diritto, perché possa così realizzarsi la sua libertà che è una libertà vissuta in comune. E come possiamo trovare questo ordine giusto, nel quale nessuno sia oppresso, ma ognuno possa dare il suo contributo per formare questa sorta di concerto delle libertà? Se non c'è una verità comune dell'uomo quale appare nella visione di Dio, rimane solo il positivismo e si ha l'impressione di qualcosa di imposto in maniera anche violenta. Da ciò questa ribellione contro l'ordine ed il diritto come se si trattasse di una schiavitù. Ma se possiamo trovare l'ordine del Creatore nella nostra natura, l'ordine della verità che dà ad ognuno il suo posto, ordine e diritto possono essere proprio strumenti di libertà contro la schiavitù dell'egoismo. Servire l'uno all'altro diventa strumento della libertà e qui potremmo inserire tutta una filosofia della politica secondo la Dottrina sociale della Chiesa, la quale ci aiuta a trovare questo ordine comune che dà a ciascuno il suo posto nella vita comune dell'umanità. La prima realtà da rispettare, quindi, è la verità: libertà contro la verità non è libertà. Servire l'uno all'altro crea il comune spazio della libertà. E poi Paolo continua dicendo: "La legge trova la sua pienezza in un solo precetto: 'Amerai il prossimo tuo come te stesso". Dietro a questa affermazione appare il mistero del Dio incarnato, appare il mistero di Cristo che nella sua vita, nella sua morte, nella sua risurrezione diventa la legge vivente. Subito, le prime parole della nostra Lettura - "Siete chiamati alla libertà" - accennano a questo mistero. Siamo stati chiamati dal Vangelo, siamo stati chiamati realmente nel Battesimo, nella partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, e in questo modo siamo passati dalla "carne", dall'egoismo alla comunione con Cristo. E così siamo nella pienezza della legge. Conoscete probabilmente tutti le belle parole di Sant'Agostino: "Dilige et fac quod vis - Ama e fa' ciò che vuoi". Quanto dice Agostino è la verità, se abbiamo capito bene la parola "amore". "Ama e fa' ciò che vuoi", ma dobbiamo realmente essere penetrati nella comunione con Cristo, esserci identificati con la sua morte e risurrezione, essere uniti a Lui nella comunione del suo Corpo. Nella partecipazione ai sacramenti, nell'ascolto della Parola di Dio, realmente la volontà divina, la legge divina entra nella nostra volontà, la nostra volontà si identifica con la sua, diventano una sola volontà e così siamo realmente liberi, possiamo realmente fare ciò che vogliamo, perché vogliamo con Cristo, vogliamo nella verità e con la verità. Preghiamo quindi il Signore che ci aiuti in questo cammino cominciato con il Battesimo, un cammino di identificazione con Cristo che si realizza sempre di nuovo nell'Eucaristia. Nella terza Preghiera eucaristica diciamo: "Diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito". E' un momento nel quale, tramite l'Eucaristia e tramite la nostra vera partecipazione al mistero della morte e della risurrezione di Cristo, diventiamo un solo spirito con Lui, siamo in questa identità della volontà, e così arriviamo realmente alla libertà. Dietro questa parola - la legge è compiuta - dietro quest'unica parola che diventa realtà nella comunione con Cristo, appaiono dietro al Signore tutte le figure dei Santi che sono entrati in questa comunione con Cristo, in questa unità dell'essere, in questa unità con la sua volontà. Appare soprattutto la Madonna, nella sua umiltà, nella sua bontà, nel suo amore. La Madonna ci dà questa fiducia, ci prende per mano, ci guida, ci aiuta nel cammino dell'essere uniti alla volontà di Dio, come lei lo è stata sin dal primo momento ed ha espresso questa unione nel suo "Fiat". E finalmente, dopo queste belle cose, ancora una volta nella Lettera c'è un accenno alla situazione un po' triste della comunità dei Galati, quando Paolo dice: "Se vi mordete e vi divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni con gli altri... Camminate secondo lo Spirito". Mi sembra che in questa comunità - che non era più sulla strada della comunione con Cristo, ma della legge esteriore della "carne" - emergono naturalmente anche delle polemiche e Paolo dice: "Voi divenite come belve, uno morde l'altro". Accenna così alle polemiche che nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l'umiltà viene sostituita dall'arroganza di essere migliori dell'altro. Vediamo bene che anche oggi ci sono cose simili dove, invece di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, ognuno vuol essere superiore all'altro e con arroganza intellettuale vuol far credere che lui sarebbe migliore. E così nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un'anima sola ed un cuore solo. In questo avvertimento di San Paolo, dobbiamo anche oggi trovare un motivo di esame di coscienza: non pensare di essere superiori all'altro, ma trovarci nell'umiltà di Cristo, trovarci nell'umiltà della Madonna, entrare nell'obbedienza della fede. Proprio così si apre realmente anche a noi il grande spazio della verità e della libertà nell'amore. Infine, vogliamo ringraziare Dio perché ci ha mostrato il suo volto in Cristo, perché ci ha donato la Madonna, ci ha donato i Santi, ci ha chiamato ad essere un solo corpo, un solo spirito con Lui. E preghiamo che ci aiuti ad essere sempre più inseriti in questa comunione con la sua volontà, per trovare così, con la libertà, l'amore e la gioia. [© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana
Per la vostra dedicazione agli esercizi voi siete con ciò stesso esperti sul
tema della Lectio divina e della liturgia della Parola e per questo non posso
dirvi nulla di nuovo, e neppure qualcosa che io stesso non abbia già trattato in
interventi precedenti.
Mi limiterò quindi ad alcuni richiami:
1. Che cosa intendiamo per Lectio divina?
2. Lectio divina e Lectio continua
3. Lectio divina e Liturgia
4. Lectio divina e Esercizi Spirituali
5. Come insegnare a vivere la liturgia della Parola come fondamento della
Lectio divina?
1. Che cosa intendiamo per Lectio divina?
Che cosa è la LD? se ne parla tanto e talora il molto parlare oscura la
semplicità della cosa. Per questo preferisco rifarmi alla descrizione classica
di Guigo il Certosino, che la descrive secondo quattro momenti: lectio,
meditatio, oratio, contemplatio: Guigo prende lo spunto dall'invito evangelico:
"chiedete e vi sarà dato, cercava e troverete, bussate vi sarà aperto" ( Matteo
7,7 ). E commenta così: " La lettura indaga, la meditazione trova, l'orazione
chiede, la contemplazione assapora. La lettura è un accurato esame delle
Scritture che muove da un impegno dello Spirito. La meditazione è un'opera della
mente che si applica a scavare nella verità più nascosta sotto la guida della
propria ragione. L'orazione è un impegno amante del cuore in Dio allo scopo di
estirpare il male e conseguire il bene. La contemplazione è come un innalzamento
al disopra di sé da parte dell'anima sospesa in Dio, che gusta le gioie della
dolcezza terrena. .."
Lo stesso autore sottolinea come questi atti costituiscano una unità, che va
mantenuta nella sua interezza. Si tratta di fasi non separabili: esse si
intrecciano e si mescolano. Come afferma Guigo:" La lettura senza la meditazione
è arida, la meditazione senza la lettura è soggetta a errore, la preghiera senza
la meditazione è tiepida, la meditazione senza la preghiera è infruttuosa.
L'orazione fatta con fervore porta all'acquisto della contemplazione, mentre il
dono della contemplazione senza l'orazione è raro e miracoloso".
Ci si può domandare da dove venga questa espressione quasi intraducibile di
Lectio divina? Sembra che essa risalga a una lettera di Origene scritta verso il
238 al proprio discepolo Gregorio detto il Taumaturgo, che si apprestava a
evangelizzare il Ponto: "Dedicati alla lectio delle Scritture divine; applicati
a questo con perseveranza… Impegnati nella lectio con l'intenzione di credere e
di piacere a Dio…Applicandoti così alla lectio divina (theia anagnosis) cerca
con lealtà e fiducia incrollabile in Dio il senso delle Scritture divine, che in
esse si cela con grande ampiezza" (n.4).
Oggi la lectio divina, a partire dal Vaticano II, è via via sempre più
raccomandata a tutti i cristiani dai documenti della Chiesa. Basti citare la Dei
Verbum n. 25, la Novo Millennio Ineunte n. 39, il documento dei Vescovi italiani
Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 2002, n 49, e il documento della
Sacra Congregazione per la vita consacrata Ripartire da Cristo n.24.
2. La lectio divina e la lectio continua
La lectio divina è, in quanto possibile, una lectio continua, o almeno va
sempre fatta sullo sfondo dell'intera Scrittura.
Giuseppe Dossetti, in una sua famosa conferenza dal titolo "L'esperienza
religiosa: testimonianza di un monaco " ( pag. 124 e segg) descrive come va
fatta questa lettura:
" Essa parte con molta chiarezza da due premesse:
- occorre immergere il brano di ogni giorno non solo nell'insieme del libro che
si sta leggendo, ma anche nel tutto unitario della Bibbia: cioè occorre poter
risalire all'intero arco della storia della salvezza. La Bibbia occorre
veramente averla letta tutta e rileggerla e capirla sempre più nel suo insieme e
portarla tutta nel cuore in modo che il contatto della singola pericope o della
singola frase si carichi del potenziale enorme del tutto e possa - almeno ogni
tanto - scattare la scintilla balenante, e tutto l'orizzonte interiore si
illumini;
- occorre inoltre che questa globalità e unità della Scrittura appaia sempre
più quello che è, cioè un'unità vivente, anzi il Vivente stesso, Cristo
crocifisso e glorioso: che in ogni versetto della Scrittura tocchiamo e
ascoltiamo, o meglio ci tocca, ci monda (come ha fatto con il lebbroso ), ci
trasforma e progressivamente ci assimila a sé e ci conduce al Padre: così tutta
la Scrittura diventa un grande sacramento di Cristo " (citaz. Da G. Dossetti, la
Parola di Dio seme di vita e di fede incorruttibile, Bologna 2002, Introduzione,
pp. 16-17).
3. Lectio divina e liturgia
Tutto questo fa vedere come la lectio divina ha il suo humus fondamentale nella
Liturgia. La liturgia della Parola di ogni giorno e di ogni settimana, sia nella
Liturgia eucaristica come nella Liturgia delle Ore, è infatti, almeno
nell'intenzione, lettura di tutta la Scrittura, in forma continuativa e
sistematica. La liturgia permette così di dare uno sfondo a ogni singola
pericopa e toglierla da un suo potenziale isolamento.
Inoltre la liturgia, soprattutto eucaristica, permette quel contatto con il
Vivente che giustamente Dossetti pone come fondamentale per una lectio divina.
In una sua lettera da Gerico del 6-7 novembre 1979 all'assemblea dei gruppi
biblici della Chiesa di Bologna egli sottolineava l'importanza del capitolo XI
del libro IV della Imitazione di Cristo, a partire dal titolo: Quod Corpus
Christi et Sacra Scriptura maxime sint animae fideli necessaria, e aggiunge:
"Per me – e per tutta la comunità di Monteveglio – l'impulso genetico
primordiale e la norma direttiva a livello più profondo di oltre venticinque
anni di esperienza, son già tutti qui: in questo accostamento, in questa
endiadi" ( G.Dossetti, La Parola…p. 127). E aggiungeva: "Non solo e non tanto
nel fatto che la Sacra Scrittura venga detta necessaria, anzi massimamente
necessaria all'anima del fedele per restare tale e per realizzarsi, ma ancor più
nel fatto che questa massima necessità della Scrittura sia accostata a quella
del corpo di Cristo: "Di due cose specialmente io sento la necessità assoluta in
questa vita, senza le quali diverrebbe impossibile sopportarne le miserie.
Chiuso nella prigione di questo corpo, io confesso di avere bisogno di cibo e di
luce. Perciò tu hai dato a questo infermo il tuo sacro corpo per nutrimento
della mente e del corpo e hai posto sul mio cammino la tua Parola come una
lucerna. Non potrei vivere senza codesti due sostegni: poiché la Parola di Dio è
la luce dell'anima, il tuo sacramento è il pane per la vita, Sono come due mense
poste da una parte e dall'altra del tesoro della Chiesa. L'una è la mensa del
santo altare che porta un pane consacrato, cioè il prezioso corpo di Cristo,
l'altra è quella della legge di Dio che contiene la dottrina santa, istruisce
sulla vera fede ed è guida sicura fin dall'al di là del velario dove sta il
Santo dei santi" ( Imitazione di Cristo, IV, cap. XI, n.4).
Potrà sembrare a qualcuno che in questo testo più di una frase sia connotata da
quel pessimismo e da quell'evasione storica che, secondo certi odierni maestri,
segna l'inclinazione deviante del libro dell' Imitazione. Ebbene, per me e per
noi di Monteveglio, tutta la carica positiva nella costruzione e nella totale
sottomissione di ogni nostra giornata e di ogni nostra scelta alla Scrittura,
deriva proprio dall'aver assunto alla lettera questa precisa frase: " Duo namque
mihi necessaria permaxime sentio in hac vita, sine quibus mihi importabilis fore
ista miserabilis vita".
Il pessimismo di questa visione esistenziale si è sempre rovesciato per noi in
un ottimismo cristiano, esclusivamente cristico, cioè esclusivamente attraverso
il Gesù delle Scritture, in vista di quello che il sacro testo stesso chiama la
consolazione delle Scritture:"ora tutto ciò che è stato scritto prima di noi è
stato scritto per nostro ammaestramento affinché per mezzo della perseveranza e
della consolazione delle Scritture possiamo avere la speranza" (Rom 15,4)
(Rossetti, o.c. p.127-128)
Si potrebbe qui ancora notare che la Dei Verbum ha fatto sua questa
affermazione delll'Imitazione di Cristo ma con una differenza: parla cioè al
singolare di "mensa tam Verbi Dei quam Corporis Christi", da cui assume un pane
di vita (al singolare) e lo offre ai fedeli (n.21).
4. Omologia tra lectio divina ed esercizi
Prima di passare a qualche suggerimento pratico, vorrei sottolineare ancora una
cosa importante, che io chiamo l'omologia tra la Sacra Scrittura e gli Esercizi
spirituali di s. Ignazio.
Vorrei dire cioè che la dinamica degli Esercizi di s. Ignazio, tutti fondati
sulla Scrittura e caratterizzati da diverse tappe (le quattro settimane) e da
momenti forti per ogni tappa (le cosiddette meditazioni fondamentali)
corrisponde alla dinamica generale della rivelazione, espressa in tutta la
Scrittura e condensata in alcune pagine chiave, che tutto concentrano su Gesù
Cristo, sul suo cammino e in particolare sulla sua umiliazione, nel senso ad es.
di Fil 2,5-11.
V'è quindi un'analogia tra la lettura continua della Scrittura e la dinamica
degli Esercizi, che spinge alcuni direttori di Esercizi a far leggere molte
pagine dell'Antico Testamento tra la prima e la seconda settimana, quando gli
Esercizi completi sono fatti a tappe nello spazio di più anni.
La dimenticanza pratica di questa omologia conduce talora a confondere la
semplice lectio divina con gli Esercizi veri e propri, cioè ad accontentarsi di
sostituire gli Esercizi con una semplice lectio divina, il che non è senza
utilità, ma non può essere proposto come se fossero Esercizi, e non è quindi
senza qualche inconveniente e danno spirituale.
5. Come insegnare a vivere la liturgia della Parola come fondamento della
Lectio divina? (una breve spiegazione su ognuno di questi suggerimenti)
1. Praticarla personalmente
2. Una breve omelia in ogni santa Messa
3. Settimane di esercizi spirituali nelle parrocchie
4. Lectio dvina per i giovani, finché giungano a specchiarsi e a sentirsi
interpellati dal testo biblico
5. Esercizi su libri e personaggi biblici, ma inserendoli nella dinamica degli
esercizi!
Conclusione
Vorrei in conclusione citare alcune parole degli orientamenti pastorali
dell'episcopato italiano per il primo decennio del 2000 "Comunicare il Vangelo
in un mondo che cambia ".
" La Chiesa può affrontare il compito dell'evangelizzazione solo ponendosi,
anzitutto e sempre, di fronte a Gesù Cristo, parola di Dio fatta carne.... solo
il continuo rinnovato ascolto del Verbo della vita, solo la contemplazione
costante del suo volto permetteranno ancora una volta alla Chiesa di comprendere
chi è il Dio vivo e vero, ma anche chi è l'uomo…
Solo seguendo l'itinerario della missione dell'inviato - dal seno del padre
fino alla glorificazione alla destra di Dio, passando per l'abbassamento
all'umiliazione del Messia - , sarà possibile per la Chiesa assumere uno stile
missionario conforme a quello del servo, di cui essa è serva ( n.10).
E ancora: " Assolutamente centrale sarà approfondire il senso della festa e
della liturgia, della celebrazione comunitaria attorno alla mensa della parola e
dell'eucaristia, nel cammino di fede costituito dall'anno liturgico.
... Potrà aiutarci in questo la valorizzazione - sia nella vita personale dei
credenti sia in quella delle comunità cristiane - della pratica della Lectio
divina, intesa come continua e intima celebrazione dell'alleanza con il Signore
mediante un ascolto orante delle sacre Scritture, capace di trasformare i nostri
cuori e di iniziare ognuno di noi all'arte della preghiera e della comunione. Va
coltivato l'assiduo contratto, personale e comunitario, con la Bibbia,
diffondendone il testo, promuovendone la conoscenza, anche con incontri e gruppi
biblici, sostenendone una lettura sapienziale, aiutando a pregare con la Bibbia
soprattutto nelle famiglie. La qualità sia della presidenza eucaristica, sia
dell'omelia, sia della preghiera dei fedeli ne risulterà rafforzata, resa più
aderente alla parola di Dio e agli eventi della storia letti alla luce della
fede. E' nostro modello la Vergine Maria, che accoglie fatti e parole "
meditandole nel suo cuore " ( Luca 2,19 ) e rilegge la sua esistenza mediante
immagini e testi della Scrittura ( confronta Luca 1,46-55 ).
La preghiera personale del
presbitero (Ritiro ai sacerdoti di
Milano ad Avila)
Specifico il tema della nostra meditazione con una
domanda: c’è un cammino di preghiera personale? C’è un cammino per il tipo di
preghiera che si fa nella lectio divina? La risposta è assai importante
per noi presbiteri.
Vi propongo in proposito due riferimenti del
470 Sinodo
diocesano.
Il n. 475 inizia così: Il presbitero è anzitutto discepolo ». Discepolo è colui
che impara, che compie un cammino di apprendimento che non finisce mai, perché
tutta la vita è discepolato.
Il n. 499 menziona la lectio divina come modo tipico della preghiera del
prete: coltivi la lettura della Bibbia e si eserciti, in particolare, nella
lectio divina .
Tenendo presenti i due riferimenti sinodali, entriamo nel vivo della
nostra riflessione.
Mi è venuta in mente la mia prima conversazione ai preti della Diocesi, che ho
tenuto nella Quaresima 1980, quando, avendo iniziato da poco il servizio
episcopale, sentivo il bisogno di incontrare i presbiteri delle sette zone
pastorali. Nella meditazione, poi trascritta col titolo Dalla coscienza
battesimale alla coscienza presbiterale, descrivevo il cammino del prete
come discepolo che cresce nella sua coscienza, passando dalla coscienza di
catecumeno a quella di battezzato, quindi a quella di evangelizzatore e infine
di responsabile di comunità. Delineavo questo quadruplice cammino di crescita in
rapporto ai quattro Vangeli: Marco, il Vangelo del catecumeno; Matteo, il
Vangelo del Catechista; Luca, il Vangelo dell’evangelizzatore; Giovann, il
Vangelo del presbitero. Sottolineando le caratteristiche di ogni Vangelo,
mostravo come a esse corrispondono diverse tappe della nostra coscienza di
cristiano discepolo che matura verso il presbiterato, la pienezza della
maturità; segnalavo pure le tappe o stati di preghiera che accompagnano i
momenti della crescita secondo il ritmo dei quattro Vangeli, nell’ordine
indicato.
Vi confesso che, a quindici anni di distanza, il cammino suggerito da quella
conversazione mi appare ancora pertinente e suscettibile di approfondimento.
Non intendo tuttavia riprendere quanto avevo detto, ma cercare di cogliere come
la gradualità avviene nel cammino della lectio divina. La lectio
divina ha infatti un cammino nella vita del presbitero ed è importante
valutare la tappa nella quale ciascuno si trova, per non sbagliare
nell’impostazione.
La lectio divina
La Lettera della Pontificia commissione biblica L’interpretazione della
Bibbia nella Chiesa, del 15 aprile 1993, ci offre una definizione autorevole
della lectio divina:
‘è una lettura, individuale
o comunitaria, di un passo più o meno lungo della Scrittura accolta come parola
di Dio e che si sviluppa sotto lo stimolo dello Spirito in meditazione,
preghiera e contemplazione’ .
Di fronte a tale citazione, molto bella e densa, mi chiedo: la lectio
divina comporta delle tappe nel cammino spirituale, specialmente nel cammino
di maturazione dalla coscienza battesimale alla coscienza presbiterale
pienamente integrata?
Credo di sì; ne esprimo tre. Nella prima prevale la lectio, nella seconda
la meditatio, nella terza la contemplatio. Prevalenza significa
che nella lectio divina non manca mai nessuno dei tre elementi, perÒ
gradualmente l’uno prevale sull’altro e quasi lo ingloba.
* La prima tappa, che non si può saltare, vede necessariamente una
certa priorità della “lectio
“, perché si conosce
poco la Scrittura e occorre
perciò leggerla e rileggerla, situando la pagina o il brano nel contesto
(biblico, storico, geografico), con l’aiuto di buoni commenti. In questa tappa
siamo spesso molto indietro sia come popoio cristiano sia forse come presbiteri.
La Sacra Scrittura è orecchiata ma non veramente conosciuta anche da laici colti
e da preti. Sorge spontanea la domanda: santa Teresa di Gesù praticava la
lectio divina? Nel tempo in cui viveva si respirava la reazione
antiprotestante, che durerà parecchi secoli. Concretamente i laici non avevano
nessun accesso alla Scrittura; soltanto le persone colte che studiavano il
latino potevano leggere la Bibbia nella traduzione della Volgata. Infatti san
Giovanni della Croce, che era prete ed era colto, cita molto la Scrittura, a
differenza di Teresa. Tale condizionamento storico va tenuto presente.
Oggi è diverso e sono certo che anche Teresa si dedicherebbe con molto impegno
alla lectio divina, così come amava praticarla la sua discepola Teresa di
Gesù Bambino, che approfittava di ogni parola o frase biblica, benché neppure
lei, nel suo secolo, potesse avere tra le mani tutta la Scrittura.
La nostra è una situazione storica privilegiata, perché ci è dato di attingere
direttamente alle ricchezze dei testi sacri, secondo quel programma che Gesù
tracciava ai discepoli di Emmaus: da Mosè ai Profeti ai Salmi.
Dunque la prima tappa è indispensabile e non si può tralasciarla pena il
fabbricarsi un Cristo a propria immagine e somiglianza, secondo la propria
fantasia e i propri sentimenti, non il Cristo rivelatosi nella storia e
manifestatosi nella carne. Toccare la carne di Cristo avviene congiuntamente
nella Scrittura e nell’Eucaristia e le due realtà non sono separabili; se si
cerca di separarle si corrono gravi rischi nel cammino spirituale.
È la tappa a cui ci invita
la Chiesa, mediante il ciclo delle letture della messa e del breviario. Ricordo
che sta per uscire il secondo ciclo delle letture bibliche del breviario
ambrosiano; avremo così modo di leggere interamente la Scrittura anche
nell’Ufficio divino.
* La lectio è
sempre accompagnata dalla meditatio-oratio, dalla meditazione in
preghiera. È la
seconda tappa.
Quando l’esercizio della lectio è stato compiuto con serietà e per
qualche tempo, la Scrittura ci diventa familiare e a poco a poco ci accorgiamo
che la meditatio prevale. Il testo, cioè, comincia a essere noto e più
facilmente e immediatamente offre comunicazione di messaggi. Ci si ferma più a
lungo per gustano e assaporarlo nel suo messaggio fondamentale, che è Cristo
crocifisso e risorto, continuamente espresso nelle molteplici esperienze
raccontate dalla Bibbia. Comprendo cosa dice il testo a me e parlo con Gesù che
mi parla.
Il secondo grado della lectio divina è nutrito dall’apporto di alcune
teologie bibliche, da forme di riflessione esegetica più ampia.
* Nel terzo
momento, se si è stati fedeli alle prime
due tappe, prevale la contemplazione. È proprio di questo specifico momento che
parla santa Teresa, quando lo scopre, dopo diciotto anni di fedeltà — faticosa,
sofferta, non sempre uguale — a un’attenzione al messaggio.
Viene dunque il giorno in cui il testo sembra diventare trasparente,
illanguidendosi in qualche modo o nascondendosi. È questo un passaggio assai
faticoso e cruciale, perché si può avere l’impressione di non essere più capaci
della lectio divina e che la Scrittura non dica più nulla. Di tale passaggio
hanno scritto sapientemente Teresa di Gesù e, sistematicamente, Giovanni della
Croce, con la dottrina delle notti del senso e dello spirito.
Ascoltiamo Giovanni nel cap. 13 del libro II della Salita del monte Carmelo, il
cui contenuto è sintetizzato in questi termini:
‘Si parla dei segni che l’anima deve scorgere in sé per sapere qual è il momento in cui sia necessario che ella abbandoni la meditazione e il discorso per passare allo stato di contemplazione’.
Non viene considerata inutile la tappa della meditazione o del discorso (lectio-meditatio), però si afferma che può giungere il tempo del passaggio. È assolutamente necessario che il maestro di preghiera sappia discernerlo.
«Perché la dottrina esposta non rimanga oscura è necessario far intendere allo spirituale qual è il tempo e
il momento in cui
egli debba lasciare l’atto della meditazione discorsiva usando di immagini,
forme e figure [la Bibbia è piena di immagini, forme, figure, simboli] perché
non l’abbandoni né prima né dopo che lo richieda lo Spirito».
L’abbandonarlo prima è certamente fonte di grave smarrimento, l’abbandonarlo
dopo può portare a inutili fatiche.
«Infatti come per andare a Dio è necessario rinunziare tempestivamente a quelle
immagini, forme e figure, perché non siano d’impedimento, così non è conveniente
lasciare prima del tempo la meditazione per via di immagini, affinché non si
torni indietro» 6
Poi il Santo indica i segni dai quali ci si accorge che è arrivato il momento
del passaggio, passaggio oscuro, una vera notte, che può continuare per molto
tempo, un passaggio in cui ci auguriamo di incontrare maestri di preghiera in
grado di guidarci.
La lectio divina del prete
Questa dottrina
vale, con le dovute proporzioni, per la lectio divina. È possibile che ci sia
una situazione dello spirito in cui la lectio divina come esercizio personale
del presbitero diventa contemplatio (san Giovanni della Croce parla di quiete,
silenzio, assenza di immagini, adesione silenziosa al Signore, mentre come
esercizio da insegnare è ancora fruttuosa usando immagini, simboli e messaggi.
Il cammino di ciascuno non è il cammino di tutti, e chi è più avanti facilmente
sa guidare altri a iniziarlo.
A me pare che Giovanni della Croce voglia oggi esortarci: ricevete con gioia
quel tesoro della Chiesa che è la lectio divina e insieme praticatela con tale
impegno da giungere in qualche modo a superarne le prime tappe ed entrare nella
notte del mistero di Dio. È la notte di cui cogliamo le vestigia e i raggi
straordinari di santità in questo luogo.
In proposito vorrei leggere di nuovo un passo di Giovanni della Croce:
‘Errano molto le persone spirituali che, dopo essersi esercitate ad avvicinarsi
a Dio per mezzo di immagini, di forme e meditazioni, come si conviene ai
principianti, quando Egli vuole invitarle a beni più spirituali, interiori e
invisibili, togliendo loro il gusto e il sapore della meditazione discorsiva,
restano perplesse e non osano, né sanno distaccarsi da questi modi palpabili, a
cui sono abituate. [...] In questo tentativo esse si affaticano molto e ne
ricavano poco o nessun vantaggio’ .
Ci doni il Signore di percorrere un itinerario vero di orazione che ci porti a
gustare qualcosa della verità del messaggio del Santo.
Conclusione
a. La lectio divina non è un metodo statico da imparare e basta, ma è un
cammino, un itinerario che può condurre molto lontano e molto in alto. Nel
silenzio ci domandiamo: sto davvero camminando? Sono discepolo in quanto prete?
Continuo, cioè, a imparare la strada della lectio divina?
b. Il cammino della lectio divina è parallelo a quello della crescita di fede,
speranza e carità, della crescita della vita secondo lo Spirito. E
un’espressione privilegiata della vita cristiana, con la quale tuttavia si
confonde, costituisce un tutt’uno.
Interrogarci sul nostro cammino di lectio divina equivale a interrogarci sul
nostro cammino di fede, speranza, carità. Domanda ardua, che semplifico così: di
che cosa godo e di che cosa mi rattristo? Perché nella risposta sta certamente
una valutazione del nostro cammino secondo lo Spirito.
c. È importante esaminarsi e farsi guidare da maestri di preghiera per non
errare nel valutare il momento del nostro cammino, in modo da comprendere se la
ripugnanza o la fatica che stiamo vivendo nella lectio divina deriva da pigrizia
o da grazia, da negligenza o da dono di Dio. Lo stesso stato psicologico può
essere determinato infatti da due ragioni diverse e occorre che qualcuno ci
aiuti a discernere il cammino, onde non rischiare di fermarci o di tornare
indietro.
Noi siamo qui proprio per prendere coscienza della missione che ci è data dal
Signore, per inter 98
cessione di Giovanni della Croce: essere noi per primi discepoli nel cammino della preghiera, molto carente oggi nella Chiesa e sommamente necessario e godere qualcosa della meta ditale cammino, che è la comunione profonda col Signore.
LECTIO DIVINA su Lc 18,1-8 a CURA DE PP: CARMELITANI ( dal sito www. lachiesa)
Una vera preghiera: l'esempio della
vedova
1. Orazione iniziale
Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con
lo stesso sguardo, con il quale l' hai letta Tu per i discepoli sulla strada di
Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a
scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e
della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è
apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.
Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella
Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e
sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli
di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare
agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia
e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato
il Padre e inviato lo Spirito. Amen.
2. Lettura
a) Chiave di lettura:
La liturgia di questa domenica ci pone dinanzi un testo del Vangelo di Luca che
parla di preghiera, un tema assai caro a Luca. E' la seconda volta che
questo evangelista riporta parole di Gesù per insegnarci a pregare. La prima
volta (Lc 11,1-13), introduce il testo del Padre Nostro e mediante paragoni e
parabole, ci insegna che dobbiamo pregare sempre, senza mai stancarci. Ora,
questa seconda volta (Lc 18,1-4), Luca ricorre di nuovo a parabole estratte
dalla vita di ogni giorno per dare istruzioni sulla preghiera: la parabola della
vedova e del giudice (18,1-8), del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14). Luca
presenta le parabole in modo assai didattico. Per ognuna di esse, fornisce una
breve introduzione che serve da chiave di lettura. Poi viene la parabola ed,
infine, Gesù stesso applica la parabola alla vita. Il testo di questa domenica
si limita alla prima parabola della vedova e del giudice (Lc 18,1-8). Nel corso
della lettura è bene prestare attenzione a quanto segue: "Quali sono gli
atteggiamenti delle persone che appaiono in questa parabola?"
b) Una divisione del testo per aiutare a leggerlo:
Luca 18,1: Una chiave che Gesù offre per capire la parabola
Luca 18,2-3: Il contrasto tra il Giudice e la Vedova
Luca 18,4-5: Il mutamento del giudice ed il perché di tale mutamento
Luca 18, 6-8a: Gesù applica la parabola
Luca 18, 8b: Una frase finale per provocare
c) Il testo:
1 Raccontò loro una parabola per mostrare che dovevano pregare sempre, senza
stancarsi mai. 2 «In una città viveva un giudice che non temeva Dio e non si
curava di nessuno. 3 Nella stessa città viveva una vedova, che andava da lui e
gli chiedeva: "Fammi giustizia contro il mio avversario". 4 Per un po' di tempo
il giudice non volle, ma alla fine disse tra sé: "Anche se non temo Dio e non mi
prendo cura degli uomini, 5 tuttavia le farò giustizia e così non verrà
continuamente a seccarmi"». 6 E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice
il giudice ingiusto? 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che lo invocano
giorno e notte? Tarderà ad aiutarli? 8 Vi dico che farà loro giustizia
prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla
terra?».
3. Momento di silenzio orante
perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.
4. Alcune domande
per aiutarci nella meditazione e nell'orazione.
a) Quale punto di questo testo ti è piaciuto di più?
b) Quali sono gli atteggiamenti della vedova? O cosa colpisce di più in quello
che lei fa e dice?
c) Cosa colpisce nell'atteggiamento e nel parlare del Giudice? Perché?
d) Quale applicazione Gesù fa della parabola?
e) Cosa ci insegna la parabola sul modo di vedere la vita e le persone?
5. Una chiave di lettura
per approfondire maggiormente il tema.
a) Il contesto storico:
Nell'analisi del contesto storico del Vangelo di Luca, dobbiamo tener conto
sempre di questa duplice dimensione: l'epoca di Gesù degli anni 30, e l'epoca
dei destinatari del Vangelo degli anni 80. Queste due epoche influiscono,
ciascuna a modo suo, nella redazione del testo e devono essere presenti nello
sforzo che compiamo per scoprire il senso che le parole di Gesù hanno oggi per
noi.
b) Il contesto letterario:
Il contesto letterario immediato ci presenta due parabole sulla preghiera:
pregare con insistenza e perseveranza (la vedova ed il giudice) (Lc 18,1-8);
pregare con umiltà e realismo (il fariseo ed il pubblicano) (Lc 18,9-14).
Malgrado la loro differenza, queste due parabole hanno qualcosa in comune. Ci
indicano che Gesù aveva un altro modo di vedere le cose della vita. Gesù
scorgeva una rivelazione di Dio lì dove tutti scorgevano qualcosa di negativo.
Per esempio, vedeva qualcosa di positivo nel pubblicano, di cui tutti dicevano:
"Non sa pregare!" E nella vedova povera, di cui si diceva: "E' cosi insistente
che importuna perfino il giudice!" Gesù viveva così unito al Padre che tutto si
trasformava per lui in fonte di preghiera. Sono molti i modi in cui una persona
può esprimersi nella preghiera. Ci sono persone che dicono: "Non so pregare", ma
conversano con Dio tutto il giorno. Voi conoscete persone così?
c) Commento del testo:
Luca 18,1: La chiave per capire la parabola
Luca introduce una parabola con la frase seguente: "Raccontò loro una parabola
per mostrare che dovevano pregare sempre, senza stancarsi mai". La
raccomandazione di "pregare senza stancarsi" appare molte volte nel Nuovo
Testamento (1 Tes 5,17; Rom 12,12; Ef 6,18; ecc). Era una caratteristica della
spiritualità delle prime comunità cristiane. Ed anche uno dei punti in cui Luca
insiste maggiormente, sia nel Vangelo come negli Atti. Se vi interessa scoprire
questa dimensione negli scritti di Luca, fate un esercizio: leggete il Vangelo e
gli Atti ed annotate tutti i versi in cui Gesù o altre persone stanno pregando.
Vi sorprenderete!
Luca 18,2-3: Il contrasto tra la vedova ed il giudice
Gesù ci mostra due personaggi della vita reale: un giudice senza considerazione
verso Dio e verso il prossimo, ed una vedova che non desiste dal lottare per i
suoi diritti presso il giudice. Il semplice fatto che Gesù ci mostra questi due
personaggi rivela che conosce la società del suo tempo. La parabola non solo
presenta la povera gente che lotta nel tribunale per vedere riconosciuti i suoi
diritti, ma lascia anche intravedere il contrasto violento tra i gruppi sociali.
Da un lato, un giudice insensibile, senza religione. Da un altro, la vedova che
sa a quale porta bussare per ottenere ciò che le è dovuto.
Luca 18,4-5: Il cambiamento che avviene nel giudice ed il perché del
cambiamento
Per molto tempo, chiedendo la stessa cosa ogni giorno, la vedova non ottiene
nulla dal giudice insensibile. Infine il giudice malgrado "non temesse Dio e non
si curasse di nessuno" decide di prestare attenzione alla vedova e farle
giustizia. Il motivo è: liberarsi da questa continua seccatura. Motivo ben
interessato! Pero' la vedova ottiene ciò che vuole! E' questo un fatto della
vita di ogni giorno, di cui Gesù si serve per insegnare a pregare.
Luca 18,6-8: Un'applicazione della parabola
Gesù applica la parabola: "Avete udito ciò che dice il giudice ingiusto? E Dio
non farà giustizia ai suoi eletti che lo invocano giorno e notte, anche se li fa
aspettare?" Ed aggiunge che Dio farà giustizia tra breve. Se non fosse Gesù a
parlarci, non avremmo il coraggio di paragonare Dio con un giudice nel loro
atteggiamento morale. Ciò che importa nel paragone è l'atteggiamento della
vedova che grazie alla sua insistenza, ottiene ciò che vuole.
Luca 18,8b: Parole sulla fede
Alla fine Gesù esprime un dubbio: "Ma il Figlio dell'Uomo, quando verrà, troverà
la fede sulla terra?" Avremo il coraggio di aspettare, di avere pazienza, anche
se Dio tarda a risponderci? E' necessario avere molta fede per continuare a
resistere e ad agire, malgrado il fatto di non vedere il risultato. Chi aspetta
risultati immediati, si lascerà prendere dallo sgomento. In diversi altri punti
dei salmi si parla di questa stessa resistenza dura e difficile dinanzi a Dio,
fino a che Lui risponde (Sl 71,14; 37,7; 69,4; Lm 3,26). Nel citare il Salmo 80,
San Pietro dice che per Dio un giorno è come mille anni (2Pd 3,8; Sl 90,4).
d) Approfondimento: La preghiera negli scritti di Luca
i. Gesù che prega nel Vangelo
I vangeli ci presentano un'immagine di Gesù che prega, che vive in contatto
permanente con il Padre. L'aspirazione di vita di Gesù è fare la volontà del
Padre (Gv 5,19). Luca è l'evangelista che ci dice più cose sulla vita di
preghiera di Gesù. Ci presenta Gesù in costante preghiera. Gesù pregava molto ed
insisteva, in modo che anche la gente ed i suoi discepoli facessero lo stesso.
Ed è nel confronto con Dio dove appare la verità e la persona si incontra con se
stessa in tutta la sua realtà ed umiltà. Ecco alcuni momenti nel Vangelo di Luca
in cui Gesù appare pregando:
Lc 2,46-50: Quando ha dodici anni, va al Tempio, nella Casa del Padre
Lc 3,21: Quando è battezzato ed assume la missione, prega
Lc 4,1-2: Quando inizia la missione, passa quaranta giorni nel deserto
Lc 4,3-12: Nell'ora della tentazione, affronta il diavolo con i testi della
Scrittura
Lc 4,16: Gesù è solito partecipare alle celebrazioni, nelle sinagoghe, il sabato
Lc 5,16; 9,18: Cerca la solitudine del deserto, per pregare
Lc 6,12: La sera prima di scegliere gli Apostoli, trascorre la notte pregando
Lc 9,16; 24,30: Prega prima dei pasti
Lc 9,18: Prima di parlare della realtà e della sua passione, prega
Lc 9,28: Durante la crisi, sul Monte per pregare, è trasfigurato quando prega
Lc 10,21: Quando il Vangelo viene rivelato ai piccoli, dice: "Ti ringrazio,
Padre..."
Lc 11,1: Pregando, sveglia negli apostoli la volontà di pregare
Lc 22.32: Prega per Pietro, per aumentare la sua fede
Lc 22,7-14: Celebra la Cena Pasquale con i suoi discepoli
Lc 22,41-42: Nell'Orto degli Ulivi, prega, sudando sangue
Lc 22,40.46: Nell'angoscia dell'agonia chiede ai suoi amici di pregare con lui
Lc 23,34: Nel momento di essere inchiodato alla croce, chiede perdono per i suoi
carnefici
Lc 23,46; Sl 31,6: Nell'ora della morte, dice: "Nelle tue mani consegno il mio
spirito"
Lc 23,46: Gesù muore con sulle labbra il grido del povero
Questo elenco di citazioni indica che per Gesù, la preghiera era intimamente
unita alla vita, ai fatti concreti, alle decisioni che doveva prendere. Per
essere fedele al progetto del Padre, cercava di rimanere da solo con lui. Di
ascoltarlo. Nei momenti difficili e decisivi della sua vita, Gesù pregava i
Salmi. Come qualsiasi altro giudeo pio, li conosceva a memoria. La recita dei
Salmi non spense in lui lo spirito creativo. Anzi, Gesù inventò lui stesso un
salmo: E' il Padre Nostro. La sua vita è stata una preghiera perenne: "In ogni
momento faccio ciò che il Padre mi chiede di fare!" (Gv 5,19.30). A lui si
applica ciò che dice il Salmo: "... mentre io sono in preghiera!" (Sl 109,4)
ii. Le Comunità oranti negli Atti degli Apostoli
Come avviene nel Vangelo, anche negli Atti, Luca parla molto spesso di
preghiera. I primi cristiani sono coloro che continuano la preghiera di Gesù. A
continuazione, un elenco di testi che in un modo o nell'altro, parlano di
preghiera. Se osservate con molta attenzione, ne scoprirete anche altri:
At 1,14: La comunità persevera in preghiera con Maria, la madre di Gesù
At 1,24: La comunità prega per sapere come scegliere il sostituto di Giuda
At 2,25-35: Pietro cita i salmi durante la predicazione
At 2,42: I primi cristiani sono assidui nella preghiera
At 2,46-47: Frequentano il tempio per lodare Dio
At 3,1: Pietro e Giovanni vanno al tempio per la preghiera dell'ora nona
At 3,8: Lo storpio curato loda Dio
At 4,23-31: La comunità prega nella persecuzione
At 5,12: I primi cristiani rimangono nel portico di Salomone (tempio)
At 6,4: Gli apostoli si dedicano alla preghiera ed alla parola
At 6,6: Pregano prima di imporre le mani sui diaconi
At 7,59: Nell'ora della morte, Stefano prega: "Signore, ricevi il mio spirito"
At 7,60: E prima Stefano prega: "Signore, non imputar loro questo peccato"
At 8,15: Pietro e Giovanni pregano affinché i convertiti ricevano lo Spirito
Santo
At 8,22: Al peccatore viene detto: Pentiti e prega, così otterrai il perdono
At 8,24: Simone dice: "Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla
di ciò che avete detto"
At 9,11: Paolo sta pregando
At 9,40: Pietro prega per la guarigione di "Gazzella"
At 10,2: Cornelio pregava Dio costantemente
At 10,4: Le preghiere di Cornelio salgono al cielo e sono ascoltate
At 10,9: Nell'ora sesta, Pietro prega sulla terrazza della casa
At 10,30-31: Cornelio prega nell'ora nona, e la sua preghiera è ascoltata
At 11,5: Pietro informa la gente di Gerusalemme: "Lui stava in preghiera"!
At 12,5: La comunità prega quando Pietro è in carcere
At 12,12: In casa di Maria, ci sono molte persone raccolte in preghiera
At 13,2-3: La comunità prega e digiuna prima di inviare Paolo e Barnaba
At 13,48: I pagani si rallegrano e glorificano la Parola di Dio
At 14,23: I missionari pregano per designare i coordinatori delle comunità
At 16,13: A Filippo, accanto al fiume, c'è un luogo di preghiera
At 16,16: Paolo e Sila andavano alla preghiera
At 16,25: Di notte, Paolo e Sila cantano e pregano in prigione
At 18,9: Paolo ha una visione del Signore durante la notte
At 19,18: Molti confessano i loro peccati
At 20,7: Erano riuniti per la frazione del pane (Eucaristia)
At 20,32: Paolo raccomanda a Dio i coordinatori delle comunità
At 20,36: Paolo prega in ginocchio con i coordinatori delle comunità
At 21,5: Si inginocchiano sulla spiaggia per pregare
At 21,14: Dinanzi all'inevitabile, la gente dice: Sia fatta la volontà di Dio!
At 21,20: Glorificano Dio per quanto fatto da Paolo
At 21,26: Paolo va al tempio a compiere una promessa
At 22,17-21: Paolo prega nel tempio, ha una visione e parla con Dio
At 23,11: In carcere a Gerusalemme: Paolo ha una visione di Gesù
At 27,23ss: Paolo ha una visione di Gesù durante la tormenta sul mare
At 27,35: Paolo prende il pane e rende grazie a Dio prima di arrivare a Malta
At 28,8: Paolo prega sul padre di Publio colpito dalla febbre
At 28,15: Paolo rende grazie a Dio vedendo i fratelli a Pozzuoli
Questo elenco ci indica due cose molto significative. Da una parte che i primi
cristiani conservano la liturgia tradizionale del popolo. Come Gesù, pregano in
casa in famiglia, nella comunità e nella sinagoga ed insieme alla gente nel
tempio. D'altro canto, oltre alla liturgia tradizionale, sorge tra di loro un
nuovo modo di pregare in comunità con un nuovo contenuto. La radice di questa
nuova preghiera nasce dalla nuova esperienza di Dio in Gesù e dalla coscienza
chiara e profonda della presenza di Dio in mezzo alla comunità: "In lui viviamo,
ci moviamo e siamo!" (At 17,28)
6. Preghiera: Salmo 63 (62)
Il desiderio di Dio che si esprime nella preghiera
O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco,
di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta,
arida, senz'acqua.
Così nel santuario ti ho cercato,
per contemplare la tua potenza e la tua gloria.
Poiché la tua grazia vale più della vita,
le mie labbra diranno la tua lode.
Così ti benedirò finché io viva,
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Mi sazierò come a lauto convito,
e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.
Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo
e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all'ombra delle tue ali.
A te si stringe l'anima mia
e la forza della tua destra mi sostiene.
Ma quelli che attentano alla mia vita
scenderanno nel profondo della terra,
saranno dati in potere alla spada,
diverranno preda di sciacalli.
Il re gioirà in Dio,
si glorierà chi giura per lui,
perché ai mentitori verrà chiusa la bocca.
7. Orazione finale
Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la
volontà del Padre. Fa' che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci
comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa'
che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare
la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei
secoli dei secoli. Amen.
UN METODO MAI TRAMONTATO
Il culto è di due specie: esteriore e interiore. Il culto esterno però è ordinato da quello interiore: infatti i sacramenti della Chiesa, le lodi esteriori e tutto l’apparato delle cerimonie sono ordinati a edificare le disposizioni interiori dell’anima. Perciò il compito principale della vita religiosa di tutti i cristiani deve tendere a venerare Dio con gli atti interiori; sebbene non si debbano trascurare neppure gli atti esterni, soprattutto quelli ai quali si è obbligati. Ebbene, gli atti interni sono questi: leggere, pregare, meditare e contemplare, i quali appartengono all’intelletto; e mediante questi nascono la speranza, la carità, la devozione e tutti gli altri atti che appartengono alle facoltà affettive, in modo che l’uomo divenga perfetto nella conoscenza e nell’amore di Dio. (...leggi tutto)
OLTRE LA LECTIO, VERSO L’ACTIO E LA COLLACTIO
Oggi, grazie a Dio, viene ripresa nella Chiesa l’antica pratica della lectio divina. Essa è ormai nota a tutti. La sua metodologia è molto varia, ma sostanzialmente si articola in varie tappe: la lectio, ossia l’ascolto e lo studio della Parola di Dio; la meditatio, la sua accoglienza e il confronto con la propria vita; l’oratio, la preghiera che sgorga dall’ascolto; la contemplatio, la comunione con Dio. È un dono immenso dello Spirito, di cui siamo grati.
Tuttavia nella lectio spesso ci si ferma allo studio, alla meditatio, forse si giunge alla oratio, difficilmente alla contemplatio. Occorre andare oltre e spingersi fino all’actio o l’operatio, la vita e la testimonianza suscitate dalla Parola. Non basta ascoltare, leggere, studiare le Scritture. Non basta neppure meditarle o pregarle. La Parola accolta domanda la piena adesione, il totale abbandono a quanto Dio in essa manifesta. Essa richiede di essere tradotta in vita, coerentemente con l’insegnamento evangelico: il buon ascoltatore della Parola è colui che la mette in pratica (cf. Mt 7, 24). Solo a queste condizioni la Parola può esprimere tutta la sua forza trasformante. La lettera di Giacomo ammonisce: «Accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi» (Gc 1, 21-22).
E infine la collatio. La Parola ascoltata e vissuta domanda di comunicare i frutti da essa prodotti nella vita, delle esperienze che essa suscita. Anche in questo i fondatori e le fondatrici sono un modello. Essi non si sono inoltrati solitari sulle vie della Parola, ma sono stati capaci di guidare altri sulle medesime strade, di renderli partecipi della medesima esperienza e di orientarli, assieme a loro, verso il Vangelo, per fare di tutti un’unica Parola vivente.
Anche oggi, come all’origine del nostro Istituto, la comunità religiosa sarà il frutto della costante comunione tra persone fecondate dalla Parola carismatica, tra “parole di Dio vive”.
VIVERE IL VANGELO PER VIVERE IL CARISMA
Praticare così la lectio divina ci porta anche al rinnovamento del nostro carisma, in continuità con l’esperienza dei nostri fondatori e fondatrici. Seguire le loro orme significa lasciarci condurre dallo Spirito, con la loro stessa docilità, là dove loro si sono lascianti condurre e dove ha avuto inizio il loro cammino carismatico: al Vangelo.
Se i carismi e gli istituti possono essere paragonati a fiori sbocciati dal Vangelo, di certo essi conserveranno o ritroveranno la loro freschezza, e quindi saranno pienamente se stessi, nella misura in cui saranno capaci di andare alla radice da cui sono nati, immergendosi nuovamente nell’intero Vangelo e nella completezza del mistero di Cristo.
A volte, guardando al giardino della Chiesa, si può avere l’impressione che tanti “fiori” siano appassiti. Per ridare vita al proprio “fiore”, al proprio carisma, è inutile soffiare sui petali, per rimanere nell’immagine, o puntellarli in modo che la corolla stia voltata in alto. È un’operazione effimera e inutile. Perché il fiore riabbia vita bisogna intervenire alla radice, non sulla corolla. Bisogna dare acqua alle radici. Fuori metafora. Si tenta in tutti i modi di salvare l’identità della propria spiritualità e lo specifico del proprio istituto studiando il proprio particolare, enfatizzandolo, cercando di proteggerlo da pretese ingerenze esterne… È un lavoro valido ma insufficiente. Occorre il coraggio di andare più in profondità. Occorre ritrovare la pienezza di vita evangelica che alimenta quella determinata spiritualità. L’acqua e l’humus fecondo sono comuni a tutti i fiori, quale che sia la loro varietà. Occorre quindi che tutti i carismi per essere loro stessi rimangano in costante contatto con la fonte da cui tutti sono sgorgati.
Se i fondatori e le fondatrici appaiono parole dell’unica Parola, aspetti particolari della totalità del Vangelo, ogni istituto deve tornare ad essere parola nell’unica Parola. Si tratta di immergere nuovamente la “parola” evangelica su cui è nata ogni famiglia religiosa e che la alimenta, nell’intero Vangelo. Vivendo il Vangelo in pienezza si avrà poi luce per cogliere la particolare dimensione evangelica su cui si è innestato il proprio istituto.
È un cammino da percorrere in comunione con le altre vocazioni, con la Chiesa intera. Se ogni istituto è nato nella Chiesa e per la Chiesa, per vivere e crescere ha intrinsecamente bisogno di una comunione vitale con tutte le diverse realtà carismatiche all’interno della Chiesa-comunione. Solo nell’unità dell’insieme si può cogliere pienamente il valore di ciascun particolare. Di qui il bisogno di attuare una unità sempre più profonda e concreta tra i membri dei differenti istituti di vita consacrata e con le diverse vocazioni ecclesiali: laici, presbiteri, vescovi, gruppi, movimenti, associazioni, e insieme con loro ritrovare la radice evangelica del vivere cristiano.
Nell’unità tra di loro ricompongono l’unico Vangelo, la Parola, il Verbo. Significative le parole rivolte da Giovanni Paolo II ai religiosi: «La Chiesa (…) accoglie e nutre nel proprio seno Ordini e Istituti di stile tanto diverso, perché tutti insieme contribuiscano a rivelare la variegata natura e il polivalente dinamismo del Verbo di Dio incarnato e della stessa Comunità dei credenti in Lui» .
p. FABIO CIARDI OMI