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ESPERIENZE

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SOMMARIO :

UN PRETE RICONOSCENTE

Don Marra, da clandestino a sacerdote

TERREMOTO IN ABRUZZO: LA SOLIDARIETÀ DEI SACERDOTI ALTOATESINI

Nelle parole di Paolo VI al fondatore di Taizé il segreto di un'avventura unica raccontata nel libro di Jean-Claude Escaffit e Moïz Rasiwala

Guatemala

Una famiglia di veri fratelli

 

Un prete riconoscente

La salvezza viene dall'alto ma passa attraverso mille mediazioni. La prima di queste è l"'umanità'' dei fratelli. È quanto afferma questa testimonianza dal vivo. Ho costatato molte volte con quanto rispetto voi usate il termine "difficoltà" riferendolo a situazioni gravi e delicate che il sacerdote può incontrare lungo la sua vita. Sinceramente apprezzo la vostra delicatezza ma per quanto riguarda l'esperienza da me vissuta sento di dover usare termini più crudi. La mia è stata una crisi bella e buona, una crisi esistenziale e vocazionale protratta nel tempo e vissuta con consapevole incoerenza (le difficoltà per me sono state conseguenze inevitabili derivate dai miei errori). Se mi permettete, ora che quella crisi comincia a divenire un ricordo, vorrei dirvi come ne sono venuto fuori. Non c'è dubbio alcuno, il primo scalino della mia lunga e sofferta ascesa è stato l'incontro con una comunità di fratelli. Viene chiamata comunità di accoglienza e in realtà lo è, però per me la sua vera fisionomia è quella dì essere una comunità ricca di "umanità". Qualche teologo forse a questo punto mi direbbe: "la salvezza può venire solo dall'alto. È la grazia e non l'umanità che può salvare il peccatore"! Non ne dubito, ma per me una cosa è certa: la prima grazia, quella fondamentale, dalla quale è scaturita una catena di altre grazie, l'ho sicuramente incontrata nella "umanità" di quella comunità. Quando vi sono arrivato avevo bisogno di risolvere problemi non da poco: la solitudine del profondo, il vuoto totale, la nausea di me. Sapevo che nessuno avrebbe potuto colmare gli spazi più profondi del mio spirito; Dio stesso era lontano, praticamente cancellato da quasi vent'anni. Ma l'aver trovato un ambiente di uomini che erano anche sacerdoti (e non viceversa), un ambiente del quale erano parte viva e integrante coppie di sposi credenti con i loro figli, l'aver respirato aria di non giudizio, di fiducia e di speranza, l'aver costatato che quasi quasi mi avrebbero pagato perché ero venuto da loro, in una parola l'essermi accorto che quei fratelli mi trattavano da amico e non da estraneo, da vivo e non da morto ha maturato in me come per incanto l'inizio della mia salvezza. Approdato a quella comunità di fratelli, pure io mi sono coinvolto nel ricercare seriamente la verità, soprattutto la verità su di me, sui dettagli del mio vissuto, sui bisogni profondi da soddisfare a qualunque costo. Pure io ho intrapreso un itinerario di vera umanizzazione, a partire dallo smantellamento delle mille falsità inferiori e dal rigoroso progressivo rispetto della mia persona più intima. Con stupore mi sono scoperto ancora vivo e capace di riscatto. Ho cominciato a pensare che se l'Altissimo mi avesse solo degnato di uno sguardo certamente io mi sarei lasciato salvare. Quando dopo qualche mese uno di quei fratelli (che era anche sacerdote) mi suggerì che mi mancava una sola cosa per essere felice e libero come nei tempi della giovinezza, capii subito e decisi per la confessione sacramentale. Questa dimostrazione concreta di voler essere salvato mi regalò la gioia di sentirmi perdonato nel più intimo dell'anima. Ricordo ancora le lacrime della liberazione ritrovata. Senza dubbio quella confessione non avrebbe potuto bastare da sola ma ha permesso di continuare il mio cammino nella verità. È difficile descrivere la gradualità di un lungo cammino di conversione così come è difficile trovare le parole per comunicare la soavità della grazia che risana nel tempo l'anima. Però nella mia esperienza di sacerdote un tempo ferito posso affermare una cosa: ho toccato con mano quanto Dio salvi attraverso l’ "umanità" dei fratelli. Senza cercare attenuanti per le mie debolezze, molte volte mi sono chiesto se la crisi esistenziale e di fedeltà che travolse la mia vita sarebbe egualmente avvenuta qualora avessi trovato all'inizio accoglienza e guida in una qualunque comunità ricca di "umanità". Don G.

 

 

Don Marra, da clandestino a sacerdote

"Ho lasciato la fabbrica per la Chiesa" Ivoriano, 38 anni, è il primo immigrato che a Milano declina la parola integrazione con la scelta del sacerdozio, dopo un lungo percorso iniziato con la conversione: islamico di famiglia osservante, è diventato cattolico praticante e a giugno sarà ordinato sacerdote Marra BengalyEra un clandestino, un volto anonimo in mezzo a migliaia di altri. Un africano sbarcato a Milano col visto turistico e presto inghiottito dal gorgo del lavoro nero e di una vita sotto traccia, sempre in fuga dalla polizia, sempre in preda alla paura di essere scoperto e rimandato a casa, in Costa d’Avorio, dove non c’è pace e non c’è lavoro per le persone oneste come lui. Marra Bangaly, in Italia da 16 anni, oggi è diacono, opera nella chiesa di piazza Esquilino, nella periferia dura di San Siro, e a giugno sarà a tutti gli effetti prete della Diocesi ambrosiana. Il primo immigrato che declina la parola integrazione con la scelta del sacerdozio, dopo un lungo percorso iniziato con la conversione — lui islamico di famiglia osservante è diventato cattolico praticante — e proseguito con la scelta di entrare in seminario. «L’ho fatto per mettermi al servizio — spiega oggi, a un passo dall’/ordinazione — Questo è il mio scopo, questa sarà la mia vita nella chiesa ambrosiana». Una scelta forte che all’inizio don Marra, 38 anni, ha dovuto difendere con i denti e con le unghie. Perché erano gli stessi alti vertici della Curia e del seminario a non essere certi della possibilità che lui ce la potesse fare, che riuscisse a portare a termine il progetto, interrompendo abitudini, tradizioni familiari, rompendo col suo passato. Ma don Marra, rimasto due anni in clandestinità e abituato a mangiar polvere, è un tipo ostinato. Arrivato col titolo di studio elementare, ha preso prima la maturità e ora ha quasi completato gli studi in teologia, oltre a lavorare in parrocchia da un anno e mezzo. Il primo che ha dovuto convincere delle sue intenzioni è stato don Ezio Castaldi, parroco della chiesa dei Santi Donato e Carpoforo a Renate — guarda caso la città natale del cardinale Dionigi Tettamanzi — che lo ospitò nei suoi primi anni in Italia. «Facevo l’ operaio in una ditta di materie plastiche, prima avevo lavorato a lungo in nero e aspettato la sanatoria con lo stesso terrore di non farcela a mettermi in regola che oggi hanno tanti miei connazionali», racconta con la sua bella voce pacata, lo sguardo sereno, quasi divertito da tanta attenzione. Non dice qual è stato l’evento, il motivo dirompente per cui a un certo punto ha lasciato la fabbrica per prendere i voti. «Frequentavo la parrocchia e a un certo punto ho sentito una chiamata, è nata la mia vocazione. Ero in cerca di una profondità, di una spiritualità nuova. Sentivo dentro che quella era la mia strada. Don Ezio mi ha aiutato, mi ha accompagnato all’inizio, nel ‘96 mi ha battezzato e poi mi ha portato in seminario e da lì è iniziato tutto». Di lui parlano tutti bene. A partire da don Peppino Maffi, rettore del seminario di Venegono: «È un grande uomo, molto motivato, si porta dentro la sua cultura africana, ma sa farsi rispettare e amare da tutti». Lo stesso dice don Donato Pastori, ex missionario in Africa e parroco della Beata Vergine addolorata di San Siro, a cui don Marra è stato assegnato: «All’inizio c’era qualche parrocchiano perplesso, c’è stata anche una banda di giovinastri che non portava rispetto, ma lui è una persona talmente buona, semplice, disponibile che ora sono tutti dalla sua parte». Quella di Marra Bangaly è una storia di marginalità che improvvisamente prende una svolta diversa. E che segna un punto a favore di chi, come il cardinale Tettamanzi, sostiene — fra mille critiche — che l’accoglienza degli stranieri può essere una risorsa, una fonte di arricchimento reciproco. «Quando sono arrivato io, la situazione era dura ma meno difficile di oggi — racconta don Marra — Certo, anche allora, chi come me era clandestino si sentiva un rifiuto della società, aveva le mani legate, non poteva avere una casa normale, un lavoro normale, non poteva studiare né far niente». Ma 16 anni dopo, alla vigilia della cittadinanza italiana, il primo prete nero della diocesi vede un futuro difficile. «Sento parlare di cose oscene, come i vagoni riservati ai milanesi, cose che mi fanno pensare al Sudafrica e all’apartheid. Vedo un progresso che sembra un regresso e che porterà problemi sociali difficili da risolvere, perché quelli come me continueranno ad arrivare e a chiedere di integrarsi nel vostro mondo. Su questo occorrerebbe pensare bene prima di fare demagogia». (di Zita Dazzi da Repubblica 10 maggio 2009)

 

 

TERREMOTO IN ABRUZZO: LA SOLIDARIETÀ DEI SACERDOTI ALTOATESINI

“Sarebbe bello poter fare un regalo alla comunità parrocchiale per la festa patronale: mettere a disposizione della gente un luogo, anche un gazebo, con un tabernacolo con l’Eucaristia, per dare la possibilità di fermarsi in preghiera. Un luogo anche piccolo dove celebrare le messe feriali”. Il desiderio di don Mauro Orrù, parroco di Sant’Elia, paese alle porte de L’Aquila dove opera in queste settimane la Protezione Civile dell’Alto Adige è giunto nei giorni scorsi in provincia di Bolzano, dove grazie ad uno stretto giro di telefonate tra parroci e sacerdoti altoatesini, è stato preparato in breve tempo il “dono”. Due pacchi, contenenti tra l’altro un tabernacolo, due calici, ostensorio, coppa e tovaglie, sono stati consegnati a don Orrù attraverso i volontari altoatesini che operano nel campo e che si sono prestati a fare da “fattorini”. “È commovente vedere con quanta sollecitudine e con quanta generosità gli altoatesini ci stanno seguendo a distanza in questo momento di grande difficoltà”, commenta don Orrù. Per realizzare il sogno del parroco e della sua comunità manca ancora una tenda. La si attende per i prossimi giorni. “Mi auguro di poterla inaugurare al più presto, magari proprio per la festa patronale, che era prevista per il 9 e 10 maggio”, conclude il sacerdote.

 

Nelle parole di Paolo VI al fondatore di Taizé il segreto di un'avventura unica raccontata nel libro di Jean-Claude Escaffit e Moïz Rasiwala

«Se lei ha la chiave per comprendere i giovani, me la dia»

 di Giovanni Zavatta

La casa editrice Seuil, nel presentare il libro, pubblicato in Francia un anno fa, lo ha definito "la prima storia completa di una delle creazioni più stupefacenti del xx secolo". In effetti Histoire de Taizé, scritto a quattro mani da Jean-Claude Escaffit e Moïz Rasiwala, ha il merito di raccontare tutte le fasi della comunità di Taizé - dai primi passi come luogo di accoglienza di rifugiati ebrei, prigionieri tedeschi e bambini abbandonati alla sua apertura ecumenica, dall'istituzione di fraternità all'estero ai grandi appuntamenti con le folle - senza dimenticare le ombre che ne hanno accompagnato il cammino. Perché quella di Taizé è una storia lunga e movimentata, cominciata ufficialmente nel 1944 (in realtà già nel 1940) e caratterizzata anche da dubbi, conflitti, da scelte coraggiose, da relazioni a volte difficili (basti pensare a quelle intrattenute dalla comunità con la Federazione protestante di Francia). Ostacoli sempre superati, o aggirati, grazie al carisma del suo fondatore, lo svizzero Roger Schutz-Marsauche. Sviscerando il contenuto di alcuni colloqui privati di fratel Roger, compresi quelli avuti con i Pontefici, e attingendo a piene mani dalle rivelazioni dei suoi confratelli, il libro svela retroscena e particolari indispensabili per un'esatta comprensione del fenomeno Taizé. Storia di Taizé, uscito di recente anche in Italia (Torino, 2008, Lindau Edizioni, pagine 184, euro 15), è stato scritto da due profondi conoscitori della comunità: Escaffit ne segue da trentacinque anni le vicende, ieri per il quotidiano "La Croix", oggi per il settimanale "La Vie" e la trasmissione televisiva "Le jour du Seigneur"; Rasiwala, astrofisico di origine indiana, diacono permanente dell'arcidiocesi di Auch, è stato uno dei responsabili del grande concilio dei giovani tenutosi a Taizé nell'estate del 1974. "Se l'avventura così unica di Taizé - affermano - affonda le sue radici in gran parte nel carisma e nella fede audace del suo fondatore, tuttavia essa nasce anche nell'ambito di una storia temporale e spirituale che supera i confini, e di un retaggio nel contempo familiare, intellettuale ed ecclesiale". La comunità di Taizé non è nata per caso. Anzi, possiamo azzardare nel dire che non poteva essere fondata che da fratel Roger e che non poteva formarsi e svilupparsi che in quel preciso momento storico. Come non è un caso che Taizé, il villaggio francese dove tutto è cominciato, disti pochi chilometri dall'abbazia benedettina di Cluny (l'edificio che accoglieva coloro che desideravano fare ritiri spirituali si chiamò all'inizio "Casa di Cluny" e lo spirito di san Benedetto influenzò non poco la regola della comunità). Schutz, nonostante fosse figlio di un pastore protestante, visse fin da bambino in una famiglia e in un ambiente spiritualmente aperti, permeabili al cattolicesimo. La sua coscienza venne ulteriormente influenzata dal nascente ecumenismo del xx secolo. L'avvicinamento fra le Chiese della Riforma (che coinvolgerà via via le altre confessioni cristiane) e le correnti che attraversavano il protestantesimo, portando alla creazione di nuove fondazioni e comunità, provocarono un risveglio, un rinnovamento del clima ecclesiale e spirituale che non poteva lasciare indifferente un uomo così aperto intellettualmente. Gli orrori della seconda guerra mondiale fecero il resto: "Come resistere davanti all'incredibile crollo senza scegliere radicalmente di abbandonare tutto per seguire Gesù? Come fare opera di penitenza vera e propria con nuove forme di testimonianza e impegno personale?" si chiedono Escaffit e Rasiwala. Ecco allora che alcuni protestanti cominciarono a esplorare vie di riconciliazione in una vita comunitaria dedicata alla preghiera e alla contemplazione e che non si opponeva al Vangelo (Lutero e Calvino, al tempo della Riforma, avevano criticato la vita monastica). È in questa dinamica che si inserisce l'esperienza di Taizé e di un nuovo monachesimo, ispirato ai primi compagni di san Francesco, che lascerà poi spazio a una sottile mescolanza - ma "senza sincretismo" sottolineano gli autori del volume - delle tradizioni protestante, cattolica e ortodossa. L'"intuizione" di fratel Roger di realizzare l'unità del corpo di Cristo e le sue ardite iniziative faranno della comunità un trait d'union, un ponte fra nazioni, confessioni, culture, generazioni. Taizé come figura di unità per il mondo, come luogo di Chiesa profetico, dagli anni Sessanta meta di incontro per i giovani senza equivalenti in Europa. I successi destarono sospetti, suscitarono domande. Se le incomprensioni con i riformati - che rimproveravano a Roger le sue prese di posizione contro il proselitismo e di essersi allontanato troppo dalla versione ufficiale concernente i sacramenti e la liturgia - si aggravarono a tal punto da spingere, nel 1975, la comunità di Taizé fuori dall'annuario della Federazione protestante di Francia, le tensioni con i cattolici (in particolare sulla lealtà alla Chiesa e sull'atteggiamento tenuto con i giovani fedeli) non raggiunsero mai il livello di guardia. Anche uno degli episodi più discussi ovvero la convocazione, il 29 e 30 aprile 1974 nell'antica sala del tribunale del Sant'Uffizio, di Roger con i fratelli Max, Robert e Charles-Eugène, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, si concluse con la fiducia accordata al priore di Taizé. Fiducia ribadita due giorni dopo da Paolo VI con l'invio del cardinale Johannes Willebrands come suo rappresentante personale a Taizé in occasione dell'apertura del concilio dei giovani che si sarebbe tenuto di lì a quattro mesi. L'evento, precursore dell'attuale "pellegrinaggio di fiducia sulla terra", aveva avuto di già l'approvazione del Papa: "Mettetelo in moto" disse il Pontefice a fratel Roger nell'udienza privata del 17 dicembre 1969. Il rapporto con Papa Montini fu ottimo, come con Giovanni xxiii e Giovanni Paolo II. Fu monsignor Roncalli, all'epoca nunzio apostolico a Parigi, a concedere nel 1948 l'autorizzazione per utilizzare la chiesa romanica di Taizé. Molteplici i colloqui che approfondirono un'amicizia ("Ah, Taizé, questa piccola primavera!" disse familiarmente un giorno Giovanni xxiii salutando fratel Roger). E il Pontefice chiese espressamente che Roger e Max (con Pierre i primi fratelli a Taizé) partecipassero come osservatori non cattolici al concilio Vaticano ii. Persino l'inflessibile cardinale Alfredo Ottaviani, alla guida della Congregazione del Sant'Uffizio (poi divenuta Congregazione per la Dottrina della Fede), subì il fascino di fratel Roger: tra il 1960 e il 1964 - si legge nel libro - autorizzò l'organizzazione a Taizé di due incontri che videro riuniti una decina di vescovi cattolici e una sessantina di pastori, l'allestimento di una cripta cattolica nella Chiesa della Riconciliazione, la possibilità per i cattolici di celebrare l'Ufficio di Taizé, l'insediamento di una fraternità francescana presso la comunità. Ma la "legittimazione" avvenne con Giovanni Paolo II che visitò Taizé il 5 ottobre 1986: "Nella sua vocazione caratteristica, originale e perfino in un certo senso provvisoria, la vostra comunità può suscitare sorpresa e destare incomprensione e sospetto - disse Papa Wojtyla ai fratelli riuniti nella sacrestia della chiesa - ma a causa della vostra passione per la riconciliazione di tutti i cristiani in una comunione piena, a causa del vostro amore per la Chiesa, saprete continuare, ne sono sicuro, a essere disponibili alla volontà del Signore". Queste parole - scrivono Escaffit e Rasiwala - misero temporaneamente a tacere le critiche degli ambienti più conservatori del Vaticano, che vedevano in Taizé il rischio di una Chiesa alternativa, con un priore autonominatosi guida di un ecumenismo difficile da controllare, ma non allentarono le tensioni con la Chiesa riformata di Francia che giudicò l'accoglienza riservata a Giovanni Paolo II come un nuovo segno di "vassallaggio" verso il Papa. Fratel Roger, in precedenza, non aveva mancato più volte di affermare la preminenza del vescovo di Roma, "pastore dei pastori", come garante dell'unità dei cristiani. La prossimità al cattolicesimo fu a tratti così evidente da far sorgere in qualcuno il sospetto di una sua conversione segreta - sempre smentita - sulle orme di fratel Max Thurian, ordinato sacerdote cattolico nel 1987. Si deve piuttosto parlare di ammissione, da parte di fratel Roger, alla piena comunione nella Chiesa cattolica. Quest'ultima aveva accettato che egli comunicasse all'eucaristia, come faceva ogni giorno a Taizé, e ricevesse la comunione, come capitò più volte dalle mani di Giovanni Paolo II. Ce n'è voluto di tempo prima che Taizé si scrollasse di dosso l'etichetta, applicata agli incontri dei giovani sulla collina della Borgogna, di "festival cristiano alla Woodstock", di adunata un po' "sinistroide" (soprattutto dopo il Sessantotto) all'insegna del sincretismo religioso. In realtà - si sottolinea in Storia di Taizé - la comunità è sempre stata ancorata al silenzio, alla preghiera e alle sacre scritture. E la ricerca dell'unità della Chiesa è sempre andata di pari passo con le varie forme di solidarietà (l'"Operazione speranza" ad esempio) che la comunità ha attivato nei cinque continenti. Per questo Taizé non è solo i giovani festanti della collina o dei pellegrinaggi di fiducia sulla terra ma anche presenza concreta accanto ai poveri e ai sofferenti, qualunque sia la loro religione. Un solco nel quale fratel Alois, successore di Schutz dopo la sua morte, continua a lavorare alacremente, con la stima e la fiducia di Benedetto XVI che, ogni anno, riceve il priore in udienza privata. "Se lei ha la chiave per comprendere i giovani, me la dia" disse un giorno Paolo VI a fratel Roger. Il segreto di questa comunità - oggi costituita da monaci cattolici, protestanti e anglicani di trenta diverse nazionalità - sta forse proprio nell'avventura umana che nel corso degli anni ha saputo adattarsi all'evoluzione dei bisogni spirituali delle nuove generazioni restando coerente, risolutamente radicata al servizio degli uomini, con la loro sete di Dio e di riconciliazione. A Taizé i giovani si sentono a proprio agio perché sono accolti, ascoltati: "Vengono a cercare una sorgente, un senso alla loro esistenza - spiegava fratel Roger -, vengono con le loro domande, talvolta per liberarsi di un peso". Forse lo stesso peso che si portava appresso François Mitterrand che per decenni, anche da presidente della Repubblica, nei giorni di Pentecoste si recò a Taizé assistendo alla preghiera della comunità, con discrezione, in fondo alla Chiesa della Riconciliazione. Con fratel Roger nacque una profonda amicizia. Cosa cercava a Taizé Mitterrand, lui che non era credente? "Quando qualcuno mi parla di mettersi alla presenza di Dio, penso sempre a Taizé" confidò qualche mese prima di morire. E a proposito di fratel Roger aggiunse: "Gli voglio bene, mi fa bene". (©L'Osservatore Romano - 30-31 marzo 2009)

 

 

GUATEMALA

Arriviamo a Guatemala capitale il 21 io, mio fratello Alberto, mons. Franco Gimigliano, Vicario Generale della Diocesi di Cassano allo Ionio e un amico.

Il signor Romeo ci accompagna con il suo micro-bus attraverso i meandri della capitale e i mastodontici lavori del nuovo aeroporto e  arterie stradali principali del sud, fino  ad Antigua dove inizia il nostro viaggio turistico tradizionale che viene ritoccato per andare a Quetzaltenango per l’ingresso di mons. Oscar Giulio Vian nella sua nuova Arcidiocesi. I bene informati sanno che in quella zona il conflitto armato ha mietuto migliaia di vittime e ancora la violenza è un male endemico.

Alla S.Messa solenne di insediamento del nuovo arcivescovo il 23 Giugno alle 9,00, sono presenti il Nunzio Apostolico, il cardinale della capitale e quasi tutti i vescovi del Centro America. Con il clero delle varie diocesi siamo presenti anche noi con i PP. Ottavio e Giorgio, un folto gruppo di suore della Congregazione domenicana di S. Sisto e la popolazione locale . Il P. Ottavio al termine del rito ringrazia calorosamente Mons. Vian per i 10 anni di fruttuoso lavoro nel Peten e da quel momento egli  è a pieno titolo Pro-vicario apostolico, sino alla nomina del nuovo vescovo. I tempi della nomina del successore di mons. Vian, a detta del Nunzio non saranno brevi.

Terminato il nostro giro turistico, con una sosta di due giorni a Livinstone sui Caraibi, arriviamo a Dolores il 28 sera dove ci accoglie il solo P. Giorgio in quanto P. Ottavio deve necessariamente essere presente alla prima riunione della Conferenza episcopale  guatemalteca della sua vita.

Ci sistemiamo nella casa di accoglienza che dopo i vari incidenti di percorso è ormai perfettamente  attrezzata e facciamo un po’ di programmi. A me tocca come sempre aiutare in parrocchia, a qualcun’altro le lezioni di italiano al Centro educativo S. Martin de Porres,  a tutti l’impegno  di mettersi in ascolto umile, attento e intelligente dei grandi problemi  che sottostanno a quelli emergenti per entrare in sintonia di mente e di cuore con questo popolo.

Come sempre i nuovi sentono il contraccolpo di una vita molto più semplice ed essenziale priva dei tanti comfort della normalità europea. Sulla mensa l’immancabile “riso”, la pasta al pomodoro, che nonostante le infinite lezioni di cucina di Luigi a doña Jesus (la cuoca) è regolarmente scotta (e che Ottavio chiama scherzosamente “il pastone” ) e il pojo sempre buono e gradito da quelle parti. In fondo siamo fortunati perché possiamo mangiare tutti i giorni e non soltanto “tortillas e frijoles”.

Ci tuffiamo al caotico mercato di Dolores  a caccia di frutti esotici  che alleviano un po’ la sete che è sempre tanta in questi posti dal caldo umido opprimente.

Anche Dolores come tutte le città e paesi, strade del Guatemala è invasa dalla propaganda elettorale in vista della tornata delle politiche e amministrative del 9 settembre. Anche le più umili dimore dei campesinos sono state imbiancate  o aggiustate in cambio di qualche voto e il simbolo del finanziatore è ben evidentemente riprodotto sulle facciate delle case. Ai muri perimetrali, ai recinti, alle auto, a qualsiasi superficie piana anche di montagna non è toccata miglior sorte e tutto  ha sapore di compra-vendita di voti. I più poveri fanno la fila davanti agli improvvisati sportelli dei candidati per chiedere qualche metro di lamiera, qualche maglietta o qualcosa per i figli, in cambio del loro voto. E’ un mercato vero e proprio per questo si sa già chi avrà la possibilità di vincere le elezioni.

Al ritorno di P. Ottavio dalla capitale apprendiamo del recente assassinio di uno dei suoi più fidati collaboratori dell’aldea di “Las Brisas”. Anche questa è ormai una squallida prassi: le persone più impegnate a livello di promozione umana e sociale vengono progressivamente eliminate. Saliamo sul PK della Parrocchia e andiamo nell’Aldea a celebrare il 9° giorno della Morte di don Rafael con S.Messa e agape assieme ai familiari e a tutta la comunità. Sulla croce di cemento che verrà posta sulla tomba è ormai impressa indelebilmente  da mano ignota la scritta “Faleciò martyr” (morto martire). La famiglia al completo si riunisce col parroco e assieme decidono di denunciare gli assassini ma pagando il caro prezzo del trasferimento in altra città o nazione per non incorrere nella rappresaglia. E così  lo stesso giorno della denuncia, il 2 luglio, la famiglia al completo, prima di nascondersi,  va ,assieme al p. Ottavio e  ai rappresentanti dei diritti umani del Vicariato  a Poptun dall’autorità giudiziaria per denunciare i noti assassini. Come sempre si suppone che la cosa cadrà nel vuoto poiché la legge di questo  stato è l’impunità totale e per questo nessuno avrà mai il coraggio di andare a testimoniare contro qualcun altro. Ma non volendo rassegnarsi allo stato delle cose, qualcuno della comunità ha il coraggio di andare contro corrente pagando di persona.

Al ritorno di P. Ottavio dalla capitale apprendiamo del recente assassinio di uno dei suoi più fidati collaboratori dell’aldea di “Las Brisas”. Anche questa è ormai una squallida prassi: le persone più impegnate a livello di promozione umana e sociale vengono progressivamente eliminate. Saliamo sul PK della Parrocchia e andiamo nell’Aldea a celebrare il 9° giorno della Morte di don Rafael con S.Messa e agape assieme ai familiari e a tutta la comunità. Sulla croce di cemento che verrà posta sulla tomba è ormai impressa indelebilmente  da mano ignota la scritta “Faleciò martyr” (morto martire). La famiglia al completo si riunisce col parroco e assieme decidono di denunciare gli assassini ma pagando il caro prezzo del trasferimento in altra città o nazione per non incorrere nella rappresaglia. E così  lo stesso giorno della denuncia, il 2 luglio, la famiglia al completo, prima di nascondersi,  va ,assieme al p. Ottavio e  ai rappresentanti dei diritti umani del Vicariato  a Poptun dall’autorità giudiziaria per denunciare i noti assassini. Come sempre si suppone che la cosa cadrà nel vuoto poiché la legge di questo  stato è l’impunità totale e per questo nessuno avrà mai il coraggio di andare a testimoniare contro qualcun altro. Ma non volendo rassegnarsi allo stato delle cose, qualcuno della comunità ha il coraggio di andare contro corrente pagando di persona.Il buon giorno si vede dal mattino!! Dice il proverbio. In realtà la nostra permanenza a Dolores ,è stata contrassegnata oltre che dai soliti ossessivi sottofondi musicali di saloni comunitari e templi protestanti,da numerosi episodi di violenza nella forma del linciaggio, in tutto il territorio. A Dolores hanno lapidato tre persone una delle quali è poi morta. Si trattava in realtà di un “Coyote” un procacciatore di affari sporchi come immigrazione clandestina, prostituzione, spaccio droghe, ecc. Bastava che qualcuno gridasse al ladro, al ladro (ovviamente si parla di ladri di bambini per adozione o traffico di organi) che subito si metteva in moto il macabro meccanismo del linciaggio –benzina, armi, pietre -  In questo modo sono state uccise varie persone che non c’entravano un gran che con questo fenomeno, purtroppo reale e diffuso. Il coraggio di una donna di Esmeralda che è fuggita dalla finestra con i bimbi è riuscito a sventare un furto reale. I parroci di Poptun, S. Elena, Dolores sono dovuti intervenire nelle aldeas per mettere di mezzo le autorità competenti (polizia, commissione vicariale dei diritti umani) e a fatica sono riusciti a salvare qualche malcapitato o comunque a ristabilire la calma.. ovviamente in questi posti è azzardato parlare di legalità. Ci sono stati scontri tra polizia e popolazione con la presenza dei “Mareros” , un’altra malfamata categoria di assassini sempre pronti a generare sommosse e a sparare. Qualcuno ha detto che sono pagati  per fini politici... L’altra categoria di delinquenti in piena attività sono i “Mendoza” al soldo cioè di questa famiglia di trafficanti di droga che ha in mano appalti miliardari  e capitali immensi. Anche questi si macchiano ogni giorno di delitti ai danni di chiunque possa disturbare i loro loschi traffici. In cambio della connivenza sono anche disponibili a compiere qualche gesto benevolo in favore della cittadinanza.

Altro fenomeno triste e deprimente da noi notato è l’aumento dei luoghi di culto di queste sette cristiane di stampo pentecostale sempre a urlare il loro grazie al cielo per tutte le cose belle che accadono (!!!) e a delegare prontamente la soluzione di ogni problema a Colui che sa e  può.  Non si poteva non cogliere in questa espressione religiosa tutta la carica perversa e alienante della deresponsabilizzazione totale delle persone al servizio dello “status quo” politico. Qualcuno, girando per il paese ha detto sconsolato: “Qui ci vorrebbero meno chiese e più fabbriche”. Del resto è quello che sempre ci ripete Mons. Raul Vera Gomez nei suoi interventi illuminanti a proposito delle pianificate campagne statunitensi per la frantumazione del tessuto sociale cattolico centro-sud americano, dopo il manifesto di Puebla.

Su questo oscuro sfondo emerge assai chiaramente il valore di quanto si sta facendo nella nostra missione e dintorni per andare decisamente, vangelo alla mano, nella direzione di una vera e completa promozione umana e sociale di queste popolazioni: I vari progetti: Centro Poliformativo per gli operatori , Collegio S. Martino de Porres per i giovani, promozione della donna, assegnazione della terra, promozione della salute, degli allevamenti ( e tra questi ora le “vacche da latte” per l’alimentazione più razionale dei bambini e la produzione di latticini che siamo venuti a promuovere con un finanziamento di 65.000 USD), assieme all’opera infaticabile in favore dell’infanzia abbandonata o trascurata da parte delle suore domenicane di San Sisto in S. Elena, Poptun, Capitale , sono veramente una risposta indilazionabile ai veri e profondi bisogni della gente.

Con la coscienza di essere piccola goccia  in questo “mare magnum” siamo ripartiti per l’Italia con un nodo alla gola il 19 luglio. Nel cuore di tutti una convinzione forte: il nostro sostegno convinto e fattivo di amici, volontari, benefattori, di questa splendida opera è certamente piccola cosa ma senza di noi probabilmente questa luce nelle tenebre si spegnerebbe e con essa la speranza e la fiducia di tante umili persone che ora credono e lottano per un futuro migliore .

Non è forse stato scritto che “un piccolo seme può diventare un grande albero”? Noi ci crediamo!

 

                                            azb

 

 

 

 

 

Una famiglia di veri fratelli

Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte di vivere insieme come fratelli». Parola di Martin Luther King che a quasi 40 anni dalla sua morte violenta non ha perso nulla della sua attualità. E questo non solo al cospetto di una globalizzazione ambigua che fa sì che molti, moltissimi nostri contemporanei siano sempre più poveri e che noi tutti, se non sappiamo reagire con decisione, ogni giorno ci troviamo più soli e interiormente più frantumati. Ma anche davanti a quel microcosmo che sono i seminari.

Ha scritto recentemente una persona che si occupa a livello mondiale delle vocazioni: «Vedendo ogni mattina tanti sacerdoti e seminaristi sull’autobus, mi domando: ma chi fa loro assaggiare l’amore di Dio? Quando vado nelle loro case, mi imbatto spesso in un quadro scoraggiante: corridoi lunghi e vuoti dove ognuno che passa ti dà l'impressione di vivere una vita solitaria. Ma basta voler bene a chi incontri, basta saper creare le occasioni, e si fa strada con queste stesse persone l’avventura di un’amicizia soprannaturale. E mentre mi interesso degli altri e mi dono a loro, mi sento io stesso arricchito e soprattutto sento crescere il Regno di Dio».

Molte sono le vie per suscitare un’autentica fraternità, a cominciare da gesti apparentemente piccoli e insignificanti. Racconta un seminarista del Brasile. «L’educatore ha proposto alla nostra équipe di vita di concretizzare l’invito formulato dal Papa nella Novo millennio ineunte di “fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione”. Ogni settimana abbiamo fra noi un momento di comunione di vita. Ho notato che sistemare in anticipo la sala e mettere una musica di sottofondo è qualcosa che aiuta tutti a sentirsi accolti. Attraverso questi momenti di comunione abbiamo visto crescere fra noi il perdono, la gioia e la pace».

Dove il seminario diventa casa e dove ci si riconosce innanzi tutto fratelli, appare in nuova luce la scelta del celibato. «Ho cercato di presentarlo come via per essere dono di sé nell’amore, vivendo l’arte d’amare e la spiritualità di comunione», racconta un sacerdote dell’Irlanda reduce da una giornata di ritiro con gli studenti del primo e secondo anno in seminario. E constata: «È stato di luce per tutti. Mi hanno ringraziato per aver affrontato questo argomento in chiave positiva e non come una regola imposta dalla Chiesa. Parlare con semplicità anche delle difficoltà, ha dato pace, libertà e respiro. “È un altro modo di vedere il celibato”, hanno commentato».

 

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