Preticattolici.it

Preti e religiosi del nuovo millenio in dialogo

 

ESPERIENZE

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Questa pagina è dedicata a tutte quelle esperienze presbiterali, e non solo ,  personali o comunitarie , in grado di  rivelare tutto il positivo di una vita di comunione arricchita dai carismi di ciascuno. La ricchezza  e varietà di tali esperienze, per lo più sconosciute, rivela il nuovo volto del presbitero descritto dalla “Pastores dabo vobis” in antagonismo con quello tradizionale del prete misantropo e solitario.

 SOMMARIO :

Nascita di una nuova Fraternità Sacerdotale Domenicana in Ungheria

IL MIO REGALO DI NATALE : FARVI SAPERE CHE SONO FELICE!

VISITA CANONICA DELLA PROVINCIA DI BOEMIA SANTA SABINA

UNA MAGIA PER LA VITA ( di Nicola Allegri)

Avevo deciso di abbandonare il sacerdozio...  (pdf.)

Il parroco solitario adesso non piace più

GIUSSANI, UN CARISMA CHE CONTINUA A FIORIRE

COMBONIANI E SACRAMENTINI: CONTRO I MIGRANTI, UNA STRATEGIA CRIMINALE E POLITICA CASTEL VOLTURNO

Una straordinaria vitalità vocazionale

FRONTIERA MESSICO-STATI UNITI

Benedettini: vivere insieme, per vivere in Cristo

I BENEDETTINI NEL MONDO

Padre Thomas: «Voglio ritornare tra la mia gente»

Alle sorgenti spirituali  della Chiesa ortodossa russa

Monachesimo oggi Nuova fioritura nel deserto Michele Genisio

LA TESTIMONIANZA DI DON JIANG   

 CASTELGANDOLFO,FRATERNITA' TRA SACERDOTI

 Dov'é il tuo confratello? (Antonio Giorgini)

 Esperienze di fraternità sacerdotale

«Dove due o tre» sacerdoti…

   di Andrea Fleming

 

 La correzione fraterna del prete innamorato

 di Anthony Berkley

 

 Dal palcoscenico al sacerdozio in Nuovi Orizzonti

 

 DALL’EREMO DI ASSEKREM, LONTANO DA ALGERI…

 

Nascita di una nuova Fraternità Sacerdotale Domenicana in Ungheria

E 'stato come trovare un frutto maturo su un ramo in attesa di essere raccolto! Questa la sensazione che i Padri Lohale Brothers Prakash e Jesper Fich hanno riportato al loro ritorno da Budapest, dopo una giornata di studio il 15 marzo con i iniziatori in Ungheria di una nuova fraternità sacerdotale dell'Ordine Domenicano dei sacerdoti diocesani. Fr Lohale Prakash, proveniva da Santa Sabina a Roma e Fr Jesper Fich, appartenente alla Fraternità di sacerdoti a Parigi, da Copenhagen, Danimarca. Un frutto maturo. Sì, sì, anche se gli otto sacerdoti appena arrivati, erano tutt'altro che principianti. Nonostante fossero provenienti da diverse parti d'Ungheria non si erano mai incontrati prima, tutti avevano rapporti consolidati con l'Ordine. Un paio di sacerdoti appena ordinati , che erano stati precedentemente frati per un periodo più o meno lungo, e avevano lasciato l'Ordine, per vari motivi, ma ancora alla ricerca di un rapporto formale con l'Ordine. Un paio di vecchi preti che avevano cercato di entrare nell'Ordine negli anni '50, ma allora il regime comunista vietava ogni forma di vita comunitaria. L’"Amore per l'ordine - o una - " chiamata " ad entrare nell'Ordine tuttavia, è rimasta negli anni successivi. Alcuni altri da lungo tempo vitalmente immersi nella spiritualità domenicana: un frutto maturo. Quindi non era questione diprincipianti, ma di promotori di questa nuova comunità. Fratello Prakash ha parlato delle grandi sfide dell'Ordine nella Chiesa e nel mondo, e Jesper Fich ha rilanciato le idee di base della fraternità dei sacerdoti, che non è un'altra manifestazione di clericalismo, come in molti luoghi oggi, ma piuttosto il contrario: e cioè, come possiamo diventare fratelli gli uni degli altri e promuovere il dialogo nella chiesa e nel mondo? Anche se gli otto sacerdoti che si sono riuniti non erano noti, non è affatto estranei gli uni agli altri feltri. Penso che ognuno stato davvero sorpreso di come ci fossero molti valori in comune. Tutti hanno convenuto che era chiaro che qualcosa doveva essere costruito, così si è deciso di dopo che, la prossima riunione. Questa è probabilmente la prima volta che una confraternita di sacerdoti è iniziata in questo modo. L'idea non ha avuto origine da un gruppo di sacerdoti, ma piuttosto da fr Barna Máté OP, che ha mobilitato l'intera rete di frati domenicani, suore e laici domenicani. Sono stati inviete domande come "Qualcuno conosce sacerdoti che potrebbe essere interessati alla cosa?" E poi, è stato il vicario fratello Mate, che ha chiesto a pp. Prakash e Jesper Fich di partecipare alla prima riunione in Ungheria. "Pensiamo che sia stata un'esperienza molto positiva e sarebbe felice di fare la stessa cosa se altre province fossero disposte ad iniziare una simile iniziativa", ha commentato. E 'ovviamente troppo presto per dire come la Fraternità potrà svilupparsi, ma i primi segnali sono promettenti. Ma se crescerà ancora, dal momento che ci si attende molto di essa, può diventare un altro importante ministero ungherese del Vicariato Generale Domenicano. (I.D.I.)

II mio regalo di Natale: farvi sapere che sono felice!

Sono felice perché mi sento vivo. Sia benedetta la crisi totale che mi ha condotto a voi dalla foce del Rio delle Amazzoni. Per mesi e mesi parlavo solo con il mio cavallo; il breviario era sostituito dalla mappa che mi ero fatto per raggiungere con la motobarca, tra le onde minacciose del fiume immenso, le trenta isole che erano la mia parrocchia. Trentatrè anni: neppure il mio entusiasmo ha potuto reggere a uno stile di vita così disumano. I Superiori (questa volta ispirati dall'alto) mi hanno sradicato di là e mi hanno messo in contatto con voi. ( www.ilsacerdote.com) Oggi vi sento come dei cari amici, matti e affaticati, a fare questo mestiere; matti e benedetti. Ora che sono tornato vivo, un po' per la grazia di Dio e molto per la vostra umanità, vi mando i più cari auguri di Natale. Li mando in ritardo perché, come sapete, la mia vita qui non mi lascia spiragli per scrivere. Ho trentacinque tra bambini e bambine di strada, trentacinque piccoli delinquenti da amare. La mamma di quattordici anni con il piccolo di pochi mesi. È il cuore della nostra casa. Un segno chiaro che Dio ci ama se ci ha regalato lei e il bambino. La piccola di nove anni che ha abbandonato le notti del marciapiede. Da quando aveva cinque anni il papà la "vendeva" per un'ora a qualche maniaco per una manciata di spiccioli. Qualche volta lei stessa chiedeva di poter stare con un uomo per poter dormire poi, tra due lenzuola (che gioia poter dormire tra due lenzuola!). II ragazzino di quindici anni che tre anni fa aveva organizzato la sua piccola azienda: rubata una piccola barca, con altri due adolescenti, portava sotto bordo alle navi mercantili in rada le ragazzine che aveva convinto a prostituirsi per qualche soldo in più, anziché stare ore e ore ad aspettare nel porto il solito uomo che avrebbe pagato ben poco. È qui da me, con una delle sue collaboratrici, tredici anni, due occhi immensi, un viso già adulto. E tanta nostalgia di un'età bellissima fatta di giochi e di amore familiare, mai vissuta. Lei ha chiesto di poter portare con sé il fratellino di otto anni, perché altrimenti non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe provveduto a lui già sulla strada, messo lì dalla madre un anno fa. Poi c'è la mia amichetta di undici anni, quella che mi chiama "mia balena" perché sono grasso e grosso. L'ho dovuta sgridare forte ieri perché deve smetterla di continuare a fare il suo "mestiere" con i ragazzini del Centro. Lo fa perché ha bisogno, ma di che cosa? Riusciremo a mettere ordine e pace in quella testolina? Il suo futuro è la mia preoccupazione. L'ho raccolta (si può usare questo verbo perché anche lei era stata buttata via dalla madre). L'ho raccolta come tutti gli altri sui marciapiedi di questa immensa città. Era rannicchiata su due cartoni da imballaggio, di prima mattina, tutta intirizzita per l'umido della notte. È venuta volentieri perché le ho promesso che avrebbe dormito in un letto e che avrebbe mangiato sempre qualcosa di caldo insieme ad altri amici come lei. Ce n'è voluto di tempo per meritare la sua fiducia! Ha negli occhi dei lampi, ogni tanto, come di rabbia. Non sarà perché io sono un uomo? O perché alcuni mi chiamano "padre"? Poi c'è il più tremendo, un vero piccolo mago del furto indolore. Il suo bersaglio sono i turisti e i ... nemici del Centro! Se non stai attento ti ruba anche la testa e tu non te ne accorgi. È fuggito già due volte, ma mi è diventato amico da quando sono andato a cercarlo nella immensa discarica dei rifiuti della città. Un vero inferno dantesco. L'ho cercato tra un fetore nauseante, tra i branchi di bambini e di adolescenti, forse cinquecento, forse mille, impegnati a raccattare immondizie ancora utili a qualcuno, bottiglie, cartoni, plastica, pezzi di ombrello, rifiuti di frutta o di verdura. Il vomito dei ricchi. L'ho trovato al di là di una montagna di letame mentre contendeva il terreno a una enorme ruspa che avanzava contro di lui. Stava cercando bottiglie e cocci di vetro, rischiando di rimanere sepolto in quel letame, come non rare volte è accaduto ad altri bambini desaparecidos. L'ho visto io il bambino morto, con un collo di bottiglia verde ancora tra le mani. Sono felice perché per stare con questi figli ho dovuto nascere di nuovo. Ho dovuto fare la fatica di perdere tutte le mie certezze precedenti, gli schemi mentali, le grettezze affettive, per incontrarmi con ognuno di loro su altri campi. Non devo parlare loro di Dio come Padre perché il padre per ognuno di loro o non esiste o è colui che ha sfruttato e poi abbandonato la madre e i figli. Non potevo parlare loro di amore perché questa parola non è mai esistita per loro, non sanno cosa sia. Non potevo parlare di progetti di vita poiché la loro vita è essere abbandonato; progetto è rubare, prostituirsi, vendicarsi e uccidere. Sono felice perché la categoria mentale del "padre" può non funzionare o addirittura può essere nefasta, ma la categoria pratica dell'amore gratuito funziona (quasi) sempre. La direttività, la disciplina, molte volte non funzionano, ma l'esempio costante di un amore fedele rimane, e le loro domande, le loro attese mi impegnano ben più che un corso di esercizi spirituali. Sono felice perché in questo continuo esercizio di espropriazione di me sento che sto seguendo le orme di Gesù che amava stare con i piccoli, con i ladri e le prostitute (io li ho tutti contemporaneamente in casa mia!) affinché stiano un po' meglio dentro. Sento che Lui mi sta purificando da me stesso attraverso la semplice ascesi dell'amore gratuito e concreto. Sento di essere entrato in un'autentica università dell'amore evangelico. Mi piace troppo frequentare le lezioni che mi vengono impartite da questi ragazzi, minuto dopo minuto. È troppo bello accorgersi che per essere sacerdote qui basta far funzionare bene il cuore. È bello scoprire con meraviglia che l'amore di Dio per questi piccoli ladri (che stamattina ancora una volta mi hanno fatto sparire di tutto...) arriva soltanto attraverso il mio povero cuore. Non posso più dubitare: è questa la mia missione. Buon Natale! Sono felice! Vi auguro di essere felici come me!

(Un sacerdote missionario)

 

VISITA CANONICA DELLA PROVINCIA DI BOEMIA SANTA SABINA

La visita canonica della Provincia di Boemia da parte del Maestro dell’Ordine e di fra Wojciech Delik, socio per l’Europa centrale e orientale, è cominciata il 4 giugno 2009. La Provincia di Boemia è una delle più antiche dell’Ordine Domenicano; in ordine di precedenza occupa il 12° posto (tra quella di Aragona e quella di Croazia). Fu fondata dai frati della prima generazione di domenicani inviati nel Nord-Est dell’Europa da san Domenico stesso. Tra loro c’erano il beato Ceslao e san Giacinto. L’attività dei primi frati slavi ha portato un frutto eccellente di santità nella persona di santa Zdislava (1215-1252), terziaria domenicana, donna esemplare e madre di quattro figli, che ha operato per l’espansione della Chiesa in Cechìa, prendendosi cura degli ammalati, dei poveri e di tutti coloro che avevano bisogno di consolazione. La presenza del culto di questa santa domenicana ci ha avvolto ogni giorno del nostro viaggio in Repubblica Ceca. Sfortunatamente non abbiamo avuto l’occasione di vedere il monastero che lei ha fondato a Jablonné, dove si trova la sua tomba. Abbiamo potuto però convincerci della forza della sua intercessione nel vedere la rinascita dell’Ordine nel paese dove solo 20 anni fa non vi erano né monasteri né comunità, dove i frati dovevano organizzare degli incontri di nascosto e ricevere una formazione clandestinamente. Alcuni potevano essere curati in parrocchia, altri lavoravano in fabbrica, molti di loro hanno sperimentato la reclusione e l’esilio. Un nuovo periodo nella vita dei frati e delle suore è cominciata 20 anni fa con la caduta del Muro di Berlino. La speranza si mischia però a difficoltà e a tensioni. Il ritorno alla normalità è stato doloroso. Davanti alla mancanza di nuove vocazioni e alle difficoltà dei frati più anziani ad adattarsi alle esigenze della vita comunitaria si potrebbe credere che la rinascita della Provincia sia impossibile. Però nel corso della visita ci siamo progressivamente persuasi che i tempi più duri appartengono ormai al passato. Nessuno si lamenta più per le ferite inferte all’Ordine nel passato e non ci si ricorda più delle perdite. E anche se l’avvenire di certi progetti può sempre suscitare un certo timore, lo sguardo dei frati è rivolto verso il futuro con speranza. La Provincia conta attualmente più di 50 frati, l’età media è di 48 anni. I 10 studenti e i 3 novizi costituiscono la fonte di ulteriore speranza. Otto frati sono in formazione in Francia (Tolosa, Bordeaux, Marsiglia). Prima di andare in Cechia, dal 28 al 30 maggio fra Wojciech era andato in visita ai fratelli cechi che si trovano a Tolosa. Una volta arrivati in Cechia abbiamo fatto visita all’arcivescovo di Praga, il card. Miloslav Vlk. Questo incontro ci ha permesso di vedere la presenza domenicana in Cechia nel contesto più largo della Chiesa e della società. Nel corso della nostra visita, durante la permanenza a Olomouc in Moravia, abbiamo avuto anche la possibiltà di incontrare l’arcivescovo Jan Graubner. I due incontri sono avvenuti in un clima di benevolenza e di semplicità, abbiamo ricevuto la testimonianza del radicamento dei nostri frati nella vita della Chiesa locale. Parlando degli incontri con la gerarchia della Chiesa ceca, ricordiamo con gioia la visita fatta al nostro fratello, il vescovo Dominik Duka a Hradec Králové. Per lunghe ore abbiamo avuto la possibilità di parlare non solo con padre Dominik, ma anche con i rappresentanti di diversi ambienti legati alla Chiesa. È l’Eucarestia che ha occupato il posto centrale nei nostri incontri, è stata presieduta dal vescovo emerito Karel Otèenášek. Quest’ultimo ha passato molti anni nelle prigioni comuniste poiché era vescovo; dopo la sua liberazione aveva lavorato come semplice operaio in una fattoria. Pregare insieme a questo testimone della fede, pieno di semplicità e di gioia, fu per noi un grande onore. Le visite delle comunità e le conversazioni con i frati sono cominciate al convento di Praga. A Praga abbiamo parlato anche con i frati di Jablonné. Il primo giorno della visita abbiamo avuto la gioia di celebrare la santa messa, durante la quale fra Simon Hlavaty ha emesso la professione solenne nelle mani del Maestro dell’Ordine. Nella sua omelia fra Carlos ha spiegato il senso del gesto con il quale il professo mette le sue mani in quelle del frate che riceve la professione solenne. Ha parlato anche della fiducia e della vera fraternità. Un clima fraterno, pieno di fiducia e di apertura, ci ha accompagnato lungo tutta la visita. Visitando le comunità di Pilsen, Znojmo, Uherský Brod e Olomouc, ci siamo sempre sentiti come a casa nostra. L’apertura e la condivisione sincera hanno fatto sì che la visita non sia stata per niente faticosa. I frati hanno parlato delle loro difficoltà dovute al fatto che in alcune comunità i frati sono poco numerosi. Hanno anche posto delle domande sul modo domenicano di assumersi la responsabilità di una parrocchia. Tutti hanno coscienza dell’impossibilità per noi, predicatori, di chiuderci nelle nostre chiese. La Repubblica Ceca è un paese dove gli atei costituiscono una gran parte della popolazione. È principalmente a loro che la nostra missione deve essere diretta. Sono loro che dobbiamo cercare, organizzando degli incontri aperti, insegnando nelle scuole e università. Un’altra priorità per i frati è la pastorale delle famiglie. Bisogna cercare dei modi per incontrare i giovani. Tutti questi impegni esigono una preparazione minuziosa, è per questo motivo che la Provincia cerca di elaborare un programma di formazione che preveda la preparazione dei professori di studi generali così come quella di preti che facciano accompagnamento spirituale. I tragitti durante il nostro viaggio non sono stati faticosi; non erano lunghi e ci hanno dato modo di contemplare la bellezza dei paesaggi e dei piccoli paesi di passaggio, come per esempio Litomysl, città natale del grande compositore ceco Bedrich Smetana (1824- 1884), dove abbiamo fatto una sosta. È con gioia particolare che ci ricordiamo della preghiera e della conversazione di più ore con le monache delle comunità di Znojmo e di Prague-Lysolaje. Anche le suore rivolgono il loro sguardo verso l’avvenire, cercando le vie migliori per lo sviluppo, sia spirituale che materiale. Le due comunità stanno cercando nuovi luoghi in cui stabilirsi per vivere a fondo la loro vocazione di contemplative domenicane. In tre luoghi abbiamo avuto la gioia di incontrare i rappresentanti delle comunità domenicane apostoliche e delle fraternite dei laici domenicani. Abbiamo conosciuto le loro opere apostoliche, anche in quei luoghi dove non vi sono comunità di frati. In questi tre incontri i rappresentanti della famiglia domenicana hanno avuto l’occasione di farci delle domande, tra le quali vi sono sempre state quelle che riguardavano la situazione in Cina e in altri paesi in cui la Chiesa è perseguitata. Il penultimo giorno della visita abbiamo incontrato gli impiegati della casa editrice Krystal OP, collegata ai domenicani. Questa istituzione, che occupa a malapena stanze, pubblica un numero imponente di libri di un’importanza straordinaria per la formazione cristiana. Tra i suoi progetti più grandi vi è un’edizione ceca della Bibbia di Gerusalemme. Alla fine della visita, il 12 giugno, abbiamo avuto un incontro con il Consiglio della Provincia, dopo di che abbiamo fatto una passeggiata a Praga, una delle più belle città d’Europa. Abbiamo lasciato la Provincia di Boemia pieni di ottimismo, con la speranza che santa Zdislava continuerà a prendersi cura dei suoi frati e suore. Speriamo che la nostra visita aiuterà i frati a ben prepararsi al prossimo capitolo provinciale per rispondere ancora più pienamente ai bisogni degli abitanti della Repubblica Ceca. Wojciech Delik OP Socio del Maestro dell’Ordine

 

 

UNA MAGIA PER LA VITA

La storia di Don Silvio Mantelli, sacerdote e illusionista di fama mondiale.

Potrebbe essere ricco e famoso, un personaggio dello spettacolo in grado di raccogliere gloria e applausi nei teatri e alla televisione. Il mitico “The Magic Circle” di Londra, la Mecca degli illusionisti internazionali, gli ha conferito la “tessera d’argento”, una specie di “laurea” in magia riservata a pochissimi professionisti. Ma per il Mago Sales gloria, fama, lussi, vita mondana non hanno alcun significato. Il suo vero nome è Don Silvio Mantelli, sacerdote di “professione” col talento per la magia. Da anni questo prete illusionista gira il mondo facendo spettacoli con un solo obiettivo: far sorridere i bambini poveri. <<Poveri perchè ammalati, orfani, abbandonati, condannati a morte precoce>>, dice. <<La mia più grande gioia è tornare a casa la sera con il cuore pieno dei sorrisi di questi bambini. Non c’è ricchezza più grande al mondo>>. Ride don Silvio, e il suo volto si illumina. Irradia un senso di bontà che colpisce. La sua storia è talmente straordinaria che sembra uscita da un romanzo e fa di lui un personaggio unico. <<Sono un mago in grado da fare scherzi da prete>>, dice divertito. <<Il mio nome d’arte, “Sales”, sta per Salesiano. Sono infatti un religioso nella Congregazione dei salesiani, fondata da San Giovanni Bosco. Nel 1973, sono stato ordinato sacerdote. Ho scelto di svolgere il mio apostolato facendo anche il mago proprio per imitare don Bosco. Egli infatti, per poter avvicinare i giovani e toglierli dalla strada, si serviva della sua abilità di prestigiatore e di funambolo. In questo modo conquistava la loro fiducia.>> Don Silvio vive a Torino, dove è nato sessant’anni fa. Ma in realtà è cittadino del mondo. <<Faccio una media di 250 spettacoli l’anno>>, spiega. <<Sono stato in Brasile, Bolivia, Madagascar, Cina, Filippine, India, Stati Uniti, Sud Africa, Nepal, Antille, Albania, Etiopia, Sudan, Somalia e molti altri ancora. Ho portato la magia in mezzo alla guerra, nei campi profughi, nei lebbrosari, tra le baraccopoli. Non si riesce nemmeno ad immaginare quanti bambini hanno bisogno di sorridere. << Ma per realizzare una vera magia non basta solo la fantasia. Servono aiuti concreti, cibo e acqua, case, scuole, ospedali. Ecco perchè mi esibisco molto anche nei paesi ricchi. Infatti, le opere che ho realizzato nel Terzo mondo e che mantengo vive, sono state rese possibili dai bambini dei Paesi ricchi che vengono ai miei spettacoli e che, con i loro genitori, sostengono generosamente i miei progetti.>> A Torino, don Silvio ha fondato un’Associazione che si chiama “Fondazione Mago Sales”, attraverso la quale gestisce le sue innumerevoli iniziative benefiche nei paesi poveri. Si tratta naturalmente di un’associazione ONLUS, completamente a scopo benefico, e tutti quelli che collaborano lo fanno gratuitamente. Mentre racconta, le sue mani non stanno ferme un istante. Ecco che mescola un mazzo di carte, ne prende una, la fa sparire per poi afferrarla nell’aria, come materializzata in quell’attimo. <<Maghi si nasce>>, dice. <<Ho scoperto questa mia attitudine quando ero piccolo. Ero molto timido, e forse proprio per reagire mi creavo un mondo di fantasia in cui stavo bene. Ovviamente, per trasformare in talento un’attitudine ci vuole un’occasione. Che arrivò da un amico, Francesco Corradi, un taxista che scriveva poesie, suonava la chitarra e faceva giochi di prestigio con le carte. Mi trasmise la sua passione per il gioco dello scopone, insegnandomi alcuni basilari trucchi. In poche parole, mi insegnò a barare. Facevamo coppia fissa nei vari retro-bar del quartiere. La vincita era a volte la sola consumazione, ma la gioia di riuscire era di gran lunga superiore. Poi un giorno tirai fuori 3 sette belli e allora gli altri capirono che c’era un trucco. In quell’occasione imparai anche a sparire in fretta. <<In seguito ebbi la fortuna di conoscere un grande prestigiatore. Il mago Renato Bustelli, che fu un mito. Tra il 1925 e il 1955 era stato il più famoso d’Europa. Già prima della seconda guerra mondiale, incassava un milione di lire a serata. Aveva uno spettacolo meraviglioso, con le ballerine, gli elefanti e le fontane d’acqua. Fu proprio lui a regalarmi i primi giochi e mi insegnò alcune tecniche che non ho mai dimenticato. <<Purtroppo nell’ambito della Congregazione alla quale appartengo, il fatto che sia diventato un illusionista non è stato accolto troppo bene>>, dice don Silvio con un’ombra di amarezza sul volto. <<Sono sempre stato osteggiato. Anche perchè negli anni Settanta, soprattutto a Torino, era in voga la magia nera. I miei superiori temevano che io, sacerdote e religioso, fossi confuso con coloro che la praticavano. Insomma la parola “mago” poteva trarre in inganno. Avrei dovuto cambiare quel nome con un altro termine però non ho mai voluto farlo. Per i bambini il “mago” è un personaggio buono e capace di fare cose meravigliose. <<Lungo il mio cammino però ho anche trovato tante persone che mi hanno sostenuto. Missionari, gente comune, personaggi famosi. Chi mi ha incoraggiato più di ogni altro, è stata Madre Teresa di Calcutta. Lei si è subito entusiasmata del mio lavoro e ha capito che con i giochi portavo il sorriso. Io scherzosamente la chiamavo il mio manager in India. Infatti, mi scriveva su dei bigliettini gli indirizzi degli Istituti dove andare a fare gli spettacoli. Ne facevo anche sei in un giorno solo. Per spostarmi velocemente nel traffico di Calcutta, madre Teresa mi aveva messo a disposizione la sua ambulanza. Quel mezzo era così rispettato da tutti che al suo passaggio anche le mucche si spostavano. Don Silvio sfoglia le pagine di un atlante geografico. Ha l’espressione di chi guarda un album di ricordi. << Feci il mio primo viaggio nel 1993. Andai in un lebbrosario a Sao Juliao, nel Mato Grosso del Brasile. C’erano molti bambini ammalati in quel lebbrosario. Uno di loro, che si chiamava Paolino, mi chiese di fare una magia per lui: di guarirlo per poter ritornare con la sua famiglia in quanto, dopo che aveva contratto la lebbra, lo avevano abbandonato. Rimasi molto scosso da quella richiesta semplice ma disarmante. Così, tornato in Italia, mi diedi da fare con altri maghi per raccogliere dei soldi, attraverso un grande spettacolo, per cercare di aiutare i bambini di quel lebbrosario. E il primo a guarire fu proprio Paolino, che ora sta bene e si è sposato.

<<Sono passati tanti anni e da allora ho rallegrato centinaia di migliaia di bambini. Sono riuscito a dare anche molti aiuti concreti. Oggi la mia Fondazione è operativa nelle missioni di ben 25 paesi nel mondo. <<Però tante terribili realtà che ho visto continuano ad esistere >>, dice Don Silvio. <<In Pakistan c’è la piaga dei bambini venduti come schiavi. Mille dollari l’uno. Ricordo di una nave che ne contenevano duemila. In Sudan, i ragazzi vengono utilizzati per ripulire i campi minati e molti di loro muoiono dilaniati dalle mine che scoppiano o restano mutilati per sempre. Sono problemi enormi, forse irrisolvibili. Ma a volte, nelle situazioni più disperate, un sorriso è davvero una magia. Spesso mi hanno detto che fatto ridere dei bambini che non lo facevano da anni. Può sembrare poco, ma non lo è dove ormai c’è solo disperazione.>> Mentre parla, don Silvio cammina per la stanza che è satura di libri fino al soffitto. Tutti volumi che hanno a che fare con la magia. <<Credo di possedere la più ricca biblioteca di libri di illusionismo che ci sia in Europa>>, afferma. <<Per diventare un professionista serio, ho dovuto studiare molto. Ho avuto l’aiuto di grandi maestri, ma ho anche letto tutto il possibile su questa arte che è anche scienza. <<Mi piacerebbe poter trasmettere a degli allievi il patrimonio professionale che ho acquisito e forse, chissà, quando sarò vecchio, potrei anche farlo. Qualcuno dovrà pur continuare la mia missione>>. In realtà il Mago Sales ha già avuto un allievo particolarmente dotato. Si chiama Arturo Brachetti, ed è oggi, riconosciuto da tutti, il più grande attore trasformista del mondo. << Lo conobbi nel 1980. Era un ragazzo smilzo, timido e palliduccio, dava l’idea di essere sempre “fuori del tempo". Studiava in un nostro istituto salesiano. Mi resi conto che aveva quelle strane doti naturali che potevano farlo diventare un grande illusionista. Gli insegnai i primi trucchi e si appassionò. Era molto intelligente e il resto lo ha fatto da solo. E’ unico nel suo genere. Ed è una persona dal cuore d’oro, che mi vuole bene e mi aiuta nella mia missione a favore dei bambini poveri.>>

Nicola Allegri

 

Il parroco solitario adesso non piace più

«Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiac­chierar » . Beh, non è detto che la battuta di Adriano Celentano nella celebre Azzurro sia poi vera, oggi: i preti, in Italia, esistono ( e resistono) ancora, non come nell’iper- secolarizzata Olanda dove, di recente, un vescovo ha affermato che… ci sono troppi sacerdoti per l’esiguo numero di fedeli. Parroci, impegnati tra i poveri, cappellani di movimenti e gruppi, professori di religione nelle scuole, giovani « coadiutori » imbrigliati in mille attività con ragazzi e adolescenti: il Belpaese pullula ancora di preti, uno ogni 1800 abitanti. Ma chi sono questi «presbiteri» , parola di etimologia greca ( « i più anziani » ) tornata di moda dopo il Vaticano II, da cui l’abbreviativo solito? Come vivono? Cosa fanno? Indaga col piglio della giornalista Laura Badaracchi ( collaboratrice di Avvenire) nel volume Fare il prete non è un mestiere ( Edizioni dell’asino, pp. 264, euro 12), in uscita oggi. Una miniera di notizie sul mon­do clergy e un panorama sull’ambiente presbiterale nostrano, perimetrando il campo di interesse al solo clero secolare. Che oggi ammonta a 33 mila unità, mentre all’inizio del Nove­cento si raggiungeva quota 68.848: l’età media è 60 anni, uno su 8 ha più di 80 primavere; la maggior parte si trova al Nord Italia ( 17.886), una porzione minore al Centro ( 6172) e una mediana al Sud ( 9637). Ma co­me vive oggi un prete? Prendiamo il modello parrocchiale, ancora largamente diffuso nello Stivale: 25.807 le parrocchie og­gi esistenti, dove il parroco è il perno su cui ruota la vita della comunità. L’esempio di don Fabio Pieroni, 52 anni, prete da 21, parroco di San Bernardo di Chiaravalle, periferia est della Capitale. Che parte da problemi concreti per delineare attuale del pastore d’anime: «Una volta a papa Giovanni Paolo II fu domandato pubblicamente un consiglio per facilitare la comunione tra i preti. Rispose: Mangiate insieme! » . Il rapporto tra la formazione in seminario e la vita concreta? « Noi preti di parrocchia siamo davvero in prima linea e leggiamo sui libri dei grandi teologi o psicologi o sociologi quello che almeno un anno prima avevamo già fronteggiato, navigando spesso solo a vista». Sempre in ambiente romano, l’autrice riporta la scansione quotidiana della parrocchia di San Frumenzio ai Prati fiscali, dove la « bottega » a­pre alle 7,45 per le Lodi comunitarie, seguite da un’ora di pre­ghiera silenziosa: «Un tempo da difendere, rimandando a dopo la messa colloqui o confessioni » . Alle 9 il parroco, il quarantaduenne don Gianpiero Palmieri, celebra l’eucaristia. « E poi inizia il delirio » , la sua scherzosa ammissione. Durante la giornata scattano gli incontri personali: « Cerco di fissare sempre un appuntamento per i colloqui ( 5- 8, tutti i giorni), accogliendo chi viene a chiedere aiuto per leggere alla luce della fede la propria storia. A volte incontro persone psichicamente molto fragili, qualche volta chi ha difficoltà economiche; poi ci sono universitari, anziani e pensionati, disoccupati e giovani». A scandire la giornata c’è la recita del breviario, un obbligo per ogni prete. E alla sera ecco gli incontri di formazione per adulti, coppie, giovani, catechiste… L’inchiesta della Badaracchi evidenzia che il modello « monacale » dell’anziano parroco solitario – molto diffuso – non è più auspicato dalle nuove leve. « Da parte dei più giovani si nota un appello alla vita comune: un seminarista su tre "da prete vorrebbe vivere in una comunità sacerdotale"» , ovvero un gruppo di presbiteri che abita insieme. La solitudine è questione quotidiana per il «don»: il 38% vive solo, uno su quattro pranza solitario, il 37% fa lo stesso a cena. Racconta l’autrice, riferendosi a San Frumenzio: «Accanto al parroco ci sono altri sacerdoti con i quali vivere un’esperienza comunita­ria a tutto tondo: il venerdì è la giornata dedicata a loro, al pre­sbiterio». Don Palmieri narra del pranzo alle 13, l’Ora media recitata insieme, un momento serale di preghiera e condivisione comunitaria. Vi è poi, sempre più diffuso, quello che nei Paesi anglosassoni è chiamato il day- off, una giornata ( a volte settimanale) di distacco dalle attività ordinarie. Capitolo stipendio: forse il ministro Brunetta non sarà contento, ma nella Chiesa si applica la parabola del servo dell’ultima ora. Per 12 mensilità ( non è prevista la tredicesima) un prete appena ordinato riceve 853 euro, un vescovo a scadenza di mandato ( 75 anni) 1300 euro: un parroco con 500 anime piglia lo stesso salario di uno con 10 mila fedeli. Sono poi contenti i « don » di essere tali? Badaracchi risponde citando casi di preti noti, come don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana: «Di solito bevo il caffè amaro. Qualcuno mi domanda: Come mai? Quasi sempre rispondo che è già molto dolce la mia vita. Ed è vero» . Il prete bergamasco – già cappellano nelle carceri – snocciola così il suo esser prete: « Una vocazione che sa di impasto di terra, cortile, fatica, eventi di forte sofferenza; volti di poveri ' belli' e provocanti, amore e gratuità; chiesa, campanile e scuola come ' luoghi' della comunità e della socialità; cammini di vita realizzati ' in cordata' e non da solo; studio bramato ma schiacciato e sofferto dentro tempi ristretti; testimonianze di vita, di sacerdoti e laici, forti e ordinarie; e tanta grazia di Dio » . Il teologo don Piero Coda, rettore della neonata università ( di ispirazione focolarina) Sophia, guarda con rimpianto ai suoi anni in parrocchia: « Ho avuto la gioia di esse­re vice- parroco per una decina d’anni. È stato bellissimo. Ho imparato tanto: a essere fratello, padre, amico. Ho imparato tanto dai giovani ( quanti campi scuola estivi entusiasmanti!), dalle famiglie, dalla comunità cristiana nel quartiere che mi era affidato. È stato un cammino che ha inciso profondamente sulla mia vita». Per don Vinicio Albanesi, presidente delle Comunità di accoglienza, essere «don» ha qualcosa a che fare con l’incarnazione di Cristo: è «a vocazione di coniugare preghiera e opere, di tradurre concretamente la misericordia del Dio in amore» . Con preti così, vien proprio voglia di «chiacchierar». Lorenzo Fazzini

 

Giussani, un carisma che continua a fiorire

Il 22 febbraio di quattro anni fa moriva a Milano don Giussani. Ma più che di un morto, qui si vuol parlare di uno che continua a vivere. Non solo perché il suo pensiero, i libri che ha scritto e le opere che sono nate dalla sua testimonianza stanno conoscendo una grande diffusione in tutto il mondo, ma anche e soprattutto perché il suo carisma continua a fiorire, generando a una nuova esistenza migliaia di persone. Molte di queste – e col passare del tempo sono sempre di più – non l’hanno neppure conosciuto di persona: hanno sentito parlare di lui, hanno letto qualche suo scritto, hanno incontrato i suoi amici, sono rimaste affascinate dall’esperienza di Comunione e liberazione che da lui è nata. Il tutto è avvenuto secondo quella elementare dinamica del testimone che è all’origine del cristianesimo, e che ha portato il carisma del "Gius" in settanta Paesi in tutti i continenti. Facendolo stimare non solo tra i cattolici, ma anche tra i fratelli ortodossi e protestanti, nel mondo ebraico, in quello buddista e tra alcuni esponenti musulmani. Gabriela: «Gesù, passione della mia vita» «Mi piacevano le discussioni religiose, riuscivo sempre a litigare: pur reputandomi cattolica, ero un anti-Cristo. Ma quando ho conosciuto quelli di Cl qui a San Paolo le cose sono cambiate: loro non mi hanno proposto un’idea di Gesù, mi hanno mostrato ogni giorno la sua presenza e io mi sono appassionata a Lui fino al punto di scoprirlo ogni giorno nel volto delle persone che incontro. E adesso Lui è diventato la vera passione della mia vita». Così si è raccontata Gabriela davanti a dodicimila persone che gremivano il palazzetto dello sport di Ibirapuera a San Paolo del Brasile, in occasione dell’incontro con don Julián Carrón, il sacerdote spagnolo che dopo la morte di don Giussani guida il movimento e che nei giorni scorsi ha incontrato le comunità del Sudamerica. «Il rischio educativo» in Cambogia Dalla Cambogia parla Alberto Caccaro, missionario del Pime che da otto anni vive in Cambogia e racconta la sua esperienza sul sito www.tracce.it. «All’inizio del mio ministero accompagnavo i malati dal villaggio in cui operavo a Phnom Penh e durante le mie soste nella capitale, nella casa del Pime, leggevo spesso la rivista Tracce che un mio confratello lasciava a disposizione. La trovavo affascinante e molto utile in un momento in cui avevo una missione da inventare e tanti interrogativi a cui rispondere. Nel 2006 chiesi a un amico in Italia di spedirmi una copia de "Il rischio educativo" di don Giussani, un testo che veniva spesso citato nella rivista. Lo lessi d’un fiato, trovando una corrispondenza immediata con le attese del mio cuore. La parola "mistero", che attraversa tutto il testo, non ha un equivalente in cambogiano, è sostanzialmente intraducibile. Abbandonai perciò l’idea di una traduzione del testo nella lingua locale e decisi di costruire un’opera educativa che veicolasse i contenuti e il metodo che venivano descritti nel libro. Ne è nata una piccola scuola superiore, che è una spina nel fianco per chi fa dell’educazione uno strumento di consolidamento dello status quo. "La vera educazione dev’essere un’educazione alla critica", scrive Giussani. Non c’è nulla di più impensabile qui in Cambogia, dove vige tolleranza zero per qualsiasi opinione diversa da quella governativa». Il parroco ortodosso e la missione Ioann Privalov è un sacerdote ortodosso, parroco in un villaggio vicino ad Archangel’sk, uno dei principali porti della Russia affacciato sul Mar Bianco, a ventiquattr’ore di treno da Mosca. Appartiene alla fraternità ortodossa San Filaret e qualche anno fa, insieme ad altri amici, si era messo a studiare le diverse esperienze comunitarie e i movimenti cattolici. E così ha 'incontrato' Giussani: leggendo i suoi libri pubblicati in russo, ha scoperto la densità di parole come 'missione' ed 'esperienza', e ha scoperto un padre: «Qualche tempo fa ho fatto una predica sulla missione, elencando varie personalità ortodosse che mi hanno guidato nel cammino, poi ho detto ai parrocchiani: Scusatemi, ma tra questi miei padri nella fede adesso devo citare anche un sacerdote cattolico, don Giussani. Lui mi ha testimoniato proprio questo: salendo i tre gradini di un liceo milanese dove insegnava negli anni Cinquanta, aveva la consapevolezza di portare l’Avvenimento di Cristo nel mondo». Gli amici dell’ebreo Jonathan Il pensiero e l’opera di Giussani hanno colpito anche persone che vivono l’esperienza religiosa ebraica, come testimonia da Gerusalemme Jonathan Sierra, un ebreo di origine italiana che dal 1979 vive in Israele ed è responsabile della Compagnia delle opere locale, una realtà nata nel 2004 dall’incontro tra cristiani ed ebrei, arabi e israeliani. «Non ho conosciuto di persona Giussani, ma ho conosciuto i suoi amici che mi parlavano di lui, a cui lui ha dato tanto e ai quali oggi voglio bene. Parlare del carisma, di qualcuno che non hai personalmente incontrato, è un po’ come parlare della luce della luna. La vedi, evidente e chiara, ma sai che è una luce riflessa. Ma spesso è così intensa da mostrarti il panorama attorno. Così forte da riuscire a farti leggere quella mappa, che è complicata, ma in cui è indicato il percorso da seguire». (da Avvenire ) Giorgio Paolucci

 

 

COMBONIANI E SACRAMENTINI: CONTRO I MIGRANTI, UNA STRATEGIA CRIMINALE E POLITICA CASTEL VOLTURNO (CE)-ADISTA.

“Sono neri, sono poveri, sono irregolari, li abbiamo fatti diventare criminali”, scrivono in un comunicato i missionari comboniani di Castel Volturno – p. Giorgio Poletti, p. Claudio Gasbarro, p. Antonio Bonato e fr. Filippo Mondini – e i padri sacramentini di Casa Zaccheo di Caserta, commentando la retata della polizia contro i migranti dell’American Palace (v. notizia precedente). “Durante l'operazione le forze di polizia, che hanno ostentato una forza eccessiva impiegando più di 40 macchine e una quantità esagerata di uomini e mezzi, hanno divelto porte e rotto cose alla ricerca di chissà quali refurtive. Ci risulta che solo in un appartamento sia stata ritrovata una piccola quantità di droga”, raccontano i religiosi. I migranti di Castel Volturno “sono neri, poveri e cercano di sopravvivere in un mondo dove li si vuole ‘buttare a mare’. È una storia vecchia che continuamente si ripete quando su questo territorio si intravede il denaro e in futuro ne arriverà molto per la realizzazione delle opere dell'accordo di programma: (…) il futuro nuovo impero dei Coppola, i quali dopo aver distrutto l'ambiente, ora dovrebbero ricostruirlo”, spiegano comboniani e sacramentini, facendo riferimento al mega-progetto di riqualificazione del litorale domizio (v. Adista n. 67/08). A Castel Volturno è in atto “una strategia che vuole colpire in maniera particolare gli immigrati africani considerati clandestini. L'avevamo prevista e puntualmente si sta realizzando anche attraverso gruppi di sobillatori che da anni fanno le loro campagne politiche e portano avanti ancora oggi una campagna contro gli africani”. Tuttavia, proseguono, “crediamo ancora che sia possibile costruire un percorso comune per rendere abitabile questa zona. Non crediamo che la repressione risolva i problemi di Castel Volturno. Siamo contrari alla politica discriminatoria di questo governo nazionale che vergognosamente suscita nella popolazione chiusura e malessere, senza prospettive reali per il futuro se non quelle legate all'egoismo e all'interesse di gruppi partitici”. Non chiudono gli occhi di fronte alla realtà i religiosi casertani, i quali ammettono che “tra gli immigrati esiste una criminalità da debellare, ma solo se si sconfigge la camorra sarà possibile una vita diversa per tutti. Ma questa purtroppo è una battaglia oggi lontana dall’essere vinta perché la camorra è una cultura nella quale tutti noi siamo immersi e un humus nel quale cresciamo. Gli immigrati africani sono l'anello debole, discriminati per il colore della pelle, per la razza e per la loro situazione di precarietà lavorativa ed economica. Discriminazione razziale nei confronti degli africani e danaro sono alla base di queste operazioni che hanno come solo intento quello di liberarsi degli africani”. “Siamo contrari – concludono i comboniani di Castel Volturno e i sacramentini di Caserta – alle operazioni poliziesche di coloro che eseguono ordini, senza riflettere e senza una capacità critica. Siamo pronti al dialogo per la costruzione di un progetto umano dove africani e italiani possano vivere serenamente. Siamo anche pronti e moltiplicheremo gli sforzi per collaborare con la rete che da tanto tempo lotta e resiste al fianco degli immigrati. Non siamo a favore dell'illegalità ma operiamo affinché si possano creare percorsi pacifici e inclusivi degli immigrati per la loro legalizzazione, diventando così attivi protagonisti nella costruzione della società italiana”. “Impotenza”, “amarezza” e “rabbia” è quella che confessa il sacramentino p. Giorgio Ghezzi. Quello che è successo a Castel Volturno “sembra distruggere dentro di me ogni volontà di lottare”, perché sembra che “la cattiveria e l’ignoranza stiano contaminando tutto” e “tutti assistiamo quasi inermi a questo clima sempre più razzista e profondamente intriso di egoismo. Sento risuonare forte il passo evangelico sulla bocca di tanti fratelli immigrati: ‘ero forestiero… non mi avete ospitato… Maledetti!”. (l. k.)

 

 

Una straordinaria vitalità vocazionale ( di Luigi Russo)

Cento anni per un seminario sono tanti e pochi. Pochi rispetto ai tempi in cui questa istituzione formativa è stata voluta dalla Chiesa, tanti se rapportati al territorio. Ma un secolo è sempre una tappa importante, raggiunta quest'anno dal Pontificio seminario regionale pugliese "Pio XI" di Molfetta, dal Pontificio seminario regionale "San Pio X" di Chieti e dal Pontificio seminario marchigiano "Pio XI" di Ancona. Le tre comunità sono state ricevute insieme, oggi (sabato), dal Papa. È nata così un'occasione per ragionare su una straordinaria vitalità vocazionale che, in un tempo di crisi per le vocazioni sacerdotali, si registra particolarmente in Puglia dove si contano attualmente 230 seminaristi. "Incoraggio i vescovi di codesta regione a proseguire nella loro zelante cura dei seminaristi e nella promozione delle vocazioni sacerdotali che, con l'aiuto divino, producono frutti promettenti, come dimostra l'attuale nutrita presenza di alunni nel seminario": sono le parole del messaggio che Papa Benedetto XVI ha inviato alle chiese di Puglia in occasione dell'apertura dell'anno centenario, tenuta a Molfetta l'11 novembre dal cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'educazione cattolica (dei seminari e degli istituti di studi). Questa "nutrita presenza" si è decisamente notata nell'udienza che il Papa ha tenuto oggi in Vaticano, quando ha incontrato i trecento pugliesi (230 seminaristi con i loro educatori e vescovi). "È vero - conferma don Antonio Ladisa, rettore del Seminario di Molfetta e vice direttore del Centro nazionale vocazioni (Cnv) - in Puglia non abbiamo registrato cali sensibili in questi anni dal punto di vista vocazionale come è successo in altre regioni. Segno che nelle nostre diocesi è costante l'attenzione alla pastorale vocazionale, che si intreccia decisamente con la pastorale giovanile. Le nostre parrocchie fanno molta attenzione a proporre ai giovani percorsi formativi, spirituali ma anche testimoniali, che trasmettono loro l'idea che la vita è comunque una vocazione, sia nel presbiterato o nella vita consacrata, sia nella vita matrimoniale. Poi c'è un'altra risorsa importante: in quasi tutte le diocesi di Puglia esistono i seminari minori, che oltre a fornire un terzo dei candidati al seminario maggiore, rappresentano nel territorio un continuo richiamo e rinforzo della proposta vocazionale, e sono luogo in cui i giovani si ritrovano e fanno esperienza di crescita nella fede adulta". L'elevato numero di ingressi in seminario maggiore - quest'anno trenta, nel 2007 addirittura cinquanta - da don Ladisa è spiegato anche con la presenza di un buon tessuto religioso della società pugliese, che resiste comunque nonostante la crisi della secolarizzazione, e così la proposta di fede riesce ancora a fare breccia nel cuore dei giovani. Ma chi sono questi giovani che entrano in seminario? "Provengono quasi esclusivamente da percorsi strettamente parrocchiali e dell'Azione cattolica, molto scarsa invece la provenienza movimentistica - spiega don Gianni Caliandro, responsabile dell'anno propedeutico -. Sono giovani come tutti gli altri, con le loro ricchezze e la voglia di fare, e con le loro fragilità. A loro proponiamo, contemporaneamente alla filosofia e alla teologia, un percorso che li porti a una maturazione che sappia coniugare una spiritualità biblica e fondata sulla Tradizione, con un'altrettanto forte attenzione e cura del sé; infine è importante l'apertura al mondo, come luogo da conoscere, evangelizzare e da portare dentro la loro vita di preghiera". Per don Ladisa, quest'ultimo aspetto, è fondamentale: "I seminaristi nei fine settimana vanno nelle parrocchie per aiutarle nella pastorale, e lì incontrano la gente, i giovani, con i loro problemi e le loro domande. Inoltre fanno esperienza formativa e pastorale, insieme agli educatori, nell'ospedale di Bisceglie, nel supercarcere di Trani e in diverse comunità di recupero per tossicodipendenti. Quelli del quarto, quinto e sesto anno a settembre di ogni anno partecipano a una missione popolare in una diocesi pugliese". Nel corso di questi cento anni migliaia sono stati i giovani formati nel Seminario regionale; più di 2.200 gli alunni ordinati presbiteri e, tra le fila dei docenti e degli ex alunni, sessanta sono stati consacrati vescovi e quattro elevati alla dignità cardinalizia. "Ciascuno con il suo carisma particolare, quasi rifrangendo in tanti raggi diversi l'unica luce - afferma l'arcivescovo di Bari-Bitonto, Francesco Cacucci, presidente della Conferenza episcopale pugliese - questi sacerdoti hanno custodito e accompagnato la fede delle nostre comunità e, con l'entusiasmo del loro ministero, si sono prodigati generosamente a favore della nostra regione. Pensiamo a quanto impegno è stato da loro profuso nelle scuole, nell'educazione dei giovani, tra le corsie degli ospedali, negli ambienti di lavoro, nelle carceri. Per non parlare del quotidiano lavoro da loro vissuto nelle parrocchie, condividendo la vita della gente, accompagnandone i momenti di gioia e di fatica. Presbiteri totalmente immersi nel popolo, segni, pur nella loro fragilità umana, di un Dio che si prende cura del suo gregge!". Fra i sacerdoti educatori ed ex alunni del Seminario di Molfetta, sono numerosi coloro di cui è in corso il processo di canonizzazione e che attualmente le comunità cristiane di Puglia venerano come servi di Dio: il rettore monsignor Raffaello Delle Nocche (1877-1960), il docente monsignor Nicola Riezzo (1904-1998), gli ex alunni don Angelo Raffaele Dimiccoli (1887-1956), monsignor Agostino Castrillo (1904-1955), don Ambrogio Grittani (1907-1951), don Ruggero Caputo (1907-1980), don Ugo De Blasi (1918-1982), monsignor Antonio Bello (1935-1993).

 

 

FRONTIERA MESSICO-STATI UNITI

Santa Messa celebrata alla frontiera tra Messico e Stati Uniti in memoria dei 337 clandestini che sono morti durante questo anno nel tentativo di attraversare il confine Città Juárez (Agenzia Fides) - Accompagnati da parrocchiani e sacerdoti, i Vescovi di entrambi i lati della frontiera tra Messico e Stati Uniti, hanno celebrato a Città Juárez, nello spazio confinante tra Nuevo Casas Grandes, El Paso y Nuevo México, una Santa Messa in suffragio dei 337 clandestini che sono morti nella regione durante questo anno, nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti d’America. La maggioranza di questi emigranti hanno perso la vita nel deserto a causa della sete, del freddo o delle violenze subite nella loro marcia. Sono già 13 anni che si celebra ogni anno questa Santa Messa in occasione della commemorazione di tutti i Fedeli Defunti. Al rito, celebrato il 2 novembre in due lingue, hanno partecipato cinque Vescovi e oltre 40 sacerdoti, vicino al confine che separa il Messico dagli Stati Uniti, secondo quanto ha segnalato Mons. Renato Ascencio León, Vescovo di Città Juárez. Tra i Vescovi c’erano Mons. Gerardo Rojas, di Nuevas Casas Grandes, Chihuahua; Mons. José Guadalupe Torres Campos, Vescovo ausiliare di Città Juárez, e, dall'altro lato del confine, Mons. Armando Ochoa, Vescovo di El Paso, Texas, e Mons. Ricardo Ramírez, Vescovo di Las Cruces, Nuovo Messico. Per creare un stesso, unico, altare, sono stati collocati dei tavoli in entrambi i lati della frontiera. Nel lato statunitense hanno partecipato alla Santa Messa centinaia di cattolici, i quali hanno collocato croci lungo la rete metallica di confine, ed altrettanto è successo dal lato messicano. Il Vescovo di Città Juárez ha affermato: "le morti aumentano per la vigilanza sofisticata che applicano le autorità statunitensi, come per gli ostacoli che obbligano gli emigranti ad utilizzare altre strade più lontane e pericolose". Ha annunciato quindi che i Vescovi del Messico e degli Stati Uniti hanno elaborato una lettera pastorale sul tema dell’emigrazione intitolata "Insieme durante il cammino della speranza, non siamo più stranieri", nella quale affermano che "i migranti cercano una migliore qualità di vita per loro e per le loro famiglie, per questo devono rischiare tutto nel tentativo di entrare in altri paesi, anche a rischio di trovare la morte”. Durante la Santa Messa, Vescovi e sacerdoti hanno invitato i cattolici presenti ad impegnarsi per la giustizia, la dignità, i valori e soprattutto per la vita degli uomini e delle donne che lasciano i loro paesi nella speranza di ricercare una vita migliore. (RG)

 

 

I BENEDETTINI NEL MONDO

Santo Padre, ogni quattro anni noi abati benedettini veniamo a Roma per celebrare il nostro congresso internazionale. Riflettiamo sull'impatto del patrimonio spirituale di san Benedetto nel mondo d'oggi, discutiamo il progetto comune della Confederazione, cioè Sant'Anselmo, quale entità accademica e monastica. Abbiamo invitato anche i rappresentanti della «Communio Internationalis Benedictinarum» e delle Chiese Ortodosse. Oggi siamo venuti a Castel Gandolfo per salutarla, per ascoltare la sua Parola e ricevere la sua benedizione. Siamo venuti con la nostra stima e gratitudine più profonda nei suoi confronti. Un suo grande desiderio è la rinascita di un'Europa cristiana sulla base dei principi di san Benedetto. Speriamo che i nostri monasteri siano centri spirituali e culturali che influiscono fortemente sul loro ambiente. Molta gente, giovane e adulta, viene e si unisce a noi nella preghiera, nelle celebrazioni liturgiche. L'accoglienza degli ospiti nelle nostre foresterie e nelle case di ritiro, o degli studenti nelle nostre scuole, è un nostro contributo per la testimonianza della Chiesa e l'approfondimento nuovo della fede. Questo vale ormai non solo per l'Europa ma per tutto il mondo, 150.000 giovani vengono educati nelle nostre scuole. Per questo abbiamo creato un network tra i responsabili per elaborare ancora meglio il profilo benedettino. Già da alcuni secoli i monasteri benedettini sono cresciuti anche oltre l'Europa, come lei avrà notato in Brasile. Il messaggio di san Benedetto nel periodo della globalizzazione si espande oggi in tutto il mondo. Ogni, anno nascono quattro nuove fondazioni, anche nell'Europa Orientale, fino al Kazakhstan e fra poco anche a Cuba. La Chiesa ufficiale della Cina ha mandato un gruppo di giovani sacerdoti a St. Ottilien per ricevere una formazione benedettina e cominciare eventualmente nel futuro una comunità in questo Paese che le sta tanto a cuore. Non abbiamo alcuna ragione per essere disfattisti. In varie parti del mondo ci sono tante vocazioni, come in Asia e Africa, e pure in alcune comunità europee non ci mancano. Altre però stanno aspettando da anni e non sanno quale sarà il loro futuro. Per questa ragione alcune comunità si vedevano costrette a chiudere le porte. Ove mancano i figli e la fede, manca il terreno per le vocazioni. Sant'Anselmo, con il suo Pontificio Ateneo e il suo Pontificio Collegio, gioca un ruolo particolare. Nel secolo passato esso è stato il luogo unificante di formazione, di contatto e di convivenza di tante osservanze monastiche e di tante nazioni. Adesso al momento della globalizzazione totale Sant'Anselmo sarà ancora più importante per favorire l'unità della Confederazione. Perciò siamo grati a lei, che finalmente ha fatto in modo di chiarire la situazione della proprietà di Sant'Anselmo, di cui abbiamo ricevuto dalla Santa Sede ufficialmente l'usufrutto gratuito. Tramite il Pontificio Istituto Liturgico prestiamo un contributo speciale alla nostra Chiesa universale. Negli ultimi tempi sta crescendo l'interesse anche di tanti laici che vogliono realizzare nella loro vita quotidiana lo spirito della Regola di San Benedetto. Sempre attaccati a una comunità di benedettini e benedettine cercano di testimoniare al mondo che solo radicati in Dio possiamo sviluppare la pienezza di una vita veramente umana. Abbiamo celebrato un primo congresso mondiale degli oblati, dove potevano scambiare le loro esperienze a livello internazionale e trarre nuovo coraggio e aumentare il loro fervore. Attualmente stiamo preparando il secondo congresso. Non vorrei terminare senza menzionare le nostre monache e suore benedettine. Loro testimoniano in modo particolare nel seno della Chiesa l'elemento contemplativo e il servizio ai poveri. Il loro numero è doppio rispetto a quallo dei monaci, ma restano più nascoste che i monaci. Insieme cerchiamo di portare avanti il prezioso patrimonio del nostro padre san Benedetto, nominato Patrono d'Europa, ma che nel futuro sull'esempio di Abramo potrà essere chiamato «Patrono di tanti popoli». Santo Padre, di nuovo la ringraziamo per questo generoso incontro e chiediamo umilmente la sua benedizione paterna. Dom Notker Wolf,

 

Padre Thomas: «Voglio ritornare tra la mia gente»

 la storia

 Il sacerdote è stato picchiato per ore dagli integralisti: «Non ho odio né amarezza»

 I l modo con cui ci han­no picchiato, con ba­stoni, piedi di porco, lance, mostra che non ci considerano neppure degli essere umani….». La voce di padre Thomas Chellan tre­ma mentre ripercorre quel­le ore di agonia quando, lo scorso 26 agosto, un gruppo di estremisti indù l’ha ag­gredito con furia selvaggia. Lasciandolo in fin di vita. Il sacerdote, però, è riuscito a sopravvivere. E dall’ospe­dale in cui è stato ricovera­to dopo il pestaggio, ha vo­luto raccontare la sua terri­bile esperienza a Nirmala Carvalho, corrispondente di

 AsiaNews a Mumbai. Perché il mondo possa conoscere il dramma che si sta consu­mando nel cuore dell’Oris­sa. Padre Thomas, direttore del centro pastorale di Kandhamal, è stata una del­le prime vittime del pogrom anti-cristiano scatenato dai radicali del Vishva Hindu Parishad, dopo l’assassinio del leader Swami Laxama­nanda Saraswati, il 23 ago­sto scorso. Il giorno dopo l’omicidio u­na folla urlante si raduna in­torno al cancello del centro pastorale di Kandhamal. Al­l’interno, oltre a padre Tho­mas, c’è un altro confratel­lo e una suora. I tre, intuen­do il pericolo, scappano nel­la foresta. «Mentre fuggiva­mo abbiamo visto le fiam­me e il fumo». I religiosi ri­parano in un villaggio vici­no, Nuagaon, dove trascor­rono la notte. La furia inte­gralista, però, li raggiunge. Il 25 agosto, un gruppo di e­stremisti irrompe nella cit­tadina e incendia la chie­setta locale. Poi, inizia la “caccia al cristiano”. La pri­ma ad essere scoperta è la suora, fuggita con padre Thomas. Poi viene preso il sacerdote, che aveva trova­to rifugio nel retro di un e­difico. «Hanno cominciato a picchiarmi da tutte le par­ti e mi hanno strappato la camicia. Domandavano: perché avete ucciso Swa­miji? Quanto soldi avete da­to agli uccisori? Perché fate sempre tante riunioni e in­contri nel centro pastora­le? », racconta il religioso.

  Inutile negare le accuse, i­nutile spiegare. Gli aggres­sori non vogliono dialoga­re. Vogliono solo sfogare la loro rabbia. Ai due religiosi viene versato addosso del kerosene, vorrebbero dar loro fuoco. Ma, per rendere più spettacolare il loro ge­sto decidono di compierlo a Nuagaon, a mezzo chilo­metro dal villaggio. Li lega­no e li trascinano sulla stra­da. «Mentre camminavamo piovevano colpi all’impaz­zata sui nostri corpi». Sulla strada il gruppo incrocia u­na pattuglia della polizia. Gli agenti vedono le violenze a cui sono sottoposti Padre Thomas e la religiosa, ma non intervengono. I due continuano ad essere pic­chiati brutalmente ma, for­se la presenza della pattu­glia, impedisce agli estre­misti di portare a termine il piano omicida. «Poi, uno degli aggressori mi ha detto di andare insieme a uno de­gli ufficiali, che ci ha ac­compagnato alla sede della polizia». Lì i due ricevono le prime cure mentre, il giorno successivo, vengono trasfe­riti a Bhubaneshwar. L’in­cubo per loro è finito, ma per tanti cristiani l’agonia dura ancora. «Non c’è nem­meno un prete o una suora a Kadhamal. Tutti sono fug­giti, mentre dilagano le raz­zie e la caccia all’uomo – ag­giunge padre Thomas –. Nella mia agonia prego per i cristiani nella foresta. Nemmeno quello è un rifu­gio sicuro». Poi, con un filo di voce, il sa­cerdote conclude: «Voglio tornare in Orissa. Insieme alle mie ferite, Cristo sta guarendo anche i miei sen­timenti: non ho odio né a­marezza. Sono pronto a ser­vire anche coloro che mi hanno colpito». ( R.E.)

 

 

Alle sorgenti spirituali

della Chiesa ortodossa russa

 

Milano, 23. Domani all'alba ottanta sacerdoti ambrosiani partiranno per la Russia:  accompagnati e guidati dall'arcivescovo di Milano cardinale Dionigi Tettamanzi e da due vescovi ausiliari - il vicario generale Carlo Redaelli e il vicario per la cultura Franco Giulio Brambilla -, effettueranno un "Pellegrinaggio alle sorgenti spirituali della Chiesa Russa". Li attendono sei giornate di esperienze intense, oltre che molto significative:  le visite a cattedrali e monasteri; le concelebrazioni eucaristiche in rito cattolico e le divine liturgie ortodosse; gli incontri con il Patriarca di Mosca, Alessio ii, con l'arcivescovo cattolico di Mosca, Paolo Pezzi, e col nunzio apostolico in Russia, Antonio Mennini; i momenti di preghiera comunitaria e personale.

L'idea di un simile pellegrinaggio "è nata durante la visita a Mosca che, su generoso e personale invito di Sua Santità il Patriarca Alessio ii, ebbi il dono di poter effettuare dal 28 settembre al 3 ottobre 2006":  così ricorda il cardinale Tettamanzi nella Lettera ai preti pellegrini e all'intero presbiterio diocesano in occasione del Pellegrinaggio ecumenico a Mosca (25-30 agosto 2008). Il porporato, nel mettere in evidenza il senso del pellegrinaggio - riassunto nel tema Presbiteri per la Chiesa "una" e "santa" d'Oriente e d'Occidente -, ricorda anzitutto le emozioni spirituali vissute. Ne aveva parlato a Monza nel gennaio 2007 durante un incontro ecumenico ma, come è diversa l'eco interiore che suscita l'ascolto della Bibbia in Terra Santa rispetto ad altri luoghi, - spiega il cardinale - così non c'è modo migliore di comprendere la spiritualità ortodossa che quello di "immergervisi" presso la comunità che la vive. "È quasi esperienza di estasi quella che può nascere, ad esempio, dal prolungato ascolto del canto liturgico russo - ricorda ancora il cardinal Tettamanzi, che cita alcuni riti cui assistette due anni fa -. Questi momenti sono stati come un pregustare la gioia della visione beatifica e della comunione dei santi". E aggiunge:  "Solo la fede nell'azione santificante di Dio ci permette di sintonizzarci sulla stessa lunghezza d'onda dello Spirito. E questa fede è e deve essere comune al cristiano d'Oriente e d'Occidente".

Il programma del pellegrinaggio, dopo la giornata di lunedì dedicata al viaggio (con una concelebrazione presso la cappella dell'aeroporto di Roma Fiumicino), prevede per martedì le prime tappe spirituali ed artistiche:  Eucaristia presso la Chiesa cattolica di Vladimir (che si ripeterà anche il giorno dopo), incontro con l'arcivescovo ortodosso Evloghij e visita della cattedrale della Dormizione - dove si possono ammirare gli affreschi di sant'Andrej Rublëv -, partenza per Suzdal con visita della cattedrale e dei monasteri. Mercoledì sarà la volta del monastero di san Sergio, con visita della cattedrale della Dormizione e della chiesa della Santissima Trinità e l'incontro con un rappresentante della Accademia Teologica. Si proseguirà per Mosca, dove giovedì è prevista la partecipazione alla Divina Liturgia della Dormizione della Beata Vergine Maria, presieduta dal Patriarca presso la Cattedrale della Dormizione al Cremlino, cui seguirà l'incontro con il Patriarca Alessio ii e l'accesso alla Galleria Tretjakov, per vedere le icone quali Trinità di sant'Andrej Rublëv e Madonna della Tenerezza di Vladimir. Venerdì, visitate le Cattedrali del Cremlino, verrà celebrata la Messa nella cattedrale cattolica di Mosca, con la presenza dell'arcivescovo Pezzi. Sabato, dopo la Messa e prima del rientro in Italia, avverrà l'ultima tappa a Butovo, con presentazione del luogo e del tema del martirio della Chiesa russa.

Appare evidente come gli spunti degni di grande interesse spirituale, culturale ed ecumenico siano molteplici:  "Farsi pellegrini - ricorda ancora il cardinale Tettamanzi - significa cercare di entrare nello spirito dell'Oriente cristiano e di iniziare a respirare, come sognava Giovanni Paolo II, anche con questo polmone della cristianità". L'arcivescovo di Milano nella sua lettera tocca altri punti:  il dialogo circa le sfide poste dalla modernità alle Chiese ed i problemi pastorali collegati, già affrontati nei colloqui con il patriarca Alessio ii, l'arcivescovo Evgenij e il metropolita Kirill; il desiderio di incontrare di nuovo il Patriarca, "in ragione della sua grande responsabilità e venerabile dignità ecclesiastica, ma anche per l'evangelica fraternità e la sintonia spirituale sperimentate"; il comune riferimento ad Ambrogio, "Padre della Chiesa indivisa", cui si unisce la gioia per aver mantenuta la promessa di concedere per le liturgie ortodosse l'uso di un edificio di culto in Milano; il tema e il senso del martirio; la dimensione ecumenica. Il cardinal Tettamanzi esprime anche alcuni auspici e desideri:  "Mi auguro - lo dico con commozione - che si avvicini presto il giorno in cui il Patriarca di Mosca possa abbracciare il Successore di Pietro! Grande è pure il desiderio che possa venire in Italia per venerare le reliquie di san Nicola"; inoltre c'è il pensiero al 1700° anniversario del cosiddetto "editto di Milano" emanato da Costantino nel 313, ed al fatto che, "durante la visita del 2006 e in una successiva lettera, il Patriarca Alessio ii ha espresso il suo interesse e sostegno per promuovere a Milano, nel 2013, un incontro dei leader cristiani che sia una comune testimonianza e un forte appello all'Europa e a tutte le confessioni circa l'insopprimibile valore della libertà religiosa". Aggiungiamo, infine, l'altro desiderio espresso dall'arcivescovo:  "Questa nostra esperienza come pellegrini possa contribuire a far crescere la reciproca conoscenza e il desiderio dell'unità".

 

                                                                                  Dall’Osservatore Romano – 24.08.08

 

 

Monachesimo oggi Nuova fioritura nel deserto (Michele Genisio)

Erano rimasti in quattro.Ora sono più di ottanta i copti nel monastero di Sant'Antonio in Egitto. Cosa attrae questi uomini lontano dalle città?

M'aspettavo un romantico oceano di sabbia, ondulato da dune. Come nei film, alla Lawrence d'Arabia. No: il deserto orientale che s'estende a sud del Cairo verso il mar Rosso è un groviglio montuoso, scostante, un brullo intreccio d'alture riarse e pendii scoscesi, che s'inerpicano e s'affossano, un po' ti confondono e un po' t'intontiscono con le loro trame monotone e indecifrabili. Fascino e terrore si mescolano nel deserto; dove le voci si fanno silenzi e la natura morte. Là, fra quelle rocce, sul pendio del monte Colzim, mille e settecento anni fa o giù di lì, andò a vivere da solo un egiziano. Un tale Antonio, figlio d'agiati agricoltori cristiani, di quella che è l'odierna città di Qumans. S'era all'epoca esaltante e crudele dell'impero romano. La giovane ed effervescente Chiesa in Egitto - stella della nascente cristianità che brillava con gioielli come Atanasio e Cirillo - subì in quei tempi feroci persecuzioni. Le quali lasciarono ferite tanto profonde che gli egiziani datarono il loro calendario a partire dai martiri di quell'epoca: facendo coincidere il loro primo Anno Martyri con la salita al trono di Diocleziano. Che cosa andava a fare Antonio in una grotta del deserto? Certo non immaginava che la sua vita avrebbe fatto notizia.Non pensava che il suo esempio - la sua umile preghiera, il ruminare la Scrittura imparata a memoria, il lavoro manuale per mantenersi e per fare elemosina ai poveri, ora et labora - avrebbe scintillato come faro ad illuminare la cultura d'una buia Europa. Non avrebbe mai creduto che, sulla sua scia, 5 mila anacoreti si sarebbero radunati a vivere ai piedi della sua grotta. Per fare come lui. Per essere come lui, fiori nel deserto. Dopo la sua morte, avvenuta alla veneranda età di 105 anni, poco più in là, a due chilometri a sud della sua spelonca, fu fondato il monastero detto Deir Amba Antonius. Sembra incredibile. Ma dopo vicissitudini di secoli, all'inizio degli anni Settanta erano rimasti quattro anziani monaci ad occuparsi come potevano della fatiscente struttura. Oggi invece il mona- stero ospita più di ottanta monaci, in una vera e propria rifioritura del monachesimo del deserto. Tutto questo anche per merito del patriarca copto ortodosso, papa Sheouda III che, dalla sua elezione, ha dato inizio ad una poderosa rinascita di tutti i monasteri egiziani, che ora contano molti novizi. Gli uomini che in questi anni hanno sentito e aderito alla vocazione monastica, sono in genere persone colte, preparate, molti di essi sono laureati. Indossano il saio nero e quel particolare copricapo cucito a metà, a ricordo della lotta di Antonio col demonio che glielo voleva strappare. Vivono appartati, ma non disdegnano d'accogliere i sempre più numerosi visitatori, di parlare della loro vita e di mostrare con orgoglio e devozione i più di 1700 preziosi manoscritti antichi della biblioteca e quegli autentici capolavori artistici che sono la pitture murali che ricoprono l'antica chiesa con la tomba del santo. Anche la cella di Antonio, sulle cui pareti sono incisi preziosi graffiti medievali, è ancora intatta: ma per raggiungerla bisogna inerpicarsi su un disagevole sentiero fatto di ben 1158 scalini di legno. Cosa che può scoraggiare, specialmente quando il sole del deserto picchia senza remissione; anche se, una volta compiuta la fatica, si è ripagati da una vista spettacolare delle montagne attorno e del Mar Rosso in lontananza. Un percorso, quella salita, che dice qualcosa della fibra di Antonio. Il quale, secondo gli agiografi, all'età di novant'anni affrontò a piedi un viaggio di novanta chilometri fra quegli aridi e contorti dirupi desertici, per dare sepoltura all'amico Paolo, come lui eremita, che viveva in una grotta difficil- mente raggiungibile. Oggi atletici amanti dell'avventura o di vacanze un po' particolari accettano la sfida del venerabile vecchietto e percorrono - con tanto di attrezzature sofisticate e mezzi per il bivacco notturno - quella distanza in due giorni di cammino. Ma evidentemente Antonio aveva un'altra marcia. Certamente - ci dice uno di loro - la società è cambiata e non è più possibile essere autosufficienti dentro il monastero. Inoltre i pericoli non sono più eliminati dalle mura, poiché i mezzi di comunicazione - Internet, i cellulari, la televisione, i giornali - portano il mondo nella tua cella, pur nel deserto. Oggi perciò si richiede una maturità spirituale maggiore da parte di ogni monaco, per distinguere il necessario dal superfluo che si deve evitare. Ma che cosa porta i visitatori nel deserto, a Deir Amba Antonius e ad altri monasteri? Solo la curiosità per una forma di vita così particolare? Così sorprendente in un tempo, come il nostro, che propina ben altri modelli e valori; e in una società, come quella islamica egiziana che, nonostante una tolleranza di facciata, spesso non è affatto tenera verso i concittadini copti. Forse... la curiosità.Ma quando si è lì, in quel monastero che sembra un pò un fortino, con le sue pareti e torrette color sabbia come il deserto tutt'attorno, in quella pace intensa e infuocata - così diversa da quella collinare e ombrosa dei monasteri europei - quando si è lì, qualcosa s'attacca all'anima. E sembra di comprendere, senza neppur parlare con i monaci, qualche cosa del motivo che li ha portati lì; a condurre una vita di contemplazione spirituale, così dirompentemente diversa da quella proposta dei modelli da cui siamo bombardati. È indubbiamente una scelta che s'innesta su quella antica di Antonio, che non s'era allontanato per sfuggire agli altri e per rifugiarsi in sé stesso, ma per cercare Dio. Antonio dopo aver affrontato sé stesso - dopo essersi confrontato con il suo inconscio, diremo noi; o dopo aver combattuto contro i propri demoni, avrebbe detto Atanasio - arrivò a quella rara conquista che è la conoscenza di sé stesso, l'unità del cuore. E, forse per questo, divenne maestro di quella rarissima arte, dono dello spirito, che è il discernimento. Cioè la capacità di distinguere il bene dal male. Per raggiungere questa condizione, insegnava Antonio, è necessaria un'estrema attenzione, affrontare ogni pensiero e chiedergli: Sei dei nostri o degli avversari?. Il discernimento è una virtù oggi quanto mai rara. Anzi pure vilipesa; quando tante energie vengono impegnate nello sforzo opposto, tendente a mistificare, a confondere il confine tra bene e male, pur appellandosi ai più nobili ideali, alla inviolabilità delle coscienze. Ma Antonio sapeva riconoscere le frottole dal vero, senza ingannarsi. Non ci sarebbe cascato, e ci invita a non cascarci neppure noi. Ed è questo il motivo che nuovamente attrae nel deserto vocazioni di monaci copti. E che attrae i curiosi visitatori, stufi dei continui inganni propinati da tv, mode, politici e da tanta presunta cultura. Un desiderio profondo, universale. Il desiderio della pace del cuore, che solo la verità sa dare. Una verità che pare brillare ancora di più nella tagliente imperturbabilità del deserto.

 

 

 

 

 

ASIA/CINA - “Basta avere Nostro Signore nel cuore e non avrai mai paura di niente!”: la testimonianza di don Jiang, unico custode delle macerie della sua chiesa distrutta dal terremoto, sopravvissuto con quello che ha trovato nella natura Pechino (Agenzia Fides)

 

“Basta avere Nostro Signore nel cuore e non avrai mai paura di niente!... Sentivo il mio cuore come trafitto da una freccia, che sanguinava vedendo le macerie della mia parrocchia che ha secoli di storia e che ho servito per anni. Non avevo più nemmeno lacrime per piangere... Cerco di visitare tutti i miei parrocchiani prima dell’Assunzione, perché si fortifichino nella fede”. Sono le semplici espressioni di un sacerdote, don Jiang Tian Xiang, parroco della parrocchia di Xiu Shui, che si trova a 40 chilometri dall’epicentro del terremoto del 12 maggio. Il sacerdote ha dormito quasi un mese in una piccola macchina per sorvegliare i resti della sua amata chiesa e per stare vicino ai fedeli e alla popolazione. Quando si è verificato il terremoto, si trovava a Pechino per seguire un corso di formazione permanente. Appresa la notizia, senza esitare un attimo, è partito per tornare alla sua parrocchia senza nemmeno sapere se la strada fosse praticabile o meno. Tre giorni dopo era davanti alla sua chiesa, ormai ridotta solo a macerie. Il parroco trovò un anziano fedele che aveva sorvegliato la chiesa giorno e notte. Don Jiang gli chiese: “non hai paura, se continua il terremoto, a stare qui da solo?”. Rispose il fedele: “Basta avere Nostro Signore nel cuore, e non avrai mai paura di niente”. Rimasto commosso dalla risposta, don Jiang prese queste parole come impegno per sé. Quando i giornalisti, cattolici e non, i volontari di Jinde Charity, vedendo la situazione in cui si trovava gli chiedevano se non volesse andare via, lui rispondeva sempre con questa frase: “Non vado da nessuna parte. Devo assicurare la Messa quotidiana alla mie gente che viene da lontano. Piove sempre ? I miei vestiti si asciugano con il calore del mio corpo. Cosa mangio? Tutto quello che si trova in natura. Non ho mai avuto disturbi o mali, grazie al Signore. Solo che quando cucino qualcosa devo coprirlo sempre, altrimenti gatti, cani e anche il maiale me lo portano via. Però mi fanno anche compagnia” continua don Jiang. “50 giorni dopo il terremoto era il mio 43° compleanno, ed ho ringraziato il Signore nella Messa, sottolineando gli impegni per la ricostruzione. Proprio quel giorno ho accolto anche i volontari di Jinde Charity. Mi hanno portato da mangiare, le tende, il legno. Dopo avere caricato tutto, asciugandomi il sudore con i fazzoletti di carta, mi è venuto spontaneo dire: ‘Grazie Signore. Che bel compleanno mi hai regalato! Chi ha detto che il terremoto porta solo cose negative? Vediamo le persone che non si incontravano mai che si sono incontrate, la gente che aveva dimenticato la fede che è tornata. Tutto lo dobbiamo al Signore”. Oggi, grazie ai seminaristi e ai volontari di Jinde Charity don Jiang ha una piccola tenda dove si può riparare dalla pioggia e proseguire la ricostruzione della comunità. (NZ) (Agenzia Fides 07/07/2008 - righe 33, parole 351)

 

Castelgandolfo

Fraternità tra sacerdoti

(Michele Zanzucchi)

 

Il segretario di Stato, card. Bertone, incontra seicento sacerdoti focolarini al Centro Mariapoli. Fondamentale il paradigma della comunione.

 

Saranno due ore di scambio fraterno, di amicizia spirituale, di condivisione sacerdotale, come commenteranno alcuni dei presenti. Scambio reale, perché il card. Bertone, prima di prendere la parola, ha voluto ascoltare le testimonianze di alcuni focolari sacerdotali sugli effetti che il carisma dell'unità provoca in diversi contesti ecclesiali e socio-culturali.

In Irlanda, ad esempio, dove la Chiesa cattolica locale, fino a pochi anni fa onnipresente, vive ora in un contesto di crescente secolarizzazione subendo fra il resto i contraccolpi di penose vicende morali che coinvolgono una seppur piccola parte del clero; tre sacerdoti, noti docenti universitari, raccontano del loro rinnovato rapporto col vescovo e con gli altri sacerdoti, di un forte impegno nelle università, nel campo ecumenico e interreligioso, oltre che di un'efficace presenza nei media.

Sacerdoti di diverse generazioni, invece, provenienti dalla Svizzera, hanno comunicato al cardinale la nascita di vocazioni suscitate dalla testimonianza dell'unità, la vita in comune fra sacerdoti che diventa punto di riferimento per altri presbiteri e antidoto alle crisi, oltre a costatare la crescita della frequenza domenicale.

Dall'Italia, da Ascoli Piceno, infine, un sacerdote e due laici hanno mostrato come la collaborazione fra preti e fedeli, animati dalla spiritualità di comunione, infonda alla vita civile della città una cultura della fraternità, come è successo lo scorso ottobre quando, in occasione di un evento promosso dai giovani dei Focolari, si è riusciti a coinvolgere le istituzioni civili e la cittadinanza. Esempi tra i tanti.

Cruciali i temi trattati nelle domande rivolte al card. Bertone da sacerdoti di varie parti del mondo: dall'attuazione del magistero di Benedetto XVI alle sfide della Chiesa nel mondo di oggi, dalle lacune delle comunità ecclesiali alle priorità nelle scelte pastorali. E poi il ruolo dei movimenti ecclesiali, la Chiesa-Comunione, la forza trasformante della Parola, la formazione nei seminari, l'aiuto ai sacerdoti in difficoltà. Insomma, tutto ciò che fa la vita dei sacerdoti e delle comunità sacerdotali. Non potevano mancare ripetuti accenni al rapporto personale, quotidiano, del cardinale piemontese con il papa tedesco.

Il segretario di Stato ha sottolineato come le sfide che stanno di fronte ai cristiani di oggi siano in primo luogo l'irrilevanza della fe- de nella vita... anche nella vita dei sacerdoti e l'isolamento e la solitudine . Dobbiamo essere tutti uomini e donne di fede - ha precisato il card. Bertone -; ma soprattutto noi sacerdoti, vescovi e cardinali dobbiamo esserlo.

A proposito della sfida della solitudine, ha invece detto con forza: L'estrema prova di una solitudine incomunicabile è l'inferno, che iniziamo già qui... Se Sartre diceva che gli altri sono l'inferno, Gabriel Marcel sosteneva invece che gli altri sono il cielo. Allora questo cielo, il paradiso, lo cominciamo qui con la spiritualità di comunio- ne, con il carisma di comunione.

La sfida dell'isolamento e della solitudine va quindi combattuta proprio con la comunione, creando strutture e prassi di comunione e, nel caso dei sacerdoti, puntando a forme di vita comune.

Mentre, in risposta al relativismo, non bisogna stancarsi di cercare la verità e i testimoni della verità.

A proposito della presenza dei movimenti ecclesiali, il card. Bertone ha sostenuto che essi hanno ormai piena cittadinanza nella Chiesa, precisando che Giovanni Paolo ha veramente valorizzato, esaltato i movimenti negli incontri che ha promosso durante il suo pontificato, con il supporto delle relazioni teologiche dell'allora cardinale Ratzinger. Ha sottolineato la presenza, viva, efficace, trasformante dei movimenti, che suscita attenzione anche nei non cristiani. E ha invitato a potenziare lo spirito e la prassi di comunione tra nuovi carismi e istituti storici. Sono movimenti che sanno far crescere nell'amore, quindi nella capacità e nell'esempio di fare bene. La proposta integrale del progetto morale cristiano non è una proposta che cade nel vuoto del nostro tempo, è una proposta che aggancia, che attira, soprattutto molti giovani.

E ha citato come esempi i due giovani dei Focolari di Genova, Carlo Grisolia e Alberto Michelotti, di cui lui stesso aveva avviato il processo diocesano di beatificazione quand'era arcivescovo della città doriana.

Un sacerdote ha chiesto al card.

Bertone quale sia l'apporto del carisma salesiano nel suo impegnativo compito. In realtà più volte, nel corso della serata, il segretario di Stato ha avuto dei riferimenti al carisma della sua famiglia spirituale.

Tra il resto ha sottolineato lo stare bene insieme, con tutti, dappertutto, anche durante i viaggi, anche i viaggi in treno o in aereo, la confidenza... Pure il fatto di viaggiare sempre in clergyman, dà un segnale alla gente, bisognosa di un consiglio, di una parola, ma bisognosa anche di confessarsi nei luoghi più impensati. E ha aggiunto: Il carisma salesiano mi aiuta pure nello scambio di battute che mi trovo ad avere a volte coi capi di Stato che vengono a far visita al Santo Padre, alla terza loggia, e poi scendono giù alla prima, dove lavoro. Battute simpatiche, magari uno di loro che mi dice all'orecchio: Anch'io sono juventino!.

Sulla prossimità con Benedetto XVI il card. Bertone ha detto fra l'altro: Naturalmente tale vicinanza porta alla confidenza, alla condivisione dei problemi più drammatici della Chiesa, dell'umanità di tutti i tempi e del nostro tempo. I presenti sono stati non poco colpiti da un accenno del cardinale ai tratti più affettivi del pontefice: L'affetto: il sentimento, direi la loro robustezza e anche la delicatezza, la tenerezza dei sentimenti sono un supporto indispensabile per la vita sacerdotale, che non è una vita arida, austera e selvaggia. È sì austera, deve essere anche sobria, ma non selvaggia: è una vita dove si vive la pienezza dei sentimenti.

Ebbene, il papa nei suoi tratti personali, anche negli incontri che voi potete avere con lui, nel modo di fermarsi, di salutare qualcuno, di ascoltare una persona, ha una ricchezza straordinaria di sentimenti, di dolcezza, di tenerezza.

Ecco, esprime proprio direi la teologia della tenerezza, ed è un esempio splendido per noi sacerdoti.

Infine, riguardo alle frequenti crisi dei giovani sacerdoti, ha invitato tra il resto ad adottare già nei seminari il paradigma della comunione, il paradigma fondamentale della formazione dei giovani sacerdoti.

I SACERDOTI NEL MOVIMENTO DEI FOCOLARI sono circa 20 mila i presbiteri diocesani e i diaconi permanenti in contatto con il Movimento dei focolari.

Cuore pulsante sono 188 focolari sacerdotali composti da 859 presbiteri e diaconi. A portare lo spirito di unità nelle strutture diocesane e nelle parrocchie si adoperano in particolare i sacerdoti e diaconi volontari. Sono circa 4 mila nel mondo le comunità parrocchiali raggiunte dalla spiritualità dell'unità. Per i circa 5 mila seminaristi diocesani in contatto coi Focolari, questo spirito è uno stimolo a mettere Dio al primo posto e a prepararsi al sacerdozio in uno stile di concreta fraternità.

Realtà in forte sviluppo sono i cosiddetti Centri di spiritualità di comunione per sacerdoti, diaconi e seminaristi diocesani.

 

  

 

Presentiamo la: LEGA SACERDOTALE MARIANA

DOV’E
IL TUO CONFRATELLO?

di Antonio GIORGINI

Il rapporto tra i singoli sacerdoti e i componenti del gruppo diocesano è un elemento di grande interesse pratico.

È l’occasione per praticare tutti quegli elementi di condivisione e comunione fraterna che spesso occupano le riflessioni e i desideri presbiteri, ma rischiano
di rimanere come ai documenti ecclesiali.

 

Nella realtà chi soffre si sente emarginato e non accolto, o non abbastanza capito, si ritrova quindi in condizione di “solitudine”, nonostante l’attenzione del “pastore” più vigilante. C’è una strategia da proporre per realizzare una vera “comunione”, che non sappia di rivendicazione, che non dia ragione a qualcuno a scapito di altri, che non produca emarginazioni ulteriori, che non inverta le parti.

 

Il decreto conciliare Presbyterorum Ordinis (PO) del Concilio Vaticano TI, al n. 8, sembra aver tracciato alcune linee che rivelano davvero l’azione potente dello Spirito Santo per i nostri tempi, nel grande obiettivo di aggiornare il cammino della Chiesa per questi nostri tempi. Il capitolo pone delle basi inconfutabili: parte dall’unicità dell’ordine sacro che fonda l’unità del presbiterio nella guida del vescovo, pur nella varietà dei ministeri e delle funzioni. Tutti in sostanza lavorano per l’edificazione del Corpo di Cristo “il quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti...


Pertanto è necessario che tutti i presbiteri, sia diocesani che religiosi, si aiutino a vicenda, in modo da essere sempre cooperatori della verità”. Il testo evidenzia i principi teologici della “comunione” nella imposizione delle mani da parte dei presbiteri insieme al vescovo e nella concelebrazione dell’Eucaristia: la forza dell’unità dunque nasce dallo Spirito Santo e da Cristo stesso. Ma come passare dal dato ontologico a quello psicologico? Il documento conciliare, che raccoglie l’esperienza di millenni, indica aspetti molto pratici: il delicato rapporto fra giovani ed anziani e viceversa: intesa e comprensione reciproca...; la pratica della

ospitalità, una possibile comunione dei beni, la cura dei confratelli malati e di quelli superoccupati... Considera la perenne attualità dell’invito di Gesù: “Venite in un luogo deserto a riposare un poco” (Mc 6,41): soste personali e comunitarie; suggerisce la pratica di una qualche comunità di vita (coabitazione? vitto in comune? incontri periodici?...). Aggiunge infine due indicazioni che sembrano proprio riguardare il nostro “Gruppo della LSM”: la validità delle “associazioni sacerdotali” che abbiano certi requisiti (la sezione LSM del Centro Volontari della Sofferenza presenta tutti quelli suggeriti dal Concilio), sentirsi poi responsabili, ognuno, “nei confronti di coloro che soffrono qualche difficoltà, procurando di aiutarli a tempo, anche con un delicato ammonimento quando ce ne fosse bisogno” pregare poi e sostenere “come fratelli ed amici” coloro che sbagliano... Nel dialogo si passa alle situazioni concrete anche nella ricerca di strategie comuni, rapportate naturalmente a singoli casi. L’importante è non de- mordere, non abbassare la guardia, agire sempre in comunione.


Infine ricordare che rimane segreto di riuscita l’affidamento di ogni persona e di ogni problema a Maria. È la dimensione mariana dell’Associazione così descritta da Giovanni Paolo II. “Ma è grazie particolarmente alla dimensione mariana che la Lega Sacerdotale Mariana apre i suoi membri alla speranza e alla carità. Quanti partecipano con speciale consacrazione all’unico sacerdozio di Cristo, possono più facilmente, col materno sostegno della Madre di Dio e della Chiesa, aderire alla volontà del Padre fino al generoso sacrificio di sé” (alla LSM nel suo 50° di Fondazione, il 25 giugno 1993). Mons. Luigi Novarese ha suggerito la “consacrazione alla Madonna”, come mezzo efficace per aiutare chi è in difficoltà, pur all’insaputa della persona: la volontà concorde del gruppo lega all’Immacolata la persona in difficoltà. La recita comunitaria del rosario, al termine dell’incontro di gruppo, crea sempre uno straordinario clima di fraternità e infine una grande serenità di cuore: nella generosa accettazione della volontà del Padre a riguardo della “propria croce” e nel sentire veramente nell’intimo la comunione con il vescovo e con tutti i confratelli.  

 

ESPERIENZE DI FRATERNITA’ SACERDOTALE

La spiritualità dell'unità e i sacerdoti

 

Ben presto sacerdoti diocesani, e con gli anni anche diaconi e seminaristi, hanno preso parte alla vita del Movimento dei Focolari, attirati dalla spiritualità dell'unità, che avvertono in profonda sintonia con la propria vocazione, essendo sgorgata dalla preghiera sacerdotale di Gesù: "che siano uno affinché il mondo creda" (Gv 17).

 

Vivendo questo spirito, i sacerdoti riscoprono l'importanza di essere innanzituto cristiani autentici. "Con voi sono cristiano, per voi - per servirvi - sacerdote", (cf S. Agostino). E prendono maggiore coscienza della parola di Gesù: "Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amate l'un l'altro": testimonianza che deve precedere ogni attività ministeriale.

 

Così, migliaia di sacerdoti diocesani nei vari continenti rispondono oggi all'invito di Papa Benedetto XVI di vivere "il principio petrino della Chiesa, alla luce dell'altro principio, quello mariano, che è ancora più originario e fondamentale".

 

Ponendo a base della loro vita l'unità, ravvisano nel ministero sacerdotale, appunto, un servizio da svolgere ad immagine di Gesù crocifisso e abbandonato.

 

Lo stile di vita evangelico che ne è scaturito, ancora negli anni '60, ha trovato significativa conferma nelle istanze che il decreto "Presbyterorum ordinis" del Concilio Vaticano II ha proposto a tutti i sacerdoti e che il Magistero post-conciliare ha sottolineato costantemente.

La partecipazione al Movimento non distoglie i sacerdoti e i diaconi dalla vita delle loro diocesi, ma li stimola a far crescere lo spirito d'unità fra tutti, e in modo speciale nel presbiterio diocesano, affinché si realizzi sempre più la Chiesa-comunione raccolta fraternamente attorno al vescovo e aperta ad un dialogo universale.

 

Vita di comunione tra sacerdoti

 

Animati da questa spiritualità essenzialmente comunitaria, i sacerdoti che vi aderiscono - quando le situazioni lo permettono e i vescovi lo consentono - vivono insieme, dando testimonianza della presenza del Risorto, promessa a "due o più riuniti nel suo nome", con evidenti frutti spirituali e apostolici. Ma anche quando abitano da soli, cercano di realizzare tra loro un'effettiva fraternità.

 

Quando si è uniti dall'amore scambievole, diventa spontaneo mettere in comune beni materiali e doni spirituali, (cf Presbyterorum Ordinis 8, 17); dare testimonianza dell’unità e della carità pastorale (cf PO 8, 14); vivere nella gioia i consigli evangelici della castità, povertà e obbedienza (cf PO 15-17); aver cura di sé come dei confratelli (cf PO 8, 17); fare degli spazi della casa e della parrocchia luoghi di armonia e di comunione con tutti (cf PO 17); portare avanti con impegno la loro formazione permanente per essere uomini del dialogo (cf PO 19); vivere come membra di un solo corpo, attraverso un'intensa comunicazione con i confratelli (cf PO 19) e con tutto il popolo di Dio.

 

La spiritualità dell'unità ha un influsso importante anche nell'attività pastorale, perché svolta confrontandosi con gli altri e "amando la parrocchia altrui come la propria", così come ogni altra realtà della Chiesa. E' nata così un'irradiazione nell'ambito delle parrocchie, che si esprime, tra l'altro, nel "Movimento parrocchiale". E tra i giovani nascono nuove vocazioni.

Diffusione

 

Oggi sono circa 20.000 i sacerdoti e diaconi che hanno accolto e vivono in diversi modi questa spiritualità, sparsi in 120 Paesi dei cinque Continenti, mentre i seminaristi diocesani sono circa 5.000.

Oltre a quanto offre la vita del movimento nel suo insieme, per loro si promuovono incontri a livello locale e convegni su più vasta scala, per una condivisione di ideali e di esperienze.

 

Formazione alla spiritualità dell'unità

 

Per un tirocinio nella vita di comunione, è sorto il Centro internazionale di spiritualità per sacerdoti, seminaristi e diaconi permanenti, con sede a Loppiano, vicino Firenze, nella cittadella di vita e di testimonianza del Movimento dei Focolari. Accoglie per il periodo di un anno coloro che, col consenso del proprio vescovo, desiderano fare quest’esperienza.

 

Si tratta di una vera scuola di vita che alterna ore di lavoro con momenti dedicati all'approfondimento dei punti-cardine della spiritualità dell’unità e della sua concretizzazione sia a livello personale che sociale e ecclesiale.

 

Trovandosi a contatto con gli altri abitanti di Loppiano,

in maggioranza laici, i partecipanti a questa scuola sperimentano la bellezza di una porzione viva del Popolo di Dio, e il sacerdozio ministeriale viene vissuto come servizio alla comunione."Se ci sarà anche l'unità con la parte laica del Movimento - aveva auspicato Chiara Lubich all'inaugurazione di questo Centro - si darà origine a quella che ho chiamato 'città-Chiesa' o 'società-Chiesa' che farà vedere al mondo come esso sarebbe se fosse tutto rinnovato dalla luce di Gesù, dal suo Vangelo".

Un analogo cammino formativo si percorre in altri Centri di spiritualità, nelle cittadelle del Movimento in Asia, Africa e America Latina.

 

Gen's, rivista di vita ecclesiale

 

Per un approfondimento della spiritualità dell'unità e delle prospettive ecclesiali che ne nascono, si pubblica la rivista di vita ecclesiale "Gen's".

 

Contatti

 

Movimento sacerdotale

via XXIV Maggio, 104-106/3

00046 Grottaferrata (Roma) IT

tel. +39-06-94315560 – 9412389

fax +39-06-9413127 – 9412479

E-mail: info. movimento.sacerdotale@focolare.org

 

Scuola sacerdotale

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«Dove due o tre» sacerdoti…

   di Andrea Fleming

 

Da alcuni anni quattro sacerdoti abitano insieme a Haar, vicino a Monaco di Baviera. Dopo le difficoltà iniziali oggi guardando indietro vedono esperienze positive e importanti per loro e per altri. Li ha intervistati per noi Andrea Fleming, addetta stampa del Movimento dei focolari in Germania.

È sabato sera, verso le ore nove. Nella casa parrocchiale di S. Corrado ormai tutto è tranquillo. Erich Schmucker, parroco a Monaco, è appena tornato a casa. Rüdiger Karmann e Hans Schweiger, ambedue parroci nella città di Haar in due diverse parrocchie, lo attendono per la loro “serata comune”. Da dieci anni vivono nella stessa comunità sacerdotale alla quale nel 1999 si è unito Klaus Hofstetter, responsabile diocesano per la gioventù, che per motivi di spazio abita nella casa di fronte.

Chiamati al celibato,
non alla solitudine

Hans Schweiger ricorda: «Ognuno di noi aveva da tempo il desiderio di far vita comune. Dopo esser stato parroco in campagna, con una canonica tutta a mia disposizione, ho detto al mio vescovo: “Io mi sento chiamato al celibato, ma non alla solitudine!”».  Erich Schmucker precisa che il desiderio di vivere insieme non voleva dire scegliere quella determinata persona. «Non avrei mai immaginato di abitare, per esempio, con Rüdiger. Avevamo fatto vacanze insieme e tornando in macchina abbiamo espresso il desiderio di poter vivere a vita comune. Ma da parte mia non avrei scelto  spontaneamente Rüdiger».

La risata unanime denota che se la sono poi cavata bene. Regna un’aria sciolta e aperta, il loro parlare è cordiale, talvolta un po’ immediato e provocante.

Quale è la differenza dalla vita di prima? Hans Schweiger fa subito un esempio: «Vai al mattino a far colazione e qualcuno ti augura il buon giorno. Oppure sei seduto nel giardino a recitare il breviario e improvvisamente arriva qualcuno degli altri. All’inizio ogni volta ne ero sorpreso».

Rüdiger Karmann ha fatto esperienze non sempre positive negli anni di cappellano. «Ho sofferto la solitudine. Certo, vorresti avere qualcuno a casa che ti aspetta. Ma con il tempo si impara a reggere da solo. E se poi vivi in comunità, è importante non scaricare i tuoi bisogni sugli altri. Qualche giorno torno a casa e sparisco subito nel mio appartamentino senza cercare la compagnia: sento il bisogno di star da solo, ma nello stesso tempo sono contento perché so che nella casa c’è vita».

In casa ognuno ha la propria abitazione, mentre la cucina e un grande soggiorno accogliente sono a disposizione di tutti. Questa sistemazione si è rivelata molto adatta. Importante è anche il fatto che ognuno abbia il proprio “ambito di lavoro”. Così si impara a non finalizzare la convivenza unicamente alla dimensione operativa, essendo 24 ore su 24 “al lavoro”, ma a dare il giusto posto pure alla distensione e alle faccende pratiche di ogni giorno. «Abitare insieme sotto lo stesso tetto non significa ancora vivere insieme», sottolinea Hans Schweiger e fa intuire che anche lui ha dovuto imparare alcuni aspetti della vita in comune. «Non stiamo insieme con l’intento di sviluppare una pastorale più efficace, ma prima di tutto vogliamo vivere l’amore reciproco. In concreto ciò vuol dire: a pranzo mettere da parte per un momento le difficoltà e le varie vicende della propria parrocchia per sentire innanzi tutto che cosa sta a cuore all’altro».

Spazio libero cui dare forma

Per dare un ordine alla loro vita, i quattro nella canonica di San Corrado si sono messi d’accordo su alcuni momenti in comune da salvaguardare. Tutti i giorni, tranne lunedì e sabato, alle 7.30 del mattino recitano le lodi, fanno meditazione e una breve comunione della loro vita. Klaus Hofstetter sottolinea come sia importante iniziare insieme la giornata. Conviene chiedersi sempre di nuovo quale è il motivo ultimo della loro convivenza e quale ne è il “centro”. In genere pranzano insieme. Il pasto viene preparato da una signora impiegata a tempo parziale. Il sabato sera è sacro, cioè libero da ogni impegno ufficiale. C’è tempo per giocare a carte, cantare, suonare o semplicemente chiacchierare. Alcuni membri della parrocchia, ai quali in quest’occasione è stato disdetto un appuntamento, hanno accolto l’idea di riconsiderare anch’essi la strutturazione della serata nelle loro famiglie.

Il tempo restante viene dedicato secondo il proprio gusto a iniziative comuni o non. Ci si accorge però che i momenti trascorsi insieme per lasciarsi formare sempre più dall’amore scambievole liberano energie nuove. Trafficando in cucina è possibile che nasca magari un progetto nuovo per le prime comunioni sulla base di quello che due di loro avevano concepito separatamente. Uno aveva preparato le singole lezioni, l’altro enucleato il profilo didattico e pedagogico. Cosi è nato un progetto più ricco. Alcune idee dell’altro vanno benissimo per il mio lavoro, altre non sono trasferibili a motivo delle diverse condizioni della parrocchia. Ma nella condivisione spesso si scoprono prospettive nuove. I quattro sacerdoti prendono sul serio le differenti situazioni di ogni parrocchia e del lavoro diocesano. Non è pensabile sempre una soluzione modello per tutti. «Vuol dire mettere magari da parte un’idea geniale per cercare con i collaboratori della propria parrocchia la soluzione migliore», fa presente Hans Schweiger. Attraverso la vita comunitaria ognuno riceve impulsi e spinte che possono aprire nuove vie per situazioni che si incontrano nella propria parrocchia.

Arricchimento e sfida

Una tale vita in comunione rivela i punti forti e quelli deboli dell’altro e manifesta anche i propri limiti. Cosa è nato negli ultimi dieci anni? «Di sicuro è più viva la coscienza che ognuno di noi è un mondo a sé!», afferma spontaneamente Erich Schmucker. Ormai è possibile vedere l’arricchimento che le diverse mentalità, formazioni e storie personali apportano. In alcuni momenti è una sfida per far crescere la pazienza e la misericordia. L’amore reciproco che i quattro sacerdoti vogliono far trasparire ha bisogno di segni concreti: uno è abituato ad apparecchiare la tavola per la colazione, un altro si presta a fare da cuoco nel weekend. Hans Schweiger ricorda che il suo ufficio sarebbe meno funzionale, se Rüdiger non avesse studiato con lui fino a tarda sera come sistemare i mobili nel migliore dei modi. È piuttosto originale che due sacerdoti scelgano insieme l’arredamento.

La vita in comune porta ad un arricchimento reciproco. «Hans mi aiuta nel preparare i documenti per le nozze», aggiunge Rüdiger Karmann. «Ho poca esperienza con i casi speciali. Lui mi consiglia le formulazioni esatte. Da Erich invece imparo molto sulla liturgia, constatando quanto poco mi è rimasto della mia formazione in questo campo. Egli con grande competenza e senza atteggiarsi a maestro riesce a trasmettermi molte cose».

Klaus Hofstetter, essendo responsabile per i giovani della diocesi, segue un altro ritmo di vita. Ci vuole fantasia per averlo presente come membro della famiglia, anche se spesso è in viaggio. «La vita a Haar è per me – egli spiega – una possibilità preziosa per mettere i piedi per terra. Attraverso Erich, Hans e Rüdiger sono in contatto con le gioie e le difficoltà di una parrocchia normale. Nello stesso tempo la mia presenza li aiuta a non perdere di vista la dimensione e le linee direttrici della diocesi».

Ogni tanto bisogna fermarsi

Si ha l’impressione di una vita armoniosa e senza complicazioni. Quando chiedo se ci sono anche punti di tensione non esitano a rispondere affermativamente. Uno di loro è cresciuto con molto spazio a disposizione e non capisce come mai si debba sempre rimettere tutto a posto, un altro ama l’ordine e non sopporta i piatti sporchi accanto alla lavastoviglie. C’è chi ama le decisioni veloci e spontanee e si trova invece alle prese con il modo di fare più riflessivo di chi ha bisogno di più tempo per soppesare i pro e i contro. A volte succede che il lavoro prende uno spazio così grande che uno riduce al minimo la sua presenza in casa. Allora è meglio fermarsi per chiedersi: perché sono qui? Cosa mi impedisce di fare le valigie?

In momenti del genere viene in risalto il desiderio comune di ricostruire uno spazio dove Dio possa farsi presente. La promessa di Gesù di essere là dove le persone si amano, dove si riuniscono “nel suo nome”, è il centro attorno al quale ruota la convivenza dei sacerdoti a Haar. «In ciò consiste il nostro comune denominatore. Siamo qui proprio per questo motivo. La nostra vita può essere riordinata sempre di nuovo seguendo questa norma», sostiene Rüdiger Karmann.

Comunità che irradia

La gente si rende conto di questo stile nuovo della vostra vita? La risposta sorprende: «Si, quando cantiamo. Le persone che ci sentono cantare o suonare insieme, per esempio durante una festa, spesso, pur non sapendo dire il perché, sono toccate positivamente. Sembra che colgano qualcosa, capiscono che non si tratta di sacerdoti che fanno semplicemente della musica».

Spesso seminaristi oppure sacerdoti anche di altri Paesi vengono a trovare questi quattro preti per prendere parte per un periodo alla loro vita comunitaria. «È una sfida adattarci a loro e nello stesso tempo avere il coraggio di farli partecipi del nostro stile di vita», commenta Hans Schweiger.

Per il resto ognuno dei sacerdoti ha un proprio campo d’azione e d’irradiazione. Rüdiger Karmann è decano. Klaus Hofstetter, oltre al suo lavoro di responsabile diocesano per la gioventù, si occupa di un gruppo di seminaristi attirati da quella spiritualità di comunione che è il fulcro dell’esperienza di Haar. Erich Schmucker fa da cappellano per una federazione sportiva cattolica, offrendo programmi spirituali per il mondo dello sport. Hans Schweiger si occupa dei sacerdoti della Baviera legati a un movimento di presbiteri.

Riferendosi a questo irradiazione verso l’esterno, Erich Schmucker dice: «Attraverso la nostra convivenza porto qualcosa dentro di me che si ripercuote spontaneamente nell’ambiente in cui opero. So quanto bene mi fa la vita in comune, quanto mi forma e mi trasforma. È impossibile tenere solo per noi questa perla del Vangelo. Ci sentiamo spinti ad offrirla a quanti la desiderano».

Andrea Fleming

 

 

La correzione fraterna del prete innamorato

di Anthony Berkley

Solo in un contesto di comunione fraterna la vita nel celibato si può vivere nella pienezza. E si è aiutati pure ad affrontare con scelte serene e coraggiose le sfide che comporta. Ne parla con schiettezza questa testimonianza.

Quindici anni fa ho iniziato a lavorare come co-parroco in una nuova parrocchia insieme ad un altro sacerdote, che oggi è qui con noi. Abbiamo fatto vita comune nella casa parrocchiale.

Io fra l’altro mi sono dato da fare molto nel campo dei giovani. Quasi tutti erano abbastanza lontani dalla Chiesa e quindi non praticanti. C’era solo una ragazza che frequentava la Chiesa e alla quale ho potuto proporre di impegnarci insieme a mettere in pratica il Vangelo e a vivere per la comunione fra i giovani.

Finalmente – mi sono detto – c’è qualcuno che condivide i miei ideali. E abbiamo portato avanti insieme tante iniziative.

Ad un certo punto, però, mi sono accorto che non ero più libero nei confronti di questa giovane. In altre parole: mi ero innamorato. Ne ho parlato con il mio collega ed altri amici sacerdoti. Mi hanno dato buoni consigli: come fare per rimanere distaccato e d’altra parte non aver paura.

Un bel giorno, in un momento di correzione fraterna, un sacerdote della mia comunità presbiterale ha detto: «Anton, ho l’impressione che tu sei troppo legato affettivamente a questa ragazza».

Ho preso un colpo perché mi sono sentito scoperto. Ma nel più intimo sapevo che aveva ragione, anche se un altro fratello mi difendeva.

Qualche tempo dopo una consacrata laica, che mi conosce molto bene, si è avvicinata a me e mi ha detto in maniera molto diretta: «Anton, non conviene vendere la tua vocazione per un “piatto di lenticchie”».

Dopo un nuovo spavento enorme per il fatto che anche lei si era accorta della mia situazione, mi sono reso conto che rare volte una persona mi aveva amato tanto come quella consacrata che ha osato rivolgermi queste parole.

Ho preso coscienza di quello che stavo mettendo a rischio ed ho deciso di interrompere questa relazione, con tutte le conseguenze.

Dopo questo passo, mi sentivo come Giacobbe quando è stato ferito nella lotta con Dio. La confusione che provavo prima si è trasformata in una profonda esperienza di essere amato da Gesù proprio in questa debolezza. E mi ha aperto il cuore verso i sacerdoti che sbagliano nella vita.

 

Anthony Berkley

 

 

          Dal palcoscenico al sacerdozio in Nuovi Orizzonti

              di
Tonino Catalano/ 11/11/2007 

 

 

 

 

 

 

 

Fino a qualche anno fa conducevo una vita regolare: la famiglia, la scuola, lo sport, la mia aspirazione a fare l’attore e così via. Tutto era bene organizzato per una vita sicura, stabile: successo, avvenire, ecc. Così pensavo di dare un senso all’esistenza. Eppure non riuscivo a mettere radici, niente mi bastava. C’era un vuoto dentro di me che non riuscivo a colmare: era l’abisso di separazione da Dio in cui mi trovavo causato da miei "no" al Suo Amore. Tante volte ho girato le spalle a Dio nascondendomi nel mio egoismo, nella mia pigrizia, nella mia indifferenza, dietro le ferite del cuore. Il Signore mi amava ma io non volevo essere amato per quello che ero. Volevo essere di più, avere di più, dimostrare di più, per compensare la paura del rifiuto, la paura di sbagliare, la paura di non essere accettato.

Poi, a un certo momento, una scoperta grandiosa: chiedendo aiuto a Dio nella preghiera, provando ad accogliere il suo Amore, ho cominciato ad amarmi in tutto ciò che ero: debolezza, talenti, limiti, paure, ferite, ecc. Offrendo tutto a Lui, ripetendo la preghiera di Gesù "In manus tuas Domine", ho cominciato a sperimentare che nella debolezza si manifestava la sua potenza. Il Signore era presente. Lo sentivo nel cuore, nello spirito. Che gioia indicibile.

Mi dicevo: "E adesso che faccio? Dove seguirti? Come? Quando?". Ricordo che quando sono andato via da casa per fare l’attore, scrissi due parole a mia madre: "Mammina bella, non piangere per me. Io vado via da casa, ma tu non ti preoccupare! La mia vita è per qualcosa che non si tocca, non si vede. È per qualcuno di cui ne vale la pena fidarsi!.

Giunto a Roma ho cominciato a fare diversi lavoretti, prima di lavorare in teatro con Ugo Pagliai e Paola Gasmann. Un bel giorno un conoscente mi presenta Chiara. Lei cercava attori volontari per fare un musical chiamato "Stazione Termini". Era il giugno del 1993. Subito ho conosciuto il suo gruppo di preghiera. Erano una ventina di giovani di diversa estrazione sociale. Con lei si incontravano anche per andare alla Stazione Termini a stare con i ragazzi di strada. Le dissi : "Chiara, voglio venire anch’io!". Mi rispose: "Così vestito mi rovini la piazza". Vestivo infatti con giacca e cravatta. I ragazzi alla stazione così "ben messo" non mi avrebbero accettato. Così quella volta rimandammo.

C’era comunque qualcosa in me che stava nascendo: un fuoco, un desiderio continuo di stare con Chiara, Loredana ed il loro gruppo. Mi dicevo: "Ma chi sono queste?". Sentivo però che quello che vivevano dava senso al vero Tonino. E mentre vivevo anch’io quelle esperienze di comunione, preghiera, evangelizzazione, una gioia mi invadeva l’anima e mi faceva sentire forte, in pienezza, realizzato. Mi dissero: "E’ Gesù posto in mezzo a noi che ci fa sentire una cosa sola". Dentro di me una voce nel cuore mi sollecitava: "Vieni e seguimi! Porta il mio amore a questi fratellini e queste sorelline che non mi conoscano". Mi sono fidato e, giorno dopo giorno, ho lasciato tutto per seguire Gesù.
Vedevo Chiara trasmettere il carisma della discesa agli inferi e della Gioia della Resurrezione con una tale potenza per cui tutte queste meraviglie, mi dicevo, non potevano venire da lei. Erano troppo forti le guarigioni sperimentate, la comunione, la gioia, la pace, il "farsi carico" l’uno dell’altro, l’amore. Così abbiamo messo in comune gli stipendi e siamo andati a vivere tutti insieme in una villa a Trigoria: Chiara, Loredana, altri del suo gruppo e i ragazzi di strada: "Che roba! Roba divina!". Era la prima famiglia di Nuovi Orizzonti. Che meraviglia!

E adesso non mi pento per nulla di quella scelta, nonostante che i primi tempi soprattutto non sono stati certo una passeggiata. Col suo Spirito ricevo sempre di più. A volte mi sento affaticato ma sono felice.

La mia chiamata al sacerdozio è maturata dopo che, trovandomi a Medugorje, riflettevo sul passo relativo alla chiamata del profeta Samuele: "Samuele, Samuele! Samuele rispose subito: Parla, perché il tuo servo ti ascolta" (1Sam 3,10). Trovandomi davanti a questo brano, subito, all’inizio, mi sono chiuso. Non volevo sentire nessuna chiamata: volevo la mia vita, i miei progetti, la mia famiglia. Avevo paura di non farcela a stare da solo, senza l’affetto di una donna. Poi, durante un messa, mentre andavo a ricevere Gesù Eucarestia, ho sentito una pace, una forza indescrivibile. Era come se Lui mi dicesse: "Non temere Tonino, sono io che ti rendo capace. Non sei solo, non aver paura, piccolo mio!". Chiara e il nostro vescovo mons. Boccaccio hanno poi confermato la chiamata del Signore. Eh si! C’è un progetto d’Amore per ciascuno di noi. Sta a noi seguirlo senza timore. "Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’Amore".(1Gv 4,18). Accogliamo la grazia che Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo vogliono farci.

        ALGERIA   13/12/2007   8.17

DALL’EREMO DI ASSEKREM, LONTANO DA ALGERI…

"Tra noi Tuareg siete al sicuro" ci ripete la nostra guida, con l'evidente intenzione di rassicurarci. "Qui siamo molto lontani da Algeri, queste sono le nostre terre e noi accogliamo gli stranieri. Nessun terrorista verrebbe a nascondersi qui, perché lo troveremmo subito". Sono a oltre duemila chilometri da Algeri, nei pressi dell'eremo dell'Assekrem, a 2700 metri, sulle montagne dell'Hoggar, in pieno Sahara. Charles de Foucauld era venuto a stabilirsi qui per poter avere un contatto frequente con i nomadi Tuareg. In realtà gli è andata male, non è riuscito a starci più di pochi mesi, senza aver incontrato Tuareg, ed è tornato a Tamanrasset, il capoluogo dell'Hoggar, oggi in piena espansione. "Quando è arrivato qui Charles de Foucauld, c'erano 40 gli abitanti, oggi, grazie soprattutto all'immigrazione del nord, gli abitanti sono tra i 100 e i 120 mila" mi riferisce, meravigliato Daniel, un prete fidei donum, giunto qui dalla Vandea pochi mesi fa. Un salto non indifferente, certo, anche perchè quando qui si riempie la cappella, non si contano più di una quindicina di fedeli. "Eppure - ricorda Daniel - è meno distante Parigi da Algeri che Algeri da Tamanrasset. Qui siamo davvero distanti dalla vita e dai problemi della capitale. Ma la vera questione è come riuscirà una piccola cittadina come questa ad accogliere, sfamare e soprattutto dissetare - non dimentichiamoci che siamo in pieno Sahara! - tutti questi nuovi arrivati!". In effetti basta un'occhiata nei dintorni della cittadina per vedere un vero pullulare di cantieri e nuove costruzioni, interi quartieri nuovi non ancora abitati. Il padrone del nostro camping sembra avere la risposta per Daniel: "Il Paese sta investendo milioni di dollari su queste terre del Sud e noi vogliamo lavorare, reinvestire, rendere la nostra città accogliente e ricettiva. D'altra parte anche voi in Italia avete molti mafiosi, ma non per questo smettete di vivere e di investire!" (di padre Cesare Baldi)
[CB]

 

 

 

 

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