Preticattolici.it

Preti e religiosi del nuovo millenio in dialogo

 

IL PROBLEMA

In questa sezione vengono presentati i principali problemi di clero e religiosi oggetto di dibattito e interesse da parte del grande pubblico. Tra le tante agenzie di informazione si propongono quegli interventi che affrontano i problemi con vivo desiderio di giungere alla verità e nel profondo rispetto delle persone che sbagliano. Sono graditi i vostri riscontri e contributi nel GUESTBOOK o nella CORRISPONDENZA.

 

 SOMMARIO :

Attenzione: "Venerabilis", il web-site con dominio turco della sedicente "Fraternità" omosessuale dei preti cattolici romanì

È TEMPO DI VALORIZZARE I PRETI SPOSATI

vescovi in fuga

CONDANNNA DI MARCO DESSI'

CASO DON SANTORO

DON GIORGIO DE CAPITANI, TRA MINACCE DI MORTE E ATTACCHI MEDIATICI: “MA TETTAMANZI NON MI HA CONDANNATO” 35230. ROVAGNATE

QUANTI SONO I PRETI RICATTATI?

"Abusi sessuali su migliaia di bimbi"

MA QUESTE EDITRICI CATTOLICHE  PENSANO AL BENE DELLA CHIESA O AD ALTRO?

Un abbraccio a Baget Bozzo maestro di parole

HO FATTO UN SOGNO

MAI TANTO ORGOGLIOSA OSTINAZIONE...

VENETO: SOLDI PER GLI ANZIANI RELIGIOSI NON AUTOSUFFICIENTI. MA SOLO SE SONO RELIGIOSI

LA SOLITUDINE DELL'APOSTOLO

OMILIA CHE PENITENZA

IL VESCOVO DI NOTTINGHAM: “GIUSTO APRIRE AI PRETI SPOSATI”

C'è anche la questione dei preti con figli Sono tanti?

ALCOLISMO…SACERDOTALE

SACERDOZIO MINISTERIALE FEMMINILE

John Henry Newman e il sacrificio del celibato

Il viaggio di Benedetto XVI negli stati uniti

Paraguay, Lugo eletto presidente
L'ex vescovo cattolico ha superato la Ovelar e Oviedo

LA GIORNATA DELLE VOCAZIONI CHE MANCANO

I LEGIONARI DI CRISTO PERDONO IL FONDATORE.  E IL VATICANO SI LIBERA DI UN PESO IMBARAZZANTE

Iniziative di Emmaus per ricordare l'Abbé Pierre

Se Dio resta solo (F.Peloso)   (PDF)

Il costo della memoria. Ucciso dalla camorra (P.Lubrano)

 Il parere dello psicologo : Motivi di una crisi vocazionale del presbitero (P. A GRÜN priore di  Münsterschwarzach – D)

Don Giorgio : Un accusa infamante ha ucciso un innocente

La formazione permanente del clero

“le sagrestie di cosa nostra”. un libro inchiesta sui rapporti
 fra religione, chiesa e mafia

 

Attenzione: "Venerabilis", il web-site con dominio turco della sedicente "Fraternità" omosessuale dei preti cattolici romanì

"Venerabilis", il web-site con dominio turco della sedicente "Fraternità" omosessuale dei preti cattolici romanì. Gia nella home page del sito si sottolinea di essere "per e con la Chiesa Cattolica Romana e dalla parte del santo Padre", e di voler essere di "aiuto ai sacerdoti, ai religiosi e ai laici 'omosensibili' che si sforzano di vivere la ricchezza della vita umano-cristiana consapevoli dei propri limiti". Il "punto forte" di Venerabilis sono le chat: cliccando, ti viene subito chiesto se sei un sacerdote e se vuoi "dialogare con serenità e pace in chat". Si può chattare in varie lingue: italiano, spagnolo, francese e inglese. C'è inoltre la chat "Chiedi al sacerdote", dove è "possibile consultare con assoluta tranquillità e riservatezza, oltre a sacerdoti, religiosi e alcuni laici, personale qualificato (psicologo o medico)". "In quanto chat di condivisione del proprio vissuto e del proprio pensiero - si precisa sul sito - è d'obbligo il rispetto, in atteggiamenti e parole, nei confronti delle persone che vi accedono" (tratto da romatoday.it)

 

È TEMPO DI VALORIZZARE I PRETI SPOSATI

Un oceano di doni viene sprecato nella Chiesa in nome delle nostre tradizioni. E’ tempo di chiedersi se la fedeltà alle tradizioni rappresenti un modo di essere più fedeli al mandato di Cristo: “Andate in tutto il mondo…”. Tra questi, doni, preziosissimo, anche il dono del sacerdozio. Quanti preti sposati non possono o non vogliono più fare nulla o poco nella Chiesa. Mentre esercitavano avevano la piena fiducia della Chiesa e guidavano le comunità cristiane. Appena laicizzati, raramente hanno avuto la possibilità di donare la loro competenza biblica e spirituale. Prima insegnavano a nome della Chiesa, ora nella Chiesa non sono coinvolti oppure sono sottoutilizzati. Lasciamo a chi ne ha la responsabilità di stabilire se ed in quali condizioni un sacerdote sposato possa esercitare; se prevedere accanto al ministero celibatario anche quello di persone sposate; se vincolare l'ordinazione sacerdotale o slegarla dal celibato. Forse è sterile fermare la nostra attenzione solo su problemi la cui soluzione dipende dal Magistero. E’ invece più fecondo rivedere atteggiamenti e comportamenti personali, diventare meno diffidenti, cercarci di più, stare assieme con tutti i sacerdoti, riscoprire la bellezza del presbiterio, cercare come diretti collaboratori i preti sposati, ricercare assieme le strade della nuova evangelizzazione, rimuovere le cause personali e strutturali di tante sofferenze.

 

VESCOVI IN FUGA

Negli ultimi giorni ho scritto qualche articolo sul Giornale (dando conto ad esempio della nomina di mons. Pietro Parolin, sottosegretario ai rapporti con gli Stati, a nunzio in Venezuela e della nomina del suo successore, mons. Ettore Balestrero). Ora vi anticipo che domani sarà dato l’annuncio della nomina del nuovo arcivescovo di Udine, che prenderà il posto di mons. Pietro Brollo. Si tratta dell’attuale vescovo di Treviso, Andrea Bruno Mazzoccato. Di per sé si tratterebbe di un normale avvicendamento… ma c’è un ma. E vi spiego subito qual è la mia perplessità: monsignor Mazzoccato, originario della diocesi di Treviso, dov’era stato padre spirituale del seminario (1977-2001) e poi anche rettore dello stesso seminario (dal 1994), era stato nominato alla fine del 2000 vescovo di Adria-Rovigo, quindi, dopo appena 3 anni, era stato trasferito a Treviso (gennaio 2004). Ora, dopo appena cinque anni, diventa a sorpresa arcivescovo di Udine. E’ fuori discussione l’indubbio valore della persona, che viene chiamata a risolvere situazioni delicate o dove esistono contrasti. Ma è lecito chiedersi quale immagine di Chiesa venga data facendo “ballare” i vescovi da una sede all’altra nel giro di pochi anni. Un tempo il vescovo “sposava” la diocesi e vi permaneva a vita. Dopo il Concilio, i vescovi vanno in pensione a 75 anni. Si capisce che possano avvenire trasferimenti per promuovere a sedi particolarmente importanti prelati che hanno già fatto un’esperienza episcopale sul campo (anche se, vorrei ricordare ad esempio che gli arcivescovi ambrosiani Schuster, Montini e Martini sono arrivati in diocesi di Milano senza precedenti esperienze episcopali: il primo è beato, il secondo è diventato Papa e anche per lui è in corso il processo di beatificazione); ma questa girandola continua di sedi non può non destare perplessità, anche perché a suo tempo, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, così come l’allora Prefetto della Congregazione dei vescovi cardinale Bernardin Gantin, si erano espressi contro questa prassi ormai invalsa. Sembra che la scelta sia caduta su monsignor Mazzoccato dopo che non è andata in porto la designazione dell’attuale Segretario della Congregazione dei religiosi, l’arcivescovo francescano Gianfranco Gardin, che è stato eletto per Treviso. Sono convinto che le Chiese locali meritino più attenzione e quando ricevono un pastore, dovrebbero poter contare sul fatto che il vescovo rimanga in sede come minimo per una decina d’anni. (Da Il Giornale)

 

CONDANNA DI MARCO DESSI’ Marco Dessì era stato condannato per violenze sessuali di stampo pedofilo su bambini in Nicaragua. Ora non è più un prete.

di LUCIO SALIS

Padre Marco Dessì è stato dimesso dallo stato clericale. Il missionario di Villamassargia condannato per abusi sessuali su bambini del Nicaragua è stato cacciato con un decreto emesso da Papa Benedetto XVI, che lo ha “dimesso dallo stato clericale”, e x officio et in poenam, cum dispensatione ab omnibus oneribus e sacris ordinibus manantibus. Aldilà delle solenni espressioni in latino, significa che il sacerdote è stato ridotto allo stato laicale.

IL DECRETO Come recita il decreto (emesso l'8 gennaio scorso dal Sommo Pontefice), Marco Dessì «automaticamente perde i diritti propri dello stato clericale, la dignità e i compiti ecclesiastici; non è più tenuto agli altri obblighi connessi con lo stato clericale; rimane escluso dall'esercizio del sacro ministero né può avere un compito direttivo in ambito pastorale». Quindi, divieto assoluto di celebrare messa e altri sacramenti, di portare l'abito talare e «insegnare alcuna disciplina teologica» perfino "negli istituti anche non dipendenti dall'Autorità ecclesiastica". Fulminato e incenerito. Con un provvedimento inappellabile, emesso dalla più alta autorità di Santa Romana Chiesa. Si pensava che il verdetto del Vaticano arrivasse dopo l'esaurimento dei vari gradi di giudizio presso i tribunali italiani, invece la giustizia della Santa Sede ha bruciato i tempi. Ma c'è una spiegazione. Nel confermare la notizia, un'autorevolissima fonte del Vaticano spiega che l'intervento del Papa è collegato a una vicenda che non lasciava più alcun dubbio sulla colpevolezza di Marco Dessì. Certezza legata alle indagini compiute direttamente dagli ispettori dalla Congregazione per la dottrina della fede (ex Sant'Uffizio).

LA VICENDA Tutto ha avuto inizio nel 2005, quando una rappresentanza di volontari cagliaritani ed emiliani che lavoravano in Nicaragua (delle onlus Solidando e Rock no war) ha sollecitato l'intervento della Santa Sede per porre fine alle violenze sessuali di Dessì nei confronti dei bambini, in prevalenza orfani, ospiti della missione Betania. La risposta è stata immediata e decisa. Con un atteggiamento di rottura rispetto al passato, quando le autorità ecclesiastiche spesso tendevano a schivare i casi di pedofilia, seppellendoli sotto una coltre di prudenza, che molti bollavano come insabbiamento. Stavolta non è accaduto. Di fronte a una denuncia circostanziata, la Chiesa ha voluto vederci chiaro, ha indagato, e di fronte alla scoperta di una terribile realtà, ha invitato i volontari a rivolgersi alla magistratura italiana. Ma ha fatto anche di più: li ha sostenuti, non solo moralmente, durante l'inchiesta giudiziaria. Un mutamento epocale, che coincide, in buona parte, con l'avvento al pontificato di Joseph Ratzinger. Non a caso, mentre l'iter processuale italiano procede secondo ritmi lentissimi, che rischiano di sfociare nella prescrizione, il Papa ha voluto rimarcare, personalmente, un confine netto fra il missionario condannato per pedofilia e Santa Romana Chiesa. Con un decreto di dimissione adottato, in suo nome, dalla Congregazione per la dottrina della fede.

L'AUTODIFESA Questo non significa che a Marco Dessì non sia stato garantito il diritto alla difesa. La Chiesa non ama le azioni di brusca rottura e ha quindi tentato di venire incontro alla sua pecora nera (sia pure nella misura consentita dai gravissimi fatti emersi nell'inchiesta) con una moral suasion tendente a provocarne le dimissioni spontanee. Tentativo fallito. D'altro canto, il prete di Villamassargia, che pure è assistito da un validissimo collegio di avvocati, non è mai stato un buon difensore di se stesso. Se nei confronti dei magistrati italiani ha tenuto un atteggiamento di chiusura assoluta («non ho mai sentito la sua voce», ha detto il Pubblico ministero di Parma Lucia Russo) non è stato più disponibile con le autorità vaticane. Che hanno aperto nei suoi confronti un processo amministrativo penale canonico , durante il quale sono finalmente riuscite a fargli presentare una memoria difensiva, giudicata peraltro non convincente. Da qui la decisione di promuoverne la dimissione ex officio, e di farlo sapere a tutti gli interessati. Perché sia ben chiaro che la Chiesa non si nasconde e prende nettamente le distanze dal chierico che ha tradito i suoi principi, arrecandole un danno enorme, in terra di missione ma anche in Italia, dove Marco Dessì è conosciutissimo.

LA PUNIZIONE Non è la prima volta che la punizione di un prete pedofilo viene divulgata. L'anno scorso, l'arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori ha inviato al parroco dell'Immacolata concezione di Ginestra Fiorentina una sentenza di condanna, per abusi sessuali su minori, emessa dalla Congregazione per la dottrina della fede nei confronti di don Roberto Berti. Il sacerdote dovrà trascorrere 8 anni in meditazione presso una casa di preghiera lontana dalla diocesi fiorentina. Il parroco ha affisso il documento nella bacheca della chiesa, perché tutti i fedeli lo leggessero. Anche il decreto che priva Marco Dessì dell'abito talare è stato notificato al nunzio apostolico in Nicaragua, monsignor Jean Paul Gobel, perché faccia sapere alla popolazione locale che il fondatore della missione Betania è stato espulso dalla Chiesa cattolica.

LA PUBBLICITÀ Analoga comunicazione è stata inviata ai superiori della confraternita Gesù divino operaio, della quale Marco Dessì fa parte, e alle onlus Solidando (di Cagliari) e Rock no war (di Modena) che, attraverso spettacoli e altre manifestazioni, avevano assicurato al missionario fondi ingenti, creando un autentico movimento in suo favore. Tutta gente che deve essere informata. Compresa la popolazione del Sulcis, dove Marco Dessì aveva raggiunto un altissimo livello di popolarità, tanto da essere considerato una sorta di santo. Per questo, dalla Congregazione per la dottrina della fede è partito un messaggio diretto a monsignor Giovanni Paolo Zedda, vescovo di Iglesias. La Chiesa, insomma, si preoccupa di far sapere di non avere niente da nascondere: chi ha infangato il suo nome presentandosi come ministro di Dio è stato severamente punito. Due copie del decreto sono state inviate anche a Marco Dessì, nel carcere di Saluzzo, dove sta scontando la pena, in un reparto riservato ai detenuti per reati a sfondo sessuale. Gliele consegnerà il vescovo locale, Giuseppe Guerrini. L'ex sacerdote di Villamassargia dovrà firmarne una, per accettazione della condanna. Potrebbe anche non farlo, ma un eventuale rifiuto non cambierebbe il suo destino, ormai segnato. L'unica speranza che gli è rimasta è una riduzione della pena. Probabile, dopo che la Corte di Cassazione ha giudicato prescritti alcuni episodi che gli venivano addebitati e ha disposto la celebrazione di un nuovo processo in Appello nel prossimo autunno.

 

CASO DON SANTORO 

-Firenze. ''Ieri mattina, presso la comunita' delle Piagge si e' compiuta la simulazione di un sacramento, ponendo un atto privo di ogni valore ed efficacia, in quanto mancante degli elementi costitutivi del matrimonio religioso che si voleva celebrare. Tale simulazione e' stata posta in atto da don Alessandro Santoro in contrasto con le disposizioni piu' volte dategli dai superiori, primo fra tutti il 'precetto' che gli fu formalmente intimato dal Cardinale Ennio Antonelli il 15 gennaio 2008, successivamente rinnovato nei colloqui e negli scritti intercorsi con l'arcivescovo monsignor Giuseppe Betori''. Lo afferma - in una nota diffusa dal portavoce - l'Arcidiocesi di Firenze, in cui si spiega che don Santoro viene sollevato ''a partire da questo momento dalla cura pastorale della comunita' delle Piagge''. La decisione e' stata presa dal vescovo monsignor Giuseppe Betori dopo che don Santoro ha sposato con il rito cattolico Sandra Alvino, nato uomo e ora donna, con il compagno Fortunato Talotta. ''L'atto assume particolare gravita' - si legge nel comunicato della Arcidiocesi - in quanto genera inganno nei riguardi delle due persone coinvolte, che hanno potuto ritenere di aver celebrato un sacramento laddove cio' era impossibile, nonche' sconcerto e confusione nella comunita' cristiana e nell'opinione pubblica, indotta a pensare che per la Chiesa siano mutate le condizioni essenziali per contrarre matrimonio canonico. Gesti come quello posto da don Alessandro Santoro contraddicono il ministero di pastore di una comunita', per la quale il sacerdote deve rappresentare la voce autentica dell'insegnamento dottrinale e della prassi sacramentale della Chiesa cattolica''. All'arcivescovo di Firenze, conclude il comunicato fatto diffondere da monsignor Betori, ''non resta pertanto che riconoscere con dolore e preoccupazione questo dato di fatto e, come preannunciato allo stesso don Santoro, sollevarlo a partire da questo momento dalla cura pastorale della comunita' delle Piagge che gli era stata formalmente affidata come cappellania il 14 settembre 2006, ma presso la quale egli ha svolto azione pastorale fin dal 1994''. L'arcivescovo ha chiesto a don Alessandro Santoro di ''vivere un periodo di riflessione e di preghiera''. (Un commento tra tanti al fatto) A me piace che ci siano preti “di frontiera”. Alcuni fra i grandi santi lo erano stati (continuando ad amare la Chiesa che procurava loro tante sofferenze). Ma la Chiesa ha i suoi tempi, le sue lentezze, le sue miserie e le sue grandezze: chi la governa, a ogni livello, deve considerare tanti aspetti. Sul caso Alvino, ad esempio e al di là del rispetto umano che sempre si deve a ciascuna persona, perchè non considerare – almeno un pochetto – certe ragioni teologico/pastorali che consiglianto prudenza e impediscono la celebrazione religiosa di quel matrimonio? E cambiando orizzonte: come – ad esempio sui registro per il testamento biologico – non rendersi conto che dietro alcune impostazioni oggi “politicamente corrette” , vincenti e potentemente sostenute anche dal sistema dei media, si celino precise impostazioni culturali non propriamente coerenti con il messaggio evangelico di rispetto per la persona? Ad esempio il “fine vita” e il giudicare “non più degna di essere vissuta” una vita solo perchè, magari, le cure costerebbero troppo …. Qui si sa dove si comincia e non dove si finisce. E io, fra le sicurezze iperliberiste dei radicali, e le prudenze della Chiesa, scusatemi ma sto con la Chiesa … In ogni modo: trovo che nella Chiesa di Gesù Cristo ci dovrebbe essere – a ogni livello – più tolleranza reciproca, più rispetto per posizioni diverse ma legate da un’unica fede. Soffro quando qualcuno (esempi calzanti si trovano in certi … movimenti) si considera un tantino migliore (più cristiano) degli altri … E se fossi stato in Betori, questo si, da don Santoro (e dalla sua comunità) ci sarei andato una sera – senza codazzi mediatici – a cena, per capire meglio… MA BANCHI -Blog Tirreno

 

DON GIORGIO DE CAPITANI, TRA MINACCE DI MORTE E ATTACCHI MEDIATICI: “MA TETTAMANZI NON MI HA CONDANNATO” 35230. ROVAGNATE (LC)-ADISTA.

Per una rapida rassegna degli insulti che gli sono piovuti addosso non serve andare a leggere le lettere e i messaggi arrivati in canonica o spediti via posta elettronica (e prontamente resi pubblici sul suo blog). Basta sfogliare i giornali che dopo l’attentato di Kabul si sono occupati di lui: don Giorgio De Capitani – “residente con incarichi pastorali” a Sant’Ambrogio in Monte, piccola frazione di Rovagnate, in provincia di Lecco – è da giorni nell’occhio del ciclone per le sue parole sui militari italiani morti in Afghanistan (v. Adista n. 96/09). “Mercenari”, li ha definiti don Giorgio, “pagati profumatamente dal governo, cioè da noi, per svolgere un mestiere (perché parlare di ‘missione’, parola nobile da lasciare solo ai testimoni della carità?) che consiste nello sparare su bersagli umani, senza distinguere troppo se si tratta di bambini o di nemici armati”. Il Giornale della famiglia Berlusconi ha dedicato una serie di articoli a don Giorgio, ribattezzato “il prete rosso senza pietà”; ancor più violento è stato l’attacco di un settimanale della sua provincia, il Giornale di Merate: il “Mullah De Capitani”, ha scritto un editorialista del giornale brianzolo, “è solo un ‘pazzo’ che gioca con l'ostia consacrata come i terroristi talebani giocano con il tritolo. Abbiamo capito una cosa: i ‘farabutti’ esistono davvero. Qualcuno travestito da giornalista, qualcuno da politico. Altri ancora da prete”. Ma c’è chi non la pensa allo stesso modo: il prossimo 28 ottobre, don Giorgio sarà insignito del Premio nazionale "Paolo Borsellino" per il suo impegno sociale e civile. Giunto alla 14.ma edizione e patrocinato dal Consiglio regionale abruzzese, il premio è stato assegnato negli anni scorsi a personalità quali Rita Borsellino, Gian Carlo Caselli, don Luigi Ciotti, Pietro Grasso, Giuseppe Lumia. Intanto, nel piccolo paesino a 20 km da Lecco, nella diocesi di Milano, qualcuno non si è limitato all’invettiva e sono arrivate anche minacce più esplicite. E così la prefettura ha dovuto predisporre per il prete un programma di protezione. Adista ha parlato dell’intera vicenda con lo stesso don Giorgio, che nei giorni scorsi ha incontrato il suo arcivescovo, il card Dionigi Tettamanzi. Don Giorgio, può parlarci delle minacce che ha ricevuto in seguito al suo intervento sulla morte dei sei militari italiani a Kabul? Le minacce che ho ricevuto sono di due tipi: minacce indirette, cioè offese e insulti, conditi dall’augurio di vedermi morto o cose del genere; e minacce dirette. Queste ultime sono giunte da un sedicente gruppo “patriottico”, che in una lettera inviata via posta mi ha suggerito di stare attento ad uscire di casa la sera perché potrebbero uccidermi. Questa è la prima volta che un gruppo organizzato mi minaccia e infatti anche la polizia e i carabinieri si sono un po’ allarmati. È per questo che è stato predisposto un programma di protezione? No, quello era già scattato precedentemente. Per la precisione da quando il Giornale di Feltri ha cominciato la sua campagna contro di me e, indirettamente, anche contro il cardinal Tettamanzi, a cui veniva rimproverato di non prendere provvedimenti contro il sottoscritto. È da quel momento che le minacce si sono intensificate. Il 20 settembre scorso la Curia di Milano ha diffuso un comunicato in cui si legge che l’arcivescovo “prende le distanze dalle prese di posizione personali del prete ambrosiano don Giorgio De Capitani, le cui dichiarazioni, giorni fa, sono già state oggetto di richiamo (solo parzialmente recepito)”. Nel corso del suo recente colloquio quale è stato l’atteggiamento del card. Tettamanzi nei suoi confronti? Ho incontrato il cardinale sabato 26 settembre. Mi hanno raccomandato di non parlare pubblicamente del nostro colloquio, ma con il personale della Curia eravamo rimasti d’accordo che avrebbero fatto un comunicato in cui si diceva che ci eravamo incontrati e ci eravamo chiariti. Invece quel comunicato non è stato fatto, e allora io mi sento legittimato a rendere noti i contenuti della nostra conversazione. Il nostro cardinale è di una umanità veramente eccezionale. È uno che sa ascoltare e per questo mi ritengo molto fortunato ad avere lui come arcivescovo. Purtroppo è da tempo sotto il tiro incrociato di Comunione e Liberazione e della Lega. Pensi che l’ex ministro Castelli ha scritto per ben due volte al cardinale per sollecitarlo a prendere provvedimenti contro di me. Ma lui non ha risposto, perché dice che questi non sono affari di cui si deve occupare la politica. Per tutto il nostro colloquio il cardinale ha battuto su un solo punto: “Il nostro punto di riferimento è il Vangelo, solo il Vangelo”, mi ha detto. “E se arrivano delle critiche non bisogna preoccuparsi se si è stati fedeli al Vangelo”. Io mi sono permesso di fargli anche qualche domanda un po’ audace, e gli ho chiesto perché il Vaticano non dice niente su Berlusconi. E lui mi ha risposto: “Siamo esseri umani anche noi”. Più chiaro di così! Può dirci se il cardinale ha fatto cenno anche all’ap-pello “Per la libertà sul fine vita” promosso da MicroMega e che lei ha firmato insieme ad altri 40 preti? Alcuni dei firmatari hanno già ricevuto un’ammonizione da parte del proprio vescovo su indicazione della Congregazione per la Dottrina della Fede… A dire il vero sono io che ho sollevato la questione. Se fosse stato per lui avrebbe sorvolato senza dirmi nulla. Gli ho chiesto: “Eminenza, ma è vero che è arrivata una lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede…?”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma come vedi io non te l’ho data”. Come per dire: il discorso finisce qui. Se io non avessi fatto quella domanda lui non avrebbe neppure posto il problema. Il 23 ottobre ci sarà a Roma un’iniziativa di solidarietà per i 41 preti… Credo sia un’iniziativa importante alla quale, ovviamente, aderisco. Noi 41 firmatari abbiamo ricevuto attacchi davvero feroci per aver espresso un’opinione del tutto legittima e del tutto all’interno degli insegnamenti del Catechismo della Chiesa cattolica. È importante che ci sia un appuntamento pubblico dove possiamo manifestare quella solidarietà che talvolta, anche tra di noi, manca. Qualcuno, pur solidarizzando con lei per le minacce ricevute e dichiarandosi d’accordo nel merito delle questioni, ha rilevato che il linguaggio che lei utilizza è talvolta “sopra le righe” e nuoce alle stesse Questo è l’unico aspetto sul quale anche il cardinale mi ha mosso un appunto. “Moderazione”, mi ha raccomandato il cardinale, “moderazione”. E allora io ho chiesto esplicitamente: “Eminenza, moderazione nel contenuto o nella forma, nelle espressioni verbali?”. E lui mi ha fatto capire che si riferiva alle espressioni verbali. Mi ha fatto anche promettere di non dire più parolacce. Ora: io terrò senz’altro fede a questa promessa, ma ci tengo a precisare una cosa. Se in passato non avessi usato un certo metodo, un certo modo di comunicare che per molti è un “pugno nello stomaco”, nessuno avrebbe ascoltato il mio messaggio. Il mio è un linguaggio forte, colorito, talvolta esagerato, però è anche un modo per farsi sentire. La Lega si impone con un linguaggio, senza contenuto; io ho usato un linguaggio con un contenuto. Questa è la differenza tra me e la Lega. Quindi nessun pentimento sulle parole usate per i soldati italiani morti a Kabul? Io ho usato una sola parola che ha creato tanto scandalo: la parola “mercenario”. Quattro anni fa quella parola l’ho usata anche in chiesa, ma senza internet (non avevo ancora il mio blog) ovviamente la cosa non è circolata e non ha scatenato il putiferio che ha scatenato nei giorni scorsi. Comunque quella parola non la ritiro. Non so francamente perché provochi questa reazione esagerata nelle persone. Ma è ciò che descrive la professione di questi uomini che vengono pagati per fare la guerra. E una guerra, per giunta, profondamente sbagliata. Che c’è di male a dire queste cose? (emilio carnevali)

 

QUANTI SONO I PRETI RICATTATI?

Una casalinga di 40 anni è stata arrestata dai carabinieri con l'accusa di avere estorto 28 mila euro ad un sacerdote con il quale aveva una relazione sessuale. E' successo nella provincia di Palermo. A denunciare la donna è stato il prete stanco delle richieste della donna, che e' separata e madre di due figli. La vicenda è iniziata nel settembre scorso il religioso, che ha circa 60 anni, ha risposto ad un annunico fatto pubblicare dalla donna su un giornale locale. Nel testo si parlava di 'incontri particolari'. Il prete e la donna si sarebbero visti più volte e alla fine di ottobre la casalinga ha mostrato una foto in cui i due appaiono nudi e ha minacciato di consegnare l'immagine ai superiori del sacerdote se questi non avesse pagato 20 milla euro. La somma è stata consegnata dal prete alla donna ai primi di novembre. Qualche giorno dopo, però, la donna è tornata alla carica e ha chiesto altri soldi, circa 8 mila euro. A questo punto il prete si è rivolto ai carabinieri.

 

"Abusi sessuali su migliaia di bimbi" dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

Rapporto shock: per 40 anni violenze endemiche negli istituti religiosi Scoperti 2500 casi avvenuti tra il 1940 e il 1980. Il Primate: "Dispiaciuto profondamente" La Chiesa irlandese nella bufera LONDRA - È una delle pagine più nere della storia d'Irlanda, e della storia della Chiesa cattolica: l'abuso sessuale sistematico e ampiamente diffuso ai danni di bambini e adolescenti di entrambi i sessi, in scuole, orfanotrofi, riformatori e altri istituti gestiti da ordini religiosi cattolici irlandesi. Una macchia vergognosa, di cui finora si conosceva l'esistenza attraverso documentari televisivi, film di denuncia come il pluripremiato "Magdalene" di qualche anno fa, inchieste dei giornali e indagini preliminari. Ma adesso la Child Abuse Commission, la commissione istituita dall'allora primo ministro irlandese Bertie Ahern, per fare luce su questo indegno scandalo, ha concluso i suoi lavoro dopo nove anni di inchieste e presentato un rapporto che fotografa con esattezza le dimensioni e i dettagli di quanto è avvenuto. Il risultato suscita orrore: un dossier con le testimonianze di 2500 vittime di violenze, avvenute tra gli anni '40 e gli anni '80, negli istituti gestiti da preti e suore in Irlanda. Racconti atroci, di uomini e donne oggi adulti che ricordano di essere stati picchiati in ogni parte del corpo con le mani e con ogni tipo di oggetti, seviziati, stuprati, talvolta da più persone contemporaneamente. E' la cronaca di una discesa agli inferi, tenuta nascosto per decenni, poi trapelata qui e là, ma solo ora svelata in tutta la sua mostruosa realtà. Che questo sia avvenuto nel paese più cattolico d'Europa, dove la Chiesa ha per lungo tempo sovrastato con la sua influenza ogni aspetto della società civile, è ancora più grave e raccapricciante, commenta la stampa irlandese. Il rapporto non è una lettura facile. "Credevo che mi avrebbero rivoltato le budella", dichiara un testimone. Altri parlano di "predatori sessuali che colpivano sistematicamente e abusavano sessualmente i bambini più vulnerabili". Le vittime erano spesso giovani "difficili", orfani, disabili, abbandonati, che speravano di ricevere dalla Chiesa il conforto che non avevano mai conosciuto e si ritrovavano invece inghiottiti in un feroce cuore di tenebra. La pedofilia e l'abuso sessuale nei confronti dei bambini erano un fatto "endemico", conclude il documento. Il fatto che questo orrore sia venuto pienamente alla luce, per iniziativa del governo, è un segno di quanto sia cambiata l'Irlanda negli ultimi vent'anni: oggi è colpita come tanti dalla crisi economica, ma è un paese irriconoscibile, trasformato dalla globalizzazione, moderno e aperto. La Chiesa cattolica irlandese piega la testa: il cardinale Sean Brady dice di essere "profondamente dispiaciuto" per gli abusi sessuali. "Mi vergogno che dei bambini abbiano sofferto in un modo così orribile in queste istituzioni", afferma in un comunicato l'arcivescovo di Armagh e Primate di tutta Irlanda. Tra gli ordini religiosi investigati dalla commissione ci sono anche le Sisters of Our Lady of Charity Refuge, le suore che gestivano la Magdalene Laundry di Dublino, il soggetto dell'omonimo film del 2002. Ma le resistenze di associazioni religiose e del ministero dell'Istruzione hanno prolungato l'inchiesta, cosicché molti dei carnefici sono già morti; e in base a restrizioni legali la commissione non ha potuto nominarli, tranne nei rari casi in cui un prete o una suora abbia già subito una condanna giudiziaria. (La Repubblica 21 maggio 2009)

 

MA QUESTE EDITRICI CATTOLICHE  PENSANO AL BENE DELLA CHIESA O AD ALTRO?

E' uscita da alcuni giorni l'edizione dell'atteso libro di Martin Mosebach (letterato tedesco, vincitore del premio più prestigioso del mondo germanico, il Büchner Preis, assegnatogli dalla Deutsche Akademie für Sprache nel 2007), intitolata L'Eresia dell'informe. La liturgia romana e il suo nemico (Cantagalli, 2009). L'opera ha fatto scalpore e ne sono state pubblicate parecchie recensioni. E' stata in particolare riportata questa icastica definizione della nuova messa «Il modello della nuova liturgia è il tavolo presidenziale di una riunione di partito o di una associazione con microfono e fogli, a sinistra sta un vaso ikebana con piante esotiche bizzarre di colore arancio con vecchie radici, a destra si trovano due luci da televisione posate su candelieri fatti a mano. Con dignità e raccoglimento, i membri del consiglio di amministrazione guardano il pubblico, come i chierici durante una concelebrazione. Una tale assemblea, regolata da un democratico ordine del giorno, è il fenotipo della nuova liturgia, e questo non è altro che una conseguenza inevitabile del fatto che chi non vuole il mistero sovratemporale, questi inevitabilmente approderà alla realtà politica e sociale».

(Ovviamente boicottiamo questo libro. pazb)

 

Un abbraccio a Baget Bozzo maestro di parole di Luigi Accattoli, 8.5.09, http://www.luigiaccattoli.it/blog/

Devo qualcosa a don Gianni Baget Bozzo che se ne è appena andato: il mio è un debito di parole, che è forse il più forte che si possa avere verso una persona dopo quello dell’amore. Ti frequentavo da trentatré anni. Poco di persona, ma ogni giorno sui giornali. Ero alla Repubblica quando mandasti il primo articolo, che apparve con il titolo “Il ruolo dei cattolici nella società radicale” (12.5.1976). Scalfari mi chiamò: “Chi è Baget Bozzo?” Risposi corto, come si fa nei giornali, e dalle mie parole Eugenio tirò il “distico” con cui ti presentò: “Volentieri pubblichiamo questo intervento di Gianni Baget Bozzo, esponente della Democrazia cristiana negli anni cinquanta, ora sacerdote e storico del partito cattolico“. Non mi ha mai toccato la questione della tua coerenza nel tempo, che tanto animava i tuoi critici. Tu eri subito entusiasta dell’elezione del card. Wojtyla, ma appena tre mesi dopo definivi una “sciagura spirituale” (Repubblica, 30.1.1979) il discorso di Puebla. Più tardi - e con argomenti rovesciati - hai considerato Giovanni Paolo II un salvatore della tradizione cattolica e di nuovo lo deplorasti quando chiese perdono per le “colpe storiche” dei cristiani e quando entrò in una moschea. Una volta accusasti Pio XII di aver messo la Chiesa al rischio di ridursi a “edificio vuoto” e a “sacra gerarchia” (Vocazione, Rizzoli, Milano 1982, 55 e 93-94: il tuo libro più bello, che contiene la storia della tua chiamata a farti parola) e più tardi di nuovo lo considerasti l’ultimo vero papa. Hai avversato e poi amato il cardinale Ratzinger e ultimamente eri fiero di Papa Benedetto. La tua discontinuità non mi stupiva. La mettevo in conto alla tua anima ospitale e alla tua leggerezza, che credo di capire. Essa ti permetteva di spostarti, secondo che “dittava” dentro. Nessuno ha veduto ampiamente quanto te, grazie a questi spostamenti. E nessuno ha acquisito più linguaggio. Hai amato e avversato successivamente De Gasperi e Dossetti, Tambroni e Moro, Montini e Siri, Berlinguer e Craxi, Brandt e Berlusconi. Mi attirava la tua capacità di vedere ogni faccia di un fatto e di renderla in parole. Era il tuo modo di farti tutto a tutti. Né conta - per me - che tu criticassi i papi: sono uomini e dunque criticabili. L’ultimo tuo dono l’ho avuto l’altro ieri dall’ultimo tuo articolo sul settimanale “Tempi”: “È una delizia, per chi ha gusto del cristianesimo, ascoltare o leggere Benedetto XVI, perché ogni volta trova spunti che lo conducono al cuore della fede: la vita divina comunicata ai credenti”. E scrivevi che il cardinale Ratzinger aveva dato “radici [dottrinali] alla provvidenziale capacità di comunicazione e di effusione” di papa Wojtyla. Ero curioso di leggerti sulla visita alla moschea Al-Hussein Bin-Talal di Amman che Benedetto farà domani e su quella alla Cupola della Roccia di Gerusalemme che farà martedì. Già immaginavo una telefonata di chiarimento, di quelle in cui magari si capivano poco le parole, ma che erano sempre calorose dall’una parte e dall’altra. Grazie di tutto, don Gianni! E soprattutto dei tre volumetti EDB intitolati Buona domenica con i tuoi commenti ai Vangeli festivi, che consulto sempre per le mie serate di “Pizza e Vangelo”.

 

HO FATTO UN SOGNO

(De senectute dominus papae) di Hilari Raguer o.s.b. Ho sognato che mi trovavo nella basilica di San Pietro in Vaticano. Era il 16 aprile del 2007, il giorno in cui Sua Santità Benedetto XVI celebrava il suo 80.mo compleanno. Il collegio cardinalizio, la curia vaticana, la gerarchia dei fratelli separati, rappresentanti al più alto livello di oltre un centinaio di Stati e di organismi internazionali e una moltitudine di fedeli riempivano la grande navata centrale e pure le ali laterali. Innumerevoli emittenti radiofoniche e televisive trasmettevano in diretta in tutto il mondo l'atto, che si presumeva festoso e tranquillo. "Eminentissimi signori cardinali, venerabili prelati, degnissimi capi di Stato e di governo, fedeli riuniti in questa santa basilica e, come direbbe il nostro indimenticabile predecessore Giovanni XXIII, uomini tutti di buona volontà, ringraziamo di tutto cuore per gli auguri di lunga vita che, per bocca dell'eminentissimo signor cardinale decano ci avete rivolto, ma, come dice la Scrittura, "le vie del Signore non sono le nostre vie". La storia, madre di esperienza e maestra di vita, ci dice che in questi ultimi tempi Dio ha dato alla sua Chiesa grandi papi, ma ci fa anche vedere che, per qualcuno dei più grandi, gli ultimi anni di pontificato sono stati penosi quando non decisamente negativi. La vecchiaia, acciacco umano che invano vorremmo allontanare ma a cui tutti vogliamo giungere, comporta serie limitazioni, tra cui non è la minore quella di non avvertirle. Perciò, pensando al bene della Chiesa, abbiamo deciso di promulgare un pacchetto di tre bolle apostoliche e un motu proprio per far fronte al danno provocato dalla decrepitezza papale. Prima di tutto, con la bolla De senectute disponiamo, ordiniamo e comandiamo che i papi, lo stesso giorno in cui compiano gli 80 anni, rinuncino al loro altissimo incarico e mettano in funzione tutto quanto è previsto per la sede vacante, eccetto i funerali. Potrebbe pensarsi, e lo abbiamo pensato, che fosse più conveniente l'età di 75 anni, che è il limite che, dopo il Concilio Vaticano II, si è stabilito per i vescovi, ma lo lasciamo ad 80, che è la stessa età in cui i cardinali non partecipano più al conclave che elegge il nuovo papa. Di fatto, ad 80 anni la maggior parte dei papi già non governa più molto, ed è l'entourage che comanda, ma l'entourage non c'è maniera umana né divina di indurlo a rinunciare se non con la rinuncia di colui che lo tollera. Inoltre, poiché anche prima degli 80 anni il Sommo Pontefice può veder ridursi le proprie facoltà, resteremmo a metà strada se non stabilissimo chi è autorizzato a dirgli che il bene della Chiesa esige la sua rinuncia. Il Codice di Diritto Canonico prevede la possibilità della rinuncia papale, ma dice che nessuno potrà obbligare il papa a rinunciare, con la qual cosa il problema resta irrisolto. Di conseguenza, con la bolla Triumviri potentes istituiamo un triunvirato, eletto dal Sinodo dei vescovi con mandato fino al successivo Sinodo, che avrà la facoltà e il dovere, se unanimemente conviene sul fatto che il Pontefice, per quanto non sia totalmente incapace, è seriamente ridotto nelle sue facoltà, di comunicarglielo affinché volontariamente e umilmente rinunci e, se non lo facesse, dichiararlo decaduto dal suo ministero e mettere in marcia i meccanismi della successione. Allo stesso modo, ricordando la triste sorte dell'unico papa che ha rinunciato, San Pietro Celestino, che il suo successore, Bonifacio VIII, di infelice memoria, trattenne imprigionato per evitare che qualche canonista sostenesse che la sua rinuncia era invalida, con la bolla Vade retro dichiariamo che incorrerà ipso facto nella scomunica, con perdita inoltre di tutti i suoi incarichi e benefici nel caso fosse un chierico, il canonista, teologo o altro che osi impugnare la validità delle anteriori bolle. Infine, con il motu proprio Quo vadis, applichiamo le anteriori bolle, rinunciamo alla sede di Pietro per la quale siamo stati eletti appena due anni fa e annunciamo che ci ritiriamo in un monastero ignoto, che nessuno potrà scoprire, dove passeremo gli anni di vita che il Signore vuole ancora concederci, facendo penitenza per i nostri peccati e pregando per il nostro successore e per tutta la Chiesa e, in particolare, per tutti coloro che, negli anni in cui abbiamo presieduto la Congregazione per la Dottrina della Fede, abbiamo spinto sul viale dell'amarezza. Et benedicat vos onnipotens Deus…". Mentre Sua Santità si disponeva a impartire, per l'ultima volta, la benedizione apostolica a tutti i presenti sinceramente pentiti, con indulgenza plenaria applicabile ai defunti, i rumori che avevano iniziato ad udirsi nella santa basilica dopo l'annuncio della bolla De senectute e che erano cresciuti dopo la Triumviri potentes e la Vade retro, con il motu proprio Quo vadis raggiunsero livelli da tumulto, in cui le espressioni di stupore dei cardinali e di disperazione dei curiali si mescolavano all'entusiasmo dei fedeli, con tanti decibel che mi risvegliai. Che delusione! Era stato tutto solo un sogno. Mi venne però in mente la poesia di Joan Vicenç Foix: "è quando dormo che vedo con chiarezza".

 

 

 

( N.D. R. : MAI TANTA ORGOGLIOSA OSTINAZIONE: IN ALTRE PAROLE: DOVETE CONVERTIRVI VOI perchè la vera chiesa siamo noi. Più eretici di così si muore!!!!) Comunicato del Superiore generale della Fraternità San Pio X Monsignor Bernard Fellay MENZINGEN, sabato, 24 gennaio 2009 (ZENIT.org).-

Pubblichiamo il comunicato rilasciato questo sabato dal Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, monsignor Bernard Fellay, in risposta al decreto della Congregazione per i Vescovi, firmato il 21 gennaio dal Cardinale prefetto Giovanni Battista Re, con il quale Benedetto XVI ha accolto la richiesta di rimuovere la scomunica ai quattro Vescovi ordinati nel 1988 da monsignor Marcel Lefebvre. * * * La scomunica dei vescovi consacrati da Sua Eccellenza Mons. Marcel Lefebvre il 30 giugno 1988, dichiarata dalla Congregazione dei Vescovi con decreto del 1 luglio 1988 e da noi sempre contestata, è stata ritirata con un altro decreto della medesima Congregazione in data 21 gennaio 2009, su mandato del papa Benedetto XVI. Noi esprimiamo la nostra gratitudine filiale al santo Padre per questo atto che, al di là della Fraternità Sacerdotale San Pio X, rappresenterà un beneficio per tutta la Chiesa. La Nostra Fraternità desidera poter aiutare sempre di più il papa nel portare rimedio alla crisi senza precedenti che attualmente investe il mondo cattolico e che il papa Giovanni Paolo II ha definito come situazione di "apostasia silenziosa". Oltre ad esprimere la nostra riconoscenza verso il Santo Padre e verso tutti coloro che lo hanno aiutato a compiere questo atto coraggioso, ci rallegriamo del fatto che il decreto del 21 Gennaio consideri come necessari dei "colloqui" con la Santa Sede, colloqui che permetteranno alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di mettere sul tappeto le ragioni dottrinali di fondo che essa ritiene essere all'origine degli attuali problemi della Chiesa. In questa nuova situazione, nutriamo la ferma speranza di giungere presto al riconoscimento dei diritti della Tradizione cattolica. Menzingen, il 24 gennaio 2009

 

VENETO: SOLDI PER GLI ANZIANI RELIGIOSI NON AUTOSUFFICIENTI. MA SOLO SE SONO RELIGIOSI

 “Abbiamo voluto garantire il giusto grado di assistenza domiciliare e sanitaria anche a religiosi anziani divenuti con l’età non più autosufficienti: si tratta di persone la cui situazione è diversa da quella per così dire ‘tradizionale’, per le quali la Casa Madre della rispettiva congregazione è di fatto la loro famiglia, cioè il nucleo all’interno del quale passare con serenità gli ultimi anni della loro esistenza”. Con queste parole l’assessore alle politiche assistenziali della Regione Veneto Stefano Valdegamberi (Udc), ha spiegato la scelta di aumentare, finanziandoli, il numero di posti letto riservati ai religiosi anziani non autosufficienti: “I posti in questione erano fino ad ora 599 e ne sono stati autorizzati altri 220 - ha specificato Valdegamberi - per un totale di 819 posti letto con quota di rilievo sanitario riservati a queste persone, nei diversi centri di servizio già autorizzati”. “Il Veneto - ha aggiunto l’assessore - è una Regione con una forte tradizione culturale religiosa e un’altrettanto consistente presenza di Comunità Religiose e di Case Madri delle medesime. Il generale aumento della lunghezza della vita media e il miglioramento del tenore di vita ha ovviamente interessato anche i religiosi, che dunque vivono più a lungo e sono soggetti ai malanni dell’età; in sostanza anche per questa categoria di persone sta aumentando il numero dei non autosufficienti, che ritornano alla Casa Madre in tarda età e che hanno, non di rado, bisogno di assistenza non solo personale ma anche di carattere sanitario. Per noi si tratta a tutti gli effetti di popolazione residente, che può essere peraltro assistita in centri già autorizzati delle stesse Case Madri”. Nessun dubbio circa l’opportunità di un provvedimento ad hoc per i soli religiosi: “Questa forma di assistenza realizzata dalle comunità di appartenenza - ha infatti spiegato Valdegamberi - si inserisce a pieno titolo nell'ambito dell'assistenza domiciliare che, nella programmazione regionale, cerchiamo di favorire sempre più, per permettere all'anziano non autosufficiente di continuare a vivere e di essere curato in un ambiente a lui noto e familiare”. In concreto, l’assessorato regionale ha deciso l'assegnazione di 220 nuovi posti letto da dislocare in una quindicina di strutture religiose. Ad esse la Regione verserà contributi per circa tre milioni e mezzo di euro. Soldi del Fondo regionale per le politiche sociali relativi al 2008, che andranno - chi più chi meno - alle tantissime Congregazioni ed Istituti religiosi sparsi nella Regione: dalla Casa di Riposo Madre Maria dell’Immacolata di Colà di Lazise (Vr) alla Casa Don Luigi Marane di Tiggì di Sotto di Villafranca Padovana (Pd), alle quali andranno 35 posti letto ciascuna, fino ai “soli” 6 posti letto assegnati alla Botteselle di Col San Martino (Tv) ed alla Casa di Riposo Villa Bianca di Tarmo (Tv), passando per i 21 posti delle Piccole Figlie di San Giuseppe – Casa Panciera, Schio (Vi) o ai 10 delle Suore Maestre di S. Dorotea Figlie dei Sacri Cuori di Vicenza. Il provvedimento si inserisce all’interno della legge di bilancio e della legge finanziaria 2009 della Regione, in via di approvazione da parte del Consiglio regionale Veneto. Tra gli aspetti della manovra che stanno sollevando maggiore preoccupazione tra le fila dell’opposizione ci sono - come ha spiegato Giovanni Gallo, capogruppo del Pd in Consiglio regionale - “i drastici tagli agli interventi sociali imposti dalla giunta che si possono così riassumere: nella manovra 2008 le spese regionali per questo settore erano 66.407.920 euro mentre nella manovra proposta per il 2009 sono 49.344.000 euro; il che significa che ‘mancano’ 17.063.9320 euro”. A questi tagli regionali, bisognerà, inoltre, aggiungere quelli che verranno stabiliti dalla legge finanziaria statale. Una riduzione della spesa sanitaria e sociale che un altro consigliere del Pd, Claudio Rizzato, ha definito “scellerata” perché colpisce soprattutto quei servizi di assistenza sociale erogati dai comuni per infanzia, asili e disabili. E anziani non autosufficienti… (valerio gigante)

 

 

LA SOLITUDINE DELL’APOSTOLO di Enrico dal Covolo

Mi è stato chiesto di illustrare il tema teologico della solitudine dell'apostolo nel Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos (1936), trascorrendo attraverso tre personaggi: Gesù Cristo, Paolo di Tarso e il curato di Ambricourt, al quale Bernanos non ha "osato" dare un nome. In realtà la solitudine di Gesù e quella di Paolo le evocheremo appena, in forma di introduzione. Il tema della solitudine di Cristo - che scorre carsicamente lungo i quattro Vangeli - raggiunge il suo acme nel racconto della Passione, soprattutto nel Vangelo più antico e più breve, quello di Marco. Sono due le scene che qui interessano in modo speciale, quella del Getsemani (14, 32-42) e quella della morte in croce (15, 33-39). In tutt'e due le scene Gesù è drammaticamente solo, fino al suo ultimo grido: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Marco 15, 34). Eppure - nella più profonda afflizione dello spirito e nel silenzio "scandaloso" del Padre - Gesù continua a esprimere la certezza di essere Figlio, mentre il Padre rivela, misteriosamente, il suo volto paterno. "Abbà, Padre mio!": così, con il più tenero affetto, si rivolge a lui Gesù, proprio nel momento supremo della sua solitudine (Marco 14, 36). Che cosa vuol dire tutto questo? Significa che l'apostolo non raggiunge il vero volto di Dio senza passare attraverso l'agonia del proprio intimo. (...) Nell'agonia del Getsemani, come sulla croce del Golgota, Gesù racconta al Padre la propria intima lacerazione, come sempre fanno i grandi uomini di Dio. E nel silenzio sconcertante di quel Dio, si staglia nel cuore dell'apostolo il volto del Padre. Anche nell'epistolario paolino la solitudine dell'apostolo è sottolineata molte volte. Ma questo tema diventa più esplicito nella confessione amara di Paolo durante la sua prima prigionia a Roma, intorno all'anno 63: "Tutti mi hanno abbandonato", scrive Paolo a Timoteo (2 Timoteo 4, 16), uno dei principali episcopi della seconda generazione cristiana. (...) Quello dell'apostolo è un donarsi ostinato. Abbandonato e tradito "da", egli muore "per". Quella dell'apostolo è una solidarietà universale, nonostante l'incomprensione e il rifiuto dei suoi. Il vino della cena deve essere bevuto, il medesimo pane deve essere mangiato, lungo i secoli. È stato osservato che tutto il cammino del curato di Ambricourt ripercorre una "imitazione di Cristo", spesso particolarmente evidente, altre volte più nascosta e simbolica, ma che in ogni caso va considerata come la "struttura profonda" delle confessioni del curato. (...) Se il cammino umano di Gesù è un cammino che culmina nella croce, quello del curato è segnato dal medesimo silenzio e dalla stessa notte. Questo silenzio tenebroso, drammatico, è uno dei temi preferiti di Bernanos. È il tema del silenzio di Dio. "Ho scritto questo in una grande e piena angoscia del cuore e dei sensi. Tumulto d'idee, d'immagini, di parole. L'anima tace. Dio tace. Silenzio", confessa ad esempio il curato, in fondo a una pagina del suo diario: le righe sono cancellate parecchie volte, ma ancora decifrabili, annota Bernanos. (...) Anche qui, come abbiamo fatto già con il racconto della Passione secondo Marco, propongo di osservare soprattutto due scene. La prima scena si riferisce al singolare incontro del curato con Serafita, una delle bambine del catechismo parrocchiale, nella quale lo spirito dell'infanzia si alterna con la malizia del mondo. Il curato rinviene faticosamente, nel buio della notte, al bordo di un campo bagnato dalla pioggia. Ha avuto una terribile emorragia. "Avete vomitato", gli spiega Serafita che l'ha scoperto per caso, mentre pascolava le mucche. "Avete la faccia impiastricciata, come se aveste mangiato delle more". E "mentre parlava", scrive il curato, la ragazzina mi passava uno straccio bagnato "sulla fronte, sulle guance. L'acqua fresca mi faceva bene. Mi sono alzato, ma tremavo sempre forte. Alfine quel brivido è cessato. La mia piccola Samaritana alzava la sua lanterna all'altezza del mio mento: per meglio giudicare il suo lavoro, suppongo". Chi non legge, nella filigrana di questo racconto, un'immagine tanto cara alla tradizione cristiana, l'immagine della Veronica che deterge il volto insanguinato e sofferente di Gesù? Siamo nel cuore della via crucis, quella di Gesù, come quella del curato di Ambricourt. L'imitatio Christi è palese. La solitudine scandalosa del condannato a morte è consolata dal gesto misericordioso di una donna. Intanto, il cammino della croce continua. La seconda scena è quella conclusiva. Narra l'agonia e la morte del curato, un po' a immagine dell'agonia di Gesù. Siamo nell'ultima pagina del romanzo, scritta in corsivo. Il diario è ormai finito, e chi scrive è un ex-prete. Nella sua casa, a Lilla, il curato di Ambricourt si è rifugiato per trascorrere la notte, dopo aver appreso la propria condanna a morte: un medico morfinomane gli ha appena svelato, brutalmente, lo stadio irreversibile del suo tumore. "Verso le quattro - annota l'ex-prete - non potendo dormire, sono andato discretamente sino alla sua camera, e ho trovato il mio disgraziato compagno steso a terra senza conoscenza. (...) Mentre aspettavo il medico, il nostro amico ha ripreso conoscenza; ma non parlava. Frequenti gocce di sudore gli colavano dalla fronte e dalle guance, e il suo sguardo, appena visibile tra le palpebre semiaperte, sembrava esprimere una grande angoscia. (...) Poiché il prete si faceva aspettare, ho creduto di dover esprimere al mio sfortunato compagno il dispiacere che mi dava un ritardo, che rischiava di privarlo delle consolazioni che la Chiesa riserva ai moribondi. Non sembrò intendermi. Ma, qualche momento dopo, la sua mano si è posata sulla mia, mentre il suo sguardo mi faceva chiaramente segno di avvicinare l'orecchio alla sua bocca. Ha pronunciato allora distintamente, benché con estrema lentezza, queste parole, che sono certo di riferire esattissimamente: "Che cosa importa? Tutto è grazia". Credo che sia morto quasi subito dopo". Come è noto, sono queste le parole che chiudono il romanzo. Una conclusione di grande effetto, senza dubbio. Una conclusione che riporta al centro i due grandi temi che qui interessano: la solitudine dell'apostolo e l'imitazione di Cristo. Attraverso una serie "imperdonabile" di insuccessi umani - la gente rimane diffidente, i bambini del catechismo si prendono gioco di lui, il suo nutrirsi solo di pane e vino lo fa ritenere un alcoolizzato, il conte lo disprezza e sua figlia lo odia, la gestione economica della parrocchia e della casa parrocchiale è disastrosa, il "piano pastorale" non riesce a decollare - il "piccolo" curato giunge alla totale spoliazione di sé, che gli consente una trasparenza assoluta nell'esercizio dell'apostolato. Egli riesce addirittura a liberare la contessa dalla disperazione, in cui l'ha rinchiusa la morte del figlio: un autentico miracolo. La solitudine dell'agonia e la radicale spoliazione dell'apostolo - sia egli Gesù di Nazaret o Paolo di Tarso, oppure il curato di Ambricourt - sono in definitiva la paradossale garanzia della vittoria dell'amore sopra la morte. E davvero, in questa prospettiva, che cosa importa ancora? "Tutto è grazia!". Chi ha trattato con maggiore profondità e ampiezza il tema teologico della solitudine dell'apostolo, con specifico riferimento all'opera letteraria di Georges Bernanos, è uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo. Alludo manifestamente a Hans Urs von Balthasar e alla sua poderosa monografia, intitolata Il cristiano Bernanos. In un paio di passaggi del quinto capitolo, nella seconda parte del libro, von Balthasar descrive l'agonia finale dell'apostolo come "centro stesso della vita". "Il Vangelo - commenta il teologo svizzero, tenendo sempre sullo sfondo l'agonia del Getsemani - ha insegnato a Bernanos che la povertà dello spirito, la spoliazione radicale e la debolezza (...) fanno un tutt'uno con la beatitudine, quella delle braccia spalancate". Ritornano così - significativamente intrecciati fra loro, e sempre nella contemplazione di Cristo - i grandi temi della passione e della croce, dell'angoscioso silenzio di Dio, dell'abbandono e della solitudine dell'apostolo. In questa stessa agonia si colloca la comunione dei santi. Come spiega von Balthasar, "affinché si realizzi la comunione dei santi bisogna che ogni membro del corpo mistico doni il suo essere totale - e radicalmente spogliato -, perché divenga parte di un tutto; bisogna che egli si lasci colpire da quelle ferite, che sole permettono la circolazione del sangue attraverso il corpo intero. Ma dopo il Giardino degli Ulivi, questa ferita ha preso la forma dell'agonia, dell'essere che viene meno nell'angoscia. Il carattere gratuito dell'amore si manifesta nella sofferenza sotto forma di inutilità: "Mi sembra", dice il curato di campagna, "che la mia vita, tutte le forze della mia vita, vadano a perdersi nella sabbia". E finalmente, di fronte alla morte: "Piangevo con gli occhi spalancati, piangevo come ho visto piangere i moribondi: era ancora la vita che usciva da me"". Siamo di fronte al mistero cruciale della "solitudine dell'innocente nel mondo del peccato": quel mistero, per cui il parroco di Torcy - il confidente, o meglio il "direttore spirituale" del curato di campagna - giunge a parlare "della "solitudine sorprendente" e della "tristezza verginale" di Colei che "era l'innocenza", la Madre di Dio, "nata senza peccato"". Ancora una volta, la solitudine dell'apostolo è consacrata come via di salvezza.

 

OMILIA CHE PENITENZA (Paolo Lòriga)

Volti inespressivi, animi rassegnati. Un'opportunità mancata per sacerdoti e fedeli. Tanto che il recente Sinodo dei vescovi sulla Parola... Poveri celebranti! Proviamo a metterci nei loro ecclesiastici panni. Ogni domenica, un esame orale: cercare d'interessare alle Scritture appena lette un pubblico (sempre quello) che è lì davanti spesso per precetto (festivo), disabituato ad ascoltare, avvezzo a cambiare canale (televisivo), con la testa sui progetti del dopo-messa. Impresa ardua non solo per sacerdoti alle prime armi, ma anche per chierici consumati e grandi santi. È certo consolante per i sacerdoti la vicenda di san Paolo. Durante un lungo discorso fece addormentare almeno Eutico. Infelicemente il giovane si era seduto sulla finestra - documentano gli Atti degli apostoli -, cosicché cadde dal terzo piano e venne raccolto morto. Paolo pregò il Padre che lo riportasse in vita. E fu esaudito. Persino il Maestro ha avuto problemi. Nella sinagoga di Nazareth, Gesù - secondo gli storici - pronuncia la sua prima omelia: Allora cominciò a dire: Oggi s'è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi, riporta Luca. Episodio rievocato dai padri nel corso del Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio, svoltosi in ottobre, che l'hanno commentato così: Le persone si sono stupite del messaggio di grazia che usciva dalla sua bocca, ma alla fine erano pronte a gettarlo nel precipizio. Rischio assai remoto per i celebranti di oggi, ma progetto accarezzato da quei fedeli non disposti a sorbirsi discorsi noiosi e lunghi. Eppure, resta una preziosa opportunità l'omelia domenicale. Per la gran parte dei cattolici di tutto il mondo è l'unico momento di ascolto e di riflessione sulle Sacre Scritture. Nella sola Italia, ci sono 25 mila parrocchie. Se in ciascuna la media è di quattro messe domenicali, vengono pronunciate 100 mila omelie. Cosa resta nei fedeli? L'intellettuale cattolico Carlo Bo ne parlava come di un tormento dei fedeli, mentre lo scrittore transalpino François Mauriac osservava: Non c'è nessun luogo in cui i volti siano così inespressivi come in chiesa durante le prediche. Che l'omelia sia percepita come uno dei punti deboli della vita della Chiesa lo sapevano bene i partecipanti al recente Sinodo. Tanto che nella relazione introduttiva, affidata al cardinale canadese Marc Oullet, è stato messo il dito nella piaga: Nonostante il riordino di cui l'omelia è stata oggetto al Concilio, sperimentiamo ancora l'insoddisfazione di molti fedeli nei confronti della predicazione. Il peccato mortale di ogni comunicazione, si sa, è la noia. E qualche effetto può essere devastante. Su tutti, l'abbandono, con cattolici che aderiscono alle Chiese pentecostali e carismatiche affermando che tali Chiese insegnano meglio la Bibbia, ha informato mons. Osei- Bonsu, vescovo in Ghana. Il mondo attuale è stanco di ascoltare - ha sottolineato mons. Mangkhanekhoun, vicario apostolico di Paksé, Laos -, ma non è affatto stanco di stupirsi e ammirare un testimone vero. C'è fame e sete di pastori che vivono ciò che predicano e predicano ciò che vivono. Al Sinodo è stato posto l'accento sulla preparazione: Se il Verbo incarnato ha messo trent'anni di preparazione per tre anni di predicazione... . Eh sì, la preparazione. Qualche riottoso cita ancora Cicerone - Rem tene, verba sequentur (se possiedi l'argomento, la parole verranno) -, ma la preparazione, magari con l'ausilio di qualche padre e madre di famiglia svegli e capaci, resta centrale. E guai a lesinare sul tempo. Vale sempre una formula: per parlare un'ora, basta un'ora; per parlare mezz'ora, un giorno; per parlare dieci minuti, una settimana. Certo, si dirà che parlare è un'arte e non tutti ce l'hanno. Ma è altrettanto vero - come puntualizza Roberto Beretta nel divertente libro Da che pulpito... (Piemme) - che la predicazione fa parte del ministero dei preti ed è quindi loro dovere imparare a prepararsi a compierlo il meglio possibile. E invita a non superare i dieci minuti, ricordando tre regole fondamentali della retorica: avere qualcosa da dire, dirla, smettere di dirla. Un invito utile per chiunque. E le conclusioni del Sinodo al riguardo? La proposizione 15, che, assieme alle altre 54 sarà consegnata al papa, auspica che si elabori un Direttorio sull'omelia, cioè un compendio di principi, consigli e temi per rendere efficace la predicazione; nel frattempo viene invitato il celebrante a porsi tre domande: cosa dicono le letture proclamate? cosa dicono a me personalmente? cosa devo dire alla comunità, tenendo conto della sua situazione concreta? I padri sinodali, infine, consigliano l'omelia anche nelle messe feriali. Coraggio!, fedeli. Ma non va dimenticato che l'esito di una predicazione dipende anche dai partecipanti. Se si entra in chiesa come si oltrepassa la soglia di un studio dentistico, risulterà assai arduo per il celebrante interessare e coinvolgere. Nella comunicazione non è affatto secondaria la qualità dell'ascolto. È altrettanto vero che le omelie efficaci sono espressione di una comunità viva, sono un momento di comunione di una parrocchia- in-comunione, in cui il celebrante partecipa la sua esperienza personale, e quella della propria gente, con la Parola. Non mancano esempi. Anche nelle nostre città. E la gente accorre da chi trasmette vita. (Da Città Nuova Dicembre 2008)

 

IL VESCOVO DI NOTTINGHAM: “GIUSTO APRIRE AI PRETI SPOSATI”

“Non c’è alcuna ragione perché ai preti sia impedito di sposarsi”: lo ha detto in un’intervista al giornale britannico Sunday Telegraph il vescovo di Nottingham Malcom McMahon, considerato tra i favoriti alla successione del card. Cormarc Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster e come tale primate dei cinque milioni di cattolici del Regno Unito. “È sempre stata una questione di regolamento piuttosto che di dottrina”, ha affermato mons. McMahon, tanto è vero che l’obbligo del celibato fu introdotto solo nell’undicesimo secolo da papa Gregorio VII. “Il punto è trattare con giustizia quegli uomini che vogliono fare i preti e nel contempo essere sposati. Il matrimonio non dovrebbe sbarrare loro la strada della vocazione, a patto naturalmente che siano già sposati prima dell’ordinazione”. Secondo alcune stime, sarebbero 150.000 gli uomini che hanno lasciato il sacerdozio per sposarsi e molti di loro vorrebbero tornare a svolgere il proprio ministero anche dopo le nozze. E in Inghilterra la situazione è ulteriormente complicata dalla presenza di numerosi preti anglicani sposati che sono stati accettati nella Chiesa cattolica a seguito della loro opposizione all’ordinazione di donne-prete da parte della stessa Chiesa anglicana nel 1994. “Ci è stato detto che dovevamo essere generosi con il clero anglicano che voleva passare al cattolicesimo - ha affermato mons. McMahon - ma siamo rimasti molto sorpresi quando il permesso speciale è stato esteso ed utilizzato per preti che erano entrati nella Chiesa d’Inghilterra anche dopo il 1994. Questo fatto non poteva che suscitare perplessità e proteste”. È evidente infatti che se l’accettazione di preti sposati anglicani non è vincolata alla data in cui sono state ordinate le prime donne-prete - scelta che comunque la si giudichi non poteva essere conosciuta dai sacerdoti anglicani ordinati prima del ’94 - si apre alla possibilità di un escamotage molto vantaggioso per tutti coloro che vogliono diventare preti cattolici sposati: diventare prete anglicano, sposarsi e poi chiedere il passaggio alla Chiesa cattolica affermando di non riconoscere le donne-prete (per quanto già fosse nota tale caratteristica della Chiesa anglicana al momento dell’ordinazione). Mons. McMahon ha inoltre indicato due fondamentali vantaggi connessi alla legalizzazione del matrimonio per i preti cattolici: in primo luogo la possibilità di assistere quelle comunità che “sono private dell’eucaristia a causa della carenza di preti”; in secondo luogo la maggiore capacità da parte dei preti sposati di affrontare questioni legate alla vita familiare: i preti che vengono dalla Chiesa anglicana, ha osservato mons. McMahon, “portano nelle parrocchie una grande esperienza nelle questioni legate alla vita delle famiglie e riescono a svolgere il loro ministero in maniera eccellente soprattutto nel coinvolgimento delle donne”. D’altra parte il vescovo non ha eluso le problematiche di ordine pratico che sorgerebbero nel caso in cui si aprisse a questa possibilità, prima fra tutte quella di carattere economico legata alla necessità di garantire i mezzi per il sostentamento della famiglia: già si è costretti a chiudere molte chiese per mancanza di fondi, ha detto mons. McMahon, e preti sposati con figli aggraverebbero senz’altro le difficoltà finanziarie delle diocesi.

 

 

C'è anche la questione dei preti con figli Sono tanti?

Quello è un problema che esiste da sempre. Conosco un vescovo del Sud che ha avuto un figlio da una donna che ha cresciuto il bambino in modo eroico. Si è tenuta dentro il segreto per tutta la vita. Oggi lei è morta e il ragazzo, ormai grande, non sa chi sia suo padre. Anche perché la maggior parte dei figli di religiosi vengono affidati come figli di nn. Esiste una rete di affidamento, orfanotrofi speciali? Credo che esistano posti dove questi bambini crescono, ma non so dove. E ci sono consultori specifici? Sul lago di Garda c'era un'abbazia dove si aiutavano sacerdoti omosessuali, con figli e innamorati. Ce li mandavano i vescovi, c'erano anche degli psicologi. Io vi ho lavorato fino ad alcuni anni fa: per esempio, mi sono occupato di un prete, di suo figlio e della donna che glielo aveva dato. Lei era diventata anoressica. Li ho lasciati molto sereni. In Italia esistono altri posti come questo, com'è giusto che sia. E come affronta la Chiesa di Roma questo tipo di problemi? Delega ai vescovi, che hanno grandi poteri. Una delle prime cose di cui mi sono occupato appena arrivato nella nuova diocesi, è il seminario. Ma se il mondo va male, non è perché nella Chiesa qualche sacerdote ha fatto l'amore o un figlio, ma perché tutti gli altri sono poco preti. Anche quelli con la tiara in testa. (Tratto da Panorama )

 

ALCOLISMO…SACERDOTALE

Tre frati minori francescani 25 anni fa aprirono la loro struttura ai tossicodipendenti e agli alcolisti, tra i quali anche alcuni sacerdoti. Che qui si riprendono…. Quando l’alcol degrada la vita in dipendenza, non hai altro Dio che la bottiglia; e ciò accade, a volte, anche a coloro che a Dio hanno consacrato la vita. Don "Gianni", prete lombardo cinquantenne, stava annegando la sua vocazione nel bicchiere. «Entrai nel tunnel dell’alcolismo quasi senza accorgermene qualche anno fa, quand’ero già parroco. Abusavo di birra e whisky. Il mio abito sacro, però, mi impediva di palesare il mio vizio, così mi ritrovavo a bere ancor di più, dal mattino, per riuscire a non far vedere le mie mani tremanti». L’alcol si era insinuato nelle pieghe della sua solitudine e gli stava succhiando fisico e anima. Un anno fa, durante il ricovero in ospedale per la disintossicazione, un confratello gli dice che esiste una comunità di recupero in Veneto che può aiutarlo. «Decisi subito di venire qui: mi confortava l’idea di trovare anche altri preti con i miei stessi problemi e soprattutto dei religiosi pronti a darci una mano, anzi un’intera comunità monastica». Così don "Gianni" ce l’ha fatta A distanza di un anno, don "Gianni" ha portato a termine il programma terapeutico: non tocca più il bicchiere. Il nostro arrivo coincide con l’ultimo giorno di permanenza del sacerdote nella comunità. Ha appena congedato tutti lodando Dio per averlo provato in questo modo. «Stare assieme a laici che condividevano la mia esperienza di dipendenza mi ha fatto bene. E ora mi sento pronto a ritornare in parrocchia Siamo a Monselice, cittadina del Padovano ai piedi dei Colli Euganei, all’interno delle mura della comunità San Francesco, una comunità di religiosi davvero speciale, che vive in una dimora accogliente circondata da prati e serre per coltivazioni. Qui e nel vicino eremo d’origine medievale di Montericco, edificio storico immerso in un lussureggiante parco, cinque frati francescani minori conventuali convivono con 75 ospiti dai 19 ai 65 anni, accolti all’interno di due comunità terapeutiche, una per tossicodipendenti e l’altra per alcolisti (e tra questi ultimi, appunto, alcuni sacerdoti). Insomma, un singolare convento di frati aperto a chi sta cercando di liberarsi dalle spire della dipendenza: una realtà unica nel suo genere in Italia, che oggi festeggia 25 anni di vita, tutti volti a ridare la possibilità di "cantare la vita", come amano dire questi monaci, a quanti la stanno buttando con l’eroina o il vino. «Siamo partiti nel 1980. Assieme a me erano altri due giovani frati, senza risorse economiche ma con grande entusiasmo e una passione per il sociale che ci accomunava fin da chierici. Volevamo vivere in pieno la vita monastica, ma assieme essere aperti agli ultimi, vivere in mezzo a loro. A Monselice, nell’abitazione del vecchio custode dell’eremo di Montericco, abbiamo aperto la prima casa di accoglienza per giovani barboni. All’inizio assieme a noi tre c’erano cinque ospiti», racconta padre Luciano Massarotto, uno dei frati fondatori della comunità. Ben presto la casa iniziò ad accogliere anche tossicodipendenti e alcolisti. «Erano gli anni in cui si sperimentava l’alternativa al carcere per i tossicodipendenti e il Tribunale iniziò ad affidarci i primi giovani agli arresti domiciliari». Fondamentale nella storia della comunità San Francesco fu, subito dopo, l’incontro con il professor Vladimir Hudolin, psichiatra croato di fama mondiale e fondatore del metodo terapeutico sul quale si basano i "Club per gli alcolisti in trattamento" (Cat). Le intuizioni di Hudolin diventano le linee guida del programma terapeutico della comunità di Monselice: coinvolgimento della famiglia, come risorsa per l’ospite, scelta del territorio e regola, valida ancor oggi, del divieto di uso di droghe e alcol, anche per gli operatori. Dopo un periodo di residenza in casa, gli ospiti dovevano seguire un percorso all’interno di "gruppi di auto-aiuto" ai quali partecipavano i familiari. Negli anni ’90 la comunità ne mise in piedi oltre 50 in tutta la Bassa Padovana, sulla falsariga dei Cat. Dalla collaborazione con il Sert di Monselice, dal 1996 prende avvio anche l’esperienza del programma "madre-bambino" per genitori tossicodipendenti o alcolisti con i loro figli. Attualmente sono 14 i minori che gravitano attorno alla comunità. C’è pure un maneggio per l’ippoterapia. Il programma di recupero, coordinato da una ventina tra psicologi, terapeuti e operatori qualificati, prevede un anno di esperienza residenziale per i tossicodipendenti, che diventano due per le mamme, e sei mesi per gli alcolisti. Al termine è previsto un programma di "reinserimento sociale" e anche lavorativo, che è stato arricchito, dalla scorsa primavera, dalla costituzione della Cooperativa sociale Montericco, che opera nella manutenzione di aree verdi, pulizia e servizi. Clima di pace e familiarità «Ma il vero valore aggiunto è dato dai religiosi che vivono giorno e notte assieme agli ospiti, e consiste anzitutto nel clima di pace e familiarità che solo i francescani sanno creare. E poi nella testimonianza di chi offre tutto ciò che ha e in cambio non chiede nulla», osserva Santino Pantè, lo psicologo che dirige i programmi terapeutici. «Qui mi sono trovata subito benissimo. Ho imparato un po’ alla volta ad aprirmi e a parlare. Ciano (padre Luciano), come d’altra parte gli altri frati, è un papà per tutti noi», afferma con gratitudine "Margherita", 27 anni, tossicodipendente, da oltre un anno e mezzo in comunità, madre di uno splendido bambino di due anni, nato dal matrimonio con un tunisino. Il marito era anche lo spacciatore di "Margherita", ma ora l’ha abbandonata. «Ho superato la metà del programma e mi sento più sicura. La mia grande motivazione è mio figlio e la volontà di costruirgli un futuro sereno». La giovane donna entrerà presto a lavorare in cooperativa e poi passerà in uno dei miniappartamenti di Monselice che la comunità affitta alle madri che completano il trattamento. Il tamtam tra vescovi Di fronte al silenzioso aumento del numero di sacerdoti caduti nell’alcolismo, qualche anno fa la San Francesco ha deciso, un po’ da pioniere, di accoglierli in comunità. Identico è il percorso terapeutico, ma in più c’è la preghiera in comune, un accompagnamento spirituale seguito da padre Danilo Salezze, uno dei tre francescani fondatori della comunità. Il tamtam tra vescovi e i successi terapeutici hanno trasformato la comunità in punto di riferimento per molte diocesi. A Monselice sono ormai già transitati una trentina di sacerdoti. Oggi gli ospiti "in tonaca" sono tre. Aggiunge padre Massarotto: «Si potrebbero raccontare tante storie di redenzione e conversione, come quella di don Gianni, parroco di 72 anni, tornato poco tempo fa in parrocchia e che, dal pulpito, ha avuto il coraggio di dire ai suoi fedeli: "Se volete aiutarmi, non offritemi più vino"». Evidentemente la cura del convento funziona. «Vinta la difficoltà di spogliarsi dell’abito di prete che si indossa», dice Pantè, «accadono miracoli: queste persone tornano più ricche di prima, e riprendono il loro ministero con una marcia in più». Tornano a "cantare la vita", come faceva san Francesco. (Da Famiglia Cristiana 2005)

 

SACERDOZIO MINISTERIALE FEMMINILE

di Roy Bourgeois

Quando anni fa incontrai Janice Sevre-Duszynka nel quadro della mobilitazione per la chiusura della "Scuola delle Americhe" (Soa), lei mi parlò del suo cammino di fede e della sua vocazione al sacerdozio nella Chiesa cattolica.

Quel giorno è arrivato. Noi siamo qui per condividere la gioia di Janice e per darle sostegno nella sua vocazione sacerdotale.

Come sappiamo, l’ordinazione sacerdotale delle donne è un tema controverso nella Chiesa cattolica. Dieci anni fa scrissi una lettera alla mia comunità di Maryknoll sulle ragioni per le quali le donne devono essere ordinate. Fu pubblicata nella newsletter di Maryknoll con il titolo: "A nessuno piace un bullo". Eccola:

"In prigione si ha un sacco di tempo per pensare e pregare. Tra le altre cose, ho molto riflettuto sul tema dell’or-dinazione delle donne nella Chiesa cattolica.

Anni fa, durante il servizio militare, sentii la vocazione al sacerdozio ed entrai nella congregazione di Maryknoll. Oggi ho amiche che dicono che Dio le sta chiamando al sacerdozio. Chi siamo noi per giudicare la loro vocazione? Come persone di fede crediamo che la chiamata di una persona al ministero provenga da Dio e sia qualcosa di sacro. Chi fra di noi ha diritto di interferire con la chiamata di Dio?

Nei miei 26 anni di sacerdozio, ho constatato che abbiamo bisogno della saggezza, della sensibilità, dell’esperienza, della compassione e del coraggio delle donne se vogliamo che la nostra Chiesa sia sana e completa.

Il sessismo è un peccato. Tuttavia, come scrive Joan Chittister, il problema non è tanto il sessismo quanto l’immagine di Dio che hanno coloro che si oppongono all’ordinazione delle donne. Come persone di fede noi crediamo che Dio sia onnipotente e sorgente di vita. Eppure, quando si affronta il problema dell’ordinazione delle donne, sembra che coloro che vi si oppongono dicano che questo stesso Dio che è onnipotente e che ha creato i cieli e la terra, che può riportare i morti alla vita, per qualche motivo non possa permettere ad una donna di essere prete. Improvvisamente noi uomini crediamo che Dio perda il suo potere quando le donne si accostano all’altare per celebrare la messa.

Io sono in prigione per aver protestato contro l’adde-stramento di militari latinoamericani nella Scuola delle Americhe gestita dall’esercito degli Stati Uniti. Questa scuola ha a che fare con uomini latinoamericani che abusano del loro potere per controllare la vita di altri. Essi fanno soffrire la gente e sono visti come dei prepotenti. Anche nelle prigioni ci sono dei bulli che incutono timore e che minacciano di punire coloro che parlano francamente.

Mi rattrista che la gerarchia della nostra Chiesa abusi del suo potere e provochi sofferenza alle donne, proprio come i militari in America Latina e i carcerati abusano del loro potere e controllano altri. Gesù era un guaritore, un costruttore di pace, che chiamava tutti a stare con lui come uguali.

L’ordinazione delle donne nella nostra Chiesa è un tema morale e non scomparirà. Un numero sempre crescente di persone di fede e di coscienza avverte la responsabilità di affrontarlo. Mi farebbe molto piacere conoscere la posizione delle mie consorelle e dei miei confratelli della comunità di Maryknoll sull’ordinazione delle donne, e rispettosamente chiedo loro di scrivere su Mariknoll News esprimendo il loro punto di vista. In pace, Roy Bourgeois, MM".

Ebbene, sono stato prete cattolico per 36 anni e devo dire che ora più che mai sono convinto che le donne debbano essere ordinate nella Chiesa cattolica.

La gerarchia dirà: "È tradizione della Chiesa che le donne non siano ordinate". Sono cresciuto in una piccola città della Louisiana e spesso ho sentito dire: "È tradizione del Sud che ci siano scuole per i bianchi e scuole per i neri". Era anche "tradizione" della nostra Chiesa cattolica che i neri dovessero sedersi negli ultimi cinque banchi della chiesa. A prescindere da tutti gli sforzi fatti per giustificare la discriminazione, essa è sempre sbagliata e immorale. Come ha detto la pastora Nancy Taylor di Boston: "Il pregiudizio nei paramenti liturgici è pur sempre pregiudizio".

Possiamo richiamarci alle Scritture e trovare numerosi passi a sostegno dell’ordinazione delle donne nella Chiesa. Nella lettera di Paolo ai Romani (16,7) leggiamo che nella primitiva Chiesa di Roma una donna di nome Giunia è chiamata da Paolo "apostolo" imprigionato per la diffusione della fede. Nella lettera di Paolo ai Galati (3,26-28) leggiamo: "Perché siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù… non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù". Nei Vangeli leggiamo che Gesù, dopo la crocifissione, scelse di apparire in primo luogo a Maria Maddalena e ad altre donne e le incaricò di andare a portare la notizia della resurrezione agli uomini che, per paura, si erano nascosti e avevano sprangato le porte.

Janice è stata molto attiva nella mobilitazione per la chiusura della Soa. Come insegnante nelle scuole superiori ha partecipato ad una protesta nonviolenta contro la Scuola delle Americhe, ed è stata in prigione per tre mesi. Janice e le oltre 250 persone del nostro movimento che sono state arrestate sono chiamate "prigioniere di coscienza".

La coscienza è qualcosa di molto sacro. Essa ci fa sentire ciò che è giusto o sbagliato e ci spinge a fare ciò che è giusto. La coscienza è ciò che spinse Franz Jagerstatter a rifiutarsi di entrare nell’esercito di Hitler. Proprio in questo giorno, il 9 agosto del 1943, questo semplice contadino fu ucciso per aver seguito la sua coscienza. La coscienza è ciò che spinse Rosa Parks a dire: "No, io non posso più sedere nella parte posteriore dell’autobus". Ed è la coscienza ciò che spinge Janice Sevre-Duszynska e le altre donne a dire: "No, non possiamo dire no alla chiamata al sacerdozio che ci viene da Dio". Ed è ancora la nostra coscienza che ci spinge oggi ad essere qui. Come potremmo alzare la voce contro l’ingiusta politica estera del nostro Paese in America Latina e in Iraq se stessimo zitti di fronte all’ingiustizia della nostra Chiesa, qui, a casa nostra?

Janice, noi presenti oggi in questa chiesa e i tanti altri che non possono essere qui, tutti ti sosteniamo e camminiamo in solidarietà con te nelle lotte per la pace, la giustizia, l’uguaglianza. Possa il nostro Dio di amore benedirti nel tuo ministero e nel tuo cammino di fede.

 

John Henry Newman

e il sacrificio del celibato

di Ian Ker

La decisione di traslare il corpo di John Henry Newman ha sollevato polemiche. Su queste interviene il massimo studioso del pensatore inglese, docente di teologia all'università di Oxford e autore, tra l'altro, della più completa e documentata biografia del cardinale (John Henry Newman. A Biography, Oxford, Oxford University Press, 1990, pagine 764, sterline 30).

La decisione di riesumare il corpo del venerabile John Henry Newman ha provocato reazioni, in particolare da parte della lobby omosessuale, secondo cui egli non dovrebbe essere separato dal suo grande amico e collaboratore, padre Ambrose St John, nella cui tomba Newman è stato sepolto, in accordo con le sue specifiche volontà. L'implicazione di tali proteste è chiara:  Newman avrebbe voluto essere seppellito con il suo amico perché, sebbene indubbiamente casto e celibe, sarebbe stato legato a lui da qualcosa di più di una semplice amicizia.

Al riguardo, se il desiderio di essere seppellito nella stessa tomba di un altro fosse la prova di un qualche amore sessuale per quella persona, il fratello di Clive Staples Lewis, Warnie, seppellito nella stessa tomba secondo la volontà di ambedue i fratelli, avrebbe dovuto nutrire sentimenti incestuosi per il fratello.

 O ancora, la devota segretaria di Gilbert Keith Chesterton, Dorothy Collins, trattata da lui e da sua moglie come una figlia, pensando che sarebbe stato presuntuoso chiedere di essere seppellita insieme ai Chesterton, volle essere cremata e dispose comunque che le sue ceneri fossero inumate nella stessa tomba. Questo significa forse che provava qualcosa di più che un sentimento filiale per uno o per entrambi i suoi datori di lavoro?

Ambrose St John era molto amico di Newman. Per trent'anni è stato al suo servizio, desiderando persino, il giorno della sua cresima, di potersi impegnare nei confronti dell'amico con un voto di obbedienza, una richiesta che, ovviamente, fu respinta.

Newman si riteneva responsabile per la sua morte, perché gli aveva chiesto di tradurre l'importante opera del teologo tedesco Joseph Fessler sull'infallibilità nella scia del concilio Vaticano i, un ultimo impegno svolto con amore che risultò eccessivamente pesante per lui, già sovraccarico di lavoro. Negli oscuri ultimi giorni da anglicano, Newman disse che Ambrose St John era venuto da lui "come Rut a Noemi". Dopo essere entrato nella comunità quasi monastica di Newman a Littlemore nei pressi di Oxford, St John restò il suo collaboratore più stretto durante il difficile periodo della fondazione dell'Oratorio di san Filippo Neri in Inghilterra e in tutte le successive prove e tribolazioni di Newman come cattolico.

Nella sua Apologia pro vita sua Newman "con grande riluttanza" ricorda come al tempo della sua prima conversione all'età di quindici anni fosse giunto alla convinzione che "fosse volontà di Dio che rimanessi celibe". Durante i quattordici anni successivi, con l'interruzione di qualche mese e poi con continuità, ritenne che la sua vocazione "avrebbe richiesto tale sacrificio". Non c'è bisogno di ricordare che allora non esistevano "unioni civili" tra uomini in un Paese che ancora era cristiano, dove l'attività omosessuale era punibile con la prigione e da tutti considerata immorale.

Newman, naturalmente, parlava del matrimonio con una donna e del "sacrificio" che il celibato comportava. L'unica ragione per cui il celibato poteva essere un sacrificio era perché Newman, come ogni uomo normale, desiderava sposarsi. Ma, sebbene non ancora appartenente a una Chiesa dove il celibato era la regola o addirittura l'ideale, Newman, profondamente immerso nelle Scritture, conosceva le parole del Signore:  alcuni "si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli".

Venticinque anni dopo la sua scelta giovanile del celibato troviamo Newman che ancora si interroga sui suoi costi, alla fine dello straordinario racconto in cui descrive la malattia quasi mortale che lo colpì nel 1833 mentre si trovava in Sicilia:  "Mentre scrivo mi assilla un pensiero:  perché scrivo tutto questo? (...) Chi ho, chi posso avere, in chi questo potrebbe suscitare attenzione? (...) Serve il tipo di attenzione che può avere una moglie e nessun altro - questa è l'attenzione di una donna - e questa attenzione, così sia, non mi sarà mai data (...) Lascio liberamente il possesso di questo affetto che, lo sento, non mi è e non mi può essere dato. Ma ciononostante sento di averne bisogno". In queste frasi commoventi, scritte quando era ancora ministro della Chiesa di Inghilterra e pienamente libero di sposarsi, vediamo l'impegno totale di Newman nella vita di verginità alla quale si sentiva chiamato in modo inequivocabile, ma possiamo anche avvertire la profonda sofferenza che sentiva nel rinunciare all'amore di una donna nel matrimonio.

In conclusione, cosa si potrebbe dire a chi pensa che la volontà di Newman dovrebbe essere rispettata e che i resti di Ambrose St John dovrebbero essere traslati insieme ai suoi? Durante la sua vita da cattolico Newman insisteva sempre che tutti i suoi scritti potevano essere corretti dalla santa madre Chiesa. Questo era il suo costante ritornello. Se l'autorità ecclesiastica decide di traslare il suo corpo in una chiesa, la risposta di Newman sarebbe senza dubbio che il suo ultimo testamento, come tutto quanto aveva scritto, lo aveva scritto sotto la correzione di una autorità più alta. Se questa autorità decide che il suo corpo venga traslato, mentre quello del suo amico no, Newman avrebbe detto senza esitazione:  "Così sia".

 

 (©L'Osservatore Romano - 3 settembre 2008)

 

 

Santo Padre, io faccio la domanda in inglese, se posso, e forse, se fosse possibile, se potessimo avere una frase, una parola in inglese, saremmo molto riconoscenti. La domanda: la Chiesa che troverà negli Stati Uniti è una Chiesa grande, una Chiesa vivace, ma anche una Chiesa sofferente, in un certo senso, soprattutto a causa della recente crisi dovuta agli abusi sessuali. La gente americana sta aspettando una parola da Lei, un messaggio da Lei su questa crisi. Quale sarà il Suo messaggio per questa Chiesa sofferente?

It is a great suffering for the Church in the United States and for the Church in general, for me personally, that this could happen. If I read the history of these events, it is difficult for me to understand how it was possible for priests to fail in this way the mission to give healing, to give God's love to these children. I am ashamed and we will do everything possible to ensure that this does not happen in future. I think we have to act on three levels: the first is at the level of justice and the political level. I will not speak at this moment about homosexuality: this is another thing. We will absolutely exclude paedophiles from the sacred ministry; it is absolutely incompatible and who is really guilty of being a paedophile cannot be a priest. So at this first level we can do justice and help the victims, because they are deeply affected; these are the two sides of justice: one, that paedophiles cannot be priests and the other, to help in any possible way the victims. Then, there is a pastoral level. The victims will need healing and help and assistance and reconciliation: this is a big pastoral engagement and I know that the Bishops and the priests and all Catholic people in the United States will do whatever possible to help, to assist, to heal. We have made a visitation of the seminaries and we will do all that is possible in the education of seminarians for a deep spiritual, human and intellectual formation for the students. Only sound persons can be admitted to the priesthood and only persons with a deep personal life in Christ and who have a deep sacramental life. So, I know that the Bishops and directors of seminarians will do all possible to have a strong, strong discernment because it is more important to have good priests than to have many priests. This is also our third level, and we hope that we can do and we have done and we will do in the future all that is possible to heal these wounds.
[È una grande sofferenza per la Chiesa negli Stati Uniti e per la Chiesa in generale, e per me personalmente, il fatto che tutto ciò sia potuto accadere. Se leggo i resoconti di questi avvenimenti, mi riesce difficile comprendere come sia stato possibile che alcuni sacerdoti abbiano potuto fallire in questo modo nella missione di portare sollievo, di portare l'amore di Dio a questi bambini. Sono mortificato e faremo tutto il possibile per assicurare che questo non si ripeta in futuro. Credo che dovremo agire su tre piani: il primo è il piano della giustizia e il piano politico. Non voglio in questo momento parlare dell'omosessualità: questo è un altro discorso. Escluderemo rigorosamente i pedofili dal sacro ministero: è assolutamente incompatibile e chi è veramente colpevole di essere pedofilo non può essere sacerdote. Ecco, a questo primo livello possiamo fare giustizia ed aiutare le vittime, che sono profondamente provate. Questi sono i due aspetti della giustizia: uno è che i pedofili non possono essere sacerdoti e l'altro è aiutare in ogni modo possibile le vittime. Poi, c'è il piano pastorale. Le vittime avranno bisogno di guarire e di aiuto e di assistenza e di riconciliazione. Questo è un grande impegno pastorale e io so che i Vescovi ed i sacerdoti e tutti i cattolici negli Stati Uniti faranno il possibile per aiutare, assistere, guarire. Abbiamo fatto delle ispezioni nei seminari e faremo quanto è possibile perché i seminaristi ricevano una profonda formazione spirituale, umana ed intellettuale. Solo persone sane potranno essere ammesse al sacerdozio e solo persone con una profonda vita personale in Cristo e che abbiano anche una profonda vita sacramentale. Io so che i Vescovi ed i rettori dei seminari faranno il possibile per esercitare un discernimento molto, molto severo, perché è più importante avere buoni sacerdoti che averne molti. Questo è il nostro terzo punto, e speriamo di potere fare e di avere fatto e di fare in futuro ogni cosa sia in nostro potere per guarire queste ferite].
(Dall’Osservatore Romano del 16.04.2008)

 

Avvenire 13/04/2008, Pagina A02
LA GIORNATA DELLE VOCAZIONI CHE MANCANO
«Cristo chiama sempre» La certezza che ci sferza
MARINA CORRADI

I l Concilio Vaticano II affermò che «Cristo chiama sempre dalla moltitudine dei suoi discepoli quelli che egli vuole, perché siano con lui e per inviarli a predicare alle genti». Lo ha ricordato Benedetto XVI nel messaggio per questa Giornata mondiale per le vocazioni. Un duplice accento di richiamo: in un tempo che di vocazioni sacerdotali è povero, quel «Cristo chiama sempre». E: «per inviarli a predicare alle genti», che dice come per la Chiesa la missione, l’annuncio, sia struttura costitutiva e originaria – in un tempo che la pretenderebbe silenziosamente dedita a una fede privata.
Cristo chiama sempre. Ma allora, perché le vocazioni, fatta eccezione per alcuni ordini femminili e claustrali, sono così poche? Già un principio di risposta potrebbe stare in questa parola, 'vocazione'. Parola antica, ma di cui il significato sembra cambiato. Se oggi si dice di un ragazzo che ha una vocazione per il giornalismo, si intende che è portato, ha una capacità o anche solo un’attrazione verso questo lavoro.
'Vocazione', comunemente parlando, è inclinazione verso qualcosa. Nel linguaggio cristiano invece è ben altro: è essere chiamati – che significa che qualcuno ti chiama. Dunque, che un Dio che ti conosce, e addirittura ha un disegno su di te. Ipotesi sbalorditiva, in un tempo che predica che 'Dio, se c’è, non c’entra' con gli uomini. Ipotesi scandalosa e vessatoria, nell’epoca del culto dell’Io, di ogni sua voglia, del mito della autorealizzazione. Oggi è difficile parlare di vocazione in senso cristiano. Questa parola presuppone il riconoscimento di un Altro e di una sua volontà su di noi: seguendo la quale si realizza la pienezza del proprio destino. Questo è quanto ti dice la giovane novizia trappista a Vitorchiano, con una pace in faccia che ti sbalordisce. O quei giovani preti, ostinati navigatori controvento, che abbandonando studio o lavoro arrivano all’ordinazione. Uomini, e donne, che hanno individuato una chiamata interiore spesso occultata in un mazzo di apparentemente più allettanti ipotesi. Come, dentro al rumore, riconoscendo, fra le tante, una voce diversa. E seguendola, certi che quella è la strada.
«Dio chiama sempre», assicura la Chiesa, ma nel rumore gli uomini faticano a sentire. Occorre, per riconoscere quella chiamata, stare attenti. Occorre che qualcuno ti abbia educato a ascoltare. Ma gli uomini certi di bastare a se stessi, non ascoltano niente. Un’altra cosa che ti dicono i giovani preti è: potevo avere un lavoro, dei soldi, una donna, ma, «io volevo tutto». La radicalità della domanda, così come della donazione di sé, è assoluta, e urta fragorosamente contro la forma mentale del mondo di oggi. Negli anni del precariato affettivo e lavorativo, del finché dura, dei progetti a breve termine, andare prete o suora è un volere e promettere tutto, e per sempre. Trovando, in questa adesione, il compimento della propria attesa. Che scandalo: la felicità, in un’obbedienza.
Anacronistico, quasi provocatorio. Accade che le famiglie di questi ragazzi ne osteggino la scelta, come se i figli fossero stati rapiti. Per seguire chi?
Per obbedire a che cosa? domandano smarrite.
Eppure quel Dio dato per morto, o sideralmente indifferente nel suo cielo, chiama ancora «quelli che egli vuole». Discretamente, a bassa voce.
Occorre tendere l’orecchio. E, se un figlio o una figlia mostra l’audacia di chi vuole 'tutto', non voler ridurre quella radicale domanda ad una saggia, triste, 'ragionevole' misura.
È un dono, e sta alla libertà riconoscerlo. Come quel ragazzo lombardo ora missionario a Taiwan, che appena arrivato si sentì dare, come usa laggiù, un altro nome in cinese, riecheggiante il suono di quello italiano. «Ma che vuol dire questo nome?» domandò. Vuol dire «grato per il dono ricevuto», gli risposero. Prete, dall’altra parte del mondo, per riconoscere finalmente il suo destino.

 

 

I LEGIONARI DI CRISTO PERDONO IL FONDATORE.

E IL VATICANO SI LIBERA DI UN PESO IMBARAZZANTE

 

HOUSTON-ADISTA. 750 sacerdoti, 2.500 seminaristi, qualche centinaia di migliaia di aderenti, di cui 40mila solo in Spagna. E un’ombra densissima sulla sua figura. È questa l’eredità che il fondatore del movimento ultraconservatore dei Legionari di Cristo, p. Marcial Maciel Degollado, lascia con la sua morte, avvenuta ad 87 anni a Houston (Texas) il 30 gennaio scorso. Aveva chiesto che i suoi funerali avvenissero “in un clima di preghiera e in forma semplice e privata”, ma in realtà si sono svolti in un’atmosfera quasi clandestina, alle 7 del mattino a Cotija, in Messico, dove nacque nel 1920. Alla cerimonia hanno partecipato esclusivamente familiari, alcuni membri della congregazione e rappresentanti della Chiesa; è stato quindi sepolto nel cimitero particolare dei Legionari, nella stessa cittadina. La gente è stata informata del funerale a posteriori, quando un’automobile con altoparlanti ha convocato gli abitanti ad una processione alla comunità El Barrio, dove sarebbe stata celebrata una seconda messa, aperta al pubblico, concelebrata da otto sacerdoti, e dal vescovo di Zamora, mons. Javier Navarro Rodríguez, presso il Santuario de la Virgen de San Juan del Barrio, fatta recentemente restaurare dai Legionari di Cristo. Non una parola, invece, da papa Ratzinger e sull’Osservatore Romano (2/2) è comparso soltanto un necrologio dei Legionari. Dal 2006 Maciel era stato obbligato dal Vaticano ad una vita “riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico”. Questa, infatti, fu la conclusione del lunghissimo iter di cui è stato protagonista, dopo essere stato accusato, per decenni, di abusi sessuali da ex seminaristi (v. Adista nn. 39 e 41/06), ma senza essere mai sottoposto a processo dal Vaticano. Grazie al grande favore di cui Maciel godeva presso papa Giovanni Paolo II, le indagini su di lui sono state sempre insabbiate, e la soluzione salomonica adottata da Ratzinger nel 2006 tramite la Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dal card. William Levada, ha posto un sigillo sulla vicenda, obbligando il religioso ad una sorta di “arresti domiciliari” ma sottraendolo, di fatto, alla scomunica latae sententiae prevista per il reato di cui era accusato. La congregazione da lui fondata nel 1941, composta da un ramo clericale e da Regnum Christi, il braccio laico, conta oggi un “bacino” di 400mila aderenti, ed è attiva in 20 Paesi nel settore dell'istruzione. Nel 2005, come "regalo" per i sessant'anni di sacerdozio di Maciel, Wojtyla aveva affidato alla congregazione il Pontificio Istituto "Notre Dame of Jerusalem Center", il più importante centro vaticano nella Città Santa.Il favore di cui ha goduto Maciel in Vaticano ha permesso al movimento di espandersi in modo impressionante. Il movimento possiede 125 case religiose e centri di formazione, nonché 200 centri educativi e altri 600 dedicati alla formazione e all’impegno apostolico dei laici. A Roma opera attraverso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Università Europea; la Fondazione Onlus Semper Altius ne è la longa manus nel sociale, specialmente nei Paesi dell’America Latina, dove coordina una rete di scuole chiamata “Mano Amica”, frequentata da 16.000 alunni. Secondo il Wall Street Journal, grazie all’amicizia con papa Wojtyla il movimento è riuscito ad ottenere un enorme appoggio economico per la sua rete di istituzioni educative, la cui gestione richiede un budget annuale non inferiore ai 650 milioni di dollari. D’altronde, tra i suoi maggiori finanziatori compare il magnate delle comunicazioni messicano Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo.  Si spezza la catena del silenzio?Maciel si dimette da superiore generale per motivi di età nel 2005, all’indomani della sua rielezione, e al suo posto il Capitolo elegge p. Álvaro Corcuera Martínez del Río. Dopo la definitiva uscita di scena di Maciel nel 2006, sembra che nella congregazione qualcosa abbia cominciato a muoversi. Lo scorso autunno il papa avrebbe sollecitato infatti una modifica di non poco conto nello statuto dei Legionari di Cristo, chiedendo la soppressione del “quarto e quinto voto” a cui seminaristi e preti erano tenuti, i cosiddetti “voti privati”, voluti da Maciel e responsabili di aver creato e mantenuto una cortina impenetrabile di segreto e mistero all’interno della congregazione, creando così un clima di omertà e timore. Il quarto, quello di “umiltà”, impegna a non ambire a cariche di governo nella congregazione; il quinto, detto “discrezione”, è l’impegno a non muovere accuse in particolare verso superiori: “Mai criticare all’esterno contro gli atti di governo o la persona di qualsiasi direttore o superiore della congregazione a parole, per scritto o in altro modo”. Di tale provvedimento - che il papa avrebbe richiesto personalmente alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica - hanno parlato i quotidiani messicani La Jornada e Milenio. José Barba, ex Legionario nonché uno dei grandi accusatori di Maciel, si è detto soddisfatto della decisione di Ratzinger: “Interromperà una lunga catena di silenzio strutturale all’interno dell’organizzazione”, ha detto al quotidiano messicano Milenio (21/11/07). Il voto privato, ha spiegato, ha fatto sì che lui ed altri cadessero vittime di Maciel che “ci ha confusi per anni e che non denunciammo per paura di essere scomunicati”. Per Saúl Barrales, altro ex-Legionario, eliminando questi voti - che sono contrari ai diritti umani perché limitano la libertà dei membri - il papa elimina gli errori che da essi derivati, rendendo possibile un clima più trasparente. Resta da vedere, tuttavia, se la Legione metterà in pratica la decisione del papa, che incontrerà molte resistenze: “Sarà difficile che cambino”, gli ha fatto eco un altro fuoriuscito, José Antonio Perez Oliveira.Che nell’era del dopo-Maciel qualcosa stia cambiando dentro la congregazione dei Legionari, emerge poi da ulteriori elementi: secondo quanto riporta il National Catholic Reporter, infatti, due familiari di Legionari hanno confermato, in un’intervista, che Martínez del Río, successore di Maciel alla guida della congregazione, starebbe visitando le case religiose in giro per il mondo per elaborare una reinterpretazione dei voti privati. Non solo: avrebbe anche comunicato ai superiori di questi istituti che essi non possono più essere direttori spirituali o confessori dei loro diretti subordinati. E pare che anche alcune restrizioni riguardanti i rapporti dei Legionari con le famiglie di origine siano state ammorbidite. (ludovica eugenio) 

 

 

 

 

Iniziative di Emmaus per ricordare l'Abbé Pierre

di Simone Baroncia 23/01/2008

Ricorre oggi il primo anniversario dalla morte dell'Abbé Pierre, fondatore della comunità Emmaus, la realtà impegnata da anni a fianco degli ultimi. Le iniziative in Italia. È passato un anno da quando l'Abbé Pierre ha iniziato “le grandi vacanze”: in Italia Emmaus ha scelto, e non solo nella ricorrenza del primo anno della sua morte, di riaffermare il proprio impegno a continuare la sua azione, iniziata a Parigi, nel 1949. A livello mondiale Emmaus ha celebrato nell'ottobre scorso, a Sarajevo, la sua 11ma assemblea generale che ha visto la presenza di 350 persone, in rappresentanza dei 317 gruppi Emmaus sparsi nei quattro continenti che in oltre 40 paesi hanno accettato la sfida dell'Abbé Pierre. Lottare, agire anche politicamente, per salvaguardare la dignità della persona umana, iniziando dai più sofferenti, dai più deboli, dai più dimenticati: “Se vogliamo allora tutti insieme fare memoria dell’Abbé Pierre, dobbiamo essere decisi, come singoli e come gruppi Emmaus e non, a continuarne l’azione, a qualunque costo. Dalla parte di Abele sempre, quale che sia Caino”. Queste le otto iniziative locali previste da parte di tutti i gruppi Emmaus in Italia Catanzaro: dal 22 al 24 gennaio nel circolo Enel (piazza Matteotti /centro città) Mostra - denuncia "Beati gli Ultimi” - La mostra fotografica curata dal Gruppo illustra le condizioni di miseria e di disagio in cui vivono molti cittadini di Catanzaro Roma: domenica 3 febbraio, ricordo dell'Abbé Pierre al Congresso europeo - I Ragazzi del Focolare. (400/500 ragazzi dai 14 ai 17 anni) - Una delegazione farà visita, nel pomeriggio, alla Comunità . Prevista la proiezione del film Inverno '54 Prato: martedì 22, ore 21,15 - S. Messa nella chiesa di Castelnuovo celebrata dal vescovo Gastone Simoni – Lunedì 28, Cinema Terminale di Prato – proiezione del film Inverno '54 Ferrara: martedì 22, ore 20,30 celebrazione di una Messa in memoria dell'Abbé, in Comunità. Villafranca: dal 31 gennaio al 3 febbraio mostra all'Auditorium di Villafranca. La mostra illustrerà la vita dell'Abbé Pierre e del movimento Emmaus in Italia e nel mondo. Il 31 gennaio alle ore 20,30 Incontro-dibattito con Yolande Mukagasana del Rwanda. Sono pure previsti incontri nelle scuole Piadena: Il gruppo Emmaus locale ha chiesto al Sindaco di Piadena la dedica di una Via all'Abbé Pierre. Erba: Distribuzione alla cittadinanza di una Cartolina-ricordo. Quella di avere preti anche sposati per rispondere alla crisi delle vocazioni è pure una delle battaglie dell’Abbé Pierre, l’irrequieto e carismatico religioso francese, il "san Francesco dei nostri tempi", che ha lasciato tutto per stare dalla parte degli ultimi. Il religioso non cessa di provocare. Ma l’ultima sua "trasgressione" esce dall’ambito della denuncia sociale per centrare dei tabù del nostro tempo e della fede: la sessualità, il matrimonio dei preti, il sacerdozio delle donne, le unioni omosessuali, il rinnovamento della Chiesa. Il suo ultimo libro-intervista con il filosofo-giornalista Frédéric Lenoir Mon Dieu... pourquoi? (Dio mio, perché?), edizioni Plon, ha suscitato scandalo o è stato letto come un proclama teologico. In fondo è soltanto la confessione serena di un sacerdote anziano, che racconta di aver sperimentato il desiderio sessuale, di un pastore d’anime che a novantatré anni s’interroga sui misteri della fede e sul senso del peccato, soprattutto di un uomo che continua a riconoscersi nel cammino incerto e difficile dei propri simili. Per questo rischia di far soltanto rumore nell’opinione pubblica e nel mondo cattolico, e niente di più. L'Abbé Pierre ha confessato di essere caduto più volte. Lo ammette nel libro, affrontando i temi tabù del rapporto fra la Chiesa cattolica e la sessualità. "Ho deciso molto presto di dedicare la mia vita a Dio e agli altri - racconta il fondatore di Emmaus - ma il voto di castità non elimina il desiderio sessuale. Anch’io ho talvolta ceduto, in modo passeggero, senza relazioni stabili con una donna. Non ho avuto mai un legame regolare, perché non ho lasciato che il desiderio sessuale prendesse radici. Questo - afferma il religioso - mi avrebbe portato a vivere una relazione duratura con una donna, ciò che era contrario alla mia scelta di vita. Ho dunque conosciuto l'esperienza del desiderio sessuale e del suo rarissimo soddisfacimento, ma questo soddisfacimento è stata una vera sorgente di insoddisfazione, perché avvertivo che io non ero vero. Ho però avvertito - aggiunge - che il desiderio sessuale, per essere pienamente soddisfatto, deve esprimersi in una relazione d’amore, tenera, fiduciosa. Per questo vi ho rinunciato. Avrei reso infelici le donne e sarei stato lacerato nella mia scelta di vita". Il libro in cui ha raccolto a ruota libera pensieri e meditazioni, non è solo la confessione di un episodico peccato giovanile. Sarebbe una lettura limitativa del messaggio di serenità che il vecchio consacrato ha voluto trasmettere in una materia vista come scabrosa. Lo dimostra il fatto che l’Abbé Pierre vada ben oltre le proprie umane debolezze, riflettendo senza moralismi ipocriti sulla vicenda del giovane uomo Gesù, cioè di colui che nella sua (nostra) fede è il figlio di Dio. Secondo la regola che lo spirito non è mai giovane abbastanza, il vecchio frate disserta anche sull’attualità culturale e cinematografica, commentando il Codice da Vinci e la teoria del rapporto fra Gesù e Maria Maddalena (la prostituta che fu "la donna a lui più vicina, a eccezione di sua madre"), considerata blasfema. Lui però dice: "Non vedo alcun argomento teologico che proibisca a Gesù, il Verbo incarnato, di conoscere un’esperienza sessuale". Che questo sia accaduto o meno, dichiara l’Abbé Pierre, "non cambia nulla all’essenziale della fede cristiana". Elevare l’astinenza sessuale a valore imprescindibile della missione sacerdotale, quasi che l’ascesi si potesse comandare a colpi di diritto canonico e viceversa un orgasmo fosse di per sé atto colpevole: tutto ciò per il cristiano Abbé Pierre non ha senso. Lo spiega senza drammi, interrogandosi sulla figura del suo Signore. Il Cristo che per amore soffrirà l’incontro carnale con l’umana morte, inchiodato sulla croce, perché mai in precedenza avrebbe dovuto disdegnare la dimensione carnale dell’amore, felice mistero umano per eccellenza? L’Abbé Pierre è anche qui disarmante nel ridurre all’essenziale la fede e l’impegno del credente: "Non c’è nulla che mi spinga a credere che fosse così, ma non c’è nessun argomento teologico che lo possa negare. Come Dio che si è fatto uomo, ha probabilmente conosciuto il desiderio sessuale, come tutti gli uomini. Non è detto che l’abbia soddisfatto". L’Abbé Pierre è dunque dell’opinione che una relazione d’amore stabile non è contraria alla vocazione del sacerdozio. Si dice non ostile, appunto, ai preti sposati, ricordando che Gesù scelse un apostolo sposato, Pietro, e un apostolo celibe, Giovanni, e che per due secoli venne mantenuta questa prassi nella Chiesa, prima che fosse imposto il celibato. "Conosco preti che vivono in concubinato con una donna che amano da anni e che accettano bene questa situazione. Continuano ad essere buoni preti. Per la Chiesa è una questione cruciale". Tanto più che - nota l’Abbé Pierre - in molte altre confessioni il matrimonio per i preti è permesso. Dunque, si dice convinto che nella Chiesa cattolica di rito latino debbano convivere "preti sposati e preti celibi che possano consacrarsi totalmente alla preghiera e agli altri". Se ai sacerdoti cattolici di rito latino dovrebbe essere consentito di avere una moglie e una famiglia - il che peraltro favorirebbe le vocazioni, dicono i sostenitori - non si vede perché non consentire il sacerdozio delle donne. Sull’argomento, l’Abbé Pierre critica Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: "Non ho mai capito perché hanno affermato che la Chiesa non ordinerà mai le donne Una tale affermazione presuppone che questa pratica non sarebbe conforme alla sostanza stessa della fede cristiana. Il principale argomento portato a spiegazione di questo divieto è che Gesù non ha scelto delle donne tra i suoi apostoli. Un argomento che per me non ha nulla di teologico, piuttosto è di natura sociologica". L’Abbé Pierre attribuisce questa chiusura a una secolare tradizione maschilista, legata alla dominazione di un modello patriarcale che considera l’uomo superiore alla donna. Non regge nemmeno l’argomento che Gesù fosse un uomo nell’incarnazione terrena e nel suo tempo: come divinità non può essere né uomo, né donna. Altro argomento tabù, affrontato nel libro-intervista-confessione, è l’unione fra omosessuali. L’Abbé Pierre dà una risposta di straordinaria sensibilità e modernità, affermando in sostanza di essere favorevole al riconoscimento di un legame civile. Il "matrimonio", dice, è concetto "troppo radicato nella coscienza collettiva come unione fra un uomo e una donna": "Perché non utilizzare il termine alleanza?". E ancora: la psicologia sociale può dare risposte all’eventualità di genitori dello stesso sesso o di un solo genitore, anche se sappiamo che "il modello classico non è necessariamente indice di benessere ed equilibrio per i figli". È una "vita contro", quella vissuta nella fede e nella libertà, da questa figura carismatica della Chiesa francese. Un sant’uomo di 93 anni con una meravigliosa barba bianca, il sacerdote più amato e popolare di Francia e uno dei simboli della Francia migliore: testimone di un impegno che non si è fermato alle rivendicazioni sociali ma si è tradotto in gesti concreti di solidarietà capaci di mobilitare migliaia di persone, in tutto il mondo. A ben vedere i colpi di scena non mancano nella biografia dell'Abbé Pierre, al secolo Henri-Antoine Groués. Di famiglia benestante, a 19 anni dona la sua eredità ai poveri per entrare nel convento dei cappuccini a Lione. Ne uscirà qualche anno più tardi, per diventare sacerdote diocesano. Aiuta le vittime del nazismo, combatte con i partigiani, viene eletto deputato all'Assemblea Nazionale dopo la guerra. Per protesta si dimette dal parlamento e con un ex ergastolano fonda il "movimento degli stracciaioli-costruttori di Emmaus", comunità di poveri, ex tossicodipendenti ed ex prostitute che cercano di rifarsi una vita, presenti ormai in 50 paesi. È il 1 febbraio del 1954 quando dai microfoni di Radio Lussemburgo, l'Abbé Pierre scuote la Francia con un appello che chiede aiuto per le migliaia di senza tetto e di affamati della Parigi post-bellica. Cinquant'anni dopo, continua a richiamare l'opinione pubblica mondiale sulla situazione di chi vive disagio abitativo (ricordandoci che in Europa, oggi, anno 2005 dell'era "cristiana", 70 milioni di persone sono costrette a vivere in case al limite della decenza, 3 milioni di queste vivono e dormono all'aperto, senza un tetto). Ma due anni fa hanno fatto anche scalpore alcune sue affermazioni antisemite. L'Express parla del libro come di "una bomba nel paese calmo del pensiero cristiano. L'Abbé Pierre dichiara che non è ostile al matrimonio dei sacerdoti e suggerisce che lui stesso ha avuto relazioni sessuali con delle donne". Per Le Point quella dell'Abbé Pierre è una "sconvolgente confessione", un vero inno contro ogni tabù.  

 

 

 

10/09/2007
Il costo della memoria
Ucciso dalla camorra
Pasquale Lubrano

Un libro in grado di aiutarci nella faticosa marcia verso la giustizia ripercorre la vicenda umana e spirituale di don Peppe Diana, giovane parroco di Casal di Principe.
 

Una serie interminabile di fatti criminosi ha sconvolto e continua a sconvolgere tante comunità del Sud sì che la vita appare spesso insopportabile dinanzi agli episodi di diffusa violenza che ciclicamente bagnano di sangue le nostre strade.
In tale contesto le parole rivolte ad Agrigento da Giovanni Paolo II, il 9 maggio 1993, alle comunità ecclesiali della Sicilia, per esortarle ad una coraggiosa testimonianza esteriore, che si esprime in una convinta condanna del male... una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile, appaiono profetiche e diventano un esplicito invito a impegnarsi sempre più per una cultura di amore e di giustizia.
L'invito del papa fu accolto con gioia dal giovane sacerdote don Peppe Diana, di Casal di Principe, impegnato da anni a combattere a viso aperto l'analoga triste realtà della camorra in Campania. Egli trovò nuovo coraggio per proseguire sulla strada intrapresa, quale sua strada per essere alla sequela di Cristo.
Purtroppo quell'invito caldo ed accorato non riuscì a fermare, di lì a pochi mesi, la mano degli assassini che, proprio in Sicilia, avrebbero eliminato don Pino Pugliesi, e nel casertano don Peppe Diana, colpendolo al volto con alcuni colpi di fucile il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, mentre si apprestava a celebrare la messa.
A ricordare oggi la vita di don Diana e la sua tragica morte è un sacerdote siciliano, Rosario Giuè, con il libro Il costo della memoria - Don Peppe Diana, il prete ucciso dalla camorra (Edizioni Paoline).
Giuè ripercorre i momenti fondamentali della vita di don Peppe Diana, le tappe salienti della vocazione sacerdotale, l'impegno con l'Agesci, la missione pastorale a Casal di Principe, la spinta a combattere la violenza della camorra fino al martirio.
  I vescovi campani non si sono limitati a considerare i fatti di violenza già di per sé gravissimi, ma hanno analizzato con acutezza la diffusione, le motivazioni e le conseguenze del fenomeno della camorra: tanti giovani attirati nelle sue spire; tante famiglie gettate nel dolore e nella disperazione; tante attività produttive soffocate dalle estorsioni; tante vite stroncate; e una diffusa rassegnazione tra le popolazioni, quasi si trattasse di una calamità ineludibile.
Prima indicazione esplicita è quella di non tacere, perché significa uscire dall'abitudine a un annuncio del Vangelo generico, astratto e spirituale, che non prende posizione di fronte alle situazioni strutturali di peccato.
Profondamente scosso da quel documento pieno di speranza, don Peppe Diana, che ha appena 24 anni ed è diventato da pochi mesi sacerdote, avverte dentro di sé la spinta a dare una risposta all'invito della sua Chiesa, mettendosi a servizio di tutti, ma in modo particolare di quegli uomini e donne che, irretiti nella cultura di morte prodotta dalla camorra, avevano perso la propria dignità di persone libere e in cammino.

Don Beppe Diana

 


Un episodio, in particolare, lo costringe, insieme ad alcuni preti, a prendere posizione e ad esporsi per la prima volta il 31 dicembre 1982: la scoperta dei corpi bruciati di tre ragazzi di Casal di Principe e di San Cipriano. Da quel momento, don Diana diventa testimone costante di un impegno pastorale che non dimentica mai la triste realtà della sua terra. E per questo pagherà con la vita.
La memoria delle vittime della mafia e della camorra è per Giuè l'unico modo possibile per farle rimanere vive tra noi, ma la memoria ha un costo perché inquieta, chiede un cambiamento, provoca una conversione. E la figura di don Peppe Diana non manca di provocare questo cambiamento.
Gli fa eco don Luigi Ciotti, nella bellissima prefazione, quando scrive che questo libro è un piccolo ma utile frutto nato da quel seme generoso e fecondo che don Diana ci ha lasciato. Un libro non per celebrare ma per ricordare, per educarci alla memoria delle vittime... Un libro che ciascuno di noi deve accogliere come regalo prezioso e inaspettato, in grado di aiutarci nella faticosa marcia verso la giustizia.Ne viene fuori un libro appassionato e coinvolgente, corredato da scritti e testimonianze vive.
Tra le tante, quella di Giovanni Paolo II appena il giorno dopo l'uccisione, all'Angelus: Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto, produca frutti di sincera conversione di operosa concordia, di solidarietà e di pace.
Poi la descrizione dei lunghi processi conclusisi solo nel 2004, dopo vari tentativi da parte degli assassini di inquinare l'iter giudiziario con false testimonianze.Viene accertata la responsabilità diretta della camorra nell'omicidio, con pene severe per i colpevoli, attualmente ancora in carcere.
Giuè riconsidera tutta la vicenda umana e spirituale di don Diana, dopo alcuni distinguo e una certa freddezza da parte di alcune comunità ecclesiali campane, ed esprime con forza diverse fondamentali domande: Ora che tutto è chiarito, se mai ce ne fosse stato bisogno, cosa manca davvero per fare memoria di don Diana? Cosa manca perché la Chiesa campana e la Chiesa italiana lo indichino decisamente come esempio per la propria azione evangelica e per il modo di essere Chiesa?.
Come giustamente ricorda l'autore, nella vita di don Diana riveste un'importanza particolare il documento della Chiesa campana del 29 giugno 1982 Per amore del mio popolo non tacerò, nel quale, per la prima volta, si tentava una lucida analisi sulla realtà della camorra in Campania, non esitando a definirla disumana struttura di peccato, con l'invito esplicito a stare nel territorio con un impegno di vigile servizio e di testimonianza evangelica.

 

 

Il PARERE DELLO PSICOLOGO: Motivi di una crisi vocazionale del presbitero

1. Motivazioni della vocazione sacerdotale  

Molte persone che abbandonano il sacerdozio scoprono che la motivazione a farsi preti non era mai stata chiara. Alcune di loro, da giovanetti, sono state affascinate dal loro cappellano. Hanno collaborato nelle attività giovanili e hanno potuto mettere a frutto le loro capacità. Hanno fatto esperienza di una comunità viva, dove si sono sentite a casa propria. Così per loro la chiesa ha avuto il sapore della patria, della libertà e della fantasia. Quando poi, però, da giovani sacerdoti hanno voluto riprendere il lavoro di una volta con la gioventù, si sono accorti che i tempi erano completamente cambiati. Nel lavoro con la gioventù le cose non funzionano più come prima.

 

Tutto è diventato così difficile! Non si riesce più a entusiasmare il gruppo con la stessa facilità che accadeva per quello della propria parrocchia. Il parroco è invidioso, se il viceparroco si capisce bene con i giovani e continua a mettergli ostacoli sulla strada. E poi ha molti altri impegni da assolvere. Così gli manca il tempo per il lavoro con i giovani. Oppure si accorge di non essere assolutamente la grande ‘calamita per i giovani’, di far fatica a dedicarsi a essi. Alla sera si sente vuoto ed esausto. S’innamora di un’animatrice del gruppo giovanile. E, d’improvviso, tutto il suo sacerdozio viene messo in discussione. Constata di aver scelto con decisione il ministero sacerdotale, non però la forma di vita del celibato. Si è assunto il celibato, ma la sua decisione in questo senso non è stata consapevole. E capisce che una motivazione importante della sua vocazione sacerdotale è consistita nello sperimentare una comunità, nell’avere molte buone relazioni, nell’essere amato, usato e ammirato. Questa motivazione da sola però non sostiene a lungo un’esistenza.
 

Un altro è diventato prete perché era affascinato dalla liturgia. Quando era chierichetto ha considerato sempre una posizione speciale quella del sacerdote che può stare all’altare e compiere il rito sacro. Nella sua fantasia è andato a collocarsi nella sfera del numinoso, del mistero. Siccome la sua autostima non era molto spiccata, la posizione di distinzione del sacerdote ha esercitato su di lui un fascino eccezionale. Inconsapevolmente ha anche sperato, una volta sacerdote, di stare al di sopra degli altri. In questo modo non avrebbe più avuto bisogno di misurarsi con gli altri nello sport o a scuola. Sarebbe stato semplicemente superiore, qualcosa di speciale. Forse la mamma ha ulteriormente incoraggiato questo suo desiderio.

Così, entrando in seminario, ha potuto adempiere anche i desideri segreti della mamma, guadagnandosi in tal modo un posto particolare nel suo cuore. I genitori erano orgogliosi di lui. E in questa maniera è

cresciuto in lui il senso di autostima. Però, dopo alcuni anni di sacerdozio, si è accorto di non vivere solamente nel ruolo di prete, ha capito che dietro a esso stavano in agguato solamente il vuoto e l’angoscia provocati dalla sua vanità. Era qualcosa di particolare soltanto con il colletto da prete. Come uomo era noioso, un cucciolo di mamma, conformista, rigido, mediocre. Egli tuttavia preferiva chiudere gli occhi su questa mediocrità, preferendo identificarsi con il suo ministero. A un certo punto viene colpito dalla sua umanità. Non riesce più a celebrare. Ha paura di provare vertigini e di cadere mentre sta celebrando. La sua realtà s’impone e gli fa vedere quanto la sua immagine ideale sia lontana dalla sua condizione reale. Così va in crisi. Avverte che le motivazioni che lo hanno portato al sacerdozio non reggono più. Il problema allora sta nel trovarne di nuove, in forza delle quali poter fare bene il prete, oppure nel tirare le conseguenze e andarsene.

 

Altri si sono fatti preti perché fin da bambini si sono sentiti a casa propria in chiesa. Fin da allora sono andati volentieri in chiesa con la mamma. La gente lodava quel bambino per la sua grande pietà, predicendogli che un giorno sarebbe diventato sacerdote. E così sono cresciti nella veste che altri hanno loro messo addosso. Non hanno fatto nessuna esperienza di vocazione. La loro strada è sfociata conseguentemente nel sacerdozio, senza aver mai preso una decisione consapevole in questo senso. A un certo punto però si svegliano e osservano che la veste che hanno indossato è troppo grande per loro, si accorgono di non essersi mai resi conto di che cosa veramente Dio volesse da loro.


Un’altra motivazione per il sacerdozio può consistere nei problemi. Per esempio un giovane che si trovava in una crisi personale, per il quale tutto era tenebroso e assurdo, fa un’esperienza spirituale. Si sente amato da Dio. Il fatto lo impressiona a tal punto da pensare che da sacerdote potrebbe vivere sempre con questo sentimento. Se si facesse prete, i suoi problemi sarebbero risolti, la sua vita sarebbe sensata. Con questo atteggiamento entusiastico però scavalca la propria umanità. Le offese ricevute da bambino non sono per nulla risolte dalla vocazione a farsi prete. I vecchi modelli rimangono. E così cade sempre più in una situazione di dissidio. Viene trascinato in qua e in là tra la sua parte religiosa e la sua parte laica, E non riesce a controllare questa tensione. Da un lato aspira a un’autentica spiritualità, mentre dall’altro vive completamente in maniera terrena. Beve molti alcolici e sta continuamente davanti alla televisione. Nella sua quotidianità non c’è segno di devozione e di religiosità. E così cade in una profonda crisi di vocazione.

 

2. La crisi  

Molti sacerdoti vanno in crisi dopo due o tre anni di ministero come viceparroci oppure quando sono a metà della loro vita, quando sono sui quarant’anni e sono appena diventati parroci. Molti di loro hanno incominciato con grande entusiasmo, ma di lì a poco tempo avvertono di non avere più energie. Non hanno più voglia di vita spirituale. Pregano ancora ma solo durante le celebrazioni, quando sono all’altare. La preghiera personale va sempre più a farsi benedire. Avvertono così il conflitto tra quello che predicano e quello che essi stessi vivono. Sono delusi dei loro confratelli sacerdoti. Hanno problemi con il parroco che non li capisce. E scoprono che lo stesso parroco non vive autenticamente, che è molto autoritario, maniaco del lavoro, incapace di accettare una critica e di rapportarsi agli altri. Oppure vengono a sapere che ha un’amante e non vive assolutamente quello che predica. Per loro allora crolla un mondo. Nelle giornate passate assieme con i sacerdoti della diocesi, si accorgono che questi sono uomini frustrati e fiacchi, che nascondono la loro scontentezza con spiritosaggini sarcastiche.


Spesso la crisi viene prodotta anche dalla relazione con una donna. Un sacerdote ha assistito una vedova nel suo dolore. La donna si è sentita capita dal prete. Allora il sacerdote si accorge che si sta innamorando di lei. Oppure non nota affatto che con il suo starle vicino soddisfa i suoi bisogni di intimità e di affettuosità. Di colpo si è sviluppata un’attrazione sessuale, senza peraltro che lui la abbia intenzionalmente voluta. Egli non si sarebbe mai cercato un’amante, voleva solamente aiutare quella donna come sacerdote. Adesso si accorge di come può essere bello essere innamorati ed essere amati. All’inizio riesce ancora a conciliare questa situazione con il suo sacerdozio, ma poi cade sempre più in un conflitto interiore. Vuole tenere nascosta la relazione, ma non ci riesce. E così deve decidersi tra il sacerdozio e la donna. Si sente lacerato. Vorrebbe continuare a fare il prete. E molto amato dalla sua comunità. E il lavoro gli piace. Però non riesce più a vivere senza amore, non vuole più ritornare la sera nella vuota e fredda canonica. Ha bisogno di una persona cara con la quale poter condividere la sua vita. Per molto tempo resta incerto. A un certo punto prende la decisione, pro o contro il suo sacerdozio.


Altri sacerdoti abbandonano la loro vocazione non a causa di una donna, ma perché non ce la fanno più a essere sempre al centro dell’attenzione.

Sentono che viene loro chiesto troppo. E avvertono la mancanza di senso della loro opera. Osservano i rapporti di potere che ci sono in una parrocchia. Si sentono sfruttati. Si chiedono che senso può ancora avere predicare ogni domenica, quando le parole si fermano soltanto in superficie. Le lotte di potere e le rivalità, gli intrighi e le malignità restano quelle di prima. Hanno l’impressione che la loro azione sia vana. Li coglie un sentimento profondo di inutilità. Lottano senza successo affinché lo spirito di Gesù si affermi nella comunità, ma non riescono a contrastare le strutture del male. Le loro molte prediche cadono nel vuoto. Non producono nulla.

 

Dinanzi al potere del maligno, che vedono all’opera anche nella loro parrocchia, vorrebbero dire con il salmista: «Invano dunque ho conservato puro il mio cuore e ho lavato nell’innocenza le mie mani, poiché sono colpito tutto il giorno e la mia pena si rinnova ogni mattina. Il mio cuore è amareggiato» (Sai 73,13s.). Oppure sentono la vacuità delle loro parole. Ciò che hanno imparato nella teologia, appare vacuo. E non riescono a trovare un linguaggio nuovo per avvicinare il messaggio di Gesù agli uomini di oggi. Si impegnano per la comunità, ma le persone si allontanano sempre di più dalle celebrazioni. Vivono questa situazione come una sconfitta personale e non vorrebbero impersonare sempre la parte del perdente. Altri sacerdoti vorrebbero continuare ad avere una vita spirituale attiva, ma si accorgono di non possedere le competenze per essere guide spirituali. Si sentono assorbiti dalle incombenze parrocchiali. Hanno voluto diventare curatori d’anime e assistere le persone nelle loro necessità, ma adesso si sentono dei manager, dei datori di lavoro, che devono accomodare le liti sorte tra il personale della scuola materna e risolvere i problemi finanziari della casa di riposo Non hanno la minima idea di come fare a sbrigare queste faccende. Oppure si accorgono di non riuscire a tollerare i conflitti che nascono dentro il consiglio parrocchiale. Hanno sempre sviluppato solamente il loro lato comprensivo, mai si sono dedicati a quello aggressivo e combattente. Si accorgono di non aver mai sviluppato l’archetipo del guerriero e del lottatore, che pure è una caratteristica del maschio. Hanno paura delle sedute del consiglio parrocchiale, si sentono rifiutati da molti nella veste di capi della comunità. Non contano nulla la loro cura per una liturgia adeguata, il loro zelo pastorale, la loro fede personale. Non sono nemmeno dei bravi organizzatori. E perciò risultano dei falliti agli occhi delle ‘persone nate per sedere nei consigli di amministrazione. Si domandano allora se la vocazione che hanno scelto sia giusta o sbagliata.

 

(P. A GRÜN priore di Münsterschwarzach – D)

 

DON GIORGIO: UN'ACCUSA INFAMANTE HA UCCISO UN INNOCENTE

 

...Dico che per guardare negli occhi una persona e dirle "tu non vali nulla" ci voglia solamente il coraggio della paura. Dico che per fare finta che i problemi non esistano ci vogliano dei grandi occhiali scuri. Dico che gridare "al lupo al lupo" senza senso sia da criminali. Dico che creare confusione su temi delicati che coinvolgono l'affettività sia da "persone senza amore". Dico che gridare a gran voce la verità sia ormai da "Santi". Dico che credere ancora nel lieto fine delle storie sia da fanciulli. Dico che per questo vorrò sempre rimanere bambina...Flor

IN MEMORIAM

 

Il calvario di Don Giorgio (Sacerdote modenese morto d’infarto alla vigilia della condanna per pedofilia e poi scagionato completamente in appello a un anno dalla morte).


Siamo ancora qui a celebrare Don Giorgio Govoni martire della carità, vittima della giustizia umana nel 7° anniversario della sua tragica morte.

 

Oggi la Bassa Modenese è ritornata serena, lontana dai clamori dello stampa.

Dove sono finiti i responsabili della delirante montatura di alcuni anni fa, dal 1997 al 2000 ?

 

Che ne è del teorema accusatorio elaborato con tanta scrupolosa precisione ai danni di un prete cattolico, da menti ossessionate dalla pedofilia ma prive del minimo buon senso?

 

Il gruppo dei servizi sociali di Mirandola è stato smantellato. Disperso in varie direzioni.

 

li PM vittima di un feroce anticlericalismo sinistrorso non ha più voluto avere a che fare con fatti del genere ed ha chiesto il trasferimento da Modena. I giudici Modenesi, che godono dell’immunità, sono stati clamorosamente smentiti dai giudici di appello e dalla cassazione: i famosi riti cimiteriali,- degni solo  dei più disgustosi films dell’horror - che sono stati alla base dell’allontanamento di tanti bambini dalle loro famiglie e della condanna di Don Giorgio, non sono mai esistiti, giudicati del tutto inverosimili.

 

Naturalmente i giudici, che hanno commesso un grave errore giudiziario, restano al loro posto. Così come restano in carcere gli innocenti condannati. E così i bambini, una volta allontanati, non hanno più rivisto i genitori.


Nessuno ha potuto smentire il libro su Don Giorgio, ma si è fatto di tutto perché l’editore lo ritirasse. Il PM ha chiesto l’archiviazione del procedimento giudiziario indetto nei confronti di don Ettore Rovatti come autore del libro. Non sappiamo quando il GIP emetterà lo sentenza di archiviazione.
La verità è lenta, fa fatica a farsi strada, ma rende liberi. Don Giorgio è sempre vissuto nello verità, è stato anche lui travolto dalla menzogna e dall’odio, ma anche per lui è arrivato il giorno dello resurrezione.
 

Noi che siamo qui siamo onorati di rendergli testimonianza.
 

I suoi confratelli modenesi

 

 

"LE SAGRESTIE DI COSA NOSTRA”.

 UN LIBRO      INCHIESTA SUI RAPPORTI
 FRA RELIGIONE, CHIESA E MAFIA

 

34130. ROMA-ADISTA. “Io, per esempio, anche il termine mafia l’ho usato pochissimo qui da noi, perché mi sono reso conto che irrita e indispone quelli che hanno avuto problemi di questo tipo”, spiega uno dei parroci di Brancaccio, il quartiere di Palermo dove, nel 1993, venne ucciso don Pino Puglisi. Gli fa eco il parroco del Santissimo Salvatore, in Corso dei Mille: “Non ho mai pronunciato la parola mafia dall’altare”. Del resto, aggiunge il parroco della Bandita, località periferica di Palermo in direzione di Villabate: “Grazie a Dio, con la Parola del Signore, penso che si va superando questo odore di mafia. Piuttosto c’è microcriminalità, dettata dalle esigenze, dal bisogno”. La mafia “non la nomino quasi mai. Io dico: la prepotenza. E basta. L’usurpazione. Ma la mafia è una cosa... ormai leggendaria..., che non appiccica più... non lo so... è inafferrabile... come dire... non si può localizzare. Qualche volta anch’io ho qualche atteggiamento mafioso. È dentro di noi. Come dicevo stamattina nell’omelia, forse è un ancestrale ricordo della nostra dignità perduta. Dio, che creò Adamo ed Eva, li creò a sua immagine...”.   (...leggi tutto)

 

 
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