Preticattolici.it

Preti e religiosi del nuovo millenio in dialogo

 

       

MAGISTERO

Il magistero “minore” di vescovi, superiori generali, uffici diocesani e organismi istituzionali  è una miniera di sapienza, di stimoli e indicazioni concrete per  radicare la propria identità a riferimenti sicuri. Si propongono interventi sereni e positivi in grado di stimolare alla fiducia e alla speranza anche nelle situazioni più penalizzanti.

 

SOMMARIO :

omelia del patriarca 1 aprile 2010

lettera pastorale del santo padre benedetto XVI ai cattolici d'irlanda (.pdf)

Preti solo per essere discepoli e missionari di Gesù Cristo

CONVEGNO DEL CLERO (2-9-2008)

SIGNORI CARDINALI.....

Discorso di Bartolomeo I per i primi Vespri nella Cappella Sistina

Criteri precisi per valutare  le apparizioni mariane  (.doc)

La traduzione italiana del discorso del Papa alla Conferenza episcopale francese

BENEDETTO XVI AL CLERO DI BOLZANO - BRESSANONE

La Congregazione per il Clero  (.doc)

MESSAGGIO PER LA XLV Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni - 13 aprile 2008

ALLE RADICI DEL SI : Il testo integrale dell'omelia di Benedetto XVI, durante la Santa Messa del Crisma, prima celebrazione del Triduo Pasquale    (.DOC)

AGOSTINO E LE SUE CONFESSIONI,MODELLO PER OGNI ESSERE UMANO

MESSAGGIO CEI PER LA XII GIORNATA MONDIALE DELLA VITA CONSACRATA

Esortazione Apostolica "Sacramentum caritatis" di Benedetto XVI

Riflessioni sull'esortazione apostolica "Sacramentum caritatis" di  Benedetto XVI (Card. Claudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero)

Il Rosario e la Missione per la pace  nelle famiglie e nel mondo

Dalle feconde memorie alle coraggiose prospettive Il cinquantesimo anniversario dell’Enciclica “Fidei donum” di Pio XII   (.PDF )

LA VITA E IL MINISTERO DEL PRESBITERO PER UNA COMUNITÀ MISSIONARIA IN UN MONDO CHE CAMBIA: NODI PROBLEMATICI E PROSPETTIVE di  Mons. Luciano Monari     (.doc)

Il papa: famiglia umana, comunità di pace   (.doc)

 

Preti solo per essere discepoli e missionari di Gesù Cristo

Signori cardinali, Cari fratelli nell'episcopato, Saluto cordialmente i consiglieri e i membri della Pontificia Commissione per l'America Latina, che nella loro assemblea plenaria hanno riflettuto su "la situazione attuale della formazione sacerdotale nei seminari" di quel continente. Ringrazio per le parole che, a nome di tutti, mi ha rivolto il presidente della commissione, il cardinale Giovanni Battista Re, presentandomi le linee centrali dei lavori e le raccomandazioni pastorali delineatesi in questo incontro. Rendo grazie a Dio per i frutti ecclesiali di questa Pontificia Commissione fin dalla sua creazione nel 1958, quando Papa Pio XII vide la necessità di creare un organismo della Santa Sede per intensificare e coordinare più strettamente l'opera svolta a favore della Chiesa in America Latina, dinanzi all'esiguo numero dei suoi sacerdoti e missionari. Il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II sostenne e potenziò questa iniziativa, al fine di mettere in risalto la speciale sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per le Chiese che peregrinano in quelle amate terre. In questa nuova tappa della Commissione, non posso non menzionare con viva gratitudine il lavoro realizzato da colui che per lunghi anni è stato il suo Vicepresidente, il vescovo Cipriano Calderón Polo, scomparso di recente, il cui generoso lavoro e fedele servizio alla Chiesa sarà premiato dal Signore. Lo scorso anno ho ricevuto molti vescovi dell'America Latina e dei Caraibi nella loro visita ad limina. Con essi ho parlato della realtà delle Chiese particolari che sono state affidate loro, potendo così conoscere più da vicino le speranze e le difficoltà del loro ministero apostolico. Li accompagno tutti con la mia preghiera, affinché continuino ad esercitare con fedeltà e gioia il loro servizio al Popolo di Dio, promuovendo nel momento presente la "Missione continentale", che è stata avviata quale frutto della v Conferenza Generale dell'Episcopato dell'America Latina e dei Caraibi (cfr. Documento conclusivo, n. 362). Serbo un grato ricordo della mia permanenza ad Aparecida, dove abbiamo vissuto un'esperienza di intensa comunione ecclesiale, con l'unico desiderio di accogliere il Vangelo con umiltà e di seminarlo generosamente. Il tema scelto - Discepoli e missionari di Gesù Cristo affinché i nostri popoli in Lui abbiano vita - continua a orientare gli sforzi dei membri della Chiesa in quelle amate nazioni. Quando ho presentato un bilancio del mio viaggio apostolico in Brasile ai membri della Curia Romana, mi sono chiesto: "Ha fatto bene Aparecida, nella ricerca di vita per il mondo, a dare la priorità al discepolato di Gesù Cristo e all'evangelizzazione? Era forse un ripiegamento sbagliato nell'interiorità?". A ciò ho risposto con totale certezza: "No! Aparecida ha deciso giustamente, perché proprio mediante il nuovo incontro con Gesù Cristo e il suo Vangelo - e solo così - vengono suscitate le forze che ci rendono capaci di dare la giusta risposta alle sfide del tempo" (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2007). Continua a essere fondamentale questo incontro personale con il Signore, alimentato dall'ascolto della sua Parola e dalla partecipazione all'Eucaristia, come pure la necessità di trasmettere con grande entusiasmo la nostra propria esperienza di Cristo. Noi vescovi, successori degli Apostoli, siamo i primi a dover mantenere sempre viva la chiamata gratuita e amorevole del Signore, come quella che Egli fece ai primi discepoli (cfr. Mc 1, 16-20). Come loro, anche noi siamo stati scelti per "stare con lui" (cfr. Mc 3, 14), per accogliere la sua Parola e ricevere la sua forza, e vivere così come lui, annunciando a tutte le genti la Buona Novella del Regno di Dio. Per tutti noi, il seminario è stato un tempo decisivo di discernimento e di preparazione. Lì, in dialogo profondo con Cristo, si è rafforzato il nostro desiderio di radicarci profondamente in lui. In quegli anni, abbiamo imparato a sentirci nella Chiesa come a casa nostra, accompagnati da Maria, la Madre di Gesù e amatissima Madre nostra, sempre obbediente alla volontà di Dio. Per questo sono lieto che questa assemblea plenaria abbia dedicato la sua attenzione alla situazione attuale dei seminari in America Latina. Per avere presbiteri secondo il cuore di Cristo, bisogna confidare nell'azione dello Spirito Santo, più che nelle strategie e nei calcoli umani, e chiedere con grande fede al Signore, "il Signore della messe", di inviare numerose e sante vocazioni al sacerdozio (cfr. Lc 10, 2), unendo sempre a questa supplica l'affetto e la vicinanza a quanti sono nel seminario in vista dei sacri ordini. D'altro canto, la necessità di sacerdoti per affrontare le sfide del mondo di oggi non deve indurre a rinunciare a un attento discernimento dei candidati e neppure a trascurare le esigenze necessarie, persino rigorose, affinché il loro processo formativo contribuisca a fare di essi dei sacerdoti esemplari. Di conseguenza, le raccomandazioni pastorali di questa assemblea devono essere un punto di riferimento imprescindibile per illuminare l'operato dei vescovi dell'America Latina e dei Caraibi in questo delicato campo della formazione sacerdotale. Oggi più che mai è necessario che i seminaristi, con retta intenzione e senza alcun altro interesse, aspirino al sacerdozio mossi unicamente dalla volontà di essere autentici discepoli e missionari di Gesù Cristo che, in comunione con i propri vescovi, lo rendano presente con il loro ministero e la loro testimonianza di vita. Per questo è estremamente importante curare attentamente la loro formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale, come pure la scelta adeguata dei loro formatori e professori, che devono distinguersi per preparazione accademica, spirito sacerdotale e fedeltà alla Chiesa, in modo da saper infondere nei giovani ciò di cui il Popolo di Dio ha bisogno e si aspetta dai suoi pastori. Affido alla protezione materna della Santissima Vergine Maria le iniziative di questa assemblea plenaria, supplicandola di accompagnare quanti si stanno preparando al ministero sacerdotale nel loro cammino sulle orme del suo divino Figlio, Gesù Cristo, nostro Redentore. Con questi sentimenti, vi imparto con affetto la benedizione apostolica.

 

Signori Cardinali,

venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio, cari fratelli e sorelle! Con gioia vi incontro in occasione della Plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che celebra i suoi cento anni di vita e di attività. È passato infatti un secolo da quando il mio venerato predecessore San Pio x, con la Costituzione apostolica Sapienti Consilio, del 29 giugno 1908, rese autonomo il vostro Dicastero come Congregatio negotiis religiosorum sodalium praeposita, denominazione successivamente modificata più volte. Per ricordare questo evento avete programmato, il 22 novembre prossimo, un Congresso dal significativo titolo "Cento anni al servizio della vita consacrata"; auguro perciò pieno successo all'opportuna iniziativa. L'odierno incontro è per me occasione quanto mai propizia per salutare e ringraziare tutti coloro che lavorano nel vostro Dicastero. Saluto in primo luogo il Prefetto, Cardinale Franc Rodé, a cui sono grato anche per essersi fatto interprete dei comuni sentimenti. Insieme con lui saluto i Membri del Dicastero, il Segretario, i Sotto-Segretari e gli altri Officiali che, con mansioni diverse, prestano il loro quotidiano servizio con competenza e sapienza, per "promuovere e regolare" la pratica dei consigli evangelici nelle varie forme di vita consacrata, come anche l'attività delle Società di vita apostolica (cfr. Cost. ap. Pastor bonus, n. 105). I consacrati costituiscono una eletta porzione del Popolo di Dio: sostenerne e custodirne la fedeltà alla divina chiamata, carissimi fratelli e sorelle, è il fondamentale impegno che svolgete secondo modalità ormai ben collaudate grazie all'esperienza accumulata in questi cento anni di attività. Questo servizio della Congregazione è stato ancor più assiduo nei decenni successivi al Concilio Vaticano ii, che hanno visto lo sforzo di rinnovamento, sia nella vita che nella legislazione, di tutti gli Istituti religiosi e secolari e delle Società di vita apostolica. Mentre, pertanto, mi unisco a voi nel rendere grazie a Dio, datore di ogni bene, per i buoni frutti prodotti in questi anni dal vostro Dicastero, ricordo con pensiero riconoscente tutti coloro che nel corso di questo secolo di attività hanno profuso le loro energie a beneficio dei consacrati e delle consacrate. La Plenaria della vostra Congregazione ha focalizzato quest'anno la sua attenzione su un tema che mi è particolarmente caro: il monachesimo, forma vitae che si è sempre ispirata alla Chiesa nascente, generata dalla Pentecoste (cfr. At 2, 42-47; 4, 32-35). Dalle conclusioni dei vostri lavori, incentrati specialmente sulla vita monastica femminile, potranno scaturire indicazioni utili a quanti, monaci e monache, "cercano Dio", realizzando questa loro vocazione per il bene di tutta la Chiesa. Anche recentemente (cfr. Discorso al mondo della cultura, Parigi, 12 settembre 2008) ho voluto evidenziare l'esemplarità della vita monastica nella storia, sottolineando come il suo scopo sia semplice ed insieme essenziale: quaerere Deum, cercare Dio e cercarlo attraverso Gesù Cristo che lo ha rivelato (cfr. Gv 1, 18), cercarlo fissando lo sguardo sulle realtà invisibili che sono eterne (cfr. 2 Cor 4, 18), nell'attesa della manifestazione gloriosa del Salvatore (cfr. Tt 2, 13). Christo omnino nihil praeponere (cfr. RB 72, 11; Agostino, Enarr. in Ps. 29, 9; Cipriano, Ad Fort 4). Questa espressione, che la Regola di san Benedetto riprende dalla tradizione precedente, esprime bene il tesoro prezioso della vita monastica praticata fino ad oggi sia nell'occidente che nell'oriente cristiano. È un invito pressante a plasmare la vita monastica fino a renderla memoria evangelica della Chiesa e, quando è autenticamente vissuta, "esemplarità di vita battesimale" (cfr. Giovanni Paolo ii, Orientale lumen 9). In virtù del primato assoluto riservato a Cristo, i monasteri sono chiamati a essere luoghi in cui si fa spazio alla celebrazione della gloria di Dio, si adora e si canta la misteriosa ma reale presenza divina nel mondo, si cerca di vivere il comandamento nuovo dell'amore e del servizio reciproco, preparando così la finale "manifestazione dei figli di Dio" (Rm 8, 19). Quando i monaci vivono il Vangelo in modo radicale, quando coloro che sono dediti alla vita integralmente contemplativa coltivano in profondità l'unione sponsale con Cristo, su cui si è ampiamente soffermata l'Istruzione di codesta Congregazione "Verbi Sponsa" (13.v.1999), il monachesimo può costituire per tutte le forme di vita religiosa e di consacrazione una memoria di ciò che è essenziale e ha il primato in ogni vita battesimale: cercare Cristo e nulla anteporre al suo amore. La via additata da Dio per questa ricerca e per questo amore è la sua stessa Parola, che nei libri delle Sacre Scritture si offre con dovizia alla riflessione degli uomini. Desiderio di Dio e amore per la sua Parola si alimentano pertanto reciprocamente e generano nella vita monastica l'esigenza insopprimibile dell'opus Dei, dello studium orationis e della lectio divina, che è ascolto della Parola di Dio, accompagnata dalle grandi voci della tradizione dei Padri e dei Santi, e poi preghiera orientata e sostenuta da questa Parola. La recente Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, celebrata a Roma il mese scorso sul tema: La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, rinnovando l'appello a tutti i cristiani a radicare la loro esistenza nell'ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture, ha invitato specialmente le comunità religiose e ogni uomo e donna consacrati a fare della Parola di Dio il cibo quotidiano, in particolare attraverso la pratica della lectio divina (cfr. Elenchus praepositionum n. 4). Cari fratelli e sorelle, chi entra in monastero vi cerca un'oasi spirituale dove apprendere a vivere da veri discepoli di Gesù in serena e perseverante comunione fraterna, accogliendo pure eventuali ospiti come Cristo stesso (cfr. RB 53, 1). È questa la testimonianza che la Chiesa chiede al monachesimo anche in questo nostro tempo. Invochiamo Maria, la Madre del Signore, la "donna dell'ascolto", che nulla antepose all'amore del Figlio di Dio da lei nato, perché aiuti le comunità di vita consacrata e specialmente quelle monastiche ad essere fedeli alla loro vocazione e missione. Possano i monasteri essere sempre più oasi di vita ascetica, dove si avverte il fascino dell'unione sponsale con Cristo e dove la scelta dell'Assoluto di Dio è avvolta da un costante clima di silenzio e di contemplazione. Mentre per questo assicuro la mia preghiera, di cuore imparto la Benedizione Apostolica a tutti voi che partecipate alla Plenaria, a quanti operano nel vostro Dicastero e ai membri dei vari Istituti di vita consacrata, specialmente a quelli di vita integralmente contemplativa. Il Signore effonda su ciascuno l'abbondanza delle sue consolazioni. (Osservatore Romano 21.11.08)

 

Messaggio per la XLV Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni - 13 aprile 2008

Le vocazioni al servizio della Chiesa-missione


Cari fratelli e sorelle!

1. Per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, che sarà celebrata il 13 aprile 2008, ho scelto il tema: Le vocazioni al servizio della Chiesa–missione. Agli Apostoli Gesù risorto affidò il mandato: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19), assicurando: “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). La Chiesa è missionaria nel suo insieme e in ogni suo membro. Se in forza dei sacramenti del Battesimo e della Confermazione ogni cristiano è chiamato a testimoniare e ad annunciare il Vangelo, la dimensione missionaria è specialmente e intimamente legata alla vocazione sacerdotale. Nell’alleanza con Israele, Dio affidò a uomini prescelti, chiamati da Lui ed inviati al popolo in suo nome, la missione di essere profeti e sacerdoti. Così fece, ad esempio, con Mosè: “Ora va’! – gli disse Jahvé – Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo ... quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,10.12). Ugualmente avvenne con i profeti.

2. Le promesse fatte ai padri si realizzarono appieno in Gesù Cristo. Afferma in proposito il Concilio Vaticano II: “È venuto quindi il Figlio, mandato dal Padre, il quale in Lui prima della fondazione del mondo ci ha eletti e ci ha predestinati ad essere adottati come figli ... Perciò Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli e ce ne ha rivelato il mistero, e con la sua obbedienza ha operato la redenzione” (Cost. dogm. Lumen gentium, 3). E Gesù si scelse, come stretti collaboratori nel ministero messianico, dei discepoli già nella vita pubblica, durante la predicazione in Galilea. Ad esempio, in occasione della moltiplicazione dei pani, quando disse agli Apostoli: “Date loro voi stessi da mangiare” (Mt 14,16), stimolandoli così a farsi carico del bisogno delle folle, a cui voleva offrire il cibo per sfamarsi, ma anche rivelare il cibo “che dura per la vita eterna” (Gv 6,27). Era mosso a compassione verso la gente, perché mentre percorreva le città ed i villaggi, incontrava folle stanche e sfinite, “come pecore senza pastore” (cfr Mt 9,36). Da questo sguardo di amore sgorgava il suo invito ai discepoli: “Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38), e inviò i Dodici prima “alle pecore perdute della casa d’Israele”, con precise istruzioni. Se ci soffermiamo a meditare questa pagina del Vangelo di Matteo, che viene solitamente chiamata “discorso missionario”, notiamo tutti quegli aspetti che caratterizzano l’attività missionaria di una comunità cristiana, che voglia restare fedele all’esempio e all’insegnamento di Gesù. Corrispondere alla chiamata del Signore comporta affrontare con prudenza e semplicità ogni pericolo e persino le persecuzioni, giacché “un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone” (Mt 10,24). Diventati una cosa sola con il Maestro, i discepoli non sono più soli ad annunciare il Regno dei cieli, ma è lo stesso Gesù ad agire in essi: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Mt 10,40). Ed inoltre, come veri testimoni, “rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49), essi predicano “la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47) a tutte le genti.

3. Proprio perché inviati dal Signore, i Dodici prendono il nome di “apostoli”, destinati a percorrere le vie del mondo annunciando il Vangelo come testimoni della morte e risurrezione di Cristo. Scrive san Paolo ai cristiani di Corinto: “Noi – cioè gli Apostoli – predichiamo Cristo crocifisso” (1 Cor 1,23). Il Libro degli Atti degli Apostoli attribuisce un ruolo molto importante, in questo processo di evangelizzazione, anche ad altri discepoli, la cui vocazione missionaria scaturisce da circostanze provvidenziali, talvolta dolorose, come l’espulsione dalla propria terra in quanto seguaci di Gesù (cfr 8,1–4). Lo Spirito Santo permette di trasformare questa prova in occasione di grazia, e di trarne spunto perché il nome del Signore sia annunciato ad altre genti e si allarghi in tal modo il cerchio della Comunità cristiana. Si tratta di uomini e donne che, come scrive Luca nel Libro degli Atti, “hanno votato la loro vita al nome del Signore nostro Gesù Cristo” (15,26). Primo tra tutti, chiamato dal Signore stesso sì da essere un vero Apostolo, è senza dubbio Paolo di Tarso. La storia di Paolo, il più grande missionario di tutti i tempi, fa emergere, sotto molti punti di vista, quale sia il nesso tra vocazione e missione. Accusato dai suoi avversari di non essere autorizzato all’apostolato, egli fa appello ripetutamente proprio alla vocazione ricevuta direttamente dal Signore (cfr Rm 1,1; Gal 1,11–12.15–17).

4. All’inizio, come in seguito, a “spingere” gli Apostoli (cfr 2 Cor 5,14) è sempre “l’amore di Cristo”. Quali fedeli servitori della Chiesa, docili all’azione dello Spirito Santo, innumerevoli missionari, nel corso dei secoli, hanno seguito le orme dei primi discepoli. Osserva il Concilio Vaticano II: “Benché l´impegno di diffondere la fede cada su qualsiasi discepolo di Cristo in proporzione delle sue possibilità, Cristo Signore chiama sempre dalla moltitudine dei suoi discepoli quelli che egli vuole, perché siano con lui e per inviarli a predicare alle genti (cfr Mc 3,13–15)” (Decr. Ad gentes, 23). L’amore di Cristo, infatti, va comunicato ai fratelli con gli esempi e le parole; con tutta la vita. “La vocazione speciale dei missionari ad vitam – ebbe a scrivere il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II – conserva tutta la sua validità: essa rappresenta il paradigma dell´impegno missionario della Chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali e totali, di impulsi nuovi e arditi” (Enc. Redemptoris missio, 66).

5. Tra le persone che si dedicano totalmente al servizio del Vangelo vi sono in particolar modo sacerdoti chiamati a dispensare la Parola di Dio, amministrare i sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Riconciliazione, votati al servizio dei più piccoli, dei malati, dei sofferenti, dei poveri e di quanti attraversano momenti difficili in regioni della terra dove vi sono, talora, moltitudini che ancora oggi non hanno avuto un vero incontro con Gesù Cristo. Ad esse i missionari recano il primo annuncio del suo amore redentivo. Le statistiche testimoniano che il numero dei battezzati aumenta ogni anno grazie all’azione pastorale di questi sacerdoti, interamente consacrati alla salvezza dei fratelli. In questo contesto, speciale riconoscenza va data “ai presbiteri fidei donum, che con competenza e generosa dedizione edificano la comunità annunciandole la Parola di Dio e spezzando il Pane della vita, senza risparmiare energie nel servizio alla missione della Chiesa. Occorre ringraziare Dio per i tanti sacerdoti che hanno sofferto fino al sacrificio della vita per servire Cristo … Si tratta di testimonianze commoventi che possono ispirare tanti giovani a seguire a loro volta Cristo e a spendere la loro vita per gli altri, trovando proprio così la vita vera” (Esort. ap. Sacramentum caritatis, 26). Attraverso i suoi sacerdoti, Gesù dunque si rende presente fra gli uomini di oggi, sino agli angoli più remoti della terra.

6. Da sempre nella Chiesa ci sono poi non pochi uomini e donne che, mossi dall´azione dello Spirito Santo, scelgono di vivere il Vangelo in modo radicale, professando i voti di castità, povertà ed obbedienza. Questa schiera di religiosi e di religiose, appartenenti a innumerevoli Istituti di vita contemplativa ed attiva, ha “tuttora una parte importantissima nell’evangelizzazione del mondo” (Decr. Ad gentes, 40). Con la loro preghiera continua e comunitaria, i religiosi di vita contemplativa intercedono incessantemente per tutta l’umanità; quelli di vita attiva, con la loro multiforme azione caritativa, recano a tutti la testimonianza viva dell’amore e della misericordia di Dio. Quanto a questi apostoli del nostro tempo, il Servo di Dio Paolo VI ebbe a dire: “Grazie alla loro consacrazione religiosa, essi sono per eccellenza volontari e liberi per lasciare tutto e per andare ad annunziare il Vangelo fino ai confini del mondo. Essi sono intraprendenti, e il loro apostolato è spesso contrassegnato da una originalità, una genialità che costringono all’ammirazione. Sono generosi: li si trova spesso agli avamposti della missione, ed assumono i più grandi rischi per la loro salute e per la loro stessa vita. Sì, veramente, la Chiesa deve molto a loro” (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 69).

7. Inoltre, perché la Chiesa possa continuare a svolgere la missione affidatale da Cristo e non manchino gli evangelizzatori di cui il mondo ha bisogno, è necessario che nelle comunità cristiane non venga mai meno una costante educazione alla fede dei fanciulli e degli adulti; è necessario mantenere vivo nei fedeli un attivo senso di responsabilità missionaria e di partecipazione solidale con i popoli della terra. Il dono della fede chiama tutti i cristiani a cooperare all’evangelizzazione. Questa consapevolezza va alimentata attraverso la predicazione e la catechesi, la liturgia e una costante formazione alla preghiera; va incrementata con l’esercizio dell’accoglienza, della carità, dell’accompagnamento spirituale, della riflessione e del discernimento, come pure con una progettazione pastorale, di cui parte integrante sia l’attenzione alle vocazioni.

8. Solo in un terreno spiritualmente ben coltivato fioriscono le vocazioni al sacerdozio ministeriale ed alla vita consacrata. Infatti, le comunità cristiane, che vivono intensamente la dimensione missionaria del mistero della Chiesa, mai saranno portate a ripiegarsi su se stesse. La missione, come testimonianza dell’amore divino, diviene particolarmente efficace quando è condivisa in modo comunitario, “perché il mondo creda” (cfr Gv 17,21). Quello delle vocazioni è il dono che la Chiesa invoca ogni giorno dallo Spirito Santo. Come ai suoi inizi, raccolta attorno alla Vergine Maria, Regina degli Apostoli, la Comunità ecclesiale apprende da lei ad implorare dal Signore la fioritura di nuovi apostoli che sappiano vivere in sé quella fede e quell’amore che sono necessari per la missione.

9. Mentre affido questa riflessione a tutte le Comunità ecclesiali, affinché le facciano proprie e soprattutto ne traggano spunto per la preghiera, incoraggio l’impegno di quanti operano con fede e generosità al servizio delle vocazioni e di cuore invio ai formatori, ai catechisti e a tutti, specialmente ai giovani in cammino vocazionale, una speciale Benedizione Apostolica.


Dal Vaticano, 3 dicembre 2007
 

 

Agostino e le sue conversioni

modello per ogni essere umano

 

La vicenda interiore di sant'Agostino, "uno dei più grandi convertiti della storia cristiana", è stata al centro della catechesi di Benedetto XVI durante l'udienza generale di mercoledì 27 febbraio, svoltasi nella basilica Vaticana e nell'Aula Paolo VI. Il Papa ha concluso così le sue riflessioni dedicate al vescovo d'Ippona.

 

 Cari fratelli e sorelle,

con l'incontro di oggi vorrei concludere la presentazione della figura di sant'Agostino. Dopo esserci soffermati sulla sua vita, sulle opere e su alcuni aspetti del suo pensiero, oggi vorrei tornare sulla sua vicenda interiore, che ne ha fatto uno dei più grandi convertiti della storia cristiana. A questa sua esperienza ho dedicato in particolare la mia riflessione durante il pellegrinaggio che ho compiuto a Pavia, l'anno scorso, per venerare le spoglie mortali di questo Padre della Chiesa. In tal modo ho voluto esprimere a lui l'omaggio di tutta la Chiesa cattolica, ma anche rendere visibile la mia personale devozione e riconoscenza nei confronti di una figura alla quale mi sento molto legato per la parte che ha avuto nella mia vita di teologo, di sacerdote e di pastore.

 Ancora oggi è possibile ripercorrere la vicenda di sant'Agostino grazie soprattutto alle Confessiones, scritte a lode di Dio e che sono all'origine di una delle forme letterarie più specifiche dell'Occidente, l'autobiografia, cioè l'espressione personale della coscienza di sé. Ebbene, chiunque avvicini questo libro straordinario e affascinante, ancora oggi molto letto, si accorge facilmente come la conversione di Agostino non sia stata improvvisa né pienamente realizzata fin dall'inizio, ma possa essere definita piuttosto come un vero e proprio cammino, che resta un modello per ciascuno di noi. Questo itinerario culminò certamente con la conversione e poi con il battesimo, ma non si concluse in quella Veglia pasquale dell'anno 387, quando a Milano il retore africano venne battezzato dal Vescovo Ambrogio. Il cammino di conversione di Agostino infatti continuò umilmente sino alla fine della sua vita, tanto che si può veramente dire che le sue diverse tappe - se ne possono distinguere facilmente tre - siano un'unica grande conversione.

Sant'Agostino è stato un ricercatore appassionato della verità:  lo è stato fin dall'inizio e poi per tutta la sua vita. La prima tappa del suo cammino di conversione si è realizzata proprio nel progressivo avvicinamento al cristianesimo. In realtà, egli aveva ricevuto dalla madre Monica, alla quale restò sempre legatissimo, un'educazione cristiana e, benché avesse vissuto durante gli anni giovanili una vita sregolata, sempre avvertì un'attrazione profonda per Cristo, avendo bevuto l'amore per il nome del Signore con il latte materno, come lui stesso sottolinea (cfr Confessiones, III, 4, 8). Ma anche la filosofia, soprattutto quella d'impronta platonica, aveva contribuito ad avvicinarlo ulteriormente a Cristo manifestandogli l'esistenza del Logos, la ragione creatrice. I libri dei filosofi gli indicavano che c'è la ragione, dalla quale viene poi tutto il mondo, ma non gli dicevano come raggiungere questo Logos, che sembrava così lontano. Soltanto la lettura dell'epistolario di san Paolo, nella fede della Chiesa cattolica, gli rivelò pienamente la verità. Questa esperienza fu sintetizzata da Agostino in una delle pagine più famose delle Confessiones:  egli racconta che, nel tormento delle sue riflessioni, ritiratosi in un giardino, udì all'improvviso una voce infantile che ripeteva una cantilena, mai udita prima:  tolle, lege, tolle, lege, "prendi, leggi, prendi, leggi" (VIII, 12, 29). Si ricordò allora della conversione di Antonio, padre del monachesimo, e con premura tornò al codice paolino che aveva poco prima tra le mani, lo aprì e lo sguardo gli cadde sul passo dell'epistola ai Romani dove l'Apostolo esorta ad abbandonare le opere della carne e a rivestirsi di Cristo (13, 13-14). Aveva capito che quella parola in quel momento era rivolta personalmente a lui, veniva da Dio tramite l'Apostolo e gli indicava cosa fare in quel momento. Così sentì dileguarsi le tenebre del dubbio e si ritrovò finalmente libero di donarsi interamente a Cristo:  "Avevi convertito a te il mio essere", egli commenta (Confessiones, VIII, 12, 30). Fu questa la prima e decisiva conversione.

A questa tappa fondamentale del suo lungo cammino il retore africano arrivò grazie alla sua passione per l'uomo e per la verità, passione che lo portò a cercare Dio, grande e inaccessibile. La fede in Cristo gli fece capire che il Dio, apparentemente così lontano, in realtà non lo era. Egli, infatti, si era fatto vicino a noi, divenendo uno di noi. In questo senso la fede in Cristo portò a compimento la lunga ricerca di Agostino sul cammino della verità. Solo un Dio fattosi "toccabile", uno di noi, era finalmente un Dio che si poteva pregare, per il quale e con il quale si poteva vivere. È questa una via da percorrere con coraggio e nello stesso tempo con umiltà, nell'apertura a una purificazione permanente di cui ognuno di noi ha sempre bisogno. Ma con quella Veglia pasquale del 387, come abbiamo detto, il cammino di Agostino non era concluso. Tornato in Africa e fondato un piccolo monastero vi si ritirò con pochi amici per dedicarsi alla vita contemplativa e di studio. Questo era il sogno della sua vita. Adesso era chiamato a vivere totalmente per la verità, con la verità, nell'amicizia di Cristo che è la verità. Un bel sogno che durò tre anni, fino a quando egli non venne, suo malgrado, consacrato sacerdote a Ippona e destinato a servire i fedeli, continuando sì a vivere con Cristo e per Cristo, ma a servizio di tutti. Questo gli era molto difficile, ma capì fin dall'inizio che solo vivendo per gli altri, e non semplicemente per la sua privata contemplazione, poteva realmente vivere con Cristo e per Cristo. Così, rinunciando a una vita solo di meditazione, Agostino imparò, spesso con difficoltà, a mettere a disposizione il frutto della sua intelligenza a vantaggio degli altri. Imparò a comunicare la sua fede alla gente semplice e a vivere così per essa in quella che divenne la sua città, svolgendo senza stancarsi un'attività generosa e gravosa che così descrive in uno dei suoi bellissimi sermoni:  "Continuamente predicare, discutere, riprendere, edificare, essere a disposizione di tutti - è un ingente carico, un grande peso, un'immane fatica" (Serm. 339, 4). Ma questo peso egli prese su di sé, capendo che proprio così poteva essere più vicino a Cristo. Capire che si arriva agli altri con semplicità e umiltà, fu questa la sua vera e seconda conversione.

Ma c'è un'ultima tappa del cammino agostiniano, una terza conversione:  quella che lo portò ogni giorno della sua vita a chiedere perdono a Dio. Inizialmente aveva pensato che una volta battezzato, nella vita di comunione con Cristo, nei Sacramenti, nella celebrazione dell'Eucaristia, sarebbe arrivato alla vita proposta nel Discorso della montagna:  alla perfezione donata nel battesimo e riconfermata nell'Eucaristia. Nell'ultima parte della sua vita capì che quello che aveva detto nelle sue prime prediche sul Discorso della montagna - cioè che adesso noi da cristiani viviamo questo ideale permanentemente - era sbagliato. Solo Cristo stesso realizza veramente e completamente il Discorso della montagna. Noi abbiamo sempre bisogno di essere lavati da Cristo, che ci lava i piedi, e da Lui rinnovati. Abbiamo bisogno di una conversione permanente. Fino alla fine abbiamo bisogno di questa umiltà che riconosce che siamo peccatori in cammino, finché il Signore ci dà la mano definitivamente e ci introduce nella vita eterna. In questo ultimo atteggiamento di umiltà, vissuto giorno dopo giorno, Agostino è morto.

Questo atteggiamento di umiltà profonda davanti all'unico Signore Gesù lo introdusse all'esperienza di un'umiltà anche intellettuale. Agostino, infatti, che è una delle più grandi figure nella storia del pensiero, volle negli ultimi anni della sua vita sottoporre a un lucido esame critico tutte le sue numerosissime opere. Ebbero così origine le Retractationes ("revisioni"), che in questo modo inseriscono il suo pensiero teologico, davvero grande, nella fede umile e santa di quella che chiama semplicemente con il nome di Catholica, cioè della Chiesa. "Ho compreso - scrive appunto in questo originalissimo libro (I, 19, 1-3) - che uno solo è veramente perfetto e che le parole del Discorso della montagna sono totalmente realizzate in uno solo:  in Gesù Cristo stesso. Tutta la Chiesa invece - tutti noi, inclusi gli apostoli - dobbiamo pregare ogni giorno:  rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".

Convertito a Cristo, che è verità e amore, Agostino lo ha seguito per tutta la vita ed è diventato un modello per ogni essere umano, per noi tutti in cerca di Dio. Per questo ho voluto concludere il mio pellegrinaggio a Pavia riconsegnando idealmente alla Chiesa e al mondo, davanti alla tomba di questo grande innamorato di Dio, la mia prima enciclica, intitolata Deus caritas est. Questa infatti molto deve, soprattutto nella sua prima parte, al pensiero di sant'Agostino. Anche oggi, come al suo tempo, l'umanità ha bisogno di conoscere e soprattutto di vivere questa realtà fondamentale:  Dio è amore e l'incontro con lui è la sola risposta alle inquietudini del cuore umano. Un cuore che è abitato dalla speranza, forse ancora oscura e inconsapevole in molti nostri contemporanei, ma che per noi cristiani apre già oggi al futuro, tanto che san Paolo ha scritto che "nella speranza siamo stati salvati" (Rm, 8, 24). Alla speranza ho voluto dedicare la mia seconda enciclica, Spe salvi, e anch'essa è largamente debitrice nei confronti di Agostino e del suo incontro con Dio.

In un bellissimo testo sant'Agostino definisce la preghiera come espressione del desiderio e afferma che Dio risponde allargando verso di Lui il nostro cuore. Da parte nostra dobbiamo purificare i nostri desideri e le nostre speranze per accogliere la dolcezza di Dio (cfr In I Ioannis, 4, 6). Questa sola, infatti, aprendoci anche agli altri, ci salva. Preghiamo dunque che nella nostra vita ci sia ogni giorno concesso di seguire l'esempio di questo grande convertito, incontrando come lui in ogni momento della nostra vita il Signore Gesù, l'unico che ci salva, ci purifica e ci dà la vera gioia, la vera vita.

 

 

 

(©L'Osservatore Romano - 28 febbraio 2008)

 

 

 

ITALIA

3/2/2008   19.15    

MESSAGGIO CEI PER LA XII GIORNATA MONDIALE DELLA VITA CONSACRATA (testo integrale)

 

 Chiesa e Missione, Standard

 Alle consacrate e ai consacrati,

 ai sacerdoti, ai diaconi e ai fedeli laici.

 

“Tutto quello che c’è in me è del mio Amato, a lui devo tutto; non si pensi che io ami un altro né si pensi che io desideri che altri si compiacciano di me, perché io sono e sarò sempre del mio Amato, come lui è mio: chi mi vuol bene voglia bene anche a lui, perché io sono di chi lui vuole che io sia”. Queste parole, tratte dal Commento al Cantico dei Cantici di Fr. Luis de León (1528-1591), descrivono bene il cuore della vita consacrata: per questo vogliamo riproporle in occasione della giornata del 2 febbraio, quando, nella ricorrenza della festa della Presentazione del Signore, ogni diocesi è invitata a ringraziare Dio per il dono di consacrati e consacrate alla Chiesa e al mondo.

 

Gesù che viene “presentato al Signore”, cioè offerto e donato al Padre, non solo compie ciò che è scritto nella Legge: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” (Lc 2, 23; cfr. Es 13, 2.11), ma anche anticipa, prefigurandola chiaramente, la sua offerta pasquale, in cui si compie in modo perfetto l’olocausto, cioè il sacrificio per eccellenza, in cui la vittima veniva completamente bruciata, e saliva “in onore del Signore un profumo gradito” (Es 29, 18), “una soave fragranza” (Gn 8, 21).

 

“Cristo con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9, 14): la Trinità tutta è coinvolta in quest’offerta sacrificale. Lo Spirito Santo, fuoco di Dio, consuma l’offerta di Cristo sull’altare della croce e fa salire quel soave profumo che rende respirabile e bello il mondo. Nell’offerta pasquale, Gesù si è fatto “obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8) e ci ha amato “sino alla fine” (Gv 13, 1). Quest’obbedienza-carità, che abbraccia ogni uomo, è il vero culto gradito a Dio, la luce che illumina le nazioni e la gloria d’Israele.

 

La vita consacrata fa sua in maniera particolare la parola dell’apostolo Paolo: “Vi esorto dunque, fratelli a offrire i vostri corpi (ossia la vita umana nella sua dimensione esistenziale) come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12, 1). Lo Spirito Santo, che ha realizzato perfettamente questo in Gesù, trasformi anche la vostra vita in un’offerta bella, luminosa, gradita a Dio!

 

Come ci ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI, nel discorso ai Superiori e alle Superiori Generali del 22 maggio 2006, “appartenere al Signore vuol dire essere bruciati dal suo amore incandescente, essere trasformati dallo splendore della sua bellezza: la nostra piccolezza è offerta a Lui quale sacrificio di soave odore… Essere di Cristo significa mantenere sempre ardente nel cuore una viva fiamma di amore”. Nella stessa occasione, il Papa ha messo in guardia dall’insidia della mediocrità, dell’imborghesimento e della mentalità consumistica, che mette oggi a repentaglio anche la vita consacrata, rammentando che “il Signore vuole uomini e donne liberi, non vincolati, capaci di abbandonare tutto per seguirLo e trovare solo in Lui il proprio tutto”.

 

Dall’assidua frequentazione della Parola di Dio – tema della prossima Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi – nella forma della lectio divina personale e comunitaria, potrete trarre quella luce e alimentare quella sensibilità spirituale che consente di non conformarsi alla mentalità di questo secolo e di discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (cfr. Rm 12, 2). Così facendo, si apprende ad assumere lo stile di vita di Cristo casto, povero e obbediente, umile e sobrio, proteso alla carità. La vita consacrata diventa così “confessio Trinitatis, signum fraternitatis, servitium caritatis”, luminosa testimonianza profetica, epifania della forma di vita di Gesù, presenza incisiva all’interno della Chiesa e profezia paradossale e affascinante in un mondo disorientato e confuso. Tale ascolto troverà la sua pienezza nella partecipazione devota e quotidiana al Mistero Eucaristico, evento nel quale la Parola accolta e meditata diventa Presenza di Gesù Salvatore.

 

Nell’invocare la benedizione del Signore su di voi e sul vostro impegno in favore della Chiesa in Italia, facciamo nostro l’insegnamento affidatoci da Benedetto XVI nella recente lettera enciclica Spe salvi: “La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.” (n. 49). Maria Santissima sia la vostra stella e vi renda fari di speranza per tutta l’umanità".

 

[Il documento, firmato dalla Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata, è datato 13 gennaio 2008, Festa del Battesimo del Signore, ma la "Giornata" si è svolta ieri.]

 

[CO]

 

 

 

Esortazione Apostolica «Sacramentum caritatis»

di Benedetto XVI

I   V. EUCARISTIA E SACRAMENTO DELL’ORDINE

 


in persona Christi capitis


23. Il nesso intrinseco fra Eucaristia e sacramento dell’Ordine risulta dalle parole stesse di Gesù nel Cenacolo: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Gesù, infatti, alla vigilia della sua morte, ha istituito l’Eucaristia e fondato allo stesso tempo il sacerdozio della Nuova Alleanza. Egli è sacerdote, vittima ed altare: mediatore tra Dio Padre ed il popolo (cfr Eh 5,5-10), vittima di espiazione (cfr. Gv 2,2; 4,10) che offre se stessa sull’altare della croce. Nessuno può dire «questo è il mio corpo» e «questo è il calice del mio sangue» se non nel nome e nella persona di Cristo, unico sommo sacerdote della nuova ed eterna Alleanza (cfr Eb 8-9).


Il Sinodo dei Vescovi già in altre assemblee aveva messo a tema il Sacerdozio ordinato, sia per quanto riguarda l’identità del ministero69 sia per la formazione dei candidati.7° In questa circostanza, alla luce del dialogo avvenuto all’interno dell’ultima Assemblea sinodale, mi preme richiamare alcuni valori relativi al rapporto tra Sacramento eucaristico e Ordine. Innanzitutto è necessario ribadire che il legame tra l’Ordine sacro e l’Eucaristia è visibile proprio nella Messa presieduta dal Vescovo o dal presbitero in persona di Cristo capo.

La dottrina della Chiesa fa dell’ordinazione sacerdotale la condizione imprescindibile per là celebrazione valida dell’Eucaristia.71 Infatti, «nel servizio ecclesiale del ministro ordinato è Cristo stesso che è presente alla sua Chiesa, in quanto Capo del suo corpo, Pastore del suo gregge, Sommo Sacerdote del sacrificio redentore ».72 Certamente il ministro ordinato «agisce anche a nome di tutta la Chiesa allorché presenta a Dio la preghiera della Chiesa e soprattutto quando offre il sacrificio eucaristico ». E necessario, pertanto, che i sacerdoti abbiano coscienza che tutto il loro ministero non deve mai mettere in primo piano loro stessi o le loro opinioni, ma Gesù Cristo. Contraddice l’identità sacerdotale ogni tentativo di porre se stessi come protagonisti dell’azione liturgica. Il sacerdote è più che mai servo e deve impegnarsi continuamente ad essere segno che, come strumento docile nelle mani di Cristo, rimanda a Lui. Ciò si esprime particolarmente nell’umiltà con la quale il sacerdote guida l’azione liturgica, in obbedienza al rito, corrispondendovi cQn il cuore e la mente, evitando tutto ciò che possa dare la sensazione di un proprio inopportuno protagonismo. Raccomando, pertanto, al clero di approfondire sempre la coscienza del proprio ministero eucaristico come umile servizio a Cristo e alla sua Chiesa. Il sacerdozio, come diceva sant’Agostino, è amoris officium,74 è l’ufficio del buon pastore, che offre la vita per le pecore (cfr Gv 10,14-15).

Eucaristia e celibato sacerdotale

 

24. I Padri sinodali hanno voluto sottolineare che il sacerdozio ministeriale richiede, attraverso l’Ordinazione, la piena configurazione a Cristo. Pur nel rispetto della differente prassi e tradizione orientale, è necessario ribadire il senso profondo del celibato sacerdotale, ritenuto giustamente una ricchezza inestimabile, e confermato anche dalla prassi orientale di scegliere i Vescovi solo tra coloro che vivono nel celibato e che tiene in grande onore la scelta del celibato operata da numerosi presbiteri. In tale scelta del sacerdote, infatti, trovano peculiare espressione la dedizione che lo conforma a Cristo e l’offerta esclusiva di se stesso per il Regno di Dio.75 Il fatto che Cristo stesso,

sacerdote in eterno, abbia vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo proposito. Pertanto, non è sufficiente comprendere il celibato sacerdotale in termini meramente funzionali. In realtà, esso rappresenta una speciale conformazione allo stile di vita di Cristo stesso. Tale scelta è innanzitutto sponsale; è immedesimazione con il cuore di Cristo Sposo che dà la vita per la sua Sposa. In unità con la grande tradizione ecclesiale, con il Concilio Vaticano II76 e con i Sommi Pontefici miei predecessori,77 ribadisco la bellezza e l’importanza di una vita sacerdotale vissuta nel celibato come segno espressivo della dedizione totale ed esclusiva a Cristo, alla Chiesa e al Regno di Dio, e ne confermo quindi l’obbligatorietà per la tradizione latina. Il celibato sacerdotale vissuto con maturità, letizia e dedizione è una grandissima benedizione per la Chiesa e per la stessa società.

Riflessioni sull'Esortazione Apostolica «Sacramentum caritatis»

di Benedetto XVI

 

Spiritualità presbiterale nella «Sacramentum caritatis»

 

Card. CLÁUDIO HUMMES

Prefetto della Congregazione per il Clero

 

Il Concilio Vaticano II aveva già sottolineato la natura e l'importanza di una spiritualità propria del presbitero diocesano in quanto tale. All'epoca, molto spesso, i sacerdoti cercavano il cammino della santità orientandosi verso la spiritualità di qualche Ordine o Congregazione religiosa. Il Concilio, viceversa, insegna che «i presbiteri raggiungeranno la santità nel loro modo proprio se nello Spirito di Cristo esercite­ranno le proprie funzioni con impegno sincero e instancabile» e, immediatamente dopo, specifica come questo potrà essere realizzato nell'esercizio dei tre munus, vale a dire, «essendo ministri della parola di Dio», «nella loro qualità di ministri della liturgia, soprattutto nel sacrificio della Messa», e «reggendo e pascendo il popolo di Dio» (cfr Presbyterorum ordinis, 13). Il compianto Papa Giovanni Paolo II, servo di Dio, nella Pastores dabo vobis (1992), a proposito del fatto che molti candidati al sacerdozio provengo­no oggi dai nuovi movimenti e dalle nuove spiritualità, osserva: «La partecipazione del seminarista e del presbitero diocesano a particolari spiritualità o aggregazioni ecclesiali è certamente, in se stessa, un fattore benefico di crescita e di fraternità sacer­dotale. Ma questa partecipazione non deve ostacolare, bensì aiutare l'esercizio del ministero e la vita spirituale che sono propri del sacerdote diocesano» (n. 68).

 

La parola «spiritualità» viene da «spirito». Porsi domande sulla spiritualità di qualcuno significa domandare quale sia lo spirito che lo muove e lo ispira nella scoperta e nella realizzazione del senso della sua vita, nella ricerca dei suoi obiettivi, nel comprendere quali siano le sue aspirazioni determinanti. Per noi cristiani, questo spirito è necessariamente lo Spirito di Cristo. Egli deve rappresentare il nostro pun­golo e la nostra ispirazione. A Lui dobbiamo aspira­re. Di conseguenza, anche il presbitero deve vivere questa spiritualità, centrata in Cristo, ma con carat­teristiche specifiche secondo la sua vocazione pro­pria, il suo ministero e la sua missione. Deve ispirar­si a Cristo, Servo e Capo della Chiesa, nel suo tripli­ce ministero di Profeta, Sacerdote e Pastore, dal mo­mento che di questo triplice munus di Cristo il pre­sbitero partecipa realmente e a titolo proprio in virtù della sua ordinazione.

 

Nell'Esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis, il cui tema è l'Eucaristia, fonte e apice della vita e della missione della Chiesa, Benedetto XVI ha costantemente davanti agli occhi anche i presbiteri. Il sacerdozio cristiano è stato fondato da Cristo, che lo ha posto essenzialmente in connessione con l'Eucaristia, quando, nell'Ultima Cena, ha detto ai suoi apostoli: «Fate questo in memoria di me» (Le 22, 19; 1 Cor 11, 25). Afferma il Papa che «l'Eucaristia è co­stitutiva dell'essere e dell'agire della Chiesa» (n. 15). In questo senso, essa è il centro della vita della Chie­sa. Anche Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Ec­clesia de Eucharistia (2003), insegnava che «il nu­cleo del mistero della Chiesa» era espresso nell'affer­mazione secondo cui «la Chiesa vive dell'Eucaristia» (introduzione), quindi «l’Eucaristia edifica la Chiesa e la Chiesa fa l'Eucaristia» (n. 26). Il Concilio, da parte sua, affermava: «Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d'apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad es­sa sono ordinati. Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua, Lui il pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini» (PO n. 5).

 

Se l'Eucaristia è il centro della vita della Chiesa, deve anche uniformare la spiritualità di tutti i cristiani. Afferma Benedetto XVI in Sacramentum caritatis:. «L'Eucaristia, come mistero da vivere, si offre a ciascuno di noi nella condizione in cui egli si trova, facendo diventare la sua situazione esistenziale luogo in cui vivere quotidianamente la novità cristiana. Se il Sacrificio eucaristico alimenta ed accresce in noi quanto ci è già dato nel Battesimo per il quale tutti siamo chiamati alla santità, allora questo deve emergere e mostrarsi proprio nelle situazioni o stati di vita in cui ogni cristiano si trova» (n. 79). Tuttavia, aggiunge il Papa, »la forma eucaristica dell'esistenza si manifesta indubbiamente in modo particolare nello stato di vita sacerdotale. La spiritualità sacerdotale è intrinsecamente eucaristica [... Per dare alla sua esistenza una sempre più compiuta forma eucaristica, il sacerdote ['...] deve fare ampio spazio alla vita spirituale. Egli è chiamato a essere continuamente un autentico ricercatore di Dio, pur restando al contempo vicino alle preoccupazioni degli uomini. Una vita spirituale intensa gli permetterà di entrare più profondamente in comunione con il Signore e lo aiu­terà a lasciarsi possedere dall'amore di Dio, divenen­done testimone in ogni circostanza, anche difficile e buia» (n. 80).

 

«Lasciarsi possedere dall'amore di Dio» è davvero fondamentale nella spiritualità ed è profondamente eucaristico. La vita spirituale cristiana e sacerdotale, infatti, vive dell'incontro personale e comunitario, sempre rinnovato, con Gesù Cristo. Questo incontro forte consiste nell'esperienza concreta e speciale di essere stati raggiunti dall'amore di Gesù Cristo, di essere amati personalmente da Lui e, di conseguenza, diventare capaci di rispondere a questo amore. Sentirsi amati e amare, in questo consiste la felicità umana. Lo stesso vale nella spiritualità. Ora, l'Eucaristia si presenta come la migliore opportunità per vivere questa esperienza viva di Cristo, per incontrarci con Lui che si dona a noi senza riserve, nel suo corpo e nel suo sangue che ci ha consegnato per la nostra salvezza. Nell'Eucaristia, Egli ci ha amati fino alla fine e, come fece nell'Ultima Cena, ci ha in­segnato ad amare i nostri fratelli, come Lui ha amato noi, specialmente i più poveri e sofferenti: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34-35).

 

Come abbiamo visto, il Papa esorta ogni presbite­ro a «fare ampio spazio alla vita spirituale», trasformandosi in «un autentico ricercatore di Dio». «Ricercare Dio», non soltanto, nel senso di perseguire una maggiore conoscenza teorica di Dio, ma di vivere un'esperienza viva e profonda di Dio. In assenza di questa esperienza, che deve già essere cercata nel tempo del seminario e sempre rinnovata nel ministero presbiterale, il sacerdote avrà enormi difficoltà a vivere la sua vocazione e missione. Dio non può essere soltanto un'idea astratta, una dottrina, un programma di vita, deve essere soprattutto Qualcuno con cui coltivo una relazione personale forte e di amicizia, filiale, adulta e responsabile, una relazione di alleanza e impegno incondizionato nella missione di salvare l'umanità. Per questo, il Papa afferma che il sacerdote deve essere «un autentico ricercatore di Dio, pur restando al contempo vicino alle preoccupazioni degli uomini». Insieme, il sacerdote e Gesù Cristo si dedicano senza riserve alla salvezza degli uomini. Fianco a fianco, vanno in missione. Così come Gesù passava intere notti in preghiera insieme al Padre, certamente conferendo con Lui sull'andamento della sua missione in questo mondo, allo stesso modo deve comportarsi il sacerdote. Questo riferirsi costantemente a Dio e, per un altro verso, donarsi integralmente alla missione insieme agli uomini, anche nel caso in cui questo gli costasse la vita, appare profondamente eucaristico. È alla scuola dell'Eucaristia che il sacerdote si fortifica in questo itinerario di vita spirituale e pastorale.

 

Di conseguenza, il Papa dichiara: «Raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli» (n. 80). Ovviamente, sempre che sia possibile, sarà meglio celebrare la Messa con la partecipazione dei fedeli. Questo lo raccomanda vivamente il Conci­lio Vaticano II, e Benedetto XVI lo conferma nel far proprio quello che i Padri Sinodali avevano riconosciuto, vale a dire: «i Padri Sinodali hanno costatato e ribadito il benefico influsso che la riforma liturgica attuata a partire dal Concilio Vaticano II ha avuto per la vita della Chiesa» (n 3).

 

Tuttavia, il Papa fonda la sua raccomandazione della Messa quotidiana anche senza la partecipazione dei fedeli sull'argo­mentazione che essa concorda «innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni celebrazione eucaristica». In verità, la santa Messa è sempre un atto che equivale a un abbraccio universale, persino cosmico, ma anche escatologico, cosicché anche nell'assenza fisica dei fedeli continua ad essere essenzialmente comunitaria, coinvolgendo l'intero Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. La celebra­zione quotidiana possiede inoltre una «singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conforma­zione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione» (n. 80).

 

Inoltre, celebrare la Santa Messa deve essere non una delle tante azioni della giornata, bensì il momento centrale, l'azione più importante del ministero sa­cerdotale. Nel mondo non si produce alcun avvenimento superiore, più significativo, più coinvolgente, più salvifico, più trasformante e vivificante, più mise­ricordioso nei confronti delle miserie umane di quanto non lo sia la celebrazione dell'Eucaristia, che rende presente nella storia, rinnovandolo ogni volta, il sacrificio unico e pasquale di Gesù Cristo, offerto al Padre per la nostra salvezza.

 

Se la santa Messa costituisce tutti i giorni l'atto più importante della storia umana, allora la sua celebrazione deve essere realizzata con la massima digni­tà e attenzione. Scrive Benedetto XVI: «Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione [...], la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'a­more» (n. 35). Tutto questo è azione di Dio. Ora, «poiché la liturgia eucaristica è essenzialmente actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito, il suo fondamento non è a disposizione del nostro arbitrio e non può subire il ricatto delle mode del momento» (n. 37). Considerato questo, si capisce l'im­portanza dell'«obbedienza fedele alle norme liturgi­che nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede.. di tutti i. credenti» sottolinea . il Papa (n. 38), e aggiunge: «L'attenzione e l'obbedienza alla struttura propria del rito, mentre esprimono il riconoscimento del carattere di dono dell'Eucaristia, manifestano la volontà del ministro di accogliere con docile gratitudine tale ineffabile dono» (n. 40).

 

La spiritualità eucaristica, che deve costituire l'as­se centrale della spiritualità presbiterale, oltre alla degna celebrazione dell'Eucaristia, si rafforza con la devozione eucaristica, che ha nella visita e adorazio­ne del Santissimo Sacramento nel tabernacolo, du­rante il corso della giornata, una delle sue espressioni più tradizionali, confermata dall'esempio di tanti santi e sante. Veramente, le ore trascorse davanti al Santissimo sono tra le più preziose nella vita del presbitero. Tutti noi lo impariamo sin dal tempo del. se­minario. Si tratta di opportunità, inestimabili per vivere un lungo momento di preghiera e di incontro personale con il Signore. Sappiamo che negli ultimi decenni, con la riforma liturgica del Concilio Vatica­no II, talvolta, non si comprende bene la relazione tra la celebrazione della santa Messa e l'adorazione eucaristica. Il Papa cita questa incomprensione e la corregge, affermando: «Mentre la riforma muoveva i primi passi, a volte l'intrinseco rapporto tra la santa Messa e l'adorazione del SS. Sacramento non fu ab­bastanza chiaramente percepito. Un'obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico ci sarebbe stato dato non per essere contemplato, ma per essere mangia­to. In realtà, alla luce dell'esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento [...]. L'adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della Celebrazione eucari­stica, la quale è in se stessa il più grande atto d'ado­razione della Chiesa. Ricevere l'Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo» (n. 66).

 

Per manifestare tutta la ricchezza del mistero eucaristico nel contesto della spiritualità presbiterale, inoltre, conviene sottolineare ancora i seguenti aspetti. Prima di tutto, il carattere trinitario della fede eu­caristica. Nell'Eucaristia, la Chiesa incontra il mistero della Santissima Trinità ed è inserita nella Sua co­munione di vita e d'amore, attraverso il memoriale del mistero. pasquale della morte e risurrezione di Gesù Cristo, celebrato e reso presente sacramental­mente. Dice Benedetto XVI: «Nell'Eucaristia si rivela il disegno d'amore che guida tutta la storia della salvezza (cfr Ef 1, 10; 3, 8-11). In essa il Deus Trinitas, che in se stesso è amore (cfr 1 Gv 4, 7-8), si lascia coinvolgere pienamente nella nostra condizione umana. Nel pane e nel vino, sotto le cui apparenze Cri­sto si dona a noi nella cena pasquale (cfr Lc 22, 14-20; 1 Cor 11, 23-26), è l'intera vita divina che ci raggiunge e si partecipa a noi nella forma del Sacramento. Dio è comunione perfetta d'amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo [...] È in Cristo morto e risorto e nell'effusione dello Spirito Santo, dato senza misura (cfr Gv 3, 34), che siamo resi partecipi dell'intimità divina» (n. 8). Tutto questo ha avuto inizio quando il Padre ha inviato il Suo Figlio, fatto uo­mo nel seno della Vergine Maria per opera dello Spi­rito Santo. In questo contesto, il Papa riporta quel brano illuminante del Vangelo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 16-17).

 

L'altro elemento eucaristico è il dono senza riserve che Cristo fa di se stesso per la vita del mondo. «Questo, è il mio corpo che è dato per voi [...]. Que­sto calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22, 19-20). Così, Gesù nell'Eucaristia dell'Ultima Cena anticipa il dono della "sua vita sulla croce. Egli si dona totalmente: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Ogni volta che il presbitero celebra l'Eucaristia, impara da Cristo a dare la sua vita, senza riserve, per la salvezza dell'umani­tà. Questa donazione integrale, resa possibile per una configurazione crescente con Gesù Cristo, morto e risorto, sostiene e alimenta anche nel sacerdote il carisma del celibato.

Nell'Eucaristia, Cristo distribuisce il Pane di vita, che è Lui stesso, morto e risorto. Questo è il vero Pane di cui ogni essere-umano ha una fame profonda. Tutti siamo stati creati per la comunione con la vita divina della Santissima Trinità. Vita d'amore, perché Dio è amore. Amare e sentirsi amati. Il pane eucaristico costituisce prova e dono di questo amore divino. Ma al contempo ci ricorda che in questo mondo il pane materiale, indispensabile per sopravvivere, non è distribuito in modo giusto e fraterno. Anzi, tanti hanno fame. Muoiono di fame. La solidarietà concreta ed efficace con i poveri rappresenta una forma di' coerenza necessaria per chi partecipa dell'Eucaristia. Dice il Papa: «Le nostre comunità, quando celebrano l'Eucaristia, devono prendere sem­pre più coscienza che il sacrificio di Cristo è per tutti e pertanto l'Eucaristia spinge ogni credente in Lui a farsi "pane spezzato" per gli altri, e dunque ad impegnarsi per un mondo giusto e fraterno. Pensando alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, dobbiamo riconoscere che Cristo ancora oggi continua ad esortare i suoi discepoli ad impegnarsi in prima persona: "Date loro voi stessi da mangiare" (Mt 14, 16)» (n. 88).

 

In quest'ampia visione dell'Eucaristia vista come «pane spezzato per la vita del mondo», Benedetto XVI ci esorta a lasciarci coinvolgere sempre e nuovamente nella costruzione di un mondo di vera pace, fondata sulla «giustizia, la riconciliazione e il perdono» (n. 89), ma un mondo che faccia uscire «stabilmente dall'indigenza lo sterminato esercito dei poveri» (n. 90).

 

Infine, bisogna considerare che «una Chiesa au­tenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria» (n. 84). L'Eucaristia spinge il presbitero ad essere missionario. Alcuni vanno in missione «ad gentes». Tutti, però, sono chiamati ad essere missionari tra la gente della propria parrocchia e della propria dioce­si. Missionari nel senso stretto della parola, vale a di­re, persone che decidono di uscire e andare incontro alla gente, specialmente incontro ai cattolici che si sono allontanati. E un immenso campo di azione missionaria. La messe è matura e rischia davvero di perdersi. Oggi la Chiesa si rende conto nuovamente che solo una vera missionarietà potrà rinnovarla. Scrive il Papa: «In effetti, non possiamo tenere per noi l'amore che celebriamo nel Sacramento. Esso chiede per sua natura di essere comunicato a tutti. Ciò di cui il mondo ha bisogno è l'amore di Dio, è incontrare Cristo e credere in lui. Per questo l'Eucaristia non è solo fonte e culmine della vita della Chiesa; lo è anche della sua missione [...]. Non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva della forma eucaristica dell'esistenza cristiana la tensione missionaria» (n. 84).

 

Questi sono alcuni elementi, contenuti nella Sacramentum caritatis, che formano parte di un'autentica spiritualità presbiterale. In questo modo, Benedetto XVI dimostra ancora una volta il suo amore e la sua vicinanza ai sacerdoti.

 

 Il Rosario e la missione per la pace nelle famiglie e nel mondo


Nella festa della Madonna del Rosario, Benedetto XVI esorta tutti i cristiani a pregare questa semplice preghiera per la pace nel mondo. E ricorda che la missione – a cui è dedicato il mese di ottobre – è il modo in cui la “vera pace” di Cristo si può diffondere orientando in senso cristiano “le trasformazioni culturali, sociali ed etiche” in atto nel mondo.

Città del Vaticano (AsiaNews) – La preghiera quotidiana del Rosario e il sostegno al lavoro di sacerdoti, religiosi, religiose e laici alle “frontiere della missione” sono il modo in cui possiamo contribuire alla “pace nelle famiglie, nelle nazioni e nel mondo intero”. Lo ha sottolineato Benedetto XVI oggi durante la sua riflessione prima dell’Angelus con i pellegrini radunati in piazza san Pietro.

Il papa ha preso lo spunto dal fatto che proprio oggi, 7 ottobre, la Chiesa festeggia la memoria della Beata Vergine Maria del Rosario. Allo stesso tempo, egli ha ricordato che il mese di ottobre è per tradizione dedicato all’impegno missionario, che culmina con la Giornata missionaria mondiale, che sarà celebrata il 21 ottobre prossimo.

“L’immagine tradizionale della Madonna del Rosario – ha detto il pontefice - raffigura Maria che con un braccio sostiene Gesù Bambino e con l’altro porge la corona a san Domenico. Questa significativa iconografia mostra che il Rosario è un mezzo donato dalla Vergine per contemplare Gesù e, meditandone la vita, amarlo e seguirlo sempre più fedelmente”.

La festa del Rosario venne instaurata da Pio V nel 1575 per celebrare la vittoria di Lepanto contro la flotta turca che minacciava l’Europa. Da allora però la preghiera del Rosario è divenuta forse la preghiera più diffusa nel mondo, in devozione alla Madonna. Il Rosario, ha continuato il papa “è la consegna che la Madonna ha lasciato anche in diverse sue apparizioni. Penso, in particolare, a quella di Fatima avvenuta 90 anni fa. Ai tre pastorelli Lucia, Giacinta e Francesco, presentandosi come ‘la Madonna del Rosario’, raccomandò con insistenza di recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la fine della guerra. Anche noi vogliamo accogliere la materna richiesta della Vergine, impegnandoci a recitare con fede la corona del Rosario per la pace nelle famiglie, nelle nazioni e nel mondo intero”.

L’impegno della pace è ciò che caratterizza anche il lavoro missionario perché “la vera pace – ha detto il papa - si diffonde là dove gli uomini e le istituzioni si aprono al Vangelo”. “L’annuncio del Vangelo – ha continuato - resta il primo servizio che la Chiesa deve all’umanità, per offrire la salvezza di Cristo all’uomo del nostro tempo, in tante forme umiliato e oppresso, e per orientare in senso cristiano le trasformazioni culturali, sociali ed etiche che sono in atto nel mondo”.

“Il mese di ottobre – ha spiegato Benedetto XVI - ci aiuta a ricordare questa fondamentale verità mediante una speciale animazione che tende a tener vivo l’anelito missionario in ogni comunità e a sostenere il lavoro di quanti - sacerdoti, religiosi, religiose e laici - operano sulle frontiere della missione della Chiesa”.

In occasione della Giornata missionaria mondiale del 21 ottobre, il pontefice ha già diffuso un suo messaggio, dal tema "Tutte le Chiese per tutto il mondo", in cui egli sottolinea che l’impegno dell’annuncio del Vangelo va assunto da tutti i cristiani e da tutte le Chiese, quelle di antica fondazione e quelle più giovani. Tale dedizione va vissuta anche se molte Chiese d’occidente mancano ormai di clero e le diverse Chiese giovani sono segnate da problemi economici e di maturità. Occorre, ha detto il pontefice, “tener vivo l’anelito missionario in ogni comunità e… sostenere il lavoro di quanti - sacerdoti, religiosi, religiose e laici - operano sulle frontiere della missione della Chiesa”.

Il messaggio di quest’anno vuole celebrare i 50 anni dell’enciclica Fidei Donum di Pio XII, con la quale il papa esortava sacerdoti e religiosi alla cooperazione con altre Chiese d’Africa e America Latina, povere di clero.

Il papa ha ricordato anche uno dei grandi fondatori degli istituti missionari italiani, il beato Daniele Comboni, che è stato missionario in Sudan e la cui festa cade il prossimo 10 ottobre.

“All’intercessione di questo pioniere del Vangelo – ha concluso Benedetto XVI - e dei numerosi altri Santi e Beati missionari, particolarmente alla materna protezione della Regina del Santo Rosario affidiamo tutti i missionari e le missionarie. Ci aiuti Maria a ricordarci che ogni cristiano è chiamato ad essere annunciatore del Vangelo con la parola e con la vita”.


 
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